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IL TRACOLLO MORALE DELLA BBC, PER ANNI UN MEGAFONO LGBT
Un grosso scandalo a tinte arcobaleno sta investendo, ormai da settimane, la BBC. La nota emittente del servizio pubblico del Regno Unito è infatti accusata di aver propagandato eccessivamente, soprattutto nell'ultimo quinquennio, l'ideologia Lgbtqi+ al punto da costringere alle dimissioni il suo direttore generale Tim Davie e la Ceo di BBC News Deborah Turness. Le accuse sono state mosse dagli stessi gruppi femministi 'gender-critical', da ex-dipendenti, politici conservatori e media di destra che hanno denunciato l'emittente di aver adottato una linea editoriale sistematicamente prona all'agenda arcobaleno, censurando o minimizzando ogni voce critica e promuovendo attivamente e in maniera esclusiva solo contenuti celebrativi. E ciò a detrimento della doverosa imparzialità giornalistica deontologicamente richiesta, pur di privilegiare il linguaggio e le narrazioni richieste dai gruppi di attivisti interni all'azienda e dalle lobby esterne della galassia Lgbtqi+.
INFORMAZIONE O PROPAGANDA?
In special modo negli ultimi anni alla BBC non si è mai parlato in modo critico delle cliniche per il trattamento della disforia di genere di minori, ma neanche di detransitioner e di criminali nati maschi sedicenti trans trasferiti nelle carceri femminili. Ogni notizia ritenuta scomoda perché andava a scalfire la narrazione patinata della fluidità di genere è stata così prontamente censurata dal gruppo interno BBC Pride e dal desk Lgbtqi+. Alcuni memo interni risalenti agli inizi del mese hanno dunque rivelato «una censura effettiva» di ogni news "politicamente scorretta" in materia e, ironicamente, «una crisi di editoriali pro-trans». Eppure, relativamente ai casi di cronaca nera, la BBC ha sempre chiamato "donna" e usato pronomi femminili per persone trans di sesso maschile, quali per esempio Scarlet Blake, Isla Bryson, Katie Dolatowski. Nel contempo non ha dato alcuno spazio mediatico alla vicenda di David Challenor, condannato per stupro su minore, né agli oltre 70 criminali sessuali trans biologicamente uomini ma trasferiti nelle carceri femminili, mostrando così di preferire una narrazione meramente ideologica dei fatti. E ancora, ponendosi al servizio del "politicamente corretto" e di un linguaggio pseudo-inclusivo, ha preferito usare nei suoi servizi televisivi in modo ricorrente la parola "pregnant people" al posto di donne incinte, pur suscitando il riso della stessa conduttrice.
In ambito sportivo la BBC ha presentato come «storie di coraggio e inclusione» le competizioni vergognosamente impari di uomini che hanno gareggiato nella categoria femminile, facendo solo elogi ad atleti trans biologicamente maschi, quali per esempio Lia Thomas, Laurel Hubbard, Emily Bridges e Gisele Shaw. Inoltre, l'emittente inglese non ha mai intervistato le atlete donne penalizzate, né ha mai riportato i risultati scientifici di studi recenti che hanno dimostrato - qualora non fossero già evidenti - i vantaggi competitivi in termini di prestanza e resistenza fisica di quanti, biologicamente maschi, abbiano preteso e ottenuto di gareggiare col gentil sesso.
I CONTENUTI SUL PRIDE E PER GLI ADOLESCENTI
Numerosi sono stati anche i servizi e gli articoli dedicati dalla BBC al Pride, il principale evento pubblico della galassia Lgbt. Su tale manifestazione si contano infatti nel solo 2024 almeno 116 articoli, mentre non risulta una sola riga sul devastante scandalo noto come Wpath Files che ha rivelato i danni irreparabili dei farmaci bloccanti la pubertà e degli interventi chirurgici di transizione di genere sulla salute e il benessere psicofisico dei minori. E ancora, dietro le presunte finalità pedagogiche, la BBC ha dato ampio spazio anche ai programmi per bambini con drag queen, «non-binary clown» e «queer country», senza mai includere voci dissonanti di genitori preoccupati per tali contenuti.
Una propaganda che, come è facilmente immaginabile, ha purtroppo assolto al suo scopo principale di indottrinamento dell'opinione pubblica alle istanze ideologiche della lobby Lgbt. Tuttavia, ha condotto alle dimissioni dei vertici dell'azienda e a un'indagine ancora in fieri dell'Office of Communications britannico per imparzialità sistemica. E questo a scapito del servizio pubblico d'informazione, che ha mostrato nei fatti palesemente di non gradire una simile propaganda in salsa gender, con quasi 1 milione e mezzo di abbonati in meno in due anni e una petizione di oltre 500.000 firme per riformare radicalmente la stessa BBC. Dunque la conferma: l'ideologia non paga.
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