BastaBugie n°85 del 15 maggio 2009

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1 CORTE COSTITUZIONALE E FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Una sentenza ingiusta per una legge ingiusta
Autore: Mario Palmaro - Fonte: 12 maggio 2009
2 AVVENIRE SU GUARESCHI
La polemica perbenista che si poteva evitare!
Autore: Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro - Fonte: 19 aprile 2009
3 LA ZAPPA SUI PIEDI
Risposta al rabbino che ha criticato il Papa al memoriale dell’olocausto
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: 12 maggio 2009
4 CLAMOROSO: SI RISVEGLIA DAL COMA IRREVERSIBILE APPENA PRIMA CHE I MEDICI LE STACCHINO LA SPINA

Fonte: 28 febbraio 2009
5 ECCO PERCHE' HO RIFIUTATO IL PREMIO DELL’UNIVERSITA’ CATTOLICA DI NOTRE DAME

Autore: Mary Ann Glendon - Fonte: 04 Maggio 2009
6 LA SHARIA È ARRIVATA ANCHE DA NOI
L'Inghilterra apre al codice religioso islamico e in Italia...
Autore: Magdi Cristiano Allam - Fonte: 28 aprile 2009
7 KATYN: UN FILM DA NON PERDERE (1° PARTE)
''Venne così annientata la futura classe dirigente della Polonia'' Giampaolo Pansa
Autore: Stefano Lorenzetto - Fonte: Il Giornale
8 KATYN: INTERVISTA AL DISTRIBUTORE ITALIANO DEL FILM (2° PARTE)
''Vi svelo perché in Italia mi impediscono di farvi vedere il mio film''
Autore: Stefano Lorenzetto - Fonte: Il Giornale
9 RIVOLTA EUROPEA CONTRO LA FALSA TEORIA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE (GLOBAL WARMING)

Autore: Antonio Gaspari - Fonte: 20 febbraio 2009

1 - CORTE COSTITUZIONALE E FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Una sentenza ingiusta per una legge ingiusta
Autore: Mario Palmaro - Fonte: 12 maggio 2009

La sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale ha abbattuto i “paletti” che il legislatore aveva posto nelle “misure a tutela dell’embrione”. In sintesi: non c’è più un limite massimo di embrioni che possono essere prodotti in ogni tentativo, è venuto meno l’obbligo di tentare il trasferimento di tutti gli embrioni prodotti, è quindi possibile congelare alcuni o tutti gli embrioni ed, infine, questo congelamento può durare all’infinito, perché non esiste più anche l’obbligo di trasferire gli embrioni congelati “non appena possibile”.
Come si è arrivati a questo risultato? Secondo la Corte “la legge (...) rivela un limite alla tutela apprestata all’embrione, poiché anche nel caso di limitazione a soli tre del numero di embrioni prodotti, si ammette comunque che alcuni di essi possano non dar luogo a gravidanza, (…) consentendo un affievolimento della tutela dell’embrione al fine di assicurare concrete aspettative di gravidanza (…) la tutela dell’embrione non è comunque assoluta, ma limitata dalla necessità di individuare un giusto bilanciamento con la tutela delle esigenze di procreazione.”
Purtroppo, con queste parole la Corte costituzionale coglie nel segno, e dice la verità, offrendoci una fotografia nitida della legge 40: il destino degli embrioni – il loro diritto alla vita, all’integrità fisica, alla dignità – è contrapposto alle “esigenze di procreazione”, al desiderio di una coppia di adulti di avere dei figli. Il velo viene squarciato: non si confrontano più diritto e diritto, vita del nascituro e salute della madre, come si finge di fare nella normativa sull’aborto; a prevalere sono direttamente le aspirazioni degli adulti. Da anni Verità e Vita va testimoniando questa “verità” sulla legge 40: il sacrificio degli embrioni sull’altare dell’autodeterminazione degli adulti è insito nelle stesse tecniche di fecondazione in vitro, che li rende prodotti – negandone in radice la dignità umana – e che ne fa strage: 70.000 embrioni concepiti e morti ogni anno in Italia.
Sappiamo bene che la legge in vigore parla di “Embrione soggetto di diritto”. Ma sappiamo anche che questa è una finzione, un vuoto proclama smentito dalla stessa legge nel momento in cui – per permettere la fecondazione artificiale nella forma omologa – essa permette la produzione, il congelamento, la morte programmata di esseri umani concepiti. Ecco perché, una volta sposata questa logica, ogni “paletto” diviene illogico: se le “esigenze della procreazione” prevalgono, ogni limite deve essere eliminato per soddisfarle.
D’altro canto: che pronuncia ci si poteva aspettare dalla Corte Costituzionale? Non sono questi giudici i successori di quelli che – già nella storica e sciagurata sentenza 27 del 1975 – definirono i nascituri “non ancora persone”?
Come stupirsi che la Corte non menzioni mai nella motivazione il diritto alla vita degli embrioni e nemmeno si riferisca alla loro morte (che i giudici che avevano sollevato la questione definivano ipocritamente “dispersione”)? Come sorprendersi se questo “affievolimento della tutela dell’embrione” sia accettato dalla Corte come un dato di fatto, che non fa sorgere alcuna domanda di legittimità costituzionale?
E così – esattamente come aveva fatto nel 1975 – la Corte Costituzionale finge di volere limitare la portata della sua pronuncia (“L’intervento demolitorio mantiene salvo il principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario …”), ma in realtà rende lecita qualsiasi prassi, affidando le scelte “all’autonomia e alla responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali”. Indicazione davvero paradossale, vista la “disinvoltura” etica mostrata in questi anni da alcuni professionisti della fecondazione in vitro.
Il cerchio così si è chiuso: la legge 40 ha espressamente autorizzato le tecniche di fecondazione artificiale, attribuendo ad esse il sigillo dello Stato (e anche il denaro pubblico); l’ingenua pretesa del legislatore di essere in grado di costringere gli operatori ad agire secondo alcune regole si è ben presto infranta: una volta approvata una condotta illecita e iniqua, essa ha inevitabilmente preso il sopravvento.
L’errore è stato quello di approvare una legge ingiusta, dicendo alla gente che si trattava di “una buona legge”, da “difendere senza se e senza ma”. Solo un divieto generale della fecondazione extracorporea avrebbe potuto evitare una strage programmata ed altri orrori che – purtroppo ne siamo sicuri – nel futuro ci attendono.

Fonte: 12 maggio 2009

2 - AVVENIRE SU GUARESCHI
La polemica perbenista che si poteva evitare!
Autore: Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro - Fonte: 19 aprile 2009

Giovannino Guareschi ne ha viste tante nella sua vita: la guerra, il lager, i comunisti, il carcere a Parma per la denuncia di De Gasperi, la conseguente “vendetta” democristiana patita nella vecchiaia. Ne ha viste tante, il papà di Peppone e don Camillo, e siamo sicuri che un uomo della sua rettitudine e della sua fede – una fede incrollabilmente cattolica apostolica romana e pacelliana - non si è mai lasciato impressionare tanto facilmente. Però, certe cose scritte sul suo conto dopo la morte – avvenuta a Cervia il 22 luglio del 1968 – sono quelle che fanno più male. Giovannino sarà anche corazzato, e da lassù si starà facendo una delle sue risate discrete, sotto gli inseparabili baffoni. Va bene, lui “guarda e passa” senza curarsi di loro, come insegna il grande padre Dante nel canto III dell’Inferno. Ma tutti coloro che continuano a leggerlo e ad amarlo, in questi giorni non possono abbozzare, come non possiamo tacere noi, che da anni ne studiamo la figura e l’opera.
Ma che cosa è mai capitato al nostro Giovannino, questa volta? Sui giornali è uscita la notizia che lo scrittore parmense ha avuto in giovinezza un figlio naturale, Giuliano Montagna, che a dicembre dell’anno scorso ha ottenuto da un tribunale il riconoscimento della paternità.
Ora, qualcuno si è buttato su questa notizia con l’intenzione – dichiarata o sottintesa – di gettare qualche schizzo di fango su Guareschi. Quasi che la faccenda del figlio “segreto” potesse sporcare il ricordo dello scrittore italiano più venduto e tradotto nel mondo. Una bella vigliaccata, che ignora innanzitutto i fatti. Le voci intorno a un figlio naturale erano già di pubblico dominio nel 1998, bastava leggersi la biografia “Una storia italiana” (Alessandro Gnocchi, Rizzoli). Poi ne abbiamo parlato nel nostro “C’era una volta il padre di don Camillo e Peppone” (Piemme, 2008). Secondo fatto ignorato dai giornali: Giovannino ebbe quel figlio nel 1933, cioè prima di conoscere sua moglie Ennia e prima di avere Alberto e Carlotta. Terzo: Giovannino era sinceramente convinto che quello non fosse suo figlio, tanto è vero che nel suo diario intimo scritto nel lager, il momento massimo della verità, parlò solo di tre figli: Alberto e Carlotta – che “lo legavano alla vita” – e quello perso dalla moglie che “lo legava alla morte”.
Ma il commento che più indispone è quello apparso giovedì 16 su Avvenire, nell’inserto culturale Agorà. La scoperta del figlio naturale, secondo il quotidiano cattolico, sarebbe la prova che Guareschi non fu affatto “il campione di un cattolicesimo integerrimo e persino tradizionalista”. Altro che “santino, sia pure con i baffi”,   altro che “cavaliere di un anti-comunismo adamantino quanto strumentalizzabile” spiega Avvenire: alla luce di questo fatto, Guareschi “non fu affatto quel modello di «apologeta cattolico e tradizionalista» che tanti scritti, proprio lo scorso anno, hanno tentato di accreditare”.
Le decine di migliaia di visitatori della mostra dedicata a Guareschi al Meeting di Rimini dell’anno scorso sono avvertiti. Ora, ci piacerebbe sapere in quale modo la scoperta di questo peccato commesso in gioventù (il reo aveva all’epoca 25 anni), sia in grado di modificare il giudizio sulla “poetica” e sull’uomo Guareschi. Curioso doppiopesismo di certi intellettuali cattolici: pronti a chiudere un occhio – e anche tutti e due – sulla vita di autori incensati oltre il lecito; ma poi impietosamente inflessibili di fronte al povero Giovannino “ragazzo padre”. Pier Paolo Pasolini o Giovanni Testori osannati, a prescindere da alcuni aspetti collaterali. Nessuna pietà invece per Guareschi, che stava dalla parte di Pio XII e della Messa di San Pio V, si autodefiniva reazionario, tifava per la Chiesa del silenzio contro la Ostpolitik. Ma – imperdonabile - aveva avuto un figlio irregolare. Intendiamoci: non è che il fatto sia di poco conto. Ce lo spiegherebbe lo stesso Guareschi, che era cresciuto mandando a memoria il Catechismo di San Pio X, e non quello Olandese o qualche manuale di Karl Rahner.  Quello stesso Guareschi cattolico, reazionario e amante della tradizione che il 22 gennaio del 1944 scriveva dal lager alla moglie Ennia: “Abbiate fede come ne ho io. Non illudetevi mio ritorno prossimo. Ci rivedremo se Dio lo vorrà soltanto alla fine della guerra. Penso ai miei bambini e a tutti voi sempre e questo mi dà la forza di resistere a ogni cosa. Se Dio vorrà che ci rivediamo, sia ringraziata la Provvidenza. Se non lo vorrà sia ugualmente ringraziata”.

Fonte: 19 aprile 2009

3 - LA ZAPPA SUI PIEDI
Risposta al rabbino che ha criticato il Papa al memoriale dell’olocausto
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: 12 maggio 2009

Egregio Rabbino Lau,
il mio nome non Le dirà probabilmente nulla, ma una semplice ricerca in Internet La persuaderà che chi Le scrive non è un nemico d’Israele. Al contrario, è uno studioso del pluralismo religioso che non si è mai tirato indietro quando si è tentato di condannare il terrorismo ultra-fondamentalista islamico, in particolare quello di Hamas, di sostenere il diritto del Suo Paese alla sicurezza (il che non significa, evidentemente, condividere ogni e qualunque scelta dei governi che si succedono in Israele) e di denunciare ogni forma di antisemitismo.
Come ex-rabbino capo askenazita di Israele, rabbino capo di Tel Aviv e presidente del consiglio di amministrazione dello Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto, le Sue parole sulla visita del Papa, dell’11 maggio, allo stesso Memoriale hanno un particolare significato, che la stampa del Suo Paese ha sottolineato.
Al discorso del Papa, che la stragrande maggioranza dei cattolici – e non solo dei cattolici – ha trovato non solo rigoroso ma commovente, Lei ha rivolto sostanzialmente tre obiezioni. Il Papa non ha bisogno di essere difeso: lo scopo di questa lettera è dunque solo quello di farLe notare come ciascuna delle obiezioni è non solo poco fondata, ma anche ultimamente nociva alle cause che Lei si propone di difendere.
Anzitutto, Lei ha affermato che nel discorso di Benedetto XVI allo Yad Vashem “manca qualcosa”, perché il Papa tedesco “non ha mai citato i tedeschi o i nazisti responsabili di quella carneficina, né ha espresso rincrescimento per loro”. Lei, Rabbino Lau, non è cattolico ma sa certamente che la persona che ha visitato lo Yad Vashem non lo ha fatto in qualità di tedesco ma di Papa della Chiesa universale, e proprio questo rende la visita e l’omaggio così significativi. Decine di esponenti politici e culturali tedeschi hanno visitato lo Yad Vashem negli anni e si sono profusi in “espressioni di rincrescimento” ma, giustamente, nessuna delle loro visite ha avuto l’eco mondiale di quella di Benedetto XVI: non perché il Papa sia un intellettuale tedesco più autorevole di altri che lo hanno preceduto, ma perché il Papa è il Papa.
D’altro canto, la Sua critica è in diretto contrasto con la linea storiografica dello Yad Vashem, la quale insiste sul fatto che non si può attribuire la responsabilità dell’Olocausto ai soli tedeschi o ai soli nazisti, perché si tratta in realtà del frutto avvelenato e finale di tutta la storia dell’antisemitismo. Su alcuni dettagli di questa storia può darsi che io e Lei non siamo d’accordo, ma – prescindendo da queste eventuali divergenze – se Benedetto XVI avesse puntato l’indice sul solo nazional-socialismo tedesco non lo si sarebbe forse accusato di volere scaricare tutte le colpe su un solo Paese e su una sola fase della triste storia dell’antisemitismo, ignorandone le fasi precedenti, che non sono solo tedesche? La posizione del Papa che condanna l’antisemitismo come un peccato che scaturisce dal cuore dell’uomo – di tutti gli uomini, non solo dei tedeschi – non corrisponde allora alla più profonda ragion d’essere della Sua stessa istituzione?
In secondo luogo, Lei avrebbe atteso e gradito delle “scuse” per il silenzio di Papa Pio XII durante la Seconda guerra mondiale. Non risolveremo qui una controversia storiografica che si trascina da decenni. Tuttavia il Papa Le ha già risposto. Lo ha fatto nel Discorso ai partecipanti al Congresso su “L’eredità del Magistero di Pio XII e il Concilio Vaticano II”, dell’8 novembre 2008. In quell’occasione, Benedetto XVI ha ricordato che Pio XII dispiegò durante la Seconda Guerra Mondiale una “intensa opera di carità che promosse in difesa dei perseguitati, senza alcuna distinzione di religione, di etnia, di nazionalità, di appartenenza politica” (ibid.). “E come dimenticare il radiomessaggio natalizio del dicembre 1942? Con voce rotta dalla commozione deplorò la situazione delle ‘centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento’ (AAS, XXXV, 1943, p. 23), con un chiaro riferimento alla deportazione e allo sterminio perpetrato contro gli ebrei. Agì spesso in modo segreto e silenzioso proprio perché, alla luce delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, egli intuiva che solo in questo modo si poteva evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei. Per questi suoi interventi, numerosi e unanimi attestati di gratitudine furono a lui rivolti alla fine della guerra, come pure al momento della morte, dalle più alte autorità del mondo ebraico, come ad esempio, dal Ministro degli Esteri d’Israele Golda Meir [1898-1978], che così scrisse: ‘Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime’, concludendo con commozione: ‘Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace’” (ibid.).
La citazione di Golda Meir, che Lei ben conosce, è significativa per un aspetto che mi permetto di farLe rilevare. Fino al Vaticano II a nessun rappresentante significativo del mondo ebraico sarebbe venuto in mente di criticare Pio XII. Al contrario, le figure più eminenti della comunità ebraica israeliana e internazionale lodavano e ringraziavano il Pontefice. Che cosa cambia con il Vaticano II? Lo sappiamo. Nel 1963 in Germania un grande lancio propagandistico e di stampa accompagna la prima del dramma di Rolf Hochhuth Il Vicario, che accusa Pio XII di complicità con Hitler. I documenti emersi dagli archivi sovietici e la testimonianza del generale Ion Mihai Pacepa, già responsabile dei servizi segreti della Romania comunista e personalmente coinvolto nell’operazione, oggi ci permettono di concludere senza possibilità di ulteriori dubbi che il dramma di Hochhuth fu commissionato all’autore tedesco dal KGB, in persona del generale Ivan Ivanovich Agayants (1911-1968), responsabile del dipartimento D (Disinformazione) del controspionaggio sovietico. Agayants collaborò personalmente alla redazione del testo firmato da Hochhuth, il quale era – ed è – tanto poco amico del Suo popolo da essersi reso noto nel 2005 come sostenitore e pubblico difensore delle tesi negazioniste dell’autore britannico David Irving. Lo scopo del KGB era quello di screditare il magistero anticomunista di Pio XII, considerato l’epitome delle posizioni anti-sovietiche e filo-americane nella Guerra Fredda.
Avviata dal KGB, l’azione contro Pio XII è stata ripresa da cattolici o ex-cattolici (ex-seminaristi come John Cornwell e Garry Wills, o ex-preti come James Carroll), i quali intendono attaccare Pio XII e mettere in imbarazzo la Chiesa non più sulla questione del comunismo ma su altre che riguardano gli anticoncezionali, l’aborto o gli omosessuali (tutti temi su cui il magistero di Pio XII ha preparato quello successivo). Tutto questo è documentato da un buon numero di storici, ma credo Le siano particolarmente familiari gli scritti del Suo collega rabbino, e storico, David Dalin. Sulla scia del rabbino Dalin vorrei invitarLa a riflettere su un paradosso: gli uomini di cultura e i politici israeliani che intervengono oggi su Pio XII sono vittime più o meno consapevoli di manovre che li hanno abilmente attirati prima in una trappola montata dal KGB, poi in una controversia intra-cattolica dove i progressisti attaccano i Papi per ragioni che non hanno niente a che fare con l’antisemitismo. Al contrario: i comunisti sovietici prima e i progressisti cattolici oggi sono stati e sono spesso in prima fila quando si tratta di attaccare Israele e sventolare bandiere della Palestina o di Hamas. Davvero per Lei vale la pena di marciare con – anzi, alla sequela di – questo genere di compagnia?
Terza critica, emersa dai media israeliani. Il Papa, se pure proprio non avesse voluto scusarsi per Pio XII, avrebbe dovuto farlo per “il più terribile errore del suo pontificato”, la remissione della scomunica a quattro vescovi della Fraternità San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), uno dei quali – monsignor Richard Williamson – aveva espresso simpatia per le tesi negazioniste sull’Olocausto. Dopo il caso Williamson la condanna del negazionismo – di cui Lei, Rabbino Lau, conosce peraltro molto bene le origini, che non nascono certo dal mondo cattolico – da parte del Papa e della Santa Sede è risuonata alta e forte, da ultimo proprio allo Yad Vashem. Ma vorrei invitarLa a riflettere sul fatto che, così come per Pio XII, anche in questo caso personalità del mondo ebraico o israeliano rischiano di farsi arruolare, magari inconsapevolmente, in guerre intra-cattoliche del tutto estranee alla questione dell’Olocausto. I cattolici hanno bene inteso che ai progressisti che si sono scagliati contro il Papa dopo la remissione delle scomuniche non potrebbe importare meno del negazionismo. Nessuno di questi progressisti sapeva – primo dello scoop di una coppia di giornaliste francesi, militanti anticattoliche particolarmente accese – che monsignor Williamson avesse espresso idee negazioniste. Ancora, il mondo progressista che si è scagliato contro il Papa è spesso lo stesso che s’incontra ai cortei contro Israele.
Che cosa volevano, dunque, costoro? Che non si mettesse in discussione un’interpretazione del Concilio Vaticano II sulla base dei canoni della teologia e della mentalità progressiste. Insieme ad altri gesti, l’avvio di un dialogo – peraltro difficile – con la Fraternità San Pio X attraverso la remissione delle scomuniche era un segno che lo smantellamento di quella interpretazione del Concilio era in corso. Questo smantellamento avrebbe anche reso più difficile il dissenso intra-cattolico rispetto al Magistero del Papa su temi come l’eutanasia o il matrimonio degli omosessuali. La posta in gioco è dunque, anche qui, tutt’altra rispetto all’Olocausto e coinvolge questioni – appunto in tema di eutanasia e matrimonio omosessuale – su cui, salvo errore, le Sue posizioni sono molto più vicine a quelle del Papa che non a quelle dei detrattori di Benedetto XVI.
La domanda, dunque, anche a proposito della remissione delle scomuniche è perché Ella voglia farsi arruolare in una guerra contro il Papa promossa per obiettivi che Lei non condivide da persone che in gran parte non hanno particolare simpatia per la Sua causa né per il Suo Paese.
L’occasione costituita dalla visita del Papa in Israele in genere, e allo Yad Vashem in particolare, per superare antichi equivoci è storica. Contribuisca a non sprecarla. Cerchi di discernere con equità Lei studioso la voce della ragione, Lei rabbino la voce del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe che certamente ancora parla ai credenti disponibili ad ascoltarla. Lo ha detto il Papa a Gerusalemme: “Ciascuno di noi qui presenti sa, pure, comunque che la voce di Dio viene udita oggi meno chiaramente, e la ragione stessa in così numerose situazioni è divenuta sorda al divino. E, però, quel “vuoto” non è vuoto di silenzio. Al contrario, è il chiasso di pretese egoistiche, di vuote promesse e di false speranze, che così spesso invadono lo spazio stesso nel quale Dio ci cerca. Possiamo noi allora creare spazi, oasi di pace e di riflessione profonda, in cui si possa nuovamente udire la voce di Dio, in cui la sua verità può essere scoperta all’interno dell’universalità della ragione, in cui ogni individuo, senza distinzione di luogo dove abita, o di gruppo etnico, o di tinta politica, o di credenza religiosa, può essere rispettato come persona, come un essere umano, un proprio simile?”. Ci aiuti a sperare che la risposta possa essere sì.

Fonte: 12 maggio 2009

4 - CLAMOROSO: SI RISVEGLIA DAL COMA IRREVERSIBILE APPENA PRIMA CHE I MEDICI LE STACCHINO LA SPINA

Fonte 28 febbraio 2009

 Credevano che fosse entrata in coma irreversibi­le, che non ci fosse più niente da fare. Ma si sbagliavano. Lori Smith, un’americana di 38 anni originaria dell’Ohio, era finita in questo stato subito dopo aver partorito il 31 dicembre scorso.
  Dai medici era arrivato un giudizio che pesava come una condanna senza appello: coma irreversibile. Ma incredibilmente ieri la Smith è tornata a casa dall’ospedale e ha potuto finalmente abbracciare la sua terzogenita, Delilah Grace.
  Incredibile la dinamica che ha portato i sanitari, ma prima ancora i suoi familiari, a rendersi conto che la situazione della paziente era tutt’altro che compromessa. Nel darle l’ultimo saluto, i figli più grandi le avevano chiesto di sbattere le palpebre, quasi a dimostrare che li amasse ancora. Una prova d’amore che si è trasformata in un preziosissimo segnale di vita per chi da giorni verificava le sue condizioni, senza immaginare le possibilità di un recupero: all’improvviso, infatti, gli occhi della donna si sono miracolosamente mossi, dando così inizio alla sua lenta ripresa.
  Lori Smith era rimasta in coma per due settimane fino a quando, lo scorso 14 gennaio, i familiari avevano deciso di far staccare la spina alle macchine che la tenevano in vita, perché i medici l’avevano dichiarata senza speranza. Proprio quella prova di vita ha rappresentato il momento di svolta: da lì è iniziata la progressiva ripresa della donna americana che ieri ha potuto riabbracciare tutti i suoi cari dopo una lunga convalescenza.

Fonte: 28 febbraio 2009

5 - ECCO PERCHE' HO RIFIUTATO IL PREMIO DELL’UNIVERSITA’ CATTOLICA DI NOTRE DAME

Autore: Mary Ann Glendon - Fonte: 04 Maggio 2009

Come avevamo già comunicato, l’Università cattolica di Notre Dame nello stato dell’Indiana (USA) ha deciso di invitare a tenere il discorso nella giornata delle lauree al Presidente Barak Obama. Date le posizioni abortiste del presidente, molti cattolici avevano criticato l’iniziativa e iniziato a raccogliere firme di protesta. Nella stessa giornata del prossimo 17 maggio, nella medesima occasione della festa per le lauree, sarebbe stata premiata con la prestigiosa Laetere Medal dell’Università di Notre Dame, l’insigne giurista Mary Ann Glendon, già capo delegazione della Santa Sede alla Conferenza Onu di Pechino sulla donna nel 1995, già Presidente della Pontificia Accademia per le Scienze Sociali, Membro di numerosi organismi della Santa Sede ed ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede nella precedente amministrazione americana. La dottoressa Glendon però ha deciso di rifiutare l’onorificienza e di non partecipare alla cerimonia. In questa lettera, da essa stessa consegnata alla stampa, emergono i motivi seri e profondi della decisione. Pur nella sua brevità, questa lettera tocca importanti temi della presenza pubblica dei cattolici.
 LETTERA DI MARY ANN GLENDON DI RIFIUTO DELLA LAETERE MEDAL DELL’UNIVERSITÀ DI NOTRE DAME
 Caro Fratel Jenkins,
Quando lei mi aveva informata, nel dicembre 2008, che ero stata scelta per ricevere la Notre Dame’s Laetare Medal, sono rimasta profondamente commossa. Conservo ancora la memoria di aver ricevuto una laurea onoraria da parte della Università di Notre Dame nel 1996, e mi sono sempre sentita onorata del fatto che il discorso da me tenuto in quella occasione sia stato inserito nella antologia dei più memorabili discorsi tenuti alla Notre Dame in simili occasioni. Così ho immediatamente cominciato a lavorare al mio discorso, che speravo potesse essere degno dell’occasione, dell’onore della medaglia, dei vostri studenti e della vostra facoltà.
Il mese scorso, quando lei mi ha chiamato per comunicarmi che il discorso alla cerimonia sarebbe stato tenuto dal Presidente Obama, io le ho accennato che avrei dovuto riscrivere il mio discorso. Durante le successive settimane, il compito che una volta sembrava così piacevole si è fatto complicato a causa di diversi fattori.
Primo, in quanto consultore da lungo tempo della Conferenza episcopale degli Stati Uniti,  non ho potuto non rimanere sorpresa dalla notizia che la Università di Notre Dame aveva deciso di premiare anche il presidente con una laurea ad honorem. Ciò, come lei sa, è in contrasto con l’espressa richiesta dei vescovi del 2004 che le istituzioni cattoliche “non onorino chi opera in modo difforme dai nostri principi morali fondamentali” e che a queste persone “non siano dati premi, onorificenze o tribune che possano significare sostegno alle loro azioni.” Questa richiesta, che in nessun modo vuole controllare o interferire con la libertà di una istituzione di invitare chiunque per un serio dibattito, mi sembra così ragionevole che non riesco a capire perché una Università cattolica non dovrebbe rispettarla.
Poi ho imparato che alcune precisazioni della Notre Dame in risposta alle diffuse critiche sulla sua decisione comprendevano due dichiarazioni che parlavano del mio discorso come elemento che in qualche modo avrebbe bilanciato l’evento: “Il Presidente Obama terrà il discorso. Mary Ann Glendon, ex ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede, parlerà in quanto premiata con la Laetare Medal.”; “Riteniamo che avere il Presidente a Notre Dame per conoscere i nostri laureati, incontrare I nostri leaders e ascoltare un discorso di Mary Ann Glendon sia  una cosa buona per il presidente e per le ragioni che ci stanno a cuore.”
Una cerimonia di questo tipo, comunque, si suppone sia un giorno di gioia per i laureati e le loro famiglie. Non è quindi l’occasione adatta, né un breve discorso di accettazione lo strumento più consono, per affrontare problemi veramente gravi derivanti dalla decisione di Notre Dame – in dispregio della posizione stabilita dai vescovi – di onorare un importante e intransigente oppositore alle posizioni della Chiesa su questioni riguardanti principi fondamentali di giustizia.
Infine, date le recenti notizie che anche altre scuole cattoliche stanno decidendo di non rispettare le linee guida dei vescovi, sono preoccupata che l’esempio di Notre Dame possa avere un infelice effetto a catena.
Per tutto questo è con grande dispiacere che ho deciso di non accettare la Laetare Medal e di non partecipare alla cerimonia di laurea del 17 maggio.
Per evitare possibili speculazioni circa le ragioni della mia decisione, trasmetterò questa lettera alla stampa, ma non ho intenzione di fare altri commenti su questo argomento.
Yours Very Truly,
Mary Ann Glendon
(traduzione dall’inglese di Benedetta Cortese)

Fonte: 04 Maggio 2009

6 - LA SHARIA È ARRIVATA ANCHE DA NOI
L'Inghilterra apre al codice religioso islamico e in Italia...
Autore: Magdi Cristiano Allam - Fonte: 28 aprile 2009

Che l’Occidente odi se stesso è dimostrato principalmente dalla sua sottomissione agli islamici. Nel luglio 2008 Lord Nicholas Addison Phillips, Lord Chief Justice, capo del sistema giudiziario di Inghilterra e Galles, quindi la figura giuridica più importante della Gran Bretagna, ha sostanzialmente legittimato la sharia, sostenendo che «non c’è alcuna ragione per cui i principi della sharia o di qualunque altro codice religioso non debbano fornire le basi per una mediazione o per altre forme di composizione delle dispute». A suo avviso, la legge islamica potrebbe essere usata per risolvere dispute e liti familiari. Si tratta di fatto di un ulteriore passo in avanti del sistema ideologico del multiculturalismo verso l’accreditamento di un doppio o multiplo binario giuridico per coloro che condividono lo stesso spazio fisico, con una legge per gli autoctoni e la sharia per i musulmani, proprio perché si considerano appartenenti a identità collettive differenziate se non conflittuali.
In precedenza l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, il primate della Chiesa anglicana, si era espresso a favore dell’adozione della sharia nel codice britannico. E, sempre sulla scia dell’islamicamente corretto, il governo laburista di Gordon Brown ha di fatto riconosciuto la poligamia accordando gli assegni familiari alle mogli poligame. Ecco come la Gran Bretagna, massima espressione del multiculturalismo, del relativismo etico e dell’islamicamente corretto, si sta sottomettendo sempre più all’arbitrio del terrorismo dei taglialingua islamici, illudendosi che così facendo riuscirà a salvare la pelle dal terrorismo dei tagliagola, che ormai è un prodotto autoctono e i cui attori sono cittadini britannici.
Ed è del tutto singolare e contraddittorio che Lord Phillips specifichi che l’applicazione della sharia in Gran Bretagna non dovrà contrastare la legge britannica, aggiungendo che «chi vive qui è soggetto alla giurisdizione dei tribunali britannici». Qualcuno gli dovrebbe ricordare che il Common Law e la sharia sono semplicemente incompatibili, perché lo Stato di diritto europeo, che si fonda sulla fede e la cultura giudaico-cristiana, ha posto al centro della sua concezione giuridica il principio dell’inviolabilità della persona, mentre per la sharia la persona non ha diritti autonomi ed è invece sottomessa ad Allah, alla società, alla tribù e alla famiglia. Così come deve essersi scordato che i tribunali islamici esistono in Gran Bretagna sin dal 1982 ed emettono sentenze sulla base della sharia su questioni attinenti al diritto della famiglia e alle dispute patrimoniali.
La posizione di Lord Phillips è stata sostanzialmente avallata dal portavoce del ministero della Giustizia, che ha dichiarato: «La legge inglese, che è basata sulla condivisione dei valori di uguaglianza, ha la precedenza su ogni altro sistema legale. Il governo non ha intenzione di cambiare la sua posizione anche se è disposto a considerare la legge islamica in casi di diritto civile come questioni di eredità e conflitti domestici». Un gioco di parole che si traduce di fatto nel sì alla sharia in seno alla legge britannica.Ma anche nel nostro paese stiamo andando in questa direzione. In diversi casi i tribunali italiani hanno di fatto accettato di accondiscendere alle regole della legge islamica. Una sentenza del tribunale di Bologna (decreto del 13 marzo 2003, giudice Arceri) ha riconosciuto indirettamente la validità della poligamia in Italia per i musulmani che hanno contratto matrimoni nei loro paesi d’origine, «essendo irrilevante il comportamento tenuto all’estero dallo straniero la cui legge nazionale riconosce la possibilità di contrarre più matrimoni». Nell’ottobre 2008 la Corte d’appello di Cagliari ha riconosciuto di fatto la validità del divorzio islamico, accogliendo la richiesta di un cittadino egiziano di convalida del ripudio nei riguardi della moglie avvenuto in Egitto. La Corte d’appello ha riconosciuto «efficace nell’ordinamento italiano il provvedimento di divorzio, ordinando la trascrizione del provvedimento egiziano nel Registro di Stato civile del Comune di Cagliari». In realtà si tratta del cosiddetto talaq, vale a dire il «ripudio» che l’uomo compie verso la donna pronunciando tre volte la formula rituale «talaq» (io ti ripudio) e consegnandole un attestato di ripudio.

Fonte: 28 aprile 2009

7 - KATYN: UN FILM DA NON PERDERE (1° PARTE)
''Venne così annientata la futura classe dirigente della Polonia'' Giampaolo Pansa
Autore: Stefano Lorenzetto - Fonte: Il Giornale, 27 aprile 2009

Mario Mazzarotto, distributore dell'opera di Wajda candidata all'Oscar che Berlusconi ha consigliato ai leader della nato. Il film sul massacro voluto da Stalin escluso dalla Mostra di Venezia, proiettato soltanto in 7 sale su 4mila. "Ho scritto a Franceschini, segretario del Pd: non mi ha neppure risposto".
Dal diario, anzi dal bestiario, di un onesto giornalista di sinistra: «Finalmente sono riuscito a vedere Katyn. È il film di Andrzej Wajda sul massacro degli ufficiali polacchi, compiuto dai sovietici nella primavera 1940. Vennero uccisi uno per uno, con il colpo di rivoltella alla nuca. Ancora oggi non si conosce con certezza il numero degli assassinati, si va dai 4.000 ai 22.000. Molti erano civili chiamati alle armi. Venne così annientata la futura classe dirigente della Polonia. L’opera di Wajda è bellissima e straziante». Beato Giampaolo Pansa (Il Riformista).
E beati i critici cinematografici che hanno avuto il suo stesso privilegio. Tullio Kezich (Corriere della Sera): «In un Paese che insiste a dirsi civile, questo sarebbe un film da vedere in piedi». Fabio Ferzetti (Il Messaggero): «Una lezione di storia». Natalino Bruzzone (Il Secolo XIX): «Un’opera solenne, ieratica, toccante e austera».
Qualcosa non quadra. A due mesi dall’uscita, Katyn può vantare la circolazione di un samizdat. Su 107 capoluoghi di provincia, in questo fine settimana lo proiettano solo a Milano, Rimini e Napoli. Per vederlo altrove, bisogna rivolgersi ai cinema parrocchiali Don Fiorentini di Imola e Lanzi di Corridonia o al Capitol di Fiorenzuola d’Arda, circuito d’essai. In totale 7 cinema sui 4.000 sparsi in Italia. Lo 0,18 per cento delle sale.
Ma anche fra i giornalisti non tutti hanno avuto la fortuna di Pansa. Un esempio di cui ho conoscenza diretta: l’altro ieri ho dovuto percorrere 1.100 chilometri in auto fra andata e ritorno, arrivare sino a Pescara e cercare il più fantomatico indirizzo in cui mi sia mai imbattuto da quando perlustro il Belpaese: piazza 19 Da Denominare. Qualcosa che mi ha ricordato il limbo dei giusti scaraventati nelle fosse di Katyn, ma anche il tormento di una regione che deve provare a risollevarsi dal terremoto guidata da burocrati provvisti di una simile fantasia toponomastica. Qui in Abruzzo, nella sede della Gm produzioni, ho incontrato Mario Mazzarotto, l’uomo che ha portato Katyn in Italia. Nel Dvd che mi ha messo gentilmente a disposizione neppure la dicitura «Not for commercial use», in sovrimpressione dall’inizio alla fine, riesce a scalfire la potenza drammatica delle scene, tanto opprimente quanto priva di retorica. Alla fine restano solo i bottoni delle uniformi. Quelli cantati dal poeta Zbigniew Herbert, i «bottoni irriducibili testimoni del crimine»: «Hanno vinto la morte, risalgono dal fondo in superficie, unico monumento sulla loro tomba». Stanno lì a ricordare che «Dio terrà i conti».
Tutti incensano l’ottantatreenne Wajda, premio Oscar e Orso d’oro alla carriera, regista di capolavori come I dannati di Varsavia, Cenere e diamanti, L’uomo di marmo e L’uomo di ferro, premiato a Cannes nel 1981. Tutti parlano di Katyn, candidato all’Oscar 2008 come miglior film straniero e dedicato dal regista alla memoria del padre Jakub, capitano del 72° reggimento di fanteria trucidato nel villaggio russo sul fiume Dnepr. Tutti gli addetti ai lavori lo reputano un film struggente. Ma agli italiani è vietato vederlo. Appena in 20.000, a tutt’oggi, ci sono riusciti. Persino il presidente del Consiglio è stato costretto a procurarsene una copia di cortesia e a guardarselo privatamente di notte, in una camera d’albergo, mentre partecipava al vertice della Nato a Strasburgo. Il giorno dopo ne ha raccomandato la visione a tutti i leader dell’Alleanza atlantica e subito il premier britannico Gordon Brown ha seguito il suo consiglio.
Sì, qualcosa non quadra. Proiezioni carbonare nei cinema parrocchiali. Spettatori che si mettono pazientemente in fila davanti al botteghino e vengono rimandati a casa per esaurimento dei posti. Due centimetri di rassegna stampa, 137 pagine raccolte in poche settimane da Press index, dove le parole più ricorrenti nei titoli sono «boicottato», «nascosto», «segreto». Quando il produttore cinematografico Mazzarotto, amministratore unico della Movimento Film che s’è assicurata i diritti di distribuzione di Katyn, ha scelto come sottotitolo per l’edizione italiana Il mistero di un crimine mai raccontato, tutto avrebbe immaginato tranne che di vederselo correggere da una censura invisibile e ferrigna. Adesso tanto varrebbe modificarlo: Il mistero di un crimine che non deve essere raccontato.
La storia si ripete. Per mezzo secolo l’Unione Sovietica attribuì ai nazisti l’eccidio di Katyn. Data l’esperienza di Adolf Hitler nel ramo, il mondo intero non coltivò molti dubbi in proposito. Si dovette aspettare la glasnost, la trasparenza introdotta da Michail Gorbaciov nel 1990, per conoscere la verità già affiorata al processo di Norimberga ma sempre negata dalla macchina propagandistica bolscevica: la strage dei 22.000 ufficiali polacchi era stata ordinata da Stalin.

Fonte: Il Giornale, 27 aprile 2009

8 - KATYN: INTERVISTA AL DISTRIBUTORE ITALIANO DEL FILM (2° PARTE)
''Vi svelo perché in Italia mi impediscono di farvi vedere il mio film''
Autore: Stefano Lorenzetto - Fonte: Il Giornale, 27 aprile 2009

Per averci voluto ricordare sullo schermo la verità su Katyn, Mazzarotto ha già perso finora 150.000 euro, che per una casa di distribuzione piccola e indipendente sono una seria ipoteca. Negli Anni 50 non andò meglio al professor Vincenzo Maria Palmieri, direttore dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Napoli, uno dei 12 anatomopatologi che su mandato della Croce rossa internazionale esaminarono i cadaveri degli ufficiali polacchi dissepolti a Katyn nell’aprile 1943. A causa del suo referto inconfutabile - «il crimine fu commesso dai sovietici» - Palmieri venne fatto oggetto di un feroce linciaggio morale a opera dell’Unità diretta dall’ex partigiano Mario Alicata, deputato del Pci. Il braccio destro di Palmiro Togliatti arrivò a pretendere che il docente fosse privato della cattedra. Per cui oggi si stenta a credere che lo stesso giornale, lo scorso 13 febbraio, abbia potuto salutare l’uscita di Katyn sugli schermi con queste parole: «Vederlo, per chi si è riconosciuto nella storia del comunismo, è compiere un atto di giustizia». Pudicamente precedute da un’evasiva annotazione: «Molti lettori dell’Unità sanno bene di cosa stiamo parlando». Già.
Ha avuto solo rogne da questo film.
«No, anche un’emozione indescrivibile. È stato quando ho portato i rulli originali alla Award network per farli doppiare. Nel buio della sala di Cinecittà ho sentito Anna, Andrzej, Jerzy, Róza, Piotr, Agnieszka e tutti gli altri personaggi parlare per la prima volta in italiano. Ecco, hanno preso vita grazie a te, mi sono detto».
Da quanti anni fa il produttore?
«Da 15, con la Intelfilm. Il distributore solo da un paio, con la Movimento Film».
È ricco di famiglia?
«Magari. I Carlo Ponti e i Dino De Laurentiis sono scomparsi da un bel pezzo. Oggi il produttore è solo un normale professionista che riesce a mettere insieme finanziamenti privati e statali per realizzare un film. Io mi dedico in particolare al cinema di qualità».
Allora sarà figlio d’arte.
«Neppure. Sono nato nel 1965 a Treviso e ho vissuto a Venezia, Napoli e Roma, le città dove ha lavorato mio padre, funzionario della Bnl. Nella capitale ho frequentato il liceo classico Visconti e l’Accademia nazionale di arte drammatica Silvio D’Amico».
Nel 1986 recitava come attore in «Una domenica sì» con Elena Sofia Ricci e Nik Novecento. E vent’anni fa in «Tempo di uccidere» di Giuliano Montaldo. Poi ha deciso di passare dietro la macchina da presa. Perché?
«Perché non ero bravo. Me la sono sempre cavata meglio come organizzatore. Ho cominciato negli Anni 90 con un programma per Raitre. S’intitolava Ultimo minuto. Brevi filmati che ricostruivano casi veri, salvataggi d’emergenza, girati da Gabriele Muccino, che poi sarebbe diventato regista di successo. Ho lavorato anche per Format di Giovanni Minoli, da cui è venuta fuori Milena Gabanelli».
Insomma, non è un destrorso. E del resto la sua Intelfilm ha lavorato con i compagni Citto Maselli, Lina Wertmüller, Paolo Virzì, Daniele Vicari.
«Mi considero un moderato attento a far parlare le teste e non le ideologie».
Chiariamo subito: «Katyn» non va nei cinema perché è un film privo di appeal commerciale per il grande pubblico o perché lo stanno boicottando?
«Se il Corriere, pubblicato a Milano, scrive che questo è un film da vedere sull’attenti, ma i lettori non trovano un solo cinema di Milano dove lo si proietti, io dico che siamo di fronte a una censura culturale in piena regola. Questo è stato il piazzamento, come diciamo in gergo, nella prima settimana di Katyn. Appena 8 sale in tutta Italia, fra Roma, Torino, Firenze, Genova, Pesaro e Molfetta. Non riesco a farlo dare neppure nella mia città d’origine, Treviso: solo al cinema Manzoni di Paese, dal 21 aprile. E l’aspetto più surreale della vicenda è che sono sommerso da mail, lettere e telefonate d’ingiurie da parte di cittadini che mi definiscono comunista, fazioso, disonesto, incapace. Pensano che il censore sia io!».
Com’è potuto accadere?
«A decretare il successo di un film è il debutto nelle 12 città capozona: Roma, Milano, Torino, Genova, Padova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Catania, Cagliari, Ancona. I due terzi di esse a Katyn sono state precluse. Non solo: devi arrivare nelle sale più importanti, appena un centinaio su 4.000. Prenda Roma: sono Quattro Fontane, Mignon, Eden, Intrastevere e Fiamma. Ma a noi hanno aperto le porte unicamente Farnese, Madison e Nuovo Aquila. A Milano c’è voluto l’intervento di un’organizzazione culturale, Sentieri del cinema, per farci arrivare dal 3 aprile al Palestrina, una sala parrocchiale. Soltanto da questo week-end siamo anche al Centrale».
E come si conquistano le sale importanti?
«Bisogna entrare nelle grazie di Circuito Cinema, una società che raggruppa i vari proprietari e fa capo alle case di produzione e distribuzione Medusa, Lucky Red, Mikado, 01, Bim e all’Istituto Luce».
Lei non c’è entrato.
«Avevo parlato con Circuito Cinema. Non sono mica pazzo. Mi era stata promessa visibilità per Katyn. Ma all’ultimo momento si sono tirati indietro, accampando mille scuse: “Non è il momento, troppi film...”».
Doveva farsi consigliare da Pansa: «La sinistra non vuole la verità su quanto è avvenuto sino al 1948. Non la vuole perché la “sua” verità, gonfia di menzogne, l’ha già imposta in tutte le sedi: la cultura, la ricerca storica, i testi scolastici, il cinema».
«È un film scomodo, c’è poco da fare. Di fronte al quale la sinistra è rimasta in rigoroso silenzio. Ho scritto al segretario del Pd, Dario Franceschini. Non mi ha neppure risposto. Io stesso, prima d’incontrare Wajda, non sapevo nulla di questa carneficina. Non me ne avevano certo parlato a scuola. In vista della prima romana del film, ho organizzato un viaggio in Polonia per un gruppo di giornalisti, giovani e meno giovani, e la vuol sapere una cosa? Metà di loro, forse di più, non aveva mai sentito parlare di questa località e di ciò che vi era accaduto. Così, al momento di scegliere il titolo italiano per il film, mi sono chiesto: ma i miei connazionali sapranno che cos’è Katyn, non lo scambieranno per un nome di donna o per la traduzione slava di catino? Alla fine ho deciso che era giusto tenere il titolo originale. E oggi posso almeno attribuirmi questo piccolo merito: la gente sa che cos’è Katyn anche senza aver visto il film».
È del 2007. Due anni per arrivare sugli schermi.
«Se non fossi andato io a Varsavia, in Italia non sarebbe mai giunto. Non sto a raccontarle le difficoltà con la Tv di Stato polacca, che detiene i diritti per la distribuzione all’estero. Un funzionario è stato persino rimosso durante le trattative. Wajda ha visto personalmente una nota scritta a mano nella quale un alto dirigente ipotizzava il fallimento dell’iniziativa “per ragioni politiche”. Katyn è stato oscurato in tutta Europa, l’anziano regista sa di molti distributori che lo hanno acquistato solo per non farlo vedere».
E in Polonia?
«Ha incassato come nemmeno i film dei Vanzina da noi: 3,6 milioni di spettatori. Wajda mi ha raccontato che cos’è accaduto alla prima a Varsavia. Ci sono questi dieci minuti finali raggelanti. La dignità degli ufficiali polacchi che vanno a morire uno dietro l’altro, le mani legate col fil di ferro, il colpo di grazia con la baionetta per i pochi ancora vivi dopo l’esecuzione, le ruspe che ricoprono di terra le fosse. Non c’è disperazione, non ci sono urla, non c’è nulla di nulla. Solo sangue e un Pater noster recitato sommessamente, interrotto dalla pistolettata alla nuca e subito ripreso dal commilitone che segue. Alla fine del film, nel buio della sala, uno spettatore s’è alzato in piedi a pregare e ha invitato tutti a fare altrettanto. L’orazione collettiva s’è fusa col canto funebre in latino che scorre sullo schermo nero prima dei titoli di coda».
Ha avuto la nomination all’Oscar, è andato al Festival di Berlino, eppure è stato rifiutato alla Mostra di Venezia. In compenso al Lido hanno ammesso «Un Paese diverso» di Silvio Soldini, il documentario pagato dalle Coop. Com’è possibile?
«Dovrebbe chiederlo a Marco Müller, direttore della Biennale Cinema. Parliamoci chiaro: in Italia il cinema è un sistema di appartenenza dominato dalla sinistra».
Vabbè che Berlusconi non si occupa più delle sue aziende, però resta pur sempre il mero proprietario della Medusa. Allora perché «Katyn» è stato lasciato alla Movimento Film?
«La verità è che tutte le case di distribuzione, tutte, avevano visto il film di Wajda, ma si sono ben guardate dal prenderlo. Ora Medusa home video farà il Dvd per il noleggio privato. Sto battendomi perché arrivi nelle videoteche al più presto, prima dell’estate».
Niente televisione?
«Ho ceduto i diritti a Rai Cinema, senza il cui contributo sarei già fallito. Però per contratto non può trasmetterlo prima di due anni dall’uscita».
Ma qualcuno avrà spiegato al Cavaliere che il suo amico Vladimir Putin ne ha proibito la visione in Russia?
«Come scrive lo storico Victor Zaslavsky nel libro Pulizia di classe dedicato all’eccidio, è stato Putin a ordinare l’archiviazione dell’inchiesta su Katyn che aveva ereditato dai predecessori Gorbaciov ed Eltsin».
Fosse ancora vivo il Papa polacco, le sorti di «Katyn» sarebbero state diverse?
«Completamente».
Si aspettava un simile trattamento?
«Mai e poi mai. E continuo a ripetermi che, se l’avessi saputo prima, non avrei certo distribuito il film. Poi però ci rifletto e concludo che no, rifarei tutto ciò che ho fatto. Non perché sia un idealista. Ma per quei 22.000 nelle fosse, senza una lapide, senza un fiore».

Fonte: Il Giornale, 27 aprile 2009

9 - RIVOLTA EUROPEA CONTRO LA FALSA TEORIA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE (GLOBAL WARMING)

Autore: Antonio Gaspari - Fonte: 20 febbraio 2009

Sarà per il freddo e la neve che ha colpito tutto l'emisfero Nord del Pianeta, sarà per la crisi economica e finanziaria, sarà perché l'ideologia ecologista catastrofista sta mostrando tutte le sue contraddizioni, sta di fatto che da più parti d'Europa sta emergendo una vera e propria ribellione contro le politiche dei sostenitori della teoria del global warming.
Come è noto, da oltre un decennio alle Nazioni Unite, all'Unione europea, ma anche nei vari governi, nei mass media, nelle associazioni ambientaliste, ci sono persone convinte che il mondo abbia la febbre. La causa, secondo i sostenitori di questa teoria, è che le attività industriali e lavorative condotte dall'umanità. stiano surriscaldando il pianeta. Per questo motivo con il protocollo di Kyoto hanno tentato di imporre severe politiche di riduzione dei gas serra, in particolare dell'anidride carbonica (CO2). Politiche costose e inefficaci, ma che vengono continuamente riproposte. Dopo anni di accettazione passiva  però, ci sono segnali forti di ribellione proprio in Europa. Già il governo di Silvio Berlusconi aveva fatto da apripista, chiedendo a dicembre di rinegoziare le quote in occasione dell'approvazione del pacchetto clima della Ue. Fu duramente criticato dall'opposizione e dalle associazioni ambientaliste, ma alla luce di quello che sta accadendo, la posizione del governo italiano è risultata in anticipo sui tempi.
A respingere le teorie catastrofiste del global warming e proporre un realismo produttivo ed un ambientalismo favorevole allo sviluppo sono stati il ministro dell'ambiente dell'Irlanda del Nord, ed i governi di Polonia e Repubblica ceca. Sammy Wilson ministro all'Ambiente dell'Irlanda del Nord,  ha respinto la diffusione di una campagna pubblicitaria che sosteneva le teorie catastrofiche del global warming.  Il ministro irlandese ha spiegato di non credere che il fattore antropico sia la causa principale dei processi che determinano il clima. Secondo Sammy Wilson messaggi come quelli che suggeriscono che lo spegnimento di un apparecchio televisivo piuttosto che la messa in stand-by potrebbero salvare il pianeta, sono un evidente «nonsense». Il ministro ha precisato di essere assolutamente favorevole ad una politica di efficienza energetica, ma ha anche chiesto di voler capire meglio il legame che intercorre tra le  emissioni di anidride carbonica e il riscaldamento globale.
Secondo quanto riportato dalla radio polacca il 10 febbraio, la Polonia ha denunciato la Commissione Europea perché la richiesta della riduzione di un terzo (33%) nella produzione di CO2  nei prossimi tre anni interferisce nei programmi di sicurezza energetica ed in quelli di interesse economico della Nazione. La Polonia dipende per il 90% della sua produzione energetica dall'utilizzo del carbone e le politiche di riduzione della CO2 la metterebbero in serie difficoltà. Il Governo polacco, che dibatterà la questione al Tribunale Europeo di Lussemburgo, è sostenuto nella denuncia anche dai governi di Slovacchia, Ungheria e Lituania, mentre la Commissione europea avrà dalla sua parte il governo della Gran Bretagna.
Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca, Paese che ha appena assunto la presidenza di turno dell'Unione Europea, in un articolo pubblicato sul Financial Times del 6 gennaio ha scritto che il governo ceco «non si farà paladino dell'allarmismo sul riscaldamento globale. I cechi sono persuasi che la libertà e la prosperità sono molto più a rischio di quanto non lo sia il clima. Che i livelli attuali di innalzamento delle temperature globali siano straordinari non è provato. La spiegazione dei fattori che contribuiscono al global warming non è né chiara, né persuasiva. Qualsiasi azione mirante a mitigare il mutamento climatico si dimostrerà inutile e, quel che più conta, il genere umano ha dimostrato di essere sufficientemente adattabile ad un clima soggetto a cambiamenti incrementali. In realtà dovremmo volgere la nostra attenzione ad altre, più preoccupanti, questioni».
In Germania, paese che si è molto impegnato per raggiungere le quote di riduzione della CO2, come richiesto dal protocollo di Kyoro e come stabilito dalla Commissione europea, lo Spiegel Online, nella edizione del 10 febbraio, ha rivelato che «nonostante il boom di investimenti e di costruzioni di impianti solari ed eolici in Europa le emissioni di CO2 non sono diminuite di un solo grammo.
La rivolta contro le teorie del global warming si sta estendendo anche in Gran Bretagna. Il Catholic Herald del 6 febbraio ha rivelato che una associazione cattolica ha lanciato un durissimo attacco contro il movimento dei Verdi, descrivendo gli eccessi dell'ambientalisti come una ideologia più perniciosa del comunismo.
Per documentare quanto esagerata sia la teoria del global warming e quanto inaccettabile sia la richiesta di ridurre le nascite e limitare la produzione, la «Catholic Truth Society», un associazione londinese che gode del patrocinio del Vescovo ausiliare Paul Hendricks del Southwark, ha pubblicato un libro con il titolo Global Warming: How Should we Respond? L'autore è Russell Sparkes, un esperto di investimenti etici, il quale illustra come le tattiche politiche dei verdi sono simili a quelle dei marxisti, i quali invocavano il comunismo come unica soluzione per i mali del mondo. I verdi infatti annunciano catastrofi e cataclismi se non vengono adottate le politiche da loro indicate. Sparkes si dice preoccupato perché anche persone contrarie all'ideologia comunista e alcuni vescovi e preti cattolici hanno cominciato a credere alla teoria del global warming. Secondo l'autore britannico «chi sostiene che l'umanità è una specie tra le altre» e chi suggerisce che «l'umanità ha meno diritti degli altri animali a causa dei tanti danni che ha apportato al pianeta» esprime un punto di vista «incompatibile con il pensiero cristiano». Per questo motivo Sparkes è convinto che l'ideologia verde è contraria agli insegnamenti della Chiesa cattolica.

Fonte: 20 febbraio 2009

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