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IL PENDIO SCIVOLOSO
Una delle principali ragioni delle frequenti sconfitte dei difensori della vita è che essi si limitano a combattere una generica battaglia di “buoni principi”, trascurando il carattere processuale delle tendenze e delle idee e, soprattutto, illudendosi sempre sulle “buone intenzioni” o “buona fede” degli avversari.
Quest’errore di prospettiva nasce da una sottovalutazione della realtà del peccato originale e dalla mancanza di una chiara visione globale della storia e della società. Solo questa carenza di prospettiva può spiegare l’incomprensione dello stretto nesso esistente tra le tre più recenti fasi del processo rivoluzionario, che da oltre quarant’anni punta a colpire le sorgenti della vita: morte cerebrale, testamento biologico ed eutanasia.
La morte cerebrale, accettata in Italia dalla legge 29 dicembre 1993 n. 578, veicola una falsa visione dell’uomo, sostanzialmente materialista, in cui l’anima, il principio vitale e trascendente del corpo umano, è ridotta a facoltà di un organo corporeo qual è il cervello; si tratta di una concezione “cefalocratica” contrastante con la dottrina della Chiesa, ma purtroppo fatta propria anche da medici, filosofi e giuristi cattolici.
La seconda fase è quella del “testamento biologico”, che uno schieramento trasversale vorrebbe introdurre nella nuova legislatura, con il pretesto di “regolare” la materia.
Il testamento biologico, di fatto, introduce l’illusione che l’uomo sia “padrone” della propria vita e, con studiate confusioni di termini e di concetti, spiana la strada alla terza fase, l’eutanasia, prima passiva, poi attiva, che è l’atto con cui l’uomo esercita il suo dominio assoluto su ciò che non gli appartiene, perché solo Dio è autore della vita e di ogni altro bene spirituale e materiale, che nella nostra esistenza terrena ci è concesso.
L’eutanasia è, come l’aborto, un abominevole delitto e va contrastata con determinazione. Oggi la legge italiana non consente nessuna forma di eutanasia, né il suicidio assistito, né l’omicidio del consenziente. Non c’è, sotto questo aspetto, un “vuoto legislativo”. Chiedere al parlamento una legge sul fine vita rischia di togliere i paletti esistenti, piuttosto che porne dei nuovi.
Le sentenze della Magistratura potranno tentare di modificare ogni legge, come è sempre accaduto. Ciò non giustifica alcun avventurismo politico. «Coloro che prediligono avventurarsi in scorciatoie di nuove leggi – ha ben osservato l’on. Luca Volontè – dimostrino d’aver scovato più sicure strade» ( 25 settembre 2008).
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