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LA GRAZIA, IL FILM DI SORRENTINO CHE NORMALIZZA L'EUTANASIA
Una narrazione sbilanciata che trasforma il dubbio morale in un fastidio da rimuovere
di Redazione
 

L'eutanasia come un qualcosa da "normalizzare", in un Paese - l'Italia - retrogrado ma che di base è pronto ad aprire la porta a una pratica vista e descritta come quasi ovvia. Sembra questo il messaggio che esce fuori dal film "La Grazia", di Paolo Sorrentino, uscito nei cinema lo scorso 15 gennaio. Una narrazione che si presenta - come ha anche commentato Armando Fumagalli sulle colonne di Avvenire - come riflessiva e problematica, ma che in realtà appare distorta e probabilmente orientata a favorirne l'accettazione culturale. Un'operazione, inoltre, che non sembra aiutare né il dibattito politico sul fine vita, destinato a tornare presto al centro dei lavori in Senato, né tantomeno le persone più fragili, che di queste scelte e di queste leggi sono i primi e veri interessati.
La pellicola racconta gli ultimi giorni del mandato del presidente della Repubblica, Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo, giurista rigoroso e cattolico convinto, chiamato a decidere se firmare o meno una legge che legalizza l'eutanasia. Attorno a lui si muovono figure che incarnano il "senso della storia", a partire dalla figlia, stimata giurista, che spinge per un'approvazione della norma. Il confronto, però, è solo in apparenza bilanciato. Le ragioni a favore della morte volontaria sono infatti articolate, persuasive, mentre quelle contrarie restano vaghe, sfumate, quasi imbarazzate. Il risultato è una narrazione che accompagna lo spettatore verso una conclusione già scritta, in cui il dubbio di coscienza non è una domanda autentica ma un ostacolo da superare per diventare finalmente "ragionevoli".

IL PRO LIFE RIDOTTI A MACCHIETTA
Ancora più evidente è la rappresentazione caricaturale delle posizioni contrarie all'eutanasia, affidate in larga parte alla figura della Chiesa cattolica e del Papa. Il Pontefice immaginato da Sorrentino è un personaggio surreale, quasi da cartone animato, che parla per frasi fumose e simboliche, incapace di offrire argomenti solidi e logici. In questo modo il "no" all'eutanasia sembra dipinto come un residuo folkloristico, legato a un'istituzione bigotta, superata, distante dalla vita reale delle persone. Non c'è spazio per un dissenso razionale, laico, fondato sull'esperienza medica, sociale e umana. Dunque il messaggio del film sembra chiaro: chi si oppone lo fa per astrattezza o per obbedienza cieca, per una fede ideologica, non per amore né tantomeno per umanità e volontà di difendere la dignità della Vita in ogni sua fase e condizione.

LEONE E ZUPPI SMENTISCONO IL FILM?
La realtà, però, è profondamente diversa da quella che sembra essere messa in scena nel film, soprattutto se ci riferiamo a una Chiesa che sì, ovviamente, si rivolge ai propri fedeli, ma che può tranquillamente essere vista come esempio anche da chi credente non è e, in generale, dal mondo laico. Oggi, infatti, la Chiesa e il mondo pro life dicono "no" all'eutanasia e al suicidio assistito non per bigottismo o ideologia, ma per una difesa concreta dell'umano, soprattutto quando è più vulnerabile. Dovrebbe infatti essere trasversale, al di là del proprio credo, la consapevolezza che rendere definitiva una decisione presa in un momento di sofferenza, solitudine o paura espone a derive gravissime. Lo stesso vale per i rischi che arrivano da «normative che legittimano il suicidio assistito e l'eutanasia» e che potrebbero quindi portare a «depotenziare l'impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili», come ha affermato due giorni fa il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, in apertura del Consiglio permanente dei vescovi italiani. Una posizione già prima confermata con chiarezza da Papa Leone XIV nel suo discorso al Corpo Diplomatico del 9 gennaio scorso, in cui ha denunciato le leggi sul fine vita come un segno di resa della società davanti alla fragilità: «è compito anche della società civile e degli Stati - ha affermato in quell'occasione il Pontefice - rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l'eutanasia». Tutto a conferma di come la visione della Chiesa - e del mondo pro life - di Sorrentino ne "La Grazia" sia molto distante dalla realtà.
Una realtà che, invece, sarebbe meglio far emergere con chiarezza per il bene della società e, come detto, di una politica - quella reale, non quella del film - che si appresta a discutere (e, ce lo auguriamo, a bocciare) il disegno di legge 104, recante "Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita".

 
Titolo originale: Perché La Grazia di Sorrentino non fa bene al dibattito sul fine vita
Fonte: Provita & Famiglia, 29 gennaio 2026