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Le parole pronunciate dal presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano martedì 4 febbraio al Parlamento Europeo di Bruxelles sono francamente inquietanti. Rallentando, scandendo, solennizzando, Napolitano ha infatti detto: «Nulla, nulla può farci tornare indietro». Dall'Unione Europea, ovvio, dalla moneta unica, chiaro.
Ora, il brivido che mi corre lungo la schiena sa di Divina Commedia, precisamente alla voce Inferno: «Lasciate ogni speranza o voi ch'entrate». L'idea di un biglietto di sola entrata mi spaventa, e già mi manca l'aria per il soffoco di chiuso che si respira. Ma poi mi viene alla mente un precedente terribile.
Correva il 1861, e correva Oltreoceano. Due idee di governo erano ai ferri corti. Una proponeva una concezione rousseaueana-giacobina della Nazione, fatta di unità indivisibile e di cittadinanza a libertà vigilata; l'altra amava l'autodeterminazione dei popoli e l'indipendenza. Le due parti si trovavano da parecchio sulla stessa barca. Più di 60 anni prima, infatti, si erano legate in un patto di unità perché si erano rese conto che ciò avrebbe potuto proteggere meglio le loro libertà. L'unione, avevano pensato, fa la forza. Certo, in quell'architettura istituzionale avevano un po' tutti sin da subito trovato qualcosa da eccepire, ma avevano finito per accordarsi, emendando qua e migliorando là. Soprattutto sapevano di poter contare su una valvola di sfogo impagabile contro ogni eccesso: la possibilità, qualora quel patto libero fra adulti consenzienti non avesse più soddisfatto pienamente una delle parti, di recedere. Di abbandonare, insomma, quell'unione volontaria. In società, infatti, ci si sta solo se se ne hanno vantaggi; se invece ne vengono solo svantaggi, la società si scioglie.
Fu dunque quando la misura si colmò che una delle due parti decise di ricorre a quella provvidenziale clausola di rescissione, salutando tutto e tutti. La parte che pensò di abbandonare l'unione, la parte secessionista, fu la parte detta "nordista". Tutti pensano siano stati i "sudisti" e invece furono proprio i "nordisti" a pensare di andarsene. C'era di mezzo l'incresciosa piaga della schiavitù, e gli abolizionisti "nordisti" non ne potevano più di andare a braccetto con gli schiavisti. Per questo decisero di abbandonare i "sudisti" al loro destino e d'invocare la costituzionalissima clausola della secessione. Ma alla Casa Bianca comandava Abraham Lincoln, e Lincoln, cui della schiavitù non importava granché, la pensava come Giorgio Napolitano: «Nulla, nulla può farci tornare indietro». Gli abolizionisti "nordisti" ritenevano potesse farlo la Costituzione federale, ma Lincoln li convinse che era meglio lasciar stare. A quel punto, indignati, furono allora i "sudisti" a impugnare la Costituzione e la sua clausola di recessione. Fu in quel momento che Lincoln, conscio del fatto che i voti "abolizionisti" del Nord erano oro mentre al Sud il suo Partito Repubblicano non ne prendeva nemmeno uno, ripeté con foga il suo: «Nulla, nulla può farci tornare indietro». Per essere certo che lo avessero sentito tutti inviò cannoni, armate e un discreto numero di macellai. La marcia durò fino al 1865. Avanzando, calpestò la Costituzione e il suo diritto alla secessione, il libero consenso su cui si fondava l'unione politico-istituzionale originaria del Paese, gli avversari che per ciò stesso erano stati derubricati a "briganti" e "ribelli", le loro donne e i loro bambini, e quel pericolo grave che si chiama cultura della libertà.
Se i contraenti il patto originario avessero anche solo sospettato che il loro ingresso nell'unione politico-istituzionale chiamata Stati Uniti e voluta proprio per garantire meglio autonomie e libertà sarebbe stato senza via di uscita, quel giorno sarebbero sicuramente andati tutti a giocare a lacrosse invece che firmare la Costituzione federale.
Il «Nulla, nulla può farci tornare indietro» di Lincoln costò circa 600mila morti da ambo le parti. Per questo al sentirlo riecheggiare a Bruxelles tremano i polsi.
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