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BastaBugie n.612 del 15 maggio 2019

L'AMORE STRAPPATO: LA FICTION DI CANALE 5 CON SABRINA FERILLI SU FATTI VERI E SCONVOLGENTI

A sei anni, Angela viene prelevata a scuola dai carabinieri... la storia vera di una famiglia straziata da tribunali, psicologi e assistenti sociali (VIDEO: i protagonisti veri dell'assurda vicenda)

di Caterina Giojelli

Fa freddo, quella mattina del 24 novembre 1995. Angela ricorda i passi che rimbombano mentre Carla la trascina per un braccio davanti ai cappottini appesi fuori dalle porte delle altre classi. «Dov'è la mia mamma?», continua a ripetere la bambina; «smettila, i tuoi genitori sanno tutto», le ripete seccata la donna. Non sa, la piccola Angela, che Carla mente. Perché è un'assistente sociale che all'insaputa dei suoi la sta trascinando fuori dalla scuola di Masate, piccolo centro del Milanese, per scortarla con due carabinieri al centro di affido familiare (Caf) dove resterà per oltre sedici mesi, prima di venire spostata in un centro di affido protetto, e da lì adottata da una nuova famiglia. Non sa Angela, mentre singhiozza, prigioniera sul sedile posteriore di quell'auto nera che da sola basta a farle paura, che dal momento del suo "rapimento" a scuola passeranno oltre undici anni e dovrà soffrire il corso assurdo della giustizia minorile e soprusi di ogni genere prima di poter riabbracciare i suoi genitori e suo fratello Francesco che disperatamente non smetteranno mai di cercarla. Sa solo che manca un mese al compimento dei suoi sette anni ed è certa che i genitori sanno dove si trova: «Loro lo sanno, loro lo sanno, loro lo sanno», ripete silenziosamente.
Angela non immagina che nel 2019 la sua terribile storia diventerà una fiction, L'amore strappato, diretta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi e interpretata da Sabrina Ferilli ed Enzo Decaro. Una grande fiction, prodotta da Jeki Production, e andata in onda su Canale 5 dal 31 marzo, che si ispira alla vicenda maledettamente vera e raccontata nel 2009 da Angela stessa a Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella nel libro Rapita dalla giustizia (Rizzoli), i primi due coraggiosi giornalisti che su Panorama condussero un'insistente battaglia per restituire la bambina alla sua famiglia. Ora i produttori assicurano di aver portato in tv solo «la storia di una donna», «nessun attacco alla magistratura». Ma l'infernale storia di Angela, che qui raccontiamo attingendo a piene mani dalle pagine di Rapita dalla giustizia, non può non ascriversi a una serie di errori giudiziari.

IL DISEGNO DI UN FANTASMA
Il magistrato cui è affidato il caso è Pietro Forno, inquisitore di pedofili e violentatori. È lui a raccogliere le denunce di Antonella M., la cugina quattordicenne di Angela che dal 1993 inizia ad accusare il fratello di averla violentata. Nonostante due perizie ginecologiche disposte dalla procura di Milano appurino che la ragazza è vergine, le sue accuse sono prese in seria considerazione dagli inquirenti. Davanti alla famiglia, che unita rigetta e contraddice ogni insinuazione, Antonella prima ritratta, poi sostiene che gli abusi siano iniziati anni prima, quindi coinvolge anche suo padre, e parenti, e persone estranee alla famiglia, infine perfino sua madre: tutti secondo il racconto della ragazza - che più volte viene ricoverata in reparti di salute mentale, assume droga, brucia materassi e compie atti di autolesionismo - hanno partecipato a sconvolgenti giochi pedofili. Infine, saputo che lo zio Salvatore non ha preso le sue difese, Antonella accusa anche lui. Al pm Forno dirà che l'uomo ha abusato anche dei suoi due figli: Angela, di sei anni e mezzo, e Francesco, che ne ha quasi dodici. Da qui parte, a cascata, il dramma raccontato nel libro e poi nella fiction. La testimonianza di Antonella, però, è contorta. Più volte afferma di essersi inventata tutto, più volte torna sui suoi passi. Quando il magistrato le chiede di decidersi, la sua risposta è: «Dipende se mi conviene».
Per giorni, davanti alla psicologa che il Tribunale dei minori di Milano ha nominato come perito tecnico, Angela disegna bambole, animali e altri oggetti innocenti. «Poi, nell'ultima visita - racconta nel libro - avevo avuto la pessima idea di cambiare soggetto: forse stanca, di certo annoiata per la ripetitività dell'esercizio al quale venivo costretta, sul foglio bianco avevo tracciato una linea oblunga cui avevo dato il nome di "fantasma"». Nel "gioco" seguito con la psicologa a questo fantasma viene dato il nome di "pisello". «Quel segno banale e incerto e quel nome, per me totalmente casuali e di certo non spontanei, sarebbero stati gli errori più grandi della mia vita e l'origine di un doppio dramma, il mio e quello della mia famiglia. Perché alla psicologa il mio spettro stilizzato era parso avesse un significato sessuale, e questo le era bastato per segnalare al Tribunale dei minori una situazione di grave pericolo. I giudici avevano ordinato subito che fossi allontanata da casa».
A quel punto, Angela è portata al Caf da cui proviene la psicologa che per il Tribunale dei minori (con evidente conflitto di interessi) ha raccomandato il ricovero della bambina. Quello schizzo diventa la prova centrale della presunta pedofilia di suo padre, che il 26 gennaio 1996 è portato a San Vittore in attesa di processo. La detenzione preventiva, già durissima per un indagato per pedofilia, è resa più insopportabile dal divieto totale di avere colloqui con il figlio Francesco (che, tenendo testa agli inquirenti, in una drammatica udienza negherà con forza di avere mai assistito ad atti anormali del padre sulla sorellina o di averne mai subiti in prima persona), e dall'angoscia di non sapere più nulla di sua figlia: nonostante sua moglie Raffaella non venga mai indagata e continui ad allevare Francesco, Angela non può tornare a casa.

SAI PERCHÉ TUA MADRE NON VIENE QUI?
Al Caf, dove le finestre sono sempre chiuse e non esistono orologi e calendari, Angela racconta di essere entrata come la più piccola. Ricorda schiaffi sulla nuca, i capelli tagliati perché vezzo inutile. La bimba è disperata ma non assente come altri compagni, che vagano con lo sguardo perso nel vuoto, succhiano le maniglie, restano a letto avvinghiati ai peluche. «Smettila di disegnare bambole, mi fai il tuo letto con il fantasma?», le chiedono continuamente le sue esaminatrici, mentre lei si domanda cosa ha fatto per meritare dai suoi quella punizione terribile. I custodi del Caf e la psicologa del Tribunale riferiscono più volte, a verbale, che Angela di giorno in giorno starebbe confermando gli abusi subiti, ma non esiste nessuna videoregistrazione che possa provarlo. In compenso vengono combinate visite tra Angela e la cugina Antonella: «Mi parlava con insistenza di mio padre. Mi chiedeva se ricordassi le sue visite notturne, quando ancora dormivo in camera mia, e le strane cose che mi faceva mentre ero nel mio lettino». «Secondo te, perché Antonella viene a trovarti e la tua mamma no?», sono invece le domande di Carla. Non sa la bambina dove sono i suoi, perché si trova lì da mesi e mesi, nessuno le dice nulla. Non sa che la sua mamma, che arriverà a incatenarsi alla cancellata del Caf («era lì fuori, a pochi metri. Lo avessi saputo, la mia vita sarebbe cambiata: avrei avuto un motivo in più per lottare, per sperare») e a scrivere al presidente del Tribunale Livia Pomodoro supplicandola di intervenire, sta conducendo una durissima battaglia. Non cederà mai alle pressioni dello psicologo del Tribunale che la invita a confermare le accuse mosse contro il marito per rivedere sua figlia. Ma non smetterà mai di cercarla.

SE PARLI TORNI A CASA
Leggete la storia di Angela, leggete il lavaggio del cervello cui è stata sottoposta una bambina di sette anni dalla psicologa, dalla cugina e dall'assistente sociale per prepararla all'audizione protetta architettata dentro al Caf, alla presenza degli inquirenti nascosti dietro un vetro unidirezionale. Mutismo totale della piccola, finché è Carla a spezzare il gelo: «Se torniamo lì dentro e racconti le cose di cui abbiamo parlato tante volte tu torni a casa». «Nella mia testa di bambina, ovviamente, non riuscivo a comprendere la gravità dei comportamenti che stavo attribuendo a mio padre. Quando, molto tempo dopo, scoprii il vero significato di quello che mi avevano spinto a dire, fu orribile: mi sentii sporca e, per la prima volta, veramente violentata».
Salvatore è condannato in primo grado a tredici anni di reclusione per violenze sessuali. Sedici mesi dopo l'ingresso al Caf, Angela è spostata a un centro di affido temporaneo, il Kinderheim di Genova. Strillando come un'indemoniata riconosce lo zio accampato per protestare fuori dal Caf mentre il pullmino si allontana: «Incollata al vetro posteriore, piangendo e gridando, guardai per qualche istante lo zio che, dietro di me, continuava la sua corsa sulla strada. Ma era inutile, si allontanava. (...) Ignoravo che il Tribunale dei minori quel giorno mi stava trasferendo, paradossalmente, proprio per evitare che la protesta di mia madre potesse "turbare la mia serenità"». Al Kinderheim, Angela è sottoposta a vessazioni, dieci, cinquanta, cento flessioni al giorno che diventano duecento dopo che tenta la fuga.
«Una sera mi resi conto che della mamma non ricordavo più nemmeno il nome. Fu una scoperta terribile, sconvolgente, che quasi mi tolse il respiro. Rammentavo il colore dei suoi capelli, rossi e ondulati; ma come si chiamava? Nulla: il vuoto. Anche di mio padre avevo scordato il nome. Solo di quello di mio fratello Francesco ero sicura». Il sogno di ricongiungersi ai suoi si spezza orrendamente quando le viene comunicato che andrà a vivere in nuova famiglia («ricordatevelo bene - urlavano alle bambine del Kinderheim quando Angela disegnava mamma, papà e fratello -: Angela non ha una famiglia, così come non ce l'ha nessuna di voi»). Intanto a Masate il padre, decorsi i termini della carcerazione preventiva e in attesa di appello, si danna l'anima, non sapendo dove si trovi la figlia rapita dalla giustizia mille giorni prima.

IL MOSTRUOSO CORSO GIUDIZIARIO
Angela è indurita, ribelle, insofferente, attaccata al ricordo della famiglia che tutti le dicono non esistere più. «Angela», le dice la madre affidataria che poi l'adotterà, «ora puoi finalmente stare tranquilla. Tuo padre è in prigione, nessuno ti farà più del male. E quando sarai grande e avrai dei figli, li educherai in modo diverso, senza farli tanto soffrire come è successo a te». Qui inizia la seconda vita della bambina, tra fratelli adottivi, minacce di riportarla al Kinderheim se non avesse dichiarato di voler restare in quella nuova famiglia di Carnago, in provincia di Varese, il nuovo cognome, il diavolo in corpo a casa e a scuola.
Da quasi dieci anni i genitori di Angela ignorano tutto di lei, la legge impedisce loro di conoscere l'identità della nuova famiglia. Il padre viene assolto dalla Corte d'appello. La sentenza sottolinea come «le valutazioni psico-diagnostiche effettuate» prima e durante il ricovero di Angela al Caf «non abbiano sicura valenza scientifica e siano anzi viziate dall'approccio non sempre corretto degli esaminatori». I giudici censurano anche «la debole consistenza intrinseca» delle accuse e le molte «inverosimiglianze e incoerenze». Dicono che la spiegazione dei comportamenti di Angela «va ricercata nelle condizioni di vita imposte alla bambina dal suo ingresso nel Caf in poi». Non solo, il 28 giugno 2001 la Cassazione assolve definitivamente Salvatore e si pronuncia duramente contro i condizionamenti ricevuti da Angela. Tuttavia la corte di appello del Tribunale di minori conferma l'adottabilità della bambina.
Più volte la stampa, Panorama in testa, e la tv, da I fatti vostri al Maurizio Costanzo Show, danno voce ai genitori di Angela che cercano inutilmente di stabilire un contatto con la famiglia affidataria. In una trasmissione lo stesso ministro della Giustizia Roberto Castelli ammette di non potere fare nulla contro le palesi incongruenze della vicenda giudiziaria. I genitori tentano appelli, si rivolgono alla Cassazione, al presidente della Repubblica, a Strasburgo. Angela non sa nulla. «Torna subito in camera tua», le intimano i genitori adottivi un giorno che i suoi sono in tv: «Non hanno parlato bene di te», mentono, «del resto, per questi anni tu hai sempre detto la verità e loro di certo non ti vogliono indietro per farti un applauso. Ce la devono avere molto, con te: non credi?».

UN BIGLIETTO FIRMATO «TUO FRATELLO»
Poi un giorno - è il luglio del 2005 - Raffaella trova un indizio: un incartamento individua in Alassio il luogo di vacanza della famiglia adottiva di Angela. Non vi roviniamo qui la lettura delle pagine drammatiche dedicate ai giorni di lunga ricerca sulla spiaggia fino a quando Salvatore riconosce in una ragazza che si fa la doccia vicino alle cabine la sua bambina. «Io avevo gli occhi chiusi, non lo notai nemmeno. Ma anche se lo avessi fissato dritto in volto, e a lungo, non l'avrei mai riconosciuto: erano trascorsi troppi anni. Lui invece ci riuscì, al primo colpo. Dice che gli si fermò il cuore. Che fu come se mi avesse visto nascere una seconda volta. Che la mia faccia riempì tutto il suo sguardo, annullando ogni altra cosa intorno. Che anche la luce rossa e intensa del tramonto, in quel momento, si oscurò. Ero io». Dopo otto mesi di appostamenti silenziosi Francesco avvicina Angela fuori da scuola, con una busta, dentro tre fotografie e un biglietto firmato «tuo fratello». Angela rinasce.
Ci vorranno mesi prima che quel piccolo pezzo di carta possa portare la ragazza nelle braccia di suo padre e di sua madre, «esattamente come avevo sognato di fare fin da quando le ero stata strappata con la forza. Fu in quel momento che sentii il profumo della mia mamma, la riconobbi attraverso quella sensazione calda». Angela potrà tornare a casa solo il 27 maggio 2006. E scoprire, nonostante l'iter per il ricongiungimento legale sarebbe durato ancora a lungo, la sua vita mancata attraverso «i giochi, i vestiti e i gioielli che in mia assenza mi avevano regalato per i miei compleanni trascorsi lontano. Peluche e bambole. Gonnelline e foulard. Collanine e anelli. La mia vita mancata si apriva, pacchetto dopo pacchetto. Piansi a ogni nastro sfilato».
Il libro di Guarneri e Tortorella si chiude con l'assurda "Cronaca di un'ingiustizia" subita per oltre undici anni da Angela, una cronistoria che qui abbiamo intrecciato al racconto della bambina, oggi sposata e da pochissimo madre di un bel bimbo, Stefano. Il 27 ottobre 2008, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato lo Stato italiano a risarcire Angela, i suoi genitori e suo fratello per i danni morali subiti per l'interruzione forzata dei rapporti, «protrattasi anche dopo l'assoluzione» di Salvatore. Quattro anni prima (tre anni dopo la sentenza della Cassazione) il Csm aveva deliberato la promozione del pubblico ministero Forno: il sostituto procuratore a Milano diventava così procuratore aggiunto a Torino, cioè il numero due della procura.

UN LABIRINTO DI INGIUSTIZIE
Nei tribunali dei minori sussiste un problema grave. Un giudice onorario su quattro (circa 200 su oltre mille) ha interessi nelle case famiglia. E si tratta di interessi cospicui. Per i sedici mesi trascorsi in un centro di affido temporaneo, il costo totale della retta di Angela è di oltre 60 milioni di lire. Il Caf chiederà al Comune di Masate di anticipare il conto, il Comune pretenderà dalla famiglia il rimborso della cifra. Oggi la Lega ha depositato una proposta per istituire una Commissione parlamentare di inchiesta su quello che Matteo Salvini ha definito «un business». Ma il caso di Angela Lucanto (questo il cognome della famiglia) è solo uno dei tanti intrappolati nei labirinti giudiziari. A dicembre Tempi ha ospitato il Te Deum di Lorena Morselli, travolta negli anni Novanta dal caso dei "satanisti pedofili" del Modenese, dove le comunità cattoliche erano state trasformate da tribunali, servizi sociali e giornali in postriboli dove venivano compiute atrocità sui bambini. La vicenda si è conclusa per Lorena col proscioglimento da ogni accusa, dopo sedici anni di processi e una scia di morti, suicidi, rovine. Lorena si è vista sottrarre quattro figli, il marito è morto di crepacuore nel 2013. Oggi la donna vive in Francia, dove è scappata perché non le portassero via anche l'ultimo nato, Stefano.

Nota di BastaBugie: nei seguenti video Angela Lucanto, la ragazza strappata ai suoi genitori, racconta la sua storia in un'aula della Camera dei Deputati il 10 giugno 2009. Il video è un po' tremolante, ma il racconto di Angela è veramente da non perdere per la sua semplicità, nonostante la drammaticità degli eventi narrati.

ANGELA LUCANTO (1° PARTE)


https://www.youtube.com/watch?v=xtshOGCK-uw

ANGELA LUCANTO (2° PARTE)


https://www.youtube.com/watch?v=4TGqXLZwky0

SALVATORE LUCANTO, IL PADRE DI ANGELA


https://www.youtube.com/watch?v=wbJ1d2gEcPY

Titolo originale: Un orco chiamato giustizia
Fonte: Tempi, 02/05/2019
Pubblicato su BASTABUGIE n.612
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