BastaBugie n°82 del 24 aprile 2009

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1 QUELLO CHE NESSUNO DICE SU TERREMOTO E CRISI ECONOMICA

Autore: Antonio Socci - Fonte: 15 aprile 2009
2 LA RUSSIA DI PUTIN RIABILITA STALIN

Autore: Edoardo Castagna - Fonte: 31 marzo 2009
3 INTERVISTA A UNO PSICOLOGO
Omosessuali non si nasce, ma si diventa
Autore: Andrea Morigi - Fonte: 15 marzo 2009
4 EUTANASIA
I progetti umanitari di Hitler
Autore: Fabio Ferrucci - Fonte: 21 febbraio 2009
5 OBAMA
Il presidente dell'aborto
Autore: Bradley Mattes - Fonte: 16 marzo 2009
6 RE BALDOVINO DI FRONTE ALLE LEGGE BELGA SULL'ABORTO
Un sovrano amato dal popolo
Autore: Anselmo Palmi - Fonte: non disponibile
7 RISPETTARE LE GENERAZIONI FUTURE?
Un mito pagano che ci annebbia la vista
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: 8 aprile 2009
8 ALLARME CLIMA
Ci vuole imbrogliare anche il corriere della sera
Autore: Maurizio Morabito - Fonte: 17-3-2009
9 PECORE E PASTORI
Un libro del cardinal biffi contro i luoghi comuni
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: 24 febbraio 2009

1 - QUELLO CHE NESSUNO DICE SU TERREMOTO E CRISI ECONOMICA

Autore: Antonio Socci - Fonte: 15 aprile 2009

Pare che un giornalista inviato in Abruzzo se ne sia uscito con un lapsus memorabile: “Finalmente all’Aquila qualcosa si muove”. Anche più di qualcosa.
 Di certo il terremoto è arrivato anche nelle coscienze: degli abruzzesi e di tutti noi. Ma intellettuali e giornalisti hanno la malattia sessantottina: quel “tutto è politica” che acceca e induce a ridurre sempre tutto alla polemica politica e sociale, come se il terremoto fosse colpa del governo. Perdendo di vista le questioni di fondo, le grandi domande sul senso della vita, ritenute, marxianamente, “sovrastruttura”.
Come insegna il Leopardi dello “sterminator Vesuvio”, la vera saggezza sta anzitutto nel riconoscere quello smarrimento, quella fragilità della nostra esistenza e la precarietà delle cose più solide su cui investiamo (il mitico “mattone”). Fragilità e mortalità che è la nostra vera condizione, sempre, pure senza terremoti: è la realtà che non vogliamo vedere.
L’invito di Gesù a costruire la propria casa sulla Roccia anziché sulla sabbia non era relativo al regolamento edilizio e alle tecniche architettoniche (anche se – considerati i fatti – andrebbe preso alla lettera pure in quel senso). Ma era una esortazione a fondare la propria vita sulla Roccia che nessuno può spazzar via o demolire: lui stesso. Capace di vincere perfino la morte e dunque di restituirci per sempre tutti coloro che abbiamo amato e perduto. Questa è l’unica novità, ha gridato il Papa a Pasqua e ritrovare coloro che ci sono stati strappati sarà una festa senza fine.
Anche la recente esplosione della crisi finanziaria ed economica aveva prodotto lo stesso senso di insicurezza e lo stesso smarrimento. E Benedetto XVI aveva ricordato che l’unico “investimento” che non va incontro a crolli, fregature e delusioni, ma frutta sempre un capitale infinito, è quello fatto da coloro che seguirono Gesù che ricevettero e ricevono quaggiù il centuplo di quello che avevano investito e poi la vita eterna.
Pure Lucia Annunziata ieri sulla “Stampa” ha messo in relazione il senso di insicurezza prodotta dal terremoto con quello analogo derivato dal crollo delle Borse e dalla crisi. Scrive: “Il tremito che ha scosso l’Abruzzo… è stato nel nostro paese un momento quasi catartico di risveglio: la materializzazione dello sfascio, della fragilità, della insicurezza su cui poggiano i nostri piedi, è stata la stessa che la crisi economica filtra nella nostra coscienza. Il tremore della terra è diventato il segno di tempi più duri per tutti”.
Poi l’Annunziata ha citato l’economista francese Jean-Paul Fitoussi che sente aria di rivolta popolare per la crisi e annuncia: “le fondamenta della democrazia sono in pericolo”. Ecco il problema: le fondamenta. Noi che sappiamo renderci conto che le case hanno bisogno di fondamenta stabili per non crollare al terremoto non sappiamo accorgerci che anche la nostra vita, la democrazia e la nostra civiltà hanno bisogno di fondamenta certe e stabili. E non sappiamo interrogarci su quali esse siano. Un albero senza radici muore e crolla. Quali sono le nostre radici?
Qualche anno fa i cinesi si sono posti il problema di capire quali fossero stati le radici del grande sviluppo e del grande benessere che, nel corso dei secoli, è fiorito in Occidente e che è dilagato poi in tutto il mondo. I cinesi hanno interpellato gli esperti e l’Accademia delle scienze sociali della Repubblica popolare cinese, sebbene comunista, nel 2002 è arrivata a queste clamorose conclusioni: “Una delle cose che ci è stato chiesto di indagare era che cosa spiegasse il successo, anzi, la superiorità dell’Occidente su tutto il mondo. Abbiamo studiato tutto ciò che è stato possibile dal punto di vista storico, politico, economico e culturale.
Inizialmente abbiamo pensato che la causa fosse che avevate cannoni più potenti dei nostri. Poi abbiamo pensato che fosse perché avevate il sistema politico migliore. Poi ci siamo concentrati sul vostro sistema economico. Ma negli ultimi vent’anni abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Questa è la ragione per cui l’Occidente è stato così potente. Il fondamento morale cristiano della vita sociale e culturale è ciò che ha reso possibile la comparsa del capitalismo e poi la riuscita transizione alla politica democratica. Su questo non abbiamo alcun dubbio”.
La controprova è evidente: quando l’Europa ha violentemente abbandonato il cristianesimo, con le ideologie anticristiane del XX secolo, ha segato il ramo su cui stava seduta e si è buttata nel baratro e nella rovina. La stessa attuale crisi finanziaria ha ragioni morali, è stata provocata dalla secolarizzazione cioè dalla sostituzione di una vera moralità con la religione del profitto ad ogni costo, la religione del pescecane: Usura, Lussuria e Potere.
Tutto questo dovrebbe far riflettere l’establishment che domina i media, sempre così animato da ostilità anticristiana. Dovrebbe riflettere chi indica come traguardi di civiltà quelle battaglie radicali che spazzano via i valori umani insegnatici dal cristianesimo (la sacralità della vita, la famiglia naturale, la sessualità fra uomo e donna). E anche coloro che di fronte al terremoto non hanno trovato di meglio che proporre di sottrarre alla Chiesa le offerte ad essa devolute dagli italiani con l’otto per mille. Sono così tanti nel nostro sistema gli sperperi, i ladrocini e le regalìe che se vogliamo trovare i fondi per la ricostruzione davvero non manca dove cercarli. Evitando di assestare un colpo sulla Chiesa, dopo che il terremoto lo ha assestato sulle “99 chiese” dell’Aquila. Anche perché il sistema dell’otto per mille e prima della congrua è nato come parziale risarcimento dei colossali espropri compiuti contro la Chiesa dallo stato risorgimentale. La Chiesa, prima dell’enorme confisca, viveva tranquillamente con quei fondi e quelle proprietà che nel corso dei secoli le erano state donate dai suoi figli. Essa è un mare, diceva il Manzoni, che redistribuisce ciò che i fiumi gli portano.
Da ricostruire dunque non è solo l’Aquila, ma la nostra stessa civiltà e anche un sistema economico più corretto. Ma si può costruire solo sul fondamento saldo della nostra storia. L’albero può crescere solo se ha radici profonde. E le case se c’è una chiesa.
Nella seconda guerra mondiale Londra fu distrutta dai bombardamenti tedeschi. Nel dopoguerra, il grande poeta Thomas S. Eliot, per raccogliere fondi per la ricostruzione delle chiese, scrisse una delle sue opere più straordinarie, “La Roccia”, che è la metafora di Cristo e di San Pietro. In quel poema Eliot s’interrogava proprio sul senso del tempo, sul male nella storia, sul fluire delle cose, sulla stabilità delle case e sulla costruzione della città umana. Dove c’è sempre qualcuno che dice: possiamo fare a meno della Chiesa. E dove tutto frana se il cristianesimo è sostituito dalla nuova religione fondata su “Usura, Lussuria e Potere”.
Il suo Canto dei Costruttori dice: “Le braccia si tenderanno/ Con dita non piegate/ mentre le voci discuteranno/ Di denaro speso male/ e il letto senza coperta/ e la grata senza fuoco/ e il lume non alimentato?/ Fino a quando attenderemo? Una Chiesa per noi tutti e lavoro per ognuno/ e il mondo di Dio per tutti noi fino a quando esso durerà”.
Anche la bella e significativa iniziativa di Libero (la ricostruzione dell’oratorio Don Bosco dell’Aquila) si può spiegare con i versi di Eliot: “costruiremo l’inizio e la fine di questa strada/ Noi costruiamo il senso”. Da giovane ho partecipato, con i campi di Comunione e liberazione, sia al soccorso del Friuli che a quello per l’Irpinia. Dove leggevamo questo bellissimo poema di Eliot, su cui dovremmo riflettere anche oggi che le fluttuazioni della City londinese o newyorkese che vollero fare a meno della Chiesa e dai suoi valori morali, come intuiva il poeta, rischiano di portare alla rovina della città.

Fonte: 15 aprile 2009

2 - LA RUSSIA DI PUTIN RIABILITA STALIN

Autore: Edoardo Castagna - Fonte: 31 marzo 2009

La riconquista dell’orgoglio russo, cavallo di battaglia del populismo autoritario di Putin, passa anche dai banchi di scuola. E pazienza se, per parlar bene della Russia, occorre parlar bene anche dell’Unione Sovietica in generale, e di Stalin in particolare. La rivista «La nuova Europa» analizza, sul suo ultimo numero, le linee guida del nuovo «Corso di storia russa contemporanea (1900-1945)» di Aleksandr Filippov e Aleksandr Danilov, di imminente pubblicazione ma i cui capisaldi concettuali sono già stati resi noti. Ne emerge un quadro tutto teso a minimizzare, spiegare, 'contestualizzare' le peggiori malefatte del comunismo, dalle purghe staliniane all’eccidio di Katyn’, pagina nera della storia novecentesca che ancora oggi – lo testimoniano le polemiche sull’'oscuramento' del film «Katyn» – fatica a trovare luce.
  Ma in fondo, precisano le linee guida, «andrebbe osservato che da parte di Stalin le fucilazioni di Katyn’ non dipesero solo da considerazioni politiche, ma furono una risposta alla morte di molte (decine) di migliaia di soldati dell’Armata Rossa»: 'considerazioni' sufficienti, a quanto pare, a spiegare il massacro indiscriminato di oltre ventimila polacchi, militari e civili. Come non riabilitare, allora, la Grande carestia?
  L’Holodomor, carestia pianificata, in Ucraina uccise milioni di vittime e fu volutamente indirizzata contro l’etnia ucraina, in un contesto di pulizia etnica i cui effetti avvelenano ancora l’Ucraina. O almeno così sembrava: nella storia che i bambini russi dovranno studiare, «una carestia organizzata nelle campagne in Urss non è mai esistita», e comunque la vittime «non raggiunsero in Ucraina i dieci milioni, come scrivono oggi gli storici ucraini; in realtà non superarono uno-due milioni».
  Almeno, si ammetterà che la politica comunista della collettivizzazione delle campagne è stata un fallimento?
  Per nulla: «È stata semplicemente un modo diverso, alternativo, di risolvere il problema delle risorse. È vero che ha stroncato la vita della campagna. Ma una soluzione alternativa semplicemente non esisteva». Qui, storia creativa; sul Patto Ribbentrop-Molotov, invece, salti mortali senza rete.
  L’alleanza con Hitler assicurò a Stalin un ricco bottino – mezza Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, una fetta di Romania – che il dittatore sovietico seppe in gran parte conservare anche dopo la Seconda guerra mondiale, e sul quale oggi si allunga l’ombra protettiva della 'sfera d’influenza' della Russia putiniana. Ecco quindi il Ribbentrop-Molotov rivalutato con orgoglio – «L’Urss cominciò a partecipare al pari delle altri grandi potenze europee alle decisioni sulle sorti d’Europa» –, così come l’aggressione a Polonia e Baltici nel ’39, poiché «non fu altro che la liberazione di una parte della nostra patria».
  Brillante impostazione di rapporti di buon vicinato per il XXI secolo, con quegli Stati che si ostinano a rimanere sovrani...
  Perfino il Terrore degli anni Trenta è candidamente descritto così: «Stalin non sapeva da chi poteva attendersi un colpo, perciò sferrò un colpo a tutti». E per Filippov e Danilov questo sparare nel mucchio senza manco sapere perché è stato pure un colpo di genio politico: «Stalin agì in maniera pienamente razionale, come tutore del sistema». Seguono la revisione al ribasso del numero delle vittime e, insieme, l’esaltazione «di ciò che abbiamo costruito negli anni Trenta».
  Che oggi la Russia, a quanto pare, non vede l’ora di emulare.

Fonte: 31 marzo 2009

3 - INTERVISTA A UNO PSICOLOGO
Omosessuali non si nasce, ma si diventa
Autore: Andrea Morigi - Fonte: 15 marzo 2009

Sfidare i pregiudizi sull’omosessualità è possibile, perfino da una prospettiva insolita e dichiarata inaccettabile da parte dei movimenti gay. Dal 1967, quando discusse la sua tesi di laurea ad Amsterdam, lo psicologo olandese Gerard van den Aardweg mette in discussione la teoria che indica un’origine genetica dell’orientamento omosessuale. Non c’è nulla di innato, è soltanto disinformazione: «Dopo 15 anni di ricerche sui gemelli, monozigoti e no, non è stato dimostrato proprio nulla. Anzi, tutto indica il contrario, cioè che il contributo genetico all’omosessualità è pari a zero».
Van den Aardweg è in Italia per un corso organizzato da una decina di associazioni che propongono un’alternativa al coming out. Invece di seguire la teoria affermativa (“accettati per quello che sei”), si dà una possibilità di cambiare. A chi vuole, si intende.
EPPURE ANCHE GLI EFFETTI DELLA TERAPIA RIPARATIVA SONO DISCUSSI. PERCHÉ ALCUNI RITENGONO CHE SIA ADDIRITTURA PERICOLOSA?
«Non c’è nessun pericolo. Magari alcuni abbandonano la terapia per un motivo qualsiasi, poi vanno in crisi per altre ragioni indipendenti e sprofondano di nuovo nel loro peccato».
LO DEFINISCE PECCATO?
«Certo. È la conseguenza di un complesso di inferiorità rispetto alla propria mascolinità nel caso degli uomini o della propria femminilità nel caso delle donne. Ma è soprattutto una menzogna verso se stessi. E il cattivo comportamento sessuale che ne deriva è peccato. E si tratta di un sentire assolutamente universale, in tutte le società, non soltanto in quelle di tradizione giudeo-cristiana. Anche nella cultura cinese e in quella africana non è considerato lecito. Ed è segno che il rifiuto sociale dell’omosessualità deriva dal senso comune».
COME MAI IN OCCIDENTE SI FANNO TANTI SFORZI PER RENDERE SOCIALMENTE ACCETTABILE L’OMOSESSUALITÀ, ALLORA?
«È dagli anni Settanta che i movimenti gay hanno compreso che, se si riesce a vendere l’idea dell’omosessualità innata, si può provocare un cambiamento sociale. Perciò cercano sempre nuove indicazioni che, puntualmente, dopo qualche anno sono smentite. Io le chiamo le “teorie della farfalla”, perché catturano l’attenzione dei media ma poco dopo muoiono».
SE I MOVIMENTI GAY VOGLIONO PROVOCARE UN CAMBIAMENTO SOCIALE, SIGNIFICA CHE HANNO UN PROGETTO POLITICO?
«Sono il retroterra di un progetto più grande, come quello dei movimenti anti-famiglia e anti-natalista, che hanno ottenuto successi politici riuscendo per esempio a convincere gli Stati a sostenere i programmi di sterilizzazione. La normalizzazione dell’omosessualità si innesta in questa tendenza: se si riescono a crescere generazioni convinte che l’omosessualità sia accettabile, si avranno anche nuove risorse per combattere la guerra psicologica e di propaganda che condurrà a una drastica diminuzione del tasso di natalità. Da soli, i movimenti gay non avrebbero avuto la forza di affermarsi, perché non  hanno il consenso della popolazione. Perciò cercano, e in parte vi sono riusciti, di deviare l’opinione pubblica con la loro propaganda».
QUALI ARGOMENTI UTILIZZA PER CONTRASTARE QUELLA PROPAGANDA?
«Semplicemente la diffusione di informazioni veritiere e la promozione di relazioni familiari e matrimoni migliori. Questo mi pare il momento buono. Nei Paesi Bassi si avverte già una saturazione crescente riguardo alla propaganda gay, un’ideologia che ha esagerato. Era molto più influente trent’anni fa, quando se ci si dichiarava omosessuali si era oggetto di una discriminazione positiva e si ottenevano i posti di lavoro migliori. Ora si assiste a una certa, lieve, controtendenza. Il ministro della Sanità olandese, pur essendo di sinistra, ha concesso sussidi triennali a gruppi di ex-gay che aiutano le persone a orientarsi nella direzione giusta. Potrebbe rappresentare un inizio per chi è davvero discriminato».
CHI INTENDE?
«Coloro che soffrono da soli e in silenzio, quel 50% di giovani che scoprono di avere quel tipo di sentimenti, ma non vogliono precipitare nella vita omosessuale. Vorrebbero cambiare, ma intorno a loro tutto sembra renderglielo impossibile, perché i gruppi militanti e i politici li discriminano».
ANCHE GRAZIE ALLE LEGGI ANTI-DISCRIMINATORIE? PENSA CHE RESTRINGANO GLI SPAZI DELLA LIBERTÀ DI OPINIONE?
«Certo che li restringono. Creano difficoltà concrete in alcune professioni per chi non accetta le parole d’ordine pro-gay. Ormai è come ai tempi del nazismo: chi era contro le leggi razziali veniva isolato».

Fonte: 15 marzo 2009

4 - EUTANASIA
I progetti umanitari di Hitler
Autore: Fabio Ferrucci - Fonte: 21 febbraio 2009

Nelle scorse settimane, un articolo di Susanna Tamaro in occasione del Giorno della Memoria, ha innescato un dibattito a cui ha partecipato anche Roberta De Monticelli. La filosofa ha espresso il suo netto dissenso nei confronti di un commento apparso su Il Foglio, in cui si argomentava che «dietro l’umanitarismo eutanasico Susanna Tamaro indovina il ghigno dell’indifferenza nazista che ha aperto i lager». Secondo De Monticelli, le opinioni espresse in quella sede e l’accostamento al caso Englaro, altro non sarebbero che un esempio di «organizzazione della menzogna».
In effetti, l’analogia fra i nazisti e la battaglia a favore dell’eutanasia può apparire «stralunata». Eppure, pochi hanno ricordato che lo sterminio degli ebrei fu preceduto da quella che Mireille Horsinga-Renno -nel libro in cui ricostruisce la vicenda del suo prozio Georg Renno, “medico della morte” ad Hartheim- definisce una «ragionevole strage», ovvero lo sterminio dei disabili (e di altri gruppi sociali ritenuti “degenerati”). Nell’ottobre del 1939 iniziò l’Aktion T4, con cui furono soppresse in maniera sistematica -“disinfettate”, secondo la macabra terminologia amministrativo-contabile del programma- oltre 70.000 persone. Per dare il via all’operazione, bastarono quattro laconiche righe: «Al capo del Reich Boulher e al Dott. Med. Brandt viene conferita la responsabilità di estendere la competenza di taluni medici, designati per nome, cosicché ai pazienti che, sulla base di un giudizio umano, sono considerati incurabili possa essere concessa una morte pietosa dopo una diagnosi approfondita». Firmato: Hitler.
L’Aktion T4 fu preceduta dall’eliminazione di bambini disabili fatti morire di inedia, oppure mediante la somministrazione di taluni farmaci in dosi massicce. Il primo su cui venne praticata l’eutanasia fu un bambino nato con gravi menomazioni fisiche, a cui successivamente sarà diagnosticata anche una condizione di “idiotismo”. Possiamo comprendere il dramma del padre e della madre nei quali maturò la convinzione che loro figlio non avrebbe avuto «nulla di umano», e che la sua vita «non avrebbe significato nulla per lui» e «solo sofferenza» per loro. Perciò i genitori supplicarono il Fürher di concedere l’autorizzazione a sopprimerlo. Hitler affidò l’incarico al suo medico personale, K. Brandt, lo stesso che in gioventù avrebbe voluto affiancare il dottor Schweitzer nel lebbrosario di Lambarené. Gli umanitari sono così: amano così tanto l’umanità, fino al punto di volere l’uomo, in carne ed ossa, morto. Per il suo bene, s’intende.
Il terreno per lo sterminio dei disabili fu preparato da leggi statali eugenetiche che attuarono la dichiarazione programmatica contenuta nel Mein Kampf: fare in modo che diventasse scandaloso metter al mondo bambini quando si è malati o difettosi. L’eutanasia costituì il «ragionevole» sviluppo delle leggi per la sterilizzazione delle persone disabili e degli asozialen, le quali stabilirono lo standard della vita degna, e «meritevole di essere vissuta».
Georg Renno, medico al Castello di Hartheim -dove vennero soppresse oltre 18.000 persone disabili– non negò mai quello che aveva fatto. Più semplicemente gli apparve una conseguenza logica, «ragionevole». Ad anni di distanza, nella sua serena vecchiaia, fu intervistato da un giornalista, a cui disse di avere la coscienza pulita, di non sentirsi colpevole. «Non è come se avessi ucciso qualcuno con un colpo di pistola o qualcosa del genere. Non si è trattato di tortura; per quei malati è stato piuttosto, per così dire, una “liberazione”».
Allora lo sterminio dei disabili venne attuato in gran segreto, di nascosto, da medici designati per nome. E quando fu proposto a Hitler di emanare una legge che depenalizzasse l’eutanasia per ottenere una maggiore adesione da parte dei medici al suo programma di «disinfezione», egli, per un cinico calcolo politico, ebbe il pudore di rifiutare. Oggi, noi umanitari, abbiamo perso anche quello.

Fonte: 21 febbraio 2009

5 - OBAMA
Il presidente dell'aborto
Autore: Bradley Mattes - Fonte: 16 marzo 2009

Durante le prime 7 settimane della presidenza di Obama, egli è stato all'altezza del suo titolo di "Presidente dell'aborto". Ecco ciò che ha fatto per promuovere l'industria dell'aborto e/o il suo assalto alla vita umana innocente:
Con ordine esecutivo, il Presidente Obama ha fatto marcia indietro rispetto alla Mexico City Policy [politica di Città del Messico]. Quando era in vigore, essa proibiva che i soldi delle tasse finanziassero organizzazioni internazionali che promuvono l'aborto od eseguono aborti.
La International Planned Parenthood Federation [Federazione Internazionale di Planned Parenthood, che è la maggiore "azienda di aborti" negli USA] ci ha messo poco tempo per impiegare questo denaro per promuovere il proprio programma abortifero in Polonia sostenendo per la Festa della Donna una serie di marce che hanno fatto diverse richieste, tra cui l'aborto su richiesta senza restrizioni. Inoltre, l'IPPF si sta opponendo ad una legge polacca che è in corso di formulazione da parte di un comitato di bioetica in Polonia tesa a proteggere gli embrioni umani dall'essere uccisi dalle procedure di fecondazione in vitro.
Le nomine del Presidente sono state universalmente pro-aborto, incluse le scelte critiche che potrebbero avere un effetto drammatico sui nascituri. Queste includono il Segretario alla Salute ed ai Servizi Umani. La sua scelta è il Governatore del Kansas Kathleen Sebelius che ha posizioni estremistiche pro-aborto.
Un'altra scelta chiave è Margaret Hamburg come Direttrice della Food and Drug Administration [ente governativo che si occupa della regolamentazione dei farmaci e dei generi alimentari]. Non solo è fortemente pro-aborto, si è opposta all'educazione all'astinenza.
Con ordine esecutivo, il Presidente Obama ha tolto le restrizioni sull'uso dei soldi delle tasse per finanziare la ricerca sulle cellule staminali embrionali che uccide embrioni umani. Permette anche all'industria biotech di creare embrioni umani per il solo scopo di ucciderli in nome della ricerca. Inoltre, il suo ordine esecutivo fornisce la piattaforma necessaria per effettuare la clonazione, che non può essere fatta senza cellule staminali embrionali.
Un secondo impatto, meno conosciuto, di questo ordine esecutivo ha abrogato la direttiva del Presidente Bush di finanziare forme alternative di ricerca e trattamento che non implicano l'uccisione di  embrioni umani. Così non solo Obama ha aperto le cateratte per i soldi che pagano gli americani con le tasse per effettuare la ricerca sulle cellule staminali embrionali, sta impedendo per il futuro la ricerca sulle cellule staminali adulte che si è già dimostrata essere enormemente efficace nel curare i pazienti.
Il Presidente Obama ha creato il nuovo Ufficio Internazionale sulle Questioni Femminili. Le persone familiari con gli aggressivi programmi pro-aborto dei gruppi internazionali di donne sanno che questa non può essere una buona notizia. Sarà guidato da Melanne Verveer, capo dello staff della ex first lady Hillary Clinton. In breve, questo ente verrà usato per intimidire, fare pressioni o forzare altri paesi a legalizzare l'aborto senza restrizioni.
Visto che il numero di abortisti diminuisce, l'industria dell'aborto sta cercando di aumentare l'accesso all'aborto. Medici, infermieri, farmacisti ed altri professionisti della salute e gli ospedali sono sempre più preoccupati di potere essere costretti a contribuire all'esecuzione degli aborti. Prima di lasciare l'incarico, il Presidente Bush ha disposto regole di coscienza per proteggere questi professionisti e queste aziende nel campo della salute se dovessero scegliere di non contribuire all'uccisione di bambini non nati.
Il presidente Obama ha già messo in moto degli sforzi per abrogare queste regole e fare ancora in modo che coloro che sono addestrati a proteggere e a curare siano soggetti all'essere costretti ad uccidere la vita umana innocente.
Dopo avere letto tutto questo è difficile credere che Obama sia in carica solo da 7 settimane. Non oso pensare che cosa sia capace di compiere in 4 anni. Vi prego di condividere queste informazioni con gli altri.45

Fonte: 16 marzo 2009

6 - RE BALDOVINO DI FRONTE ALLE LEGGE BELGA SULL'ABORTO
Un sovrano amato dal popolo
Autore: Anselmo Palmi - Fonte: non disponibile, 3-4-2006

Si apprestava a festeggiare i suoi 60 anni, poi i 40 anni di regno e i 30 di matrimonio, quando una crisi istituzionale ha rischiato di compromettere tutto. Stiamo parlando del re del Belgio, Baldovino, il quale nei primi giorni di aprile del 1990 si rifiuta, per ragioni di coscienza, di firmare la legge sull'aborto.
In un Paese diviso tra le comunità fiamminga e vallona, che oggi convivono nell'ambito di un'incerta struttura federativa, Baldovino era diventato un indispensabile elemento di unità, una sorta di cerniera fra due popoli che non ritenevano di avere un cammino comune da compiere. Nessuno l'avrebbe detto e neppure immaginato quando nel 1951, ad appena 21 anni, egli salì al trono. Il Belgio usciva allora da una grave crisi istituzionale: la guerra, l'occupazione tedesca, l'inquietudine sociale si erano scaricate su re Leopoldo III, accusato di essere stato troppo remissivo verso Hitler e di non aver seguito il governo in esilio a Londra. Nonostante un referendum gli abbia assicurato il 57% dei voti, Leopoldo nel 1950 decide di abdicare in favore del figlio, Baldovino, anche se per molto tempo continua ad esercitare il potere.
Baldovino, infatti, è troppo giovane e il potere non era la sua aspirazione primaria. Primogenito di Leopoldo III e di Astrid, entrambi molto amati dalla popolazione, a vent'anni Baldovino si trova praticamente imprigionato nel castello di Laeken, quando la Wehrmacht occupa il paese. Viene poi deportato in Germania con suo padre - naturalmente non come un deportato comune - verso la fine della guerra. Incoronato nel 1951, comincia una carriera politica di dignitoso mediatore tra le parti, in un clima politico reso spesso rovente dalle dispute fra le due comunità linguistiche, fiamminga e vallona.
Nel 1960 Baldovino si sposa con la spagnola Fabiola, una persona di profonda fede cattolica. Il cruccio principale della coppia reale sarà quello di non poter avere figli.
Baldovino si rivela un sovrano abile e, quando necessario, coraggioso. È lui ad annunciare nel 1959 l'indipendenza del Congo, al fine di evitare un ulteriore spargimento di sangue. È lui ancora a gestire in tutti quegli anni le aspre vicende linguistiche e nazionali che hanno sempre contrapposto fiamminghi e valloni. Grazie alla sua opera di mediazione la monarchia è tornata popolare in Belgio e il Paese ha conservato la sua unità. Tutto ciò viene però messo improvvisamente in discussione dal dibattito in merito al problema dell'aborto.

UN IMPEDIMENTO MORALE
II 29 marzo 1990 in Belgio, dopo il Senato, anche la Camera dei Deputati approva una legge, d'iniziativa socialista e liberale, che autorizza quasi senza limiti l'interruzione volontaria della gravidanza nelle prime dodici settimane. Questa legge, che depenalizza l'aborto, giunge al termine di un dibattito durato vari mesi ed è il risultato di un difficile e delicato compromesso tra i due partiti della maggioranza parlamentare che sostiene il governo: quello socialista, favorevole alla legge sull'aborto, e quello cristiano-sociale, contrario. Non rimane che la firma reale perché la legge divenga esecutiva.
Si tratta in apparenza di una formalità, dato che in Belgio, come in tutti i Paesi a monarchia costituzionale, il re non può far altro che approvare le decisioni del Parlamento. Infatti l'art. 69 della Costituzione belga specifica che «il re ratifica e promulga le leggi». Quando il re ratifica una legge, dimostra però anche il suo consenso al testo approvato dalle Camere. E nel nostro caso manca il consenso del re: Baldovino si rifiuta di firmare la legge sull'interruzione di gravidanza. La sua decisione non giunge del tutto inattesa, poiché già in varie occasioni il sovrano aveva fatto sapere che non era disposto a firmare una legge che riteneva lesiva della sua coscienza di cattolico. Nel suo discorso del 31 dicembre 1989 aveva, ad esempio, chiaramente affermato che il potere politico doveva fare tutto il possibile per difendere la vita, comunque.
Il rifiuto del re crea in Belgio una situazione eccezionale, storica. È la prima volta che un fatto del genere avviene in questo Paese. Baldovino precisa il suo pensiero in merito con una lettera che invia al capo del governo, Wilfried Martens.

Signor Primo Ministro,
in questi ultimi giorni ho potuto manifestare a numerosi esponenti politici la mia grande preoccupazione circa il progetto di legge relativo all'interruzione di gravidanza. Questo testo sta per essere votato alla Camera, dopo esserlo stato al Senato. Mi rincresce che non sia stato raggiunto un accordo fra le principali forze politiche su un argomento così fondamentale.
Questo progetto di legge suscita in me un grave problema di coscienza. Temo infatti che esso venga recepito da una gran parte della popolazione come un'autorizzazione ad abortire durante le prime dodici settimane dopo il concepimento.
Nutro anche una serie di preoccupazioni circa la disposizione secondo la quale l'aborto potrà essere praticato al di là delle dodici settimane se il nascituro è affetto "da una menomazione di particolare gravita e riconosciuta come incurabile al momento della diagnosi". Si è meditato come tale messaggio sarebbe avvertito dagli handicappati e dalle loro famiglie?
In sintesi, temo che questo progetto porti a una sensibile diminuzione del rispetto della vita nei confronti dei più deboli. Comprenderete, dunque, perché io non voglio essere coinvolto da questa legge. Ritengo che firmando questo progetto di legge e dimostrando nella mia qualità di terzo ramo del potere legislativo il mio accordo con questo progetto, assumerei inevitabilmente una certa corresponsabilità. E questo non posso farlo, per i motivi sopra esposti. So che agendo così non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere. Chiedo a quelli che si stupissero della mia decisione: "Sarebbe normale che io fossi il solo cittadino belga costretto ad agire contro la propria coscienza in una questione essenziale? La libertà di coscienza vale per tutti, salvo che per il re?".
Capisco peraltro molto bene che non sarebbe accettabile che, a causa della mia decisione, venisse bloccato il funzionamento delle nostre istituzioni democratiche. Per questo invito il Governo e il Parlamento a trovare una soluzione giuridica che concili il diritto del Re a non essere obbligato ad agire contro coscienza con la necessità del buon funzionamento della democrazia parlamentare. Vorrei terminare questa lettera sottolineando due punti importanti sul piano umano. La mia obiezione di coscienza non vuole esprimere alcun giudizio sulle persone che sono favorevoli al progetto di legge. D'altra parte, la mia decisione non significa che io sia insensibile alla situazione molto difficile e talora drammatica con la quale alcune donne sono messe a confronto. Vi chiedo, signor Primo Ministro, di rendere nota questa lettera, nei modi che riterrete più opportuni, al Governo e al Parlamento.


Di fronte a questa crisi politica e istituzionale il governo belga si riunisce e dopo febbrili trattative trova una scappatoia giuridica, appellandosi all'art. 82 della Costituzione. Dice infatti questo articolo che «se il re si trova nell'impossibilità di assolvere alle sue funzioni di Capo dello Stato», può subentrarvi il governo stesso. La pratica e la dottrina avevano finora individuato due casi in cui far ricorso all'art. 82: la malattia grave e la privazione della libertà personale. Questo secondo caso si era verificato una sola volta, nel 1940, quando il governo belga in esilio aveva esautorato il re Leopoldo, arresosi ai tedeschi e da loro imprigionato.
Nel caso di Baldovino i termini sono però diversi e il governo, interpretando in modo estensivo l'art. 82, ha allora parlato di «impossibilità morale» per il re, poiché la sua coscienza gli impediva di compiere il dovere costituzionale di accettare le decisioni del Parlamento in materia di aborto. Baldovino viene quindi sospeso dalle sue funzioni per la giornata di giovedì 4 aprile e fino alle ore 15 del giorno successivo. In questo modo, mentre il re è fuori campo, il governo belga può promulgare e mettere in vigore la legge sull'aborto. Venerdì 5 aprile, appunto alle ore 15, le due Camere, riunite in seduta comune, con 245 sì e 93 astensioni, restituiscono al re i suoi poteri e pongono fine allo stato di emergenza.
A parte la sostenibilità tecnica e giuridica, la soluzione escogitata dal governo belga ha il pregio di rispettare il valore delle posizioni morali del re, la sua netta e precisa obiezione di coscienza nei confronti dell'aborto, pur senza aprire un conflitto politico e istituzionale, che sarebbe stato lacerante per il Belgio.

UNA PERSONA CAPACE DI DIRE NO
II gesto di re Baldovino ha naturalmente grande risalto in tutto il mondo; non era mai capitato che un sovrano fosse disposto a rinunciare al trono pur di non scendere a compromessi con la propria coscienza.
Anche nel nostro Paese la vicenda di re Baldovino non manca di suscitare commenti. Giorgio Torelli conclude in questo modo su «II Giorno» un articolo intitolato La favola di un re che abdica per salvare la coscienza: «Siamo così assuefatti agli uomini del pressappoco che proprio per questo l'accaduto dovrà rapidamente essere volto in favola. O frastornerebbe troppo». E Claudio Magris, sul «Corriere della Sera» rileva come «il rispetto tributato a Baldovino del Belgio anche da chi avversa la sua posizione sul tema specifico del suo rifiuto, la legalizzazione dell'aborto, dimostra quanto si senta, in generale, la necessità di scelte operate secondo coscienza, di persone capaci, nelle più varie circostanze, grandi o piccole, di dire no. Questo monosillabo è una delle più belle, forti, poetiche parole del vocabolario; è con un no, con una contestazione dell'esistente, con un rifiuto della realtà del momento -la quale pretende sempre di essere l'unica possibile e la migliore - che inizia ogni valore».

ORDINAMENTO GIURIDICO E VALORI MORALI
 In un celebre discorso tenuto ad Harvard nel giugno del 1978, il grande scrittore russo Alexander Solgenitsin, premio Nobel per la letteratura, denunciava il declino del coraggio nelle società occidentali. Secondo Solgenitsin una delle cause di questo declino è da trovare nel fatto che in Occidente il diritto mira a distruggere la morale e a sostituirla.
Re Baldovino, con il suo gesto, ha ricordato che il diritto e la vita sono sottoposti alla morale, in quanto vi sono dei valori che vanno al di là dell'ordinamento giuridico formale e sono superiori ad esso. Prima, cioè, viene l'uomo, la persona, con la sua identità e la sua integrità, con i suoi diritti fondamentali; poi la società, lo Stato, la maggioranza. Vi sono delle situazioni particolari, come nel caso di Baldovino, nelle quali la legge può entrare in conflitto, su principi fondamentali, con la coscienza personale.
Baldovino con il suo gesto ha affermato un valore primario: la coscienza personale è una sorta di santuario che su questioni basilari deve rimanere incontaminato e inaccessibile. Il particolare dramma interiore di Baldovino era comunque dovuto alla necessità di conciliare il proprio ruolo pubblico con la propria posizione morale, senza peraltro bloccare una legge che era stata votata dal Parlamento e che, in uno Stato democratico, non si poteva arrestare.
La scelta di Baldovino, la sua disponibilità a rinunciare anche alla Corona, stanno a dimostrare l'esistenza di principi di fondo che vengono prima di tutto. Dunque una grande testimonianza, una precisa scelta in coerenza con le proprie convinzioni che derivano per re Baldovino dalla fede, ma che nella lettera al Primo Ministro vengono presentate come frutto di una riflessione del tutto laica sul valore assoluto da attribuire alla vita umana e sul fatto che il diritto alla vita è il primo e fondamentale diritto umano.
Secondo Leo Suenens, primate della Chiesa cattolica belga dal 1962 al 1980, amico e confidente di Baldovino, «questo re pastore è stato soprattutto il modello del suo popolo. Gli ha dato l'esempio di una coscienza fine, sensibile, infinitamente delicata, docile alle minime ingiunzioni morali e spirituali. Per lui la coscienza era un assoluto: era la voce dell'uomo profondo e la voce di Dio. Egli l'ha seguita sempre, anche a rischio dei suoi interessi personali, a rischio della sua posizione di re. La vita umana, pensava, valeva questo prezzo».

Fonte: non disponibile, 3-4-2006

7 - RISPETTARE LE GENERAZIONI FUTURE?
Un mito pagano che ci annebbia la vista
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: 8 aprile 2009

Bloccare lo sviluppo per garantire il bene dei nostri nipoti? È una concezione che va contro la realtà e cancella secoli di civiltà cristiana. Perché l'unico futuro che conta è il Giorno del Giudizio... ed è straordinariamente presente
Generazioni future. Mai come di questi tempi si è parlato di generazioni future. Tutto ciò che dobbiamo fare oggi, scegliere oggi, è in funzione delle generazioni future. In particolare dobbiamo evitare di consumare le risorse disponibili nel mondo in modo che possano goderne anche le generazioni future. «Dobbiamo pensare ai nostri figli e ai nostri nipoti», «Dovremo rispondere ai nostri nipoti delle scelte che facciamo» e così via: quante volte abbiamo sentito ripetere queste frasi da politici, economisti, sociologi e ideologi di ogni partito.
A prima vista si direbbe che la nostra società sia percorsa da un salutare fremito di solidarietà che addirittura trapassa i decenni e i secoli. Dovremmo esserne felici. Eppure, basta guardarsi intorno per capire che qualcosa non quadra, se non altro perché se la solidarietà fosse vera dovrebbe manifestarsi con evidenza anche tra le "generazioni presenti", dove invece appare in crescita l'individualismo più esasperato.
Ma a doverci mettere soprattutto in allarme è il fatto che i più convinti sostenitori della necessità della solidarietà verso le generazioni future sono gli stessi che con temporaneamente si adoperano per fare in modo che le generazioni future neanche nascano. Tanto per entrare nel concreto: a spingere molto sul tasto delle generazioni future, ad esempio, è l'Unione Europea quando parla di difesa dell'ambiente o di pericolo dei cambiamenti climatici; eppure è la stessa Unione Europea che aumenta i finanziamenti per diffondere contraccezione e aborto nel mondo e che si batte in ogni sede internazionale - e anche con i suoi Stati membri - per il diritto universale all'aborto.
Sulla stessa linea il neo-presidente americano Barack Obama che, appena insediato, ha rivolto un pensiero alle generazioni future, ma nello stesso tempo varava un piano anti-crisi dove tra le misure per incentivare lo sviluppo figura anche il sostegno alle campagne di controllo delle nascite nei Paesi poveri. Per non parlare poi dei vari movimenti ecologisti, no-global, anti-occidentali vari che di questa sorta di schizofrenia sono maestri.
Come si spiega questo paradosso? Semplicemente riandando all'origine di questa "ossessione" per le generazioni future, ovvero al concetto di sviluppo sostenibile. Esso nasce ufficialmente con il Rapporto della Commissione ONU su Ambiente e Sviluppo - più nota come Commissione Brundtland dal nome dell'ex premier norvegese che l'ha presieduta - pubblicato nel 1987.
La sostenibilità si riferisce appunto a un limite nell'uso delle risorse in modo da non pregiudicare le possibilità di sviluppo delle generazioni future. Ma è lo stesso Rapporto della Commissione Brundtland a sostenere - per la prima volta in un documento di questa importanza, che sarà poi alla base delle politiche globali adottate dalla comunità internazionale a partire dagli anni '90 - che la popolazione è un fattore negativo sia per lo sviluppo che per l'ambiente. Dunque la necessità di impedire che le generazioni future nascano è fin dall'origine parte integrante di questa politica di "solidarietà".
Lasciamo pure da parte le questioni etiche che esso comporta, ma il fatto è che questo approccio allo sviluppo e all'uso delle risorse è profondamente sbagliato dal punto di vista economico, o - per meglio dire - è smentito dalla realtà. In effetti, la storia ci dimostra come le risorse siano andate sempre moltiplicandosi in modo più che proporzionale alla crescita della popolazione. Questo perché le risorse non sono un dato fisso fornito dalla natura, ma dipendono dalla creatività dell'uomo che sa usare di ciò che trova in natura: il petrolio è oggi una risorsa, ma appena due secoli fa era un grave problema per i terreni agricoli; solo pochi anni fa si lanciava l'allarme per la fine del rame che avrebbe mandato in tilt il sistema mondiale delle telecomunicazioni, poi si sono scoperte le fibre ottiche che hanno sostituito il rame con il silicio che, trovandosi nella comune sabbia, è un elemento disponibile in quantità più che abbondante per i prossimi secoli.
Molto importante da notare è che l'ingegno dell'uomo è puntualmente stimolato dalle necessità, tra cui spicca per importanza l'aumento della popolazione. Nella storia, dunque, l'aumento della popolazione è sempre stato il "motore" per l'accrescimento delle risorse e non la causa del loro esaurimento.
È un argomento che meriterebbe certamente un ulteriore approfondimento, ma in questa sede è interessante intanto notare che proprio la scommessa sulla libertà dell'uomo, la concezione positiva della presenza e dell'agire umano sono alla base dello straordinario sviluppo sociale, economico, culturale e politico dell'Europa cristiana, che parte nel Medioevo.
Il cittadino della "civiltà cristiana" non si preoccupava delle generazioni future, ma di fare nel presente la volontà di Dio. Così, come conseguenza, preparava un futuro migliore anche per i propri figli e nipoti. È questa la posizione più realistica, perché non siamo in grado di sapere cosa accadrà domani o fra 50 e 100 anni, ma siamo in grado di giudicare cosa è giusto o sbagliato oggi, sappiamo cosa in questo istante è la volontà di Dio, cosa corrisponde alla dignità dell'uomo fatto "a immagine e somiglianza di Dio".
Così, tanto per fare un esempio banale: non va sprecata l'acqua perché è un dono di Dio per rispondere alle mie necessità, e non perché altrimenti non ce ne sarà abbastanza per i miei nipoti. Anche perché, da un punto di vista puramente tecnico, è assurdo pensare che chiudere il rubinetto oggi garantisca maggiore acqua tra 30 anni, così come chiudere i rubinetti a Milano non fa uscire più acqua dai rubinetti di Kinshasa.
Dunque, l'uso responsabile delle risorse è una questione etica che attiene al rapporto che c'è tra me e la realtà circostante, e non ha a che fare con la loro disponibilità. Del resto, anche Gesù, quando se la prende con i ricchi non ha come termine di riferimento la limitatezza delle risorse o la disponibilità verso le generazioni future, ma proprio il rapporto attuale, presente, con i beni disponibili.
L'unico futuro che conta è fuori dall'orizzonte temporale, è il giorno del Giudizio, è il giorno in cui compariremo davanti al Signore e dovremo rispondere di ogni cosa che abbiamo fatto e detto. Questo è - mi si lasci passare l'espressione - un "futuro presente", ovvero che giudica ogni istante della nostra vita. Il richiamo alle "generazioni future" così come viene inteso oggi, invece, oltre a essere sbagliato da un punto di vista sociale ed economico, sa molto di neo-paganesimo e si traduce con una tipica espressione purtroppo ripetuta in buona fede anche da tanti cristiani: "Dobbiamo lasciare il mondo così come lo abbiamo ricevuto".
Ma questo è il principio dell'immobilità, è il principio culturale - ad esempio - che impedisce a tanti popoli africani di emanciparsi e svilupparsi, è la base su cui si perpetuano società arcaiche e violente. Al contrario, da Dio siamo chiamati a "collaborare alla Creazione", quindi a migliorare il mondo e la città dell'uomo. E soprattutto siamo chiamati a comunicare e trasmettere la salvezza che ci è stata donata, l'unica cosa che veramente conta per le "generazioni future", così come per quelle presenti.

Fonte: 8 aprile 2009

8 - ALLARME CLIMA
Ci vuole imbrogliare anche il corriere della sera
Autore: Maurizio Morabito - Fonte: 17-3-2009

Una evidentemente sfortunata serie di circostanze sembra aver indotto in errore l'apprezzato, veterano corrispondente di scienza, ambiente e clima del Corriere della Sera, Franco Foresta Martin. Aiutiamolo ad informare meglio i suoi lettori!!
Sul Corriere online del 16 marzo e' apparsa l'ennesima roboante notizia sui cambiamenti climatici: "Gli scienziati: sei avvertimenti per evitare la catastrofe climatica". Dovrebbe essere il resoconto delle conclusioni della "conferenza internazionale che ha riunito la settimana scorsa [a Copenhagen] 1600 climatologi da più di 70 paesi, per iniziativa dell'International Alliance of Research Universities (IARU)".
Soffermiamoci un attimo sull'occhiello "Le conclusioni di 1600 esperti convinti che ci avviamo verso il baratro". Forse l'ha scritto in tutta fretta il titolista...ma piu' oltre il concetto e' nel testo dell'articolo: "Tirate le somme, i 1.600 esperti hanno deciso di consegnare ai governi del mondo un messaggio articolato in sei raccomandazioni".
Certo che sarebbe proprio un bel colpo, riunire 1.600 esperti per tre giorni e "tirar le somme" di tutti loro in sei raccomandazioni stilate alla fine del Congresso. Ci vorrebbe davvero una unanimita' di nome e di fatto... ma siamo sicuri che sia andata davvero cosi'?
No. Anzi, possiamo essere sicuri del contrario. E senza neanche scomodare le retrive diatribe su chi possa essere definito "esperto", come piace a certi polemisti sempre pronti ad assegnare i patentini. Che quanto scritto da Foresta Martin sia errato ce lo dice nientepopodimenoche Mike Hulme, Professore alla Scuola di Scienze Ambientali (School of Environmental Sciences) alla Universita' dell'East Anglia in Gran Bretagna, che anni fa ha fondato ed e' stato primo Direttore del Tyndall Centre per la Ricerca sui Cambiamenti Climatici (Climate Change Research).
Il Prof. Hulme (che fra parentesi, non è per niente scettico sul riscaldamento globale e sulla urgenza delle azioni da intraprendere) ha scritto, su "Seed Magazine", sul noto blog "Prometheus" e adesso anche nelle pagine della BBC, che a tirare le somme, e a scrivere le raccomandazioni, è stato un ristretto gruppo di persone autoselezionatesi prima della conferenza stessa.
"Le sei raccomandazioni non sono la voce collettiva di 2.000 ricercatori, e neanche la voce di istituzioni scientifiche riconosciute come l'Organizzazione Meteorologica Internazionale (WMO). Non provengono neppure dal lavoro collettivo di esperti [visto che non ci sono state ] selezioni, sintesi e verifiche...Le sei raccomandazioni hanno l'autorità solo delle persone che le hanno scritte".
Hulme sottolinea anche che la IARU è una "poco nota coalizione" di Università "autoproclamatesi 'di elitè...che non hanno responsabilità nei confronti di nessuno...governi, associazioni scientifiche professionali, istituzioni scientifiche internazionali sotto l'egida dell'ONU".
Possiamo fidarci del Prof Hulme, che a Copenhagen ha finanche presieduto una sessione? Forse possiamo fidarci. Anche perché gli organizzatori stessi della conferenza scrivono a chiare lettere nel loro comunicato stampa che "i messaggi preliminari [per i Governi] ricavati dai risultati sono stati comunicati dal Gruppo di Scrittura Scientifica del Congresso".
E ammetteranno adesso il Corriere e Foresta Martin che, probabilmente nell'afflato climatico che ogni tanto colpisce, si sono fatti trascinare un po' troppo, falsando una notizia e disinformando piu' di un lettore?  Ai posteri, come si dice...

Fonte: 17-3-2009

9 - PECORE E PASTORI
Un libro del cardinal biffi contro i luoghi comuni
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: 24 febbraio 2009

Il Cardinale Biffi si chiede perché l’ortodossia fa più notizia dell’eresia.

 Chi è il cattolico adulto? Qual è il compito dei pastori? Chi sono e quale ruolo svolgono i componenti del gregge? Perché non ci sono donne sacerdote? Perché la Chiesa ha un solo capo? E perché gli si deve obbedienza?
A queste ed altre domande risponde il Cardinale Giacomo Biffi con il libro “Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo”, pubblicato dalla Cantagalli (256 pagine, 13,80 Euro).
Il libro, il cui titolo sembrerebbe destinato solo al clero, è anche una schietta e brillante riflessione sui fondamenti e sui compiti della Chiesa, su quel popolo di Dio che il porporato indica come “gregge di Cristo”.
Scrive l’Arcivescovo emerito di Bologna: “Una delle cose che mi impressionano di più è che al giorno d’oggi non è più l’eresia, ma è l’ortodossia a fare notizia”, ed in questo libro il Cardinale Biffi parla chiaro, sgonfia i luoghi comuni, cancella i sofismi ed i condizionamenti del “politically correct”.
Circa l’accondiscendenza con cui alcuni si piegano ai condizionamenti del “politically correct” il Cardinale Biffi sostiene: “Talvolta in qualche settore del mondo cattolico si giunge persino a pensare che debba essere la divina Rivelazione ad adattarsi alla mentalità corrente per riuscire ‘credibile’, e non piuttosto che si debba ‘convertire’ la mentalità corrente alla luce che ci è data dall’alto. Eppure si dovrebbe riflettere sul fatto che ‘conversione’ non ‘adattamento’ è parola evangelica”.
Del resto, continua il porporato, “la prima frase che Gesù pronuncia inaugurando il suo apostolato non è: ‘Il mondo va bene così come va; adattatevi al mondo e siate credibili alle orecchie di chi non crede’ ma è: ‘Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.
Sul ruolo del pastore l’Arcivescovo emerito di Bologna rileva che “tra i gravi problemi della cristianità non c' è solo la scarsità dei pastori, c' è anche la difficoltà dei cristiani a riconoscersi evangelicamente pecore” e aggiunge “il pastore condivide la vita del gregge”, ma ne è soprattutto “il capo e il condottiero”, perché i sacerdoti “non devono seguire le pecore nei loro sbandamenti, ma guidarle con mano ferma”. E pazienza se questa autorità “sarà vista ovviamente come un’autorità che si fonda su sé stessa, e sarà classificata come antidemocratica”.
A proposito di coloro che si sono autodefiniti “cattolici adulti” scrive il porporato: “Se qualcuno manifesta ad alta voce di voler essere considerato ‘adulto’ nella Chiesa, l’intenzione ci sembra legittima e persino encomiabile, purché egli rimanga convinto che, secondo il Vangelo, chi dentro di sé non diventa come un bambino non entrerà nel Regno dei cieli”.
In un capitoletto titolato “Ladri e Lupi” il Cardinale Biffi scrive: “Gesù ci mette in guardia da una visione troppo idilliaca, da un’idea arcaicamente serena della vita pastorale, e ci ricorda che esistono, e sono sempre attive, le forze del male”.
“Le sue pecore – continua l’Arcivescovo emerito di Bologna – non devono dimenticare che esistono i ladri ed esistono i lupi. Anzi ci dice senza mezzi termini che il suo gregge vive in mezzo ai lupi i quali tentano sempre di rapire e disperdere gli agnelli di Dio”.
“Questi lupi non sono solo esterni al gregge – precisa il porporato –. Si possono trovare anche tra noi in veste di pecore. A questo proposito san Paolo non esita a parlare in termini espliciti di falsi apostoli, lavoratori fraudolenti che si mascherano da apostoli di Cristo” e aggiunge: “Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce”.
Su coloro che sparlano della Chiesa, Biffi afferma: “E’ psicologicamente impossibile continuare ad amare una donna, quando se ne vede e se ne sottolinea solo la bruttezza, la meschinità, la natura malvagia. Un prete che si accanisce a parlar male della Chiesa – non diciamo a parlar male degli ‘uomini di chiesa’, che qualche volta è doveroso – farà molta fatica a restarle fedele”.
Il Cardinale che predicò gli Esercizi Spirituali quaresimali alla Curia romana e a Papa Benedetto XVI nel marzo del 2007 sostiene che  “è in atto oggi una violenta e sistematica aggressione alla Chiesa, che si esprime e si rifinisce quotidianamente in qualche nuovo atto di ostilità; ed è stupefacente che la cristianità – almeno quella loquacior (quella che più parla e più fa parlare di se) - non mostra di rendersene conto in misura adeguata”.
Forte è la Critica del cardinale Biffi nei confronti dell’invasione sessuale: “La nostra epoca – ha scritto il porporato - è dominata e afflitta da una specie di pansessualismo. Il sesso è continuamente chiamato in causa: non solo negli enunciati sociali e psicologici, non solo nelle molteplici espressioni di arte e di cultura, non solo negli spettacoli e negli intrattenimenti; persino nei messaggi pubblicitari non si può fare a meno di evocarlo e di alludervi”.
“Abbiamo talvolta l’impressione di essere condizionati e intrigati da una misteriosa accolta di maniaci che impongono a tutti una loro degenerazione mentale – continua –. Sono gli stessi che non mancano mai di definire bigotti e bacchettoni quanti non si lasciano convincere dalle loro elevate argomentazioni”.
“Bisogna che ci decidiamo – conclude il Cardinale Biffi – o stiamo col ‘mondo’ che ci intima di essere ‘politicamente corretti’, o, senza preoccuparci affatto di essere ‘politicamente corretti’, stiamo col nostro Maestro e Salvatore".

Fonte: 24 febbraio 2009

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