BastaBugie n�474 del 05 ottobre 2016

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1 LA SCUOLA DI STATO E' UN ABUSO!
La responsabilità dell'educazione è dei genitori (e della Chiesa)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Bollettino di Dottrina Sociale
2 IN STILE CONCERTO DEL 1° MAGGIO, ECCO IL FESTIVAL DEI DIRITTI DEGLI ANIMALI (CHE RIDUCE I DIRITTI DEGLI UOMINI)
Alcuni degli invitati eccellenti: Enrico Montesano, Tullio Solenghi e l'immancabile Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria
Autore: Rodolfo de Mattei - Fonte: Osservatorio Gender
3 L'IMPERO ROMANO CADDE A CAUSA DEL DECADIMENTO MORALE (ABORTI, DIVORZI, POCHI NATI, OMOSESSUALITA' SPUDORATA, AUMENTO DELLE TASSE, IMMIGRAZIONE SELVAGGIA... VI RICORDA QUALCOSA?)
Con una piccola differenza: allora i barbari che presero l'Impero non avevano una cultura forte e riconoscevano la superiorità di quella romana, mentre gli odierni immigrati islamici pensano che la cultura superiore sia la loro
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Giornale
4 PER I SINDACI NON E' MORALMENTE LECITO NEMMENO DELEGARE QUALCUNO PER CELEBRARE LE UNIONI CIVILI
Dare la delega ad un collaboratore per celebrare le unioni (in)civili è collaborare al male
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 NELLA FRANCIA DELLA LIBERTE', CHI IN INTERNET TENTA DI DISSUADERE LE MAMME DALL'ABORTIRE, ANCHE SOLO RACCONTANDO LA SUA ESPERIENZA, RISCHIA IL CARCERE
Il reato di intralcio all'aborto, già previsto per legge nel 1993, sarà esteso anche ad internet
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi
6 L'ATEO PARTITO COMUNISTA CINESE PRETENDE DI DECIDERE CHI E' LA REINCARNAZIONE DEL DALAI LAMA
Per legge è solo il regime a poter certificare chi sia la reale autorità religiosa dei buddisti tibetani (nell'indifferenza dell'ONU)
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
7 IL VESCOVO DI MOLFETTA ORGANIZZA UN CORSO GENDER NELLA PROPRIA DIOCESI
Iniziative simili in tutta Italia: unioni gay benedette a messa nel centro di Palermo e un ritiro spirituale LGBTI con a tema ''il Dio queer'' in un monastero camaldolese (ormai la condanna del gender non basta più... occorre reagire con vigore)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 STORIE DI (ORDINARIA) PERSECUZIONE ANTI-CRISTIANA
Nel Pakistan di Asia Bibi, un ragazzo è condannato a morte perché qualcuno lo accusa, senza prove, di blasfemia e un professore è stato minacciato di morte a scuola
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Tempi
9 OMELIA XXVIII DOMENICA T. ORD. - ANNO C (Lc 17.11-19)
Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - LA SCUOLA DI STATO E' UN ABUSO!
La responsabilità dell'educazione è dei genitori (e della Chiesa)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Bollettino di Dottrina Sociale, gennaio-marzo 2015

Nell'Ottocento la Chiesa contestava allo Stato il monopolio dell'educazione. Partita persa dato che oggi essa è completamente in mano allo Stato. Partita persa perché incentrando la scuola sull'educando e non su Dio, si è diffusa l'idea di averla fissata su un obiettivo laico, che anche lo Stato poteva perseguire. Fu così che la scuola confessionale fu considerata "di parte" mentre la scuola statale fu considerata non di parte. La realtà è esattamente il contrario. Già nell'Ottocento lo Stato nelle proprie scuole insegnava una sua religione, la religione massonica di un umanitarismo universale sul tipo del libro "Cuore" in cui la parola Dio non viene mai pronunciata. Oppure la religione del prete apostata Ardigò: il positivismo. Oppure la religione del vate Giosuè Carducci e del suo "Inno a Satana".

LA DRAMMATICA SITUAZIONE DI OGGI
Oggi, però, lo Stato non è da meno. Anche oggi, in un clima di apparente pluralismo culturale ed educativo, nella scuola statale si insegna una nuova religione che, nel caso migliore, è la religione del relativismo e nel caso peggiore è quella del neo-catarismo. La penetrazione della ideologia del gender e dell'omosessualismo nella scuola pubblica è una penetrazione organizzata e sistematica che, in progressione, non lascerà nessuno spazio di libertà. Ma anche lasciando da parte queste forme acute di oppressione educativa, la scuola di Stato veicola un pensiero unico penetrante e invasivo:
1) elimina sistematicamente alcuni autori,
2) dà una visione antireligiosa del sapere,
3) assume un'ottica illuminista o neoilluminista,
4) tace su interi periodi della storia umana come il Medio Evo,
5) uniforma i testi scolastici alla medesima ideologia,
6) denigra la storia della Chiesa,
7) assume il criterio cronolatrico secondo cui il nuovo è anche migliore,
8) condanna con forme di damnatio memoriae personaggi e periodi storici considerandoli ideologicamente il male assoluto.

LA SCUOLA DI STATO NON EDUCA ED INOLTRE LIMITA LE PARITARIE
Leone XIII, nel 1879, davanti al dilagare della religione positivista nelle scuole italiane, scrisse l'enciclica Aeterni Patris, con la quale rilanciava la filosofia di San Tommaso. Egli aveva percepito la gravità del problema. Aveva capito che la scuola di Stato non era neutra ma governata da un assoluto naturalista e razionalista sostanzialmente anticristiano e che, se non contrastata, avrebbe distrutto l'educazione stessa. Oggi, molti si chiedono se la scuola statale educhi ancora. Molti rispondono di no e questo senza nulla togliere alla grande e solerte dedizione di molti insegnanti.
Molti si chiedono anche se il sistema della scuola paritaria sia sufficiente a ridare alla Chiesa degli spazi veri di azione educativa nella scuola. Un sistema pubblico integrato, come avviene nella scuola italiana a parte l'aspetto della parità economica che non viene garantito, sembrerebbe idoneo a quello scopo. C'è però da dire che la scuola cattolica paritaria viene inserita in un contesto che ne limita di molto la libertà. La programmazione delle abilità, i criteri di valutazione, i sistemi di valutazione, la tipologia delle prove sono elementi che la scuola di Stato impone alle scuole paritarie. Essi non sono mai neutri, ma funzionali ad un modello di educazione. Le circolari, gli orientamenti, le indicazioni per il recupero delle difficoltà, la normativa per le attività complementari o di sostegno sono emesse dallo Stato e vengono recepire dalle scuole paritarie cattoliche con scarsissima creatività. Molto spesso, a parte casi di forte identità nelle convinzioni degli operatori, nelle scuole paritarie si insegna nello stesso modo delle scuole statali, solo, magari, con la messa all'inizio e alla fine dell'anno scolastico.

LA SCUOLA NON DEVE ESSERE DELLO STATO, MA DELLA CHIESA
La scuola non può essere dello Stato. A questa concezione la Chiesa ha sempre opposto che la scuola è della Chiesa, e questo lo abbiamo già visto sopra, e che la scuola è delle famiglie. Se nella scuola e nell'educazione avviene qualcosa di molto più fondamentale che non l'apprendimento di alcuni rudimenti e comportamenti, la prima titolarità educativa appartiene ai genitori, che per primi si sono assunti il compito di educare i loro figli davanti a Dio e secondo i suoi insegnamenti. Nella scuola il bambino mette in rapporto la propria più profonda intimità con la verità e, così facendo, si mette in cerca dell'Assoluto, perché niente di relativo lo soddisferà mai più. Questo rapporto dell'educazione con l'assoluto, che era già stato messo in evidenza da Socrate, richiede che a sorvegliarne il processo siano i genitori, gli unici ad avere le chiavi dell'intimità dei propri figli non in assoluto ma secondo il progetto di Dio su di loro. I genitori cristiani hanno una sapienza del cuore rispetto alla vita dei loro figli che deriva loro dall'averli concepiti nella luce di Dio. Ma c'è anche una sapienza naturale che conferisce ai genitori questa capacità, anche se senza la fede rischia di non avere sufficiente sostegno nella vita concreta.
Intesa in questo modo, la responsabilità dei genitori nell'educazione dei figli coincide in fondo con la responsabilità della Chiesa. Rivendicando il primato dei genitori sullo Stato, la Chiesa non si limita a rivendicare un elemento di diritto naturale, ma vi aggiunge anche un motivo squisitamente religioso: i figli sono di Dio e, vicariamente, dei genitori che li educano nel progetto di Dio. Tramite la centralità della famiglia, la Chiesa riconduce il tema al suo vero cuore: la centralità di Dio.
A questo fine giunge in aiuto la dottrina della sussidiarietà, secondo cui lo Stato non può sostituirsi alla famiglia nei compiti che le sono propri per natura e per disegno divino, deve piuttosto aiutarla a perseguirli con le sue forze o con l'aiuto delle società superiori che tuttavia non deve mai essere di sostituzione, ma di aiuto sussidiario e supplente.

DOSSIER "EDUCAZIONE PARENTALE"
Insegna tu ai tuoi figli

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Fonte: Bollettino di Dottrina Sociale, gennaio-marzo 2015

2 - IN STILE CONCERTO DEL 1° MAGGIO, ECCO IL FESTIVAL DEI DIRITTI DEGLI ANIMALI (CHE RIDUCE I DIRITTI DEGLI UOMINI)
Alcuni degli invitati eccellenti: Enrico Montesano, Tullio Solenghi e l'immancabile Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria
Autore: Rodolfo de Mattei - Fonte: Osservatorio Gender, 27/09/2016

Domenica 25 settembre si è svolta a Roma "Animal Aid Live 2016", la seconda edizione della giornata dedicata ai diritti degli animali. La manifestazione, organizzata da Animalisti Italiani Onlus assieme a Legend Studio Italia e VeganOk, ha visto susseguirsi sul palco di Piazza del Popolo numerosi artisti e cantanti dalle 15 fino alla mezzanotte.
Ospiti d'onore della serata sono stati gli attori Enrico Montesano e Tullio Solenghi. Quest'ultimo ha scelto di leggere un testo del filosofo britannico Bertrand Russell per sottolineare il dovere di ribellarsi a dogmi e principi assoluti: "Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l'autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare".
Enrico Montesano ha parlato invece di "battaglia di civiltà" in difesa di essere senzienti come noi: "Perché fare del male agli animali? Sono esseri senzienti che meritano il nostro amore. Imparare a rispettarli rappresenta una battaglia di civiltà importantissima, per questo sono felice di essere qui a testimoniare la mia vicinanza verso chi si batte per i loro diritti, e sono felice di poter dire che mangio senza uccidere nessuno".
Il presidente di Animalisti Italiani Onlus, Walter Caporale, è arrivato a chiedere la galera per chi si permette di maltrattare gli animali, dichiarando: "Con la musica cerchiamo di parlare a tutti gli italiani chi già ama gli animali e chi deve ancora imparare ad amarli. Sono convinto che presto questo diventerà il Primo Maggio degli animali. Quest'anno noi chiediamo soprattutto al governo di mettere fine ad una triste anomalia italiana: da noi chi maltratta e uccide un animale prende solo una multa, mentre nel resto d'Europa finisce in galera!".
Sul palco è salito anche Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria, per ribadire la nota vicinanza del movimento LGBT alle rivendicazioni animaliste: "Io non accetto di vedere in uno zoo elefanti e pantere che devono muoversi avanti e indietro in una gabbia per compiacere qualche ignorante. La bellezza non si rinchiude! Impegnamoci per la chiusura degli zoo e dei circhi con animali".
A rileggere tali dichiarazioni, non si può non constatare la marcoscopica ipocrisia di questi personaggi pronti a sfilare in passerella per i "sacrosanti" diritti degli animali, presentati, in una visione antispecista, come esseri senzienti capaci di soffrire al pari degli uomini, salvo poi "imboscarsi" per "battaglia di civiltà" più scomode.
Tali personaggi, che s'indignano e chiedono la galera per i maltrattatori di animali, sono infatti le stesse persone che si voltano dall'altra parte quando si tratta di difendere il diritto alla vita di bambini innocenti nel grembo delle proprie madri. Invitiamo dunque questi paladini dei più deboli e di ogni diritto a scendere in piazza il prossimo 20 maggio 2017 a Roma per la sesta edizione della Marcia per la Vita.

Fonte: Osservatorio Gender, 27/09/2016

3 - L'IMPERO ROMANO CADDE A CAUSA DEL DECADIMENTO MORALE (ABORTI, DIVORZI, POCHI NATI, OMOSESSUALITA' SPUDORATA, AUMENTO DELLE TASSE, IMMIGRAZIONE SELVAGGIA... VI RICORDA QUALCOSA?)
Con una piccola differenza: allora i barbari che presero l'Impero non avevano una cultura forte e riconoscevano la superiorità di quella romana, mentre gli odierni immigrati islamici pensano che la cultura superiore sia la loro
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Giornale, 30/09/2016

Già esaurito e in ristampa, il libro dello storico Michel De Jaeghere Gli ultimi giorni dell'Impero Romano che arriva ora in Italia (Leg, pagg. 624, euro 34), è uscito due anni fa in Francia e, là, ha sollevato un putiferio.
Perché? Perché l'autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause:
a) crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò
b) una persecuzione fiscale che
c) distrusse l'economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite
d) l'immigrazione massiccia. Che però si trascurò di governare.

NON FU IL CRISTIANESIMO A ERODERE L'IMPERO ROMANO
Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d'oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l'Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L'Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione. Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

TUTTO COMINCIÒ COL DECLINO DEMOGRAFICO
Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, fa capire che tutto cominciò col declino demografico. I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili. Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. Nelle classi alte si diffuse l'edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. Coi costumi ellenistici dilagarono contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant'è che Augusto dovette emanare leggi contro il celibato. Inutili. Anche perché, secondo i medesimi costumi, l'omosessualità era aumentata in modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l'ultimo imperatore d'Occidente, solo ventimila. Già nel II secolo dopo Cristo l'aborto aveva raggiunto livelli parossistici e, da misura estrema per nascondere relazioni illecite, era diventato l'estremo contraccettivo. Solo i cristiani vi si opponevano, ma erano pochi e pure periodicamente decimati dalle persecuzioni. Così, ogni volta i censori dovevano constatare che di gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n'era sempre meno. Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell'altra parte. Si pensò allora di arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le frontiere. E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all'espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c'era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li sbalordivano (e ingolosivano). Si sa come è andata a finire.

LA MAZZATA FINALE
Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? La cosa più facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35% della popolazione. Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati, abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). Il romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché debba difenderla. Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi rompeva le promesse matrimoniali. Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente estinte. L'unica rimasta era la gens Acilia, non a caso cristiana. Solo una cosa può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. Quando nessuno crede più all'idea che l'aveva edificata. Troppo sinistro è il paragone con l'oggi, sul quale, anzi, il sociologo delle religioni Massimo Introvigne in un suo commento al libro di De Jaeghere ha infierito affondando il coltello nella piaga: i barbari che presero l'Impero non avevano una «cultura forte» e riconoscevano la superiorità di quella romana. Infatti, ne conservarono la nostalgia e, alla prima occasione, ripristinarono l'Impero (Sacro e) Romano. Si può dire lo stesso degli odierni immigrati islamici? I quali pensano che la «cultura superiore» sia la loro?

Fonte: Il Giornale, 30/09/2016

4 - PER I SINDACI NON E' MORALMENTE LECITO NEMMENO DELEGARE QUALCUNO PER CELEBRARE LE UNIONI CIVILI
Dare la delega ad un collaboratore per celebrare le unioni (in)civili è collaborare al male
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 30/09/2016

E' lecito moralmente che un sindaco conferisca una delega ad un suo collaboratore al fine di celebrare le unioni civili? No. Infatti una modalità per compiere il male è collaborare a fare il male. La collaborazione al male è vietata perché collaborare significa aiutare, agevolare, facilitare il male. Facciamo un esempio. Tizio mi chiede di uccidere Caio. Io sono contrario all'uccisione di Caio ma indico a Tizio un mio amico killer ben disposto a compiere omicidi. Risultato sul piano morale: io non avrò compiuto l'omicidio, ma comunque avrò collaborato all'omicidio perché avrò aiutato Tizio a raggiungere il suo scopo malvagio. Delegare è collaborare formalmente.
Posto quindi che la collaborazione al male configura un'azione malvagia, mai è lecito compiere un'azione malvagia, anche se di poca entità ed anche se meno malvagia di un'altra. E dunque una collaborazione al male che rappresenta un'azione poco malvagia o meno malvagia di un'altra non può essere lecitamente compiuta.
Si obietterà: ma in tal modo il sindaco che si oppone alle unioni civili rischia guai processuali o di venire rimosso. Addirittura rischiamo che al suo posto venga un sindaco favorevole alle unioni civili. Insomma cadremmo dalla padella alla brace. Lasciamo la risposta a Paolo VI nell'Humanae vitae: "Non è lecito, neppure per ragioni gravissime [circostanze N.d.A.], fare il male, affinché ne venga il bene [fine N.d.A.], cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell'intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali" (n. 14).

IL MALE MINORE RESTA SEMPRE UN MALE
Il male, piccolo o grande che sia, maggiore o minore che sia, non deve essere mai compiuto, nemmeno per evitare danni incalcolabili, i quali - è da notare - però non potranno essere attribuiti dal punto di vista morale a chi si è rifiutato di compiere il male. Il male non può essere scelto per una semplice ragione: l'uomo è chiamato sempre a compiere il bene, non sempre a ricercare l'utile (evitare danni). Il male - seppur piccolo e minore di altri - contrasta sempre con la dignità della persona. E' per questo che non può essere compiuto. Questa è la vera utilità da cercare sempre.
Altra obiezione. Se io sindaco mi rifiuto di delegare, in un modo o in un altro le unioni civili comunque si celebreranno. Preferibile la delega ad altro funzionario, così non rischio guai processuali e, rimanendo a capo dell'amministrazione, forse dall'interno avrò modo di cambiare in meglio la situazione. L'obiezione non regge. Partiamo ancora da un esempio. Seconda guerra mondiale, Italia. I tedeschi, per ritorsione contro alcuni partigiani, fanno un rastrellamento in un paese. Il capitano tedesco si rivolge così agli abitanti: "Dieci di voi moriranno fucilati oggi stesso. Però non saremo noi ad ucciderli bensì voi. Si facciano avanti dieci volontari che andranno a comporre il plotone di esecuzione. A costoro sarà fatta salva la vita". Anche in questo caso l'evento è certo: dieci persone moriranno. Ma non è certo chi li ucciderà. Gli abitanti del paese sbaglierebbero a ragionare così: "Dieci persone innocenti sono comunque condannate. Val la pena allora, per salvare la pellaccia, farsi avanti per uccidere i compaesani". L'errore sta in questo: nulla cambia sotto l'aspetto del danno, ma tutto cambia sotto l'aspetto morale, cioè dell'imputabilità dell'azione malvagia. L'importante sotto il profilo etico sta nel fatto che non sia io ad uccidere, anche se il danno è certo. Ciò che cambia è l'attribuzione dell'atto malvagio. Mai compiere il male. Lasciamo che siano altri a compierlo, se è proprio impossibile evitare l'evento (tolleranza del male). Poco importa quindi che le unioni civili si celebreranno, cioè che rileva è l'attribuzione dell'azione malvagia all'agente. L'importante è che non sia io a celebrarle oppure a facilitarne la celebrazione.

L'INTERVENTO DI GIOVANNI PAOLO II SUI CONSULTORI TEDESCHI
Un caso in cui storicamente si sono applicati i principi fin qui esposti riguarda i rapporti intercorsi negli anni '90 del secolo scorso tra Santa Sede, Conferenza Episcopale Tedesca e alcuni consultori cattolici tedeschi. Questi ultimi si erano iscritti nei registri ufficiali al fine di poter incontrare le donne che volevano abortire. L'intento meritorio perseguito dagli operatori cattolici era la dissuasione dalle pratiche abortive, ma se il fine non fosse stato raggiunto gli operatori erano obbligati - a norma della legge tedesca sulla gravidanza e la famiglia del 21 agosto 1995 - a firmare il certificato che permetteva alle madri di abortire il proprio figlio, configurando così una collaborazione formale alle pratiche abortive. Addirittura - ed è bene sottolinearlo - in questo caso l'intervento dei medici nell'iter abortivo poteva scongiurare alcuni aborti: l'evento non era certo.
Giovanni Paolo II intervenne per ben tre volte sulla questione - il 21 settembre del 1995, l'11 gennaio del 1998 e il 3 giugno del 1999 - scrivendo altrettante lettere all'episcopato tedesco. Nonostante le buone intenzioni dei medici cattolici, il Papa espressamente vietò ai consultori il rilascio del certificato abortivo. Infatti nella missiva del settembre del '95 così il Pontefice si espresse in merito al certificato rilasciato dai consultori: "Esso [il certificato N.d.A.] attesta che ha avuto luogo una consulenza, ma è allo stesso tempo un documento necessario per l'aborto depenalizzato nelle prime 12 settimane della gravidanza".
Nel gennaio del '98 il Papa specificò ancor meglio il peso morale di questo certificato che combina necessariamente, seppur non in modo sufficiente, e indissolubilmente effetti positivi e negativi: "Il certificato attesta la consulenza nel senso della difesa della vita, ma rimane sempre la condizione necessaria per l'esecuzione depenalizzata dell'aborto, anche se certamente non è la causa decisiva che lo provoca". Da qui la conclusione presente nella stessa lettera: "Perciò vorrei invitarvi con insistenza, cari Fratelli, a fare sì che un certificato di tale natura non venga più rilasciato nei consultori ecclesiali o dipendenti dalla Chiesa".

IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI
Ricapitolando. La delega configura una collaborazione al male, il male non può essere mai compiuto, nemmeno per un fine buono: evitare di perdere il posto di lavoro, che succeda al sindaco obiettore un sindaco favorevole alle unioni civili, etc. Altrimenti scadremmo nell'utilitarismo. Lo ricorda anche il Catechismo della Chiesa cattolica: "Non può essere giustificata un'azione cattiva compiuta con una buona intenzione. Il fine non giustifica i mezzi" (1759).
E il povero sindaco che si oppone alle unioni civili, quali soluzioni giuridiche ha in mano per venirne fuori? Sta ai giuristi trovare soluzioni di diritto valide ma prima di tutto lecite sul piano morale. Alcune soluzioni. Posto che il sindaco non può appellarsi all'istituto dell'obiezione di coscienza perché non è previsto dalla legge Cirinnà, può invece appellarsi sul piano morale all'istituto dell'obiezione della coscienza che sul piano pratico può portare: alla mera omissione di qualsiasi atto che favorisca le unioni civili oppure alle dimissioni. Tra l'altro, dato che molti commentatori sono interessati all'efficacia delle scelte compiute dal sindaco, nulla esclude che tali atti - compiuti da più sindaci - possano sortire a livello mediatico e culturale una forte controffensiva alle unioni civili. In merito alla prima soluzione però potrà capitare che il sindaco sia trascinato in giudizio. Quella potrebbe essere l'occasione favorevole per sollevare eccezione di incostituzionalità della legge Cirinnà. E così non tutto il male verrebbe per nuocere.

Nota di BastaBugie: nell'articolo sottostante dal titolo "Unioni civili: 300 sindaci obiettori" si parla delle adesioni all'appello al Presidente della Repubblica affinché sia riconosciuto il diritto all'obiezione di coscienza.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su Gender Watch News il 28/09/2016:
Il Comitato Difendiamo i Nostri Figli (Cdnf), promotore dei Family Day, sta raccogliendo adesioni per un appello al Presidente della Repubblica perchè nella legge sulle unioni civili sia prevista l'obiezione di coscienza.
Massimo Gandolfini, presidente del Cdnf spiega che «siamo intorno a trecento-quattrocento adesioni circa. Alcuni sindaci hanno deciso di delegare, altri ne fanno una questione di principio in maniera ancor più coraggiosa dicendo che bisogna che si intervenga facendo una riflessione».
Tra questi ultimi occorre segnalare per coerenza morale Serafino Ferrino, sindaco di Favria, comune in provincia di Torino, il quale non celebrerà nessuna unione civile, nè delegherà: «Sono cattolico praticante, sono contrario alle unioni gay, ciò non ha nulla a che vedere con gli omosessuali, ma io credo che la famiglia sia fatta da un uomo e una donna per creare dei figli. Chiedo alla nazione di essere obiettore di coscienza. Perché un medico può essere obiettore e io no? Nel momento in cui delego, significa che condivido e io invece non condivido. Fermo restando che qualora il sindaco si rifiuti di celebrare, può farlo senza necessità di delegare l'ufficiale di stato civile. Molti nel silenzio delegano e non parlano. Io invece non voglio delegare e voglio sapere perché, su un fatto così importante, non posso essere obiettore».
Ed infine così chiosa: «Chiedo che a livello parlamentare si approvi un emendamento per permettere a noi amministratori di essere obiettori di coscienza».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 30/09/2016

5 - NELLA FRANCIA DELLA LIBERTE', CHI IN INTERNET TENTA DI DISSUADERE LE MAMME DALL'ABORTIRE, ANCHE SOLO RACCONTANDO LA SUA ESPERIENZA, RISCHIA IL CARCERE
Il reato di intralcio all'aborto, già previsto per legge nel 1993, sarà esteso anche ad internet
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi, 28/09/2016

Si può certamente essere contrari all'aborto in Francia. Basta non dirlo. Il succo del ragionamento del ministro francese per i Diritti delle donne, Laurence Rossignol, sarà presto messo nero su bianco in una legge prevedendo multe e arresti per i contravventori.
Il nuovo delitto che il ministro vuole inserire nel progetto di legge sull'uguaglianza e la cittadinanza si chiama "reato di intralcio all'aborto", già esistente in Francia, e sarà esteso ai siti internet che diffondono informazioni «fuorvianti» sulla realtà dell'interruzione di gravidanza. Ad oggi il reato, introdotto per la prima volta nel 1993, prevede una sanzione fino a due anni di carcere e 30 mila euro di multa ed è applicabile a chi impedisce alle donne o ai medici l'accesso a cliniche e ospedali per l'aborto o a chi «esercita pressioni morali e psicologiche, minacce o atti intimidatori» verso di loro.
Il reato è stato già esteso una prima volta nel 2014 per punire gli atti intimidatori contro le donne che si informano sulla realtà dell'aborto in un ospedale o in un centro di pianificazione familiare o in un altro centro di informazione. Per il ministro Rossignol, «il reato ha funzionato molto bene, non perché ci siano state molte condanne ma perché queste azioni sono sparite, senza dubbio per la paura dei gendarmi».

VIETATO DISSUADERE LE DONNE
L'operazione per chiudere la bocca a chiunque osi manifestare un pensiero contrario all'aborto, però, non è ancora conclusa: «Essere ostili all'aborto è un'opinione che chiunque può esprimere liberamente e attraverso tutti i mezzi nel nostro paese», concede benevola il ministro. «Ma attirare le donne su siti internet presentati come siti di informazione, che usano un vocabolario e un'immagine giovane, moderna per poi fornire false informazioni, fuorvianti, al solo scopo di dissuadere le donne dall'abortire, colpevolizzandole, questo è inaccettabile. Si chiama manipolazione».
Chi insomma scrive su un sito internet che l'aborto è un omicidio, che causa danni psicologici (e a volte fisici) alle madri, ma anche ai padri, e che ci sono altre soluzioni oltre all'interruzione di gravidanza, «manipola» le donne e va messo a tacere. Ma a chi si riferiva il ministro? Ad esempio a siti come afterbaiz.com, che riporta spesso le testimonianze di donne famose che scelgono di abortire o non abortire. Mostrando sempre, in ogni caso, che la scelta è controversa e dolorosa.

NON SERVE RIFLETTERE
In un paese dove si verifica un aborto ogni quattro nascite, cioè 218 mila interruzioni di gravidanza nel 2015 a fronte di 810 mila nascite, questi discorsi non si devono fare. Nessuno, cioè, deve poter anche solo insinuare che l'aborto non è l'unica scelta di fronte a una gravidanza difficile o indesiderata. Negli anni il governo socialista di François Hollande è riuscito a rendere l'aborto un «diritto fondamentale» a tutti gli effetti, abolendo addirittura l'obbligo di riflessione di sette giorni tra il colloquio con un medico e quello con un secondo medico, con la scusa che «stigmatizza le donne che hanno già deciso». Come se su un tema così importante non si potesse cambiare idea. Per la cronaca, per rifarsi il seno è ancora in vigore un obbligo di riflessione di due settimane.

Fonte: Tempi, 28/09/2016

6 - L'ATEO PARTITO COMUNISTA CINESE PRETENDE DI DECIDERE CHI E' LA REINCARNAZIONE DEL DALAI LAMA
Per legge è solo il regime a poter certificare chi sia la reale autorità religiosa dei buddisti tibetani (nell'indifferenza dell'ONU)
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 30/09/2016

I regimi comunisti sono sempre stati il trionfo dell'assurdo, dell'ottusità burocratica, il palcoscenico della demenzialità del potere, ma la Cina aggiunge adesso un altro tassello (tragi)comico.
Al capitolo V (articoli 36-39) dei nuovi regolamenti sulle attività religiose del regime comunista di Pechino, si dispone infatti che è vietato reincarnarsi senza il permesso del Partito.
E' solo il regime che fa professione di materialismo ateo a poter certificare che si tratta di reincarnazione autentica.
Quindi i "budda viventi" del buddismo tibetano - per reincarnarsi - devono fare domanda, la quale "deve essere presentata per l'approvazione al dipartimento per gli affari religiosi del governo del popolo".
E' solo una - la più ridicola - delle tante misure repressive che il regime ha deciso per soffocare la religione tibetana. Anche se questa norma surreale era già prevista nei precedenti regolamenti e ha iniziato a essere operativa dal 1° settembre 2007.
Infatti - come spiega padre Bernardo Cervellera (direttore di Asianews) - "già da anni il Partito-governo ha stabilito questa regola che cerca di prevenire la possibilità di una reincarnazione 'non controllata' o 'non approvata' del Dalai Lama".
Sarebbe esilarante assistere all'iter burocratico di una di queste pratiche per la reincarnazione. Purtroppo però la cornice di questa vicenda è terribile: è la repressione sanguinosa del popolo tibetano (con la distruzione del buddismo) perpetrata dal regime maoista dopo l'invasione e l'occupazione di quel Paese nel 1950. Che segnò la fine dell'indipendenza del Tibet, di cui il Dalai Lama era al tempo stesso l'autorità religiosa e politica.
In ogni caso - al di là del contesto drammatico - quella sulle reincarnazioni resta una norma grottesca tipica dell'ottusità burocratica di tutti i regimi comunisti. Cosa significa e cosa comporta in concreto?

I BUDDA VIVENTI
Si deve sapere che - secondo le credenze del buddismo tibetano - vi sono personalità, ritenute sante e venerabili, che invece di entrare nel Nirvana si reincarnano per illuminare gli uomini, su questa terra, e aiutarli a trovare la via del Budda. E' nella platea di queste reincarnazioni che poi vengono individuati il Dalai Lama e il Panchen Lama.
L'attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso - che è la quattordicesima reincarnazione - è considerato dal regime comunista come il nemico pubblico numero 1 da quando - nel 1959 - fu costretto a fuggire in India (in Tibet basta possedere la sua foto per venire arrestati).
Adesso però il Dalai Lama ha ormai 81 anni e - con la sua scomparsa - il regime cinese vuole chiudere definitivamente la partita col Tibet e col buddismo tibetano.
Già quando il Dalai Lama, nel 1995, riconobbe come reincarnazione del Panchen Lama un bambino di sei anni, Gedhun Choekyi Nyima, il regime comunista fece subito sparire il fanciullo e la sua famiglia, di cui nessuno sa più nulla, e decise di scegliere un altro bambino come Panchen Lama.
Ma soprattutto - come si è detto - il governo comunista ha imposto la norma sulle reincarnazioni che devono avere l'approvazione del regime e all'inizio di quest'anno è arrivato addirittura a pubblicare sul sito web dell'Autorità per gli affari religiosi i nomi, le foto e gli indirizzi di alcune centinaia di "Budda viventi" - cioè allineati al regime - la cui "reincarnazione" è autenticata e autorizzata dal Partito.
Con questa iniziativa si sono delegittimati come illegali e falsi tutti quelli riconosciuti dal Dalai Lama (che ovviamente sono esposti a varie accuse e poi a repressioni, arresti e torture).

TERRA BRUCIATA
Una strategia che mira a controllare la nomina del prossimo Dalai Lama. Del resto, per l'attuale Dalai Lama, la Cina, mettendo sulla bilancia tutto il suo peso economico, commerciale e politico, è riuscita ad ottenere, negli ultimi due anni, un isolamento internazionale spaventoso.
Sia le Nazioni Unite che i singoli governi hanno sostanzialmente abbandonato il Tibet alla mercé del regime cinese.
Nell'aprile scorso Giampaolo Visetti su "Repubblica" ha fatto l'elenco impressionante delle "porte in faccia" che il Dalai Lama si è preso dal 2014 ad oggi. Una serie inaudita. [...]
Il Tibet è solo e il Dalai Lama è evitato da tutti e isolato. Infatti - sconsolato - è arrivato a dichiarare: "Buddha potrebbe non reincarnarsi più".
La prospettiva quindi è che il vecchio Tenzin Gyatso possa davvero passare alla storia come l'ultimo Dalai Lama.
Anche se il regime comunista - per schiacciare definitivamente il Tibet e la sua cultura - sicuramente provvederà d'ufficio a farne "reincarnare" uno farlocco, col timbro del Partito.
Un "compagno Dalai Lama", taroccato come certe cianfrusaglie "Made in China", che liquiderà il Tibet per conto del regime comunista. Nell'indifferenza dell'Onu, dei salotti intellettuali, dei governi e del papa "politically correct".

Fonte: Libero, 30/09/2016

7 - IL VESCOVO DI MOLFETTA ORGANIZZA UN CORSO GENDER NELLA PROPRIA DIOCESI
Iniziative simili in tutta Italia: unioni gay benedette a messa nel centro di Palermo e un ritiro spirituale LGBTI con a tema ''il Dio queer'' in un monastero camaldolese (ormai la condanna del gender non basta più... occorre reagire con vigore)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 02/10/2016

«Evitare il confronto è da vili», ha detto monsignor Domenico Cornacchia, vescovo di Molfetta, introducendo il 30 settembre il dibattito che ha dato inizio al corso di formazione per insegnanti ed educatori sulla "Educazione di genere", organizzato dalla diocesi di Molfetta e dalla locale Azione Cattolica. Oddio, chiamarlo dibattito sembra azzardato, visto che i sei che sedevano dietro al tavolo degli oratori raccontavano in modi diversi la stessa storia: che l'omosessualità, cioè, è una variante della natura, che l'educazione di genere è compito fondamentale della scuola, che compito dell'educatore è accompagnare ogni persona nel crearsi una identità sessuale forte, qualsiasi essa sia.
Ma i lettori più attenti si saranno accorti di una stranezza: la presenza all'incontro di quel vescovo che, prima annunciato sui manifesti, alla Nuova BQ aveva poi fatto dire dal suo segretario che non sarebbe andato. Sconcertati dal manifesto e dalla presentazione del corso di formazione, volevamo semplicemente chiedere al vescovo il perché di questa scelta così in contrasto con certe affermazioni di papa Francesco sul tema dell'educazione di genere (e ieri in Georgia ne ha dato un'altra dimostrazione) e se era consapevole che tutti i relatori sono noti per le loro posizioni chiaramente pro-gender.

LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE
Il buon segretario del vescovo, don Luigi Amendolagine, ci ha detto che lui e il vescovo non ne sapevano nulla, che altri erano gli organizzatori, che il vescovo comunque aveva altri impegni e non sarebbe andato, che poi - figurarsi - «sappiamo bene cosa insegna la Chiesa e quindi ci saranno sicuramente voci che esprimeranno questa posizione» (e nel caso don Luigi pensasse di poter smentire, sappia che abbiamo la registrazione delle due telefonate).
Ma era solo un modo per evitare il confronto. Non solo il vescovo ci è andato ma la registrazione dell'incontro dimostra chiaramente che monsignor Cornacchia sapeva benissimo chi erano i relatori e cosa avrebbero detto (diocesi ed "esperti" ci lavoravano da mesi), cose su cui ha dimostrato di concordare in pieno, rifugiandosi dietro al solito «Chi sono io per giudicare?». È d'accordo sul fatto che «ci siano varianti nella stessa natura»; ha detto che viviamo tutti «un problema evolutivo» (qualsiasi cosa significhi), davanti al quale non è lecito «tapparsi le orecchie come per tanto tempo anche la Chiesa ha fatto»); con notevole sprezzo del pericolo ha sostenuto che «noi ci inchiniamo di fronte a chi fa una determinata scelta», e non parliamo delle frasi sconnesse con cui ha definito l'esortazione apostolica "Amoris Laetitia". E davanti a una domanda precisa ha fatto sfoggio di una invidiabile cultura internazionale affermando che «qui stiamo parlando di genere e non di gender»: qualcuno dal pubblico gli ha urlato che sono la stessa cosa essendo il primo termine la traduzione italiana del secondo (in inglese), ma non ha raccolto.

NON UN CASO ISOLATO
Per certi versi il caso di Molfetta è clamoroso, ma sarebbe un errore pensare che sia isolato. Al contrario è dentro una tendenza ormai più che conclamata, visto che da tempo anche Avvenire e Tv2000, gli organi di informazione ufficiali della Chiesa italiana, sembrano diventati organi di promozione dell'omosessualità [leggi: SECONDO AVVENIRE QUELLO GAY E' UN AMORE AUTENTICO, clicca qui, N.d.BB].
È ancora Avvenire che ha sdoganato già da tempo l'ideologia di genere introducendo una differenza tra un gender buono e un gender cattivo, un po' come per il colesterolo. Proprio due giorni fa il quotidiano Repubblica ha pubblicato un lungo articolo in cui dà conto della lunga marcia delle associazioni cristiane Lgbt sempre più integrate nella pastorale delle diocesi. E il Rapporto 2016 sui cristiani Lgbt in Italia ne offre un dettagliato resoconto.
Per questo, pur di fronte a un'iniziativa oggettivamente scandalosa (nel senso letterale del termine) e grave come quella di Molfetta, non ci aspettiamo chissà quali interventi superiori. Anzi, è più probabile che ci toccherà ascoltare messaggi di sostegno a un confratello vilmente e ingiustamente attaccato dai soliti "dottrinari" che invece di chinarsi sulle ferite degli uomini, pensano soltanto alla Legge [leggi: OSSERVATORE ROMANO E AVVENIRE: SI ALLE UNIONI GAY, clicca qui, N.d.BB].

LA CONDANNA DEL GENDER NON BASTA
E non basteranno neanche le parole chiare del Papa di ieri a proposito di gender e di guerra mondiale contro il matrimonio. Perché il tutto passa da sottili distinzioni che permettono di tenere insieme il Magistero con il suo sovvertimento: si prende le distanze da una ideologia del genere, che forse neanche esiste (si dice), ma si valorizza l'accompagnamento alla costruzione dell'identità sessuale; si condanna a parole l'indottrinamento nelle scuole ma poi si costruiscono percorsi nelle diocesi e nelle parrocchie - per «capire», per «dialogare» - che fanno la stessa cosa; si fa finta che il gender sia una cosa e l'omosessualità un'altra; si spaccia per aiuto alle persone ciò che è invece pura e semplice promozione di uno stile di vita; si difende il matrimonio ma poi si promuovono le unioni omosessuali «basta che non siano equiparate alla famiglia». Tanto per capire che in confronto ai personaggi che guidano l'opinione nella Chiesa oggi, i capi dei farisei al tempo di Gesù erano dilettanti.
Per questo la condanna dell'ideologia del gender non è più sufficiente, si deve affermare con chiarezza che questa ideologia e la promozione dell'omosessualità, la pretesa che essa sia una semplice «variante della natura», sono un tutt'uno. Si deve dire in modo inequivocabile che accogliere le persone e accompagnarle è cosa ben diversa dall'accettare stili di vita incompatibili non con la dottrina ma con il bene delle persone stesse. Così come si bastona quanti usano la dottrina come pietre da scagliare contro le persone, si deve denunciare con forza quanti stravolgono e usano il Magistero della Chiesa per affermare dottrine personali o, peggio, per sistemare le proprie situazioni affettive.
Senza un intervento chiaro in questo senso, non c'è dubbio che l'attuale ondata catto-gay diventerà uno tsunami.

Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo sottostante dal titolo "Dilaga la Chiesa arcobaleno... e i vescovi in silenzio" parla delle unioni gay benedette a messa nel centro di Palermo e del ritiro spirituale LGBTI con a tema "il Dio queer" in un monastero camaldolese. Sono solo gli ultimi episodi che mostrano come nella Chiesa il verbo omosessualista prosperi. Ma il dato ancora più inquietante è l'inerzia totale delle gerarchie, che omettono di richiamare a ciò che la Chiesa insegna.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana L'8 settembre 2016:
Ieri, 7 settembre, Elisabetta e Serenella si sono unite civilmente a Palermo. La prima notizia sta nel fatto che questa unione civile non fa più notizia. La seconda notizia - sicuramente meno usuale - vede Padre Cosimo Scordato parroco di San Saverio, chiesa di un rione del centro storico palermitano, presentare durante la messa domenicale alla comunità dei fedeli la coppia lesbica (clicca qui). Il padre ha chiesto ai presenti di "accoglierle nella comunità e di pregare per la loro vita insieme", perché - così sostiene - la scelta di Elisabetta e Serenella "guarda al futuro". Poi ha aggiunto: "Qualche giorno fa sono venute da me per chiedermi di benedire gli anelli. La Chiesa non ammette questo sacramento per le coppie omosessuali ma le ho invitate comunque a venire a messa per presentarle alla Comunità, perché la Chiesa deve accogliere tutti".
Evidentemente padre Scordato è tale di nome e di fatto perché immemore di ciò che dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: bene accogliere le persone omosessuali, male accogliere l'omosessualità. E la presentazione delle coppia omosessuale in chiesa, durante la celebrazione eucaristica non può che essere letta come benedizione dell'omosessualità. Ed infatti aggiunge a beneficio dei garantisti, cioè di coloro che tendono a minimizzare simile uscite eretiche: "Il mio auspicio è che un giorno la Chiesa accetti di benedire anche le relazioni omosessuali. Le cose si cambiano poco a poco, un passo per volta". Ed infatti è noto che al peccato mortale in genere ci si avvicina per gradi.
Cambiamo scenario, ma la musica rimane la stessa. Un gruppo di credenti interconfessionali - cattolici, valdesi, battisti, "veterocattolici" (sic), tra cui laici e non - mette in piedi l'iniziativa Progetto Gionata teso a far "conoscere il cammino che i credenti omosessuali fanno ogni giorno nelle loro comunità e nelle varie Chiese". Il Gruppo di Ricerca su Spiritualità ed Omosessualità nato in seno a questo progetto invita tutti, dal 14 al 16 ottobre presso l'Eremo di Monte Giove vicino a Fano (dove vive una comunità di monaci camaldolesi), al decimo "Ritiro-laboratorio di spiritualità LGBTI" che avrà come titolo "Ad immagine e somiglianza di un Dio queer". E pensare che noi abbiamo sempre creduto di essere stati creati ad immagine e somiglianza del Dio cattolico. Vetero-ingenuità.
In realtà il Gruppo di ricerca di cui sopra non ha inventato nulla di nuovo. Da tempo esiste una vera e propria teologia queer tesa ad incistare il portato culturale e dottrinale cristiano con la teoria del gender. In breve - al pari della messa gay di Padre Scordato - si vuole che la Chiesa incensi omosessualità e transessualità. Perché, così pare a loro, Dio abbraccia il peccatore e il peccato.
Ed infatti il sito del Progetto Gionata così interroga noi cattolici old style: "Che cosa ha da dire, alla vita di gay e lesbiche, il Dio delle teologie queer? Quanto c'è di sconvolgente nel modo di essere e di amare delle persone LGBTI, che possa essere ritrovato nel Dio della tradizione ebraico-cristiana? E, viceversa, in quale misura gay, lesbiche, trans o intersessuali, costruiscono un'identità personale ispirata ad un Dio 'altro', e quanto invece a modelli culturali che appartengono semplicemente alla società in cui cresciamo? Ci proponiamo di fare un percorso di approfondimento e di integrazione corpo-spirito, con la teologa e pastora Daniela Di Carlo e l'insegnante di Biodanza SRT Maria Monti. [...] Vi aspettiamo per riscoprire insieme una spiritualità cristiana inclusiva e liberante". L'aggettivo "liberante" è significativo perché rimanda non solo al percorso di liberazione da supposti tabù culturali eterosessisti, ma anche al processo di liberazione di gay, trans, lesbiche etc. dall'oppressione di una cultura bigotta. Alcuni infatti considerano la teologia queer come una costola della teologia della liberazione.
Lasciamo ai teologi rispondere alle domande che assillano gli organizzatori del ritiro, che appare più un ritiro dalla sana dottrina. Qui vogliamo solo appuntare un dato: l'inerzia totale delle gerarchie nel denunciare pubblicamente simili iniziative. Perché l'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice non fa almeno una ramanzina a Padre Cosimo? Forse lo avrà ripreso privatamente - siamo anche noi garantisti - ma operando solo così lo scandalo non è evitato. Perché i vescovi competenti non tuonano contro il Progetto Gionata? Gli atti omissivi verso il male, che permettono il male quando sarebbe doveroso impedirlo, pesano tanto quanto se non di più degli atti commissivi.
In breve qui siamo in presenza di sedicenti cattolici che spacciano l'omosessualità come condizione buona e compatibile con l'insegnamento di Cristo. È come un rivenditore Ferrari che consiglia al cliente di comprarsi una bella Skoda. Non credete che il responsabile vendite Ferrari appena appreso di questo comportamento scorretto che favorisce la concorrenza licenzierebbe in tronco il fedifrago rivenditore?

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 02/10/2016

8 - STORIE DI (ORDINARIA) PERSECUZIONE ANTI-CRISTIANA
Nel Pakistan di Asia Bibi, un ragazzo è condannato a morte perché qualcuno lo accusa, senza prove, di blasfemia e un professore è stato minacciato di morte a scuola
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Tempi, 28/09/2016

Ha appena sedici anni il giovane cristiano condannato a morte per blasfemia in Pakistan. E, come avvenuto in molti altri casi, è detenuto in carcere nonostante i dettagli sulla vicenda e le prove dell'accusa siano fumose. Nabell Masih, residente a Kasur nella provincia le Punjab (dove gli episodi di blasfemia contro i cristiani sono continui), è stato accusato da un vicino musulmano di aver postato l'immagine di un maiale in cima alla Kaaba della Mecca. Shahbaz Ahmed, ufficiale di polizia, ha dichiarato all'agenzia di notizie Afp che il post urtava «i sentimenti religiosi dei musulmani e dissacrava il sito religioso», ma Mashi si è difeso spiegando che la foto era stata messa sulla sua bacheca Facebook da qualcun altro. Nonostante ciò e nonostante l'immagine sia stata rimossa senza possibilità di verificare le imputazioni, il ragazzo è stato subito arrestato. Naveed Aziz, un altro ufficiale di polizia, ha confermato che il post è stato rimosso e che non è più visibile.
Wilson Chowdhry, presidente della British Pakistani Christian Association, ha dichiarato che «questo incidente ha fatto emergere ancora una volta la mancanza di valore attribuita ai cristiani pachistani. Un sedicenne accusato di blasfemia è stato incarcerato senza indagini appropriate», inoltre «pochi capiscono quale trappola sia la blasfemia per i cristiani in Pakistan e quanto inconsistenti siano spesso le prove». Perciò sarebbe opportuno vietare loro l'accesso ai propri media, visto che «anche amici di lunga data potrebbero chiedere la tua testa se sentono che hai offeso la loro fede».

IL PROFESSORE MALMENATO
Un altro episodio che testimonia la difficile vita dei cristiani in Pakistan è quello capitato a Musa Atique, 43 anni, insegnante. Il caso è capitato nella scuola elementare statale di Kot Radaha Kishan (Punjab), dove due maestri, Sheikh Ullah e Malik Azeem, hanno incitato i bambini contro i cristiani "infedeli" e traditori asserviti a ebrei e americani. Atique ha denunciato il fatto al capo degli insegnanti senza ottenere nulla se non minacce di morte e maltrattamenti da parte di docenti e studenti musulmani. Kishan e Ullah sono persino entrati nell'aula in cui Atique teneva lezione picchiandolo di fronte agli studenti e chiamandolo cristiano "choora", che significa spazzatura. Dopodiché lo hanno minacciato di morte se avesse continuato a battersi contro il loro «atto sacro di predicare la verità sui malvagi cristiani».
Solo dopo la richiesta del preside, la polizia è intervenuta, ma senza prendere alcun provvedimento nonostante l'ammissione da parte dei due colpevoli a cui è stato chiesto soltanto di cessare ogni violenza contro il professore cristiano. Atique ha scritto una lettera al governatore e al ministro dell'Educazione del Punjab per poi dichiarare che «se non fosse per la British Pakistani Christian Association probabilmente a quest'ora sarei morto o in una cella in prigione attendendo di essere impiccato e ucciso per un atto di blasfemia mai commesso».

Fonte: Tempi, 28/09/2016

9 - OMELIA XXVIII DOMENICA T. ORD. - ANNO C (Lc 17.11-19)
Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 9 ottobre 2016)

Il tema del Vangelo di oggi è la gratitudine. Gesù si stava recando a Gerusalemme quando gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali supplicavano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi» (Lc 17,13). La legge ebraica prescriveva che i lebbrosi dovevano vivere appartati, ai margini della società, per evitare il rischio del contagio. La loro era una situazione drammatica; il loro allontanarsi dalla società era quasi sempre un viaggio senza ritorno. Una eventuale guarigione doveva essere costatata da un sacerdote che riammetteva quella persona nella società in seguito all'offerta di un sacrificio.
Tra quei dieci lebbrosi vi era anche un samaritano. I samaritani non erano ben visti dai giudei. L'evangelista Luca, in altri passi del suo Vangelo, ci fa comprendere come essi erano guardati con disprezzo a causa della loro ibrida origine etnica e religiosa. Gesù andò contro quella mentalità additando come modello di carità fraterna il buon Samaritano (cf Lc 10,33-37).
La stessa sciagura aveva accomunato un lebbroso samaritano a nove lebbrosi giudei. Certamente essi avevano sentito parlare di Gesù, dei suoi miracoli, della sua compassione verso i miseri. Animati da quella speranza, si fecero coraggio e si avvicinarono al Maestro per chiedere la grazia. Non la chiesero esplicitamente, ma si limitarono a invocare pietà; fu Gesù stesso che andò incontro al loro più profondo e straziante desiderio, invitandoli a recarsi dai sacerdoti: «Andate a presentarvi ai sacerdoti» (Lc 17,14). Solo i sacerdoti potevano, una volta accertata la guarigione, riammetterli nella vita sociale e religiosa di Israele.
Da notare che la grazia non era stata ancora fatta e Gesù li mandò dai sacerdoti. In un'altra circostanza, il Signore mandò un lebbroso dal sacerdote dopo averlo miracolato (cf Lc 5,14). Per quale motivo, nell'episodio del Vangelo di oggi, Gesù mandò quei dieci lebbrosi dai sacerdoti prima ancora di averli guariti? È chiaro che Gesù volle mettere alla prova la fede di quegli infelici. La guarigione, infatti, avvenne mentre i dieci erano in cammino.
Avvenuto il miracolo, soltanto uno tornò indietro per ringraziare. Quell'uomo era proprio il samaritano. Gli altri nove proseguirono per raggiungere i sacerdoti e ritrovare quindi la sospirata libertà; soltanto il povero samaritano sentì la necessità di fermarsi e di tornare indietro. Egli si gettò ai piedi di Gesù e lo ringraziò di cuore (cf Lc 17,16).
L'episodio culmina con l'affermazione risentita di Gesù: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?» (Lc 17,17-18). E poi disse al samaritano: «Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato» (Lc 17,19).
Nella Bibbia la lebbra è il simbolo del peccato. Di questa lebbra siamo stati infetti tante volte, e Gesù ci ha guariti con il suo perdono. Anche se siamo molto pentiti, però, Gesù ci manda dai sacerdoti per ricevere l'assoluzione sacramentale. La Chiesa ci ricorda con forza che, anche se grande è il nostro pentimento, in caso di peccato mortale, prima di ricevere la Comunione, dobbiamo confessare i nostri peccati dal sacerdote e riceverne l'assoluzione. Ricordiamocelo sempre.
Siamo stati beneficati tante e tante volte da Gesù. Pensiamo a quante volte abbiamo ricevuto il perdono di Dio attraverso il sacramento della Confessione e abbiamo ricevuto la Comunione. Domandiamoci: abbiamo sempre ringraziato, oppure ci siamo comportati come gli altri nove lebbrosi?
Vogliamo dunque prendere un proposito pratico quest'oggi, quello di fare bene il ringraziamento dopo la Comunione. Non dobbiamo e non possiamo andarcene via come se niente fosse. Dentro di noi abbiamo Gesù. Fermiamoci, per quanto è possibile, a parlare familiarmente con Lui. Durante il quarto d'ora che segue la Comunione, Gesù è realmente presente dentro di noi, nel nostro cuore, finché perdurano le sembianze del Pane eucaristico. Non sprechiamo malamente quei minuti che sono i più importanti della nostra giornata. Adoriamo e ringraziamo, come ha fatto il povero lebbroso. Inoltre, abituiamoci a ringraziare Gesù ogni volta che riceviamo il suo perdono nel sacramento della Confessione. Non è una cosa da poco essere perdonati da Dio.
Ricordiamocelo sempre: quanto più ringrazieremo, tanto più riceveremo. La mancanza di gratitudine, al contrario, allontana da noi i benefici di Dio.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 9 ottobre 2016)

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