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L'INNO DELLA CEI PER IL SUICIDIO ASSISTITO
Questa legge s'ha da fare. La legge è quella sul suicidio assistito all'esame al Senato e promossa dal centrodestra. L'imperativo categorico è invece pronunciato dalla Chiesa italiana. Leggasi: Conferenza episcopale italiana. La quale, con evidente certezza ha intessuto rapporti di partnership con esponenti del governo per collaborare ad avallare la legge. Non è più moralmente riprovevole che Giuda si sia tolto la vita, ma che non fu aiutato da nessuno a farlo grazie ad una legge e contro la legge di Dio.
Per bocca del suo organo di stampa, il quotidiano Avvenire, la Cei da settimane sta perorando la causa (talvolta ce ne siamo occupati anche noi). Il 26 luglio scorso Avvenire ha sfornato due articoli a sostegno della legge. Il primo è a firma di Mario Marazziti. L'invito di Marazziti è quello di guardare alla legge 219/17 sul consenso informato, a cui da parlamentare contribuì nella stesura, per poter legiferare sul suicidio assistito in modo corretto. «È una legge di diritto mite, che non norma tutto ma offre strumenti per umanizzare il morire senza chiamare la morte», scrive il nostro. Una legge di diritto mite? Una legge che ha umanizzato il morire? Una norma che ha legittimato il suicidio e l'eutanasia nella sua forma di omicidio del consenziente sarebbe una legge di diritto mite e umana?
Al comma 5 dell'art. 1 infatti possiamo leggere: «Ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare [...] qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario [...]. Ha, inoltre, il diritto di revocare [...] il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento. [...] Sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l'idratazione artificiale». Dunque se ad esempio una persona chiede, anche tramite Disposizioni anticipate di trattamento (DAT), che le venga tolta la nutrizione e l'idratazione assistita, può esigerlo e il medico deve obbedire, quindi deve ucciderla come espressamente indicato al comma 6.
QUESTA LEGGE S'HA DA FARE
Noticina a margine: vero è che il comma 6 dice anche che «il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali», ma il rifiuto di trattamenti salvavita non è contrario alla legge alla deontologia e alle buone pratiche, anzi è permesso da queste tre fonti. Seconda noticina a margine: la mite e umana legge 219 permette l'eutanasia anche su persona non consenziente, ossia su minori e maggiorenni incapaci, se è questo che hanno deciso genitori e rappresentanti legali (art. 3). Questa nostra noticina serve a rispondere a Marazziti laddove, trovando ammirevole coraggio, scrive: «Fosse stata in vigore già nel 2009 Eluana Englaro avrebbe continuato a vivere». Se ci fosse stata questa legge Eluana, persona incapace, molto probabilmente sarebbe morta prima e non dopo anni di battaglie legali.
Su questo invece Marazziti ha perfettamente ragione: se ci fosse stata la legge 219 «Piergiorgio Welby avrebbe potuto rifiutare legalmente il sostegno vitale», prova provata che anche per il collaboratore di Avvenire la legge 219 permette l'omicidio del consenziente. Ciò detto, con sprezzo del principio di non contraddizione, il Nostro così conclude: «La legge 219 umanizza il morire quanto si può».
Poi sulla legge sul suicidio assistito appunta: «La Corte ha invitato a colmare una assenza, non per introdurre il suicidio assistito, ma per dare la possibilità di non sanzionare chi assecondi, in casi molto circoscritti». Una cortina fumogena di parole nemmeno tanto fitta. Ma se non punisco Caio che ha aiutato Tizio a togliersi la vita, la legge non sta introducendo il suicidio assistito nel nostro Paese, ossia non lo sta permettendo?
Passiamo al secondo articolo di Avvenire. Si tratta di una lettera siglata da sei firmatari, tra cui le ex parlamentari Paola Binetti e Luisa Santolini, che chiede di approvare la legge sul suicidio assistito perché altrimenti verrebbe approvato il ben peggiore disegno di legge Bazoli targato PD: «Alla fine l'alternativa sarà tra la legge Bazoli e l'attuale testo base». Non solo, ma la legge della Toscana che ha legittimato l'aiuto al suicidio e le sentenze della Corte costituzionali non lasciano scampo: questa legge s'ha da fare.
SI FAVORISCE IL SUICIDIO ASSISTITO
Anche in questa lettera aperta emerge una certa incomprensione della lingua italiana e/o della logica di base. Infatti i sei mittenti della missiva, tra cui anche due medici e un avvocato, scrivono a proposito della proposta di legge della maggioranza: «In nessun punto di tale testo si favorisce il suicidio assistito. Anzi, è vero il contrario» e citano l'art. 1 della proposta in cui si dichiara che «La Repubblica assicura la tutela della vita di ogni persona». Ma, come già appuntavamo qualche giorno fa, «l'art. 1 dice di tutelare la vita e poi già all'art. 2 ritira questa tutela permettendo l'aiuto al suicidio».
E in merito al fatto che questo Ddl non favorisca il suicidio assistito facciamo un esempio semplice semplice. Fingiamo che domani ci fosse una legge che depenalizzasse la pedofilia. Secondo voi, questa legge favorirebbe o no la pedofilia? Se togli una sanzione ad una condotta questa condotta verrà scelta sicuramente da più persone proprio perché non finisci più in galera o non devi più pagare una sanzione pecuniaria. Non ci pare così difficile da capire. Senza poi aggiungere che in realtà questa norma legittimerebbe il suicidio assistito e non semplicemente prevederebbe la sua depenalizzazione.
Veniamo ad una sintesi di questi due articoli. La Cei sceglie il male minore. Noi invece scegliamo un santo per rispondere al cardinal Zuppi. La scelta è caduta su Sant'Agostino: «Ammesso infatti che noi possiamo commettere un peccato più leggero per impedire che un'altra persona ne commetta uno più grave, sarà lecito impedire a un altro lo stupro con un furto commesso da noi, l'incesto con un nostro stupro; e se esiste un'empietà che a noi sembri peggiore dell'incesto, si dirà che noi possiamo commettere anche l'incesto se in questo modo si otterrà che quella empietà non venga perpetrata da quell'altra persona. In questo modo, nell'ambito di ogni singolo peccato, si crederà lecito commettere furti per furti, stupri per stupri, incesti per incesti, sacrilegi per sacrilegi; crederemo lecito commettere noi i peccati anziché farli commettere agli altri» (Contra mendacium, 9, 20).
Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Qualche domanda ai vescovi sul suicidio assistito" spiega perché sembra che i nostri pastori non abbiano chiaro come funziona la vita dell'uomo, quale sia il fine dell'unzione sacra che hanno ricevuto e cosa siano i comandamenti di Dio.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29 luglio 2025:
La Conferenza Episcopale Italiana - la quale, grazie a Dio, non è la Chiesa cattolica in Italia - ha deciso che il proprio ruolo, nel frangente storico attuale di discussione di depenalizzazione del suicidio assistito, sarebbe quello di contrattare con il governo per porre presunti paletti legislativi nel terreno del male, che eviterebbero derive ben più gravi. Anche la Pontificia Accademia per la Vita, nella persona del suo presidente, mons. Renzo Pegoraro, ritiene atteggiamento realistico e conforme al Vangelo, quello di opporsi al principio di legittimità del suicidio assistito, ammettendone nel contempo l'effettiva praticabilità, mediante depenalizzazione. Un ragionamento da curatori fallimentari, più che da servi di Cristo Gesù, apostoli per vocazione, prescelti per annunziare il vangelo di Dio (cf Rm 1, 1), costituiti per portare un frutto che rimanga (cf. Gv 15, 16).
PRIMA DOMANDA: ma i nostri pastori hanno ben presente come funziona la vita dell'uomo, singolo e in società? Sono davvero seri quando pensano che abbia minimamente senso condannare un principio, mentre acconsentono ad una legge che permette di contraddire questo principio? Chi scrive, spera che si tratti semplicemente di un disorientamento causato dalla frequentazione di labirinti giuridici, fatti di leggi, articoli, commi e sentenze... Ma sta di fatto che i nostri pastori hanno perso di vista la prospettiva del mondo reale. Se vescovi, parroci, sindaci e magistrati, colpiti dalle stragi sulle strade durante i week-end, si profondessero per spiegare quanto è sbagliato, pericoloso, immorale, irresponsabile guidare ad alta velocità, magari dopo l'assunzione di alcool e stupefacenti, ma poi gli stessi garantissero che tuttavia il trasgressore non subirà alcuna conseguenza, quale risultato reale avrà l'intransigente e accorata difesa del principio? I nostri pastori credono ancora alle conseguenze del peccato originale sulla natura umana?
SECONDA DOMANDA: i nostri pastori hanno ben presente qual è il fine dell'unzione sacra che hanno ricevuto? Ricordano che la predicazione del Vangelo, in tutta la sua integrità, è un grave dovere che incombe su di loro? E ricordano che, se anziché dare luce e mettere sale in un mondo tenebroso e insipido, dovessero accontentarsi di dialogare sulle bollette della luce più o meno vantaggiose per il consumatore o su rischi e vantaggi del sale iodato nella dieta degli ipertesi, non starebbero adempiendo alla loro missione? Non solo, ma che andrebbero incontro ad un destino poco felice, che Nostro Signore riassume con l'essere gettati via e calpestati dagli uomini (cf. Mt 5, 13)? La sensazione - agghiacciante, ma solo una sensazione - è che nella testa dei nostri pastori, e di non pochi cristiani divenuti a loro immagine e somiglianza in virtù della "santa obbedienza", si creda che sia proprio l'umiltà a chiederci di farci calpestare dagli uomini, a domandarci di non esagerare nel voler far risplendere la luce della verità, per non correre il rischio di mancare di carità nell'accecare i nostri fratelli, a spingerci verso una mimetizzazione che ci renda indistinguibili dal resto del mondo, quasi una sorta di perfettamente adempiuto amore al nascondimento.
TERZA DOMANDA: ma i nostri pastori sanno cosa sono i comandamenti di Dio? Non quali sono, ma cosa sono? Per quale ragione il Signore si è scomodato in prima persona nel dare dei comandamenti ben definiti al suo popolo e nell'esigere che fossero osservati, senza aver previsto alcuna depenalizzazione? Non è che gradualmente e impercettibilmente, nonostante la promozione di percorsi sulle "dieci parole", hanno assimilato l'idea che i comandamenti siano delle norme estrinseche un po' rigide e che dunque la bontà di un pastore la si ritrovi proprio nel non prenderle eccessivamente alla lettera, nell'accomodarle a misura della miseria umana e in conformità alla legge della realpolitik, consentendo eccezioni caso per caso, o almeno evitando che i trasgressori debbano incappare in penalità?
Il punto è cruciale: se i comandamenti divini sono norme estrinseche, allora è chiaro che il buon padre di famiglia le leviga, le piega, le modella a misura delle situazioni in cui vivono i propri figli. Se invece sono, come spiegava anni fa un vero pastore, il cardinale Giacomo Biffi, il "libretto di istruzioni" per dirci come far funzionare adeguatamente la nostra umanità, come evitare che si inceppi drammaticamente, allora si comprende come concessioni e depenalizzazioni non solo non hanno senso, ma diventano delle trappole devastanti che hanno una sola conseguenza: il male dell'uomo. Detto in altro modo: se il divieto di uccidere la vita innocente, propria o altrui, ha a che fare con il bene temporale ed eterno della mia persona e dell'intera comunità umana, allora si comprende che anche il solo pensiero che i pastori possano sostenere una depenalizzazione dell'omicidio/suicidio fa a pugni con il senso stesso dei comandamenti divini.
Non bisogna essere dei fenomeni per capire che l'impunità legislativa favorirà il progressivo diffondersi del fenomeno. La natura umana è un piano inclinato: togliere il freno equivale a spingere sull'acceleratore. Che i vescovi non siano consapevoli di ciò è estremamente grave; non serve a nulla promuovere il bene, difendere i principi, se poi all'atto pratico non ci sono sanzioni adeguate alla preziosità del bene che si vuole difendere. Non c'è ragione politica che tenga: i vescovi italiani e i vertici della PAV si rendono conto che non si tratta di depenalizzare il furto di un sacco di patate, ma di atti deliberatamente volti a uccidere e uccidersi? Ossia a minare il fondamento della convivenza umana, della fiducia reciproca, del senso della vita? Si rendono conto verso quale direzione si orienta la società umana, allorché le persone familiarizzeranno con la prassi che non si incorre in alcuna sanzione nel concorrere a toglier la vita ad un altro, nel tradire quell'indispensabile collante della vita comune che sta in una implicita tutela del bene della vita della persona che mi sta a fianco e della mia stessa vita? Ancora, ci si rende conto che così facendo si contribuirà a svuotare ancora più radicalmente non solo il senso del vivere, ridotto al principio della "qualità della vita", ma anche quello del morire, riducendolo ad un cessare di una vita biologica non più "di qualità"?
In un mondo che non sa far altro che dare la morte a tutti i livelli, i vescovi italiani stanno venendo meno al loro preciso dovere di condannare il male, in tutte le sue forme astute e striscianti, di controbattere con fermezza ai poteri forti con l'unica parola che dissipa le tenebre e offre salvezza: «non ti è lecito» (Mc 6, 18). Il cincischiare con una legge che, promuovendo la depenalizzazione, favorirà atti di morte e il rafforzamento di quella cultura tanatofora che da questi atti e da questa legge sarà alimentata, è il tradimento della missione di un vero pastore. Come è il tradimento di un pastore tacere la ripercussione eterna delle nostre scelte in questa vita: chiunque uccide e concorre ad uccidere, perde la vita della grazia e si prepara un destino eterno di oscurità e tormenti. Senza alcuna depenalizzazione.
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Pubblicato 10 anni fa...

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