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I TRE MOTIVI PER CUI I SACERDOTI LASCIANO IL MINISTERO
Da sempre i preti abbandonano il ministero, i coniugi si separano, le monache lasciano la clausura, i frati il convento. I motivi sono i più diversi, le cause profonde che portano a determinate scelte spesso insondabili. Sembra assurdo dirlo, ma tant'è: non tutti sanno precisamente perché cambiano vita; più che altro "sentono" che qualcosa si è rotto dentro, mettendo tutto in discussione. Quando un prete abbandona non bisogna scandalizzarsi, piuttosto chiedersi con molta umiltà e sapienza: «Perché io rimango?». Si narra che dei monaci egiziani incontrarono lungo il sentiero un anziano abbà rannicchiato con la testa tra le mani che versava lacrime abbondanti. Domandarono: «Padre, perché piangi? Cosa ti è mai successo?». Egli rispose: «Ho visto pocanzi un monaco cadere in un grande peccato». Stupefatti i giovani esclamarono: «E dunque, perché questa spropositata disperazione?». E l'anziano: «Oggi lui, domani io». Attenzione a puntare il dito. Senza fare le pulci a chi lascia, è utile condurre una disamina delle varie storie di vita, almeno nel tentativo di rimanere lucidi e farsi un esame di coscienza. Giudicare no, vigilare sì. Le cause degli abbandoni si rimpallano da anni, e le più "quotate" sono conosciute. C'è chi parla di crisi del celibato, di una formazione seminaristica lontana dalla realtà (questa motivazione va sempre molto di moda, soprattutto in chi non ha mai fatto il formatore); c'è poi chi denuncia la solitudine del prete o il logoramento pastorale, oppure la scarsa cura di taluni vescovi verso sacerdoti. In questi ultimi anni è poi aumentato il fenomeno dei preti adulti che lasciano, e l'abbandono non sembra più essere appannaggio dei giovani o della famigerata crisi del settimo anno. Si lascia il ministero anche a sessant'anni (come d'altra parte si divorzia perfino in età matura). Comunque i dati sociologici esistono e non vale la pena riproporli. Chi scrive fa l'eremita, non l'esperto, quindi non azzardo analisi. Posso però condividere alcune costanti che ho registrato accompagnando i consacrati.
ALCUNE COSTANTI
La prima cosa che mi colpisce è come nei preti in crisi l'emozione del momento abbia la forza di cancellare un'intera biografia: esperienze, scelte, valori, convinzioni di fede vengono quasi azzerate da un fallimento, un innamoramento, una delusione. Come se l'identità personale non si distendesse più sul corso del tempo vissuto, ma si contraesse improvvisamente, appiattendosi sul disagio dell'oggi; non esiste più nulla al di fuori del sentirsi male, e il rinchiudersi interamente nel disagio - cassando la memoria - sembra essere l'unica maniera per sentirsi liberi. Avviene come se di un romanzo di mille pagine ne restassero solo dieci, e da queste si pretendesse di conoscere tutta la trama.
La seconda cosa che mi colpisce - e che segue sovente la scomparsa della biografia personale - è che nelle storie di abbandono il senso della comunità e la responsabilità verso il prossimo decadono rapidamente. I volti delle persone che hanno accompagnato il cammino sbiadiscono, le persone affidate, il popolo di Dio - che sembrava prima la ragione precipua di ogni dedizione - improvvisamente non hanno più alcun posto nella coscienza di sé. Dopo anni di discernimento comunitario fatto per diventare prete, coinvolgendo superiori, formatori, parroci di pastorale e popolo di Dio, per scegliere di lasciare non serve più nessuno... se non lo psicologo, che finalmente «mi fa sentire me stesso». Questo, devo dire, mi ha fatto sempre molto pensare.
La terza cosa che constato è la discriminante del fattore fede. Ossia il prete che entra in una crisi destabilizzante con una lettura provvidenziale della sua storia, vive il tempo della prova non come una messa in discussione di tutto, ma come un'occasione. Posso essere interiormente lacerato e per lungo tempo, ma a seconda del fatto che io abbia o meno un'esperienza viva di Cristo e dei sacramenti la crisi sboccherà in esiti sensibilmente diversi. La maggior parte dei preti che ho conosciuto e che per motivi personali hanno lasciato il ministero, si sono anche allontanati del tutto o in parte dal credo della Chiesa, a favore di una religiosità cucita addosso in maniera individualistica. In questo caso si comprende come le crisi vocazionali - specie nei giovani preti che hanno ricevuto da ragazzi una formazione cristiana meramente aggregativa sentimentale - possano essere interpretate come crisi di fede.
Le cause remote degli abbandoni non tocca a me stabilirle, ma gli stessi preti che incontro ogni tanto ne elencano qualcuna, che riporto di seguito.
TRE CAUSE RICORRENTI
1) La fatica a essere onesti
Essere sinceri ed essere autentici sono due cose molto diverse. I formatori non sempre sanno operare tale distinzione nei seminaristi: un candidato che tutto racconta non significa che sia autentico. Si è sinceri quando si manifesta ciò che si sente, si è autentici quando si rivela ciò che si è e si desidera davvero. Non è la stessa cosa. Si può essere gravemente narcisisti e contemporaneamente sinceri, solo per fare un esempio.
2) Il mito dell'infaticabilità senza equilibrio
Il bravo prete/seminarista - si pensa - è quello che si dà tanto da fare. Anche qui si rischia di confondere il vero lavoro con la dispersione. Un prete che corre dalla mattina alla sera senza rispettare i suoi limiti fisici e spirituali, non è uno che lavora, bensì più semplicemente un uomo disordinato. E questo affannarsi (che è una forma di accidia) è un ottimo alibi per occultare i "draghi": vuoti da non sentire, intemperanze nel celibato da occultare, legami morbosi da non ammettere.
3) La fragilità del cammino di fede
Crescere nell'amore del Signore è ciò che di meno scontato si possa registrare nella vita presbiterale. Perdere la fede è un attimo che può scoccare senza avvedersene. Il prete può non accorgersi di rimanere fermo nella sequela: il contatto quotidiano e frequente con "le cose di Dio" può dare l'illusione di essere intimo con il Signore. Errore fatale. Non basta essere stati ordinati per diventare dei credenti. Il grande domenicano francese Henri-Dominique Lacordaire (+ 1861) diceva che se un prete ha la donna, beve, è attaccato ai soldi e non sa perché è prete, prima o poi si perde; se un prete ha la donna, beve, è attaccato al denaro, ma sa perché e per chi è prete, allora tutto cambia, tutto è recuperabile. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).
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Pubblicato 10 anni fa...

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