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BastaBugie n.62 del 26 dicembre 2008

HARRY POTTER: IN CAMPO CATTOLICO C'E' ANCHE CHI LO DIFENDE

Non il potere del successo, ma l'umiltà del dono di sé

di Paolo Gulisano

La saga di Harry Potter è giunta alla sua conclusione:  anche in Italia è stato pubblicata la traduzione di quello che è stato annunciato come l'ultimo della serie di sette volumi che narrano le avventure ma anche la crescita evolutiva (dagli 11 ai 18 anni) del personaggio principale Harry, durante il periodo scolastico nella Scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, dove ogni volume narra un anno scolastico. Questa saga di genere fantasy, destinato a bambini e adolescenti, ad una generazione che legge poco più che gli Sms, ha ottenuto un successo straordinario e ha coinvolto anche milioni di lettori adulti.
"C'è più verità e più saggezza nel mondo delle fiabe che nel mondo del preteso razionalismo", scriveva Gilbert Keith Chesterton, il grande connazionale dell'autrice inglese di Potter Joanne Kathleen Rowling, e nella fiaba del giovane mago di Hogwarts di saggezza non ne manca. Dietro le avventure mirabolanti dei vari personaggi si può intravedere una visione antropologica dell'autrice, che descrive il contesto del mondo attuale postmoderno portando il lettore da una visione di uomo individualista verso una visione di uomo guidato da valori morali, quali la scelta del bene, il dono, il sacrificio, l'amicizia, l'amore. L'autrice scrive un testo per bambini, cercando di comunicare al piccolo lettore le verità di bene in cui lei crede, senza però usare discorsi moralistici, ma cercando di portare il lettore a comprendere che "compiere il bene" è la cosa più giusta da fare. È così messo in risalto come il successo ottenuto senza fatica, la ricchezza, una vita eterna su questa terra, non sono niente, sono solo illusioni e come ciò che veramente conta sono l'impegno, l'amicizia, l'amore.
La storia è ambientata nell'Inghilterra contemporanea, e l'eroe della storia è un ragazzino orfano dall'età di un anno di entrambi i genitori, uccisi dal malvagio Voldemort, un potente mago la cui ambizione superomistica è quella di dominare il mondo, ma che trova proprio nella famiglia Potter il decisivo ostacolo ai suoi progetti, in particolare nell'amore della madre per Harry, che aveva donato la sua vita per lui.
L'autrice pone in risalto nella sua saga il fatto che l'uomo postmoderno, che cerca sicurezza nelle cose materiali, che usa gli altri come oggetti a propria disposizione, che ostenta superiorità cercando di affermare se stesso, perché in fin dei conti ha paura di tutto ciò che esula dal suo piccolo orticello. Ha paura, perché il mito della ragione dei secoli precedenti lo ha deluso:  dalle grandi ideologie precedenti ne sono usciti i campi di concentramento nazisti e i gulag russi, per arrivare a un tempo in cui basta che un presidente di uno stato potente prema un bottone per portare a una guerra mondiale nucleare e alla fine della vita sul pianeta Terra. È l'uomo che ha perso Dio e quindi non conosce più nemmeno se stesso. Crede di possedersi e invece è posseduto dalle stesse cose che possiede. È l'uomo che non sa più sperare, perché non ha più un cielo cui guardare. È l'uomo che non sa più di essere creatura di un Creatore, perché Lo ha rinnegato. È l'uomo che fa dell'indifferenza il suo metro di misura, cioè non si misura, non si pone domande sulla sua origine, sul suo futuro, vive l'oggi costruendosi bisogni nuovi, perché il consumismo lo ha ridotto ad essere considerato solo consumatore di beni.
Voldemort è il simbolo dell'uomo che si pone al centro dell'universo e da creatura di Dio cerca di farsi egli stesso creatore di sé, illudendosi che tutto gli è possibile, almeno in potenza. Voldemort ha però un punto debole, che si manifesterà lungo la narrazione anche degli altri volumi:  ha una gran paura della morte, perché, dopo quest'ultima, vede solo il nulla. Anche questo è tipico dell'uomo che ha perso un orizzonte che lo trascende.
Da qui scaturisce l'angosciosa ricerca del mito del piacere, di una lunga vita su questa terra e il terrore della morte. Il desiderio di una vita immortale, cui anela Voldemort, è lo stesso di molti scienziati, ricercatori moderni:  pensiamo ad esempio alle promesse utopiche di risoluzione di problemi da parte della biologia, delle biotecnologie, della scienza dei computer, della robotica.
La Rowling parte da questa tragica evidenza della post-modernità per discostarsene e cercare di illustrare la sua visione di uomo e di vita, usando uno stile particolarmente adatto e comprensibile per il pubblico di bambini cui il libro è rivolto.
Harry, il protagonista principale del libro, dopo aver vissuto un'infanzia senza vere relazioni significative, sempre soggetto a soprusi, non è a conoscenza della sua vera identità e finché non succede qualcosa di particolare (l'arrivo della lettera che lo invita ad Hogwarts) che dà inizio ad un vero e proprio percorso di formazione. Fondamentale per lo sviluppo di Harry è l'opportunità di relazioni che la nuova vita gli presenta:  da quelle con le persone che lo amano, gli amici, il guardiacaccia Hagrid, il preside Silente, a quelle con le persone che lo disprezzano, il professor Piton, la famiglia Malfoy. Harry impara da questi rapporti a conoscersi, ad apprezzarsi, anche a lottare per difendere se stesso e gli altri. Scopre una parte di sé che non conosceva, un mondo di sentimenti che lo arricchiscono nel cammino e lo aiutano a crescere nella consapevolezza di chi egli è di fronte a se stesso e agli altri.
In questo cammino di perfezionamento della sua natura, questi valori hanno un ruolo assolutamente più decisivo di quello della magia, che rappresenta l'elemento più appariscente delle storie (e che ha destato preoccupazioni in molti educatori), che svolge una funzione spettacolare e incantatrice agli occhi dei piccoli lettori, ma che non è tutto. Harry, entrando nel mondo dei maghi, scopre che la magia non è un giochetto da ragazzi, non basta avere una bacchetta magica per risolvere i problemi, ma c'è molto da studiare e faticare per imparare l'arte della magia. La stessa autrice lo mette bene in evidenza fin dal primo romanzo, Harry Potter e la pietra filosofale, dove Hagrid spiega a Harry che esiste un Ministero della Magia ed Harry domanda:  "Ma che cosa fa il ministero della Magia?" "Be', il compito più importante è non far sapere ai Babbani che in giro per il paese ci sono ancora streghe e maghi". "E perché?" "Perché? Ma dai, Harry, perché tutti allora vogliono risolvere i loro problemi con la magia" (pp. 65-66). Oppure più oltre, quando viene detto:  "Come Harry scoprì ben presto, la magia era tutt'altra cosa dall'agitare semplicemente la bacchetta magica pronunciando parole incomprensibili (pp. 127-130).
Come scriveva il grande scrittore irlandese Clive Staples Lewis, autore delle Cronache di Narnia, esiste "una magia più grande" di quella di stregoni e negromanti. In un mondo come quello contemporaneo, dove sembra non esistere una verità oggettiva cui tendere ed aderire, ma solo verità soggettive che ognuno si crea, anche la Rowling presenta il suo concetto di verità. La verità è presentata come una cosa meravigliosa e terribile da trattare con cautela, come una cosa preziosa che non può essere manipolata a proprio piacimento, secondo i propri interessi.
C'è un altro aspetto che l'autrice vuol comunicare:  non sono le grandi gesta eroiche quelle che contano, che valgono, ma che piccoli gesti fatti per altruismo anche dalle persone "meno dotate" sono molto più preziosi. L'accento è posto non sul potere del successo, ma sull'umiltà del dono di sé; a vincere è la debolezza, non la forza dei muscoli. Evidente è il richiamo ad un altro grande autore cristiano dell'Inghilterra del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, i cui eroi sono i piccoli, umili Hobbit, l'esatto contrario dei superbi supereroi, che hanno la pretesa di farsi totalmente da sé, e di dominare il mondo. E come in Tolkien, anche nella Rowling è presente con forza il tema della morte. Questo tema a prima vista sorprende in un libro per bambini, anche perché nel contesto odierno la morte viene spesso nascosta dai grandi ai bambini. In questa storia essa invece ha un posto ben definito e "centrale". Si parla della realtà della morte, dell'immortalità, e si cerca di fare intuire che può esistere un al di là.
Con l'espressione "centralità del tema morte" si intende che l'episodio portante e che fa da sfondo alla storia è il dono della propria vita da parte della madre per salvare il figlio Harry. Più volte quest'episodio è ripreso per rilevare la forza dell'amore di un tale gesto. Nel mito di Harry Potter dunque si può riscontrare una lettura intelligente dell'epoca che stiamo vivendo. Sottoforma di simboli, metafore, riferimenti diretti e indiretti, utilizzando anche la mitologia, ne esce una lettura sapienziale del tempo odierno. Non è il potere, non è il successo, non è la vita facile che porta alle gioie più vere e più profonde, ma lo sono l'amicizia, il dono di sé, il sacrificio, l'adesione a una verità non costruita a immagine dell'uomo stesso.
L'uomo ha desideri grandi (vedi lo specchio delle brame), ma non può trasformarli in bisogni da soddisfare subito:  se cerca di farlo perde la sua stessa identità di uomo; egli è invece chiamato ad aderire ad un progetto che lo supera. Da chi viene questo progetto? La Rowling non lo esplicita chiaramente, ma lascia in sospeso una domanda, quella che nasce ogni qualvolta l'uomo cerca di capire il senso della sua esistenza.

Pubblicato su BASTABUGIE n.62
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