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IL VESCOVO METTE IN RIGA I PRETI: IL DIRITTO AL FUNERALE NON E' ASSOLUTO
Il vescovo di Sanremo Antonio Suetta pubblica una nota dottrinale per chiarire gli abusi nei funerali: massoneria, cremazione, pubblici peccatori, oggetti sulla bara, ma anche interventi sentimentali
di Andrea Zambrano
 

Funerali, facciamo chiarezza. Il vescovo di Sanremo Antonio Suetta lo aveva annunciato in occasione del recente caso di un funerale ecclesiastico negato ad un massone della zona. «Nelle prossime settimane verrà pubblicata una Nota con le opportune indicazioni giuridico pastorali concernenti le esequie ecclesiastiche». E la promessa è stata mantenuta. Il giorno dell'Assunta, Suetta ha pubblicato sul sito diocesano un vademecum giuridico pastorale con le disposizioni per gestire al meglio - e secondo dottrina - le esequie ecclesiastiche.
Troppa confusione nei funerali cristiani e i casi delle esequie negate ai due massoni, di Roma e di Sanremo, di cui la Bussola aveva dato notizia, erano solo la punta dell'iceberg di una concezione del funerale che non è quella propriamente cattolica. Spesso, infatti, i parroci tendono a lasciar correre gli infiniti abusi, che rischiano di snaturare del tutto le esequie cattoliche tanto che non c'è soltanto il rischio che possano sorgere veri e propri illeciti canonici, come nel caso dei due massoni accompagnati in chiesa, ma che si possano commettere quei grandi o piccoli abusi che snaturano del tutto il senso del commiato secondo la Chiesa.
Così Suetta esordisce dicendo che «le esequie sono un sacramentale (tranne la Messa esequiale che è un sacramento), che costituisce la preghiera di intercessione della Chiesa per il defunto e per la sua famiglia» ma «la mondanizzazione del trapasso si traduce nella perdita del senso cristiano della morte e nell'appiattimento dell'azione sacra, riducendo il tutto a categorie meramente umane di ricordo e di emozioni passeggere».
Che fare, dunque? Tornare a ribadire ai fedeli, ma soprattutto ai sacerdoti, le regole per un buon funerale cristiano e legittimare anche quei "no" che oggigiorno destano tanto scandalo perché visti come una mancanza di pietà verso il defunto.
Niente di più falso. Infatti, Suetta scrive che proprio per non «cedere pericolosamente il posto alla celebrazione della memoria del defunto o alla esasperata dimensione del ricordo» in uno «stonato "protagonismo" di parenti e amici», «bisogna evitare cedimenti o concessioni alla mera emotività e correggere deviazioni piuttosto diffuse, che spesso sono indice non solo di un fraintendimento dell'essenza stessa delle esequie ecclesiastiche, ma ancor prima di una vera e propria assenza di fede».

LA SACRALITÀ DEL RITO
Lucidamente bisogna tutelare la sacralità del rito, nella sostanza e nei contenuti eliminando, scoraggiando e anche proibendo «riferimenti eccessivamente terreni a passioni o interessi del defunto (musicali, sportivi, politici, ecc.)» i quali «snaturano il senso dell'accompagnamento spirituale». «Appaiono fuori luogo ad esempio - ricorda Suetta tanto per fare un esempio - gli addobbi o i vestiti coi colori della squadra del cuore, di un gruppo politico o di un determinato movimento d'opinione». Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale, ma chi ha frequentato funerali nell'ultimo decennio sa che c'è stata un'esplosione di queste manifestazioni.
Così come il protagonismo degli amici del defunto o dei suoi parenti rischia di portare fuori strada: «Le testimonianze e i ricordi, ancorché́ toccanti e commoventi, esprimono in genere il mero commiato o ringraziamento verso il defunto» ma destano perplessità perché «i ricordi sono collocati in momenti inappropriati (dopo l'omelia o al termine della cerimonia)» o «hanno un'enfasi e una lunghezza spropositata». Tutto questo produce «un funerale mondano che è la negazione più patente dell'essenza del credo cristiano». Invece - e il vescovo ligure lo ribadisce nella sua nota dottrinale - sono tre: la preghiera per il defunto, onorare il corpo come germe della risurrezione della carne e il recare conforto e speranza ai vivi. Tutto il resto è un di più e spesso è un di più di cattivo gusto. Invece tutto deve portare a rispettare la pietas verso il defunto. A cominciare dalla scelta della chiesa che «non dovrebbe esprimere tanto un posto scelto per motivi di praticità, di gusto o di richiamo affettivo, quanto indicare l'ambiente umano e cristiano appropriato e confacente».
Sappiamo bene, però, che molti funerali si svolgono con la presenza del defunto che non ha mai messo piede in una chiesa. E qui che la nota di Suetta si fa necessariamente severa perché va a toccare il tema del "diritto al funerale" che non può essere assoluto ma «richiede la congruenza del rito con la presumibile disposizione dell'estinto». E tanto più se il defunto «prima della morte non diede alcun segno di pentimento, deve essere privato delle esequie ecclesiastiche».

LA DISCIPLINA ECCLESIASTICA CHE MOLTI DIMENTICANO
Alcuni casi? Quelli che il can. 1184 § 1 della disciplina ecclesiastica norma da tempo, anche se molti preti fanno finta di dimenticarla: «Quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana e gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli»
E si badi: «La notorietà della contrarietà alla fede non deve risultare da una sentenza, basta che sia una situazione di fatto pacificamente conosciuta» mentre «dare pubblicità del pentimento evita il pericolo di scandalo». Per questo «la privazione delle esequie non esprime un giudizio sul defunto ma una forma di tutela della comunità e di rispetto della presumibile volontà per fatti concludenti dell'estinto».
E veniamo così al tema della massoneria che ha infiammato le cronache agostane dopo lo scoop della Bussola del funerale negato in diocesi di Roma ad una figura apicale delle logge e che ha trascinato in una reazione a catena anche la decisione di Suetta su un caso simile: «A chi aderisce ad associazioni o partiti anticristiani, per questa stessa loro scelta, le esequie ecclesiastiche non sono loro possibili. L'assoluta inconciliabilità fra la fede cattolica e l'adesione alla massoneria è stata fermamente e chiaramente ribadita dall'allora Congregazione per la Dottrina della Fede nella Dichiarazione sulla massoneria, del 26 novembre 1983».
Nel ricordare che «rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche», Suetta ricorda così che «i fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione».
Molto spazio viene dato a spiegare le motivazioni per cui «è impossibile benedire quei defunti che muoiano nella condizione di non poter avere le esequie ecclesiastiche, perché́ sarebbe contraddire la verità stessa del segno della benedizione ed il suo significato più reale, riducendola - invece - quasi ad un mero atto esteriore, ad una formalità, o - peggio - assimilandola ad una "azione magica"».
C'è spazio anche per la cremazione. Suetta la affronta ricordando che «non è un'alternativa alla sepoltura». L'una è sostenuta, l'altra (la cremazione) è soltanto tollerata purché «non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana» (can. 1176 § 3).
Però, e questo è un passaggio che dovrebbe interessare molti cattolici, ormai convinti della piena bontà della cremazione «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell'aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti».
Altre interessanti disposizioni sono contenute nel capitolo finale. Tra queste il non concedere l'autorizzazione e nemmeno l'uso dell'ambone per commiati o interventi. Al massimo per questo tipo di interventi si può valutare la messa a diposizione di un momento fuori dalla chiesa o al cimitero; così come si proibisce l'introduzione in chiesa di oggetti appartenenti al defunto che sono estranei alla celebrazione; e infine ammettere alla proclamazione delle letture soltanto fedeli noti al sacerdote. E su questi, molti parroci potrebbero capitolare.

Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Il vademecum di Suetta libera vivi e morti dalle esequie creative" parla del vescovo di Ventimiglia-San Remo che dà l'estremo saluto alle trovate di parenti e preti più intenti a esaltare il defunto che a pregare per la sua anima e onorarne il corpo. E anche a chi resta la sobrietà dei riti e la speranza cristiana offrono maggiore conforto di un ricordo mondano. Il testo non fa che ribadire l'insegnamento della Chiesa, così ovvio e così dimenticato da far notizia.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 agosto 2026:

Bisogna essere grati a mons. Antonio Suetta per il suo vademecum per le esequie ecclesiastiche. Perché è raro oggi trovare dei vescovi che difendano i riti della Chiesa, nella consapevolezza che quando questi riti possono esprimersi senza essere sfigurati dalla "creatività" umana, essi raggiungono pienamente quello scopo per cui sono stati istituiti. Nel caso delle esequie, il vescovo di Ventimiglia-San Remo ricorda quanto la Chiesa insegna nel suo diritto universale, ossia che essi hanno la finalità di pregare per il defunto, onorarne il corpo e offrire ai vivi, in particolare alle persone più vicine al defunto, conforto e speranza.
Pregare per il defunto: già su questo punto è necessario correggere la traiettoria. E non di poco. Il rito della Chiesa domanda indulgenza e perdono, supplica Dio di liberare dai vincoli della morte, di lavare da ogni colpa, umilmente osa chiedere che accolga l'anima del defunto nella pace eterna; in poche parole, riconosce il peccato che si attacca alle nostre anime come la polvere ai nostri piedi, e chiede a Dio, ancora una volta, di avere pietà e di mostrare la sua misericordia. Di contrasto abbiamo invece le libere parole di amici e parenti, e persino dello stesso sacerdote, che sentenziano che il defunto è già nella casa di Dio, gode già della beatitudine e della pace, quasi fosse un martire della fede. Sentenziano, quando addirittura non ostentano, i meriti - talvolta reali, più spesso presunti - dell'estinto, quasi che il Signore sia tenuto per stretta giustizia a dargli il Paradiso. Quando poi questi "meriti" riguardano realtà meramente umane o persino quelli che oggettivamente sono vizi, peccati, ideologie non cristiane, la deriva è completa.
Allora, in questo caso, la fedeltà alla sobrietà del rito diventa essenziale per ricordare una verità di estrema importanza: nessuno di noi parte da questo mondo immacolato, nessuno di noi ha dei meriti tali da poter esigere il Paradiso. Tutti noi abbiamo bisogno di essere purificati nel fuoco salvifico del Purgatorio, tutti noi ci poniamo davanti a Dio con l'umile e fiduciosa supplica del povero mendicante, e non con la boria di chi pretende e vuole comandare anche in casa del Padreterno. Ed è per questo che si prega per il defunto.
Onorare il corpo. Il rito funebre prevede l'aspersione e l'incensazione di quel corpo che, con il battesimo, è divenuto tempio dello Spirito Santo. Tempio spesso misconosciuto, insozzato, profanato, ma pur sempre "luogo" dedicato al culto di Dio. Quel corpo viene onorato perché la Chiesa esprime la fede che risorgerà quando Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti ed instaurare il suo Regno senza fine. Come insegna san Paolo «si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1Cor 15, 42-44). Il segno della sepoltura è centrale per la fede cristiana nella risurrezione della carne: ciò che è stato tratto dalla terra, alla terra ritorna, per risorgere dalla terra incorruttibile, glorioso, spirituale. Gesù Cristo stesso ha adempiuto, nobilitato e finalizzato questo segno della sepoltura. Si fa dunque fatica a comprendere come possa un cristiano preferire la cremazione, consegnare il corpo del defunto al fuoco, anziché alla terra. È piuttosto evidente che il grande segno illustrato da san Paolo non è più presente con la cremazione, ma viene anzi sfigurato dall'inquietante segno della consegna al fuoco e della distruzione violenta del corpo.
Mons. Suetta sembra ormai l'unico a ricordare che, per la Chiesa, «l'una (la sepoltura) è sostenuta, l'altra (la cremazione) è tollerata», e ad esortare che «nella pastorale conviene ricordare e motivare di più il significato e il pregio della sepoltura». L'andazzo generale è che se la cremazione non è proibita, allora essa è un'opzione di pari livello della sepoltura. La volontà non più cristianamente formata del defunto o dei parenti, le ragioni "economiche" e di gestione delle tombe finiscono per prevalere persino sull'insegnamento di san Paolo! Ormai il segno dell'interrare il seme corruttibile (il corpo mortale), per ravvivare la fede che risorgerà incorruttibile, è sempre più raramente sotto gli occhi dei cristiani e di tutti gli uomini. Risultato? Che i cristiani comprendono sempre meno la differenza tra la risurrezione della carne e la semplice immortalità dell'anima vagheggiata dai vari spiritualismi religiosi o filosofici.
Il conforto e la speranza dei vivi. La Chiesa è madre del defunto, perché lo accompagna con la sua preghiera, ed è madre anche di chi resta, perché il dolore venga lenito, la fede corroborata, la speranza sostenuta. È bene però chiarire subito che questa terza finalità delle esequie si raggiunge precisamente quando viene permesso al rito di esprimersi per come è, perché il vero conforto proviene dalle verità cristiane rese tangibili nel rito, non dalle nostre invenzioni. Bisogna riabituarsi all'idea che la nostra umanità ha bisogno di essere corretta, purificata, elevata dalla fede e dai riti della Chiesa. Il funerale non è il momento in cui si dà sfogo alla nostra umanità decaduta, incredula e pur sempre limitata, ma quello in cui chiediamo alla Chiesa di togliere la caligine dai nostri occhi, elevare i sentimenti del cuore, guarire le nostre ferite. E quanto più lo spazio delle esequie viene invaso da ciò che è mondano, tanto meno questa guarigione interiore può avvenire.
Sia concesso un inciso. Quando si prende in mano il Graduale romanum, libro liturgico della Chiesa del rito riformato da Paolo VI, si trova che le bellissime antifone della Messa esequiale (eccettuata, purtroppo, la Sequenza del Dies iræ) sono rimaste pressoché al loro posto. Bisogna ascoltarle e riascoltarle per capire cos'è realmente il conforto che offre la Chiesa. Dal Requiem æternam dell'Introito all'antifona alla Comunione In Paradisum è tutto un toccare ripetutamente con le note della grazia le corde più intime dell'animo umano, per farle risuonare in accordo con le melodie del cielo; nessuna tristezza eccessiva, nessun cedimento alla disperazione, nessuna gioia fuori posto: tutto è armonizzato, modulato, nobilitato. E allora, il fatto che queste antifone gregoriane non si cantino più nei funerali, non è forse un furto a danno dei fedeli?
Mons. Suetta ha altresì il merito di ricordare che il rito funebre cattolico non è un diritto imprescindibile. Possono ottenere le esequie cristiane quei fedeli che dispongono la propria vita in modo da avere le condizioni basilari per riceverli. I riti della Chiesa sono pubblici: non si possono fare scelte pubbliche contrarie a quanto insegna la Chiesa e poi pretendere che la Chiesa celebri le esequie. Prima che la soddisfazione di un desiderio del defunto o dei suoi familiari, i riti funebri devono esprimere pubblicamente la fede della Chiesa: se il defunto ha apostatato dalla fede, ha aderito all'eresia e allo scisma, ha scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede, ha aderito pubblicamente a qualcosa che la Chiesa indica come gravemente peccaminoso, senza dare alcun segnale di ravvedimento prima di morire, le esequie devono essere negate non perché la Chiesa ritenga dannato il defunto, ma perché, trattandosi di un rito pubblico, essa deve evitare lo scandalo dei fedeli. Perché le ragioni pastorali non valgono solo nei confronti delle persone più vicine all'estinto, ma anche e primariamente per tutto il popolo di Dio, che non dev'essere indotto in errore dalla falsità dei segni.
Le indicazioni di mons. Suetta sono ovvie per qualunque cristiano conosca minimamente l'insegnamento della Chiesa, ma susciteranno mal di pancia e faranno digrignare i denti per il semplice fatto che l'andazzo anormale è diventato la nuova normalità. È in fondo il silenzio assordante della Conferenza Episcopale Italiana su queste verità a far sì che il vademecum di Suetta sia una notizia.

 
Titolo originale: Il vescovo mette in riga i preti: «Il diritto al funerale non è assoluto»
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18 agosto 2026
Immagine generata da OpenAI DALL-E 3 tramite ChatGPT