BastaBugie n�28 del 09 maggio 2008

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1 LIVIA TURCO: IL MINISTRO INTRODUCE L'EUGENETICA IN ITALIA CON UN COLPO DI MANO ALL'ULTIMO MINUTO
Indignazione contro le linee guida all'applicazione della Legge 40 Rivolta contro il provvedimento pubblicato in extremis
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: fonte non disponibile
2 IL PROBLEMA DI CHI HA DIFESO LA FECONDAZIONE ARTIFICIALE DELLA LEGGE 40 E OGGI SI RITROVA L'EUGENETICA DI LIVIA TURCO

Autore: Mario Palmaro - Fonte: fonte non disponibile
3 L'INVENTORE DI DON CAMILLO HA CENTO ANNI: E NON LI DIMOSTRA!
Speravano che finisse nel dimenticatoio...
Autore: Alessandro Gnocchi - Fonte: fonte non disponibile
4 QUANDO IL CONSUMISMO E' UN ALIBI
L'equivoco del consumismo
Autore: Aldo Spranzi - Fonte: fonte non disponibile
5 IL CORRIERE DELLA SERA INDOTTRINA SUI GAY IN NOME DEI FIGLI
Quello spottone gratis a un razzismo al contrario
Autore: Davide Rondoni - Fonte: fonte non disponibile
6 MOSCHEE: NO GRAZIE. E PER ORA IN ITALIA SONO TRE O QUATTRO
Due (o tre) buone ragioni per limitare le moschee
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: fonte non disponibile
7 LE RAGIONI STORICHE DELLA BATTAGLIA DI LEPANTO DEL 1571 CHE BLOCCO' L'INVASIONE MUSULMANA DAL MARE
Il Papa san Pio V attribuì la vittoria alla Vergine e aggiunse nelle Litanie lauretane l'invocazione ''Auxilium christianorum'', aiuto dei cristiani
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: I Santi militari

1 - LIVIA TURCO: IL MINISTRO INTRODUCE L'EUGENETICA IN ITALIA CON UN COLPO DI MANO ALL'ULTIMO MINUTO
Indignazione contro le linee guida all'applicazione della Legge 40 Rivolta contro il provvedimento pubblicato in extremis
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: fonte non disponibile, 30 aprile 2008

Con un provvedimento in extremis, a pochi giorni dalla nomina del nuovo Governo, il Ministro della Salute Livia Turco ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 30 aprile 2008 le nuove linee guida sull'applicazione della Legge 40 che regola la procreazione medicalmente assistita. I tempi, le modalità e i contenuti del provvedimento sono stati duramente contestati da medici, bioeticisti, associazioni e istituti di Bioetica.
 Il prof. Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato Nazionale di Bioetica (Cnb), ha dichiarato che le nuove linee guida sulla Legge 40 "sono gravemente lesive dello spirito della legge 40. E, probabilmente, anche della lettera della legge". Adriano Pessina, direttore del Centro di Bioetica dell'Università Cattolica, ha spiegato che le linee guida all'applicazione della Legge 40 firmate dal Ministro della Salute "introducono alcune novità che di fatto stravolgono lo spirito e la lettera della stessa legge".
 Secondo il presidente del Movimento per la Vita, Carlo Casini, "le linee guida non possono andare oltre la legge: di conseguenza non possono essere modificati gli articoli 3 e 4 della Legge 40 che proibiscono non solo la selezione eugenetica ma anche la distruzione degli embrioni". In una nota recapitata a ZENIT il presidente del MpV, che è anche giurista, precisa che "l'interpretazione della legge è compito dell'autorità giudiziaria e non di quella amministrativa" . In ogni caso, ha commentato Casini, appare "singolare che l'emanazione di un documento di rilevante importanza politica venga fatta da un Ministro destinato a lasciare il suo incarico tra pochi giorni".
 Il Forum delle associazioni familiari ha espresso viva preoccupazione per il fatto che le linee guida della Legge 40 siano state pubblicate quando il Governo ha sostanzialmente esaurito il suo mandato e dovrebbe limitarsi a gestire l'ordinaria amministrazione. In tale contesto, il Forum ha chiesto che il tema delle linee guida, e più in generale della corretta applicazione della legge nel rispetto della persona umana e del diritto alla vita fin dal concepimento, "venga adeguatamente approfondito dal nuovo esecutivo in dialogo con le significative espressioni della società civile che hanno contribuito in maniera decisiva all'imponente manifestazione di volontà popolare registrata in occasione del recente referendum". 
Molto critica nei confronti del Ministro anche l'Associazione Scienza & Vita, che in un comunicato diffuso nel pomeriggio del 30 aprile ha scritto: "Dopo aver difeso la Legge 40 nelle piazze e disertando le urne, come ha fatto la maggioranza assoluta dei cittadini italiani, tutto potevamo aspettarci tranne che di doverci difendere da un Ministro della Repubblica. Un Ministro che in questa circostanza ha mostrato tutto il suo volto illiberale e arrogante". L'Associazione Scienza & Vita, nata dal Comitato che difese la Legge 40 nel referendum abrogativo del 2005, ritiene che il colpo di mano del Ministro Turco abbia voluto "porre il suo pessimo sigillo su un'azione di Governo fallimentare sulle questioni eticamente sensibili". "Ciò che è più grave - precisa Scienza & Vita - è che il Ministro con le nuove linee guida ha apertamente contraddetto l'esito referendario, ergendosi così contro la volontà popolare che aveva respinto i quesiti referendari perché sorretta da un principio di precauzione nei confronti dell'embrione" .
Per Scienza & Vita, "ai cittadini italiani che amano la vita e la difendono, questo Ministro e questo Governo hanno voluto dare l'ultimo schiaffo, forzando l'interpretazione della legge e decretando il via libera alla diagnosi preimpianto che resta a tutti gli effetti illegale, in quanto portatrice di una pratica eugenetica". "A questo punto - conclude l'Associazione - la palla passa nelle mani del nuovo Governo, il quale dovrà, per rispetto della volontà popolare, ripristinare la legittimità del risultato referendario" .
 Perentorio il commento dell'Associazione dei Medici Cattolici Italiani di Milano, i quali si dicono "in totale disaccordo con l'atto firmato dal Ministro per motivazioni etiche scientificamente comprovate". Nello specifico, l'A.M.C.I. Milano manifesta una "forte contrarietà nella possibilità di effettuare diagnosi preimpianto la cui utilità è tutta da dimostrare e il cui rischio per la vitalità dell'embrione è pienamente evidenziato nella letteratura medica". "Le diagnosi preimpianto - al di là di quanto scritto nelle linee guida - rimangono per noi una porta aperta verso l'eugenetica", conclude l'A.M.C.I.
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Il colpo di mano di Livia Turco
Le sue linee guida autorizzano la diagnosi (eu)genetica preimpianto
© IL FOGLIO – 1 maggio 2008 – prima pagina
Roma. L’emanazione in zona Cesarini delle nuove linee guida della legge 40 ha, come scopo non secondario, quello di buttare un bel petardo tra i piedi della maggioranza. Ora investita della responsabilità di decidere se tenersi quel provvedimento così com’è, con tutte le sue ambiguità e con le porte spalancate alla diagnosi eugenetica preimpianto, oppure se cambiarla, con il rischio di riaprire vecchie crepe e turbare equilibri delicati.
Non è difficile immaginare che a questo abbia pensato la ministra Livia Turco, che quel testo lo aveva firmato l’11 aprile ma se l’è tenuto nel cassetto fino a ieri, per non turbare la propria, di maggioranza, in vista delle elezioni. Senza contare che l’emanazione di un atto che nessuno potrebbe definire “di ordinaria amministrazione” appare una scorrettezza istituzionale, come dice al Foglio il professor Francesco Saverio Marini, docente di Istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Tor Vergata: “Al governo dimissionario tocca solo il disbrigo degli affari correnti e degli atti indifferibili e urgenti, gravati da scadenze prescrittive. Non era certo il caso delle linee guida della legge 40, che a questo punto toccavano al nuovo governo. Senza contare che la sentenza del Tar del Lazio, che nel nuovo testo è richiamata per giustificare l’eliminazione della parte che consente exclusivamente indagini di tipo osservazionale dell’embrione, ha rimandato la questione alla Consulta, la quale deve ancora pronunciarsi” .
Doppia scorrettezza di metodo, quindi, per l’iniziativa della Turco. Ma il peggio lo troviamo nell’analisi del merito del suo provvedimento, che apre, con l’aria di non volerlo fare, un importante varco nel divieto di pratiche eugenetiche contenuto nelle precedente linee guida, in osservanza ai principi della legge 40. Se è infatti formalmente conservato il divieto di “diagnosi preimpianto a finalità eugenetica”, in realtà lo si aggira, come spiega Eugenia Roccella (Pdl): “D’ora in poi potranno essere usate sull’embrione tutte le tecniche diagnostiche, compresi i test genetici, in teoria solo a fini ‘conoscitivi’. Ma anche la ministra Turco sa che l’indagine osservazionale, l’unica consentita in precedenza, ha lo scopo di informare la coppia su anomalie gravi e irreversibili dell’embrione, che ne impedirebbero lo stesso sviluppo in utero; la diagnosi preimpianto, invece, è un test genetico che individua patologie che non impediscono necessariamente la crescita e l’impianto dell’embrione, ma hanno un tasso di probabilità più o meno alto di manifestarsi nel feto o successivamente nell’adulto. Con queste informazioni, la coppia che ricorre alla procreazione assistita potrebbe rifiutare l’impianto dell’embrione ‘difettoso’”.
Eugenetica significa selezione dei sani ed eliminazione dei malati, ed è quello che diventa possibile con la nuova versione delle linee guida. “Può forse esistere una diagnosi preimpianto che non abbia scopi eugenetici?”: la domanda dell’associazione Medicina e Persona ha una sola possibile risposta, nei fatti, ed è negativa.
L’altro varco è l’estensione a coppie non infertili della possibilità di usare tecniche di fecondazione assistita, come nel caso delle situazioni in cui il maschio sia affetto da malattie sessualmente trasmissibili, quali il virus Hiv e quelli delle epatiti B e C. A queste coppie, le nuove linee guida riconoscono, come spiega Livia Turco nella lettera di accompagnamento del suo provvedimento, uno “status di infertilità di fatto”, dovuto alla necessità di precauzioni nel rapporto sessuale. Un criterio ambiguo e suscettibile di ogni possibile ampliamento: perché non riconoscere l’infertilità “di fatto” alle coppie portatrici di disfunzioni genetiche, anche loro “costrette” a precauzioni per timore di un figlio malato? E infatti ci ha già pensato Amica Cicogna, che promette azioni legali in proposito, mentre la lobby della fecondazione senza limiti mostra apprezzamento per le nuove linee guida.
Definite, sull’altro versante, “un colpo di mano” dall’Associazione Scienza & Vita, che chiede al nuovo governo di azzerarle e di “ripristinare la legittimità del risultato referendario” .

Fonte: fonte non disponibile, 30 aprile 2008

2 - IL PROBLEMA DI CHI HA DIFESO LA FECONDAZIONE ARTIFICIALE DELLA LEGGE 40 E OGGI SI RITROVA L'EUGENETICA DI LIVIA TURCO

Autore: Mario Palmaro - Fonte: fonte non disponibile, 30 Aprile 2008

Emanate le nuove linee guida sulla fecondazione artificiale: via libera all’eugenetica e alle coppie non sterili.
E’ l’epilogo fallimentare della strategia “apologetica” della legge 40.

Alla fine Livia Turco, ministro della Salute dimissionario, è uscita di scena con un colpo ad effetto: ha promulgato le nuove linee guida sulla fecondazione artificiale. Un atto compiuto in gran segreto, poco prima delle elezioni, del quale solo oggi si è avuta notizia.
Un atto di evidente arroganza politica, di dubbia legittimità formale, e di aperta opposizione ad alcuni aspetti essenziali della legge 40.
Le “nuove” Linee Guida non hanno niente a che vedere con l’evoluzione tecnico-scientifica di cui parla l’articolo 7 della legge 40: Livia Turco ha piuttosto voluto eliminare i limiti all’accesso alle tecniche ed aprire la porta alla diagnosi genetica preimpianto e, quindi, alla selezione degli embrioni prodotti e al congelamento o alla soppressione di quelli scartati.
Il ministro ha recepito il parere del Consiglio Superiore di Sanità, accogliendo il concetto fittizio di sterilità “di fatto” della coppia, per cui anche l’uomo portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili per infezioni da HIV, HBV od HCV viene ammesso alle tecniche artificiali.
Si osserva che “l’elevato rischio di infezione per la madre o per il feto costituisce di fatto, in termini obbiettivi, una causa ostativa della procreazione, imponendo l’adozione di precauzioni che si traducono, necessariamente, in una condizione di infecondità, da farsi rientrare tra i casi di infertilità maschile severa e certificata da atto medico”: e così la sterilità di coppia, che era il presupposto fondamentale per l’accesso alle tecniche, viene vanificato e sostituito da una nozione “normativa”, slegata dalle condizioni reali.
In sostanza: il portatore di malattie sessualmente trasmissibili è fittiziamente considerato sterile, e gli si permette l’accesso alle tecniche di fecondazione in vitro.
Ma stabilire che si può considerare sterile una coppia che, in realtà, non lo è apre la strada a tutte le possibili eccezioni alla regola che in futuro si potranno presentare.
Ancora più grave è la modifica relativa alla possibilità di diagnosi genetica preimpianto: facendo leva sulla sentenza del TAR del Lazio che aveva annullato le precedenti Linee Guida - che statuivano che l’indagine sullo stato di salute degli embrioni in vitro avrebbe dovuto essere solo di tipo osservazionale - il Ministro elimina la previsione, lasciando solo il divieto di diagnosi preimpianto “a finalità eugenetica”: ma la diagnosi genetica preimpianto ha sempre finalità eugenetica perché è diretta a selezionare gli embrioni e a scartare quelli malati, evitandone deliberatamente l’impianto.
Il Ministro non solo rinuncia ad impugnare la sentenza del TAR, ma finge di non comprendere che il Tribunale aveva annullato la previsione perché riteneva dannoso per le esigenze di tutela e di sviluppo dell’embrione il permesso alla sola diagnosi osservazionale: quale beffa scoprire che un provvedimento che voleva tutelare gli embrioni servirà a sezionarli e a scartarli.
Ben altre erano le modifiche che erano necessarie alle Linee Guida del 2004: il Comitato Verità e Vita le aveva formalmente proposte al Ministro della Salute, che le ha ovviamente ignorate. Su tali proposte di modifica era scesa una cortina di silenzio anche da parte di chi avrebbe dovuto essere sensibile ai temi della tutela della vita umana fin dal suo concepimento, per considerazioni “tattiche” che oggi si sono dimostrate del tutto errate.
Il Comitato Verità e Vita non può che ribadire l’assoluta ingiustizia di tutta la regolamentazione della fecondazione in vitro, tecnica antiumana che, come risulta dalle stesse Relazioni del Ministro, produce la morte di oltre 70.000 embrioni ogni anno e che, inevitabilmente, anche in Italia, verrà utilizzata – come nel resto del mondo è sempre avvenuto – per selezionare gli embrioni, uccidendo o utilizzando per la ricerca quelli “imperfetti”.
L’unica legge giusta è quella che vieta in toto la fecondazione in vitro.
Di fronte al diktat della Turco – che stravolge e peggiora la pur ingiusta legge 40 - c’è di che riflettere per tutti coloro che in questi anni hanno identificato l’azione pro life con la “difesa” a spada tratta della legge 40 del 2004. Ci veniva detto che, per salvare la normativa in vigore, era necessario tacerne o addirittura ignorarne gli aspetti di oggettiva inaccettabilità. Oggi si consuma l’epilogo di quella strategia, dove al danno si aggiunge la beffa. Il danno: l’opinione pubblica crede che la legge 40 e la fivet omologa siano buone e giuste; e la beffa: i nemici della vita nascente sono riusciti ugualmente a peggiorare una legge che non era né giusta, né buona. Tanto valeva dire come veramente stavano le cose.
Tradire la verità non giova alla causa della vita. Mai. Speriamo che questa lezione serva ad abbandonare le ambigue sponde del compromesso, anche in materia di aborto e di legge 194.

Fonte: fonte non disponibile, 30 Aprile 2008

3 - L'INVENTORE DI DON CAMILLO HA CENTO ANNI: E NON LI DIMOSTRA!
Speravano che finisse nel dimenticatoio...
Autore: Alessandro Gnocchi - Fonte: fonte non disponibile, 01/05/2008

I "trinariciuti", seguaci di Palmiro Togliatti e della Mosca staliniana, de "L'Unità", organo ufficiale del Partito comunista italiano, diedero la notizia della scomparsa di Giovannino Guareschi in un corsivo di poche righe che pareva il resoconto burocratico di una purga staliniana e concludeva parlando del "malinconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto". Il conto con quel rompiscatole reazionario era saldato una volta per tutte. Giusto il tempo di un anniversario, e anche lui sarebbe finito nel dimenticatoio...
Invece eccoci qua a celebrare il centenario della sua nascita. Passano i decenni ma il lavoro di Giovannino Guareschi non invecchia, anzi, come il vino buono, migliora. Le storie di Don Camillo, Peppone e il Crocifisso che parla, rappresentano una scuola di autentica umanità anche per le giovani generazioni. E grazie al suo successo internazionale, con 20 milioni di copie vendute nel mondo e oltre 400 edizioni in tutte le lingue, Guareschi è, e resta, ancora oggi uno degli scrittori italiani più tradotti e più amati dal pubblico internazionale. Con buona pace dei "trinariciuti" di vari colori...

GIOVANNINO GUARESCHI: RICORDO DI UNO SCRITTORE ATTACCATO ALLE COSE CHE CONTANO
Era il 22 luglio 1968, quando Giovannino Guareschi fu Primo Augusto, nato il 1° maggio 1908 nella Bassa profonda a Fontanelle di Roccabianca, morì nella casetta che si era comperato a Cervia. L'ultimo sguardo che incontrò prima di rendere l'anima al suo Creatore fu quello della Madonna nel quadro sopra il letto. Un estremo momento di pace in un oceano di anni infingardi e vigliacchi.
"L'Unità", organo ufficiale del Partito comunista italiano, diede la notizia della sua scomparsa in un corsivo di poche righe che pareva il resoconto burocratico di una purga staliniana e concludeva parlando del "malinconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto". Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci dettava la linea e la quasi totalità dei giornalisti, dei cosiddetti intellettuali e dei politicanti, tutta gente che teneva famiglia, vi si adeguò volentieri. Il conto con quel rompiscatole reazionario era saldato una volta per tutte. Giusto il tempo di un anniversario, e anche lui sarebbe finito nel dimenticatoio.
Si sbagliavano. Eppure alle Roncole, due passi da Busseto, il giorno del funerale, sarebbe stato difficile pensare il contrario. Il 24 luglio, in piena estate, sembrava di essere a ottobre. Cielo basso e grigio che a tratti buttava secchiate d'acqua fredda. Pochi colleghi, nessun politico tranne il cavalier Angelo Tonna, sindaco socialista di Fontanelle. Il corteo era fatto da gente del paese, contadini, operai e i bambini della scuola a cui si era unito con discrezione il commendator Enzo Ferrari: le facce del piccolo mondo guareschiano. Come ultimo regalo, il parroco don Adolfo Rossi officiò secondo il vecchio Messale, quello di San Pio V, a cui lo scrittore era rimasto pervicacemente fedele.
La moglie Ennia, che nei racconti aveva preso il nome dolce e indifeso di Margherita, rimase in casa, sicura di non farcela ad arrivare in fondo. Dietro la bara c'erano i figli Alberto e Carlotta. Davanti la bandiera con lo stemma del re. Pareva il funerale della vecchia maestra di Mondo Piccolo. "E così il giorno dopo la signora Cristina andò al cimitero nella bara portata a spalla da Peppone, dal Brusco, dal Bigio, dal Fulmine. E tutt'e quattro avevano al collo i loro fazzoletti rossi come il fuoco, ma sulla bara c'era la bandiera della signora maestra".
"Cose che succedono là, in quel paese strampalato dove il sole picchia martellate in testa alla gente e la gente ragiona più con la stanga che con il cervello, ma dove, almeno, si rispettano i morti".
Ma l'Italia meschina, allora come oggi, il rispetto dei morti non lo metteva affatto in conto. "Guareschi", scrisse Baldassarre Molossi, direttore della "Gazzetta di Parma", uno dei pochi giornalisti presenti, "ha avuto la disgrazia di morire in Italia. Se fosse morto in Francia, è certo che André Malraux, uno dei più acuti e penetranti scrittori del nostro tempo e oggi ministro degli Affari Culturali del governo francese, avrebbe trovato il tempo per andare al suo funerale. Diciamo tutto ciò con molta malinconia. L'Italia è fatta così: e qui, più che altrove, l'ingratitudine degli uomini è più grande della misericordia di Dio. Meglio così: eravamo in pochi, ma almeno eravamo i suoi amici veri".
A conti fatti, sarebbe stato sorprendente se fosse andata in modo diverso. Negli anni che correvano senza freni verso il baratro della sovversione, Guareschi si era fatto paladino dell'ordine che ha fondamento nelle leggi stabilite una volta per sempre dal Creatore. Negli anni dei cattolici del dissenso, degli obiettori di coscienza e degli hippie psichedelici continuava a parlare di Dio, Patria e Famiglia con l'aggravante di usare la maiuscola. Negli anni che avrebbero fatto del Sessantotto l'inizio di una nuova era, osava pensare, vivere e parlare secondo la Tradizione.
In quegli anni infingardi e vigliacchi, gli incoscienti che ospitassero argomenti di questo tenore erano rimasti in pochi. Nino Nutrizio su "La Notte", Mario Tedeschi sul "Borghese", Vittorio Buttafava su "Oggi" e Alessandro Minardi sul "Giornale di Bergamo". Guareschi si era visto costretto a ricorrere a loro dopo la chiusura di "Candido", il settimanale con cui aveva condotto tutte le sue battaglie. L'editore Rizzoli aveva pensato bene di sacrificare quel giornale sull'altare del centrosinistra nel 1961. Per il "Borghese" aveva inventato nuovi personaggi come quelli della famiglia Bianchi. Grazie loro, il padre di don Camillo sondò gli aspetti più diversi del costume, della politica, della cultura e della religione, mettendo alla berlina tutte le mode che andavano per la maggiore e correvano di gran carriera verso il baratro. Dall'inaugurazione del centrosinistra ai prodromi del consumismo.
Per "Oggi", invece, puntò sui racconti familiari. Ai personaggi del "Corrierino", aggiunse i nipoti che nel frattempo gli avevano dato Albertino e la Pasionaria: Michelone, la Fenomena e la Vice-Fenomena. Di fantasia aveva aggiunto Gio', una collaboratrice familiare giovanilista e progressiva che però non arrivava a buttare completamente il cervello all'ammasso dell'emancipazione. Tanto che, se accusava Giovannino di essere un fiero avversario dell'indipendenza femminile e di volere la donnna-schiava, non si inquietava troppo a risposte come questa: "No, Gio': vorrei semplicemente la donna-donna, la madre-madre, la nonna-nonna. Giudichi indipendente una madre che è costretta ad affidare tutta l'educazione dei figli al cinema, ai fumetti, alla televisione, alla strada, alla scuola, al doposcuola, al ‘Circolo' e a quel famigerato ‘Gruppo' nel quale i ragazzi cercano il calore umano non più reperibile in casa?".
Il Giovannino degli Anni Sessanta continuava ad essere il vecchio arnese che parlava di Dio, Patria e Famiglia con tutte le maiuscole al posto giusto. Piaceva poco o niente alla cultura dominante, ma doveva certo far pensare. Fu così gli proposero di lavorare a un film documentario che rispondesse alla domanda "Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall'angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?": titolo "La rabbia". Nel primo tempo avrebbe risposto Pier Paolo Pasolini, nel secondo Guareschi. Nella sua parte, attraverso la voce di Ruggero Ruggeri, la stessa del Cristo dei film di don Camillo, Giovannino si sforzava di trarre l'individuo in salvo dalla massificazione. All'informe trovava un argine nella consapevolezza del bene e del male.
"L'individuo" spiegava "è il nemico numero uno degli agitati e degli agitatori. Ed è contro i diritti dell'individuo che le masse vengono gettate".
Poi diceva che le regole eterne della coscienza sono quelle dettate una volta per sempre dalla Rivelazione cristiana. Fino a concludere:
"E' qui, su questo pianeta, che il Figlio di Dio ha voluto nascere, soffrire e morire come Uomo".
"Qui sono il nostro passato e il nostro avvenire e qui - non sulla Luna - bisogna cercare la soluzione dei nostri problemi".
"Fratelli Morti: voi ci indicate da lassù la strada giusta che è quella del dovere e del sacrificio, e ci aiuterete a risolvere il problema più urgente. Ci aiuterete a trovare noi stessi e la fede nell'avvenire. Perché, nonostante Mao, Kruscev e gli altri guai, vale ancora la pena di viverci su questo pianeta".
"Una fiamma scalda ancora il nostro vecchio cuore di terrestri. E in noi è ancora più forte la speranza che la paura. Grazie a Dio".
Uno così non poteva proprio piacere in un mondo che marciava perentoriamente verso sinistra. Non piaceva da vivo e ancor meno poteva piacere da morto. Perciò il 24 luglio 1968 lasciarono che fosse sepolto in splendida solitudine istituzionale, politica e culturale. Lui si portò nella bara il suo martello e la sua matita preferiti oltre alla scarpina di Carlotta e alla crosta di formaggio con i dentini di Alberto che la moglie gli aveva fatto avere quando era rinchiuso nei lager tedeschi. Non era solo.
Sulla tomba venne messa una maschera scolpita da Luigi Froni, l'amico scultore che si era messo in testa di cavare una meraviglia dai baffi e dalla faccia spigolosa dell'uomo della Bassa e fu di parola.
No, Guareschi non era solo. Era bellissimo e in splendida compagnia. Altro che formidabili quegli anni: formidabili quei baffi.

Fonte: fonte non disponibile, 01/05/2008

4 - QUANDO IL CONSUMISMO E' UN ALIBI
L'equivoco del consumismo
Autore: Aldo Spranzi - Fonte: fonte non disponibile, Marzo 2008

Il consumismo è sul banco degli imputati e anche non pochi vescovi e sacerdoti inveiscono contro questo veicolo di “secolarizzazione”, ma in realtà chi condanna o non ne conosce l’essenza o è piuttosto in cerca di un alibi.
II consumismo è sul banco degli imputati, accusato di un vero e proprio crimine contro l'umanità, di attentato ai valori più alti dell'uomo e della società che renderebbe schiavi di un pericoloso impoverimento spirituale, del materialismo. La Chiesa è in prima fila tra gli accusatori, ma non è sola; si può anzi parlare di unanimità della condanna: non si trova qualcuno che dissenta, o anche solo che prospetti delle attenuanti. Un paradosso domina la questione: il consumismo, unanimemente additato al pubblico ludibrio, da tutti condannato, privo di difensori, anche di difensori d'ufficio, prospera e domina la vita degli uomini: significativo che non ne siano indenni nemmeno le fasce di reddito più basse, i «poveri» delle società opulente.
Ipocrisia? Non proprio; dell'ipocrisia il consumismo sembra non aver bisogno: convive alla luce del sole con tutte le ideologie che lo negano, difeso proprio dall'unanimità di una sprezzante condanna che non lo sfiora nemmeno. C'è sotto, evidentemente, qualcosa da scoprire e su cui vai la pena di meditare. La spiegazione ufficiale, da tutti condivisa, è che il consumismo dilagante sia frutto di una violenza subdola, cui l'uomo moderno viene sottoposto e alla quale non è in grado di sottrarsi.
L'ossessione del consumo sarebbe il risultato di una violenza di massa architettata e realizzata dal mercato capitalistico, dal sistema delle imprese che, per la massimizzazione del profitto, plagiano con raffinate tecniche scientifiche i consumatori e fanno sorgere in essi bisogni superflui o fasulli, spingendoli (costringendoli) ad appagarli: facendone veri e propri robot al servizio del profitto e dello sviluppo economico. La ricchezza delle moderne società farebbe precipitare l'umanità in una schiavitù diversa ma altrettanto, se non più, degradante di quella prodotta dalla miseria delle società pre-industriali. Collocato nella comoda posizione di vittima, l'uomo-consumatore è tranquillo, continua a consumare, a lavorare per consumare, partecipando ogniqualvolta si presenti l'occasione alla condanna del consumismo.
Non è colpa del marketing.
E così? Precisiamo anzitutto che cos'è il consumismo. Consiste essenzialmente nell'attribuzione all'atto del consumo - cioè dell'appagamento dei bisogni materiali consentito da un crescente potere d'acquisto - di un valore che tende a essere egemone, che porta il più delle volte all'indebolimento, se non al soffocamento, dei valori spirituali. La spiritualità lascia il posto all'assillo di appagare i bisogni materiali; non solo: poiché il consumo dipende dal potere d'acquisto, l'individuo da alla sua vita l'obiettivo strategico di aumentare il potere d'acquisto per poter massimizzare i consumi.
Una continua rincorsa. Quando smette di lavorare, si riposa consumando. La felicità umana s'identifica con la realizzazione del consumo. Veniamo ora al punto della questione: la supposta violenza. La tesi del plagio non regge; è smentita, fra l'altro, dalle seguenti circostanze: in primo luogo la concorrenza tra le offerte di consumo neutralizza la capacità del marketing di imporre al consumatore determinati consumi: è il consumatore che sceglie, razionalmente, tra le sempre più numerose alternative; una razionalità accentuata dalla crescente povertà relativa, che caratterizza ogni fascia di reddito. Crescente povertà relativa perché il potere d'acquisto aumenta sì incessantemente, ma crescono più che proporzionalmente i bisogni da appagare. In secondo luogo non ha senso nelle moderne società parlare di bisogni superflui: la vecchia distinzione tra bisogni primari e secondari non esiste più e tutti i bisogni tendono a diventare primari: spetta al consumatore decidere, liberamente, il ruolo gerarchico dei bisogni.
Infine, come ben sanno coloro che si occupano di vendite, il successo di ogni operazione di marketing presuppone l'assenza di barriere frapposte da valori interiori del consumatore ostili a quelle proposte: IL MARKETING PUÒ SOLO SFONDARE PORTE APERTE. Non vale quindi nemmeno obiettare che la violenza è globale, esercitata dall'insieme delle politiche di marketing dell'industria, perché determinante è il sistema di valori dell'individuo: solo se i suoi valori sono in sintonia con i valori del consumo, la strada è aperta al consumismo. I valori dello spirito non sono dunque coartati da una violenza che impone i valori del consumo, del materialismo: SE IL CONSUMISMO DILAGA È PERCHÉ I VALORI DELLO SPIRITO SONO GRACILI O NON ESISTONO. Siamo di fronte a una libera scelta dell'individuo, che però vuoi apparire - a sé stesso prima che agli altri - vittima di una violenza che non esiste. INVEIRE CONTRO IL CONSUMISMO È UN ALIBI, una moda.
È lo spirito che è debole.
II consumismo esprime nient'altro che la libertà dell'uomo il quale, uscito finalmente dalla schiavitù della miseria e dotato delle alternative offertegli dalla ricchezza, mostra nell'uso di questa libertà i valori che ha dentro di sé, valori che sono alla base delle scelte di consumo. IL CONSUMISMO CONSENTE COSÌ DI GUARDARE DENTRO L'UOMO, oltre il velo dell'ipocrisia, di contem­plarne il paesaggio spirituale: È IL MOMENTO DELLA VERITÀ, CHE NELLE SITUAZIONI DI MISERIA NON POTEVA MANIFESTARSI. Quel che risulta è sotto gli occhi di tutti: non è un bello spettacolo!
Se questa diagnosi è valida, la discussione si sposta su due fondamentali interrogativi: perché i valori dello spirito sono cosi deboli, se non inesistenti come mostra il dominio incontrastato del consumismo? E soprattutto: che cosa occorre fare per rivitalizzare la spiritualità dell'uomo, non solo del popolo cristiano ma dell'intera umanità?
Interrogativi ai quali è arduo dare una risposta, ma che pretendono di averla. Proprio il consumismo si offre di fare da guida: può aiutarci a evitare la genericità se non l'indeterminatezza che avvolgono il fenomeno della spiritualità dell'uomo che vive nel contesto delle società moderne. Un'agenda di riflessione, incompleta ma significativa, è la seguente. Ciò che prima di tutto urge fare è dare al concetto di spiritualità un contenuto definito, uscendo da una indeterminatezza intollerabile, che si manifesta quando si abbandona una concezione confessionale, restrittiva, della spiritualità, limitata alla vita religiosa dei credenti; tenendo presente che la nostra è ormai una società post-cristiana, come autorevoli fonti ecclesiastiche hanno affermato.
Dobbiamo smettere di evocare in continuazione la spiritualità, di farne l'apologia, lasciandone nel vago la sostanza e le concrete modalità di realizzazione. Quanto alle fonti della spiritualità, la prima è certamente l'educazione religiosa, alla quale spetta un ruolo fondamentale nel far nascere e nell'irrobustire i valori dello spirito (non solo nei credenti), quei valori che se esistenti sbarrerebbero la strada al consumismo. Com'è la situazione? A noi pare che l'educazione religiosa sia gravemente carente; usando il gergo economico diremmo che il marketing della carità, della cristiana carità, è debole, mal realizzato, sbagliato, perciò incapace di competere con il marketing del materialismo: lo dimostra il consumismo imperante. Perché non si sente l'urgenza di discutere su questo punto?

Fonte: fonte non disponibile, Marzo 2008

5 - IL CORRIERE DELLA SERA INDOTTRINA SUI GAY IN NOME DEI FIGLI
Quello spottone gratis a un razzismo al contrario
Autore: Davide Rondoni - Fonte: fonte non disponibile, 06/05/08

In nome dei bambini. Certo, in nome e per conto loro. Come sempre. Anche se poi i bambini sembrano chiedere altro. Fanno un certo effetto le due pagine intere che il Corriere della Sera   di ieri, giornale di industriali e banche, dedica alla presenza in Italia dei bambini che crescono all’interno di coppie omosessuali. Dal punto di vista giornalistico, a un lettore attento, sembrano quasi un autogol, una involontaria ironia. Tutta una pagina in cui, in nome dei bambini, si chiede riconoscimento legale per la volontà di coppie omossessuali di avere figli, e l’unica volta che in quella pagina si lascia parlare un bambino, lui racconta che i suoi compagni gli chiedono perché ha due mamme. E racconta che anche se lui, bene indottrinato da chi lo cresce, si mette a parlare di «diritti» (a otto anni!) spiegando che le ha sempre avute, alla fine i suoi compagni gli richiedono: perché hai due mamme?
  Evidentemente ai bambini i conti non tornano. Ma qualcuno, in nome loro, sta provando a farli comunque tornare. Sarebbero «centomila» secondo il titolo che, naturalmente, li inserisce in nuove «famiglie». I dati sono altrettanto naturalmente forniti da Arcigay, e vengono dalla stima che il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha prole. Il che significa che si assommano, senza distinguere, bambini nati da matrimoni eterosessuali poi falliti e 'traslocati' in coppie omosessuali e bambini nati già all’interno di tali coppie da fecondazione a mezzo di donatori.
  Insomma un dato un poco eterogeneo. E che serve, evidentemente, a dare forza alla richiesta, sempre a nome dei bambini, da parte degli omosessuali che in misura del 49% vuole avere un figlio. La doppia pagina è uno 'spottone ' gratis, senza alcuna voce in contraddittorio, ad un’associazione che si occupa di queste cose, e che sta immaginando alcune battaglie legali che facciano leva sulle discrasie delle leggi presenti nei diversi Paesi Ue. L’obiettivo è fare breccia nell’ordinamento che in Italia tiene saldo il riconoscimento giuridico dei genitori naturali, salvo poi le varie possibilità di affido, di riconoscimento... Dunque, in nome dei bambini, i quali secondo il Corriere   sarebbero oggi discriminati in Italia, si vorrebbe non tanto assicurare ai bambini diritti certi, quanto alcune prerogative ad alcune categorie. In nome dei bambini si mira a riconoscere una prerogativa a chi fa certe scelte ma non vuole viverne le conseguenze. Come quella, per chi decide una convivenza omosessuale, di non riuscire a procreare figli. C’è qualcosa di spinoso in questo dolce e colorito parlare di bambini: in nome loro si vuole evitare la propria responsabilità. In fondo si tratta di rendere tutto uguale, cioè evitare il principio di responsabilità. Sarebbe un grande tema, da trattare con onestà intellettuale e apertura. Come spesso mostrano anche esponenti del mondo omosessuale. E che si può trattare con grande rispetto dei fatti e delle persone. Sia omosessuali che etero. Invece il Corriere   cita al lettore ignaro il fior fiore di esperti di infanzia e famiglia che si prodigano in consulenze che finiscono, anch’esse, per suonare quasi ridicole, tanto sono faziose.
  Come quella di una psicologa e una sociologa che dipingono i figli cresciuti da omosessuali come bambini più tolleranti, meno conformisti, cresciuti da genitori con più alto grado di istruzione e autoconsapevolezza di quelli eterosessuali. Una specie di bambini perfetti in mezzo a coppie perfette. Dirò ai miei quattro piccoli che sono stati veramente sfortunati. O addirittura, tali consulenze si rivelano in realtà dei 'razzismi al contrario'.
  Come quando lo psicoterapeuta intervistato dopo aver definito molto meglio le condizioni 'familiari' vissute dai piccoli cresciuti da omosessuali denuncia il «vero pericolo» per i pargoletti: «I pregiudizi di una società, la nostra, in cui la famiglia è quella tradizionale, sposata, magari in chiesa. Su questo c’è da combattere». In nome dei bambini, naturalmente.

Fonte: fonte non disponibile, 06/05/08

6 - MOSCHEE: NO GRAZIE. E PER ORA IN ITALIA SONO TRE O QUATTRO
Due (o tre) buone ragioni per limitare le moschee
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: fonte non disponibile, 21 settembre 2007

Non ha ragione chi vuole mettere in campo i maiali – peraltro invano, perché ai musulmani è vietato mangiare carne di maiale ma un luogo su cui hanno pascolato suini può essere purificato e utilizzato. Ha ragione invece chi invita a pensarci due volte – magari tre – prima di autorizzare i musulmani a costruire nuove moschee, specie quando chi si propone di costruirle è l’Ente di gestione dei beni islamici in Italia (Al Waqf al Islami), che fa capo all’UCOII – la più grande ma anche la più fondamentalista delle organizzazioni islamiche italiane –, anche se l’UCOII afferma che l’Ente è un semplice organo di gestione provvisoria, pronto di volta in volta a trasferire il controllo delle moschee ad associazioni private di fedeli.
Ma non è neppure questo il solo problema. Le recenti controversie riportano alla ribalta tutti gli equivoci insiti nell’espressione “moschea”. Quando si dice che in Italia ci sono oltre trecento moschee si afferma qualcosa che, per quanto entrato nel linguaggio comune, è tecnicamente sbagliato: non si tratta di moschee (masjid o jami) ma di semplici “sale di preghiera” (musalla), più o meno confortevoli. Sullo statuto giuridico di un paio di edifici si discute, ma le moschee in senso proprio in Italia si contano sulle dita di una mano. Politici ulivisti, studiosi dell’islam buonisti e anche qualche ecclesiastico cattolico bene intenzionato, ma male informato, affermano che i musulmani hanno diritto ai loro luoghi di culto. Questi sono appunto le sale di preghiera, di cui i musulmani italiani fruiscono con relativa abbondanza e senza troppe difficoltà dal Piemonte alla Sicilia. La moschea, invece, non è un luogo di culto. Come ha scritto il gesuita padre Khalil Samir, che da anni studia la questione, in un articolo su La Civiltà Cattolica “la moschea, in quanto centro socio-politico-culturale musulmano, non può entrare nella categoria dei ‘luoghi di culto’, non essendo esclusivamente un luogo di preghiera”. La moschea è un centro dove la comunità si raduna per affrontare questioni culturali, sociali e politiche, oltre che religiose. Nella moschea si trova normalmente, oltre a una scuola islamica, un tribunale coranico che – come è noto – non si occupa solo di questioni strettamente religiose. Tutta l’azione dell’islam politico parte dalla moschea, e ogni costruzione di moschea è percepita e presentata come una “conquista”  per i musulmani e un segno del “cedimento” dell’Occidente, tanto più che secondo il diritto musulmano il territorio dove è sorta una moschea acquisisce una sua extra-territorialità e diventa terra islamica per sempre. Si sarebbe tentati, allora, di concludere che la questione è troppo seria per affidarla esclusivamente ai sindaci di grandi e piccoli centri, che nonostante gli ammonimenti degli esperti continuano a considerare la moschea un semplice luogo di culto (il che è, a rigore, offensivo per gli stessi musulmani). In qualche modo, la costruzione di moschee dovrebbe essere controllata, con la massima prudenza, dallo Stato, come del resto avviene in altri paesi europei. Ecco allora che la discussione dovrebbe allargarsi a una politica dell’islam. Una politica seria dovrebbe anzitutto identificare chi usa oggi le sale di preghiera – e domani le moschee – come spazi per diffondere ideologie ultra-fondamentaliste incompatibili con le nostre tradizioni e con la stessa Costituzione, per non parlare di coloro – che non mancano – che le moschee le usano come depositi di armi e centri di reclutamento per il jihad in Iraq o in Cecenia. A costoro, evidentemente, gli spazi dovrebbero essere ristretti, non ampliati. Per gli altri – per i musulmani disponibili a riconoscere i valori e la Costituzione della società che li ospita (e anch’essi non mancano) – andrebbe esaminato caso per caso se la moschea risponda a un bisogno reale o soltanto a uno simbolico, magari alimentato da cattivi maestri.
La recente deriva del Governo e del ministro Amato verso un allegro multiculturalismo non lascia bene sperare al riguardo. Ma non è mai troppo tardi per ravvedersi.

Fonte: fonte non disponibile, 21 settembre 2007

7 - LE RAGIONI STORICHE DELLA BATTAGLIA DI LEPANTO DEL 1571 CHE BLOCCO' L'INVASIONE MUSULMANA DAL MARE
Il Papa san Pio V attribuì la vittoria alla Vergine e aggiunse nelle Litanie lauretane l'invocazione ''Auxilium christianorum'', aiuto dei cristiani
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: I Santi militari, Piemme, p. 203 ss.

Dopo che il 31 maggio 1453 Maometto II aveva conquistato la città di Costantinopoli e con essa il millenario Impero cristiano d'Oriente, i turchi ottomani ritenevano imminente il giorno del loro dominio universale. Nel 1521 si erano impadroniti di Belgrado; nel 1526 avevano conquistato l'Ungheria ed erano arrivati fino alle porte di Vienna.
In Italia avevano invaso e saccheggiato tutte le coste del meridione. Tripoli era già stata tolta agli spagnoli, l'isola di Chio ai genovesi, Rodi ai cavalieri che la possedevano e la stessa isola di Malta, nuova sede dei cavalieri, sarebbe caduta nelle mani turche se Jean de La Valette, Gran Maestro dell'Ordine non l'avesse difesa e salvata con eroico valore.
Nel febbraio 1570 era giunto a Venezia un ambasciatore turco con un ultimatum della Sublime Porta: o la cessione al sultano dell'isola di Cipro o la guerra. Venezia aveva rifiutato con sdegno. Ma dopo undici mesi di assedio il 1 agosto 1571, nell'isola di Cipro era caduta la città di Famagosta. Il patto di resa garantiva la vita ai difensori superstiti, ma quando il comandante turco era penetrato a Famagosta aveva fatto scorticare vivo il comandante della piazza cristiana Marcantonio Bragadin. Il corpo era stato squartato, la pelle di Bragadin era stata quindi riempita di paglia, rivestita con la sua uniforme e trascinata per la città.
Il terrore regnava nel Mediterraneo, l'antico Mare nostrum. La sorte dei cristiani di Cipro era quella che l'Islam sembrava preparare ai cristiani di tutta Europa. Sulla cattedra di Pietro sedeva un teologo domenicano, Michele Ghislieri, salito al pontificato all'inizio del 1566 con il nome di Pio V. Egli valutò la gravità del pericolo e comprese che solo una guerra preventiva avrebbe salvato l'Occidente. Con parole gravi e commosse esortò le potenze cristiane ad unirsi contro gli aggressori e di questa difesa della cristianià fece l'asse del suo breve pontificato.
Non tutti, però, risposero all'appello. L'espansione dei turchi si sviluppava anche grazie alla complicità decisiva di paesi cristiani, come la Francia, che in nome della realpolitik, oggi diremmo dei suoi interessi geopolitici, incoraggiava e finanziava i turchi per indebolire il suo tradizionale nemico: la casa imperiale d'Austria. Tuttavia grazie alle preghiere e alle insistenze del pontefice, il 25 luglio del 1570, la Spagna, Venezia e il Papa conclusero l'alleanza contro i turchi. Subito dopo aderirono il duca di Savoia, la Repubblica di Genova e quella di Lucca, il granduca di Toscana, i duchi di Mantova, Parma, Urbino, Ferrara, l'Ordine sovrano di Malta. Si trattava di una prefigurazione dell'unità italiana su basi cristiane, la prima coalizione politica e militare italiana nella storia.
Alla testa della Lega Cristiana fu posto un giovane di 25 anni: don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Carlo V e dunque fratellastro del re di Spagna Filippo II. La flotta pontificia, costituita grazie all'aiuto decisivo dei cavalieri di Santo Stefano, era comandata da Marcantonio Colonna, duca di Paliano, a cui il Papa affidò la bandiera della Chiesa. La Santa Lega fu ufficialmente proclamata a Roma nella basilica di San Pietro. Lasciata Messina, dove si era concentrata alla fine di agosto, dopo venti giorni di navigazione con rotta verso levante, la flotta cristiana attaccò il nemico alle undici di mattina di quella domenica 7 ottobre dell'anno 1571.
Lo svolgimento della battaglia
All'alba del 7 ottobre 1571 una gigantesca flotta ottomana, la più numerosa mai schierata nel Mediterraneo, avanzava lentamente, con il vento di scirocco in poppa. Circa 270 galee e una quantità indescrivibile di legni minori formavano un semicerchio, una enorme e minacciosa mezzaluna che occupava tutte le acque che dalle coste montagnose dell'Albania, a nord, arrivano alle secche della Morea, a sud. Al centro della mezzaluna che avanzava, sulla nave ammiraglia, chiamata la Sultana, sventolava uno stendardo verde, venuto dalla Mecca, che recava ricamato in oro per 28.900 volte il nome di Allah.
Di fronte, in formazione a croce, era schierata la flotta cristiana, sulla cui ammiraglia, comandata da don Giovanni d'Austria, garriva un enorme stendardo blu con la raffigurazione del Cristo in Croce. La battaglia durò cinque ore e si decise al centro dello schieramento, dove le navi ammiraglie si speronarono l'un l'altra formando un campo di battaglia galleggiante in cui si susseguirono attacchi e contrattacchi finchè il reggimento scelto degli archibugieri di Sardegna riuscì a sferrare l'attacco decisivo. Alì Pascià fu colpito a morte e sulla Sultana fu ammainata la Mezzaluna e issato il vessillo cristiano.
Si coprirono di valore tra gli altri i Colonna e gli Orsini, sette della stessa famiglia, il conte Francesco di Savoia che cadde in battaglia, il ventitreenne Alessandro Farnese, destinato a divenire uno dei maggiori condottieri del secolo, Giulio Carafa che, preso prigioniero si liberò e si impadronì del brigantino nemico, ed i veneziani tutti che pagarono il maggior tributo di sangue.
Il provveditore veneziano Agostino Barbarigo che comandava l'ala sinistra dello schieramento cristiano, si batté, fino a che non gli mancarono le forze, con una freccia infitta nell'occhio sinistro. Sulla sua ammiraglia, Sebastiano Venier, combatté a capo scoperto e in pantofole perché, risponde a chi gliene chiede il motivo, fanno migliore presa sulla coperta. Ha settantacinque anni e imbraccia la balestra, aiutato da un marinaio per il caricamento dell'arma, un'operazione che era ormai superiore alle sue forze. Sopraffatto dal numero viene soccorso dalle galee di Giovanni Loredan e Caterino Malipiero, che trovano la morte nella lotta.
Al termine della battaglia la Lega aveva perso più di 7.000 uomini, di cui 4.800 veneziani, 2.000 spagnoli, 800 pontifici, e circa 20.000 feriti; i turchi, contarono più di 25.000 perdite e 3.000 prigionieri. Il nome di Lepanto era entrato nella storia. Per la prima volta dopo un secolo il Mediterraneo tornò libero. A partire da questo giorno iniziò il declino dell'impero ottomano.
Nel pomeriggio del 7 ottobre, Pio V che aveva moltiplicato le preghiere a Colei che sempre aveva soccorso i cristiani nelle ore drammatiche della cristianità, stava esaminando i conti con alcuni prelati. D'improvviso fu visto levarsi, avvicinarsi alla finestra fissando lo sguardo come estatico e poi, ritornando verso i prelati esclamare: "Non occupiamoci più di affari, ma andiamo a ringraziare Iddio. La flotta cristiana ha ottenuto vittoria".
Il Pontefice attribuì il trionfo di Lepanto all'intercessione della Vergine e volle che nelle Litanie lauretane si aggiungesse l'invocazione Auxilium christianorum, aiuto dei cristiani. Anche il Senato Veneziano che non era composto da donnicciole, ma da uomini fieri e rotti a sfidare i più gravi pericoli in mare e in terra, volle attribuire alla Santissima Vergine il merito principale della vittoria e sul quadro fatto dipingere nella sala delle sue adunanze fece scrivere queste parole: "Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii, victores nos fecit" (non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori).

Fonte: I Santi militari, Piemme, p. 203 ss.

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