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L'EPIDEMIA RACCONTATA NEI PROMESSI SPOSI
Negli anni in cui furono ambientati I Promessi Sposi, il capolavoro di Alessandro Manzoni, l'Europa e l'Italia furono flagellate da un'epidemia inarrestabile, nota come peste bubbonica, un triste e tragico tributo pagato alla Guerra dei Trent'anni. Il protofisico (una sorta di ministro della Sanità) Lodovico Settala, che ne sapeva qualcosa per aver curato gli appestati nella precedente epidemia del 1576, fu il primo a dare l'allarme.
Nel 1630 sembra sia stata portata a Milano da un soldato italiano al servizio della Spagna. Colpì varie zone del Settentrione, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera, con oltre un milione di morti. Si propagò e flagellò la popolazione in maniera virulenta e spietata, forse anche perché vi furono inizialmente errori e negligenze, a partire dal governatore Ambrogio Spinola - che non se ne preoccupò affatto, preso in faccende di guerra -, da molti medici, così come dalle varie classi sociali quali nobili, mercanti e plebei, che, con toni beffardi, increduli e, a volta violenti, si scagliarono contro i provvedimenti presi dal tribunale della Sanità (bruciar robe, mandar famiglie al lazzeretto, ecc.), considerando i due medici, che ne facevano parte, impostori e nemici della patria.
Ma quando il male cominciò a propagarsi senza pietà, mietendo migliaia di morti, non si negò più il contagio, ma lo si attribuì ad arti venefiche e ad operazioni diaboliche, come fosse opera di una congiura: «Cominciarono a farsi frequenti le malattie, le morti con accedenti strani, di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni, morti per lo più celeri, violente, repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia», come si legge nel cap. XXXI de I promessi sposi. Panico ed isteria, insieme a pregiudizi, cominciarono a serpeggiare sempre più diffusamente. Vennero aggrediti molti innocenti per sfogare dolore e disperazione, da menti ormai ottenebrate dall'ignoranza: «Era il povero senno umano - spiega ancora Manzoni - che cozzava co' i fantasmi creati da sé». Sfilano davanti al lettore tanti personaggi di questo piccolo mondo.
Una povera infelice viene torturata e bruciata come strega, dietro un «deplorevole consulto» del protofisico Settala; un vecchio, più che ottantenne, massacrato dalla folla perché scambiato per untore; i monatti, incaricati della raccolta dei malati e dei morti, reclutati tra la peggior feccia cittadina, cinici, volgari, maledetti, che diventano arbitri di ogni cosa; brindano e ridono sguaiatamente sui carri che trasportano i cadaveri.[...]
Una sequela di scene raccapriccianti di dolore, di morte: ovunque fetore di cadaveri, desolazione, case serrate e strade deserte, in un progressivo imbarbarimento delle menti e dei costumi. In un parossismo senza fine si arrivava a sospettare degli stessi familiari, tanto che Manzoni scrisse, in maniera lapidaria e con sottile ironia, una verità che vale in ogni tempo e per ogni circostanza: «Il buon senso c'è, ma se ne sta nascosto, per paura del senso comune»!
La peste non fece sconti nemmeno ad un signorotto mosso da scellerata prepotenza quale don Rodrigo, immoto su un materasso, con occhi spalancati ma senza sguardo, abbandonato anche dal «fedel Griso»; forse solo negli ultimi istanti, capì ch'era un flagello permesso da Dio per richiamare gli uomini, ed anche lui, al pensiero dell'altra vita. È il prologo del dramma. Negli anni immediatamente successivi al contagio vennero costruiti diversi edifici religiosi per celebrarne la fine: cappelle votive e, fra le chiese, la più nota fu certamente la Basilica di Santa Maria della Salute a Venezia.
È proprio dall'intreccio di avvenimenti realmente accaduti e di trame romanzesche, che il Manzoni riesce a rappresentare, in maniera impareggiabile, in «una forma che è poesia e ti pare storia», un affresco dell'umanità nelle sue varie sfaccettature: nell'eroismo e nella viltà, nei meschini difetti e nelle più alte virtù, nel gretto egoismo e negli slanci caritatevoli, nelle passioni feroci e nell'umiltà del dolore, nell'ignoranza e nella sapienza. E su tutto si staglia l'esempio dei religiosi, «saldi di coraggio al loro posto», e della loro missione in favore delle vittime del contagio e delle loro sofferenze, perché la pietà è infinita. Come la vita.
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