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COSA VOGLIONO DAVVERO I LEFEBVRIANI CON LE ANNUNCIATE ORDINAZIONI EPISCOPALI
La decisione di consacrare altri 5 vescovi senza mandato pontificio in nome dello stato di necessità significa permanere nello scisma operato da Lefebvre trasformando la Tradizione in un criterio autoattribuito
di Luisella Scrosati
 

Il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Víctor Manuel Fernández, ha rivelato a The Pillar la sostanza del contenuto della lettera inviata dal medesimo Dicastero alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, cui aveva fatto riferimento il comunicato del 2 febbraio scorso della Casa Generalizia lefebvriana. Il Prefetto ha spiegato di aver risposto «semplicemente in modo negativo circa la possibilità di procedere ora a nuove ordinazioni episcopali». Ed ha aggiunto: «Abbiamo avuto uno scambio di lettere di recente. La prossima settimana incontrerò don Pagliarani al DDF per cercare e trovare un proficuo percorso di dialogo». L'incontro avverrà giovedì 12 febbraio; resta invece da vedere se al Superiore Generale sarà in seguito concessa un'udienza anche con il Santo Padre.
Nel frattempo, il Superiore Generale della FSSPX ha rilasciato una lunga intervista, nella quale si capisce chiaramente che le consacrazioni episcopali avverranno a prescindere da qualunque risposta venga da Roma, in ragione della "salvezza delle anime". Si comprende altresì che i vertici della Fraternità non intendono chiedere alla Santa Sede una regolarizzazione della propria posizione (cosa che tra l'altro hanno sempre rifiutato), ma che il Papa approvi che la FSSPX continui ad esistere ed operare senza uno statuto canonico nella Chiesa, ed accetti così delle consacrazioni episcopali necessarie per continuare il proprio apostolato. La proposta «tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. [...] Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre», ha spiegato don Pagliarani.

LO STATO DI NECESSITÀ
Nella logica della FSSPX, lo stato di necessità in cui versa la Chiesa e l'urgenza della salvezza delle anime giustificherebbero l'anomalia di una «situazione di eccezione» in cui dei vescovi verrebbero consacrati senza mandato del Papa (e anche contro la sua volontà) e il ministero di questi vescovi e dei sacerdoti della FSSPX possa essere esercitato senza alcuna missio canonica, al di fuori di ogni vincolo giuridico. La Fraternità chiede dunque in sostanza al Papa di approvare che essa possa continuare ad esistere ed operare al di fuori di ogni struttura canonica; e questo sarebbe possibile perché «l'assioma "suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime" è una massima classica della tradizione canonica [...]; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi».
È piuttosto chiaro che non è la Santa Sede a non voler regolarizzare la situazione della Fraternità, cosa che permetterebbe a quest'ultima di poter giungere a consacrazioni episcopali legittime, con il mandato del Papa; è la Fraternità a non volerla. Non c'è offerta di regolarizzazione che la Fraternità possa accettare, nemmeno quella di una Prelatura personale o di un Ordinariato, perché essa comporterebbe in ogni caso una riduzione di quella "libertà" di cui oggi essa gode, ossia la libertà di procedere a ordinazioni, erigere o sopprimere seminari, scuole, conventi, accogliere o espellere membri, aprire centri di Messa e priorati, dichiarare la nullità di matrimoni, senza dover chiedere a nessuno e senza dipendere da alcuna autorità superiore. Don Pagliarani lo espresse anche poco più di un anno fa (15 novembre 2024), riferendosi alle comunità ex Ecclesia Dei: «Ciò che esse non dicono è che in realtà hanno una libertà limitata. Hanno solo lo spazio concesso loro da una gerarchia più o meno benevola, più o meno ispirata da principi personalisti e liberali. [...] Di conseguenza, il loro apostolato e la loro influenza sono frenati, ostacolati e compromessi, così che la questione della loro sopravvivenza pratica diventa sempre più preoccupante».

TOTALE INDIPENDENZA DALLA GERARCHIA
Ma ciò che è don Pagliarani a non dire è che questa libertà che la FSSPX rivendica in forza di una totale indipendenza dalla gerarchia della Chiesa cattolica, si chiama scisma. Tra le più acute precisazioni sullo scisma, fornite dalla riflessione del cardinale Tommaso de Vio, più noto come il Gaetano, c'è il fatto che lo scismatico non accetta di agere ut pars, agire come parte di un unico popolo, retto da una gerarchia legittima. Lo scismatico rifiuta dunque di agire come parte, perché vuole vivere e agire come organo autonomo. Esattamente quello che don Pagliarani rivendica per la Fraternità. Non basta andare a colloquio con il Papa, mantenere relazioni con la Santa Sede, nominare il Papa nel canone o esporne la foto nelle proprie case per non essere scismatici. Il superiorato di don Pagliarani e le sue dichiarazioni hanno messo in luce quanto negli anni di reggenza di mons. Bernard Fellay non appariva così chiaramente: la Fraternità intende rifiutare a priori ogni proposta di regolarizzazione canonica, con lo scopo di mantenere un'indipendenza totale dalla legittima gerarchia cattolica. Il che significa semplicemente che essa intende chiedere al papa di approvare questo suo rifiuto di agere ut pars, ossia di benedire uno stato di scisma. Per il bene della Chiesa e delle anime: un cortocircuito totale.
È evidente che alla base di questa richiesta ci sia una concezione del tutto insufficiente del senso del mandatum del Papa nelle consacrazioni episcopali e una concezione altrettanto inadeguata della Chiesa come società visibile. Nella logica di don Pagliarani, la situazione della Fraternità sarebbe di semplice illegalità, agendo al di fuori di regole che la Chiesa si è posta per un ordine interno e un buon governo, ma che risulterebbero oltrepassabili in stato di necessità per il criterio superiore della salus animarum. Questo "oltrepassamento" sarebbe possibile in virtù del fatto che non si tratta di una legge divina, ma ecclesiastica.

LUTERO NON AVREBBE DETTO DIVERSAMENTE
Ora, invece, la dimensione giuridica della Chiesa appartiene alla sua costituzione divina, così come è parte costitutiva del primato di Pietro il suo diritto esclusivo di nominare i vescovi. Don Pagliarani, nella sua omelia del 2 febbraio, ha fatto un'affermazione tanto chiara quanto problematica, al limite dell'eresia: «La Chiesa non esiste nei vincoli. La Chiesa esiste nelle anime. Sono le anime che formano la Chiesa». Lutero non avrebbe detto diversamente. Perché è dogma di fede che la Chiesa, nella sua realtà di società perfetta visibile, così come l'ha costituita Cristo, sia costituita da vincoli giuridici. Pio XII, proprio mentre illustra la realtà profonda della Chiesa come corpo mistico, insiste con forza che ella ha ricevuto il suo ufficio giuridico da Cristo stesso. Contro coloro che ritengono la Chiesa una realtà spirituale senza tali vincoli giuridici, Pio XII ricorda che «essi non avvertono che il divin Redentore volle che il ceto di uomini da Lui fondato fosse anche una società perfetta nel suo genere e fornita di tutti gli elementi giuridici e sociali per perpetuare in terra l'opera salutare della Redenzione [...] Or dunque, nessuna vera opposizione o ripugnanza può esistere tra la missione invisibile dello Spirito Santo e l'ufficio giuridico che i Pastori e i Dottori hanno ricevuto da Cristo» (Enciclica Mystici Corporis).
La necessità di appartenere alla Chiesa mediante vincoli giuridici non è dunque questione di mero diritto ecclesiastico, ma riguarda la costituzione divina della Chiesa; scindere o rifiutare tali vincoli non è perciò semplice illegalità, ma scisma. E sempre di diritto divino è la necessità di ricevere una missio canonica per poter esercitare il ministero: «Poiché, in virtù di quella missione giuridica per la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Io. 17, 18; 20, 21), è proprio lui che battezza, insegna, governa, assolve, lega, offre, sacrifica, per mezzo della Chiesa» (Ibi). Pio XII insegna che il fondamento della necessità di tale «missione giuridica» per poter esercitare il ministero riposa nella stessa Rivelazione, nel cuore della Santissima Trinità, in quell'invio di Cristo da parte del Padre, e poi degli Apostoli da parte di Cristo. Per questa ragione, il Concilio di Trento condanna con anatema, ossia come contrario alla fede divina cattolica, chi sostiene la legittimità del ministero della parola e dei sacramenti di quei vescovi che non sono stati «regolarmente ordinati o inviati dall'autorità ecclesiastica canonica» (Denz. 1777), considerandoli come «ladri e briganti che non sono entrati per la porta (cf. Gv 10, 1)» (Denz. 1769).
Non è dunque questione di "legalità", di formalismo, di incomprensione della legge suprema della Chiesa, ma è questione di costituzione divina della Chiesa, società visibile dotata di vincoli giuridici, necessari per l'esercizio del ministero. Pretendere una libertà giuridica significa tagliarsi fuori dalla comunione del Corpo mistico di Cristo. Né più né meno. Altro che «proposta realistica e ragionevole».

Nota di BastaBugie: Daniele Trabucco nell'articolo seguente dal titolo "Lefebvriani, lo stato di necessità è una contraddizione" parla della decisione di consacrare vescovi senza mandato pontificio in nome di una necessità di fedeltà alla Tradizione, il che significa separare la Tradizione dalla Chiesa concreta nella quale la Tradizione vive e si trasforma la fedeltà in criterio autoattribuito.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 9 febbraio 2026:

La Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da mons. Marcel Lefebvre (29 novembre 1905 – 25 marzo 1991), nell'annunciare nuove consacrazioni episcopali previste per il 1º luglio 2026, ha presentato tale scelta come risposta a una "grave necessità" riguardante il bene delle anime e la custodia della Tradizione, e insistendo sul fatto che non si tratterebbe di una misura di mera autoconservazione dell'istituto.  
In questa autogiustificazione sta il punto decisivo, perché l'argomento non si limita a chiedere tolleranza per una disobbedienza, bensì pretende di fondare una legittimità alternativa, o almeno concorrente, che si appoggerebbe su una categoria moralmente altissima, lo "stato di necessità", e su un riferimento ancora più alto, la fedeltà alla Tradizione perenne.
Il profilo canonico, preso in sé, è chiaro e non richiede artifici interpretativi. Il diritto della Chiesa qualifica la consacrazione episcopale senza mandato pontificio come delitto punito con scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica, colpendo sia il consacrante sia il consacrato.
La norma, in questa materia, non tutela una prassi burocratica, tutela la forma visibile della comunione, poiché il mandato pontificio non è un orpello posto "dopo" il sacramento, è il segno giuridico del fatto che l'episcopato, nella Chiesa cattolica, è intrinsecamente ordinato all'unità del corpo ecclesiale e alla sua struttura gerarchica.
Quando un gruppo decide che la "necessità" gli consente di generare una linea episcopale senza mandato, non compie soltanto un atto irregolare, compie un atto che incide sul principio di unità, rendendo di fatto la comunione dipendente da un consenso successivo, eventuale, reversibile. È precisamente ciò che la Chiesa, con lunga esperienza storica, ha sempre riconosciuto come dinamica oggettiva di rottura, indipendentemente dalle intenzioni soggettive dichiarate.
Un passaggio storico va richiamato con nettezza per evitare equivoci. La remissione delle scomuniche dei quattro vescovi consacrati nel 1988 avvenne nel 2009 con decreto della Congregazione per i Vescovi, in un quadro voluto da Benedetto XVI. Quella remissione, tuttavia, non significò la piena regolarizzazione, e la Santa Sede precisò che lo status canonico della Fraternità restava irrisolto e che il ministero esercitato rimaneva privo di liceità.
La distinzione tra rimozione della pena e ricomposizione della comunione non è un cavillo, perché mostra che la questione non è riducibile a un incidente disciplinare riparabile con un gesto unilaterale, bensì riguarda la coerenza tra forma della comunione e atti che la costituiscono.
Si comprende, allora, alla luce di queste considerazioni, perché l'argomento della "necessità" vada smontato sul terreno che esso stesso pretende, cioè sul terreno teoretico. Nel pensiero classico, e in particolare nella grammatica tomista, la necessità non è un passepartout capace di convertire l'illecito in lecito. Necessità significa impossibilità reale di conseguire un bene dovuto senza un mezzo determinato e implica un criterio di oggettività, un criterio di proporzione e un criterio di non-contraddizione rispetto al bene perseguito. Se la necessità è oggettiva, non può essere certificata dall'agente che trae vantaggio dall'eccezione. Se è proporzionata, non può autorizzare un mezzo che ferisca la struttura del bene che si invoca. Se è non contraddittoria, non può pretendere di salvare la Tradizione dissolvendo la forma ecclesiale della Tradizione.
Quando la Fraternità afferma che l'atto non sarebbe per la propria sopravvivenza, bensì per una necessità "ecclesiale", l'affermazione, proprio perché alta, espone l'argomento al suo giudizio più severo. La necessità in senso forte richiederebbe che, nella Chiesa, sia diventato impossibile garantire la continuità sacramentale e apostolica senza produrre, in autonomia, una linea episcopale propria. Un simile enunciato non è sostenibile, perché la Chiesa possiede una successione apostolica universale e non manca, in linea di principio e in linea di fatto, la possibilità di trasmettere la fede e i sacramenti.
Resta allora una necessità di altro genere, cioè la necessità di garantire, in modo stabile e omogeneo, una determinata scuola formativa e liturgica. Questo bene può essere grande, può essere anche meritorio, può essere oggetto di legittima preferenza spirituale, tuttavia non coincide con una necessità che autorizzi a intaccare il principio formale dell'unità gerarchica. Qui l'argomento scivola dal piano dell'oggettivo al piano del desiderato, dal piano del necessario al piano dell'opportuno e poi risale abusivamente, vestendosi di una sacralità che non gli appartiene.
Si presenta allora l'obiezione più insidiosa: la necessità, si dice, non è arbitrio, perché è guidata dalla fedeltà alla Tradizione viva e perenne della Chiesa. L'obiezione colpisce l'immaginario, non colpisce la logica. Tradizione non è soltanto un contenuto da conservare, è anche una forma da ricevere e questa forma include la comunione visibile, la gerarchia, il primato come principio di unità.
Se si sostiene che, in nome della grave crisi che la Chiesa sta attraversando (solo oggi dopo il Concilio Vaticano II? E prima no), la "situazione di necessità" legittima l'atto di ordinazione di vescovi senza mandato, si separa la Tradizione dalla Chiesa concreta nella quale la Tradizione vive e si trasforma la fedeltà in criterio autoattribuito. Il risultato è un paradosso: si proclama di servire ciò che è perenne e si introduce un principio che, se generalizzato, renderebbe la Chiesa una costellazione di "fedeltà" concorrenti, ciascuna legittimata dalla propria percezione della crisi. È una logica che non difende la Tradizione, la privatizza.
La crisi ecclesiale contemporanea può essere profonda e non soltanto disciplinare e proprio per questo non si cura con un gesto che assume come premessa implicita l'insufficienza della forma cattolica della comunione. La necessità invocata, priva di determinazione oggettiva e di misura proporzionale, diventa concetto vago, e un concetto vago in materia di autorità diventa potere. Ne segue che consacrare senza mandato, mentre si afferma di voler restare "nella" Chiesa, è un atto che oltrepassa la soglia della semplice irregolarità e assume una qualità intrinsecamente scissiva, perché istituisce un principio pratico di autonomia ecclesiale.
La fedeltà alla Chiesa di Cristo non consiste nel trattenere selettivamente ciò che piace della Tradizione, consiste nel riceverla intera, e la Tradizione intera comprende anche l'obbedienza come forma della verità ecclesiale, che vincola soprattutto quando la crisi rende più difficile distinguerla dalle proprie ragioni.

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Titolo originale: Libertà fuori dalla Chiesa, cosa vogliono davvero i lefebvriani
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 6 febbraio 2026