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ANCHE LA CORTE COSTITUZIONALE TIFA UNIONI GAY
Il legislatore deve riconoscere le unioni gay. Lo ha detto il presidente della Corte Costituzionale Franco Gallo, nella sua relazione letta alla presenza delle più alte cariche dello Stato. "La Corte – è il ragionamento di Gallo - ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". Ergo, la Corte costituzionale "ha affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".
E così anche il giudice delle leggi italiano entra ufficialmente nel novero dei promotori della civiltà del gender. C'era da aspettarselo, perché in fondo sono quasi quarant'anni che la Corte Costituzionale, invece che occuparsi di diritto, fa politica. Basti evocare la sciagurata sentenza numero 27 del 1975, nella quale la Corte dichiarò legale l'aborto, sostenendo che il concepito, a differenza della madre, "persona ancora deve diventare".
Insomma, la Corte costituzionale entra nell'agone politico. Detta così sembra delitto di lesa maestà, ma solo il gruppo dei ritardatari – voglio dire il gruppo dei "cattolici-con-il-senso-dello-Stato" – può ancora credere che i giudici della Corte costituzionale operino come dei grandi sacerdoti della giustizia. Così doveva essere, certo, e a questo servirebbero le corti costituzionali: a decretare che il principio di maggioranza non è assoluto, e che esiste un criterio di verità – coagulato nei principi costituzionali – che non può essere derogato nemmeno dalla volontà della maggioranza. Per intenderci: se un giorno la schiacciante maggioranza degli elettori dovesse decidere che le donne brutte possono circolare solo nelle ore notturne, ecco che la Corte costituzionale dovrebbe alzarsi in coro e bocciare una simile, pur popolarissima, legge.
Ma le cose non vanno affatto così. La composizione della Corte costituzionale è distillata dagli alambicchi della politica, e dunque la bevanda che ne viene fuori ha tutto il sapore aspro e sgradevole del conformismo e del politicamente corretto. Se vivessimo – poniamo – in un Paese che solo a sentir parlare di matrimoni gay provasse l'orticaria, state ben certi che il presidente Franco Gallo se ne sarebbe ben guardato dal dire quello che ha detto. Il suo discorso c'entra con la nostra Costituzione quanto la Corea del Nord merita il premio Nobel per la pace. Ma siccome l'aria che tira da qualche tempo –soprattutto sui mass media, per la verità, e nelle aule parlamentari – è quella di omologare le coppie normali con quelle omosessuali a colpi di decreto legge, beh, ecco che anche la Corte Costituzionale pensa bene di compiere il suo atto di grande coraggio, e si accoda al gregge lobbistico. Gallo ha fatto un bel cross in area, e adesso la Boldrini, il Pd e Sel in blocco, i grillini, frange del Pdl e di Scelta Civica devono solo buttare la palla in rete. Con contorno di quelli che "sì, siamo contro i matrimoni gay, però questa legge ci sta bene perché non parla di matrimonio e comunque è migliore di una peggiore".
Ovviamente quella del presidente Gallo rappresenta una condotta del tutto censurabile sotto il profilo tecnico: la Corte Costituzionale, infatti, non è espressione del potere legislativo, non possiede alcun tipo di potere di iniziativa legislativa, ma deve operare come guardiano degli atti legislativi compiuti dal parlamento. Può e deve quindi cassare o non cassare leggi sottoposte alla sua attenzione, ma nessuno aveva previsto che la Corte costituzionale spiegasse al legislatore che leggi fare. Basti aggiungere che , giustamente, la Corte è un organo giurisdizionale, e i giudici non traggono la loro legittimazione dal consenso popolare, non sono eletti, ma selezionati secondo competenza. Ergo, non spetta ai giudici fare le leggi – come rappresentanti del popolo che non rappresentano – ma farle applicare. O giudicarle, come capita alla Corte costituzionale.
L'importante era lanciare un messaggio forte, giovandosi della veste di (immeritata) imparzialità che la Corte porta su di sé. Lo stato secolarizzato – dopo aver desacralizzato ciò che è veramente sacro (i re e i papi) vive attraverso la sacralizzazione di ciò che sacro non è: in primo luogo la Costituzione, cha vale come la Bibbia per i cristiani; il Presidente della Repubblica che vale come un Papa; la Corte Costituzionale che vale come il Sant'Uffizio. Il guaio è che spesso i più obnubilati da questo processo di falsificazione sono proprio i cattolici e i loro giornali ufficiali. I quali, se parla il Capo dello Stato, o la Corte costituzionale, prima di innescare la marcia della critica lasciano passare giorni, mesi, talvolta anni. Oppure, impiantano delle critiche così rispettose, ma così rispettose, che sembrano degli applausi. Con il risultato che, in questo torpore delle coscienze, lo stato laico mangia ulteriore terreno ai principi non negoziabili, e buona notte ai suonatori.
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