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OMELIA VENERDI SANTO - ANNO A (Gv 18,1-19,42)
Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12,32). Così Gesù aveva profeticamente anticipato l'efficacia cosmica della sua crocifissione e della sua gloria.
In quel venerdì che stiamo rievocando - ora straordinaria e unica nella nostra storia di peccato e di dolore - comincia l'esaltazione redentrice del Figlio di Dio, e comincia dal trono insanguinato e tragico della croce.
Mai c'è stato, nella vicenda umana, un punto migliore di osservazione della nostra miseria e della nostra pena, di quello in cui Gesù si trova adesso collocato, secondo il disegno del Padre, dall'odio inspiegabile dei suoi fratelli. Dall'alto del suo spaventoso e benedetto patibolo - strumento di morte piegato al servizio della vera vita - il suo sguardo di Messia e di Signore dell'universo raggiunge tutti i destinatari della sua azione di salvezza. Raggiunge anche noi che siamo radunati a farne memoria.
Questa azione di salvezza - espressa dai patimenti accolti e dal sacrificio cruento liberamente offerto al Padre - trae tutto il suo vigore e il suo pregio dall'amore. Siamo stati redenti perché siamo stati amati.
E per poterci toccare e trasformare con un affetto che arrivasse al cuore dei singoli - perché non c'è autentico amore se non c'è rapporto di persona a persona - il Salvatore ad uno ad uno ci ha conosciuti; dalla croce, nel momento di morire per me, il Signore mi ha visto: così può dire ciascuno di noi. I suoi occhi - forse materialmente annebbiati dalle lacrime, dai sudori, dagli spasimi dell'agonia - in quell'istante ricevevano soprannaturalmente una lucidità nuova, una potenza visiva senza confronti, sicché nessuna delle creature infelici e colpevoli da riscattare è sfuggita all'attenzione appassionata di colui che si donava per tutti.
DALL'ALTO DELLA CROCE
Dall'alto della croce Gesù vede il mare di crudeltà, di viltà, di stoltezza che da sempre ricopre la terra; ma sa che l'impeto della sua volontà di bene, provata fino al martirio, è più forte di ogni tracotanza del male. Egli non ha dubbi: come sacerdote della nuova e definitiva alleanza sta riconsacrando il mondo contaminato e sviato, che alla fine sarà ricondotto a servire e a cantare la gloria del suo Creatore.
Perciò il Crocifisso si spegne con la coscienza di aver portato a buon fine l'impresa che gli era stata affidata: Tutto è compiuto (Gv 19,30), è l'ultima sua parola.
Dall'alto della croce Gesù vede anche la moltitudine di quelli che, lungo la secolare vicenda della Chiesa, si arrenderanno nella loro esistenza concreta al fascino della sua grazia, e anzi si voteranno senza riserve ad annunciare il suo Vangelo e ad ampliare tra gli uomini l'appartenenza al suo Regno.
E questo è uno sguardo di infinita compiacenza, perché si posa sul frutto più saporoso della divina seminagione nel dolore: il morente ne è consolato e, pur tra le sue sofferenze, presenta silenziosamente al Padre l'omaggio della sua gratitudine.
Chiediamo, nella commozione penosa di questo venerdì santo, di aver parte tra coloro che sono totalmente di Cristo e di poter entrare con generosità sempre più grande, come attivi e consapevoli collaboratori, nell'opera di illuminazione e di santificazione degli uomini, promossa e compiuta dal Figlio di Dio
In questa schiera, cooperatrice primaria ed eccezionale, c'è Maria, la «figlia di Sion», che sul Calvario «vivamente partecipò al dolore del Figlio unigenito e con animo materno si associò al suo sacrificio, amorosamente consenziente alla vittima da lei generata» (Lumen gentium 58). E oggi continua in questa singolare missione, poiché «si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siamo condotti nella patria» (ib. 65).
LA VERGINE ADDOLORATA
In una celebrazione come questa, è bello che abbiamo a fermarci un po' sulla figura della Vergine addolorata, per farci aiutare da lei a capire e ad assimilare il mistero della passione che ci ha rinnovati.
«Davanti alla croce stava in piedi la madre, e rimaneva intrepida mentre fuggivano gli uomini... Con occhi pietosi osservava le ferite del figlio, per il quale sapeva che a tutti sarebbe stata assicurata la redenzione» (sant' Ambrogio, De institutione virginis 49).
Ma non soffriva meno per questo: soffriva come e più di qualunque altra madre chiamata a vivere un'esperienza così lancinante.
«Nel dolore di una madre vi è qualcosa di ineffabile, di irrimediabile, di inconsolabile, di eterno: è uno strazio che non si placa, e una piaga che non si rimargina.
Sembra che nel cuore di una mamma vi sia qualche fibra del cuore e delle viscere di Dio, della sua tenerezza e della sua misericordia infinita, per quelli che egli ha creati e ama» (card. Giovanni Colombo).
Questa pena propria delle madri è stata interamente assaporata anche da lei, dalla Vergine Madre di Dio; ma in lei era una pena trasfigurata dall'intima consapevolezza di contribuire così alla salvezza del mondo, e intimamente sublimata dalla stessa potenza d'amore che faceva del Crocifisso del Golgota il Redentore dell'universo.
Dio ha tanto amato il mondo - sta scritto - da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16). A questo amore del Padre Maria ha unito il suo, di creatura obbediente, elevata a un compito altissimo e singolare. Anche lei ci ha tanto amato da regalarci il suo Gesù, il suo solo amore, nel travaglio maternamente condiviso della passione redentrice.
Non dimenticare i dolori di tua madre (Sir 7,29), ci ammonisce la Sacra Scrittura. Insieme col sacrificio del Nuovo Adamo, che ci ha riaperto immolandosi la via all'albero della vita (cf. Gn 3,24), ricordiamoci oggi anche di questa sua angoscia di donna, che a questo modo nella pena è diventata la madre dei nuovi viventi (cf. Gn 3,20).
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Pubblicato 10 anni fa...

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