OMICIDIO DI MASSA, QUELLO CHE I MEDIA NON HANNO RACCONTATO SUBITO
L'uccisione di Giacomo Bongiorni all'inizio è stata raccontata in modo errato per nascondere il vero problema: l'immigrazione incontrollata
Autore: Roberto Marchesini
Ennesimo caso di violenza giovanile, questa volta a Massa: Giacomo Bongiorni, un padre di 47 anni è stato massacrato di botte davanti al figlio undicenne e alla fidanzata da un gruppo di giovani, alcuni dei quali minorenni. La sua colpa? Aver chiesto al gruppo di giovani di smetterla di tirare bottiglie di vetro alla saracinesca di un negozio. La domanda: cosa sta succedendo ai giovani, che sembrano essere diventati violenti? Ottima domanda, ma la vicenda offre un ventaglio di spunti molto più ampio. Prima di arrivare al cuore del problema, soffermiamoci su come è stata data la notizia. Partiamo da «L'uomo cade e batte la testa»; ah, quindi è stata una disgrazia. No: è stato proprio aggredito e ucciso di botte. Proseguiamo con l'immancabile «Sono stati aggrediti, non sono criminali»; povere vittime, sono state aggredite; e l'ucciso, ovviamente, la sarebbe cercata? Infine: «un gruppo di ragazzi, circa una decina, che sarebbero tutti italiani»; ovviamente falso (erano rumeni), ma su questo torneremo. Un primo tema è, ovviamente, la qualità del giornalismo italiano: dove sta il confine tra informazione e propaganda? Qual è il ruolo del giornalista, informare o modificare la «percezione» in base ai desiderata del momento? Secondo la classica definizione, il giornalismo è «il cane da guardia del potere»; nel senso che obbedisce al potere e aggredisce chi lo critica? Ma torniamo all'ultimo punto: i giovani erano tutti rumeni, cioè stranieri, immigrati. Eccolo, l'elefante nella stanza: la correlazione tra l'immigrazione che l'Italia ha subito negli ultimi anni e l'aumento della criminalità, in particolare i reati contro la persona.
GLI IMMIGRATI COMMETTONO MOLTI PIÙ REATI DEGLI ITALIANI I dati dicono chiaramente che gli immigrati commettono molti più reati degli italiani e che il fenomeno è in aumento; per quanto riguarda i reati sessuali (non considerando quelli contro gli animali) i numeri sono ancora peggiori. Ma anche i dati ufficiali sono comunque falsati: gli «italiani di seconda generazione», cioè i figli di immigrati, non vengono considerati immigrati. Beh, che c'entra? Essendo «italiani» dovrebbero delinquere come gli italiani, cioè meno degli immigrati, giusto? Sbagliato. Uno studio tedesco, ad esempio, ha rilevato che mentre la prima generazione di lavoratori ospiti aveva tassi di criminalità comparabili a quelli dei tedeschi, la seconda e la terza generazione mostravano un trend in crescita. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: «Ma io conosco un giovane immigrato, o un "italiano di seconda generazione", ed è un bravo ragazzo». Non ne dubito; ma questa obiezione tradisce un problema cognitivo diffuso, ossia l'incapacità di distinguere tra l'eccezione e la tendenza statistica. Che una persona sia onesta non smentisce il dato aggregato, così come un fumatore che vive cent'anni non dimostra che il fumo non faccia male. La statistica non parla di singoli, ma di probabilità e frequenze. Detto questo, cerchiamo di capire da cosa dipende la maggiore incidenza di reati tra alcune popolazioni immigrate. Non certo dal fatto di essere immigrati in sé - lo dimostra il bassissimo tasso di delinquenza tra gli asiatici orientali - né da presunti fattori genetici o razziali.
L'IMMIGRAZIONE È L'ELEFANTE NELLA STANZA Da cosa, dunque, dipende questo fenomeno? Se gli «italiani di seconda generazione» sono cresciuti in Italia e, quindi, nello stesso ambiente culturale dei loro coetanei autoctoni, da dove deriva questa differenza? Forse dalla cultura patriarcale maschilista italiana? Dall'alimentazione? Dalla musica rap o dai videogiochi? Riflettiamo un attimo. Tra le varie influenze culturali che incidono sulla formazione di un bambino, di un ragazzo e di un giovane, la principale è senz'altro la famiglia; che tende a conservare la cultura di provenienza persino più di quanto facciano i connazionali rimasti in patria. Questo vale anche per gli italiani: mentre in Italia il linguaggio, la cultura e le mode alimentari sono cambiate, nelle comunità italiane all'estero il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso. Ed è innegabile che culture diverse hanno atteggiamenti diversi nei confronti della violenza. Anche in Italia, tra i fenomeni che hanno contribuito al Biennio Rosso (1919-1920) e al successivo squadrismo fascista, c'è la violenza alla quale i giovani sono stati esposti nelle trincee della Prima Guerra Mondiale; è un fenomeno culturale, non genetico o razziale. C'è poi il trauma dell'immigrazione: lasciare il proprio paese comporta uno sradicamento sia sociale che culturale, la perdita di riferimenti linguistici ed economici, l'inserimento in una realtà sconosciuta, non sempre facile. Infine, la condizione economica e sociale e il «controllo sociale», ossia quella vigilanza costante che una intera comunità esercita sui giovani e che spesso è inesistente in condizioni di marginalità. Insomma, solo una società con gravi problemi cognitivi (come la nostra) può pensare che una persona è esattamente uguale e sostituibile a e da un'altra persona, indipendentemente dalla sua storia, cultura di provenienza, modelli familiari eccetera. I dati sull'immigrazione dall'Asia orientale lo dimostrano. L'immigrazione, dunque, è l'elefante nella stanza, la variabile che non viene considerata o, addirittura, volontariamente omessa quando si parla di criminalità in crescita; chissà perché. La stessa cosa, ovviamente, non accade con la variabile età: da qui la percezione che la gioventù sia pericolosa e fuori controllo, con conseguente senso di colpa nei confronti dei genitori. E non avviene nemmeno con il sesso del criminale. Ma questo è un altro tema...
Titolo originale: Omicidio di Massa, quello che i media non raccontano sul branco Fonte: Sito del Timone, 14 aprile 2026
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