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GLOVO E DELIVEROO, IL PREZZO NASCOSTO DELLA COMODITA' DIGITALE
Caporalato, uomini pagati quattro euro all'ora per lavorare in condizioni indegne. Dopo il caso di Glovo, anche Deliveroo finisce sotto l'occhio della Procura di Milano. Migliaia di rider sfruttati e monitorati in ogni più piccolo movimento: dove si fermano, per quanto tempo, cosa fanno. Oggi abitano le pagine dei giornali, qualcuno finisce anche sui tg, normalmente sono letteralmente invisibili. A Milano i cubi azzurri sfrecciano tra i binari del tram a tutte le ore del giorno e della notte, infilano corso Buenos Aires facendo la gincana tra le auto, attraversano i Navigli nella nebbia o sotto la pioggia, qualche volta si fermano per pochissimi istanti a riprendere fiato tra Corso Garibaldi e Corso Como, tra uno Spritz e un Prosecco. Normalmente nessuno li nota, sono diventati parte del paesaggio urbano quanto l'ago di Piazza Cadorna e il Bosco verticale. Invisibili, promettono quello che questa città e l'epoca contemporanea più ama: efficienza e prontezza. Tutto e subito. A domicilio. Taaac.
Ma resta la domanda: a quale prezzo? E soprattutto, che farebbe San Tommaso, se vivesse nella Milano 2.0 dove un briefing si può prolungare oltre le 21 in Porta Nuova e ci sono ancora magari 20 minuti di metro prima di arrivare a casa davanti al frigo magari semivuoto? Non è una provocazione moralistica. E nemmeno si tratta di demonizzare il cibo a domicilio, ma di chiedersi quali ricadute hanno le nostre scelte sul bene comune, se la comodità è un valore assoluto e se non ci sono forse delle cose da rimettere in ordine.
Non vogliamo essere ipocriti, la tentazione può esser forte. Giornate sempre troppo lunghe, a volte inutilmente frenetiche, metro affollate, ritmi serrati e poi si arriva finalmente a casa, dove magari nessuno aspetta, nessuno ha preparato un piatto e nemmeno un abbraccio. L'app è lì, pronta e seducente, un click e per lo meno ci si potrà sfamare senza doversi metter ai fornelli. In sé non c'è nulla di illecito. Il mercato esiste, e la divisione del lavoro ha sempre fatto prosperare le città e non solo. Ma san Tommaso chiederebbe: l'uso che faccio di questo servizio è ordinato? Sto pagando il giusto prezzo o sto accettando un sistema che regge su compensi compressi e consegne a tempi sempre più stretti?
D'altro canto le piattaforme hanno trovato terreno fertile. Glovo, Deliveroo, Uber Eats hanno costruito un modello fondato sulla flessibilità, termine che suona quasi come una virtù civica. Per alcuni rider è davvero un'opportunità temporanea, per altri è l'unica fonte di reddito. Ma la flessibilità, quando è unilaterale, rischia di trasformarsi in precarietà. Se c'è traffico in circonvallazione, se un tram blocca la strada, se piove a dirotto sui Bastioni, è il rider che paga in fatica e in rischio. E in sogni che si schiantano col freddo e con i pochi euro che si guadagnano dopo molte ore di servizio.
La dottrina sociale della Chiesa parla di giusto salario, di dignità del lavoro, di subordinazione del profitto alla persona. Non è nostalgia per un'epoca pre-digitale, ma un criterio per giudicare i tempi che corrono (anche loro). Se un modello economico funziona solo comprimendo i compensi o aumentando le consegne per stare nei tempi imposti dall'algoritmo, allora qualcosa non va. Non basta dire che "Milano corre". Anche la corsa deve avere una direzione.
C'è poi un aspetto culturale. Viviamo in un tempo in cui la comodità diventa diritto e il desiderio deve essere soddisfatto in un click, non siamo abituati nemmeno ad aspettare. Forse la Quaresima ancora una volta arriva ad educarci all'attesa, alla mancanza, anche quella apparentemente più superficiale.
Perché la vera domanda non è se ordinare o no. È se siamo disposti a pagare il prezzo reale delle nostre scelte: economico, umano, sociale, spirituale. Perché quei cubi azzurri non trasportano solo una cena calda, ma la misura del nostro cuore. E rischiano di farci perdere l'anima.
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