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LEFEBVRIANI: VESCOVI FAI-DA-TE, IL RISCHIO DI CREARE UNA CHIESA PARALLELA
La consacrazione di nuovi vescovi della Fraternità San Pio X contro la volontà del pontefice prosegue lo scisma di Mons. Lefebvre (nonostante la richiesta della Santa Sede di sospendere le ordinazioni episcopali e riprendere il dialogo teologico)
di Louis-Marie de Blignières
 

Da qualche tempo, alcuni teologi sostengono che il divieto di conferire l'episcopato senza mandato pontificio sarebbe una legge puramente ecclesiastica e, in quanto tale, suscettibile di modifiche o eccezioni. In questo c'è una parte di verità. Ma bisogna evitare di confondere la costituzione stessa della Chiesa con le norme giuridiche che la esprimono e la proteggono. La prima è immutabile, le seconde possono evolversi. La costituzione divina della Chiesa prevede, secondo la volontà di Cristo che ha inviato gli apostoli, che l'episcopato di coloro che succedono agli apostoli non sia un semplice insieme di prelati dotati di determinati poteri, ma un vero e proprio Corpo.
Il Concilio di Trento afferma esplicitamente che l'ordine gerarchico dei vescovi è di diritto divino: «Il santo sinodo dichiara che [...] appartengono a questo ordine gerarchico in primo luogo i vescovi, successori degli apostoli, e che essi sono stabiliti (come afferma lo stesso apostolo) dallo Spirito Santo a "pascere la Chiesa di Dio" (At 20,28) [...]. Se qualcuno dirà che [...] quelli che, senza essere stati regolarmente ordinati e inviati dall'autorità ecclesiastica e canonica, ma provenendo da altri, sono legittimi ministri della parola e dei sacramenti, sia anatema» (Concilio di Trento, sess. XXII, Sul sacramento dell'ordine, Denz. 1768 e 1777).
Papa Pio IX si è fatto portavoce dei Padri della Chiesa e del magistero di molti dei suoi predecessori nell'insegnare questo aspetto particolare della comunione gerarchica: la necessità dell'attuale comunione dei vescovi con la sede apostolica di Roma. «Gli stessi primi elementi della dottrina cattolica insegnano che non può essere considerato vescovo legittimo, nessuno che non sia congiunto per comunione di fede e di carità con la Pietra sopra cui è edificata la Chiesa di Cristo, e non sia legato strettamente al supremo Pastore, a cui sono date da pascolare tutte le pecore di Cristo, e non sia unito a colui che difende e garantisce la fraternità che è nel mondo. E in verità "a Pietro parlò il Signore: ad uno solo, per fondare l'unità dall'uno"» (Enciclica Etsi multa luctuosa, 21 novembre 1873. Corsivo dell'autore).
Il fatto che Pio IX parli di adesione e di legame indica chiaramente che un vescovo legittimo non può accontentarsi di una semplice fedeltà verbale («Ti riconosco come papa»), ma deve essere in un vero rapporto gerarchico con il papa. Il riferimento alle parole di Cristo mostra che è di diritto divino che i nuovi vescovi siano consacrati ed esercitino le loro funzioni nella comunione gerarchica del corpo dei vescovi, articolato attorno al Sommo Pontefice. Ciò è manifestato dal fatto che il nuovo vescovo è consacrato da altri vescovi. C'è un'eccezione: nel caso della consacrazione di un vescovo da parte del Sommo Pontefice, questi può legittimamente consacrare senza vescovi co-consacranti. Ciò sottolinea il ruolo particolare del papa all'interno del corpo dei vescovi.
Nell'antichità cristiana, la scelta del popolo di una diocesi era ratificata dalla gerarchia locale, spesso il metropolita e i vescovi co-provinciali. La preoccupazione per la comunione si traduceva nell'invio di lettere al papa di Roma e agli altri patriarchi. Questo processo (diverso a seconda dei luoghi e delle epoche) era la formulazione canonica dell'esigenza di diritto divino della comunione gerarchica nell'episcopato. In ogni caso, nessuna consacrazione avveniva contro la volontà del papa. Si tratta del resto di una conseguenza logica di quanto afferma san Paolo nella sua epistola ai Romani: «come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?» (Rm 10,15). È chiaro infatti che un vescovo consacrato contro la volontà del capo del corpo episcopale non è «inviato» (Cf. Concilio di Trento, ut supra).

INSEGNAMENTO DEI TEOLOGI CLASSICI RECENTI
«Per diritto divino - scrive l'abbé Berto, teologo (peritus) di mons. Lefebvre durante il Concilio Vaticano II -, i vescovi, anche se dispersi, sono un corpo costituito nella Chiesa» (V.-A. Berto, Pour la Sainte Église Romaine, Éd. du Cèdre, 1976, p. 243. Cf. can. 108 §3 del CIC 1917).
I membri di questo corpo ricevono ed esercitano i loro poteri nella comunione gerarchica. Questo concetto di comunione gerarchica è considerato fondamentale per il corpo episcopale da un autore classico come dom Adrien Gréa nella sua opera fondamentale L'Église et sa divine constitution. È stato insegnato dal magistero durante il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, nn. 21 et 22, et Nota explicativa prævia, n. 2). Don Dulac, teologo e canonista, che fu tra i primi difensori della liturgia tradizionale, scrive, commentando il n. 21 di Lumen gentium: «Questa trasmissione, continuando l'autentica "successione apostolica", sancisce la legittimità sia della consacrazione che delle funzioni. È garantita ufficialmente dalla "comunione gerarchica" di cui parla la Nota explicativa. Al di fuori di queste concatenazioni sacramentali e giuridiche, esiste solo ciò che san Cipriano e san Leone chiamano "pseudoepiscopato"» (Raymond Dulac, La Collégialité épiscopale au IIe Concile du Vatican, Éd. du Cèdre /DMM, 1979, p. 34, n. 26).
La dottrina cattolica, sempre più esplicita, afferma che il successore di Pietro è il capo del corpo dei vescovi. Ecco perché, presso i latini, il diritto divino della comunione gerarchica è stato da tempo tradotto nella necessità canonica del mandato apostolico. Tra gli orientali, fin dall'antichità più remota, il consenso collegiale e l'aspetto gerarchico dell'ordine episcopale sono presenti e manifestati nella liturgia della consacrazione episcopale. Nell'attuale disciplina orientale, questa comunione gerarchica si traduce nell'elezione dei vescovi da parte del sinodo della loro Chiesa e nella concessione della "comunione ecclesiastica" da parte del papa ai nuovi patriarchi.

LA DIFFERENZA RISPETTO AL CASO DEI SEMPLICI SACERDOTI
Trasmettere ed esercitare l'episcopato pone un problema particolare, che non esiste per la trasmissione del presbiterato (sacerdozio dei semplici sacerdoti). L'episcopato comporta di per sé i poteri di ordine, giurisdizione e magistero, mentre il presbiterato comporta di per sé solo il potere di ordine, ed è per delega che il sacerdote può esercitare i poteri di giurisdizione e magistero. Il vescovo è un «principe» della Chiesa. «Il vescovo - scrive san Tommaso - ha un ordine in rapporto al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, sulla quale riceve un incarico principale e quasi regale» (S. Tommaso d'Aquino, De perfectione vitæ spiritualis, 24, 4).
L'episcopato è gerarchico per natura. Ciò che lo differenzia dal semplice sacerdozio è la sua ordinazione al Corpo mistico. Come scrive un commentatore di San Tommaso: «Il vescovo ha un ordine relativo al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa; relativamente al Corpo fisico di Cristo, il vescovo non ha un ordine superiore al sacerdote» (Billuart, Cursus theologiæ, de sacramento ordinis, c. X, d. IV, a. 2, ad 4).
In virtù della sua ordinazione essenziale al Corpo mistico, l'episcopato è l'elemento fondamentale su cui è costruita la gerarchia della Chiesa. In esso si uniscono le due diverse ragioni secondo cui viene ordinata l'unica gerarchia della Chiesa: l'ordine e la giurisdizione. L'unità di questi due aspetti si trova nell'episcopato che, per istituzione divina, occupa contemporaneamente un posto nella gerarchia dell'ordine e nella gerarchia della giurisdizione.
Di conseguenza, con una consacrazione al di fuori della comunione gerarchica, viene messa in discussione l'unità gerarchica della Chiesa cattolica. Creare un vescovo significa creare una gerarchia. Se questo vescovo non è consacrato con il consenso del papa - fondamento della gerarchia cattolica -, viene creata un'altra gerarchia.
Secondo la volontà di Cristo, l'episcopato è destinato a pascere una parte del gregge e ha il potere di perpetuarsi, consacrando nuovi vescovi a loro volta capaci di consacrare. Ecco perché, secondo la formula di Pio XII (Enciclica Ad Apostolorum Principis, 29 giugno 1958), una consacrazione episcopale al di fuori della comunione gerarchica costituisce di per sé un «gravissimo attentato alla stessa unità della Chiesa». Una volta acquisito questo potere di perpetuarsi, un gruppo dissidente ha i mezzi per continuare in un separatismo di cui nessuno vedrà la fine, e non ha più motivo di cercare l'unità. Nella storia, la maggior parte di questi gruppi dissidenti ha infatti cercato di ottenere l'episcopato per garantire la propria autonomia.
Così, nel XVIII secolo, le ordinazioni episcopali conferite senza alcun legame con Roma da un vescovo francese, monsignor Dominique Marie Varlet, furono all'origine dello scisma di Utrecht. Nel XIX secolo, i vescovi provenienti da questo scisma consacrarono i vetero-cattolici che rifiutavano il Concilio Vaticano I. L'«Unione di Utrecht» riunisce oggi centinaia di migliaia di fedeli in Europa. Di fatto, le consacrazioni "autonome" consolidano la separazione perché, una volta dotato di vescovi, il gruppo può formare una piccola Chiesa parallela dotata di tutti i sacramenti.
Un controesempio eloquente è quello dei cattolici che rifiutarono il concordato del 1801 tra Napoleone Bonaparte e la Santa Sede. La "Petite Église" anticoncordataria continuò a esistere per alcuni decenni in Francia. Il suo ultimo capo, monsignor de Thémines, ex vescovo di Blois, rifiutò sempre di consacrare vescovi e persino di ordinare sacerdoti per evitare di creare una Chiesa scismatica.

Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Doppio rifiuto, i lefebvriani respingono le proposte di Roma" spiega perché la Fraternità San Pio X non fa passi indietro nonostante la richiesta della Santa Sede di sospendere le ordinazioni episcopali e riprendere il dialogo teologico. 
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 20 febbraio 2026:

«Se mi rallegro, ovviamente, di una nuova apertura al dialogo e di una risposta positiva alla proposta del 2019, non posso accettare, per onestà intellettuale e fedeltà sacerdotale, davanti a Dio e alle anime, la prospettiva e le finalità in nome delle quali il Dicastero propone una ripresa del dialogo nel presente frangente; né, contestualmente, la procrastinazione della data del 1º luglio». È doppio il rifiuto del Consiglio generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X alla proposta che il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede aveva rivolto a don Davide Pagliarani in occasione del recente incontro del 12 febbraio scorso.
Nel comunicato, che porta la data del 18 febbraio 2026, ma che è stato reso noto ieri, la FSSPX respinge l'idea di un dialogo finalizzato alla ricerca di un minimum per la regolarizzazione della propria situazione e, soprattutto, mantiene ferma la decisione di consacrare dei vescovi (secondo le nostre fonti sarebbero cinque) il prossimo 1° luglio, a prescindere dalla posizione che prenderà Leone XIV. Il Consiglio generale ha scelto di rendere pubbliche anche due lettere che testimoniano gli scambi recenti: la lettera di don Davide Pagliarani a mons. Guido Pozzo, allora Segretario della Commissione Ecclesia Dei (17 gennaio 2019), nella quale venivano proposti i temi di un nuovo scambio teologico; e la lettera (26 giugno 2017) che il cardinale Gerhard Müller, all'epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva inviato a mons. Bernard Fellay, in qualità di superiore generale della FSSPX, indicando le condizioni necessarie per ristabilire la comunione con la Chiesa.
La Fraternità lamenta il lungo silenzio della Santa Sede dopo la proposta fatta nel 2019 per un confronto teologico, silenzio interrotto solo dopo il recente annuncio di nuove consacrazioni episcopali. Nella sostanza, la FSSPX respinge ogni possibilità di incontro sul piano dottrinale: «Sappiamo entrambi in anticipo che non possiamo metterci d'accordo sul piano dottrinale, con particolare riferimento agli orientamenti fondamentali adottati dopo il Concilio Vaticano II». I quadri della FSSPX ritengono peraltro che il clima attuale non sia propizio a causa della «minaccia ormai pubblica» di nuove sanzioni, dimenticando però che è stata la stessa Fraternità a mettere il Papa di fronte alla decisione irrevocabile già presa di consacrare nuovi vescovi.
Messa da parte la dottrina, la lettera del Consiglio generale rivela tutta la sua natura politica. L'obiettivo della Fraternità, come abbiamo già anticipato, non è il rientro giuridico nella Chiesa, che ai suoi occhi appare (a torto) come una quisquiglia di fronte alla oggettiva situazione drammatica in cui versa la Chiesa. La Fraternità non vuole affatto rientrare nella comunione gerarchica della Chiesa, che anzi teme come la peste, a causa della perdita di "libertà" che ne deriverebbe; e nemmeno ritiene possibile giungere ad un accordo dottrinale, dal momento che, ai propri occhi, gli unici vincoli esigibili deriverebbero da quanto la Chiesa ha insegnato infallibilmente nei 1960 anni precedenti il Vaticano II.
Si comprende dunque come il fumo negli occhi della FSSPX non siano affatto i modernisti, ma il cardinale Müller (e Benedetto XVI), reo di «una decisione unilaterale» che avrebbe «solennemente stabilito, a suo modo, "i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica", includendo esplicitamente tutto il Concilio e il post-Concilio»; l'ostinazione «in un dialogo dottrinale troppo forzato e senza sufficiente serenità», continua don Pagliarani, avrebbe a lungo termine aggravato la situazione. In pratica, la colpa del cardinale tedesco starebbe nell'aver posto delle condizioni più che ovvie per un accordo: accettare la Professio Fidei del 1988, cui ogni fedele cattolico è tenuto ad aderire e che viene richiesta previamente all'assunzione di un incarico ecclesiastico; accettare i documenti del Vaticano II e del Magistero successivo, secondo «il grado di adesione loro dovuto», come avviene per ogni documento del Magistero; accettare la validità e la legittimità del Rito riformato dopo il Vaticano II (il che non comporta né l'obbligo di celebrare secondo questo rito, né l'impossibilità di sollevare delle critiche sulla riforma liturgica). Tre condizioni elementari, che appaiono comunque inaccettabili per la FSSPX.
Don Pagliarani gioca così la carta di ingraziarsi Fernández nel modo più cinico e opportunista possibile, ossia mostrandosi nemico del suo nemico. È colpa di Müller, di Benedetto XVI, di Giovanni Paolo II, di tutti coloro che hanno insistito su un minimum dottrinale per giungere ad un accordo, se la nave si è arenata prima di giungere al porto. La soluzione suggerita dalla FSSPX è invece quella di ricordare a Fernández il suo "primo amore", di ritornare nel campo amico di Francesco, nella prospettiva del «todos, todos, todos», dei casi particolari di Amoris Lætitia, dell'uscita dagli schemi: «Nel corso dell'ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso "l'ascolto" e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. La Fraternità non Le chiede nient'altro nel presente frangente».
Don Pagliarani e i suoi assistenti si mostrano dunque particolarmente sensibili alla linea "flessibile" di Francesco, quella che ha devastato la Chiesa per oltre un decennio e ha spinto molti cattolici, spesso in buona fede, a frequentare le cappelle della Fraternità per sottrarsi proprio a questa sciagura. E invece è proprio la "linea-Francesco", a-dottrinale ed a-giuridica, che la Fraternità auspica; e non è un mistero che sia stato proprio Francesco il migliore interlocutore della FSSPX, la quale, forte dell'amicizia di Bergoglio con il secondo assistente generale, don Christian Bouchacourt, superiore del Distretto dell'America del Sud dal 2003 al 2015, ha cercato di sfruttare a proprio vantaggio le lacune del Papa argentino sulla dottrina e la sua allergia alla dimensione giuridica della Chiesa, per ottenere l'approvazione a continuare nella propria situazione scismatica. E il gioco era quasi riuscito: la Fraternità aveva infatti ottenuto "gratuitamente" la facoltà per le confessioni (fino ad allora invalide) e la possibilità per gli Ordinari di concedere l'autorizzazione di assistere ai matrimoni dei fedeli legati alla Fraternità.
Il colpo successivo sarebbe stato proprio quello di chiedere a Francesco una "benedizione" per le consacrazioni episcopali, senza alcuna ricomposizione della comunione con la gerarchia cattolica. Ed è esattamente quello che la Fraternità domanda adesso a Fernández, chiedendogli di applicare la dottrina "francescana" della separazione tra dottrina e pastorale: «nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l'unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa», riconoscendo «il valore del bene che essa [FSSPX] può compiere, nonostante la sua situazione canonica». Dopo l'adulterio, anche lo scisma è ormai divenuto un "bene possibile".

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Titolo originale: Vescovi fai-da-te, il rischio di creare una Chiesa parallela
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11 febbraio 2026