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NEL NUOVO FILM ROBIN HOOD E' SANGUINARIO, MA POI CAMBIA VITA (SENZA CONVERTIRSI)
Ok, lo dico subito: per me, "Robin Hood. Il prezzo del sangue" (Michael Sarnoski, 2026) batte "Odyssey" cinque a zero. Ora possiamo parlare del nuovo film sull'arciere di Sherwood.
Siamo nel XIII secolo, in Irlanda. Qui si è rifugiato Robin Hood, che passa le giornate a uccidere quanti cercano vendetta per i familiari che lui stesso ha massacrato negli anni. Perché questo Robin non è un eroe: è un violento e spietato rapinatore e assassino.
Mentre è intento a lavarsi dalle mani il sangue dell'ennesimo omicidio, lo raggiunge l'amico e compagno di mille delitti, Little John. Ha cambiato vita: si è sposato, ha una figlia e fa il contadino. Grazie alla moglie si è convertito e ora, invece di uccidere, prega.
Ma ha bisogno di aiuto: un clan di vichinghi gli ha sottratto moglie, figlia e fattoria. Da solo non può vendicarsi. E così chiede aiuto al vecchio amico. Robin, dapprima, rifiuta; John lo tenta promettendogli una grande battaglia e lui, a quel punto, accetta. Non per la battaglia, ma per la morte gloriosa che, finalmente, possa dargli pace e interrompere una vita di delitti che non sembra avere fine.
Lo scontro è violentissimo: i due assassini uccidono gli occupanti, ma la moglie di John viene uccisa. Sangue chiama sangue: questo è il mondo descritto nella prima parte del film. I familiari degli uccisi arrivano per vendicarsi. Robin e John se la cavano anche questa volta, ma il primo è in fin di vita e il secondo è costretto a fuggire con la figlia. La catena della vendetta è una condanna che non si ferma.
Così John porta Robert - o meglio, il Robert spogliato della sua leggenda - su un'isola, che in realtà è un monastero. La superiora cura le ferite del vecchio fuorilegge e Robin, finalmente, comincia a cambiare. Non solo nel corpo: sembra aprirsi per lui la possibilità di interrompere la catena di vendette che ha scatenato e che lo perseguita senza tregua.
Che dire del film? Epico, retto da un'idea originale: non ci sono eroi, anche se ne abbiamo bisogno: siamo tutti peccatori. La fotografia è splendida, la regia molto curata e la colonna sonora perfettamente adeguata alla narrazione e alle immagini.
Hugh Jackman è, al solito, immenso con la sua fisicità importante ma mai sopra le righe. C'è parecchia violenza nella prima parte del film, ma non è gratuita: serve proprio a evidenziare il cambiamento di Robin nella seconda parte. Per resa visiva, ritmo, fotografia e recitazione, Sarnoski dimostra una maturità registica notevole.
Nel complesso, mi sembra molto più solido nella scrittura, nei dialoghi e nei personaggi rispetto al film di Nolan.
Tutto bene, quindi? Ovviamente: no. Il film ha un problema grosso come una casa. Con il cristianesimo.
C'è un dettaglio curioso nell'edizione italiana: una preghiera che nell'originale è rivolta a Dio sembra essere stata resa come una preghiera alla Madonna. Se è davvero così, sarebbe un errore teologico piuttosto grossolano. Ma non è questo il punto.
Il monastero non ha simboli religiosi, nemmeno un crocifisso; la chiesa c'è - si vede - ma nessuno ci entra, non ha un ruolo. Non ci sono sacramenti né preghiere. La superiora (una bellissima Jodie Comer) non ha praticamente nulla della suora: accoglie, cura... ma potrebbe benissimo essere una guaritrice, una psicologa o, perché no, una strega. C'è, in effetti, nell'isola, un posto un po' particolare: una grotta, con una specie di altare di pietra sempre illuminato da candele; ma non c'è altro. Non un crocifisso, né un tabernacolo, nulla. Un buco, sul soffitto, lascia intravedere le stelle, oppure la tempesta. E la superiora, proprio in quello che dovrebbe essere il luogo più... speciale dell'isola, vi si reca per un gesto di autoerotismo. È difficile immaginare una rappresentazione più eloquente di ciò che è accaduto al cristianesimo nel film: il luogo sacro è rimasto, ma il sacro è scomparso. Al suo posto: il nulla.
Quanto sarebbe stato più chiaro ed evidente il cambiamento di Robert, se fosse stata una conversione religiosa... ma niente. Robin non viene redento: semplicemente cambia. E alla fine decide anche della propria morte. Non c'è più bisogno di una religione che dia un senso alla vita e alla morte: la morte stessa diventa una scelta, l'ultima espressione della propria libertà.
Tirando le somme, condivido l'impressione che questo film ha suscitato in me. Un racconto ambientato nel medioevo irlandese, una storia di cambiamento, doveva avere un elemento religioso. Ma, di preciso, cosa sia questa religione, nessuno più lo sa. C'entrano qualcosa le preghiere, la madonna, il perdono dei peccati... Ci sta bene un monastero su un'isola, il protagonista femminile può benissimo essere una religiosa, perché no. Ma cosa sia, questa religiosa, non è chiaro. Una guaritrice? Una psicologa? Una donna con una storia drammatica, con un passato importante, con una grande sofferenza? Resta l'estetica, del cristianesimo; un involucro vuoto.
Non è ciò che è accaduto alla nostra società? A furia di parlare di amicizia durante le ore di religione cattolica e di immigrazione e condizionatori durante le prediche, anche la religione cattolica è diventata una storia. Un bel mito per incantare i bambini, una rassicurante leggenda; come quella di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
Qualcosa che appartiene al passato e della quale ormai non resta che un'ombra destinata a svanire.
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