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OMELIA IV DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 9,1-41)
La liturgia di questa quarta domenica di Quaresima è attraversata da un tema molto forte: la luce. Non è solo una luce materiale, ma la luce interiore della fede, quella che permette all'uomo di vedere la realtà con gli occhi di Dio. Il Vangelo del cieco nato racconta proprio questo passaggio: dalle tenebre alla luce, dall'indifferenza alla fede.
Gesù incontra un uomo cieco dalla nascita. I discepoli fanno una domanda che riflette una mentalità molto diffusa anche oggi: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». In altre parole cercano una colpa, una spiegazione semplice al dolore. Qui tocchiamo una verità molto importante della fede cristiana. Dio non gode del dolore dell'uomo e non manda la sofferenza come castigo automatico. Il male esiste nel mondo a causa del peccato originale, ma Dio è capace di trasformare anche ciò che sembra negativo in un'occasione di bene e di salvezza.
Pensiamo a quante volte nella vita accade proprio questo. Una malattia può diventare il momento in cui una famiglia si riavvicina e riscopre l'amore reciproco. Una difficoltà nel lavoro può portare una persona a rivedere le priorità della vita e a cercare di più Dio. Anche un fallimento può diventare l'inizio di un cammino nuovo.
La logica di Gesù è diversa dalla nostra: non si ferma alla domanda "di chi è la colpa?", ma apre alla domanda più profonda: "che cosa vuole fare Dio in questa situazione?". Ed è proprio quello che accade nel Vangelo. Dove gli uomini vedono solo una tragedia (un uomo cieco dalla nascita) Gesù vede una storia che può diventare rivelazione della gloria di Dio.
Questo cambia anche il modo di guardare la nostra vita. La fede non elimina tutte le prove, ma ci dona uno sguardo nuovo. Non siamo più soli dentro il dolore, perché Dio può entrare anche nelle situazioni più oscure e trasformarle in un cammino di luce. Proprio come accade al cieco nato, che passa dalle tenebre alla luce e arriva non solo a vedere con gli occhi, ma a riconoscere e adorare il Signore.
IL FANGO
Tutto questo avviene con un gesto sorprendente di Gesù: fa del fango con la saliva, lo spalma sugli occhi del cieco e lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe. Il fango richiama l'episodio della genesi della creazione dell'uomo dalla terra. È come se Cristo ricreasse gli occhi di quell'uomo. Gesù non è soltanto un guaritore: è il Creatore che restituisce all'uomo la sua pienezza.
Ma il cieco deve fare qualcosa anche lui: deve andare a lavarsi. Qui troviamo un'altra dimensione molto importante della vita cristiana: la grazia di Dio agisce, ma chiede la collaborazione dell'uomo. Dio non salva l'uomo senza l'uomo. Pensiamo alla confessione. Molte persone sentono dentro il desiderio di liberarsi dal peso del peccato, ma rimandano sempre. La grazia chiama, ma bisogna fare quel passo: entrare in chiesa, avvicinarsi al sacerdote, aprire il cuore con sincerità.
Da notare che il cieco comincia a vedere sempre di più, non solo con gli occhi del corpo, ma con quelli della fede. All'inizio dice: «Quell'uomo che si chiama Gesù». Poi afferma: «È un profeta». Infine arriva alla professione di fede: «Credo, Signore». La sua luce interiore cresce.
Al contrario, i farisei, che fisicamente vedono, diventano sempre più ciechi. Sono prigionieri dei loro schemi, delle loro sicurezze, del loro orgoglio. Non accettano che Dio agisca fuori dalle loro categorie. Questo Vangelo ci mette davanti a una domanda molto seria: chi è veramente cieco? Non sempre chi non vede con gli occhi è il più cieco. La cecità più grave è quella del cuore.
RIAPRIRE GLI OCCHI
Anche oggi si può vivere una forma di cecità spirituale. Accade quando si perde il senso di Dio, quando non si distingue più il bene dal male, quando la coscienza si abitua al peccato. Accade quando si vive come se Dio non esistesse o fosse lontano dalla vita concreta.
Pensiamo alla vita quotidiana. Una persona può essere molto competente nel lavoro, molto informata, molto intelligente, ma se non ha la luce di Dio rischia di non vedere ciò che conta davvero: la dignità delle persone, il valore della famiglia, il senso del sacrificio, la bellezza della fedeltà.
La Quaresima è proprio il tempo in cui il Signore vuole riaprire i nostri occhi. Lo fa in diversi modi molto concreti. La preghiera, per esempio, è come la piscina di Siloe dove andiamo a lavarci. Quando una persona prega con sincerità, anche pochi minuti al giorno, lentamente la luce entra nel cuore. Le scelte diventano più chiare, si comprende meglio cosa è giusto e cosa non lo è.
Lo stesso vale per la confessione. Il peccato è una forma di cecità, perché ci fa vedere le cose in modo distorto. Quando una persona si accosta con umiltà al confessionale è come se il Signore lavasse di nuovo gli occhi dell'anima.
Anche la carità apre gli occhi. Quando ci si abitua a pensare solo a se stessi, si diventa ciechi verso gli altri. Invece un gesto di attenzione verso chi soffre (una visita a una persona sola, una parola di incoraggiamento, un aiuto concreto) fa crescere la luce nel cuore.
C'è poi un ultimo dettaglio molto bello nel Vangelo. Il cieco guarito viene espulso dalla sinagoga. Viene rifiutato. Ma proprio allora Gesù lo va a cercare. Quando lo trova, gli rivela pienamente chi è. Questo è molto consolante. Quando una persona rimane fedele alla verità, può anche incontrare incomprensioni o solitudine. Ma proprio lì Cristo si avvicina di più. La vera luce non è l'approvazione degli altri, ma l'incontro personale con il Signore.
LA CONVERSIONE DEL BEATO BARTOLO LONGO
Per concludere, possiamo pensare a una conversione concreta che ricorda molto il cammino del cieco nato: quella del beato Bartolo Longo. Da giovane era lontanissimo da Dio. Durante gli anni dell'università si lasciò trascinare da ambienti anticlericali e arrivò perfino a partecipare a pratiche spiritistiche e occultistiche. Col tempo però la sua vita entrò in una grande oscurità interiore: inquietudine, paura, senso di vuoto. Aveva tutto per "vedere" secondo il mondo (studi, amicizie, successo) ma dentro era come cieco.
Un giorno incontrò un sacerdote che lo aiutò a fare luce nella sua vita. Bartolo Longo si confessò, ricominciò a pregare e soprattutto riscoprì il Rosario. Da quel momento iniziò un cammino di conversione profonda che lo portò a dedicare tutta la sua vita alla Madonna e ai poveri. Da uomo smarrito diventò apostolo del Rosario e fondatore del grande santuario di Pompei che ancora oggi attira pellegrini da tutto il mondo.
La sua storia mostra proprio quello che abbiamo ascoltato nel Vangelo: quando Cristo entra nella vita di una persona, gli occhi si aprono e tutto cambia. E questa è anche la speranza di questa Quaresima: nessuna cecità è definitiva se lasciamo che Gesù tocchi i nostri occhi. Lui può liberarci davvero dalle cecità interiori, dall'orgoglio, dall'abitudine al peccato, dall'indifferenza verso chi ci è accanto. E come il cieco guarito possiamo arrivare anche noi a dire con tutto il cuore: «Credo, Signore». Anche noi possiamo passare dalle tenebre alla luce e scoprire che la fede non è solo credere in Dio, ma vedere la vita con i suoi occhi. Non significa che la vita diventa facile, ma diventa luminosa, perché finalmente si vede la strada. E chi incontra davvero Cristo non solo comincia a vedere, ma diventa a sua volta luce per gli altri.
IL SANTO FONDATORE DEL SANTUARIO DI POMPEI
Il Beato Bartolo Longo ci fa capire la potenza del rosario (testo integrale della celebre ''Supplica alla Madonna'')
di Corrado Gnerre
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