BastaBugie n°84 del 08 maggio 2009

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1 OBAMA HA PAURA DI GESU'! CHUCK NORRIS NO!

Autore: Chuck Norris - Fonte: 7 aprile 2009
2 SE SI TOGLIE IL CRISTIANESIMO, ARRIVA L'ISLAM
L'esempio delle biblioteche in gran Bretagna
Fonte: 25/4/2009
3 EMERGENZA ABRUZZO
Doveroso elogio degli italiani (alla faccia di Santoro)
Autore: 21 Aprile 2009 - Fonte:
4 CONDIZIONI PER RICEVERE LA COMUNIONE
Da utilizzare in occasione di matrimoni, funerali, prime comunioni, Natale, Pasqua, ecc.
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
5 DECIMO ANNIVERSARIO DEL TIMONE
La rivista che mancava, ora c'e'
Autore: Gianpaolo Barra - Fonte: 3 Maggio 2009
6 IL PAPA CANONIZZA L'EROE DEL PORTOGALLO 1
Una data storica
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: 26 aprile 2009
7 IL PAPA CANONIZZA L'EROE DEL PORTOGALLO 2
Nuno alvares pereira
Autore: Plinio Corrêa de Oliveira - Fonte:
8 GIORNATA DELLA TERRA
Obiettivo eliminazione dell'uomo
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: 22-4-2009
9 ERMANNO LO STORPIO ED ELUANA, DUE DIVERSI MODI DI ACCOGLIENZA

Autore: Rino Cammilleri - Fonte: 12 febbraio 2009

1 - OBAMA HA PAURA DI GESU'! CHUCK NORRIS NO!

Autore: Chuck Norris - Fonte: 7 aprile 2009

Alla luce di un recente sondaggio compiuto su base nazionale dal Pew Research Center for the People & the Press, l´11 per cento degli americani ancora crede che il presidente Barack Obama sia musulmano. In  particolare lo crede il 7 per cento dei democratici e il 20 per cento degli evangelici.
Ciò che trovo veramente intrigante è che lo stesso studio mostra che solo il 55 per cento dei democratici sa o crede che Obama è cristiano, anche dopo due anni di una campagna elettorale che ha visto Obama esibire alla luce del Sole i suoi punti di vista e le sue convinzioni su ogni minimo dettaglio.
Di più, circa una persona su tre non ha idea di quali siano le sue convinzioni religiose. È normale una percentuale tanto alta?
Sicuramente il credo religioso appartiene alla sfera privata, ma è  normale che sia un segreto quando si tratta di un leader?
Sebbene queste statistiche dicano qualcosa della neutralità e del rispetto di Obama dinanzi al pluralismo religioso della nostra nazione, evidenziano pure il clima di "correttezza politica" che serpeggia per l´intero paese, nel quale le persone hanno paura di manifestare le proprie convinzioni, temendo accuse di intolleranza o di bigotteria. Siamo diventati una nazione che ha paura di esprimere opinioni. Anche la settimana santa, che un tempo si celebrava nei corridoi del Campidoglio, è ora una commemorazione clandestina piena di sante esitazioni.
I padri fondatori dell´America hanno costruito questa nazione sulla libertà religiosa. Apprezzavano il pluralismo delle denominazioni. Erano uniti nella diversità. Tutti loro credevano in un Dio Creatore  e, con qualche eccezione, non facevano segreto del loro essere  cristiani. Nessuno si sarebbe vergognato di esserlo, specialmente in occasioni come la prossimità della Pasqua.
Io credo in Dio, proprio come i nostri padri fondatori. Come notava Benjamin Franklin nel suo pamphlet scritto nel 1787 indirizzato a quegli europei che stavano pensando di trasferirsi in America: «A ciò va in verità aggiunto che la religione, sotto le sue varie denominazioni, non è solo tollerata, ma rispettata e praticata. L´ateismo è praticamente sconosciuto».
Io credo anche nel Primo Emendamento che recita: «Il Congresso non  promulgherà alcuna legge che non sia rispettosa dei dettami di una religione, o che ne limiti l´esercizio» L´Unione Americana per le Libertà Civili [la famigerata ACLU, di orientamento molto progressista n. d.T.] o altri gruppi di simile orientamento non rispettano i diritti tutelati dal Primo Emendamento; si appellano, tradendone il vero significato, alla “clausola di establishment” (che era stata pensata per evitare l´istituzione di una chiesa nazionale alla stregua della Chiesa d´Inghilterra) per limitare gli effetti della "Clausola di libero esercizio" (che tutela il diritto di pregare nelle modalità preferite da ciascuno, privatamente o pubblicamente).
Entrambe le clausole erano state pensate per la salvaguardia della libertà religiosa, non per limitare la sua pratica. I padri fondatori volevano garantire la libertà della religione, non la libertà dalla religione. Sono d´accordo con John Jay - che fu il primo giudice a capo di una corte federale negli Stati Uniti, nominato da George Washington - su quanto scriveva a Jedidiah Morse il 28 Febbraio 1797 (lo stesso anno del Trattato di Tripoli): «La Provvidenza ha dato al nostro popolo la possibilità di scegliersi i governanti. Ed è un dovere, e un privilegio, e nell´interesse della nostra nazione cristiana, quello di scegliere e preferire cristiani per i ruoli di governo». Non credo che si debba temere una diversità di religioni, né, però, che si debba dimenticare che siamo nati come nazione cristiana.
Secondo l´articolo VI, sezione 3, della nuova Costituzione, è proibito negare uffici pubblici in base all´appartenenza religiosa, tuttavia, l´idea che convinzioni e pratiche giudaico-cristiane debbano essere separate dall´esercizio di chi governa sarebbe apparsa ridicola ai padre fondatori; che intendevano costruire posando sulle fondamenta costituite da quei diritti sanciti per noi dal nostro Creatore.
Molti potrebbero anche non sapere che tra i firmatari della Dichiarazione d´Indipendenza c´era un ecclesiastico nel pieno delle sue funzioni (il ministro presbiteriano John Witherspoon). Ed altri due erano stati pastori in precedenza. Altri erano figli di ministri di culto. Di fatto erano tutti cristiani protestanti.
Tra i firmatari della Costituzione, pure troviamo un reverendo, Abraham Baldwin. Altri avevano studiato teologia, pur non essendo ordinati. Ancora una volta, la maggior parte dei firmatari della Costituzione erano cristiani protestanti. Due - Charles Carroll e Thomas Fitzsimons - erano cattolici. Anche io rispetto tutte le religioni, ma ce ne è una a cui aderisco. Credo in quello che scriveva Benjamin Rush, un firmatario della Dichiarazione di Indipendenza che fu anche un membro delle amministrazioni presidenziali di Adams, Jefferson e Madison: "È tale il mio rispetto per ogni religione che aiuti a conoscere qualche aspetto della Divinità, o che parli di ricompense e punizioni nella vita che verrà, che preferirei vedere i nostri giovani educati ai principi di Confucio o di Maometto, piuttosto che vederli crescere privi di un qualsivoglia inquadramento religioso. In ogni caso, la religione che raccomando per questo posto è quella del Nuovo Testamento."
Come George Washington, non credo che un qualunque standard civile o morale potrà essere mantenuto rinunciando a un fondamento religioso: «Di tutte le disposizioni e i costumi che portano alla prosperità politica, la religione e la moralità sono supporti indispensabili... Qualunque merito si voglia concedere all´influenza di un´educazione raffinata ispirata a questa o a quella mentalità, sia la ragione sia l´esperienza ci impediscono di aspettarci che la moralità della nazione possa reggersi escludendo un principio religioso»
E, soprattutto, credo nei vari e tanto poetici articoli del Credo degli Apostoli: «Credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo suo unico figlio e Signore Nostro; il quale fu concepito dallo Spirito Santo, nato da Maria Vergine; patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno resuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre Onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo; la santa Chiesa Cristiana, la comunione dei Santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen»
Non c´è spazio per le esitazioni a cui abbiamo assistito nella Settimana Santa. Gesù è il suo nome, e credo che sia venuto in questo mondo per morire per i peccati dell´umanità, che chiunque creda in lui avrà la vita eterna - faccio pubblicamente questa professione di fede oggi esattamente come ritenni opportuno di farla anni fa, partecipando a una crociata di Billy Graham a Los Angeles.
Obama ha forse paura della parola "Gesù"? Io no, e spero sia lì che trovi dimora il mio cuore e la mia mente durante questo periodo in cui un miliardo di persone nel mondo vanno commemorando la sua Via Dolorosa.
Piuttosto che chiederci quale sia la religione di Obama, cerchiamo di capire bene quale sia la nostra.
Qualunque sia il vostro credo religioso, non vergognatevene. E non esitate a far sì che gli altri ne siano a conoscenza, a patto di farlo con rispetto. Questa è l´America e questo è ciò che ancora fa di noi una grande nazione. In God we trust.

Fonte: 7 aprile 2009

2 - SE SI TOGLIE IL CRISTIANESIMO, ARRIVA L'ISLAM
L'esempio delle biblioteche in gran Bretagna
Fonte 25/4/2009

Passo dopo passo la dhimmitudine arriva oltremanica. I bibliotecari si sono visti chiedere di collocare la Bibbia sugli scaffali più alti delle biblioteche per non offendere i fedeli dell’Islam. Perché? I musulmani si sono lamentati per aver trovato il Corano sugli scaffali bassi e hanno dichiarato che doveva essere posto sopra i libri ordinari. Gli alti funzionari hanno risposto sotto forma di consiglio, con il sostegno dei ministri, secondo i quali tutti i libri “santi” dovrebbero essere trattati allo stesso modo.
I libri fondanti del Cristianesimo, quindi, saranno collocati con il Corano e altri libri “santi” sulle scaffalature alte, fuori dalla vista e dalla portata di molti lettori, per non offendere i sentimenti dei musulmani. Questi suggerimenti sono stati pubblicati dal Consiglio per i Musei, le Biblioteche e gli Archivi, un’organizzazione semi-autonoma che dipende dal ministro della Cultura Andy Burnham. In seguito a questa vicenda i musulmani di Leicester hanno spostato le copie del Corano e le hanno riposte sugli scaffali alti delle biblioteche.
Secondo le critiche questa decisione lascia intendere che le opere religiose devono essere trattate come oggetti di venerazione piuttosto che come libri da leggere. Robert Whelan del gruppo di riflessione Civitas dichiara che «le biblioteche e i musei non sono luoghi di culto. Non bisogna gestirli secondo le singole credenze religiose». La prossima tappa consisterà nel mettere il Corano in alto e gli altri libri religiosi in basso, in attesa di eliminarli del tutto. (“Daily Mail”, 19 febbraio 2009). 

Fonte: 25/4/2009

3 - EMERGENZA ABRUZZO
Doveroso elogio degli italiani (alla faccia di Santoro)
Autore: 21 Aprile 2009 - Fonte:

«Santoro sbaglia, nessun paese sa domare il caos come l’Italia».

«Nessuna nazione al mondo è in grado di attivare una macchina come quella dei soccorsi messa in moto in Abruzzo. Nessuna. E nessuno mi indigna più di Santoro che ha ridotto ciò che ci deve far camminare a testa alta in tutto il mondo all’ennesima storiella dai retroscena a tinte fosche».
Guardare in faccia il caos per l’italo-americano di origine abruzzese Robert Triozzi, ex comandante dei vigili del fuoco dell’Onu, oggi comandante del Programma di sviluppo dei vigili del fuoco (Frdp, l’ong che opera sotto l’egida dell’Onu raccogliendo i professionisti di 12 paesi) è da sempre una questione di poche parole e molto coraggio.
Il caos lo ha incontrato in 46 paesi dei 5 continenti, lo ha domato creando e addestrando corpi dei vigili del fuoco in 9 nazioni ed intervenendo in 5 paesi in guerra: Angola, Bosnia, Kosovo, Iraq e Libano. La notte del 6 aprile la scossa che preannunciava l’arrivo del caos fino in provincia di Roma, lo ha fatto alzare dal letto, lasciare a casa il grado di comandante e raggiungere l’Abruzzo, per dare supporto a una macchina che, da Trieste a Trapani ha riunito tra vigili del fuoco, volontari della protezione civile e forze armate 12 mila persone.
«Dodicimila che avevano bisogno di mangiare, lavarsi, dormire. L’uragano Katrina negli Usa da questo punto di vista è stato una sciagura nella sciagura: mancava il coordinamento di un corpo nazionale come il nostro ed era completamente assente il supporto logistico per sfollati e soccorritori. In Italia questo è stato possibile nel giro di poche ore.
Una macchina che funziona solo qui per diversi motivi. Innanzitutto perché in Italia la protezione civile dipende direttamente dal presidente del Consiglio dei ministri: ergo, non esistono burocrazia e ritardi. Questo ci ha permesso in situazioni drammatiche di essere la prima nazione operativa in loco.
Eravamo già nel Sud-Est asiatico quando ancora gli altri paesi organizzavano le spedizioni di aiuti alle vittime dello tsunami. Poi c’è la figura del prefetto, mentre altrove non esiste a livello locale un’autorità del governo centrale di riferimento.
L’Italia ha inoltre un’esperienza vasta in fatto di emergenze, terremoti, frane, vulcani. Un’esperienza che in Abruzzo si traduce in chilometri di magazzini, migliaia di tende, docce, cucine». Il cellulare di Triozzi nelle ultime ore ha raccolto centinaia di sms da 16 paesi, colleghi che dicono: «Se fosse accaduto qui saremmo ancora in mezzo a una strada».
Per questo Triozzi è un fiume in piena: «Santoro ha un approccio distruttivo basato su una lettura snobistica e sottostimata della realtà italiana e su un monopolio dello scandalo che il nostro paese non detiene. Parliamo di perfezione dei fabbricati giapponesi dimenticando che a Kobe, nel 1995, uno dei primi edifici a crollare fu la centrale dei vigili del fuoco. E che una denuncia sui difetti di costruzione delle Torri Gemelle fu depositata nel 1968 dal comandante dei pompieri di New York. L’Italia non è immune ai sismi, si sa che il Vesuvio esploderà, che parleremo di prevenzione ancora per molto tempo. Ma l’Italia è capace di risultati superiori a tutti. Lo dico avendo passato la vita presenziando a catastrofi naturali, tragedie di guerre e terrorismo. A guardare la realtà. Non a inventare polemiche sotto i riflettori mentre un orgoglioso popolo abruzzese si rimbocca le maniche e riprende in mano la sua vita»


4 - CONDIZIONI PER RICEVERE LA COMUNIONE
Da utilizzare in occasione di matrimoni, funerali, prime comunioni, Natale, Pasqua, ecc.
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie

A seguito dell'Esortazione Apostolica postsinodale del Papa Benedetto XVI Sacramentum Caritatis del 22 febbraio 2007 sono state elaborate le "Condizioni per ricevere la comunione" da utilizzare al momento opportuno (lette prima della celebrazione o prima della distribuzione dell'eucaristia in occasione di matrimoni, funerali, prime comunioni, Natale, Pasqua, ecc.; oppure pubblicate nel giornalino parrocchiale; oppure affisse in fondo alla chiesa; ecc.).
Riportiamo il n° 50 della Sacramentum Caritatis: "Vorrei richiamare l'attenzione ad un problema pastorale in cui frequentemente accade di imbattersi nel nostro tempo. Mi riferisco al fatto che in alcune circostanze, come ad esempio nelle sante Messe celebrate in occasione di matrimoni, funerali o eventi analoghi, sono presenti alla celebrazione, oltre ai fedeli praticanti, anche altri che magari da anni non si accostano all'altare, o forse si trovano in una situazione di vita che non permette l'accesso ai Sacramenti. (...) Si comprende la necessità che si trovino allora modi brevi ed incisivi per richiamare tutti al senso della comunione sacramentale e alle condizioni per la sua ricezione". Papa Benedetto XVI (22-02-2007)

CONDIZIONI PER RICEVERE LA COMUNIONE
Gesù dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, dimora in me e io in lui” (Gv 6,56). Fare la Comunione, quindi, reca come frutto principale l'unione intima con Cristo Gesù.
Il pane e il vino, per le parole del sacerdote che invoca lo Spirito Santo, diventano il corpo e il sangue di Cristo.
Fedele al comando del Signore, la Chiesa obbedisce a Gesù che ha detto "Fate questo in memoria di me".
"Chi vuole ricevere Cristo deve essere in stato di grazia. Se uno è consapevole di aver peccato mortalmente, non deve fare la Comunione senza prima essersi confessato" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n° 1415)
Esempi di peccato mortale: bestemmiare, rubare, non partecipare alla Messa una domenica o una festa di precetto, fare uso di tecniche di fecondazione artificiale o utilizzare contraccettivi.
"Coloro che ricevono l'Eucaristia sono uniti più strettamente a Cristo. Per ciò stesso, Cristo li unisce a tutti i fedeli in un solo corpo: la Chiesa" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n° 1396)
Chi "si trova in oggettiva contraddizione con la fede annunciata nei sacramenti" (Direttorio di Pastorale Familiare, CEI 1993, n° 219) non può chiedere alla Chiesa i sacramenti.
Esempi di oggettiva contraddizione: divorziati risposati, sposati solo civilmente, conviventi.
In tali casi (indipendentemente dalle motivazioni soggettive) non è possibile oggettivamente fare la comunione.

Fonte: Redazione di BastaBugie

5 - DECIMO ANNIVERSARIO DEL TIMONE
La rivista che mancava, ora c'e'
Autore: Gianpaolo Barra - Fonte: 3 Maggio 2009

Maggio 1999 - Maggio 2009: sono passati dieci anni da quando uscì il primo numero del Timone. Opera di un direttore intraprendente, ma inesperto, e di un gruppetto di giovani redattori, dinamici, laboriosi, anch'essi però privi di esperienza.
Per stampare le prime 3.000 copie, tutte omaggiate perché non c'era un solo abbonato, si autotassarono. Non c'era un editore, non uno sponsor, non un deposito bancario cui attingere. Nessuna istituzione laica od ecclesiastica diede un euro (e non perché all'epoca c'era ancora la lira, ma perché non fu chiesto aiuto ad alcuno). Niente pagine vendute alla pubblicità, per ricavarne introiti.
Nemmeno un distributore per diffondere la rivista. Niente di niente, se non quel pizzico di audacia - forse incosciente - di un pugno di dilettanti. Che però pregavano insieme, regolarmente.
Da allora, sono passati dieci anni e quello che avete in mano è il fascicolo n. 83. Molte cose sono cambiate, altre sono rimaste tali e quali.
Era un bimestrale, oggi è un mensile. Aveva venti pagine, ora ne ha 64. Gli abbonati sono passati da zero a più di diecimila. Le copie vendute mensilmente nelle parrocchie sono oltre 2.700. Quelle diffuse nelle librerie cattoliche più di cinquecento.
Aggiungendo la diffusione durante incontri e conferenze, stampiamo 15/16.000 copie al mese.
Sul Timone scrivono i migliori apologeti del mondo cattolico italiano. Voi li conoscete, apprezzate, leggete. Vi assicuro che ricambiano con gratitudine la vostra attenzione. Qualcuno mi dice che nessuno, in Italia, ha una squadra formidabile come quella che scrive sul Timone. L'ho chiamata, fin dai primi tempi, la "nazionale degli apologeti": sono convinto che sia proprio così, e voi, cari lettori, me lo confermate ogni giorno.
Come spiegare questo straordinario cammino?
La bravura degli autori, la perizia dell'attuale redazione, gli argomenti interessanti, il coraggio di scrivere cose che altri tacciono, gli articoli brevi e di facile lettura, l'impaginazione accattivante: tutto questo è vero, ma è una risposta incompleta.
C'è di più, perché qui la causa non dà ragione dell'effetto. Per mettere in piedi un'impresa come quella realizzata dal Timone ci voleva un editore robusto, un direttore autorevole, una redazione esperta, costose campagne pubblicitarie, una disponibilità consistente di denaro. Invece, agli inizi, non c'era niente.
E allora, come spiegare questo palese successo?
Una risposta ce l'ho, anzi due.
La prima: ci ha dato una mano il Signore, e che mano! La sua Provvidenza ha spianato la strada e fatto superare qualsiasi difficoltà. Negli anni, ho maturato una saldissima convinzione, che, ne sono certo, è anche la vostra: se manterremo il proposito di promuovere la bellezza e la ragionevolezza della fede cattolica e di difenderla, Dio ci aiuterà a superare anche quelle che incontreremo in futuro.
La seconda: ci avete dato una mano voi lettori, e che mano! Ci volete bene, sostenendoci con la vostra preghiera e con una generosità impareggiabile. Sapete, per fare un esempio, che l'appello a donare un abbonamento, pubblicato nell'editoriale di febbraio (solo tre mesi fa), ha fruttato più di 800 (dicasi: ottocento!) nuovi abbonati? Incredibile, vero? E che cosa dire della vostra fedeltà?
Abbiamo una media superiore al 75% di abbonamenti rinnovati, straordinario! Un modo di ringraziarvi c'è: facciamo celebrare cinque SS Messe alla settimana per voi. Per l'intero anno. So che siete contenti.
Ma in questo decennio molte cose sono rimaste quelle degli inizi. Non abbiamo sponsor. Non c'è una riga di pubblicità. L'editore, alla fine, siamo ancora noi. Nessun finanziamento da istituzioni laiche od ecclesiali. E, come all'esordio, navighiamo sempre a vista, senza alcuna umana sicurezza per il futuro. Ma la Provvidenza esiste, eccome! E passa dalle vostre mani, cari lettori.
Un'altra cosa è rimasta la stessa: il direttore, che è sempre un dilettante. Con un pochino di esperienza in più, però. E con tanta riconoscenza a Dio e a voi.

Fonte: 3 Maggio 2009

6 - IL PAPA CANONIZZA L'EROE DEL PORTOGALLO 1
Una data storica
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: 26 aprile 2009

La data del 26 aprile 2009 è destinata a rimanere nella storia del Portogallo e della Chiesa per la canonizzazione di San Nuno Alvares Pereira (1360-1431), una figura senza la quale – come ha ricordato il vescovo di Beja mons. Vitalino Dantas O.C.D. – “il Portogallo non esisterebbe”.
La canonizzazione di San Nuno ha una lunga storia. Nel 1438, sette anni dopo la sua morte, il re Edoardo I (1391-1438) ne chiede la canonizzazione al Papa Eugenio IV (1383-1447). Poiché San Nuno aveva trascorso gran parte della sua vita come militare e generale combattendo contro la Spagna per l’indipendenza del Portogallo, il veto spagnolo impedisce che si dia corso alla richiesta del re portoghese. La Spagna, grande potenza cattolica di cui non si può non tenere conto, continua a opporsi alle richieste di beatificazione e canonizzazione che giungono a Roma dal Portogallo ripetendosi in tutti i secoli, fino a che nel 1918 è riconosciuto – senza processo canonico sulla santità – il culto prestato da tempo immemorabile all’eroe portoghese, che Benedetto XV (1854-1922) iscrive nell’albo dei beati. Le richieste di canonizzazione continuano a incontrare però l’ostilità della Spagna. Nel 1940 Pio XII (1876-1958) vorrebbe canonizzare il Beato Nuno e proporlo come modello di soldato cristiano a quanti combattono nella Seconda guerra mondiale. Ma la canonizzazione per decreto non comporterebbe una cerimonia solenne in San Pietro. Il primo ministro portoghese António de Oliveira Salazar (1889-1970) insiste per tale cerimonia solenne. Pio XII rifiuta, sia per il tempo di guerra sia – ancora una volta – per evitare uno scontro con la Spagna appena uscita dalla guerra civile.
Caduta la possibilità della canonizzazione per decreto, rimane l’interesse del Portogallo e dell’Ordine dei Carmelitani, di cui Nuno era diventato religioso negli ultimi anni della sua vita, per una ripresa della causa. È Giovanni Paolo II (1920-2005) – che si sente specialmente legato al Portogallo attraverso la sua devozione alla Madonna di Fatima – che s’interessa alla riapertura del processo canonico, la quale avviene nel 2004. Riesaminata la vita del beato, e approvato dalla commissione medica un miracolo (il recupero dell’uso di un occhio da parte della signora Gulhermina de Jesus, di Vila Franca de Xira), Benedetto XVI può procedere alla canonizzazione, 571 anni dopo la prima richiesta da parte del re Edoardo I. E non senza nuovi problemi con la Spagna: secondo la stampa portoghese insieme a San Nuno il 26 aprile avrebbero dovuto essere canonizzati anche due beati spagnoli, ma per loro la cerimonia è stata rimandata all’11 ottobre dopo un complesso negoziato fra la diplomazia vaticana e quella spagnola, ancora oggi ostile alla canonizzazione del generale che inflisse alla Spagna una delle più gravi sconfitte militari della sua storia.
Per la verità non sono mancate neppure polemiche intra-cattoliche. Alcuni intellettuali “progressisti” e almeno un vescovo hanno criticato la canonizzazione affermando che San Nuno “fu soprattutto un guerriero e chi uccide il prossimo non merita il titolo di santo”. Queste posizioni – che denotano peraltro una profonda incomprensione della natura della santità cattolica – hanno condotto altri a insistere esclusivamente sugli ultimi nove anni della sua vita (1422-1431), nei quali il santo – dopo avere fatto costruire a sue spese il Convento do Carmo a Lisbona – vi si ritira come frate carmelitano, interpretando questi anni quasi come una penitenza per la passata vita militare, vista come qualche cosa di cui San Nuno avrebbe dovuto chiedere perdono a Dio e agli uomini.
Le parole di Benedetto XVI nella solenne cerimonia di canonizzazione hanno fatto giustizia di queste interpretazioni e di questi pregiudizi. Il Papa al contrario ha esaltato la figura di cavaliere cristiano di San Nuno, impegnato nella “militia Christi, cioè nel servizio di testimonianza che ogni cristiano è chiamato a dare al mondo. Caratteristiche del santo sono un’intensa vita di orazione e l’assoluta fiducia nell’aiuto divino. Benché fosse un ottimo militare e un grande capo, non considerò le doti personali preminenti rispetto all’azione suprema che viene da Dio. San Nuno si sforzava di non porre ostacoli all’azione di Dio nella sua vita, imitando Nostra Signora di cui era devotissimo e cui attribuiva pubblicamente le sue vittorie”. Così, il generale Nuno Alvares Pereira diventa “strumento di un disegno superiore” di Dio, quello della fondazione della nazione portoghese indipendente dalla Spagna come nazione missionaria destinata a portare il Vangelo fino agli estremi confini della Terra. Grazie a Nuno il Portogallo può “consolidare la sua indipendenza dalla Castiglia ed estendersi attraverso gli Oceani – non senza un disegno particolare di Dio – aprendo nuove rotte che avrebbero propiziato la diffusione del Vangelo di Cristo fino ai confini della Terra”.
San Nuno è anzitutto una figura emblematica della cavalleria. Paggio alla corte del re è armato cavaliere, per speciale concessione del Gran Maestro dell’Ordine Militare di San Benedetto d’Avis, il futuro re Giovanni I il Buono (1357-1433), all’età di soli tredici anni. È coinvolto, giovanissimo, nella causa dell’indipendenza portoghese e della successione al re Ferdinando il Bello (1345-1383). La reggenza passa alla vedova, la regina Eleonora (1350-1386), notoriamente legata al partito filo-spagnolo, che affretta le nozze fra la figlia (1372-1408) e il re Giovanni I di Castiglia (1358-1390), premessa all’unione dei due regni e alla fine dell’indipendenza portoghese. I nobili e il popolo del Portogallo insorgono e si rivolgono all’Ordine d’Avis, guidato dal Gran Maestro Giovanni, fratellastro del defunto re Ferdinando. Giovanni I di Castiglia reagisce nel gennaio 1384 invadendo la Spagna. Il Gran Maestro Giovanni d’Avis, appena acclamato re del Portogallo con il nome di Giovanni I, nel mese di aprile prende una decisione che sembra avventata ma che si rivelerà decisiva: nomina Nuno Alvares Pereira, che si è coperto di valore nelle prime battaglie con gli spagnoli e ha appena guidato un distaccamento portoghese alla vittoria nella battaglia di Atoleiros, ma ha solo ventiquattro anni, Connestabile del Portogallo e comandante supremo dell’esercito portoghese.
Gli storici militari considerano Nuno Alvares Pereira uno dei più grandi generali europei, e la battaglia di Aljubarrota – del 14 agosto 1385, decisiva per la vittoria portoghese – uno scontro che merita di figurare nella storia delle guerre europee, perché consacra la superiorità (già sperimentata dal futuro santo ad Atoleiros) degli eserciti leggeri e molto mobili su forze numericamente preponderanti incentrate sulla cavalleria. Seimila portoghesi sconfiggono trentamila spagnoli grazie a una strategia che prevede che la cavalleria pesante castigliana sia attirata su un terreno costellato di palizzate appositamente erette per rendere difficili le manovre dei cavalli, i quali sono uccisi da fanti o da cavalieri portoghesi capaci di smontare e risalire rapidamente, mentre i cavalieri spagnoli disarcionati e colti di sorpresa sono uccisi in gran numero. Nuno Alvares Pereira combatte personalmente in prima linea. La vittoria di Aljubarrota – seguita da quella nella lunga (due giorni e due notti) e sanguinosa battaglia di Valverde (15-16 ottobre 1385) – pone fine al sogno spagnolo di conquistare il Portogallo.
Dopo la vittoria nella guerra contro la Castiglia, Nuno Alvares Pereira impegna le ricche ricompense ricevute dal re nel progetto di fondazione del grande Convento do Carmo a Lisbona, la cui costruzione inizia nel 1388. Non pensa ancora a diventare frate: il re gli chiede di riorganizzare l’esercito in vista di un’offensiva contro i musulmani del Nordafrica che, lungamente preparata, culminerà nella battaglia di Ceuta del 21 agosto 1415, l’ultima battaglia del Connestabile Nuno e l’inizio dell’espansione del Portogallo al di fuori dell’Europa.
Vedovo, e privato anche della figlia Beatriz (1380-1415) che gli aveva dato dopo avere sposato il duca Alfonso I di Bragança (1377-1461), figlio naturale del re Giovanni I, tre nipoti – all’origine della casa reale e imperiale di Bragança di cui quindi San Nuno è considerato il capostipite – il Connestabile si ritira a vita privata e nel 1422 entra nel Convento do Carmo, dove pronuncia i voti – per umiltà come semplice “semi-fratello” (semi-frater), rifiutando tutte le cariche e distinzioni che gli sono offerte – il 15 agosto 1423. In convento si segnala per la vita poverissima – lui che era stato considerato l’uomo più ricco del Portogallo – e per la grande carità: ma il re Giovanni I viene spesso a chiedergli consiglio. Era, come ha affermato Benedetto XVI, “il tramonto della sua vita”. La morte, nel 1431 – sulla cui data gli storici disputano ma tradizionalmente fissata alla domenica di Pasqua, 1° aprile di quell’anno – suscita grande emozione e ne mostra la fama di santità. Merita di essere citato il gesto della regina di Spagna Isabella I la Cattolica (1474-1504), che personalmente considera un santo e fa invocare nelle Messe celebrate a corte quello che era stato come generale un fiero avversario del suo Paese.
Nuno Alvares Pereira è sepolto nel Convento do Carmo ma la tomba, il mausoleo e lo stesso convento saranno distrutti dal grande terremoto di Lisbona del 1755 (del mausoleo rimane nei resti del convento, ora un museo, una copia lignea). I resti sono stati ritrovati e dal 1951 riposano nella moderna Igreja do Santo Condestável a Lisbona.
La canonizzazione di San Nuno, ha affermato Benedetto XVI, vuole mostrare alla Chiesa come “la vita di fede e di preghiera è presente anche in contesti apparentemente poco favorevoli alla stessa, ed è la prova che in qualunque situazione, anche in quelle di carattere militare e di guerra, è possibile mettere in atto e realizzare i valori e i principi della vita cristiana, soprattutto se questa è posta al servizio del bene comune e della gloria di Dio”.
Se dunque vi è stato chi ha cercato di sminuire la lunga fase “militare e di guerra” della vita di San Nuno – quasi che solo “il tramonto della sua vita” in convento ne manifestasse la santità – Benedetto XVI al contrario dà rilievo alla “figura esemplare” del Connestabile anzitutto come cavaliere, miles Christi: una vocazione di cui la cavalleria è cifra e nomen, che certo in epoche diverse si manifesta in modi diversi ma che rimane una via eminente di santità per il laico cattolico che consacra la sua vita “al servizio del bene comune e della gloria di Dio”. Certo, Nuno Alvares Pereira vive in un’epoca in cui la cavalleria già inizia a decadere. Accanto a lui ad Aljubarrota combattono i figli delle più grandi famiglie portoghesi, duecento cavalieri che formano “l’ala degli innamorati” e che la leggenda del Portogallo assimila ai cavalieri della Tavola Rotonda. Il nome fa riferimento alle insegne della promessa sposa che ciascun cavaliere porta sul suo scudo, un segno della svolta della cavalleria verso un certo romanticismo sentimentale che tuttavia alla vigilia di Aljubarrota San Nuno sa correggere con un severo richiamo alla preghiera e alla vita eterna. Di fatto, l’“ala degli innamorati” si batterà con straordinario valore e risulterà decisiva nella vittoria portoghese.
Anche l’attività “militare e di guerra” del santo ora canonizzato partecipa dell’esemplarità della sua vita. Di più: mantenendo nella guerra e nelle battaglie la fiducia in Dio, la vita di orazione e una grandissima devozione alla Madonna cui “attribuiva pubblicamente le sue vittorie”, San Nuno si mette al servizio di un “disegno particolare di Dio” il quale misteriosamente è alle origini dell’indipendenza della nazione portoghese e del suo servizio missionario al Vangelo attraverso le scoperte geografiche e le conquiste, “fino ai confini della Terra”. Un mistero che nel 1917 la Madonna verrà a confermare a Fatima promettendo che “in Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede”, non una piccola promessa per una nazione che – avendo alle sue origini un santo, San Nuno Alvares Pereira – in passato, al servizio della Chiesa, fu spesso grande.

Fonte: 26 aprile 2009

7 - IL PAPA CANONIZZA L'EROE DEL PORTOGALLO 2
Nuno alvares pereira
Autore: Plinio Corrêa de Oliveira - Fonte:

Nuno Alvares Pereira (1360-1431) nasce nel 1360 a Bonjardim, vicino a Lisbona. Si sposa a diciassette anni e quando ne ha ventitré si è già così distinto come soldato da essere nominato comandante dell’esercito portoghese dal Gran Maestro dei Cavalieri dell’Ordine d’Aviz, il futuro re Giovanni I (1357-1433). Quest’ordine cavalleresco è impegnato nella difesa in armi del Portogallo per evitare che cada sotto il dominio spagnolo. Grazie al genio militare di Nuno le sorti della guerra, che sembrava compromessa, cambiano e i portoghesi vincono la battaglia di Aljubarrota del 1385, dove le forze spagnole sono sgominate da un esercito portoghese più piccolo ma meglio organizzato e comandato. Dopo la morte della moglie, Nuno si ritira come monaco carmelitano nel monastero che egli stesso ha fondato a Lisbona. Noto con il suo titolo di Connestabile del Portogallo, Nuno è uno dei grandi eroi della storia del Portogallo ed è il capostipite di quella che diventerà la Casa Reale di Bragança.
Le prime campagne militari di Nuno Alvares Pereira sono, come egli stesso riferirà, semplici scaramucce ai confini del Portogallo. Nuno vi appare come un soldato coraggioso e impulsivo, che maturerà presto in un eccellente comandante.
Il suo coraggio si rivela quando una flotta spagnola appare a Lisbona per bloccare il porto e invadere la città. Duecentocinquanta spagnoli scendono dalle navi e si dirigono verso riva sulle loro barche. Nuno con sessanta compagni si dispone ad affrontarli. Con pochi cavalieri li attacca mentre altri, intimoriti dagli spagnoli, restano indietro. Il cavallo di Nuno è ferito e cade a terra. Nuno resta intrappolato sotto l’animale, ma anche da questa scomoda posizione continua a menare fendenti contro gli spagnoli. Questi, animati dalle difficoltà di Nuno, attaccano. Ma I portoghesi, colpiti dal coraggio del loro comandante, rispondono con grande veemenza. Benché i portoghesi siano in rapporto di quattro a uno rispetto agli spagnoli, li mettono in fuga e infliggono loro gravi perdite.
Il 15 agosto 1423 Nuno diventa carmelitano come semplice frate con il nome di Nuno di Santa Maria. Diventa un grande religioso così com’era stato un grande soldato. Con lui nel monastero c’è un sacerdote che, prima dell’ordinazione, era stato soldato agli ordini di Nuno. Quando passa, il frate Nuno bacia la sua talare in segno di rispetto per la dignità sacerdotale. Il sacerdote, dal canto suo, dichiara che uno dei più grandi onori della sua vita è stato fungere da paggio al comandante Nuno.
Vicino alla morte, si racconta che Nuno sia stato visitato dal re Giovanni I, che voleva abbracciarlo ancora una volta prima che morisse. Il re piangeva, perché considerava Nuno il suo più caro amico e l’uomo di cui la Provvidenza si era servito per salvare il Portogallo e la monarchia.
Quando Nuno capisce che la sua ultima ora è arrivata, chiede che gli sia letto il resoconto della Passione dal Vangelo di Giovanni. Muore mentre si leggono le parole “Ecce Mater tua”, “Ecco tua Madre”, che Gesù rivolge a Giovanni indicandogli la Madonna. Nuno era famoso per la sua grande devozione mariana e per gli sforzi intesi a diffondere in Portogallo il Rosario e lo scapolare.
Prima che fosse distrutta dal terremoto del 1755, la sua tomba portava questo epitaffio: “Qui giace il famoso Nuno, il Connestabile, il fondatore della Casa di Bragança: eccellente generale, pio monaco, che durante la sua vita terrena desiderò in modo così ardente il Regno dei Cieli da meritare dopo la morte la compagnia eterna dei santi. Innumerevoli furono per lui gli onori mondani, ma a tutti voltò le spalle. Grande principe, si fece umile monaco. Fondò, costruì e provvide al mantenimento di questa chiesa dove il suo corpo riposa”.
La vita di Nuno è molto significativa. Splendido per esempio è il rispetto reciproco nel monastero fra il Connestabile – ora un frate – e il sacerdote, che era stato il suo paggio. Quando il sacerdote passa, Nuno si alza in piedi per rispetto alla sua dignità sacerdotale. Il prete a sua volta considera un onore essere stato il paggio del grande Don Nuno Alvares Pereira quando entrambi erano nel mondo. Lo spirito cattolico si compiace con gioia di riconoscere la superiorità degli altri. In quei tempi questa gioia si manifestava in segni esterni di rispetto che erano parte integrante della civiltà cristiana.
In secondo luogo, vediamo come il comandante Don Nuno va in battaglia con tutta l’energia della sua personalità, trasmettendo il suo coraggio agli altri. Nuno non diventa santo quando diventa carmelitano. Era già un cattolico esemplare quando era soldato e generale. Un santo, per così dire, all’estremo opposto del tipo di sagrestano sentimentale e molle che sembra l’ideale di tanti cattolici di oggi, il tipo di cristiano timido e pavido che si occupa solo del suo piccolo interesse spirituale privato. Don Nuno mostra l’ideale del guerriero cattolico, che avanza senza paura manifestando la virtù della fortezza e infondendo coraggio anche a chi non ce l’ha.
Magnifico, in terzo luogo è anche l’“adieu” del re a Nuno. Queste persone sembrano non avere paura della morte. All’epoca anzi era più comune che un uomo avesse un presentimento della morte che si avvicinava. Se le forze lo assistevano, visitava gli amici e i parenti per congedarsi da loro. E le persone che lo conoscevano andavano a trovarlo per dirgli addio. Le persone di fede trovavano tutto questo normale. Anzi, chi restava nel mondo si raccomandava alla pia persona in punto di morte con espressioni come “Raccomandami alla Madonna”, “Quando vedi la mia patrona, ricordale la grazia che le ho chiesto”.
In quell’epoca di cortesia anche la morte delle persone di qualità aveva un che di educato e di elegante. Quando qualcuno stava per lasciare questa Terra era considerato educato visitarlo e dirgli addio. E il morente ringraziava, dava e riceveva buoni consigli, manifestava stima e amicizia per l’ultima volta. Questo è il senso della visita del re a Nuno. Giovanni I vuole manifestare la sua amicizia a Nuno Alvares Pereira. Il re piange, lo abbraccia e si congeda. Nuno muore e va a pregare in Cielo per il suo amico re.
In questa scena c’è tutta quella che è stata chiamata l’epoca delle buone maniere. Non dobbiamo sottovalutarle: la buona educazione e l’eleganza spesso vanno insieme alla virtù e contribuiscono alla reciproca eccellenza. L’eccellenza sgorga dalla tranquillità che emana da una società dove le anime non perdono di vista la prospettiva del Cielo.
Chiediamo al Beato Nuno Alvares Pereira che ci dia il suo coraggio e la sua pietà per combattere al servizio della causa di Nostra Signora e della Santa Chiesa, così minacciata in questi tempi, anche quando dobbiamo batterci contro forze nemiche preponderanti. E chiediamo alla Madonna che restauri una Cristianità e instauri il suo Regno, così che quei valori magnifici incarnati dal Beato Nuno possano nuovamente risplendere nella società.


8 - GIORNATA DELLA TERRA
Obiettivo eliminazione dell'uomo
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: 22-4-2009

Dai tanti che, anche da pulpiti insospettabili, inneggiano alla Giornata della Terra che dal 1970 si celebra ogni anno il 22 aprile, appare chiaro che ben pochi sanno di che cosa si tratti e perché è stata istituita.
Ebbene, dobbiamo subito precisare che – contrariamente ad altre giornate mondiali - non ha niente a che fare con l’ONU. Non che questo la renda in sé più o meno degna, ma per i tanti che considerano l’ONU un’entità morale sotto le cui insegne ogni cosa acquista un valore positivo, magari è una notazione importante.
In ogni caso ben più importante è capire l’origine di questa celebrazione che, come già detto, ha preso il via il 22 aprile del 1970 negli Stati Uniti. Fu anzitutto il tentativo di dar vita a un evento nazionale che incanalasse in un programma unitario la frammentata galassia di movimenti ecologisti vecchi e nuovi (questi ultimi erano nati negli Usa soprattutto come reazione al problema dell’inquinamento atmosferico particolarmente sentito in alcune grandi città). Ma tale movimento di base non avrebbe avuto la capacità di un impatto nazionale prima e mondiale dopo se non ci fossero stati due personaggi chiave: il senatore del Wisconsin Gaylord Nelson e il miliardario Hugh Moore.
Il primo, un ambientalista convinto, da anni si batteva con scarso successo in Senato per mettere in testa all’ordine del giorno i problemi ambientali. Il secondo, fin dagli anni ’50 si era gettato a capofitto nella battaglia per il controllo delle nascite, ed è l’inventore dello slogan “La bomba demografica” (The Population Bomb), che è stato il titolo di un pamphlet pubblicato a sue spese nel 1956 e distribuito in migliaia di copie sulle scrivanie di tutti gli uomini che contavano, dagli Usa alle Nazioni Unite. “La bomba demografica”, a livello popolare, è un’espressione divenuta poi famosa in tutto il mondo perché fu usata come titolo anche del libro uscito nel 1968 dal biologo Paul Ehrlich, tradotto in tutte le lingue e venduto in milioni di copie.
Anche Nelson era ossessionato dal problema della sovrappopolazione, che egli considerava come il principale problema ambientale. Girando il Paese in lungo e in largo e vedendo cosa si muoveva nella società americana ebbe l’intuizione di creare un momento “politico” in cui unire la galassia ecologista, dandole anche un orizzonte più ampio. A questo proposito bisogna ricordare che i “vecchi” movimenti ecologisti americani affondano le loro radici nelle Società Eugenetiche che, nate alla fine dell’800 come applicazione del Darwinismo sociale, ebbero grande fortuna nel mondo anglosassone nei primi decenni del Novecento. Stessa radice, ovvero eugenetica, hanno anche i movimenti per il controllo delle nascite.
Il progetto politico di Nelson si sposò perfettamente con quello di Hugh Moore che, oltre ad essere un grande finanziatore  promotore di movimenti antinatalisti, aveva anche il genio per azzeccare degli slogan che facessero breccia nell’immaginario collettivo. Non per niente lanciò “la bomba demografica” a metà degli anni ’50, quando non solo era ben vivo il ricordo dell’esplosione atomica di Hiroshima e Nagasaki, ma era anche presente la paura e il rischio di una guerra atomica con URSS e Cina.
Allo stesso modo, nel finanziare e sostenere attivamente l’istituzione della Giornata della Terra, Moore ne conia anche lo slogan, fortunato come il precedente, ovvero “La popolazione inquina”. Questa diventa subito la parola d’ordine, rafforzata dalla diffusione a tappeto del solito pamphlet (The Population Bomb).
La prima Giornata della Terra quindi segna la saldatura delle diverse correnti eugenetiche, quella ecologista e quella antinatalista, che da quel momento in poi si ritrovano e fanno azione comune. Nel giro di dieci anni tutte le principali organizzazioni ambientaliste americane – Sierra Club, National Wildlife Federation, Worldwatch Institute, Natural Resources Defense Council, Environmental Action per citare i maggiori – fanno causa comune con il Population Crisis Committee, Population Reference Bureau, Planned Parenthood, Zero Population Growth, nel chiedere al Congresso USA un piano nazionale per fermare la crescita della popolazione.
E da quel momento movimenti antinatalisti e ambientalisti parlano lo stesso linguaggio: da una parte troviamo, ad esempio, un Werner Fornos – figura di spicco del movimento per il controllo delle nascite e presidente del Population Institute – che indica “la crescita incontrollata della popolazione“ come la causa della “scomparsa delle foreste, l’erosione del suolo, la desertificazione, la scomparsa delle specie e l’allargamento del buco dell’ozono”; dall’altra troviamo l’ambientalista  Lester Brown – presidente del Worldwatch Institute – che ogni anno pubblica un rapporto (State of the World, lo Stato del Mondo) in cui si descrivono una serie di calamità imminenti sempre dovute alla crescita della popolazione. Catastrofi che – ripetiamolo ancora – sono sempre state smentite dalla storia, perché si basano su una visione totalmente negativa dell’uomo che non corrisponde alla realtà.
Eppure tale unità d’intenti è oggi più che mai evidente anche in Italia e in Europa, dove i movimenti che coniugano difesa della natura e ostilità per la presenza umana sono chiaramente prevalenti. Peraltro è questo l’approccio che è alla base delle politiche ambientali globali, incluso il Protocollo di Kyoto e relative azioni climatiche invocate. La stessa Agenda 21 approvata al Summit della Terra (la Conferenza ONU sull’ambiente svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992) ha come principio ispiratore la necessità di limitare la presenza (o, per dirla con il loro linguaggio, l’impatto) umana, sia qualitativa sia quantitativa. Vale a dire, la ricetta principale per guarire l’ambiente sarebbe: controllo delle nascite nei Paesi poveri, freno allo sviluppo nei Paesi ricchi.
Liberi ora di celebrare ancora la Giornata della Terra, ma almeno sapete che state lottando per l’eliminazione di voi stessi, cosa che – dimostra ancora la storia – farà il male anche dell’ambiente.

Fonte: 22-4-2009

9 - ERMANNO LO STORPIO ED ELUANA, DUE DIVERSI MODI DI ACCOGLIENZA

Autore: Rino Cammilleri - Fonte: 12 febbraio 2009

Quando nacque, nel 1013, suo padre, il conte Wolfrat di Altshausen, lo prese come una punizione divina. Ermanno, infatti, fu detto «il contratto» perché era conciato, tanto per fare un esempio, come Michel Petrucciani, il famoso pianista jazz da poco scomparso. Uno sgorbio di natura, un disabile così disabile da sembrare non un uomo ma un tralcio contorto. Eppure, come Petrucciani, si rivelò un genio.
Si fece monaco benedettino nzell’abbazia di San Gallo e poi a Reichenau, diventando un maestro di portata mondiale che papi e imperatori facevano a gara per incontrare. Per l’ecletticità delle sue opere fu chiamato miraculum saeculi e anche doctor marianus (per aver musicato il Salve Regina e l’Alma Redemptoris Mater). La sua disabilità non gli impedì di viaggiare moltissimo e di scrivere un numero stupefacente di trattati in ogni disciplina. Inventò anche un nuovo modo di notazione musicale e uno rivoluzionario per la storiografia (cioè, «scientifico», come lo si fa oggi). Morì a quarantadue anni nel 1054 e fu beatificato dalla Chiesa.
Il suo è solo un esempio tra i tanti che potremmo addurre per affermare che ogni vita (ripetiamo: ogni) è degna di essere vissuta. L’individualismo utilitaristico agnostico di origine illuminista che l’edonismo ha reso ormai di massa (potentissimamente aiutato - anzi, indotto - dai massmedia) ci spinge a dividere il nostro prossimo in due categorie, la seconda delle quali è costituita dagli «inutili». Chissà perché questi ultimi vorremmo trattarli peggio dei «dannosi», di cui le galere sono piene.
Il suicidio, caritatevolmente assistito o meno, era vietato nei tempi cristiani non solo perché immorale dottrinalmente parlando, ma anche per un motivo più spiccio: piaccia o no, siamo tutti sulla stessa barca e a nessuno è consentito “chiamarsi fuori”, perché costringerebbe un altro a remare per due.
Il recente «caso Eluana» ha visto non pochi sepolcri imbiancati chiedere, a giochi fatti, rispettoso silenzio. Invece lo grideremo sui tetti fino a farli diventate sordi, imitando il padre di Eluana che ha fatto di tutto per anni affinché il suo caso avesse risonanza mondiale. Si può comprendere, certo, la disperazione. Ma non il “contagio” volontario di essa. La vita non è un giocattolo, che quando non mi diverte più lo butto via. La vita è un compito, serio e severo, che si può svolgere anche stando immobilizzati su un letto. A Hollywood tutti vogliono fare le parti assegnate a Brad Pitt e pochi quelle di Danny De Vito. Tuttavia, il secondo ha più Oscar del primo. Perché quel che conta, nel dramma dell’esistenza, non è la parte che fai ma come la fai.

Fonte: 12 febbraio 2009

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