JIMMY LAI, PERCHE' MOBILITARSI PER LA SUA LIBERAZIONE
L'imprenditore ed editore cattolico di Hong Kong rischia di morire in carcere per la sua battaglia di libertà contro il partito comunista cinese (VIDEO: The Hong Konger)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2
LA BAMBINA CHE SALVO' LA MADRE DA UNA VITA DI PECCATO
Laura del Carmen capì perché durante le vacanze la madre non si accostava ai sacramenti... da quel momento offrì la sua vita a Dio per salvarla dall'inferno
Autore: Marco e Caterina Vinciguerra - Fonte: Il Settimanale di Padre Pio
3
A GAZA SI CONTINUA A MORIRE, MA GIORNALI E TELEVISIONI NON LO DICONO
E non ci saranno manifestazioni di piazza in Italia perché ad uccidere non sono più gli ebrei, ma i musulmani di Hamas che stanno massacrando gli oppositori
Autore: Stefano Magni - Fonte: Atlantico Quotidiano
4
VIGANO' E DON POMPEI, SENZA GERARCHIA NON C'E' CHIESA VISIBILE
Giusta disobbedienza a un superiore illegittimo? Disconoscendo i legittimi pastori si toccano i fondamenti stessi della Chiesa: visibilità e apostolicità (VIDEO: Non è lecito seguire sacerdoti sospesi)
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5
IL CORAGGIO DELLA FEDE CATTOLICA IN MEZZO ALLA VIOLENZA IN BURKINA FASO
Mathieu Sawadogo, rapito insieme alla moglie incinta, ha scelto di non rinnegare Cristo nonostante le minacce dei jihadisti, la prigionia e la perdita del figlio
Fonte: Sito del Timone
6
EFFETTI DEL POLIAMORE: TRE UOMINI ADOTTANO UNA BAMBINA DI 3 ANNI
La ''troppia'' (il trio di uomini conviventi poliamorosi) pretende dal tribunale anche la triplice genitorialità... ovviamente nell'interesse dei bambini
Autore: Francesca Romana Poleggi - Fonte: Provita & Famiglia
7
OMELIA TUTTI I SANTI - ANNO C (Mt 5,1-12a)
Beati quelli che sono nel pianto
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
8
OMELIA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI (Gv 6,37-40)
Chiunque vede il Figlio e crede in lui ha la vita eterna
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
1 -
JIMMY LAI, PERCHE' MOBILITARSI PER LA SUA LIBERAZIONE
L'imprenditore ed editore cattolico di Hong Kong rischia di morire in carcere per la sua battaglia di libertà contro il partito comunista cinese (VIDEO: The Hong Konger)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27 ottobre 2025
«Liberare Jimmy Lai è ormai una questione umanitaria e spero che la pressione internazionale convinca le autorità cinesi a rilasciarlo, anche espellendolo da Hong Kong». L'appello è salito forte dal palco della Giornata della Bussola svoltasi sabato 25 ottobre nella cornice della Cascina La Lodovica di Oreno di Vimercate. A lanciarlo è stato Sebastien Lai, il figlio dell'imprenditore ed editore cattolico da 5 anni in carcere a Hong Kong per la sua battaglia in difesa della libertà e della democrazia nell'ex colonia britannica ritornata sotto l'autorità cinese nel 1997. Del caso Jimmy Lai abbiamo parlato più volte sulla Bussola, compreso l'ultimo processo a cui è stato sottoposto, per «collusione con potenze straniere», le cui udienze sono terminate nell'agosto scorso e di cui si attende il verdetto. Nessuno si fa illusioni, «sarà di colpevolezza» come ci ha detto Sebastien, il che vuol dire carcere a vita, una vera e propria condanna a morte. Perché Jimmy Lai compirà in dicembre 78 anni, ha problemi di diabete, vive in isolamento assoluto in una cella che di estate diventa un forno, appena 45 minuti al giorno di aria, e si può immaginare quale attenzione ci sia alla sua salute. Il presidente americano Donald Trump e il premier britannico Keir Starmer hanno promesso di impegnarsi per chiedere la sua liberazione, ma è necessario che altri governi - compreso quello italiano – facciano la loro parte e che le opinioni pubbliche dei Paesi occidentali si mobilitino. Grazie alla Bussola, che ha invitato Sebastien Lai in Italia, le più importanti testate giornalistiche nazionali hanno potuto intervistarlo e fare conoscere la storia e la situazione di quello che abbiamo definito un «martire per la verità». Ma non potremo dirci soddisfatti finché l'obiettivo della sua liberazione non sarà raggiunto, anche se al prezzo di lasciare Hong Kong. Cosa non da poco, visto che – come abbiamo raccontato – Jimmy Lai è voluto rimanere ad Hong Kong sapendo di andare sicuramente incontro al carcere.
APPARENTE CONTRADDIZIONE E al proposito abbiamo chiesto a Sebastien ragione di questa apparente contraddizione: perché oggi suo padre accetterebbe l'esilio quando poteva lasciare Hong Kong tranquillamente cinque anni fa ma rimase spiegando la decisione con queste parole: «Se me ne andassi, io rinuncerei non solo al mio destino, rinuncerei a Dio, rinuncerei alla mia religione, rinuncerei a ciò in cui credo»? «Le cose sono molto cambiate in questi cinque anni – ci ha risposto Sebastien -: allora mio padre si sentiva responsabile nei confronti di tutti i suoi giornalisti e di quanti lo seguivano nella sua battaglia per la libertà. Se se ne fosse andato avrebbe messo in pericolo loro, su di loro si sarebbero concentrate le "attenzioni" del regime. Oggi è molto diverso: se Jimmy Lai lasciasse Hong Kong nessuno sarebbe in pericolo per questo». Bisogna infatti ricordare che nel 2020 a Hong Kong si era ancora in mezzo alle grandi dimostrazioni per la democrazia, e in effetti Jimmy Lai e il suo giornale Apple Daily – che poi le autorità hanno chiuso con la forza nel 2021 - hanno costituito una sorta di parafulmine per le decine e decine di migliaia di dimostranti. Ma la partecipazione di Sebastien Lai alla Giornata della Bussola ha messo in evidenza l'aspetto determinante per cui siamo particolarmente interessati a suo padre. Perché Jimmy Lai non è soltanto il simbolo di una battaglia per la libertà o di un giornalismo libero e contro il potere. Non sarebbe certo l'unico. Tanto per fare un esempio, il 24 ottobre a Vienna Jimmy Lai è stato premiato tra gli "eroi della stampa libera" insieme ad altri sei giornalisti di vari Paesi.
FATTI PER LA VERITÀ Gli eroi non mancano, persone che si immolano per un ideale buono ce ne sono in abbondanza. Ma il caso di Jimmy Lai è diverso ed è tutto nella motivazione del premio "Fatti per la Verità", che abbiamo istituito quest'anno e che gli abbiamo conferito: «Dal momento della conversione alla fede cattolica, la sua battaglia per la democrazia e la libertà si è trasformata in una testimonianza alla Verità, fino ad accettare il carcere. Un martirio accettato nella consapevolezza che la libertà non sta anzitutto nello sfuggire a un potere totalitario ma nel testimoniare ed essere fedeli alla Verità». Ciò che rende affascinante ed esemplare questa figura è il fatto che essa testimonia che degli ideali, pur giusti, trovano la loro vera dimensione e consistenza soltanto dentro un orizzonte più ampio, che spalanca all'eterno; che il coraggio non è frutto di un eroismo che è per pochi, ma è fedeltà alla Verità di sé che chiunque può vivere; che la libertà non è semplicemente un obiettivo politico ma l'esito dell'appartenenza a Cristo. E Sebastien, nella testimonianza data alla Giornata della Bussola – e che nei prossimi giorni potrete rivedere sul nostro canale YouTube – ci ha spiegato come questi anni di carcere siano stati per il padre un tempo in cui questo rapporto con Dio è diventato più intenso e profondo, attraverso la preghiera e la lettura di catechismo e santi. La battaglia per la libertà e la democrazia, che nasce anzitutto come gratitudine per quanto ricevuto da Hong Kong, lui fuggito dalla Cina comunista da bambino, per Jimmy Lai si è trasfigurata in una partecipazione alla croce di Cristo. Non a caso il crocifisso è il tema principale dei disegni fatti in carcere da Jimmy Lai – fin quando non gli hanno negato anche questa possibilità -; e non a caso il crocifisso è anche il soggetto della ceramica dell'artista riminese Paola Ceccarelli, che costituisce il premio "Fatti per la Verità" a lui assegnato.
Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo seguente dal titolo "Jimmy Lai, ultimo atto. L'editore cattolico dissidente rischia la morte" racconta la storia di Jimmy Lai, editore cattolico e anticomunista di Hong Kong. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 agosto 2025: Arrestato nell'agosto del 2020, in carcere dal dicembre successivo, sotto processo dal 2023 per motivi puramente politici. Jimmy Lai, imprenditore ed editore cattolico di Hong Kong, lunedì riceverà la sentenza che deciderà della sua vita. Ha 77 anni, salute malferma e rischia di morire in carcere. Per il figlio, Sebastien, una condanna a una lunga pena detentiva equivarrebbe a una sentenza di morte. Eppure, fino a cinque anni fa, Jimmy Lai era uno degli uomini più ricchi e rispettati di tutta l'Asia. Personalmente incarna la tragedia di una città che non si arrende mentre finisce sotto il giogo della Cina comunista. L'udienza finale del processo Lai avrebbe dovuto tenersi la settimana scorsa, ma è stata rimandata per due volte. La prima volta a causa del tifone che ha colpito la costa sudorientale cinese. La seconda perché la corte ha accolto la richiesta della difesa di Lai, che chiede assistenza medica per l'imputato. Lunedì un'auto medica sarà pronta a intervenire e il cuore di Jimmy Lai sarà monitorato in diretta. L'anziano imprenditore ha trascorso più di 1700 giorni in isolamento. La sua salute ne ha risentito drammaticamente, nell'ultima udienza, quando è stato accolto il rinvio, è apparso visibilmente dimagrito e sofferente. Intervistato dalla Bbc, Sebastien Lai dichiara che anche se suo padre ricevesse la pena più mite di cinque anni, la sua vita sarebbe a rischio: «Praticamente sarebbe una sentenza di morte. Data la sua età e la sua salute, sì, morirà in prigione», dice alla Tv pubblica britannica, perché «Il suo corpo sta collassando». Sebastien Lai sta chiedendo al premier britannico Keir Starmer e al presidente americano Donald Trump di agire in fretta per la sua salvezza. Trump ha dichiarato, a proposito di Lai, che farà «tutto il possibile» per ottenerne la liberazione. Lai è cittadino britannico dal 1996 e la sua morte in una galera cinese a Hong Kong sarebbe una sconfitta per Londra. «Noi, come nazione (nel Regno Unito, ndr) non ci saremmo battuti per uno dei nostri più coraggiosi cittadini, quando sarebbe stato importante farlo». Jimmy Lai non è nato a Hong Kong, ma nella Cina comunista, a Canton, alla vigilia della presa del potere da parte di Mao Zedong. I suoi genitori, borghesi benestanti, sono stati spogliati di tutto all'epoca delle prime collettivizzazioni. Da bambino, Jimmy Lai doveva sfamarsi con lavoretti, come portatore di bagagli alla stazione di Canton. Fu l'occasione per conoscere gente che proveniva dal "mondo esterno", una rivelazione per chi era nato e cresciuto nella miseria più nera della Cina maoista. E fu in quel periodo che decise di rischiare il tutto e per tutto pur di fuggire, da clandestino, nascosto in un peschereccio diretto a Hong Kong, allora isola britannica. Anche a Hong Kong, ottenuto l'asilo politico, fece lavori umili finché, da operaio tessile che era, non divenne imprenditore tessile. E fondò la sua impresa di moda, la Giordano. Divenuto milionario e uomo d'affari di successo, vendeva i suoi vestiti anche nella Cina continentale, grazie alle prime riforme di mercato di Deng. Ma nel 1989 rimase scottato dalla repressione di Piazza Tienanmen. Fu allora che decise di affiancare, alla sua attività imprenditoriale, anche quella di attivista dei diritti umani, contro il regime comunista cinese. Pechino, da allora, lo ha considerato una spina nel fianco e ha cercato, prima di boicottarlo, poi di ucciderlo, infine di eliminarlo con mezzi giudiziari. L'attività editoriale di Jimmy Lai iniziò nel 1990 con la fondazione della rivista Next, che prendeva apertamente di mira i dirigenti comunisti, sotto la protezione della libertà di stampa garantita dalla legge di Hong Kong. Nel 1993, per rappresaglia, la Cina chiuse tutti i suoi negozi. Ma nel 1995, invece che piegarsi, Lai fondò un secondo giornale anticomunista, il quotidiano Apple Daily, che ben presto divenne uno dei più letti di Hong Kong. Il regime di Pechino prese molto sul serio le critiche e le inchieste di Next e Apple Daily. Tanto che nel 2008 un anonimo milionario cinese, a Hong Kong, pagò l'equivalente di un milione di dollari un sicario per uccidere Jimmy Lai e il deputato Martin Lee. Il complotto per assassinare l'imprenditore dissidente e il politico democratico, fallì con l'arresto del killer e con la sua condanna, quando la giustizia di Hong Kong non era ancora politicizzata. Nel 2013 degli anonimi aggressori sfondarono la porta della casa di Jimmy Lai con un'auto e lasciarono un'ascia e un machete, come segni intimidatori. Nelle manifestazioni del novembre 2014, Lai subì l'aggressione fisica di militanti filo-Pechino. E nel gennaio 2015 sia la casa dell'editore che la sede di Next vennero attaccate con bombe incendiarie. Queste pesanti intimidazioni non fermarono Jimmy Lai che, dal 1997, si era convertito al cattolicesimo. Anzi, ne rafforzarono la determinazione, religiosa e politica, a continuare a lottare. I comunisti cinesi hanno però trovato il modo di silenziarlo, solo quando hanno messo le mani direttamente su Hong Kong, ponendo fine alla sua autonomia. Come risposta alle manifestazioni di massa pro-democrazia dell'estate 2019, approfittando del lockdown dei primi mesi della pandemia di Covid-19, Pechino impose alla città la sua Legge sulla sicurezza nazionale, con cui può arrestare e processare cittadini per reati politici. Jimmy Lai venne arrestato nell'agosto 2020, mentre la polizia irrompeva nella sede di Apple Daily. L'accusa era quella di aver "cospirato con potenze straniere" ai danni degli interessi nazionali cinesi. Dopo aver arrestato Lai, le autorità di Pechino hanno anche spento la voce della sua più importante creatura editoriale. Con un raid in diretta televisiva, 500 poliziotti hanno fatto irruzione nella sede dell'Apple Daily, il 17 giugno 2021, arrestando cinque dirigenti e sequestrando computer e hard disk. Le autorità di Hong Kong, al tempo stesso, sequestravano l'equivalente di 2 milioni e mezzo di dollari alla casa editrice e alle imprese ad essa collegate, rendendo di fatto impossibile la sopravvivenza del quotidiano. Che infatti dovette chiudere i battenti appena una settimana dopo. Jimmy Lai non si è mai arreso, non ha mai scelto la via dell'esilio dorato (anche se ha avuto tutto il modo e il tempo per poterlo fare), si è fatto arrestare, continua a dichiararsi innocente e a battersi nel processo che lo vede imputato. In una delle ultime interviste rilasciate da uomo libero aveva dichiarato, all'agenzia Reuters, «Sono arrivato qui senza nulla, la libertà di questo posto mi ha dato tutto... Forse è ora che ripaghi quella libertà lottando per essa».
JIMMY LAI E' COLPEVOLE: ESITO SCONTATO A HONG KONG DI UN PROCESSO-FARSA Carcere a vita per l'imprenditore ed editore cattolico di Hong Kong che si è battuto per la libertà e perché ci fossero media indipendenti dal Partito Comunista Cinese... e intanto il Vaticano tace di Riccardo Cascioli https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8398
VIDEO: Trailer di The Hong Konger (3 minuti) Il trailer, sottotitolato in italiano, del docu-film "The HongKonger" dedicato all'imprenditore ed editore cattolico Jimmy Lai, in carcere a Hong Kong. Premio Fatti per la Verità 2025 istituito dalla Bussola con questa motivazione: "Dal momento della conversione alla fede cattolica, la sua battaglia per la democrazia e la libertà si è trasformata in una testimonianza alla Verità, fino ad accettare il carcere. Un martirio accettato nella consapevolezza che la libertà non sta anzitutto nello sfuggire a un potere totalitario ma nel testimoniare ed essere fedeli alla Verità".
https://www.youtube.com/watch?v=kMtIrlyABoo
VIDEO: The Hong Konger (1 ora e 14 minuti) Il documentario è in inglese, ma si possono attivare i sottitoli in italiano cliccando sulle impostazioni.
https://www.youtube.com/watch?v=bRkuv-fOV7k
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27 ottobre 2025
2 -
LA BAMBINA CHE SALVO' LA MADRE DA UNA VITA DI PECCATO
Laura del Carmen capì perché durante le vacanze la madre non si accostava ai sacramenti... da quel momento offrì la sua vita a Dio per salvarla dall'inferno
Autore: Marco e Caterina Vinciguerra - Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, 18 agosto 2025 (n.34
Laura del Carmen Vicuña Pino nacque a Santiago del Cile il 5 aprile del 1891 da José Domingo, un militare in carriera di nobile famiglia, e da Mercedes Pino, una sarta di umili origini. Nell'anno della sua nascita, in Cile scoppiò una guerra civile e, a causa delle differenti idee politiche, la famiglia Vicuña fu costretta a fuggire verso il sud del paese stabilendosi nel piccolo borgo di Temuco e qui, tra tantissime difficoltà, nacque la sorellina di Laura, Giulia Amanda. Tre anni dopo il papà di Laura morì e la moglie, per le gravi difficoltà economiche, come era usanza comune a quei tempi, decise di andare in Argentina "a cercare fortuna" con le due figlie di 8 e 3 anni. Donna Mercedes aveva un solo desiderio: lavorare per mantenere e dare un futuro alle sue figlie. Per avere un buon tenore di vita e garantire gli studi alle figlie, accettò di convivere con il ricco imprenditore agricolo Manuel Mora. Per questo la famiglia Vicuña andò a vivere in uno dei possedimenti di Mora a Quilquihuè. Nel 1900 Donna Mercedes iscrisse le figlie a Junìn de los Andes in una missione-scuola aperta da poco delle Figlie di Maria Ausiliatrice, il ramo femminile dei Salesiani fondato da San Giovanni Bosco. In collegio Laura, stando con le suore e grazie anche al suo confessore, don Augusto Crestanello, imparò come vivere con Gesù. Da subito si distinse per la volenterosa applicazione nello studio, per la bontà e la generosità nell'aiutare gli altri e per l'intensità della sua vita interiore.
L'UNICO SCOPO DELLA SUA VITA Un giorno, ascoltando una lezione di catechismo sul sacramento del Matrimonio, Laura comprese la situazione di peccato nella quale viveva la mamma, capì anche perché durante le vacanze alla fattoria la madre non si accostava ai sacramenti e perché la facesse pregare di nascosto. Da questo momento la salvezza della mamma diventò per Laura l'unico scopo della sua vita: intensificò la preghiera, cercò tutte le occasioni per fare sacrifici a tal punto che per la mamma offrì la sua vita a Dio. Non potendo essere ammessa ufficialmente come postulante delle Figlie di Maria Ausiliatrice a causa della condotta della madre, Laura, nel 1902, a soli 12 anni, fece in forma privata i voti di povertà, castità e obbedienza impegnandosi a ricevere tutti i giorni Gesù nella santa Comunione e a confessarsi frequentemente. Durante le vacanze scolastiche le due sorelle tornavano a casa e Mora, invaghitosi di Laura, più volte cercò di corromperla, ma la ragazza lo respinse sempre. Per vendicarsi, Mora decise di non pagare più la retta del collegio alle due sorelle. Ciò nonostante le due ragazze, per via della loro difficile situazione familiare, furono accolte lo stesso dalla scuola, però non più come semplici scolare ma come interne addette alla casa delle suore con dei compiti da svolgere. In seguito, per aver aiutato le suore a mettere in salvo le compagne di scuola in seguito a una grande inondazione, Laura si ammalò gravemente.
UNA VITA OFFERTA Solo sul letto di morte Laura confessò alla madre di aver offerto la propria vita in cambio del suo ritorno alla fede cristiana e le fece promettere di tornare a vivere in grazia di Dio. Laura morì giovanissima il 22 gennaio 1904, non aveva ancora compiuto 13 anni! La mamma mantenne la parola data alla figlia morente: lasciò Mora, dopo essersi confessata. Laura fu beatificata da Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 e la sua salma è venerata nella cappella delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Bahìa Blanca in Argentina. Questa ragazza soltanto in apparenza può sembrare come tante altre ragazze: la sua vita è un esempio di fede incrollabile. È determinata nel suo proposito: «O mio Dio, voglio amarti e servirti per tutta la vita; perciò ti dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere. Voglio morire piuttosto che offenderti col peccato». Durante le attività ordinarie Laura diceva: «Per me pregare o lavorare è la medesima cosa; è lo stesso pregare o giocare, pregare o dormire. Facendo quello che mi viene chiesto di fare, compio quello che Dio vuole che io faccia, ed è questo che io voglio fare; questa è la mia migliore preghiera». La sua testimonianza di amore e speranza mostra come la preghiera possa trasformare le difficoltà in opportunità di grazia e insegna a non arrenderci mai. La sua vita ci ricorda che ogni difficoltà può essere affrontata con la fede e che possiamo diventare strumenti di amore e di consolazione per chi ci circonda.
Immagine dell'articolo creata con AI (ChatGpt)
Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, 18 agosto 2025 (n.34
3 -
A GAZA SI CONTINUA A MORIRE, MA GIORNALI E TELEVISIONI NON LO DICONO
E non ci saranno manifestazioni di piazza in Italia perché ad uccidere non sono più gli ebrei, ma i musulmani di Hamas che stanno massacrando gli oppositori
Autore: Stefano Magni - Fonte: Atlantico Quotidiano, 17 ottobre 2025
A Gaza si continua a morire. Ma ad uccidere non sono gli israeliani: sono gli uomini di Hamas che stanno di nuovo consolidando il loro regno del terrore, in quel che resta della Striscia. Per questo non leggerete queste notizie sulle prime pagine dei nostri giornali e non vedrete manifestazioni di piazza (Landini? Greta? Conte?) per fermare il massacro. Ancor prima che venisse annunciato il cessate il fuoco con Israele, Hamas ha subito pensato di regolare i conti all'interno, contro i clan che ritiene abbiano tradito la causa islamica. La normalità gazawi è tornata: ora i terroristi hanno ripreso ad indossare le loro uniformi, a portare i distintivi e le fasce verdi da jihadista. Prima erano uomini in abiti civili, mescolati nella folla, perfetti per combattere un esercito regolare senza farsi notare, costringendo l'Idf a sparare nel mucchio e a suscitare la reazione indignata dell'opinione pubblica. Oggi, questi stessi uomini in uniforme nera, sotto i loro stendardi verdi, si distinguono dalla massa: sono lì per terrorizzare, per far capire a tutti chi comanda. Le masse di disperati e affamati si sono di colpo trasformate. Le immagini che giungono dalla Striscia ci mostrano folle urlanti, di assatanati di violenza che urlano di gioia mentre i "traditori" vengono trascinati per strada, costretti a inginocchiarsi e abbattuti con un colpo alla testa, peggio che in una macelleria a cielo aperto. I video, emersi da lunedì ci mostrano queste immagini di esecuzioni pubbliche, riprese vicino all'ospedale giordano di Gaza City, ora non più oggetto di proteste internazionali per i raid israeliani, ma bersaglio delle armi, leggere e pesanti, dei terroristi islamisti.
I DOGHMOSH E GLI ALTRI CLAN RIVALI Gli uomini del clan rivale di Doghmosh vi si erano asserragliati, i terroristi di Hamas hanno intimato loro di consegnare dieci persone accusate di "collaborazionismo". I Doghmosh hanno rifiutato, Hamas minacciava di radere al suolo l'ospedale. Dopo il primo scambio di minacce, è stato ucciso un miliziano del partito al potere e da lì è iniziato l'inferno. Le immagini dei prigionieri fucilati sommariamente sono solo una parte della storia. I morti sono decine. Uno dei Doghmosh ha dichiarato di aver visto circa una ventina di corpi per strada e case in fiamme. "Sentivo spari tutt'intorno, scontri violenti", ha detto Sobheia Doghmosh, raggiunto dal Wall Street Journal durante i combattimenti. "L'area è ora completamente circondata da uomini armati e mascherati". L'unità paramilitare Rada'a ("forza di dissuasione") di Hamas ha dichiarato di aver neutralizzato diverse persone ricercate e di aver preso il controllo delle postazioni della milizia a Gaza City. Ha inoltre affermato di aver rastrellato membri delle milizie rivali nelle aree centrali e meridionali della Striscia di Gaza. Il clan dei Doghmosh non è l'unico nemico del partito islamista. All'inizio di ottobre, prima ancora che venisse approvato il cessate il fuoco, Hamas ha attaccato il clan di Al Majaydeh. Mohammad Majaydeh, 50 anni, portavoce del clan, ha dichiarato che almeno sei membri della sua famiglia sono stati uccisi negli scontri.
DI NUOVO NELLE MANI DI HAMAS Si tratta di una guerra di un partito estremista islamico contro i clan. Nei due anni di guerra con Israele, clan di spicco e gruppi armati ribelli avevano colto l'occasione per sfidare pubblicamente Hamas e stabilire un controllo militare nelle proprie aree. Alcuni di questi gruppi, come Abu Shabab, a Rafah, al confine con l'Egitto, sono stati anche aiutati dall'Idf nel tentativo di indebolire ulteriormente la presa militare di Hamas sulla Striscia. I media, all'unisono, avevano immediatamente imposto la narrazione de "il governo Netanyahu che aiuta jihadisti vicini all'Isis". Intervistato da Fabiana Magrì de La Stampa, però, Abu Shabab si era presentato in veste tutt'altro che jihadista (anche se il confine fra gruppi islamisti e combattenti per la libertà nel Medio Oriente è sempre molto sfumato). "Per il bene del nostro popolo - aveva dichiarato Shabab, all'inizio di agosto - indipendentemente dalla sua religione, il nostro movimento mette al primo posto gli interessi palestinesi ed è totalmente estraneo all'ideologia della violenza estrema e al terrorismo". I grandi clan costituiscono circa il 30 per cento della popolazione di Gaza. Israele aveva inizialmente contato su di loro per costruire un'alternativa politica e militare a Hamas, non contando più sull'Autorità Palestinese. Ora il governo di Gaza è di nuovo nelle mani di Hamas, in attesa che quell'organismo tecnico a supervisione internazionale, concepito da Tony Blair, inizi a prendere forma. Nell'attesa di avere qualcosa di concreto in mano, Trump ha consentito a Hamas di tenere le armi leggere per ripristinare l'ordine interno. "Penso che andrà tutto bene", aveva commentato il presidente americano. Frase che ha portato male durante il Covid e che tuttora non sembra essere di buon auspicio neppure per Gaza: se dai un dito a Hamas, quello si prende tutto il braccio. E a pagare sono coloro che hanno sperato, o sono accusati di aver sperato, nella fine del loro lungo regno del terrore.
Fonte: Atlantico Quotidiano, 17 ottobre 2025
4 -
VIGANO' E DON POMPEI, SENZA GERARCHIA NON C'E' CHIESA VISIBILE
Giusta disobbedienza a un superiore illegittimo? Disconoscendo i legittimi pastori si toccano i fondamenti stessi della Chiesa: visibilità e apostolicità (VIDEO: Non è lecito seguire sacerdoti sospesi)
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 13 ottobre 2025
La recente vicenda legata a don Leonardo Maria Pompei, ex parroco di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta, attualmente sospeso a divinis dal suo vescovo, mons. Mariano Crociata, ha provocato numerosi commenti sul web. Com'era da prevedersi, dal momento che don Pompei è molto presente su internet e sui social media. La Nuova Bussola Quotidiana ha ospitato, tra gli altri, un articolo del prof. Daniele Trabucco, che ha poi replicato sul blog chiesaepostconcilio. S. E. Mons. Carlo Maria Viganò ha inviato alla nostra redazione uno scritto di sei pagine dall'eloquente titolo Obœdientia obœdientibus (l'obbedienza si deve a chi obbedisce), che intende essere una precisazione al contenuto di fondo degli articoli in questione, contenuto che possiamo così riassumere: l'obbedienza ai legittimi superiori rimane virtù necessaria anche in tempi, come quelli attuali, in cui la Chiesa vive una crisi senza precedenti. La lettera di mons. Viganò mette in risalto che l'obbedienza assoluta si deve solo a Dio, mentre alle diverse autorità umane è dovuta un'obbedienza «subordinata e condizionata alla sottomissione dell'autorità umana (e dell'ordine impartito) all'autorità di Dio» (frase in grassetto nella lettera). Il riferimento di questa affermazione sarebbe, nelle intenzioni di mons. Viganò che la riporta, la Summa Theologiæ, II-II, q. 104, a. 4. Don Pompei avrebbe dunque fatto bene a disobbedire al proprio vescovo in quanto egli, «superiore dottrinalmente deviato», gli avrebbe impartito un «ordine dottrinale» (e non meramente disciplinare) non conforme alla volontà di Dio. Nel parallelo tra don Bosco e padre Pio da una parte e don Pompei dall'altra - parallelo intavolato dal prof. Trabucco, a cui Viganò intende rispondere - vi sarebbe una differenza essenziale, che permette di comprendere la legittimità del comportamento di don Pompei: «Perché il ragionamento del prof. Trabucco sia valido - spiega mons. Viganò - tanto padre Pio quanto don Pompei dovrebbero essersi trovati ad obbedire a dei superiori legittimi, ossia che esercitano la propria Autorità conformemente alla Legge di Dio, alla Verità rivelata, al Magistero immutabile della Chiesa». Va da sé, seguendo il filo logico dell'argomentazione, che l'autorità preposta a don Pompei sarebbe dunque illegittima, a differenza di quelle preposte a don Bosco o a padre Pio.
AFFERMAZIONI CONFUSE Tale illegittimità non riguarderebbe solo il vescovo di Latina, ma l'intera gerarchia della Chiesa cattolica, che ormai l'ex-Nunzio negli Stati Uniti denomina «gerarchia conciliare e sinodale», la quale «si è sottratta all'autorità di Dio e della Chiesa nel momento in cui, adulterando la fede, si è sinodalizzata». Poco oltre, Viganò spiega che, in realtà, «sono loro stessi ad affermare di essere la "nuova chiesa" rispetto a quella preconciliare»; per questa ragione, «obbedire a questi pastori significa rendersi loro complici, ed essere in comunione con loro esclude l'essere in comunione con la Chiesa cattolica apostolica romana». Le affermazioni di Sua Eccellenza risultano tanto forti nei toni quanto confuse nei contenuti. Mi pare che la maggiore evidenza di tale confusione si ritrovi nell'errata ricostruzione del pensiero di san Tommaso. Si sarà notato che nella citazione verbatim sopra riportata, mons. Viganò afferma che l'obbedienza alle autorità umane dipende dalla sottomissione sia loro che dell'ordine impartito all'autorità di Dio. Eppure, san Tommaso, nell'art. 5, non afferma affatto ciò. Egli spiega come vi siano due motivi per cui «un suddito può non essere tenuto a obbedire in tutto al proprio superiore». Primo, che vi sia un'autorità superiore che comanda diversamente: «Se dunque l'imperatore comanda una cosa e Dio comanda il contrario, si deve obbedire a Dio senza badare all'imperatore». Secondo, che il superiore comandi relativamente a qualcosa a cui il suddito non è sottoposto, quando in pratica comanda oltre il suo ambito di competenza. Come si può notare, san Tommaso ammette che vi possano essere degli ordini illegittimi ai quali si può (e talvolta si deve) resistere; ma il testo evocato non supporta affatto l'argomento di Viganò, che è invece ripetutamente orientato a definire la gerarchia cattolica illegittima. San Tommaso parla di ordini illegittimi, Viganò di autorità illegittima; la prospettiva è completamente diversa e profondamente differenti sono le conseguenze. Nel primo caso, è lecito non obbedire ad un ordine oggettivamente contrario alla legge di Dio (o altra legge superiore), oppure ad un ordine che non rientra nella competenza dell'autorità preposta; in nessun modo, però, si questiona la legittimità dell'autorità stessa. Nel secondo caso, che non trova appigli nel testo della Summa, è l'autorità stessa che viene ritenuta illegittima, di modo che qualsiasi ordine che da essa scaturisca risulta a sua volta illegittimo, o comunque non vincolante. Si passa così dalla possibilità di opporre un rifiuto all'esecuzione di alcuni (pochi o tanti) ordini che hanno delle caratteristiche precise, all'opposizione all'autorità in quanto tale, perché ritenuta illegittima.
LE LEGITTIME AUTORITÀ Secondo mons. Viganò, la bontà del comportamento di don Pompei starebbe dunque nel fatto che ha disobbedito ad autorità a suo avviso illegittime. Una illegittimità che, per Viganò, è palese, dal momento che «papi, cardinali, vescovi e chierici aderiscono tutti, indistintamente, ad un altro Vangelo (Gal 1, 6-7), un'altra religione, un altro credo, un altro papato, un altro sacerdozio, un'altra messa, sostenendo di appartenere a un'altra chiesa, che chiamano conciliare e sinodale». Si tratta dunque dell'impossibilità di obbedire non ad un ordine contrario alla legge di Dio o alle leggi della Chiesa, ma «ad un'autorità usurpata, di cui si sono impadroniti degli eversori eretici e corrotti». Che questa sia la prospettiva, ne è ulteriore conferma il fatto che né mons. Viganò, né don Pompei (a quanto ci risulta) abbiano fatto ricorso alle legittime autorità competenti contro le sanzioni ricevute, semplicemente perché, nella loro prospettiva, non esistono più autorità legittime nella Chiesa. Questa lettera conferma che avevamo visto giusto quando sottolineavamo che il nocciolo del problema del "caso don Pompei" non era legato alla disobbedienza all'ordine di sospendere le proprie attività sui social, ma al rifiuto di riconoscere la legittimità della gerarchia cattolica. E dunque sembra delinearsi a tutti gli effetti il delitto di scisma, delitto per cui lo stesso Viganò è già stato scomunicato. La scelta di don Pompei e di mons. Viganò pertanto non riguarda propriamente il tema dell'obbedienza, quanto piuttosto quello ben più ampio e fondamentale dell'apostolicità della Chiesa cattolica e della sua visibilità. Come avremo modo di vedere in un prossimo articolo.
Nota di BastaBugie:Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Non c'è crisi che dispensi dalla comunione gerarchica" parla di mons. Viganò che difende don Pompei. L'ex nunzio dimentica che nel sacerdozio cattolico è essenziale (per diritto divino) l'inserimento canonico nella struttura gerarchica della Chiesa, senza cui si cade nello scisma. E anche la dichiarazione di eresia può venire solo da chi ne ha l'autorità. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 14 ottobre 2025: Il nocciolo della problematicità della posizione assunta da monsignor Carlo Maria Viganò, alla quale anche don Leonardo M. Pompei appare aderire, è il rifiuto almeno implicito della nota dell'apostolicità della vera Chiesa di Cristo, la Chiesa cattolica, e della sua visibilità (vedi qui il nostro articolo precedente). Quando si parla di apostolicità della Chiesa si intendono tre aspetti correlati: l'apostolicità d'origine (la Chiesa è fondata sugli Apostoli), quella di dottrina (la Chiesa custodisce nel tempo la dottrina e i mezzi di salvezza trasmessi dagli Apostoli) e quella di successione (ininterrotta successione apostolica). I tre aspetti, pure distinti, si compendiano nella caratteristica più specifica di questa nota dell'apostolicità, ossia che il fondamento degli Apostoli permane nella Chiesa, tramite i loro successori, fino alla fine del mondo, nella visibilità dell'episcopato e del primato petrino. Laddove ci sono il successore di Pietro e i vescovi in comunione con lui, lì c'è la Chiesa di Cristo. Se - come ha sostenuto mons. Viganò - papi, cardinali, vescovi e chierici fossero illegittimi in quanto affermano di appartenere ad un'altra chiesa conciliare e sinodale, allora potremmo tranquillamente ritenere che è venuta meno l'apostolicità della Chiesa, in quanto è venuto meno l'intero collegio dei vescovi in comunione con il papa e il papa stesso, ossia coloro che tale apostolicità incarnano. Il che è un'eresia. Parimenti sarebbe venuta meno la visibilità della Chiesa, che è strettamente connessa alla permanenza della successione apostolica. Noi, a differenza dei protestanti, professiamo la necessità di essere parte dell'unità visibile della Chiesa, che è fondata sulla comunione con la gerarchia, nell'obbedienza agli ordini legittimi che essa impartisce. In modo più semplice, alla domanda su dove sia la Chiesa, la fede cattolica ci insegna che la Chiesa è lì dove vi sono i pastori legittimi (chi siano costoro, lo diremo tra poco) e i fedeli in comunione con loro; dove questa comunione non è costituita da affinità, affetto, uniformità di vedute, ma dall'obbedienza agli ordini legittimi, dalla professione della fede della Chiesa e dalla partecipazione agli stessi sacramenti. Per i chierici, in particolare, è necessario che l'esercizio del proprio ministero provenga dalla missio canonica che essi ricevono dal proprio vescovo (non basta l'ordine sacro valido); i vescovi devono poi esercitare il proprio ministero nella comunione con il Sommo Pontefice, da cui discende ogni giurisdizione. Se l'essere parte dell'unità visibile della Chiesa è condizione necessaria per tutti i battezzati, lo è maggiormente per i chierici; un sacerdote o un vescovo che pretenda di esercitare il proprio ministero al di fuori di questa comunione, e dunque indipendentemente dall'autorità visibile della gerarchia cattolica, tradisce un aspetto essenziale del sacerdozio, aspetto fondato sulla Rivelazione («come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi», Gv 20, 21), e dunque di diritto divino. Quest'ultima precisazione è di straordinaria importanza, perché ci conferma che non esiste crisi nella Chiesa che possa dispensare un chierico dalla comunione gerarchica. Nel sacerdozio cattolico è essenziale non la sola ordinazione valida, ma anche l'inserimento canonico nella struttura gerarchica della Chiesa; e, sebbene vi sia una distinzione tra validità e legittimità, tuttavia entrambi gli aspetti sono intimamente legati tra loro e necessari per il sacerdozio cattolico. La Chiesa fondata da Gesù Cristo, quella che è veramente indefettibile, ha questa struttura gerarchica: se non c'è questa struttura gerarchica non siamo di fronte alla Chiesa di Cristo, ma ad una chiesa parallela e scismatica. E chi non è inserito in questa comunione gerarchica non fa parte della Chiesa di Cristo. Ancora una volta, ci troviamo di fronte non ad una mera legge ecclesiastica, ma alla legge divina, che non conosce eccezioni. Occorre fare attenzione, perché nel "mondo tradizionalista" si sta assistendo ad un'enfasi unilaterale sulla verità che membri della Chiesa sarebbero i battezzati che professano la vera fede e frequentano sacramenti validi (per lo più, quelli secondo il Vetus Ordo). Ma, se ci si ferma qui, ci si ritrova di fronte ad una vera e propria eresia, perché - come si è visto - elemento imprescindibile è anche la comunione gerarchica. La situazione appare paradossale: chi proclama, a parole o a fatti, che la professione della vera fede e il battesimo sono condizione necessaria e sufficiente per appartenere alla vera Chiesa, di fatto cessa di professare la fede cattolica, che invece esige anche, per diritto divino, di non essere separati dalla comunione gerarchica. San Paolo non parla "solo" di «una sola fede, un solo battesimo», ma anche di «un solo corpo» (Ef 4, 4-5). La pretesa di agire in modo totalmente indipendente da questa gerarchia per unirsi ad un non meglio specificato "movimento tradizionalista" non è altro che un modo per dichiarare lo scisma, che è un delitto canonico e un peccato gravissimo contro l'unità della Chiesa. Tutto il ministero esercitato in questa situazione è illegittimo e le assoluzioni impartite invalide (a meno che una persona si trovi in pericolo di morte). Non è solo questione - lo ribadiamo - di diritto ecclesiastico, ma di diritto divino. Lo stesso peccato è commesso da quei fedeli che, consapevoli di tale illegittimità, beneficiano dei sacramenti dispensati in questa situazione e del ministero illecitamente esercitato. Ora, pensare di agire per amore della Chiesa e della Tradizione rompendo oggettivamente la comunione gerarchica visibile è quanto di più contrario alla stessa Tradizione. E agire contro la Tradizione per salvare la Tradizione è una pericolosa e triste contraddizione. Non meno contraddittorio è l'assunto di mons. Viganò secondo cui, siccome la gerarchia attuale si autodefinisce "Chiesa conciliare e sinodale", allora essa non fa più parte della Chiesa cattolica. Viganò in questo modo non fa altro che abbracciare lo stesso errore che condanna e non si rende conto che quanti ritengono che vi sia una "chiesa sinodale" o una "chiesa conciliare" implicitamente negano l'indefettibilità della Chiesa, perché ritengono che solo questa presunta chiesa sia quella vera, rinnegando quella precedente al Concilio Vaticano II o ai recenti Sinodi. Egli fa la stessa cosa, negando che, dopo il Concilio o il pontificato di Francesco, i vescovi in comunione con il Papa siano legittimi. La Chiesa gerarchicamente strutturata è invece indefettibile (e infallibile), prima e dopo il Concilio Vaticano II, ed essa è riconoscibile nel collegio apostolico in comunione con il successore di Pietro. Viganò, inoltre, non tiene conto, ancora una volta, di un aspetto essenziale della struttura gerarchica della Chiesa. Non è sufficiente che si pronuncino errori più o meno prossimi all'eresia per non essere più membri della Chiesa; non è sufficiente professare un'ecclesiologia sbagliata e distorta per uscire dalla comunione visibile del Corpo mistico di Cristo. L'eresia dev'essere pubblica e notoria e, ancora una volta, non si può prescindere dalla gerarchia della Chiesa: nessuno può dichiarare qualcuno eretico, e dunque separato dalla comunione visibile, se non chi ne ha l'autorità. Pastori legittimi sono dunque coloro che appartengono al collegio apostolico in comunione con il successore dell'apostolo Pietro, ossia, in ultima analisi, coloro che sono stati accolti in questo collegio da colui che detiene il primato petrino e non si sono separati da esso per apostasia, scisma o eresia, riconosciute dalla legittima autorità. Quanto agli errori che essi possono compiere e dichiarare, il fedele deve limitarsi a rigettarli, sopportando anche eroicamente che la zizzania cresca di fianco al buon grano, fino a quando il Signore non deciderà di intervenire. In questa vita o nell'altra.
DOSSIER "EXTRA ECCLESIAM" Sacerdoti ridotti allo stato laicale Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 13 ottobre 2025
5 -
IL CORAGGIO DELLA FEDE CATTOLICA IN MEZZO ALLA VIOLENZA IN BURKINA FASO
Mathieu Sawadogo, rapito insieme alla moglie incinta, ha scelto di non rinnegare Cristo nonostante le minacce dei jihadisti, la prigionia e la perdita del figlio
Fonte Sito del Timone, 25 ottobre 2025
Essere cristiani in Burkina Faso significa vivere ogni giorno tra paura e fede. La presenza costante di gruppi jihadisti rende pericoloso anche solo confessare Cristo. Mathieu Sawadogo decise di diventare catechista nel 2003. Dopo quattro anni di formazione, fu inviato con la moglie Pauline a Baasmere, nella diocesi di Dori, dove dal 2015 guidava una comunità di circa 150-200 fedeli. Nel 2018 la loro vita cambiò per sempre. «Un gruppo venne a casa mia», ha raccontato ad ACS. «Mi chiesero di smettere di pregare e di organizzare funzioni religiose. Non portavano armi ed erano vestiti normalmente. Riconobbi alcuni di loro. "Se continui a fare quello che stai facendo, ti accadranno brutte cose", mi minacciarono». Prima di andarsene, i miliziani bruciarono i negozi di liquori del villaggio. «La popolazione cristiana era terrorizzata e anch'io ebbi paura, ma pensai: "Non posso smettere di predicare la Parola di Dio, è per questo che sono qui"». Dopo una seconda visita dei jihadisti, Mathieu e gli altri catechisti della zona si riunirono con il sacerdote e il vescovo. Decisero di restare, ma Mathieu mise in salvo la moglie e i figli. Il 20 maggio 2018, vigilia di Pentecoste, Pauline tornò a Baasmere per la festa. A mezzogiorno, dieci uomini armati e mascherati irruppero nella loro casa. «Perché sei ancora qui?», gli chiesero. «Sono un catechista, questo è il mio dovere», rispose. Lo fecero stendere a terra, lo bendarono e lo legarono mani e piedi. Incendiarono la sua proprietà e lo portarono via in moto. Solo dopo scoprì che anche Pauline era stata rapita: «Aveva chiesto di non essere legata, perché all'epoca era incinta di cinque mesi, ma i terroristi ignorarono la richiesta». «Dopo la prima notte mi tolsero la benda e mi slegarono, e allora capii che c'era anche lei. Fu terribile. Ma non mi permisero di parlarle per tutto il viaggio». Arrivati a destinazione, i jihadisti portarono Mathieu davanti al loro capo, un arabo. Gli chiesero di divorziare da sua moglie e di convertirsi all'Islam. «Ogni giorno minacciavano di uccidermi dicendo: "Normalmente ti taglieremmo la gola, ma puoi scegliere come preferisci morire"». Gli diedero un nome musulmano, bruciarono i suoi vestiti e cercarono di insegnargli la dottrina islamica. «Durante tutto questo periodo, non smisi mai di pregare. Ricordo che una notte recitai settecento Ave Maria, contandole con dei sassolini. In quel periodo la preghiera era l'unica cosa che mi sosteneva. Non ci sentimmo mai abbandonati da Dio, recitare il rosario ogni giorno mi dava forza». Quando i rapitori capirono che non si sarebbero mai convertiti, iniziarono a discutere tra loro. «Alcuni dicevano che dovevano ucciderci, altri che dovevano liberarci. Infine, un giorno ci dissero che eravamo liberi di andare». Liberati dopo quattro mesi di prigionia, Mathieu e Pauline riuscirono a farsi aiutare da un pastore, che li condusse in ospedale. Pauline fu visitata, ma il bambino che portava in grembo era già morto. Mentre raccontava, il volto di Mathieu era rigato dalle lacrime: «Fu un dolore che ci ha segnati per sempre». Tornato a Baasmere, trovò la casa distrutta. Tra le macerie, solo due oggetti erano rimasti: la sua carta d'identità e la Bibbia. «Ciò mi commosse molto: era la Bibbia donatami dal Vescovo quando mi affidò il ruolo di catechista». Alla domanda sul perché non abbia ceduto, risponde con voce ferma: «Non potrei mai mentire a Dio, è meglio essere fedeli a Lui che agli uomini. Dobbiamo testimoniare e predicare Colui che seguiamo, ed essergli fedeli».
Fonte: Sito del Timone, 25 ottobre 2025
6 -
EFFETTI DEL POLIAMORE: TRE UOMINI ADOTTANO UNA BAMBINA DI 3 ANNI
La ''troppia'' (il trio di uomini conviventi poliamorosi) pretende dal tribunale anche la triplice genitorialità... ovviamente nell'interesse dei bambini
Autore: Francesca Romana Poleggi - Fonte: Provita & Famiglia, 3 ottobre 2025
In Quebec una bambina di 3 anni è stata data in adozione a una "troppia", un trio di uomini conviventi, "poliamorosi". Per ora sono legalmente riconosciuti genitori della piccola solo due dei tre, ma già è in corso una causa tesa a riconoscere la triplice genitorialità dei tre adottanti. Questa è la conseguenza di una sentenza della Corte Superiore canadese pronunciata all'inizio di quest'anno, che ha affermato che i bambini possono avere più di due "genitori" legali, per non "discriminare" i bambini "multigenitoriali" che così possano godere degli stessi diritti e tutele di quelli delle famiglie con due soli genitori. La multigenitorialità viene riconosciuta oltre che in Canada, in diversi Stati federati Usa (California, Maine, Vermont, Washington State (D.C. di Washington), Connecticut, Delaware, District of Columbia), in Brasile, Argentina, Colombia. Sempre nel "miglior interesse del minore". Spesso la pratica è cominciata grazie alla fecondazione artificiale (quando anche i venditori di gameti vogliono essere presenti nella vita del figlio). Poi si è estesa a tutti i conviventi che vantano in qualche modo il "diritto" ad avere un figlio. La sentenza ha suscitato un acceso dibattito, che deve però fare i conti con il problema della libertà di parola e religione. A parlare di morale su sesso e matrimonio, in Canada, si rischia di essere accusati di "promozione volontaria dell'odio". Altre province canadesi come Ontario, Terranova e Labrador, Saskatchewan, British Columbia, e anche lo Yukon, hanno già, in varia misura, legalizzato le unioni poliamorose. Del resto, di "troppie" e di promozione del poliamore si parla già da 10 anni almeno. Non solo in Canada, ma anche in Brasile, in Thailandia, in Spagna, in USA (in alcune città del Massachusetts) vengono registrate le unioni "di gruppo" (domestic partnership) tra più di due adulti. In Colombia è stato riconosciuto il diritto alla pensione di reversibilità in una "famiglia poliamorosa". Non si tratta (ancora) di vero e proprio matrimonio civile tra tre o più persone (di sesso vario o simile; quindi è cosa diversa dalla poligamia, dove c'è un uomo maschio con più mogli femmine, tipica dell'Islam), ma siamo sulla "buona" strada. Che il "matrimonio" gay sia stato l'inizio dello sdoganamento delle più varie e fantasiose forme di convivenza si diceva da sempre. "Ma se lo fanno "loro", per "noi", che male c'è?", pontificavano gli illuminati. Giuseppina La Delfa, Fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno era stata invece molto chiara: «La scienza - la psicologia, l'antropologia, la pedopsichiatria - e anche la sociologia e il diritto ormai» dimostrano che i bambini crescono bene non solo nella "famiglia arcobaleno" ma anche all'intero di "famiglie" composte da una pluralità di genitori: «non importa - assicura La Delfa - se questi siano uno, due o diciotto». Sarà facile anche trovare qualche "scienziato" che approvi l'affidamento di bambini a gruppi dediti al poliamore (per esempio la psichiatria Nanette Gartrell): arriveranno presto o tardi le pubblicazioni "scientifiche" in supporto. Che la famiglia sia una sola - quella fra un uomo e una donna uniti in matrimonio - è una verità data dalla ragione naturale. Ogni mediazione, ogni compromesso, a cominciare dalle unioni civili, vale a far diventare "diritto" quello che è solo capriccio e - nella migliore delle ipotesi - sentimento. Se "love is love", bisogna accettare tutto, se non conta il genere, non conta neanche il numero. E il principio di uguaglianza non si può violare. Chi pensa a una famiglia numerosa, pensa - per esempio - a una famiglia con 4 o 5 figli? Roba vecchia. Roba arcaica e stereotipata. Anche un po' omofoba o quanto meno patriarcale ed eterosessista. Oggi le nuove "famiglie" numerose, quelle che meritano rispetto, tutela sociale e considerazione legale, che vanno prese a modello per le nuove generazioni, hanno magari un solo figlio, ma ben 5 genitori. Come nel caso che abbiamo riportato su questo portale anni fa di due donne e tre uomini olandesi che hanno avuto un bambino: 5 genitori con uguali diritti e responsabilità, tutto a "beneficio" del piccolo. Per i bambini, in fin dei conti, vale il detto più siamo meglio stiamo, no?
Fonte: Provita & Famiglia, 3 ottobre 2025
7 -
OMELIA TUTTI I SANTI - ANNO C (Mt 5,1-12a)
Beati quelli che sono nel pianto
Fonte Il settimanale di Padre Pio
Oggi è la solennità di Tutti i Santi, una delle più belle feste dell'Anno liturgico. Con questa celebrazione noi commemoriamo tutti i nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nel pellegrinaggio della fede e ora godono la visione beatifica in Paradiso. Essi ci indicano la meta da raggiungere, ci ricordano che non siamo stati creati per questa povera terra e che la nostra vera Patria è il Paradiso, ove non ci saranno più lacrime, ma tutti saremo come angeli e vedremo Dio faccia a faccia. La prima lettura, tratta dal libro dell'Apocalisse, parla di «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (7,9). Questa moltitudine è costituita da tutti i fedeli che, lungo i secoli, hanno raggiunto l'eterna Beatitudine. Questa visione dell'apostolo Giovanni è molto consolante. Facciamo di tutto per essere anche noi in questa moltitudine. Tutti erano avvolti in vesti candide. Il candore delle loro vesti simboleggia la purezza della loro anima, purificatasi qui in terra e, per molti di loro, anche in Purgatorio. Poco dopo, infatti, il Testo sacro dice che essi, i redenti, «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell'Agnello» (Ap 7,14). La grande tribolazione è la vita di questa terra, di questa valle di lacrime, contrassegnata da tante prove e, a volte, anche da persecuzioni contro i servi di Dio. Dio permette queste prove per la nostra purificazione e per donarci una grande gloria in Paradiso. Ma è soprattutto per mezzo del Sangue preziosissimo di Gesù che noi veniamo purificati e questo si verifica ogni volta che noi, con cuore contrito, riceviamo l'assoluzione del sacerdote nel sacramento della Confessione. In quel momento il Sangue di Gesù scorre nella nostra anima e la rende bianca come la neve. Proponiamoci anche noi di purificare spesso le nostre anime per mezzo di questo grande Sacramento. La condizione è però quella di essere veramente pentiti, di avere un fermo proposito di non offendere più il Signore e di confessare sinceramente i nostri peccati. Santi non si nasce, ma si diventa. Lo si diventa impegnandosi ogni giorno nella lotta contro il peccato, cercando di diventare sempre migliori. Uno dei più grandi malintesi della nostra epoca è quello secondo cui la santità è solo per pochi eletti. Niente di più sbagliato: la santità è per tutti e ce lo dimostrano le parole di Gesù: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Queste parole Gesù le rivolge a tutti indistintamente. La santità, inoltre, non consiste nel fare cose straordinarie, come i miracoli, ma nel compiere il nostro dovere quotidiano, ordinario, straordinariamente bene. La santità consiste nell'amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi. La santità consiste nel mettere in pratica la pagina del Vangelo che abbiamo da poco ascoltato, ovvero nel vivere le Beatitudini evangeliche. Gesù ci dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Chi sono questi poveri in spirito? Sono tutti quelli che ripongono in Dio la loro fiducia e che non attaccano il loro cuore ai beni di questo mondo. Essi si sanno servire dei beni materiali, senza diventarne schiavi. Poi Gesù ci dice: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5,4). Di chi parla Gesù con queste parole? Parla di tutti quelli che soffrono a causa delle molte ingiustizie che ci sono in questo mondo senza Dio. Dio conta ciascuna delle loro lacrime e le ricompenserà al centuplo. Subito dopo Gesù parla dei miti, ovvero di quelli che non rispondono al male con il male, ma con bontà e perdono. Poi parla di quelli che hanno fame e sete della giustizia, ossia di quelli che desiderano vivamente la santità, che la ricercano al di sopra di tutti i beni materiali; di tutti quelli che mettono Dio al primo posto nella loro vita. Gesù proclama beati i puri di cuore, ovvero quelli che non si infangano nelle volgarità di questo mondo, e gli operatori di pace. Infine, il nostro Maestro divino proclama beati i perseguitati per la giustizia. Quest'ultima è la più grande beatitudine, quella che ci procurerà maggior gaudio in Paradiso. Con la celebrazione di oggi, vogliamo accendere anche nel nostro cuore un vivo desiderio di santità. Guardiamo ai Santi che sono i nostri modelli: come hanno fatto loro, cerchiamo di fare anche noi. Per diventare santi bisogna innanzitutto volerlo, al resto penserà il Signore. Affidiamoci infine all'intercessione della Madonna e di tutti i Santi, affinché riusciamo a raggiungerli in Cielo e unirci alla grande moltitudine contemplata dall'apostolo Giovanni.
Nota di BastaBugie: per approfondire i significati della festa di Ognissanti si può leggere il seguente articolo.
VUOI ANDARE IN PARADISO? DEVI DIVENTARE SANTO La festa di tutti i Santi mette in evidenza la bellissima realtà della Chiesa trionfante, cioè di coloro che, essendo in Paradiso, sono eternamente felici con Dio di Don Stefano Bimbi https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3496
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
8 -
OMELIA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI (Gv 6,37-40)
Chiunque vede il Figlio e crede in lui ha la vita eterna
Fonte Il settimanale di Padre Pio
Oggi, Commemorazione di tutti i fedeli defunti, le letture ci invitano a riflettere sulla nostra sorte eterna. La prima lettura riporta le parole piene di fede di Giobbe, il quale esclama: «Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero» (Gb 19,26). La certezza della vita dopo la dipartita finale, rende la morte cristiana colma di speranza. Il giorno della nostra morte si può paragonare al giorno della nostra vera nascita, quella definitiva, della nascita al Cielo. Un Santo la paragonava al balzo di un bambino tra le braccia del proprio genitore. L'amore a Dio caccerà via ogni timore. San Francesco poteva quindi andare lieto incontro alla morte e chiamarla "sorella". Ogni giorno dobbiamo pregare con le parole del Salmo: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario» (26,4). «La speranza non delude» - ci ricorda san Paolo nella seconda lettura - e la nostra speranza si fonda sull'amore di Dio, il quale è morto per noi, per donarci la sua vita. Il suo Sangue ci salva dalla morte eterna. Infine, il brano del Vangelo ci colma di consolazione, al pensiero che la Volontà del Padre è che «chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 6,40). Inoltre Gesù ci rassicura con le sue parole piene di amore: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò» (Gv 6,37). Andiamo dunque a Gesù con un cuore umile, contrito e pieno di fiducia; faremo anche noi questo balzo tra le sue braccia e troveremo la salvezza.
Nota di BastaBugie: per approfondire il tema del purgatorio e del modo di aiutare le anime dei fedeli defunti, leggi il seguente articolo.
L'ESISTENZA DEL PURGATORIO E L'IMPORTANZA DELLE PREGHIERE PER I DEFUNTI E' molto bello ed utile lucrare per i nostri cari defunti l'indulgenza plenaria (anche quest'anno le indulgenze sono prorogate per tutto il mese di novembre) di Don Stefano Bimbi https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6771
BastaBugie è una selezione di articoli per difendersi dalle bugie della cultura dominante: televisioni, giornali, internet, scuola, ecc. Non dipendiamo da partiti politici, né da lobby di potere. Soltanto vogliamo pensare con la nostra testa, senza paraocchi e senza pregiudizi! I titoli di tutti gli articoli sono redazionali, cioè ideati dalla redazione di BastaBugie per rendere più semplice e immediata la comprensione dell'argomento trattato. Possono essere copiati, ma è necessario citare BastaBugie come fonte. Il materiale che si trova in questo sito è pubblicato senza fini di lucro e a solo scopo di studio, commento didattico e ricerca. Eventuali violazioni di copyright segnalate dagli aventi diritto saranno celermente rimosse.