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OMELIA GIOVEDI SANTO - ANNO A (Gv 13,1-15)
Dalla testimonianza di san Paolo - ascoltata nella seconda lettura - sappiamo che un particolare ha specialmente colpito i cristiani della comunità primitiva a proposito dell'Eucaristia: ed è che questo rito semplice e misterioso, insolito e suggestivo, viene compiuto dal Signore nella notte in cui veniva tradito (1 Cor 11,23).
Gesù si pone a tavola coi suoi quando ormai le tenebre sono calate su tutte le case degli uomini e su molti cuori: i cuori dei suoi nemici che in quel momento sono arrivati alla più orrenda delle decisioni.
Quella sera - rallegrata dal banchetto dell'agnello pasquale - sboccava sul buio più fondo della storia umana: nel rapido rincorrersi di poche ore senza luce si sarebbero susseguiti il bacio perfido di un amico inspiegabilmente corrotto e inacidito, l'arresto di un innocente in preghiera, il rinnegamento da parte del primo e più spavaldo dei discepoli, il processo religioso intentato dall'odio e dalla menzogna al Figlio stesso di Dio.
Da sempre le notti offrono gli spazi più favorevoli alle incursioni del male. Ma nessuna più di quella notte ha radunato un così eccezionale campionario di atti malvagi.
Gesù, nella prospettiva di incontrare così tante prove della perversità umana, invece di esprimere una sua pur giustificata amarezza, sulla soglia di quella notte canta al Padre la sua gratitudine: rese grazie (cf. 1 Cor 11,24); invece di deplorare, leva la lode a Dio per tutte le sue misericordie; invece di lamentarsi manifesta il suo animo gioioso di figlio. E affida alla Chiesa come sua eredità il suo stesso inno di riconoscenza - la «Eucaristia» - per tutto il bene che agli uomini è stato donato; un inno destinato a non spegnersi più.
Questo è un sentimento che l'annuale celebrazione della «cena del Signore» ci invita a ravvivare: anche se non dobbiamo chiudere gli occhi davanti alle innumerevoli brutture del mondo, siamo chiamati a tenerli ancora più aperti sulle bellezze di Dio e delle sue munificenze: sull'esistenza che ci è stata gratuitamente comunicata, sulla mirabile capacità di conoscere intellettualmente e di amare che ci assimila al Creatore, sulla vita di fede che illumina i nostri giorni, sulla consolazione e la serenità che ci viene dalla speranza cristiana, sulla grande fortuna dell'appartenenza ecclesiale.
Noi sappiamo che il ringraziare è per i nostri animi chiusi e inariditi un'arte difficile. Ma il Signore dell'universo ci è venuto incontro e ha posto tra le nostre mani la sua stessa azione di grazie - la sua «Eucaristia» - con la quale possiamo, per così dire, adeguatamente sdebitarci con I'Autore di ogni buon regalo e di ogni dono perfetto (cf. Gc 1,17).
IL VALORE INSOSTITUIBILE DELLA MEMORIA
Poche e tutte intense sono le parole che Gesù pronuncia sul pane e sul vino. Una ce n'è che più ci fa pensare e ci tocca nell'intimo, ed è la parola «memoria»: fate questo in memoria di me (1 Cor 11,24.25). È una richiesta che egli dice e ripete, quasi timoroso della nostra disattenzione, a significarci la vivacità del suo desiderio.
La memoria è la facoltà che fa diventare presente il passato; che ci consente di possedere dentro di noi, nel fervore gioioso dello spirito, ciò che diversamente resterebbe estraneo e indifferente; che rende vicino e nostro ciò che senza di essa sarebbe assente e lontano.
In questa drammatica sera del giovedì santo Gesù ci implora e ci comanda di non vivere alienati da lui: egli è in noi come ragione ultima e vera del nostro essere uomini; egli è in noi come principio del nostro riscatto dal male e della nostra nuova energia di bene; egli è in noi come sorgente della vita divina che ci fa conformi a lui, l'Uomo-Dio nostro Signore e fratello, e come fondamento della nostra certezza di un destino di gioia e di gloria senza fine.
Noi siamo naturalmente distratti, smarriti dietro a mille inutili sollecitazioni che ci disperdono e ci sbandano verso mète senza consistenza e senza valore. E ci dimentichiamo troppo spesso di lui.
Perciò la nostra vita ci appare troppe volte contrassegnata dalla vuotezza, sottomessa alla vanità (cf. Rm 8,20), come si esprime san Paolo. Abbiamo bisogno della «memoria» di Cristo, che ci riequilibri, facendoci riconquistare il senso delle vere proporzioni della realtà e la consapevolezza del disegno del Padre. Abbiamo bisogno della sua trasformante presenza nel nostro essere. Abbiamo bisogno che egli davvero domini in tutti i nostri pensieri.
Che non sia quindi una «memoria» puramente intellettualistica, ma si incarni in un'azione efficace: fate... in memoria di me. Che non sia una vuota commemorazione, ma una reale immanenza nella nostra personale vicenda dell'unico Salvatore e della salvezza che egli ha acquisito per noi. Che non sia un ricordo nostalgico che non c'è più, ma rappresentazione autentica e viva del dono che non viene mai meno.
EUCARISTIA
La narrazione del vangelo di Giovanni, che è stata proclamata. ci ha svelato qual è la spiegazione ultima del grande atto di ringraziamento - dell'«Eucaristia» - con cui Gesù affronta la notte del male e vince la suprema battaglia: Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1). La spiegazione di tutto è l'amore.
Questa liturgia del Giovedì Santo ci mette dunque a parte del più intimo segreto di Dio: Dio supera e travolge ogni possibile avversità con la sua infinita volontà di bene. E desidera che questa sua strategia di lotta sia sempre anche la nostra. Come ci ha detto Gesù: Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13.15).
Alla fine apparirà chiaro a tutti: sul mare dei peccati, delle stoltezze, delle infedeltà che sembrano sommergere tutta la nostra storia, avrà vinto l'amore.
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Pubblicato 10 anni fa...

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