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L'ILLUSIONE CHE LA GUERRA ALL'IRAN CREI UN MONDO MIGLIORE
«La violenza non è mai la scelta giusta», ha detto ieri papa Leone XIV, durante la visita a una parrocchia romana, riferendosi all'attacco contro l'Iran. E poco prima, all'Angelus, aveva detto che «la stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso il dialogo ragionevole, autentico e responsabile».
Non è lo scontato fervorino moralistico di un Papa che fa il suo mestiere, è la consapevolezza profonda della realtà. La guerra non ha mai portato una pace vera, ha solo peggiorato la situazione. Basta restare nella regione mediorientale per averne la prova inconfutabile: dalla prima guerra del Golfo in poi è stato un susseguirsi di guerre e distruzioni, che hanno portato solo più violenze, morti e destabilizzazione.
Come ricordavamo già sabato, le uccisioni di Gheddafi e Saddam, la cacciata di Assad, hanno nettamente peggiorato la situazione in Libia, Iraq e Siria. Così come la realtà si è incaricata di smentire l'allora presidente americano Barack Obama che aveva commentato l'uccisione, il 2 maggio 2011, del leader di al-Qaeda, Osama bin Laden, affermando trionfalmente che «ora il mondo è un posto più sicuro». Questi quindici anni hanno invece visto peggiorare enormemente l'insicurezza, inclusa l'ascesa dell'Isis nonché l'estendersi del fenomeno del jihadismo.
Il mondo diventa più sicuro solo se si rispetta l'ordine naturale, l'ordine voluto da Dio, dove la sacralità della vita, il rispetto della dignità della persona - di ogni persona - sono la pietra fondamentale.
Netanyahu ha parlato ieri di «guerra che finisce l'era delle guerre», ma è pura illusione, pur restando semplicemente in Medio Oriente: non solo perché gli sviluppi della situazione in Iran sono tutti da vedere o perché gli interessi politici e strategici dei vari Paesi possono cambiare velocemente il gioco delle alleanze (come è sempre accaduto), ma anche perché sottovaluta enormemente il "fattore odio" che anni di guerra e violenze di ogni genere hanno fortemente incrementato nelle popolazioni della regione, e non solo fra i palestinesi. E l'odio è un combustibile formidabile, capace di accendere la guerra in ogni momento.
Nessuna simpatia per il regime iraniano degli ayatollah, nessun lutto per la morte di un feroce tiranno, ma pensare che la sua uscita di scena avvii necessariamente una transizione verso la democrazia è, nella migliore delle ipotesi, di una ingenuità disarmante o frutto di una cecità ideologica. E certamente chi l'ha provocata non lo pensa. L'obiettivo è invece un governo che rientri nell'orbita occidentale, democratico o dittatoriale che sia. Del resto era una dittatura anche quella dello Scià di Persia, rovesciato a favore della Repubblica islamica.
Perché, contrariamente a quello che si vuol fare credere con la propaganda, nel mondo non c'è una lotta tra democrazie e dittature. Ci sono invece guerre per definire le rispettive zone d'influenza tra potenze, regionali e mondiali. La caduta di Assad in Siria serviva non per stabilire la democrazia e rispettare la libertà religiosa, ma per eliminare un alleato della Russia e dell'Iran, nonché "competitor" di Israele. Tanto è vero che i Paesi occidentali hanno scandalosamente legittimato un nuovo governo chiaramente jihadista.
Se fosse il tasso di democraticità a dettare l'agenda, l'Arabia Saudita - che malgrado le recenti riforme resta una brutale dittatura - non potrebbe essere il più importante alleato dell'Occidente nella regione. E se davvero si volessero colpire anzitutto i finanziatori del jihadismo anti-occidentale (e anche anti-israeliano) bisognerebbe iniziare dal Qatar, che invece gode dello status di "maggiore alleato non-Nato" ed è sede della principale base americana nella regione. E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo.
La lotta per la libertà in Iran, la protesta degli studenti e delle donne, va certamente sostenuta, ma proprio come passione per il rispetto della vita e della dignità umana. Quello a cui stiamo assistendo invece è un uso strumentale della sofferenza del popolo iraniano per giustificare tutt'altro tipo di interessi, a cui - se servisse - si potrà tranquillamente sacrificare anche la libertà e la democrazia.
Nota di BastaBugie: Gianandrea Gaiani nell'articolo seguente dal titolo "Una guerra senza prospettive che mette ko l'Europa" spiega perché ancora una volta USA e Israele sembrano avere tutto l'interesse a destabilizzare aree che sul piano energetico e geopolitico sono nel "cortile di casa" degli europei. L'unica certezza è che il conflitto colpirà duramente l'Europa e i suoi interessi economici. A cominciare dall'approvvigionamento del petrolio.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 3 marzo 2026:
Mentre la politica si divide in Italia e in Europa tra il sostegno e la critica all'avventura militare israelo-statunitense contro l'Iran, l'unica certezza al momento è che il conflitto colpirà ancora una volta duramente l'Europa e i suoi interessi strategici ed economici.
Non solo perché non vi sono prospettive né piani per gestire politicamente questa crisi una volta terminati i bombardamenti, ma soprattutto perché intelligence statunitense e Pentagono hanno confermato che non c'erano elementi che facessero prevedere un attacco iraniano a Israele o alle basi degli USA in Medio Oriente,
Come nel 2003, quando l'Amministrazione Bush motivò l'invasione dell'Iraq con le armi di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein risultate inesistenti, oggi Donald Trump sostiene contro ogni rapporto internazionale che l'Iran era sul punto di attaccare gli Stati Uniti e di costruire armi nucleari. Curiosamente, lo stesso Trump aveva dichiarato nel giugno 2025, dopo i raids dei bombardieri B-2 sui siti atomici iraniani, che il programma nucleare di Teheran era stato cancellato.
Benjamin Netanyahu sostiene da oltre 20 anni che l'Iran è sul punto di dotarsi di armi atomiche ma non ha mai aperto a ispezioni internazionali l'arsenale nucleare israeliano, che Tel Aviv non ha mai ammesso di possedere ma che conterebbe circa 150 testate con missili balistici a lungo raggio.
L'Europa è ancora una volta vittima designata dell'iniziativa militare di nazioni, Stati Uniti e Israele, che ci si ostina a voler considerare alleate, nonostante nessun europeo sia stato avvisato dagli Sati Uniti dell'imminente attacco all'Iran.
I militari italiani che in Iraq e Kuwait rischiano, oggi come nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025, di venire coinvolti nella risposta missilistica iraniana contro le basi statunitensi, sono schierati laggiù per aiutare il governo di Baghdad a combattere lo Stato Islamico, non per fare da bersagli in seguito agli attacchi statunitensi all'Iran.
La decisione britannica di non partecipare ai raids sull'Iran ma di consentire agli USA di impiegare le loro basi a Cipro ha portato la guerra a lambire l'Europa.
I missili e i droni iraniani lanciato contro le due basi britanniche a Cipro, giuridicamente territorio britannico, espone di fatto uno stato membro della UE (di cui ora Nicosia ha la presidenza semestrale) a un conflitto che rischia di infiammare l'intero Medio Oriente e il Mediterraneo Orientale.
Ancora una volta USA e Israele sembrano avere tutto l'interesse a destabilizzare aree che sul piano energetico e geopolitico sono nel "cortile di casa" degli europei e che avremmo tutto l'interesse a mantenere stabili.
Dopo aver rinunciato all'energia in quantità infinita e a prezzi convenienti offerta dalla Russia, oggi l'Europa paga per prima il prezzo della guerra in Medio Oriente e della chiusura dello Stretto di Hormuz e della ripresa degli attacchi delle milizie Houthi contro i mercantili in transito nel Mar Rosso da e per il Mediterraneo.
Una sorta di "tempesta perfetta" che rientra certamente negli interessi di Washington, che vedrà così aumentare l'export del petrolio e gas a prezzi consistenti, il cui rialzo assicura agli Stati Uniti di continuare le estrazioni con la tecnica della frantumazione delle rocce (fracking) non più conveniente se le quotazioni scendono sotto i 62 dollari al barile.
Domenica Trump ha affermato che l'effetto dell'attacco all'Iran sul prezzo del petrolio potrebbe essere meno forte rispetto a quanto pensano gli analisti ipotizzando un forte aumento «se le cose vanno male. Vedremo cosa succede».
Il Brent aveva chiuso venerdì quotato poco meno di 73 dollari al barile ma ieri ha raggiunto gli 82 dollari, dopo essere già aumentato di oltre il 20% dall'inizio dell'anno, in parte in previsione di un attacco contro Teheran. Sebbene l'Opec abbia concordato di aumentare la propria produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile, secondo gli analisti il petrolio aggiuntivo avrà uno scarso impatto sul mercato se dovessero continuare le interruzioni delle forniture dovute all'escalation del conflitto.
L'attività nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio, il 20 per cento dei prodotti petroliferi e il 20 per cento del gas mondiale, si è fermata in seguito alla guerra, con decine di petroliere bloccate attorno all'accesso allo stretto mentre le compagnie assicurative, hanno avvertito che i premi aumenteranno bruscamente per qualsiasi nave che desideri transitare nello Stretto.
Si impenna anche il prezzo del gas dopo l'annuncio della sospensione della produzione di GNL del Qatar: ieri ad Amsterdam il Ttf è salito fino a 49 euro a megawattora prima di scendere a 44,5 in chiusura del mercato. Secondo Assium, l'associazione italiana degli Utility manager, che ha stimato il possibile impatto del conflitto sulla spesa energetica, milioni di italiani rischiano di subire a breve un aumento delle bollette del gas e della luce.
In caso di incremento delle tariffe del 10% sia su luce che su gas, la maggiore spesa si attesterebbe attorno ai +207 euro annui a famiglia (+135 euro per il gas, +72 euro l'energia elettrica); in caso di incremento del +20% per il gas e del +15% per la luce, l'aggravio sarebbe di +378 euro annui (+270 euro il gas, +108 euro la luce); in caso di incremento del +30% per il gas e del +25% per la luce, l'aggravio sarebbe di +585 euro annui (+405 euro il gas, +180 euro la luce).
«Prevediamo di nuovo una elevata volatilità dei prezzi dell'energia fino a quando le tensioni non saranno rientrate» ha detto Aurelio Regina, delegato del presidente di Confindustria per l'Energia, in audizione in Commissione Attività Produttive della Camera. Per Gianclaudio Torlizzi, Fondatore T-Commodity e Consigliere del Ministro della Difesa, «se lo stop dei flussi di gas e petrolio che transitano attraverso Hormuz perdurasse, - il petrolio e il gas naturale potrebbero puntare rispettivamente a 90 dollari al barile e 50 euro MWh». Per l'analista poi «la campagna israelo-statunitense va letta all'interno della guerra fredda 2.0 tra Washington e Pechino. Obiettivo: strozzare i canali di approvvigionamento energetico cinese e rilanciare il predominio sulle terre rare. A oggi Mosca potrebbe diventare l'unico fornitore di greggio a sconto per Pechino».
Cina, India e altre nazioni asiatiche potenzieranno presumibilmente le importazioni di energia russa, anche a rischio di sfidare dazi e sanzioni di Washington. Una strada che invece l'Europa si è preclusa da sola in parte per cecità dei suoi leader e in parte per aver seguito i diktat degli "alleati" statunitensi.
E con amici così, chi ha bisogno di nemici?
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Pubblicato 10 anni fa...

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