BastaBugie n�942 del 10 settembre 2025

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1 DON LEONARDO MARIA POMPEI, L'OBBEDIENZA CHE MANCA E L'ESEMPIO DEI SANTI
La sospensione a divinis è l'ovvia conseguenza della sua non sottomissione alla gerarchia ecclesiastica e il rifiuto di celebrare la Messa di Paolo VI
Autore: Daniele Trabucco - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 LOCALI CHILDFREE: IL SINTOMO DI UNA SOCIETA' STERILE
Si tollera un cane in spiaggia o al ristorante, ma non un bambino che gioca
Autore: Bernardo Tombari - Fonte: Sito del Timone
3 CHI SI AFFIDA ALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE SCRIVE MENO, PENSA PEGGIO E PERDE SE STESSO
Gemini, l'intelligenza artificiale di Google, apre ai minori di 13 anni: nuove cavie per un gioco pericoloso
Autore: Manuela Antonacci - Fonte: Sito del Timone
4 FRASSATI E ACUTIS, INVITO AI GIOVANI A ORIENTARE LA VITA VERSO L'ALTO
80mila persone alla Messa di canonizzazione dei due giovani santi morti, Pier Giorgio Frassati, nel 1925 a 24 anni e Carlo Acutis nel 2006 a 15 anni (VIDEO: Omelia di Papa Leone XIV)
Autore: Nico Spuntoni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 SEI FIGLI, ZERO ANIMALI? STRANO, MA VERO
Intervista a una famiglia numerosa di Siena che smentisce chi guarda con sospetto ciò che un tempo era considerato una benedizione
Autore: Antonio Rizzo - Fonte: Gazzetta di Siena
6 SE PERFINO ELON MUSK METTE IN GUARDIA DALLA PILLOLA
Quando lo dice la Chiesa è oscurantismo, ma se lo dice un miliardario, improvvisamente è scienza?
Autore: Manuela Antonacci - Fonte: Sito del Timone
7 OMELIA PER LA FESTA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (Gv 3,13-17)
Come Mosè innalzò il serpente nel deserto...
Autore: Raniero Cantalamessa - Fonte: lachiesa.it

1 - DON LEONARDO MARIA POMPEI, L'OBBEDIENZA CHE MANCA E L'ESEMPIO DEI SANTI
La sospensione a divinis è l'ovvia conseguenza della sua non sottomissione alla gerarchia ecclesiastica e il rifiuto di celebrare la Messa di Paolo VI
Autore: Daniele Trabucco - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 9 settembre 2025

La sospensione a divinis comminata a don Leonardo Maria Pompei non è riconducibile a un singolo atto materiale di disobbedienza, ossia la violazione del precetto penale del 2 settembre 2025, ma trova il suo fondamento canonico, teologico e filosofico in una pluralità di fattori convergenti. Il provvedimento, infatti, non può essere letto solo come reazione a un atto di insubordinazione circoscritto: è la conseguenza di una scelta più radicale, ossia la dichiarata non sottomissione alla gerarchia ecclesiastica e il rifiuto di celebrare secondo il rito promulgato dall'autorità della Chiesa, che equivale a un atto di rottura della comunione gerarchica e liturgica.
Sul piano teologico, è bene ricordarlo, l'obbedienza gerarchica non è un mero vincolo disciplinare, dal momento che si radica nella costituzione divina della Chiesa, la quale, secondo Lumen gentium (n. 20-21 e, prima ancora, secondo la Mystici Corporis Christi del 1943 di Pio XII), è governata dai Vescovi in comunione con il Romano Pontefice e richiede dai presbiteri una sincera subordinazione e cooperazione. Rifiutare tale comunione significa porre in discussione l'unità visibile della Chiesa, che si manifesta appunto nella sottomissione al Magistero e alla disciplina ecclesiastica. La sospensione, pertanto, si presenta come misura volta a tutelare non solo l'ordine giuridico interno, quanto, soprattutto, la comunione ecclesiale.
L'obiezione secondo cui non si dovrebbe obbedire alla gerarchia quando questa «deraglia» non regge né sul piano canonico, né su quello teologico e filosofico. È vero che l'obbedienza non è cieca, ma ordinata alla Verità; tuttavia, la Chiesa cattolica insegna che l'assistenza dello Spirito Santo preserva indefettibilmente il Magistero da errori nei dogmi e questo resta un fatto innegabile: nessun dogma di fede è stato mai messo in discussione, neppure oggi.
La crisi attuale tocca orientamenti pastorali, documenti (si veda, a titolo esemplificativo, Fiducia supplicans) e indicazioni catechetiche, ma non ha scalfito il deposito della fede. In questi ambiti, che appartengono al magistero autentico ordinario e non al magistero solenne, il fedele e il sacerdote devono prestare l'«ossequio religioso dell'intelletto e della volontà» (Pio XII, Humani generis del 1950), cioè rispetto e adesione interiore proporzionata al grado dell'insegnamento, ma senza rinunciare ad interrogativi critici. Il can. 212, paragrafi 1-3, del vigente Codex iuris canonici del 1983, che riconosce ai fedeli il diritto di manifestare le proprie perplessità, impone che ciò avvenga sempre con rispetto e riverenza, mai con atteggiamenti di rottura.
La posizione, pertanto, secondo cui si può obbedire solo quando si ritiene che l'autorità «stia nella verità» conduce inevitabilmente alla dissoluzione dell'unità ecclesiale e a un criterio soggettivo che trasforma la Chiesa in una somma di opinioni private (lo stesso mondo della tradizione, pur nella sua ricchezza, è attraversato da particolarismi e personalismi, quasi una sorta di affannosa rincorsa a chi è più «tradizionalista» degli altri ed ha il seguito maggiore).

SUBORDINARE L'AUTORITÀ ALL'ARBITRIO INDIVIDUALE
Filosoficamente, questo equivale a subordinare l'autorità all'arbitrio individuale, negando il principio che l'autorità è mediazione dell'ordine oggettivo voluto da Cristo. Teologicamente, significherebbe ridurre la promessa di Cristo sulla indefettibilità della sua Chiesa a una formula vuota.  Eppure, è proprio Cristo che, come scrive l'apostolo Paolo, «factus oboediens usque ad mortem» (Fil 2,8). Canonisticamente, infine, rifiutare l'obbedienza al legittimo Ordinario per le ragioni sopra indicate rischia, sebbene il decreto di sospensione a divinis di Mons. Crociata non lo affermi formalmente, di perfezionare il grave delitto di scisma di cui al canone 751 sul quale, eventualmente, interverranno le autorità ecclesiastiche davanti alle quali don Pompei ha il diritto-dovere di difendersi.
Detto in altri termini, l'obbedienza, pur sofferta e a volte «martiriale», non è un atto di debolezza, bensì di fede nel Cristo che non abbandona la sua Chiesa. Senza questo sguardo soprannaturale, l'istituzione ecclesiale apparirebbe solo come un corpo umano, fragile e fallibile; ma con esso, si coglie che dietro e dentro le vicende della storia, spesso contraddittorie e sofferte, rimane sempre presente il Signore che ha promesso: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Neppure il ricorso al cosiddetto «criterio dell'eccezione» regge come fondamento per giustificare la posizione di don Pompei. L'idea di fondo, presa in prestito da categorie giuridico-politiche moderne, sarebbe che, in situazioni straordinarie di crisi, la coscienza del singolo o del gruppo possa sospendere l'obbedienza dovuta all'autorità legittima per salvaguardare la verità. Tuttavia, questo criterio, che può avere una sua funzione nello Stato, non è applicabile all'ordine ecclesiale. Dal punto di vista canonico, infatti, lo ius publicum ecclesiasticum non contempla uno «stato d'eccezione» che autorizzi a negare la sottomissione alla gerarchia.
La Chiesa non si fonda sul consenso dei fedeli, né su dinamiche emergenziali, quanto sulla promessa indefettibile di Cristo, che ne garantisce la continuità. Pretendere di sospendere l'obbedienza in nome di un presunto «stato d'eccezione» (e chi lo proclamerebbe?) significa misconoscere che il Signore non abbandona la sua Chiesa e che il deposito della fede non è stato, né può essere intaccato, anche quando vi sono documenti pastorali controversi. Filosoficamente, inoltre, il criterio dell'eccezione implica un primato del soggettivo sull'oggettivo, della volontà individuale sul principio ordinante dell'autorità. Applicarlo alla Chiesa significherebbe dissolverne la natura soprannaturale e ridurla a società umana che si regge sull'eccezione e non sulla grazia. La Chiesa, però, non è un ordinamento umano che si salva «nonostante» la regola: è sacramento universale di salvezza, che permane nella sua verità proprio attraverso la fedeltà al principio gerarchico, anche nei tempi di confusione e smarrimento.

SAN GIOVANNI BOSCO E SAN PIO DA PIETRELCINA
Gli esempi di san Giovanni Bosco (1815-1888) e di san Pio da Pietrelcina (1887-1968) mostrano con chiarezza come l'obbedienza, anche quando imposta in circostanze dolorose o umanamente incomprensibili, non sia mai vana, ma diventi via di santità e di fecondità ecclesiale. Don Bosco visse nel cuore del XIX secolo, un'epoca tutt'altro che compatta dal punto di vista ecclesiale: al tempo di Pio IX, pontefice dal 1846 al 1878, la Chiesa era attraversata da gravi tensioni interne ed esterne, dal conflitto con lo Stato unitario italiano alla questione romana, dalle controversie sul ruolo del Sillabo e del Concilio Vaticano I (mai concluso) alle divisioni tra intransigenti e conciliatoristi.
Lo stesso nuovo slancio delle opere educative e caritative suscitava diffidenze e sospetti: al santo torinese vennero imposti controlli e limitazioni, gli si chiese di non intraprendere iniziative senza l'esplicita approvazione dei superiori e dovette affrontare accuse di imprudenza e di eccessiva autonomia. Egli avrebbe potuto interpretare tali misure come ingiuste o come un soffocamento del carisma ricevuto, eppure scelse l'obbedienza, confidando che la Provvidenza avrebbe comunque fatto fiorire l'opera. Il risultato fu che proprio attraverso quell'umiltà, i Salesiani divennero una delle realtà più vaste e feconde della Chiesa.
Padre Pio da Pietrelcina, a sua volta, sperimentò un'epoca segnata da tensioni non meno profonde. Nel primo Novecento e nel pontificato di Pio XI e Pio XII la Chiesa fu attraversata da conflitti interni legati al modernismo, alla nuova teologia, alle reazioni disciplinari spesso dure, alle divisioni tra clero progressista e clero intransigente. Egli stesso fu vittima di provvedimenti severissimi: interdizione dalle celebrazioni pubbliche, proibizione di confessare, isolamento dal popolo, controlli medici umilianti e accuse infamanti. Anche qui sarebbe stato facile denunciare la gerarchia come ingiusta o corrotta; eppure, Padre Pio non dichiarò mai di non riconoscere l'autorità dei suoi superiori, ma obbedì in silenzio, vivendo quel tempo come un martirio nascosto. La sua fedeltà, nonostante la durezza delle misure, fu la chiave stessa della sua santità e rese più limpida la sua testimonianza davanti alla Chiesa e al mondo.
Nei due casi, dunque, non si può liquidare l'obbedienza dei santi con la debole obiezione che «allora c'era Pio IX» o che allora non c'era modernismo e la crisi attuale». In realtà, tanto nel XIX quanto nel XX secolo, la Chiesa era attraversata da tensioni dottrinali, disciplinari e pastorali di grande portata: le controversie sul primato papale, le diffidenze verso nuovi apostolati, le fratture sul modernismo, le contrapposizioni tra correnti teologiche.
Nonostante questo, don Bosco e Padre Pio scelsero di non rompere la comunione, di non erigersi a giudici della Chiesa, ma di vivere l'obbedienza come partecipazione al mistero di Cristo obbediente. Ignorare il loro esempio significa svuotare la santità di un tratto decisivo e illudersi che la disobbedienza sia soluzione alle crisi. Essi mostrano che la vera forza non sta nel contrapporsi alla gerarchia, quanto nel rimanere fedeli nella prova, credendo che Cristo non abbandona la sua Chiesa e che, anche attraverso i limiti umani dei suoi pastori, la grazia opera. Don Leonardo lo sa molto bene, in quanto presbitero ben formato, e per questo affetto e, soprattutto, preghiera non possono mancare.

Nota di BastaBugie:
Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Il caso di don Pompei: qual è la volontà di Dio?" parla della sospensione a divinis di don Leonardo Maria Pompei, sacerdote con grande seguito sui social. Il sacerdote rifiuta la comunione gerarchica della Chiesa per approdare a un non meglio precisato "mondo della tradizione". Una scelta oggettivamente sbagliata.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 8 settembre 2025:

Nella mattinata di giovedì 4 settembre, il vescovo della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, Mons. Mariano Crociata, ha emanato un decreto che sospende il rev. Don Leonardo Maria Pompei, fino ad allora parroco di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta, «da tutti gli atti della potestà di ordine, da tutti gli atti della potestà di governo e dall'esercizio di tutti i diritti o funzioni inerenti all'ufficio». Il decreto precisa inoltre che «qualunque atto di governo dovesse essere posto dal presbitero in parola è da ritenersi invalido. Al Rev. Don Leonardo Pompei è concessa la dispensa dall'obbligo di portare l'abito ecclesiastico ed è chiesto di non presentarsi pubblicamente come sacerdote».
La sospensione del sacerdote, noto per la sua diffusa presenza sul web e sui social network, è stata motivata dal fatto che don Pompei ha violato un precetto penale che il proprio vescovo gli aveva imposto il 2 settembre scorso, precetto «che imponeva e ordinava al presbitero, sotto pena di sospensione, di non convocare alcun incontro o assemblea parrocchiali con i fedeli della parrocchia di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta, e di sospendere qualunque tipo di attività sui social media». L'azione del vescovo è stata motivata dal fatto che il sacerdote aveva comunicato la sua volontà di diffondere tramite una diretta web le ragioni che hanno motivato la sua scelta di esercitare d'ora in avanti il proprio ministero sottraendosi alla giurisdizione del proprio vescovo, per unirsi ad un non meglio definito "movimento tradizionalista cattolico". La sera del 3 settembre, don Leonardo M. Pompei ha comunque tenuto l'annunciata diretta pubblica, esponendosi in tal modo alle sanzioni comminategli dall'Ordinario.
Sarebbe riduttivo e fuorviante pensare che mons. Crociata sia ricorso alla sospensione a divinis semplicemente perché don Pompei avrebbe disobbedito al suo ordine di sospendere ogni attività sui social. Crociata è l'Ordinario della diocesi di Latina dal 2013, e per oltre dieci anni non ha mai impedito al sacerdote in questione di esercitare il suo apostolato su internet. Il senso della sua decisione, in tutta la sua gravità, sta nel fatto che don Pompei aveva comunicato al vescovo la sua intenzione di dichiarare pubblicamente il suo atto che appare di natura scismatica. In una seconda diretta, trasmessa la sera del 5 settembre, il sacerdote ha infatti così riassunto il senso della sua comunicazione con il vescovo: «Eccellenza, io ho maturato la volontà di non continuare a esercitare il ministero dentro la comunione gerarchica con la Chiesa cattolica, per impossibilità oggettiva, e di unirmi al mondo della tradizione che esercita il sacerdozio cattolico di sempre, in circostanze del tutto eccezionali».
La dichiarazione, per quanto vaga e che dovrebbe essere precisata, lascia intravedere la dinamica sottesa ad ogni scisma: rifiuto della comunione gerarchica con la Chiesa cattolica e adesione ad una realtà, nel caso, un non meglio precisato "mondo della tradizione", che ha la caratteristica di rifiutare a sua volta tale comunione gerarchica. Non si tratta pertanto di esprimere un dissenso riguardo a pochi o molti punti dell'attuale corso ecclesiale, e nemmeno di disubbidienza nei confronti degli ordini di un'autorità, ma di volersi porre deliberatamente al di fuori della comunione della legittima gerarchia della Chiesa cattolica. Atto che lascia supporre che i provvedimenti del vescovo non si fermeranno alla sospensione a divinis. Occorrerà comunque verificare con attenzione se vi siano gli elementi tipici di uno scisma, quale per esempio, il rifiuto di ricevere i sacramenti da e con i ministri della Chiesa, in comunione con il Papa.
Allo stato attuale, Don Pompei non può più esercitare legittimamente il suo ministero, né può più porre atti di governo validi. Ciò significa che tutti i sacramenti da lui celebrati sono illeciti, e nessun cattolico vi può assistere. Inoltre, è importante ricordare che egli non può assolvere validamente in confessione né assistere validamente ai matrimoni; per la validità di questi due sacramenti non è infatti sufficiente l'ordine sacro, ma occorre anche che l'Ordinario ne conferisca le facoltà.
La comprensione sincera per le enormi difficoltà che un prete cattolico deve oggi affrontare per continuare ad esercitare il proprio ministero in modo legittimo non può condurre all'approvazione di una scelta come quella di don Pompei, per il semplice fatto che non esiste circostanza eccezionale che legittimi una separazione di principio e di fatto dalla comunione con la legittima gerarchia della Chiesa cattolica. Non è in discussione la sincerità soggettiva della sua scelta, ma la bontà oggettiva. Rimanere nell'unità visibile della Chiesa cattolica, mediante i vincoli giuridici del diritto canonico, è volontà di Dio imprescindibile; nessun vero bene della Chiesa e delle anime può essere raggiunto al di fuori di questa volontà. Va da sé che vi sono state e vi possono purtroppo essere sanzioni canoniche ingiuste, dalle quali è legittimo e doveroso difendersi; ma la dichiarazione di don Pompei di volersi sottrarre alla gerarchia cattolica e di voler rendere nota la propria decisione pubblicamente ai fedeli giustifica sia il precetto penale che la sospensione a divinis; e probabilmente anche una futura scomunica.
Due riflessioni ulteriori si impongono, dopo l'ascolto dei due video dell'ex-parroco. Più volte don Pompei afferma essere volontà di Dio per lui "essere apostolo", in particolare sul web. Egli non nasconde che, dopo il suo spostamento nella piccola parrocchia di Sermoneta (circa 700 anime), è stato letteralmente salvato da internet da una situazione in cui non aveva più nulla da fare, dal momento che i fedeli devoti erano sì e no una ventina. In cuor suo, egli ha avvertito che il Signore lo ha sempre chiamato ad una vita da apostolo, ossia ad una vita di predicazione, di ministero attivo. Non potendo più, a suo avviso, vivere in questo modo nella Chiesa attuale, almeno non senza "crepacuore", egli ha deciso di rompere i vincoli con la gerarchia legittima. E tuttavia, domandiamo, la volontà di Dio non si manifesta anche in ciò che capita contro la nostra volontà e i nostri desideri? La volontà di Dio significata non si esprime anche negli ordini dei legittimi superiori, purché non espressamente contrari alla legge di Dio? Rimanere nella comunione gerarchica, nonostante tutte le defezioni della gerarchia, non è forse volontà di Dio esplicita, più certa dell'idea che noi abbiamo della nostra stessa presunta vocazione? E non è forse la più feconda via della croce, quella che ci capita contro noi stessi, contro ogni nostro più intimo e buon desiderio?
Seconda considerazione. Un piccolo chiarimento sul nebuloso "mondo della tradizione", che don Pompei intende raggiungere, è doveroso. Si tratta di un mondo formato da un insieme di realtà e personaggi piuttosto diversi tra loro. Si va dalle realtà sedevacantiste "storiche", in Italia rappresentate soprattutto dall'Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia, alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, alla "resistenza", venutasi a creare con la scissione del vescovo lefebvriano, ora defunto, Mons. Richard Williamson, fino alla recente rete di sacerdoti che si sono legati alla persona del vescovo condannato per scisma dalla Santa Sede, Mons. Carlo Maria Viganò. Secondo alcune indiscrezioni e secondo quanto sembra trasparire dai suoi video, don Pompei sembrerebbe rientrare in quest'ultima realtà, composta per lo più da sacerdoti generalmente sospesi dal loro ministero, non incardinati, o ordinati in modo illegittimo.

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 9 settembre 2025

2 - LOCALI CHILDFREE: IL SINTOMO DI UNA SOCIETA' STERILE
Si tollera un cane in spiaggia o al ristorante, ma non un bambino che gioca
Autore: Bernardo Tombari - Fonte: Sito del Timone, 3 settembre 2025

L'Italia è un Paese per vecchi, il fatto è ormai demograficamente assodato. Ma non un Paese di nonni gentili che si mettono al servizio dei più giovani, quanto uno di anziani acidi che vedono i bambini come un incomprensibile fastidio. E per andare incontro a questi, sempre più locali hanno adottato l'assurda politica del childfree: vietato l'accesso a tutti i bambini. È di pochi giorni fa il caso del bagno Bicio Papao di Milano Marittima/Cervia, dove è stato negato l'accesso a una famiglia modenese con un figlio di cinque anni e mezzo.
Il gestore, Walter Meoni, ha risposto alle critiche, tra cui quella del sindaco Matteo Missiroli, e rivendicato la sua politica: "Facciamo così da 33 anni, non odiamo i bambini. All'inizio qui venivano i giovani ed erano le famiglie stesse ad andarsene in altri bagni. Ora vengono persone di tutte le età e scelgono noi perché vogliono stare più serene sapendo che qui non ci sono bambini". Ciò che appare sconcertante non è la scelta del singolo gestore, ma ciò che rivela. Non è un'antipatia personale per i più piccoli, è intercettare un'intera fetta di mercato che non vuole aver a che fare con i bambini in nessuna circostanza.
La stessa fetta di mercato l'ha intercettata l'Osteria del Sole, uno storico ristorante al centro di Bologna, che ha più diplomaticamente "sconsigliato" l'accesso ai minori, e soprattutto dei passeggini, per via dello spazio ridotto. In Italia, per altro, è illegale vietare l'accesso sulla base dell'età, queste politiche si basano quindi sulla speranza che nessuna famiglia si impunti per essere servita. Ciò che appare ancora più assurdo però è l'esigenza di avere questi spazi in uno dei Paesi più vecchi e con il tasso di fertilità più basso in tutto il mondo. I bambini sono già una visione rara in Italia e a molti non basta ancora. Una natalità molto sotto la soglia di sostituzione è comunque troppo alta, evidentemente.
Sembra spenta anche l'indignazione dei fautori dell'inclusività e degli spazi aperti a tutti. Se un bagno scegliesse di vietare l'accesso agli animali domestici, per tutta quella clientela attenta all'igiene che vuole rilassarsi senza peli ed escrementi, probabilmente ci sarebbero state reazioni peggiori. Figuriamoci poi se, per motivi logistici e per lo spazio ridotto, a un disabile venisse negato l'accesso in un ristorante, dicendo che "può andare in tanti altri locali".
Che esistano bambini maleducati che disturbano e possono risultare fastidiosi è innegabile, ma con qualsiasi altra categoria nessuno si permette di generalizzare e vietare in toto l'accesso... come con le famiglie. Non basta che chi mette su famiglia prima dei 30 anni sia reputato un folle, non bastano gli incentivi praticamente inesistenti, quei pochi italiani che ancora fanno figli devono sentirsi anche fastidiosi e indesiderati. Sarebbe bello vedere al contrario il proliferare di locali che scelgono di essere child e family friendly. E si tratterebbe anche di business più sostenibili, perché una società a misura di anziano ha per sua natura vita breve.

Fonte: Sito del Timone, 3 settembre 2025

3 - CHI SI AFFIDA ALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE SCRIVE MENO, PENSA PEGGIO E PERDE SE STESSO
Gemini, l'intelligenza artificiale di Google, apre ai minori di 13 anni: nuove cavie per un gioco pericoloso
Autore: Manuela Antonacci - Fonte: Sito del Timone, 21 giugno 2025

ChatGPT è un chatbot che sfrutta l'intelligenza artificiale, progettato per comprendere e generare messaggi di testo simili a quelli umani, consentendo agli utenti di ottenere risposte a domande di vario tipo, dettagliate e coerenti. In teoria sarebbe una gran cosa, ma studi recenti hanno rivelato che gli studenti che utilizzano ChatGPT per la scrittura di saggi mostrano un coinvolgimento cerebrale molto più debole di chi non ne fa uso, arrivando anche ad erodere le capacità di pensiero critico, secondo un nuovo studio del MIT (Massachusetts Institute of Technology).
Lo studio ha diviso 54 soggetti, di età compresa tra i 18 e i 39 anni dell'area di Boston, in tre gruppi e ha chiesto loro di scrivere diversi saggi utilizzando rispettivamente ChatGPT di OpenAI, Google o semplicemente la propria testa. I ricercatori hanno, poi, usato un encefalogramma per registrare l'attività cerebrale degli scrittori scansionando 32 diverse regioni del cervello e hanno scoperto che dei tre gruppi, gli utenti di ChatGPT presentavano l'attività cerebrale più scarsa ed erano «costantemente sottoperformanti a livello neurale, linguistico e comportamentale».
Non solo, il gruppo che ha scritto saggi utilizzando ChatGPT ha consegnato elaborati estremamente simili che mancavano di pensiero originale, perché venivano impiegate le stesse idee e le stesse espressioni. Due insegnanti di inglese che hanno valutato i saggi li hanno definiti «senz'anima». Gli esami hanno, poi, rivelato un basso controllo esecutivo e un basso coinvolgimento attentivo. E al loro terzo saggio, molti degli scrittori hanno semplicemente fatto fare quasi tutto il lavoro a ChatGPT. Ciò conferma i danni dell'Intelligenza artificiale già evidenziati sulle pagine della nostra rivista.
In più, il MIT Media Lab ha recentemente dedicato risorse significative allo studio dei diversi impatti degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, che hanno rilevato anche che in generale, più tempo gli utenti trascorrono a parlare con ChatGPT, più si sentono soli. Probabilmente perché Il rischio maggiore è quello di perdere di vista innanzitutto il rapporto con noi stessi, la consapevolezza delle nostra capacità, convincendoci di «non essere più in grado» di affrontare sfide complesse senza l'aiuto della tecnologia.
Infine, affidarsi tanto all'intelligenza artificiale nell'elaborazione di compiti che la mente umana può tranquillamente svolgere da sola, a ben vedere, porta a perdere anche il gusto del fare, del creare e dunque mina lo sviluppo della creatività stessa. Dunque la tecnologia può aiutarci, questo è fuori discussione; non deve sostituirci, ecco il punto. Anche perché la strada del miglioramento, se ci pensiamo, è quella che percorriamo quando ci mettiamo alla prova e impariamo ad accettare i nostri errori.

Nota di BastaBugie: Daniele Ciacci nell'articolo seguente dal titolo "Intelligenza artificiale per i bambini. Gemini apre ai minori di 13 anni" si chiede quali siano i rischi per i bambini. Come cresceranno se avranno a che fare sin da subito con un software che imita l'uomo? La conclusione è che questo sia un esperimento sociale pericoloso.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 maggio 2025:

In un'era digitale dove la tecnologia avanza più velocemente della nostra capacità di comprenderne le conseguenze, Google ha annunciato l'apertura del suo sistema di intelligenza artificiale Gemini ai bambini sotto i 13 anni. Una mossa che solleva profonde preoccupazioni sul benessere psicologico ed emotivo dei più giovani, già vulnerabili agli effetti dei social network.
Il gigante tecnologico permetterà l'accesso al suo sistema di intelligenza artificiale ai minori i cui genitori utilizzano Family Link, il servizio di controllo parentale dell'azienda. Per registrare un account per bambini, i genitori dovranno fornire dati personali come il nome e la data di nascita del figlio.
Gli esperti hanno definito questa decisione particolarmente rischiosa, considerando i crescenti timori sugli effetti che un uso eccessivo e non supervisionato di queste tecnologie potrebbe avere sulla salute mentale dei più piccoli. Un'analisi dell'UNICEF avverte che l'intelligenza artificiale generativa diventerà un elemento chiave delle esperienze digitali dei bambini, ma che le interazioni e i contenuti creati attraverso questa tecnologia possono rivelarsi pericolosi e fuorvianti.
Assistiamo a una corsa all'adozione tecnologica che ricorda in modo inquietante quanto avvenuto con i social media: piattaforme lanciate senza un'adeguata comprensione dei loro effetti a lungo termine sui giovani utenti, che hanno poi mostrato evidenti segni di dipendenza, ansia e depressione.
Uno studio dell'Università di Oxford, guidato dalla psicologa Karen Mansfield, evidenzia come i sistemi di AI progettati per imitare il comportamento umano potrebbero avere effetti negativi addirittura superiori a quelli associati ai social network. Le funzioni che emulano processi cognitivi o generano deepfake rischiano di compromettere gravemente il benessere psicologico di bambini e adolescenti.
Nonostante Google affermi di aver implementato protezioni specifiche per gli utenti più giovani, l'azienda stessa ammette i rischi, avvertendo che «Gemini può commettere errori» e suggerendo ai genitori di «aiutare i bambini a ragionare criticamente» su ciò che avviene nel chatbot. La società raccomanda anche di insegnare ai figli come verificare le risposte di Gemini e ricordare loro che «Gemini non è umano» e «di non inserire informazioni sensibili o personali».
I dati sull'uso dell'AI generativa tra i minori sono ancora scarsi, ma i primi studi mostrano una tendenza in crescita e poco regolamentata. Un sondaggio di Common Sense Media ha rilevato che il 58% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni negli Stati Uniti ha già utilizzato ChatGPT, quasi il doppio rispetto ai genitori intervistati, e la maggior parte degli adolescenti lo ha fatto all'insaputa di tutori e insegnanti.
Non stiamo forse ripetendo gli stessi errori del passato? Le grandi aziende tecnologiche sembrano più interessate alla conquista di nuove fasce di mercato che alla protezione di menti in crescita. Prima di introdurre tecnologie potenti e potenzialmente manipolative nella vita dei più giovani, non dovremmo forse attendere studi approfonditi e indipendenti sui loro effetti?
La storia dei social media ci ha insegnato che la dipendenza digitale non è un rischio teorico ma una realtà. Con l'intelligenza artificiale, che simula interazioni umane in modo sempre più convincente, il pericolo di patologizzare comportamenti disfunzionali potrebbe essere ancora maggiore. Il tempo di riflettere è questo, prima che un'intera generazione diventi cavia di un esperimento tecnologico dalle conseguenze imprevedibili.

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Fonte: Sito del Timone, 21 giugno 2025

4 - FRASSATI E ACUTIS, INVITO AI GIOVANI A ORIENTARE LA VITA VERSO L'ALTO
80mila persone alla Messa di canonizzazione dei due giovani santi morti, Pier Giorgio Frassati, nel 1925 a 24 anni e Carlo Acutis nel 2006 a 15 anni (VIDEO: Omelia di Papa Leone XIV)
Autore: Nico Spuntoni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 8 settembre 2025

80 mila persone, tante quanto lo stadio Olimpico di Roma pieno. Solo che ieri, nella prima domenica settembrina che però il caldo ha fatto sembrare ancora agostana, a piazza San Pietro non si giocava una partita di cartello ma si celebrava la canonizzazione di due nuovi santi.
Nati a 90 anni di distanza l'uno dall'altro, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono stati entrambi elevati agli altari da Leone XIV che dal sagrato ha pronunciato la formula iniziante con «ad honorem Sanctae et Individuae Trinitatis, ad exaltationem fidei catholicaea et vitae christianae incrementum». Dunque «ad onore della Santissima Trinità per l'esaltazione della fede cattolica e l'incremento della fede cristiana» i due, morti giovani rispettivamente nel 1925 a 24 anni e nel 2006 a 15 anni, sono stati iscritti nell'albo dei santi.
Il Papa ha capito che quella di ieri sarebbe stata una giornata destinata a non essere dimenticata e prima di iniziare la Messa l'ha definita a braccio «una festa bellissima per tutta l'Italia, per tutta la Chiesa e per tutto il mondo». Poi ha ricordato che la santità non è un lusso per pochi e che «tutti voi, tutti noi, siamo chiamati anche ad essere santi». Rivolgendosi soprattutto ai numerosi giovani presenti in piazza, Prevost ha detto: «Sentiamo tutti nel cuore la stessa cosa che Pier Giorgio e Carlo hanno vissuto; questo amore per Gesù Cristo, soprattutto nell'Eucaristia, ma anche nei poveri, nei fratelli e nelle sorelle».
Nell'omelia il Pontefice li ha descritti come «un giovane dell'inizio del Novecento e un adolescente dei nostri giorni, tutti e due innamorati di Gesù e pronti a donare tutto per Lui». Per Leone la vita di Frassati rappresenta ancora oggi «una luce per la spiritualità laicale». Usando l'esempio del nuovo santo, il Papa è tornato a ripetere un concetto espresso recentemente nel discorso ad una delegazione di politici francesi. «Per lui - ha ricordato Prevost - la fede non è stata una devozione privata: spinto dalla forza del Vangelo e dall'appartenenza alle associazioni ecclesiali, si è impegnato generosamente nella società, ha dato il suo contributo alla vita politica, si è speso con ardore al servizio dei poveri».
Uno "schiaffo" a chi si vanta di relegare la propria fede ad una sfera esclusivamente privata, come ad esempio la sindaca di Genova e nuova stella del progressismo italiano Silvia Salis che proprio ieri in un'intervista a La Stampa ci ha tenuto a dichiararsi «cattolica nel privato».
Di Acutis, invece, il Papa ha sottolineato l'incontro con Gesù in famiglia e nei sacramenti. L'omelia papale ha ripreso abbondantemente alcune citazioni del ragazzo nato a Londra sul rapporto con l'eucarestia, con buona pace del teologo ultrà bergogliano Andrea Grillo (sconfessato pubblicamente dal suo Pontificio Ateneo Sant'Anselmo per le critiche al nuovo santo).
Prevost ha parlato della malattia che ha colpito i due ex beati, ricordando che «nemmeno questo li ha fermati e ha impedito loro di amare, di offrirsi a Dio, di benedirlo e di pregarlo per sé e per tutti». Per il Papa agostiniano «i santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l'alto e a farne un capolavoro».
E sono anche i primi santi del suo pontificato.
Una canonizzazione particolare perché al rito hanno partecipato anche i genitori e i fratelli di uno dei due. La famiglia Acutis ha portato i doni dell'offertorio e il fratello Michele, nato quattro anni dopo la morte di Carlo, ha proclamato la prima lettura sul sagrato. Una circostanza che riporta alla memoria il precedente del 24 giugno 1950 quando, tra i 300mila fedeli presenti per la canonizzazione di Maria Goretti, c'erano anche la madre Assunta affacciata da una finestra e i fratelli sul sagrato. Una gioia solamente sfiorata nel Seicento da Marta Tana che poco prima di morire apprese la notizia della prossima beatificazione del figlio Luigi Gonzaga.

LA STRAORDINARIA VITA DEL BEATO CARLO ACUTIS

Storia dell'adolescente che amava tanto l'Eucaristia (DOPPIO VIDEO: Conferenza della mamma di Carlo Acutis e l'autostrada per il cielo)
di Paolo Risso
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6027

ANNUNCIO UFFICIALE: CARLO ACUTIS SARA' SANTO
Una ragazza caduta dalla bicicletta a Firenze, con un trauma cranico grave e senza speranza di sopravvivere, per sua intercessione ottiene un'inspiegabile guarigione
di Giuliano Guzzo
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7808

Omelia di Papa Leone XIV per la canonizzazione di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati (12 minuti)


https://www.youtube.com/watch?v=GdvB87bLpp8

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 8 settembre 2025

5 - SEI FIGLI, ZERO ANIMALI? STRANO, MA VERO
Intervista a una famiglia numerosa di Siena che smentisce chi guarda con sospetto ciò che un tempo era considerato una benedizione
Autore: Antonio Rizzo - Fonte: Gazzetta di Siena, 29 aprile 2025

Abbiamo raccontato come il problema demografico, legato a quello della natalità, sia ormai parte integrante della popolazione senese, dove solo nel 2024 le nascite sono state tre volte minori rispetto ai decessi. Ma per fortuna ci sono delle bellissime eccezioni, che ci fanno ben sperare, come Marta e Paolo, con una gioiosa famiglia fatta di ben 8 componenti. A loro abbiamo chiesto le complessità e la bellezza di crescere 6 meravigliosi figli, in un contesto, quello italiano, in cui famiglie del genere sono sempre più rare.
"Una giornata tipo nella nostra famiglia? In realtà non esiste!", raccontano sorridendo. "Più aumentano i componenti, più aumentano gli imprevisti. Anche se programmiamo la giornata, è raro che tutto vada come previsto. E man mano che i figli crescono, diventano sempre più autonomi e si organizzano a modo loro".
Organizzare tempi scolastici, lavorativi ed extrascolastici è una vera sfida, ma Paolo e Marta hanno trovato una soluzione: la rete di amici. "Dal 1997 viviamo senza parenti vicini, quindi ci siamo affidati molto all'amicizia. La frase tipica è: 'Mi raccomando, cerca un passaggio!'".
I pasti, con 6 figli, sono un evento speciale ed un esempio per tutte le famiglie d'Italia e non solo: "Sono momenti conviviali che viviamo senza tv e cellulari, così ognuno può parlare ed essere ascoltato. Oltre alla conversazione, tutti collaborano: chi apparecchia, chi sparecchia, chi lava i piatti. È un momento di famiglia autentica".
La sfida più grande oggi? "Far crescere figli autonomi, in un mondo che ci vuole dipendenti: dalla tecnologia, dai social, dal giudizio altrui. Avere una famiglia numerosa, però, rende questa sfida un po' meno difficile". [...]
La gestione economica è una continua ricerca di strategie. "Bisogna stare attenti alle offerte, evitare sprechi, consumare acqua di rubinetto, non acqua minerale. Le spese più difficili? Quelle sanitarie e universitarie, soprattutto quelle dentistiche".
Quando si chiede loro che cosa li ha spinti ad avere una famiglia così numerosa, rispondono: "Non era il desiderio di avere tanti figli, ma la volontà di accogliere quelli che sarebbero arrivati. Abbiamo una fede che ci ha sostenuto: la fiducia nella Provvidenza. E poi, dove si è di più, si sta meglio". I valori che cercano di trasmettere ai figli sono chiari: "Innanzitutto la fede, poi la vicinanza e l'attenzione al prossimo, cercando di migliorare il mondo un po' alla volta".
Siena oggi ha un tasso di natalità bassissimo, ma Paolo e Marta rappresentano l'eccezione più bella: "Vogliamo solo essere una famiglia che condivide i privilegi che ha ricevuto, consapevoli che il problema della denatalità è reale: mancano i cittadini di domani".
La società italiana, secondo loro, non è ad oggi molto accondiscendente verso le famiglie numerose. "Fino alla fine degli anni '90 c'era ancora un certo affetto verso di noi. Oggi prevale l'individualismo. Le famiglie numerose sono viste al massimo come una stranezza, o addirittura un problema. Ma noi crediamo che servano più famiglie numerose, non meno".
Anche il legame tra i fratelli è forte. "Non è scontato, ma certamente nella nostra famiglia il fatto di condividere esperienze come gli scout ha rafforzato molto i legami. È normale che ci siano litigi, ma c'è anche una grande capacità di perdonarsi e di aiutarsi".
Ogni tanto arriva qualche domanda curiosa. "Quando aspettavo il terzo figlio, una signora mi chiese perché lo avessimo fatto, avendo già un maschio e una femmina. Ma in generale riceviamo reazioni positive, anche se spesso di stupore: in Italia le famiglie numerose sono rare".
Chiediamo loro se c'è stato un momento in cui hanno pensato: "Ne vale la pena?". Marta risponde senza esitazione: "Ne vale la pena lo dici ogni volta che vedi questa circolazione d'amore, quindi ci possono essere litigi anche forti, incomprensioni, anche chiusure, però poi c'è una capacità di perdono, di perdonarsi, di riaccogliersi e dici ne vale la pena".
Infine, se potessero mandare un messaggio a chi oggi ha paura di avere figli? Marta dice:
"Non abbiate paura. Il figlio non ha bisogno di benessere materiale, ma di sentirsi amato, accolto. Noi adulti gli trasmettiamo l'idea sbagliata che la felicità dipenda dalle cose. Invece essere amati basta. È l'essere, non l'avere, che conta. Rinunciare volontariamente ad avere figli significa rinunciare a una delle esperienze più grandi della vita. È davvero triste pensare di non lasciare niente di sé al futuro. Avere un figlio ti completa, ti fa scoprire l'altra faccia della luna".
In un'Italia che fatica a credere nel domani, la famiglia di Paolo e Marta ricorda a tutti noi che il futuro nasce da piccoli gesti quotidiani di amore e coraggio. Perché dove si è di più, si sta meglio, e loro, ne sono l'esempio.

Fonte: Gazzetta di Siena, 29 aprile 2025

6 - SE PERFINO ELON MUSK METTE IN GUARDIA DALLA PILLOLA
Quando lo dice la Chiesa è oscurantismo, ma se lo dice un miliardario, improvvisamente è scienza?
Autore: Manuela Antonacci - Fonte: Sito del Timone, 4 settembre 2025

È bastato un post su X a scatenare polemiche a non finire. Post in cui Elon Musk invita le persone a badare bene ai medicinali che ingeriscono, con particolare riferimento alla pillola anticoncezionale: «Un nuovo studio dimostra che le donne che usano contraccettivi ormonali mostrano risposte emotive significativamente più forti rispetto alle donne con ciclo mestruale naturale e, cosa interessante, ricordano anche meno dettagli di eventi negativi». Il suo commento è arrivato in risposta a un nuovo studio scientifico sui contraccettivi orali che indicava potenziali effetti sulle funzioni cerebrali, emotive e sulla memoria.
Il post di Musk è stato criticato principalmente perché ha condiviso queste informazioni con un'enorme platea di persone instillando il dubbio che gli effetti collaterali a lungo termine dei farmaci di uso comune siano pienamente compresi o comunicati efficacemente. Comunque sia, Musk faceva riferimento ad uno studio della Rice University pubblicato su Hormones and Behavior. I ricercatori hanno scoperto che i contraccettivi ormonali possono alterare l'attività nella corteccia prefrontale ventromediale. In sostanza si è notato che le adolescenti che facevano uso dei contraccettivi orali rielaboravano le emozioni in modo molto più forte rispetto alle ragazze che non ne facevano uso e ricordavano meno le esperienze negative. La pillola contraccettiva è stata, inoltre, collegata a molti problemi medici come il cancro al seno, la perdita di capelli, l'aumento del rischio di diabete gestazionale, il glaucoma e coaguli di sangue mortali, ictus, indurimento delle arterie e cancro cervicale.
Nel 2005, una divisione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha anche dichiarato che i contraccettivi chimici sono cancerogeni del Gruppo 1, la più alta classificazione di cancerogenicità. Già nel marzo del 2024 Musk si era pronunciato sugli effetti collaterali della pillola contraccettiva: «Ti fa ingrassare, raddoppia il rischio di depressione e triplica il rischio di suicidio».. E anche il nostro giornale, in un recente passato, si è occupato di questo argomento, in un articolo in cui sono stati riportati i risultati di un recente studio (2023) apparso sulla rivista Epidemiology and Psychiatric Sciences che riferisce dati importanti sull'incidenza tra le donne che usano la pillola anticoncezionale e il rischio di depressione in cui incorrono fino al 130% in più, rispetto a chi non ne fa uso e in particolare nei primi due anni di utilizzo.
Secondo lo studio in questione, le donne che hanno iniziato a usare le pillole contraccettive durante l'adolescenza, avevano sviluppato un rischio di ammalarsi di depressione del 130% in più, mentre il corrispondente aumento tra le utenti adulte si è attestato intorno al 92%. Una spiegazione importante sulle cause della maggiore incidenza in età adolescenziale, la fornisce Therese Johansson dell'Università di Uppsala, una delle autrici della ricerca: «I potenti effetti delle pillole contraccettive sulle adolescenti possono essere attribuiti ai cambiamenti ormonali che si sviluppano durante la pubertà e tutto questo perché le donne in quella fascia di età subiscono già sostanziali cambiamenti in questo senso, divenendo più ricettive e soggette ad ulteriori squilibri ormonali».
Insomma, con l'uso dei contraccettivi ormonali che alterano il naturale funzionamento del corpo femminile, le donne mettono a rischio la propria salute e fertilità futura, nell'illusione che è stata loro inculcata di controllare le loro scelte e le loro azioni, in questo modo. Ma la vera libertà non si raggiunge imbottendo il proprio corpo con ormoni sintetici e pericolosi e soprattutto, non si possono considerare tra i benefici, come si vuol far credere, quello di proteggere da un'eventuale gravidanza che, ancora al giorno d'oggi, è considerata al pari di una malattia.

LETTERE ALLA REDAZIONE: L'INGANNO DELLA PILLOLA CONTRACCETTIVA
La pillola sembra il sogno che ti guarisce da tutto... ma a che prezzo? Ho rischiato il suicidio e vi racconto come Gesù mi ha salvata
di Don Stefano Bimbi
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8243

Fonte: Sito del Timone, 4 settembre 2025

7 - OMELIA PER LA FESTA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (Gv 3,13-17)
Come Mosè innalzò il serpente nel deserto...
Autore: Raniero Cantalamessa - Fonte: lachiesa.it

Oggi la croce non è presentata ai fedeli nel suo aspetto di sofferenza, di dura necessità della vita, o anche di via per cui seguire Cristo, ma nel suo aspetto glorioso, come motivo di vanto, non di pianto. Diciamo anzitutto qualcosa sull'origine della festa. Essa ricorda due avvenimenti distanti tra loro nel tempo. Il primo è l'inaugurazione, da parte dell'imperatore Costantino, di due basiliche, una sul Golgota e una sul sepolcro di Cristo, nel 325. L'altro avvenimento, del secolo VII, è la vittoria cristiana sui persiani che portò al recupero delle reliquie della croce e al loro ritorno trionfale a Gerusalemme. Con il passar del tempo, la festa però ha acquistato un significato autonomo. E' diventata celebrazione gioiosa del mistero della croce che, da strumento di ignominia e di supplizio, Cristo ha trasformato in strumento di salvezza.
Le letture riflettono questo taglio. La seconda lettura ripropone il celebre inno della Lettera ai Filippesi, dove la croce è vista come il motivo della grande "esaltazione" di Cristo: "Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre". Anche il Vangelo parla della croce come del momento in cui "il Figlio dell'uomo è stato innalzato perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna".
Ci sono stati, nella storia, due modi fondamentali di rappresentare la croce e il crocifisso. Li chiamiamo, per comodità, il modo antico e il modo moderno. Il modo antico, che si può ammirare nei mosaici delle antiche basiliche e nei crocifissi dell'arte romanica, è un modo glorioso, festoso, pieno di maestà. La croce, spesso da sola, senza il crocifisso sopra, appare punteggiata di gemme, proiettata contro un cielo stellato, con sotto la scritta: "Salvezza del mondo, salus mundi", come in un celebre mosaico di Ravenna.
Nei crocifissi lignei dell'arte romanica, questo stesso tipo di rappresentazione si esprime nel Cristo che troneggia in vestimenti regali e sacerdotali dalla croce, con gli occhi aperti, lo sguardo frontale, senza ombra di sofferenza, ma irraggiante maestà e vittoria, non più coronato di spine, ma di gemme. E' la traduzione in pittura del versetto del salmo "Dio ha regnato dal legno" (regnavit a ligno Deus). Gesù parlava della sua croce in questi stessi termini: come del momento della sua "esaltazione": "Io, quando sarò esaltato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12, 32).
Il modo moderno comincia con l'arte gotica e si accentua sempre di più, fino a diventare il modo ordinario di rappresentare il crocifisso, in epoca moderna. Un esempio estremo è la crocifissione di Matthias Grünewald nell'Altare di Isenheim. Le mani e i piedi si contorcono come sterpi intorno ai chiodi, il capo agonizza sotto un fascio di spine, il corpo tutto piagato. Anche i crocifissi di Velasquez e di Salvador Dalì e di tanti altri appartengono a questo tipo.
Tutti e due questi modi mettono in luce un aspetto vero del mistero. Il modo moderno - drammatico, realistico, straziante - rappresenta la croce vista, per così dire, "davanti", "in faccia", nella sua cruda realtà, nel momento in cui vi si muore sopra. La croce come simbolo del male, della sofferenza del mondo e della tremenda realtà della morte. La croce è rappresentata qui "nelle sue cause", cioè in quello che, di solito, la produce: l'odio, la cattiveria, l'ingiustizia, il peccato.
Il modo antico metteva in luce, non le cause, ma gli effetti della croce; non quello che produce la croce, ma quello che è prodotto dalla croce: riconciliazione, pace, gloria, sicurezza, vita eterna. La croce che Paolo definisce "gloria" o "vanto" del credente. La festa del 14 Settembre si chiama "esaltazione" della croce, perché celebra proprio questo aspetto "esaltante", della croce.
Bisogna unire, al modo moderno di considerare la croce, quello antico: riscoprire la croce gloriosa. Se al momento in cui la prova era in atto, poteva esserci utile pensare a Gesù sulla croce tra dolori e spasimi, perché questo ce lo faceva sentire vicino al nostro dolore, ora bisogna pensare alla croce in altro modo. Mi spiego con un esempio. Abbiamo di recente perso una persona cara, forse dopo mesi di grandi sofferenze. Ebbene, non continuare a pensare a lei come era sul suo letto; in quella circostanza, in quell'altra, come era ridotta alla fine, cosa faceva, cosa diceva, torturandosi magari il cuore e la mente, alimentando inutili sensi di colpa. Tutto questo è finito, non esiste più, è irrealtà; così facendo non facciamo che prolungare la sofferenza e conservarla artificialmente in vita.
Vi sono mamme (non lo dico per giudicarle, ma per aiutarle) che dopo aver accompagnato per anni un figlio nel suo calvario, una volta che il Signore l'ha chiamato a sé, si rifiutano di vivere altrimenti. In casa tutto deve restare com'era al momento della morte del figlio; tutto deve parlare di lui; visite continue al cimitero. Se vi sono altri bambini in famiglia, devono adattarsi a vivere anch'essi in questo clima ovattato di morte, con grave danno psicologico. Ogni manifestazione di gioia in casa sembra loro una profanazione. Queste persone sono quelle che hanno più bisogno di scoprire il senso della festa di oggi: l'esaltazione della croce. Non più tu che porti la croce, ma la croce che ormai porta te; la croce che non ti schiaccia, ma ti innalza.
Bisogna pensare la persona cara come è ora che "tutto è finito". Così facevano con Gesù quegli antichi artisti. Lo contemplavano come è ora: risorto, glorioso, felice, sereno, seduto sullo stesso trono di Dio, con il Padre che ha "asciugato ogni lacrima dai suoi occhi" e gli ha dato "ogni potere nei cieli e sulla terra". Non più tra gli spasimi dell'agonia e della morte. Non dico che si possa sempre comandare al proprio cuore e impedirgli sanguinare al ricordo di quello che è stato, ma bisogna cercare di far prevalere la considerazione di fede. Se no, a che serve la fede?

Fonte: lachiesa.it

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