« Torna agli articoli di Don Stefano Bimbi


LETTERE ALLA REDAZIONE: LE INTENZIONI NELLA MESSA
Nonostante il valore di ogni Messa sia infinito, fare dire più Messe aumenta il beneficio
di Don Stefano Bimbi
 

Gentile Redazione,
desidero ringraziarvi per l'articolo dal titolo "Il morto ha bisogno di suffragi, non applausi", pubblicato nella edizione del 30 ottobre 2024, dedicato alle intenzioni della Messa, tema importante e spesso fonte di domande tra i fedeli.
Proprio per questo motivo, mi permetto di segnalare con rispetto un possibile equivoco legato all'esempio utilizzato, quello della "mela divisa", per spiegare la differenza tra una Messa offerta per una sola persona e una Messa offerta per più persone.
Pur comprendendo l'intento catechetico e la volontà di usare un'immagine semplice, l'esempio rischia di risultare teologicamente inadeguato, perché può suggerire che la Messa sia un bene "divisibile" e che, offerta per più persone, valga "di meno" per ciascuna. La dottrina della Chiesa, invece, insegna che la Messa è sempre "intera" e che la differenza non sta nella divisione del sacrificio, ma nella ripetizione dell'atto di offerta.
Molti fedeli, soprattutto se poco formati, potrebbero ricavarne l'idea non corretta di una sorta di "mezza Messa", mentre sarebbe più adeguato parlare di atti distinti di affidamento al sacrificio di Cristo.
Condivido questa osservazione nello spirito di una riflessione comune e con stima per il vostro lavoro di divulgazione e formazione.
Con riconoscenza,
Don Francesco

RISPOSTA DEL SACERDOTE (autore dell'articolo)

Gentile Don Francesco,
la ringrazio sinceramente per la sua osservazione, che accolgo come un contributo prezioso al necessario rigore dottrinale che dobbiamo sempre avere.
Lei ha pienamente ragione nel rilevare che l'esempio della "mela divisa", così come ho utilizzato nell'articolo, può risultare teologicamente inadeguato. Pur essendo nato in un contesto pastorale come tentativo di rendere accessibile un concetto complesso a fedeli poco formati, l'esempio rischia in effetti di suggerire un'idea non conforme alla dottrina cattolica: cioè che il sacrificio eucaristico sia un bene quantitativamente divisibile o che il suo frutto speciale si "ripartisca" in modo materiale tra più destinatari.
La dottrina della Chiesa, come chiarito dalla tradizione teologica a partire da san Tommaso d'Aquino e dalla manualistica classica, insegna invece che:
1) la Messa è sempre il sacrificio intero e indiviso di Cristo;
2) il suo valore è infinito e non soggetto a divisione;
3) la differenza tra una Messa applicata una volta e più Messe applicate più volte non riguarda una "porzione" del sacrificio, ma la ripetizione dell'atto applicativo da parte del ministro della Chiesa.
In questo senso, è più corretto affermare che due Messe costituiscono due atti distinti di applicazione del sacrificio, ciascuno pienamente valido e intero, mentre una sola Messa applicata a più persone resta comunque una vera Messa per ciascuna, senza che si possa parlare di "metà" o di riduzione del frutto in senso quantitativo.
L'esempio della mela era nato perché le persone pensano che facendo dire una messa per i due genitori sia la stessa cosa che dire due messe una per ciascuno. A tal proposito va ricordato che non è esattamente la stessa cosa. L'intenzione di una Messa per due persone è una vera Messa per entrambe, ma due Messe separate sono un dono più grande, perché l'applicazione è fatta due volte. Quindi fare dire più Messe aumenta il beneficio nonostante il valore di ogni Messa sia infinito.
Per superare l'apparente contraddizione occorre distinguere tra il valore oggettivo del sacrificio (che è infinito perché è il sacrificio di Cristo) e la sua applicazione (che è invece finita, concreta e ripetibile, perché avviene nel tempo attraverso atti distinti della Chiesa).
La Messa non "aumenta" Cristo, né il valore della sua offerta, ma ogni celebrazione costituisce un nuovo atto di applicazione di quell'unico sacrificio infinito. Per questo una Messa applicata una volta e la stessa Messa applicata due volte non producono lo stesso beneficio, non per divisione del sacrificio, ma per ripetizione dell'atto di offerta.
Pensiamo a un medicinale perfetto che guarisce davvero. Il medicinale è potentissimo, ma va assunto ogni volta. Il medicinale non diventa "più potente", ma l'effetto cresce perché l'atto della sua assunzione si ripete.
È lo stesso principio che vale per la preghiera, i sacramenti o ogni atto di culto: i frutti spirituali crescono nella misura in cui la Chiesa e i fedeli ripetono più volte gli atti di culto, senza ovviamente pensare che questi aumentino il valore del sacrificio di Cristo sulla croce.
In conclusione, don Francesco la ringrazio per la sua osservazione giusta e opportuna: è essenziale evitare esempi ambigui che possano essere fraintesi, mentre è doveroso spiegare la distinzione tra valore infinito del sacrificio e modalità finite della sua applicazione.

IL MORTO HA BISOGNO DI SUFFRAGI, NON APPLAUSI
Sempre più i funerali somigliano a commemorazioni laiche con ricordi affettuosi, elogi e applausi, mentre il dono più grande che possiamo fare ai defunti è abbreviarne la pena da scontare in purgatorio
di Don Stefano Bimbi
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7959

DOSSIER "LETTERE ALLA REDAZIONE"
Le risposte del direttore ai lettori

Per vedere articoli e video, clicca qui!

 
Fonte: BastaBugie, 31 dicembre 2025