BastaBugie n�423 del 14 ottobre 2015

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1 COME, QUANTO E QUANDO FAR VEDERE AI FIGLI LA TV
La televisione priva il bambino di ciò di cui ha maggiormente bisogno: stare in compagnia dei suoi genitori
Autore: Laura Costa - Fonte: Centro Cattolico di Documentazione
2 I PRETI GAY SONO UN PROBLEMA, LO DICE LA CHIESA
La Chiesa non può ammettere al seminario e far diventar sacerdote chi ha tendenze omosessuali o sostiene la cultura gay
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 LA GRANDE SOSTITUZIONE: I GOVERNI EUROPEI PERDONO I LORO ELETTORI E ALLORA SI CREANO UN NUOVO ELETTORATO CON GLI IMMIGRATI
In Francia, ma non solo, ci sono città intere trasformate, gli abitanti originali spariti e sostituiti (in meno di una generazione)
Autore: Francesco Borgonovo - Fonte: Libero quotidiano
4 NON C'E' LIMITE ALL'ORRORE, QUANDO SI PARLA DI ISLAM
Il racconto delle schiave torturate dai musulmani dello Stato Islamico: ''Ci stupravano e ci costringevano ad abortire''
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi
5 VI SIETE MAI SOFFERMATI A VEDERE I GABBIANI VOLARE?
Pioniere nella genetica dei microorganismi, Giuseppe Sermonti è lo scienziato che ha criticato l'evoluzionismo e per questo fu emarginato dal mondo accademico (VIDEO: il declino di Darwin)
Autore: Andrea Bartelloni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 IL LAICISMO FRANCESE CANCELLA DUE FESTE CRISTIANE
E intanto l'Osservatorio della Laicità tenta di minimizzare la correlazione tra fanatismo islamico e immigrazione incontrollata
Autore: Mauro Faverzani - Fonte: Corrispondenza Romana
7 COME I CRISTIANI HANNO PERSO OCCASIONI PREZIOSE PER FARE LEGGI GIUSTE
L'errore sta nel ritenere che radicalità e gradualità siano contrapposte, quando invece è la prima che giustifica la seconda
Autore: Massimo Micaletti - Fonte: Radio Spada
8 QUANDO I GENERALI TRADISCONO, ABBIAMO PIU' CHE MAI BISOGNO DELLA FEDELTA' DEI SOLDATI
Lettera del 1965 a don Camillo che fatica ad adattarsi alle novità introdotte dal Concilio Vaticano II
Autore: Giovannino Guareschi - Fonte: Il Borghese
9 OMELIA XXIX DOMENICA DEL T. ORD. - ANNO B - (Mc 10,35-45)
Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - COME, QUANTO E QUANDO FAR VEDERE AI FIGLI LA TV
La televisione priva il bambino di ciò di cui ha maggiormente bisogno: stare in compagnia dei suoi genitori
Autore: Laura Costa - Fonte: Centro Cattolico di Documentazione, 8 ottobre 2015

Immaginando di scattare una fotografia della società dei Paesi così detti sviluppati possiamo notare alcune caratteristiche peculiari: allo straordinario progresso tecnologico e scientifico a cui assistiamo e che ha portato notevoli benefici nella vita di tutti i giorni, non corrisponde un pari impegno sul piano dello sviluppo morale e del comportamento delle persone.
Rispetto al passato, i nostri figli godono di migliori condizioni di vita: l'abbigliamento e l'alimentazione sono più ricchi e curati, così come sono molto migliorate le condizioni igienico-sanitarie e le possibilità di frequentare le scuole migliori. Tuttavia, a causa delle condizioni attuali del lavoro, i genitori sono di solito assenti fino a sera e, mancando spesso fratelli e compagni con cui giocare, i bambini sono il più delle volte soli.
Sovente stanchi e preoccupati, i genitori ricoprono il bambino di regali evitandogli fatiche e frustrazioni e, spinti dalla moda, lo riempiono di giocattoli sofisticati e costosi, tanto che fin dalla più tenera età tablet, pc e televisione sono a sua disposizione, spesso senza valutarne prudentemente le conseguenze. Infine, spinti da una cultura in cui l'emotivismo spadroneggia, i genitori proteggono i figli con una indulgenza eccessiva, tanto che si parla di ''famiglia affettiva'', e tale protezione riguarda quasi esclusivamente l'ambito fisico piuttosto che quello morale e quello psicologico, fondamentali per crescere maturi e autonomi.

IL RUOLO DELLA TV
In questa situazione complessa accade spesso che la televisione diventi quasi la babysitter e funga da surrogato di quelle gratificazioni affettive di cui il bambino rimane privo. Cerco di riflettere sulle caratteristiche di questo mezzo di comunicazione non per demonizzarlo, ma per aiutare i genitori a giudicare le opportunità che la televisione offre e i rischi a cui può portare.
La televisione è sicuramente occasione di informazione, svago e intrattenimento, ma simboleggia la possibilità di scegliere il mondo in cui vivere e la disponibilità di molti canali fa sì che si possa fare zapping. Questi passaggi sono talmente repentini che nemmeno il teatro dell'assurdo ne è riuscito a realizzare di talmente scollegati. Questa esperienza rafforza l'idea che il mondo non sia innanzitutto ''dato'', bensì scelto. Vuoi sentire qualcosa di particolare? Allora scegli un programma che ti faccia sentire rilassato, eccitato, impaurito, esaltato, sentimentale.
La TV ha inoltre un rapporto complicato con la verità in quanto ha una sembianza di oggettività, ma è risaputo che è facilmente manipolabile. Inoltre non possiamo non considerare quanto la televisione abbia contribuito a diffondere una concezione ridotta e distorta della sessualità. Bisogna infine considerare un fattore di fondo: il tempo trascorso davanti alla TV riduce lo spazio dell'intimità famigliare. Si è persa l'abitudine di guardarsi negli occhi e di raccontare storie, che sono un momento di gioia e un'occasione per stabilire un contatto tra genitori e figli.
Va tenuto presente anche il falso mito della neutralità del mezzo televisivo, perché nessuna tecnologia è neutra. Questo è confermato dagli studi sulla neuroplasticità del cervello, che ci spiegano come il cervello si adatti continuamente, anche a livello fisico, alle circostanze in cui vive, e che tale adattamento non può andare in tutte le direzioni: o si sceglie di andare in profondità o si diventa multitasking, preferendo la superficialità degli stimoli.
In definitiva non è solo l'utente che usa la tecnologia, ma è anche la tecnologia che usa l'utente! Questo non significa sostenere che la tecnologia sia intrinsecamente negativa, ma bisogna sapere che essa determina un mutamento del rapporto con il mondo, una facilitazione di certi aspetti e una complicazione di altri. Quindi per avere criteri giusti si tratta di capire quali siano gli aspetti facilitati e quali quelli ostacolati dallo strumento TV.

USARE SENZA FARSI DOMINARE
Quando i bambini sono piccoli è utile limitare il tempo da passare davanti al piccolo schermo e anche selezionare programmi adatti per evitare l'assuefazione emotiva, che fra l'altro crea dipendenza. Il bisogno profondo del bambino è psicologico e non materiale: egli cerca in sostanza la disponibilità dell'adulto e il gioco in libertà in compagnia dei coetanei. Quindi è importante non perdere l'abitudine di raccontare storie e leggere libri insieme. In questo modo, oltre a sviluppare fantasia e capacità di riflessione, si farà sperimentare al figlio che papà e mamma, anche se indaffarati, hanno a cuore soprattutto lui.
Inoltre è essenziale tenere presente che il gioco è un bisogno primario del bambino, che deve avere tempo per giocare. Ma i giocattoli, che se standardizzati rischiano di portare il bambino al conformismo, devono prestarsi ad attività di smontaggio, reinvenzione e manipolazione per stimolare contemporaneamente le facoltà logiche e immaginative.

L'IMPORTANZA DEL GIOCO
Inoltre occorre sapere che il gioco è lo specchio della personalità nascente del figlio e mezzo per conoscerlo meglio in termini di attitudini, caratteristiche personali e bisogni. Osservando il proprio figlio che gioca il genitore può desumere come interpreta il mondo, quali interessi ha o quali paure lo affliggono. Il gioco ha infatti anche una funzione catartica e compensatoria, che aiuta a liberarsi delle sofferenze interiori di cui il bambino non sa parlare perché non ha ancora il pensiero riflessivo.
Il gioco è anche mezzo privilegiato di socializzazione e incontro. Il gioco è, quindi, una istanza educativa urgente per il nostro tempo e il contatto con il reale e con la natura non può essere sostituito dalla mediazione di una immagine su uno schermo.
Con l'eccessiva esposizione alla TV il bambino viene privato di ciò di cui ha maggiormente bisogno: stare in compagnia dei suoi genitori, conoscere il mondo e la natura, manipolando oggetti e sporcandosi le mani. Ecco alcune ragioni per dire che ci vuole più famiglia e meno TV.

Nota di BastaBugie: per quanto riguarda la difesa dalla televisione, si possono adottare varie strategie, dalla limitazione (tv spenta durante i pasti) all'abolizione totale.
Ecco alcuni articoli per approfondire l'argomento:
IL NONNO DITTATORE
Fiaba su come ritrovare il dialogo in famiglia a cominciare dai pasti in comune
http://www.filmgarantiti.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=televisione
I DANNI DELLA TV
La Tv esige un solo atto di coraggio: quello di spegnerla!
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3101
SPENGI LA TV, LA FAMIGLIA RIPRENDERA' A VIVERE BENE
L'esperienza di una famiglia americana: ''Se togli la tv per un anno, poi non la accenderai mai più... ci sarà un motivo!''
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3104

Fonte: Centro Cattolico di Documentazione, 8 ottobre 2015

2 - I PRETI GAY SONO UN PROBLEMA, LO DICE LA CHIESA
La Chiesa non può ammettere al seminario e far diventar sacerdote chi ha tendenze omosessuali o sostiene la cultura gay
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 12-10-2015

Ho ricevuto diverse mail di commento al mio articolo ''Quelli che: ''l'omosessualità di un prete non è un problema'' (leggi https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3934), qualcuno educata, qualcuna un po' meno. Suppergiù, le osservazioni di queste mail sono le seguenti: bisogna distinguere tra atti omosessuali e omosessualità; i primi sono peccato, la seconda no; quindi l'omosessualità di un prete non è un problema. È verissimo: il Magistero distingue tra atti omosessuali e tendenza omosessuale; i primi sono in peccato, la seconda no. Ma non finisce qui.

LETTERA SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI
Nel 1986 la Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dall'allora cardinale Ratzinger, ha pubblicato una Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali (leggi http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19861001_homosexual-persons_it.html).
Una lettera che il santo padre Giovanni Paolo II ha voluto onorare della sua firma, cosa insolita se non eccezionale. In questa lettera leggiamo: «[...] furono proposte delle interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa, tanto che qualcuno si spinse fino a definirla indifferente o addirittura buona. Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l'inclinazione stessa dev'essere considerata come oggettivamente disordinata»(§ 3).

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
Questo giudizio sull'orientamento omosessuale è confluita anche nel catechismo della Chiesa Cattolica (leggi http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a6_it.htm), che al § 2358 definisce l'omosessualità come una inclinazione «oggettivamente disordinata». Riassumiamo quindi fino a qui: bisogna distinguere tra atti omosessuali e omosessualità; i primi sono peccato, la seconda no; pur non essendo un peccato, l'omosessualità non è né indifferente né buona, bensì oggettivamente disordinata. Veniamo dunque all'ultima affermazione: l'omosessualità di un prete non è un problema. Nel 2005 la Congregazione per l'Istruzione Cattolica ha promulgato una Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri (leggi http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/rc_con_ccatheduc_doc_20051104_istruzione_it.html) nella quale, al § 2, leggiamo: «Alla luce di tale insegnamento, questo Dicastero, d'intesa con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ritiene necessario affermare chiaramente che la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay».

L'OMOSESSUALITÀ DI UN PRETE È UN PROBLEMA
La stessa cosa è ribadita della stessa Congregazione in un documento del 2008 intitolato Orientamenti per l'utilizzo delle competenze psicologiche nell'ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio (leggi http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/rc_con_ccatheduc_doc_20080628_orientamenti_it.html).
In questo documento leggiamo: «Il cammino formativo dovrà essere interrotto nel caso in cui il candidato, nonostante il suo impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia, continuasse a manifestare incapacità ad affrontare realisticamente, sia pure con la gradualità di ogni crescita umana, le proprie gravi immaturità (forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertà nelle relazioni, eccessiva rigidità di carattere, mancanza di lealtà, identità sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate, ecc.)» (§ 10). Dunque, almeno per la dottrina cattolica, l'omosessualità di un prete è un problema.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 12-10-2015

3 - LA GRANDE SOSTITUZIONE: I GOVERNI EUROPEI PERDONO I LORO ELETTORI E ALLORA SI CREANO UN NUOVO ELETTORATO CON GLI IMMIGRATI
In Francia, ma non solo, ci sono città intere trasformate, gli abitanti originali spariti e sostituiti (in meno di una generazione)
Autore: Francesco Borgonovo - Fonte: Libero quotidiano, 5 Ottobre 2015

Non è facile acchiappare Renaud Camus. E non solo perché vive appartato in un castello nei Pirenei. È sfuggente, Camus, ma non perché si sottragga al dibattito, anzi. Semplicemente, è difficile appiccicargli un' etichetta o tirarlo per la giubba da una parte e dall' altra.
Tuttavia la potenza delle sue idee abbatte qualunque barriera, naturale o edificata dall' uomo. L' unico libro tradotto in italiano di questo affilatissimo intellettuale francese è Tricks, pubblicato anni fa dal piccolo editore Textus su impulso di Walter Siti. Quel volume era aperto da una prefazione di Roland Barthes, e costituiva una sorta di feticcio per il mondo omosessuale. Non sono tradotti, invece, gli scritti di Camus sul fenomeno che lui chiama Le Grand Remplacement, cioè la Grande Sostituzione. E si capisce il motivo: sono troppo scorretti.
Spiegano perché e soprattutto come si sta compiendo una sostituzione di popoli ai danni degli europei. Sono ferocemente critici dell'immigrazione incontrollata, mettono in guardia sull' influenza islamica, combattono l' Invasione. E qui da noi teorie di questo tipo non sono molto gradite. Per questo abbiamo chiesto al gentilissimo Camus di spiegarle nel dettaglio ai lettori italiani.
Che cosa l'ha spinta a scrivere Le Grand Remplacement?
«La disperazione. La speranza».
Che cosa intende con il concetto di Grande Sostituzione?
«Non sono sicuro che si tratti di un concetto. Piuttosto di un sintagma, se desiderate un termine alto. Un appellativo, un nome per un fenomeno: la sostituzione di un popolo e di una civiltà. L' inveramento, da incubo, della famosa battuta di Brecht: Se il governo non è contento del popolo, non deve fare altro che eleggerne un altro. È precisamente ciò che sta accadendo in Francia: il governo socialista ha perso il suo elettorato popolare, e se ne fabbrica un altro con gli immigrati. Ma il fenomeno è molto più esteso, generale, europeo. La maggior parte delle nazioni europee aveva un popolo, ma con un solo ricambio generazionale ne hanno già un altro o molti altri. Strade, quartieri, città intere si sono trasformate, sono diventate irriconoscibili; per non parlare delle scuole e dei trasporti pubblici. In zone sempre più vaste del territorio, gli autoctoni sono spariti, sono stati sostituiti».
Chi ha elaborato questo progetto?
«Nessuno è all'origine di questo progetto, fatta eccezione per alcune modalità pratiche, come l' esempio che ho appena citato: il Partito socialista francese ha espressamente voluto trovarsi un nuovo elettorato; e alcuni documenti dell' Onu parlano inequivocabilmente della necessità di una trasformazione etnica dell' Europa: lo stesso termine remplacement (sostituzione, ndr) è presente. Tuttavia credo soprattutto alla forza di giganteschi meccanismi storici, economici e ideologici, e anche ontologici, in seno ai quali le istituzioni e gli uomini sono solo degli ingranaggi fra tanti altri, loro stessi manipolati dall' hybris della specie.
Ciò che io chiamo remplacisme, l'ideologia che promuove la Grande Sostituzione, è nata dalle nozze mostruose della Rivoluzione industriale nella sua fase avanzata, taylorista, fordista, con l' antirazzismo dogmatico, lui stesso nella sua forma senile. Che ci siano razze e popoli scelti tramite una decisione amministrativa, volontarista, nominalista, è indispensabile alla fabbricazione post-industriale dell'uomo sostituibile, senza origine, senza cultura, senza civiltà, senza nazione, interscambiabile e delocalizzabile sempre e comunque. Che l'uomo sia sostituibile con se stesso è indispensabile, affinché sia interscambiabile con le macchine da una parte e con i prodotti manifatturieri dall' altra».
I giornali italiani scrivono sempre più spesso che «abbiamo bisogno di 250 milioni di immigrati per sostenere il nostro Welfare». Ci sono pure studi e proiezioni Onu sulla stessa linea. Lei che ne pensa?
«Penso due cose, importanti in maniera diversa. Innanzitutto che è completamente falso: gli immigrati sono la rovina del Welfare state (se quest' ultimo non è ancora morto è soltanto perché gli uomini e i popoli non sono ancora totalmente interscambiabili, grazie a Dio; il Welfare state può funzionare soltanto con uomini e donne di un certo tipo, modellati da generazioni di civiltà e senso civico). Ma soprattutto penso che, anche se fosse vero (e, ripeto, non lo è affatto), tali pensieri possano germogliare solo ed esclusivamente in menti già robotizzate, senza cultura, senza civiltà, direi anche disumanizzate. Cosa ci stanno dicendo questi? Che per salvare l'Italia bisogna sostituire gli italiani con i togolesi (ad esempio). Innanzitutto, lo ripeto, niente si salverà; e se qualcosa sarà salvato, non sarà più l'Italia, ma una specie di Togolia. L' Europa non ha bisogno di immigrati, ha bisogno di aria, erba, spazio, vuoto, di ripresa culturale e di rinnovamento spirituale».
Lei pensa che stia riuscendo, la sostituzione di popoli?
«Non sta riuscendo, si sta completando, con un'accelerazione formidabile dovuta all' invasione migratoria».
Come giudica il comportamento dell'Europa nella gestione dell'immigrazione?
«L' Europa è minata da una formidabile pulsione di morte, un odio di sé che la spinge al suicidio. Si tratta di ciò che ho chiamato la seconda carriera di Adolf Hitler: forse un po' meno criminale della prima, ma con delle conseguenze storiche parimenti vaste. È una carriera al contrario, in absentia. Il razzismo, nel 1945, era stato a pochi passi dal mettere fine al continente europeo e alla sua civiltà; tre quarti di secolo più tardi, dobbiamo dire invece che l'antirazzismo, questo comunismo del XXIesimo secolo, come dice Alain Finkielkraut, porterà a termine la missione. L' antirazzismo è il razzismo che indietreggia insultandovi dopo essere passato sopra il vostro corpo. Ridurre l'invasione migratoria a una crisi umanitaria o a una emergenza rifugiati, è come prendere Alla ricerca del tempo perduto per una testimonianza sull' asma».
Che cosa dovremmo fare per frenare i flussi in arrivo?
«Smentire con azioni e cambiamenti legislativi l'idea diffusa ovunque secondo cui l' Europa è un eldorado, pronta a sborsare grandi somme di denaro affinché la terra intera venga a fare i suoi figli, e che sovvenziona lautamente la sua conquista, fatto che non ha precedenti nella storia».
Che peso ha l'islam nel quadro dell' invasione migratoria?
«Un po' più di tre quarti direi. Forse quattro quinti. Ma dato che è il solo gruppo, tra i conquistatori, a disporre di solide strutture comunitarie, sarà anche il solo a trarre beneficio da questa invasione migratoria».
Vorremmo chiederle un commento su una frase pronunciata dalla nostra presidente della Camera dei deputati. Secondo lei gli immigrati sono «l' avanguardia» di una nuova civiltà.
«Purtroppo ha perfettamente ragione. Il cambiamento di popolazione implica necessariamente il cambiamento di civiltà. Ma per quanto mi riguarda, preferisco conservare la vecchia civiltà».
Perché secondo lei c' è una classe intellettuale che propaganda l' ugaglianza assoluta in ogni ambito? Da dove nasce questa tendenza culturale?
«L' uguaglianza avrà sempre dalla sua parte una vasta maggioranza di cittadini, soprattutto in Francia. Tuttavia, la maggioranza, nelle democrazie avanzate, non è il potere, ma lo strumento del potere infinitamente manipolabile. Gli intellettuali organici saranno sempre dalla parte di questa forza, a maggior ragione per il fatto che garantisce loro l' esclusione degli altri intellettuali, la loro riduzione al silenzio, alla morte civile».
Che responsabilità ha l'élite intellettuale di sinistra?
«Oh, non tanto più grandi degli intellettuali di destra, i quali sono ugualmente favorevoli alla Grande Sostituzione (Camus li definisce remplacistes, ndr). La sola linea di separazione che conta veramente oggi, intellettualmente, moralmente, politicamente e quasi militarmente, è quella tra i remplacistes e gli antiremplacistes. Questi ultimi sono i sostituibili che non vogliono farsi sostituire, E naturalmente ci sono anche i remplaçants, sempre più numerosi e potenti. Sono come gli uccelli nel film di Hitchcock: attendono il loro turno. I remplacistes sono pazzi: sostituiscono un popolo rincretinito dall' insegnamento dell' oblio e dall' industria dell' ebetudine, frustrato, rabbioso, lobotomizzato, senza identità, con un popolo ultraidentitario. Scavano la loro tomba. Il problema è che nello stesso tempo stanno scavando anche la nostra».
Che ne pensa della teoria dello scontro di civiltà elaborata da Samuel P. Huntington? Soprattutto: abbiamo ancora una civiltà da difendere?
«Per quanto mi riguarda, sono ardentemente huntingtoniano. Sono quotidianemente colpito dalla pertinenza del libro di Huntington, comprese le questioni secondarie alle quali abbiamo prestato poca attenzione - la Grecia, ad esempio: tutta la crisi greca di questi ultimi mesi è perfettamente prevista e analizzata nel libro di Huntington, pubblicato vent' anni fa.
Che abbiamo una civilità da difendere, questo è fuori discussione. Ma vi posso dire che non è affatto in buona salute. La Piccola Sostituzione, quella della non-cultura o dell' industria culturale ai danni della cultura, quella della piccola-borghesia mondializzata ai danni della classe acculturata, quella delle élite (mediatiche, finanziarie, sportive, elette) ai danni dell' élite (morale, intellettuale, artistica, culturale), ha preceduto la Grande Sostituzione, ne è stata la condizione necessaria».
Lo scenario descritto da Michel Houellebecq in Sottomissione potrebbe concretizzarsi?
«Certo. Si sta già concretizzando. Proprio ieri mattina, alla radio, nel corso della trasmissione di Alain Finkielkraut, Répliques, ho sentito Pierre Manent dichiarare che con il mondo musulmano ormai dobbiamo condividere la stessa nazione (come in Libano, insomma). Quanto a Jacques Juillard, di fronte a Manent, diceva che non bisogna fasciarsi la testa, che in due o tre secoli i musulmani si laicizzeranno, come ha fatto il cristianesimo. È solo una questione di pazienza. Tuttavia lo scenario di Houellebecq non è né il più drammatico né il più verosimile».

Fonte: Libero quotidiano, 5 Ottobre 2015

4 - NON C'E' LIMITE ALL'ORRORE, QUANDO SI PARLA DI ISLAM
Il racconto delle schiave torturate dai musulmani dello Stato Islamico: ''Ci stupravano e ci costringevano ad abortire''
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi, 9 ottobre 2015

Non c'è limite all'orrore, quando si parla di Stato islamico. Ma se si affronta il problema delle violenze commesse dai jihadisti sulle donne e bambine yazide, rapite in Iraq a centinaia e centinaia l'anno scorso, è ancora peggio. Tutto è già stato detto e scritto, ogni possibile crimine è stato riportato, eppure mano a mano che le donne sfuggite ai carnefici trovano la forza di raccontare le proprie storie, emergono nuovi terribili dettagli.

MERCATO DELLE SCHIAVE
Bushra, 21 anni, come tante altre è stata rapita dall'Isis nell'agosto del 2014, durante l'occupazione della provincia di Sinjar. Come tante altre, è stata portata in catene al ''mercato delle schiave'', dove jihadisti e religiosi di paesi arabi vengono a scegliere e comprare le loro concubine.
La ragazza racconta però che, prima di essere vendute, tutte venivano controllate da due ginecologi: dovevano verificare se erano in stato interessante e se erano vergini. «Una delle mie amiche era incinta di tre mesi», racconta alla Cnn. «L'hanno presa e portata in un'altra stanza. C'erano due dottori e l'hanno fatta abortire. Poi l'hanno riportata indietro. Le ho chiesto cos'era successo ma mi ha detto che i dottori le avevano ordinato di non parlare. L'hanno lasciata sanguinare e soffrire così tanto che non poteva più né parlare né camminare».
Bushra è riuscita a scappare e ora vive nel campo profughi iracheno di Dohuk, insieme a tante altre yazide. Tra loro c'è anche Noor, 22 anni: «Non avevamo scelta. Un uomo mi ha presa. Era vecchio, grasso e brutto. Ero molto spaventata. C'erano altri combattenti dell'Isis là, così ho pregato uno di loro di prendermi e sposarmi, pur di essere liberata da quell'uomo. Mi ha accontentata».
Se da principio il jihadista non l'ha obbligata ad avere rapporti sessuali con lui, dopo due giorni ha cambiato atteggiamento: «È venuto da me, mi ha mostrato una lettera e mi ha detto: ''Qui si legge che ogni donna catturata diventerà musulmana se 10 combattenti dell'Isis la stuprano''. Allora mi ha stuprato e poi mi ha passato ai suoi amici. Mi hanno stuprata 11 persone diverse».

SCHIAVITÙ E CORANO
Non ci si può stupire se centinaia di ragazze, come dichiarato dalla deputata irachena Ameena Saeed Hasan, hanno cercato di suicidarsi pur di non essere umiliate a questo modo. Ma neanche uccidersi è facile. «Una volta, 14 ragazze che erano con me hanno cercato la morte bevendo veleno per topi. Ma i miliziani le hanno portate subito in ospedale per fare loro la lavanda gastrica. Non sono morte e si sono sentite dire: ''Non vi lasceremo morire così facilmente''», spiega Bushra. «Anch'io ho provato a uccidermi, ma non ci sono riuscita».
Nel 2014, sul quarto numero di Dabiq, l'Isis ha giustificato così la riduzione a schiavitù delle donne yazide: «Bisogna ricordare che rendere schiave le famiglie degli infedeli e prendere le loro donne come concubine è un aspetto stabilito in modo chiaro dalla sharia. E se qualcuno la negasse o la prendesse in giro, negherebbe e prenderebbe in giro i versi del Corano e le narrazioni del Profeta, e di conseguenza diventerebbe un apostata».

Nota di BastaBugie: qualcuno pensa che esista un islam moderato, ma il seguente episodio narrato da Rino Cammilleri (Antidoti, 02/09/2015) dovrebbe togliere ogni dubbio. Il musulmano "moderato" perde automaticamente ogni moderazione appena arriva il vero musulmano.
Su «Spunti», mensile dell'associazione «Luci sull'Est», leggo (agosto 2015) un'intervista di Marco Maisano a una suora di Mosul, costretta a scappare con le consorelle («avevamo con noi solo i vestiti addosso») dall'Isis perché avvertite solo tre quarti d'ora prima che i jihadisti arrivassero. La suora, tra l'altro, ha detto: «Ci hanno tradito i nostri vicini musulmani. Prima ancora che l'Isis entrasse in città, la gente già buttava giù le croci. Quando siamo andati via sono entrati nelle nostre case. Siamo stati saccheggiati». Eh, la paura fa novanta. Alle suore è andata bene, in fondo: i vicini, per ingraziarsi i nuovi padroni, avrebbero potuto far trovare le loro teste in grazioso omaggio.

Fonte: Tempi, 9 ottobre 2015

5 - VI SIETE MAI SOFFERMATI A VEDERE I GABBIANI VOLARE?
Pioniere nella genetica dei microorganismi, Giuseppe Sermonti è lo scienziato che ha criticato l'evoluzionismo e per questo fu emarginato dal mondo accademico (VIDEO: il declino di Darwin)
Autore: Andrea Bartelloni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 03-10-2015

«Vi siete mai soffermati a vedere i gabbiani sospesi nel vento? Se tutti gli esseri della terra scomparissero e restassero solo i gabbiani, e magari i pesciolini per la loro alimentazione, pensate forse che dai gabbiani, col passare di milioni di anni, rinascerebbero gli animali che popolano la terra,e, anche l’uomo e forse persino le rane, farfalle e pesciolini. E seppure i gabbiani scomparissero, vi riesce d’immaginare che i pesciolini del mare, per graduali trasformazioni, darebbero origine, alla fine dei tempi, a nuovi gabbiani o comunque a qualche nuovo genere di uccello marino capace di librarsi nell’aria?». Con queste parole inizia Le forme della vita (Armando editore, 1981) il lavoro che forse riassume più di qualsiasi altro il pensiero e lo spirito che pervade tutte le riflessioni di Giuseppe Sermonti grande personaggio della scena scientifica italiana che il prossimo 4 ottobre compirà 90 anni.

CRITICA ALL’EVOLUZIONISMO
Nato a Roma nel 1925 si laurea in Agraria all’Università di Pisa e poi in Biologia, è un pioniere nella genetica dei microorganismi industriali produttori di antibiotici. Genetista dal 1950 presso l’Istituto Superiore di Sanità in Roma, ha fondato la genetica dei microrganismi e ha presieduto la International Commission for Genetics of Industrial Microorganisms. Nel 1964 arriva alla cattedra di Genetica prima a Palermo e poi a Perugia e nel 1970-71 presiede l’Associazione Genetica Italiana. Nel 1980 è eletto alla vicepresidenza del XIV Congresso Internazionale di Genetica a Mosca. Lo stesso anno è chiamato alla direzione della Rivista di Biologia (fondata nel 1919) succedendo ad Aldo Spirito. In quel periodo prende forma la sua critica all’Evoluzionismo darwiniano e con la pubblicazione di Dopo Darwin, critica all’Evoluzionismo (con Roberto Fondi) inizia lo scontro con l’establishment scientifico e culturale italiano e, con questo, l’isolamento dal mondo accademico ufficiale. Nel 1982 è invitato dall’Accademia Pontificia a partecipare a un gruppo di lavoro sull’Evoluzione dei Primati e, quattro anni dopo fonda, a Osaka, il Gruppo per lo Studio della Struttura Dinamica. I suoi studi e le sue ricerche lo portano ad uscire dalla scienza destinata esclusivamente a fini utilitaristici così da indagare e scoprire leggi naturali, tecniche e chimiche nelle fiabe.
Ma il più grande pregio di Sermonti è stato quello di aver fatto riscoprire la bellezza, l’armonia nella natura attraverso l’osservazione di cose incredibili che grazie ai suoi scritti riusciamo a percepire con nuova meraviglia e gusto: un fiore, un uccello, una conchiglia, un gabbiano che si libra nel vento. Il pettazzurro, ad esempio, che «dà il meglio delle sue doti canore quando se ne sta solo, tranquillo, in pace, nel suo cespuglio. Quando ''poeta tra sé e sé'', ha commentato Konrad Lorenz. Quando recita il ''Te Deum''». Nel 2004 Sermonti riceve il Premio per la Cultura della vice-presidenza del Consiglio per le sue ricerche e critiche scientifiche.

UNO SCIENZIATO SCOMODO
Sermonti è uno scienziato scomodo e si scontra col mondo accademico già dal 1971 quando esce Il Crepuscolo dello Scientismo (Rusconi ed.) con la dura critica ai biologi di volere innovare, migliorare l’uomo. E Sermonti vedeva lontano e l’attualità gli ha dato ragione: una rivoluzione bio-tecnologica sta travolgendo tutto e tutti, la procreazione è diventata un fatto quasi da laboratorio, si selezionano gli embrioni, si scelgono le caratteristiche genetiche, le banche dello sperma e degli ovuli sono una realtà consolidata e siamo agli uteri, per ora naturali, in affitto. «Non siamo caduti tra le braccia di Gog e Magog: vi siamo ''progrediti''» (Theodore Rosszac, 1982) e questa citazione, che compare nell’ultima edizione del Crepuscolo (Nova scripta, 2002), chiarisce l’idea che Sermonti ha del progresso, o meglio, della visione ottimistica che ritiene una «abdicazione della ragione, cioè della capacità di prevedere che finisce con lo snaturare il progresso» e gli ultimi anni ci hanno fatto entrare violentemente in contatto con le crisi che stiamo attraversando. Come ricordava Sermonti: «molte cose perfettamente possibili non si realizzano, molti popoli continuano a soffrire la fame, i denti dell’uomo civile sono sempre cariati, le guerre del Medio e dell’Estremo Oriente non finiscono mai, l’acqua potabile non cessa di diminuire, e si è ormai rinunciato a cercare la cura per il raffreddore».

I DRAMMI NELLA SCIENZA
Ma lo scrittore Sermonti si dedica anche a narrare i drammi nella scienza attraverso la narrazione delle storie dei protagonisti che li hanno vissuti. In una forma originale, quella delle commedie da tavolo (Scienziati nella tempesta, Di Rienzo editore, 2002), con le quali descrive i drammi di Gregor Mendel con la riscoperta postuma e il tentativo di Hugo De Vries di appropriarsi delle sue scoperte, William Harvey e la disputa sulla circolazione sanguigna, Ignazio Filippo Semmelweis incompreso scopritore delle cause delle infezioni puerperali che si darà la morte per dimostrare la ragione delle sue teorie, Paul Kammerer, suicida a causa della sconfessione delle sue teorie sull’eredità dei caratteri acquisiti, J. Robert Oppenheimer, protagonista del ''Progetto Manhattan'' col quale la fisica si rende conto che può distruggere il mondo, Pavel Florenskij, Pope, filosofo e matematico internato nelle isole Solovski dove morirà fucilato, e infine Charles Darwin distorto, emendato, usato dai neo-darwinisti tanto che lo stesso naturalista inglese non si riconosce più. Drammi veri e propri che insegnano che le grandi scoperte «nascono spesso tra errori, contese, sconfessioni, che talvolta provocano la prematura fine del protagonista, prima che la sua idea si sia affermata»
La sterminata produzione di Sermonti è anche ricca di articoli comparsi su molti quotidiani, il Tempo, Roma, Il Giornale, il Foglio e i suoi editoriali nella Rivista di Biologia, riuniti e pubblicati da Lindau (2010). «La semiscienza è un despota come fino ad oggi non ve ne sono stati. Un despota che ha i suoi sacerdoti e i suoi schiavi, un despota dinanzi al quale tutti si sono inchinati con amore e con una superstizione fino ad ora inconcepibile,dinanzi al quale la stessa scienza trema e gli indulge vergognosamente» (Fedor Dostoevskij, I Demoni).  Caro professor Sermonti, un grazie e tanti cari auguri a lei, a un vero scienziato libero.

Nota di BastaBugie: più si studia la paleontologia, più si è certi che l'evoluzione si basa sulla sola fede. Il contrasto tra la paleontologia (lo studio dei fossili) e il darwinismo è così forte che alcuni scienziati stanno cominciando a credere che le forme intermedie non si troveranno mai.
Un grande mistero che ha lasciato perplessi gli scienziati ha a che fare con la documentazione fossile. Se l'evoluzione avesse seguito il suo corso per lunghissimi periodi di tempo dovremmo aspettarci di trovare un numero enorme di organismi intermedi, o anelli di congiunzione, tra le principali categorie di esseri viventi. Gli innumerevoli fossili rinvenuti dal tempo di Darwin a oggi, però, sono stati deludenti sotto questo aspetto.
Gli anelli mancanti... continuano a mancare!
Diversi scienziati perciò sono giunti alla conclusione che le prove a favore dell'evoluzione sono troppo deboli e contraddittorie per dimostrare che la vita si sia evoluta.
Nel seguente video si può vedere l'intervista a Roberto Fondi, paleontologo dell'Università di Siena:


https://www.youtube.com/watch?v=5mzbdzONw7M

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 03-10-2015

6 - IL LAICISMO FRANCESE CANCELLA DUE FESTE CRISTIANE
E intanto l'Osservatorio della Laicità tenta di minimizzare la correlazione tra fanatismo islamico e immigrazione incontrollata
Autore: Mauro Faverzani - Fonte: Corrispondenza Romana, 7 ottobre 2015

Con la nomina di Dounia Bouzar al vertice dell'Osservatorio della laicità francese diviene concreto il rischio che passi anche la sua proposta di cancellare due feste cristiane dal calendario e di sostituirle con quella musulmana dell'Eid e con quella ebraica di Yom Kippur, senza peraltro che la comunità ebraica abbia mai avanzato richieste in tal senso.
Attualmente in Francia sono 11 in tutto le festività: di queste, solo 6 hanno un legame con la fede cristiana. Anzi: il Lunedì di Pentecoste ormai è divenuto una ''mezza vacanza'', poiché una fetta significativa della popolazione attiva in tale giornata lavora comunque. Il 1 gennaio, il 1 maggio, l'8 maggio, il 14 luglio e l'11 novembre, invece, sono totalmente prive di qualsiasi connotato religioso. Perché, dunque, non rimpiazzare un paio di queste ricorrenze ''neutre'' con le due ricorrenze ebraica e musulmana?
È quanto si chiede la petizione recentemente lanciata dalle agenzie L'Observatoire de la Christianophobie, Riposte Catholique, Le Salon Beige, Nouvelles de France, Le Rouge & le Noir, agenzie rivoltesi direttamente al primo ministro francese, affermando: «Come non vedere nella proposta della signora Bouzar un nuovo atto d'aggressione cristianofobica?», domandandosi se il prossimo passo possa essere quello, per assurdo, di «radere al suolo tutte le chiese, ritenendo che possano offendere la laicità».

UN NUOVO ATTO D'AGGRESSIONE CRISTIANOFOBICA
Ma chi è Dounia Bouzar? Il suo nome, per esteso, è Dominique Amina Bouzar ed è un'antropologa specializzata in «analisi delle problematiche religiose». È nata 50 anni fa a Grenoble da padre marocco-algerino e da madre francese, d'origine corsa. Dal 2003 al 2005 ha fatto parte del Consiglio francese del culto musulmano, da cui si è dimessa solo perché in disaccordo con la crescente politicizzazione di tale organismo, non per motivi confessionali: il che francamente ne offusca le garanzie d'imparzialità.
Nel 2009 ha creato con sua figlia Lylia, giurista, un ufficio, Bouzar Expertises-Culti e culture, specializzato in «applicazione della laicità e gestione delle convinzioni», interpellato sistematicamente da imprese ed istituzioni. All'Osservatorio della laicità è giunta il 22 settembre 2013 per volere dell'allora premier, Jean-Marc Ayrault.
Da sempre Bouzar è un'accanita sostenitrice della distinzione tra islam ''moderato'' ed islam radicale: ma è una convinzione, questa, già autorevolmente smentita dallo stesso mondo musulmano. Non a caso l'attuale presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, lo ha detto chiaramente in un'intervista concessa nell'agosto 2007 a Kanal D Tv: «L'espressione ''islam moderato'' è turpe ed offensiva - ha dichiarato pubblicamente -. Non c'è alcun islam moderato. L'islam è islam».
I cosiddetti musulmani ''moderati'' vengono anzi uccisi come infedeli. Certo, politicamente far credere il contrario - complice la grancassa mediatica occidentale, che si illude di poter cavalcare questa chimera - ha un proprio scopo: dare dell'islam un volto familiare ed inoffensivo, bollando le voci critiche come quelle di facinorosi, integralisti e fomentatori d'odio. Purtroppo, però, non è così.
Ma questo poco importa: Dounia Bouzar, proprio agitando questa bandiera, è riuscita ad accreditarsi a livello nazionale col suo Cpdsi-Centro per la Prevenzione delle Derive Settarie legate all'islam, quale riferimento qualificato per tutte quelle famiglie con figli ''affetti'' da deriva jihadista. Ha acquisito in tal modo grande autorevolezza e credibilità nel settore, tanto da vedersi assegnare nel 2014 la medaglia di Cavaliere della Legion d'Onore.
E da quest'anno il suo Centro, ha ricevuto dal ministero degli Interni francese il mandato come Cmi-Cellula mobile d'intervento per tali problematiche sull'intero territorio nazionale, ricevendo per questo ingenti finanziamenti pubblici.

OBIETTIVO: MINIMIZZARE LA CORRELAZIONE TRA FANATISMO ISLAMICO E IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA
Eppure le ombre non sono mancate sul Cpdsi, che è e resta un'organizzazione di fatto privata, non istituzionale. Organizzazione, per la quale il candidato medio alla jihad apparterrebbe alla «classe media, di ceppo francese e famiglia atea». Chiaro l'obiettivo di tale definizione: minimizzare il più possibile qualsiasi correlazione tra il fanatismo islamico e l'immigrazione incontrollata, riversatasi in massa anche in Francia.
Dounia Bouzar ha dichiarato d'esser stata contattata da molti genitori, dopo la pubblicazione del suo libro Disinnescare l'islam radicale: si sarebbe trattato di papà e mamme preoccupati per i propri figli, indottrinati dalla jihad e pronti a recarsi sul fronte in Siria. «Il 70% delle 130 famiglie, che mi hanno interpellata - ha affermato - appartiene a coloro che l'FN chiamerebbe ''di ceppo francese''. Il restante 30% sono famiglie cattoliche, cristiane ed ebree». 130 famiglie: un campione troppo ristretto, addirittura mortificante, per esser in qualsiasi modo predittivo di un fenomeno tanto ampio ed articolato.
Altrettanto fragile, precipitoso, sostanzialmente infondato quindi il profilo ricavatone, basato interamente sullo studio, quanto meno opinabile, di quelle 130 richieste telefoniche, senza tener conto delle dinamiche e del contesto familiare dei soggetti, né degli ambienti da loro frequentati. L'estremismo davvero radicale non ha di certo mai nemmeno composto il numero verde del Cpdsi. Che tuttavia, pur basandosi su di una minoranza numerica di testimonianze, è stato pronto a saltare a conclusioni affrettate. Subito accolte da tutti, perché comode e ''politicamente corrette''. Da tutti, tranne dal Front National, che ha subito denunciato la faziosità di queste cifre e della relativa analisi.
I promotori della petizione hanno così concluso il proprio messaggio al premier: «Teniamo a dirLe solennemente che per noi, cristiani di Francia, una tale riforma corrisponderebbe ad una dichiarazione di guerra non soltanto al Cristianesimo, bensì alla storia tutta del Paese» e rischierebbe di spaccarlo in due: «Le saremmo riconoscenti, se volesse dissipare al più presto le nostre preoccupazioni». Difficile che avvenga: non sarebbe stata prima messa in moto tutta questa complessa macchina organizzativa e mediatica. Ch'è giunta ora all'obiettivo. E farà di tutto per non lasciarselo sfuggire.

Fonte: Corrispondenza Romana, 7 ottobre 2015

7 - COME I CRISTIANI HANNO PERSO OCCASIONI PREZIOSE PER FARE LEGGI GIUSTE
L'errore sta nel ritenere che radicalità e gradualità siano contrapposte, quando invece è la prima che giustifica la seconda
Autore: Massimo Micaletti - Fonte: Radio Spada, 09/03/2015

Assistiamo periodicamente - flussi e riflussi - alla tentazione delle "battaglie possibili", ai richiami alla gravità del momento ed all'esiguità delle forze in campo. Ciò comporterebbe una sorta di sana serena sentita assoluzione per il silenzio sugli aspetti fondanti delle questioni antropologiche e giuridiche che ci portano in campo. Ne è riprova la voga di opporsi all'utero in affitto senza ridiscutere le premesse antropologiche e giuridiche della Legge 40 ed in generale della fecondazione artificiale: o, per fare un altro esempio, il tentativo di difendere la famiglia senza una chiara opposizione (non al divorzio ma) alla legge sul divorzio; o ancora, di parlare di paternità e maternità senza tener conto del dato oggettivo ed empirico che la paternità e la maternità di un genitore divorziato sono cosa affatto differente di quella di due genitori uniti in matrimonio.
Riscontro, nel mio povero e certamente erroneo giudizio, almeno due errori di fondo in questa impostazione.

1) EQUIVOCO SUL PIANO STRATEGICO
Il primo errore è l'equivoco sul piano strategico che l'istanza massimalista precluda o quantomeno comprometta quella gradualista: se faccio guerra alla Legge 40 non posso poi contemporaneamente oppormi alla maternità surrogata perché non mi darebbe retta nessuno, sarei troppo radicale. L'errore qui sta nel ritenere che radicalità e gradualità siano contrapposte, quando invece è la prima che giustifica la seconda: la differenza tra gradualità e compromesso sta infatti nella chiarezza degli obiettivi, che devono essere comunque dichiarati, e dichiarati come obiettivi veri e non meri desiderata. Non si può dire "vorrei abolire la 194 ma, siccome non ho la bacchetta magica, lavoro sulla cultura", perché invero l'una cosa non esclude l'altra: la battaglia culturale, anzi, diviene più viva e vera se vissuta in funzione dell'obiettivo integrale; se all'opposto ci si concentra sul fine parziale e, per strategia, si tace sull'istanza radicale (sempre ammesso che la si voglia perseguire) si fa l'ennesima battaglia di retroguardia. In Bioetica siamo nel capo dei principi non negoziabili, ed i principi valgono nella cultura come in politica ed in diritto, non possono declinarsi in maniera talmente differente in questi tre ambiti da far venire meno la loro natura di non negoziabilità: prova ne sia che, puntualmente, l'ottenimento di vittorie parziali fondate su istanze di compromesso è stato sempre il prodromo per sconfitte integrali e definitive, che hanno avuto buon gioco a gettare la pietra tombale sulle questioni fondanti, lasciate intonse anche da color che avevano combattuto e con le migliori intenzioni. La legge sul divorzio, la legge 194, la legge 40, l'abbaglio - per ora sventato, ma c'è da temere ci si torni presto - per le dichiarazioni anticipate di trattamento (presentate come alternativa eticamente sostenibile al testamento biologico, del quale invece erano e sono un subdolo epigono sotto mentite spoglie) dovrebbero aver insegnato qualcosa: furono salutate all'epoca della loro promulgazione come un salutare compromesso, mentre oggi la loro azione devastante è sotto gli occhi di tutti.

2) ERRORE DI APPROCCIO
Il secondo errore è di approccio, e si fonda sulla convinzione che il piano giuridico-legislativo possa restare intonso ed impregiudicato mentre si conduce la lotta sul piano culturale. Può aiutare in questo senso riflettere sul fatto oggettivo che la 194 o anche la legge 40 non si limitano a legalizzare l'aborto o la fecondazione extracorporea, ma le sovvenzionano e le erogano in strutture pubbliche, così come un domani l'eutanasia sarà garantita coi soldi di tutti noi: ciò significa che in questi processi di soppressione di vite umane o Stato non è un semplice spettatore, ma un attore necessario. Finché le norme che dispongono tali processi restano intonse, la battaglia culturale sarà sempre monca perché contraddittoria in nuce e fondata su una inesistente dicotomia tra scelta del singolo e liceità normativa. Questa dicotomia non esiste: non è pensabile eliminare il fenomeno dell'aborto legale se ci si limita a lavorare sui singoli lasciando la legge dov'è e com'è. E così come l'istanza massimalista non preclude quella gradualista, la battaglia culturale non preclude quella sul piano legislativo e giuridico.
Abbiamo visto, in questi anni, dove portano i tentativi di potare la mala pianta dei suoi rami più sporgenti anziché attaccarne direttamente il tronco: una pianta potata si rafforza, giammai perisce. E questo è l'effetto che abbiamo constatato: solo per fare un esempio, certi Giudici non avrebbero mai potuto creare dal nulla la Legge 40, gli è stata servita su un piatto d'argento e ci hanno pensato loro, assieme a certi politici, a farne quel che oggi è.

L'ALTERNATIVA?
L'alternativa è forse (ripeto, forse) la sconfitta nel breve periodo, ma nel lungo termine le istanze integrali pagano, ne è un esempio quel che sta accadendo negli Stati uniti o che è accaduto in Polonia in tema di legislazioni abortive. Perché, in effetti, parliamoci chiaro, vogliamo sperare di vincere qui ora tutte e subito queste battaglie, che i nemici della vita e della famiglia preparano da decenni? No, non ci riusciremo, non ci sono le premesse: nelle università, nell'informazione, in politica, in Parlamento, nei Tribunali ci sono persone che in gran parte non hanno certo a cuore il valore della Vita. Ma questa è una guerra, non una battaglia: perdere adesso restando nella verità significa creare le condizioni per la vittoria di domani. Restare nella verità comporta un lavoro di lungo periodo, che non si fonda su aggregazioni spontanee di persone di buona volontà che dopo un anno non esistono più o si perdono nei rivoli della politica o dell'associazionismo; comporta perseveranza più ancora che determinazione, dedizione più ancora che sacrificio, fiducia più ancora che entusiasmo, serenità più ancora che coraggio, amore profondo per la vita di ogni essere umano ed odio profondo per ogni attentato che le viene arrecato.
Reggendoci su quest'odio e su quest'amore, potremo portare lotta senza quartiere non solo al divorzio, all'aborto, alla fecondazione extracorporea, all'eutanasia, ma anche, e senza timore, alle leggi che li permettono e sovvenzionano. Solo così cadrà la mala pianta.

Fonte: Radio Spada, 09/03/2015

8 - QUANDO I GENERALI TRADISCONO, ABBIAMO PIU' CHE MAI BISOGNO DELLA FEDELTA' DEI SOLDATI
Lettera del 1965 a don Camillo che fatica ad adattarsi alle novità introdotte dal Concilio Vaticano II
Autore: Giovannino Guareschi - Fonte: Il Borghese, 24/06/1965 (n. 10)

Reverendo,
spero che questa mia raggiunga il remoto esilio montano nel quale l'ha confinata quella Sua irruenza che non diminuisce davvero col crescere degli anni.
Conosco la storia che è incominciata quando il compagno sindaco Peppone ha preso a salutarla in pubblico: «Buon giorno, compagno Presidente!». Poi è venuto a farLe visita in canonica assieme allo Smilzo, al Bigio e al Brusco, per dirLe che, siccome intendeva abbellire la Casa del Popolo con un bel balcone per i discorsi, avrebbe volentieri acquistato le colonnine di marmo della balaustra dell'altar maggiore, nonché i due angeli allogati ai lati del Tabernacolo. Questi, Le disse (se il mio informatore è veritiero), avrebbe voluto sistemarli sopra l'arco del portone d'ingresso, per adornare la targa con l'emblema del PCI.
Don Camillo: Lei staccò dal muro la doppietta e la spalanco davanti a Peppone e soci facendo loro ritrovare rapidamente la via della porta. Ma, creda, non fu una risposta spiritosa, da buon giocatore.
Quando scoppiò la bomba della destalinizzazione, non dimentichiamolo, Lei non andò forse a trovare Peppone nella sua officina per comunicargli che avrebbe volentieri comprato i ritratti e il busto di bronzo di Stalin esistenti alla Casa del Popolo, nonché la targa marmorea di «Piazza Stalin», perché intendeva usarli per adornare convenientemente con essi il suo bagno personale?
Reverendo, ora che è scoppiata la bomba della depacellizzazione e Lei deve adeguare la chiesa alle esigenze precise del nuovo Rito Bolognese, Peppone aveva il diritto di renderle pan per focaccia.

NEI GUAI FINO AGLI OCCHI
Lei è nei guai fino agli occhi, Reverendo, ma stavolta il torto è tutto Suo. Il giovane curato che i Suoi Superiori Le hanno inviato per istruirLa sul Rito Bolognese e per aiutarLa ad aggiornare la chiesa, non è un Peppone qualsiasi e Lei non poteva trattarlo rudemente come l'ha trattato.
Egli veniva da Lei con un mandato preciso e, siccome la Sua chiesa non ha nessun particolare valore artistico e turistico, il giovane quanto degno sacerdote aveva il pieno diritto di pretendere l'abbattimento della balaustra e dell'altare, l'eliminazione delle cappellette laterali e delle nicchie coi loro ridicoli Santi di gesso e di legno, nonché dei quadretti ex voto, dei candelabri e, insomma, di tutta l'altra paccottiglia di latta, di legno e di gesso dorati che, fino alla riforma, trasformavano le chiese in retrobottega da robivecchi.
Lei, don Camillo, aveva pur visto alla Tv il «Lercaro Show» e la concelebrazione della Messa con Rito Bolognese. Aveva ben visto la suggestiva povertà dell'ambiente e la toccante semplicità dell'altare ridotto a una proletaria tavola. Come poteva pretendere di piazzare in mezzo a quell'umile Sacro Desco un arnese alto tre metri come il Suo famoso (quasi famigerato) Cristo Crocifìsso cui Lei è tanto affezionato?
Lei aveva pur visto alla Tv, qualche giorno dopo, com'era apparecchiata la Sacra Mensa attorno alla quale il Papa e i nuovi Cardinali hanno concelebrato il Banchetto Eucaristico.
Non s'era accorto che il Crocifisso situato al centro della Tavola era tanto piccolo e discreto da confondersi coi due microfoni?
Non aveva visto, insomma, come tutto, nella Casa di Dio, deve essere umile e povero in modo da far risaltare al massimo il carattere comunitario dell'Assemblea Liturgica di cui il Sacerdote è soltanto un concelebrante con funzione di presidente?
E non aveva sentito, nel secondo «Lercaro Show» televisivo (rubrica «Cordialmente»), quanto siano soddisfatti, addirittura entusiasti, i fedeli petroniani per la nuova Messa di Rito Bolognese?
Non ha visto come erano tutti eccitati, specialmente i giovani e le donne, dal piacere di concelebrare la Messa invece di assistervi passivamente subendo il sopruso del misterioso latino del Celebrante, e dalla legittima soddisfazione di non doversi umiliare più inginocchiandosi per ricevere l'Ostia e di poterla deglutire in piedi, trattando Dio da pari a pari come ha sempre fatto l'onorevole Fanfani?

INDIETRO DI QUALCHE SECOLO
Don Camillo: quel giovane prete aveva ragione e si batteva per una Santa Causa perché l'aggiornamento è stato voluto dal Grande Papa Giovanni affinchè la Chiesa, «Sposa di Cristo, potesse mostrare il suo volto senza macchia né ruga».
È la Chiesa che, fino a ieri semplicemente Cattolica e Apostolica, diventa (ricordi sempre Lercaro) Chiesa di Dio. E Lei, don Camillo, è rimasto indietro di qualche secolo, Lei è ancora fermo all'ultimo Papa medievale, a quel Pio XII che oggi viene pubblicamente svillaneggiato dai palcoscenici con l'approvazione - vedi la rappresentazione del Vicario a Firenze- degli studenti universitari cattolici, e che, quando il produttore avrà ottenuto la sovvenzione statale, verrà svillaneggiato anche dagli schermi e dai teleschermi.
Don Camillo: non se n'è accorto nemmeno assistendo, attraverso la Tv, alla consacrazione dei nuovi Cardinali?
Non ha sentito gli applausi fragorosi a scena aperta rivolti al neoCardinale-Operaio Cardin?
Non ha udito il Reverendo Presentatore televisivo precisare che il neoCardinale cecoslovacco Beran è semplicemente uscito dal suo «stato d'isolamento» ?
Non ha notato la pacata indignazione che vibrava nella sua voce quando il Reverendo Presentatore Tv ha denunciato il sopruso commesso dal dittatore Franco pretendendo di avvalersi del medievale, fascistico privilegio che hanno i Capi degli Stati Cattolici d'imporre personalmente la Berretta ai neoCardinali appartenenti al loro Paese?
Non ha neppure notato la diligenza encomiabile con la quale il Reverendo Presentatore Tv - come, del resto, ha fatto lo stesso Santo Padre - ha ignorato l'esistenza della cosiddetta «Chiesa del Silenzio» o «Chiesa Martire» d'oltrecortina?
Don Camillo, non s'è accorto come le Superiori Gerarchie della Chiesa evitino di parlare di quel Cardinale Mindszenty d'Ungheria che, con riprovevole indisciplina, persiste nell'ignorare la Conciliazione fra Chiesa Cattolica e Regime Sovietico, e nel ricusare di tributare il dovuto omaggio al cosiddetto «Comunismo Ateo», ritenendo addirittura valida una Scomunica Papale che è oggi oggetto di riso in tutti gli Oratori parrocchiali?
Don Camillo, perché si rifiuta di capire?
Perché, quando il giovane prete inviatoLe dall'Autorità Superiore Le ha spiegato che bisognava ripulire la chiesa e vendere angeli, candelabri, Santi, Cristi, Madonne e tutte le altre paccottiglie fra le quali anche il Suo famoso Cristo Crocifisso, perché, dico, Lei lo ha agguantato per gli stracci sbatacchiandolo contro il muro?
Non ha capito che sono in ballo i più sacri princìpi dell'economia? Che sono in ballo miliardi e miliardi e la stessa sacra Integrità della Moneta?
Quale famiglia "bene", oggi, vorrebbe privarsi del piacere di adornare la propria casa con qualche oggetto sacro? Chi può rinunciare ad avere in anticamera un San Michele adibito ad attaccapanni, o in camera da letto una coppia d'angeli dorati come lampadario, o in soggiorno un Tabernacolo come piccolo bar?

INSEGUIRE LA MODA
Don Camillo, la Moda è una potenza che muove migliaia di fabbriche e migliaia di miliardi: la Moda esige che ogni casa rispettabile possegga qualche oggetto sacro. La ricerca è rabbiosa tanto che, se non immetteremo nel mercato dell'Arredamento Santi, angeli, pale d'altare, candelabri, Crocifissi, Tabernacoli, Cristi, Madonne e via discorrendo, i prezzi raggiungeranno cifre iperboliche. E ciò pregiudicherà la sacra Integrità della Lira, onorata dagli stranieri con l'Oscar delle Monete.
La Chiesa non può più estraniarsi dalla vita dei laici e ignorarne i problemi.
Don Camillo, non mi faccia perdere il segno. Lei, dunque, è nei guai ma la colpa è tutta Sua.
Sappiamo ogni cosa: il pretino inviatoLe dai Superiori Le ha proposto - demolito il vecchio altare - di sostituirlo non con una comune Tavola come quella del «Lercaro Show», ma col banco da falegname che il compagno Peppone gli aveva vilmente fatto offrire in dono suggerendogliene l'utilizzazione. E ciò ricordando che il padre Putativo di Cristo era falegname e che il piccolo Gesù, da bambino, spesso lo aveva aiutato a segare e piallare tavole.
Don Camillo: si tratta di un prete giovane, ingenuo, pieno di commovente entusiasmo. Perché non ne ha tenuto conto e ha cacciato il pretino fuori dalla chiesa a pedate nel sedere?
Bel risultato, don Camillo. Adesso, nella Sua chiesa, c'è il pretino che fa quel che gli pare e Lei si trova confinato quassù a S., ultima miserabile parrocchia della montagna. Un paese senza vita perché uomini, donne e ragazzi validi sono tutti a lavorare all'estero e qui abitano soltanto i vecchi coi bambini più piccoli.
E Lei, Reverendo, ha dovuto sistemare la chiesa secondo le nuove direttive, così, dopo aver concelebrato la prima Messa con Rito Bolognese, si è sentito dire dai vecchi che, fino a quando Lei rimarrà in paese, loro non verranno più a Messa.

VOX POPULI, VOX DEI
Don Camillo, le cose si vengono a sapere. Lei - ricordando le parole del pretino - ha spiegato che, adesso, la Messa deve essere celebrata così e il vecchio Antonio Le ha risposto:
«Ho novantacinque anni e, per quel poco o tanto che ho ancora da vivere, mi basta la scorta di Messe in latino che mi son fatto in novant'anni».
«Roba da matti» ha aggiunto la vecchia Romilda. «Questi cittadini vorrebbero farci credere che Dio non capisce più il latino!»
«Dio capisce tutte le lingue» ha risposto Lei. «La Messa viene celebrata in italiano perché dovete capirla voi. E, invece di assistervi passivamente, voi partecipate al sacro rito assieme al sacerdote.»
«Che mondo» ha ridacchiato Antonio. «I preti non ce la fanno più a dire la Messa da soli e voglion farsi aiutare da noi! Ma noi dobbiamo pregare, durante la Messa!»
«Appunto, così pregate tutti assieme, col prete» ha tentato di spiegare Lei. Ma il vecchio Antonio ha scosso il capo:
«Reverendo, ognuno prega per conto suo. Non si può pregare in comuniorum. Ognuno ha i suoi fatti personali da confidare a Dio. E si viene in chiesa apposta perché Cristo è presente nell'Ostia consacrata e, quindi, lo si sente più vicino. Lei faccia il suo mestiere, Reverendo, e noi facciamo il nostro. Altrimenti se Lei è uguale a noi a che cosa serve più il prete? Per presiedere un'assemblea sono capaci tutti. Io non sono forse presidente della cooperativa boscaioli? E poi: perché ha portato via dalla chiesa tutte le cose che avevamo offerto a Dio noi, coi nostri sudati quattrini? Per scolpire quel Sant'Antonio di castagno che lei ha portato in solaio, mio padre ci ha messo otto anni. Si capisce che lui non era un artista, ma ci ha impiegato tutta la sua passione e tutta la sua fede.
«Tanto è vero che, siccome lui e la mia povera madre non potevano avere figli, appena finita e benedetta la statua, Sant'Antonio gli ha fatto la grazia e sono nato io. Se lei vuole fare la rivoluzione, la vada a fare a casa sua, reverendo».
Don Camillo, io capisco quello che Lei ha dovuto provare. Ma la colpa è Sua se si è invischiato in questi guai.
A ogni modo, io non Le scrivo solo per dirLe cose cattive, ma per confortarLa un po'.
Il pretino che è ora al Suo posto ha già smantellato la chiesa. Non ha installato al posto dell'altare il banco da falegname bensì un normale tavolo perché, con bel garbo, le Superiori Autorità gli hanno fatto capire che, pure essendo l'idea bellissima e nobilissima, questa preferenza data alla falegnameria avrebbe potuto offendere i fabbri e gli altri artigiani.
Balaustra, angeli, candelabri, ex voto, statue di Santi, Madonnine, quadri e quadretti, Tabernacolo e tutti gli altri arredi sacri sono stati venduti e il ricavato è servito per sistemare la chiesa, per l'impianto stereofonico, dei microfoni, degli altoparlanti, del riscaldamento eccetera.
Anche il famoso Cristo è stato venduto perché troppo ingombrante, incombente, spettacolare e profano. Però metta il cuore in pace: tutta la roba non è andata lontano. L'ha comprata il vecchio notaio Piletti che l'ha portata e sistemata nella cappella privata della sua villa del Brusadone.
Manca soltanto la balaustra dell'altar maggiore: l'ha comprata
Peppone e dice che ci farà il balcone della Casa del Popolo. Però mi risulta che colonnine e ogni altro pezzo della balaustra sono stati imballati, incassati uno per uno con gran cura e riposti in luogo sicuro.
Lei sa che, per quanto mi conosca come uno stramaledetto reazionario nemico del popolo, Peppone con me si lascia andare e m'ha fatto capire che sarebbe disposto a trattare. Vorrebbe, in cambio della balaustra, il mitra che Lei gli ha fregato nel 1947. Dice che non ha la minima intenzione di usarlo perché oramai anche lui è convinto che i clericali riusciranno a fregare i comunisti mandandoli al potere senza dar loro la soddisfazione di fare la rivoluzione. Lo rivuole perché è un ricordo.

LA MESSA CLANDESTINA
Don Camillo, io sono certo che quando Lei fra poco tornerà (e La faranno tornare presto perché, adesso, in chiesa ci vanno, per far dispetto a Lei, soltanto Peppone, lo Smilzo, il Brusco e il Bigio), Lei troverà tutte le Sue care cianfrusaglie perfettamente sistemate nella chiesetta del notaio.
E potrà celebrare una Messa Clandestina per i pochi Suoi amici fidati. Messa in latino, si capisce, e con tanti oremus e kirieleison.
Una Messa all'antica, per consolare tutti i nostri morti che, pure non conoscendo il latino, si sentivano, durante la Messa, vicini a Dio, e non si vergognavano se, udendo levarsi gli antichissimi canti, i loro occhi si riempivano di lacrime. Forse perché, allora, il Sentimento e la Poesia non erano peccato e nessuno pensava che il dolce, eternamente giovane «volto della Sposa di Cristo» potesse mostrare macchie o rughe.
Mentre oggi Essa si presenta a noi dal video profano, col volto sgradevole e antipatico del Cardinale Rosso di Bologna e dei suoi fidi attivisti, gentilmente concessi alla Curia dalla locale Federazione Comunista.
Don Camillo, tenga duro: quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati...
La saluto affettuosamente e Le mando, per Sua consolazione, una immaginetta del Molto Reverendo Pietro Nenni, esperto in Encicliche Papali, e chiamato dagli amici "Peter Pan e Salam".
Il Suo parrocchiano Guareschi

Nota di BastaBugie: per approfondimenti sulla figura di Giovannino Guareschi e per vedere filmati di don Camillo e Peppone, cliccare nel seguente link
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=3

Fonte: Il Borghese, 24/06/1965 (n. 10)

9 - OMELIA XXIX DOMENICA DEL T. ORD. - ANNO B - (Mc 10,35-45)
Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 18 ottobre 2015)

Anche questa domenica il Vangelo ci parla di umiltà e di croce. Si avvicinarono a Gesù i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, e gli chiesero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,37). Gli Apostoli non avevano ancora compreso l'insegnamento di Gesù, essi ricercavano ancora la gloria umana, mentre il Maestro voleva far capire a loro che si entra nella gloria del Regno solo attraverso la sofferenza della croce e l'umiltà del cuore. Per far comprendere questa esigenza, Gesù domanda loro: «Potete bere il calice che io bevo?» (Mc 10,38). Gesù intende il calice amaro della Passione e Morte in Croce. Giacomo e Giovanni non comprendono ancora bene, e rispondono: «Lo possiamo» (Mc 10,39). Gesù predice loro che anch'essi avrebbero bevuto questo calice amaro – infatti tutti gli Apostoli dopo la Pentecoste ebbero a soffrire per il Nome di Gesù, e quasi tutti morirono martiri –, ma afferma che spetta solo al Padre stabilire a chi spettano i posti d'onore accanto a Lui nella gloria.
Dall'altra parte vediamo gli altri dieci Apostoli. Anch'essi non avevano ancora compreso la grande lezione di umiltà e carità del Salvatore, e «cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni» (Mc 10,41) a causa della loro grande pretesa. Ecco allora che Gesù impartisce a tutti e Dodici un grande insegnamento, facendo loro comprendere chi è veramente grande agli occhi di Dio: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,43-45).
In poche parole, Gesù ci insegna a ricercare sempre l'ultimo posto. La ricerca dell'ultimo posto ha sempre contraddistinto la condotta dei Santi, i quali volevano fedelmente seguire le orme di Gesù e vivere in umiltà. La vera umiltà si riconosce da alcuni segni. Come quando c'è molto caldo e il sole picchia, istintivamente si cerca l'ombra; così l'anima umile cerca di rimanere sempre nascosta. Essa, quando è posta in alto, si sente a disagio.
Il secondo segno è quello di accettare serenamente le umiliazioni che ci vengono dagli altri. Essa soffre interiormente per l'umiliazione subita; ma, nel profondo del suo cuore, rimane in una pace inalterata. Un conto è umiliarsi davanti agli altri, con la segreta speranza che nessuno ci creda, un altro conto è subire una ingiusta umiliazione e rimanere tranquilli. San Francesco d'Assisi si dimostrava riconoscente nei confronti di tutti quelli che, in qualche modo, lo riprendevano e lo umiliavano.
Un altro segno è quello di parlare sempre bene di tutti. Si capisce: se l'umile si considera l'ultimo di tutti, di conseguenza pensa bene di tutti. Non potrebbe essere diversamente. San Francesco era convinto che se Dio avesse dato le grazie a lui concesse a qualsiasi delinquente di questo mondo, questi sarebbe certamente meglio di lui. Forse questo è il segno più certo che denota una grande carità d'animo.
Poi vi sono altri segni. Uno consiste nel non potersi inorgoglire delle lodi ricevute. L'anima umile sa benissimo che è Dio l'artefice di tutto il bene che riesce a compiere, per cui indirizza subito la lode ricevuta al suo Signore. Così fece la Madonna, la quale, lodata da Elisabetta, esclamò: «L'anima mia magnifica il Signore». L'ultimo segno che consideriamo consiste nel non accorgersi nemmeno del bene che si fa. Questo segno lo vediamo in tutto il suo splendore nella vita di san Francesco, il quale, prima di morire, disse così ai frati radunati attorno a lui: «Fratelli, iniziamo a far del bene, perché finora non abbiamo fatto nulla».
La ricerca dell'ultimo posto ha contraddistinto la vita di sant'Antonio da Padova. Egli, prima di entrare nell'Ordine francescano, era già un profondo teologo e un grande predicatore; ma, una volta entrato tra i frati, volle nascondere queste sue doti per poter vivere nell'ombra. Nel convento dove fu destinato svolse i lavori più umili, stimando una grande grazia quel genere di vita così nascosta agli occhi degli uomini. Ma Dio dispose diversamente. Un giorno, essendoci delle Ordinazioni sacerdotali, e venuto meno il predicatore per un imprevisto, serviva qualcuno che annunziasse la Parola di Dio all'assemblea radunata. Tutti gli altri sacerdoti si tirarono indietro perché non erano preparati e temevano di fare una brutta figura. Allora i Superiori ordinarono all'obbediente sant'Antonio di predicare. Fu una predica meravigliosa e, da quel giorno, i Superiori lo destinarono alla predicazione popolare, per la gloria di Dio e il bene delle anime.
Chi si umilia sarà innalzato!

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 18 ottobre 2015)

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