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BastaBugie n�954 del 03 dicembre 2025
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IL SIGNIFICATO DELLA CORONA D'AVVENTO
Le candele indicano la duplice attesa dell'umanità: dalla creazione all'Incarnazione del Verbo e dall'Incarnazione al ritorno glorioso di Cristo
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: Sito del Timone
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L'ASSASSINIO DI RABIN PESA ANCORA SUL FUTURO ISRAELO-PALESTINESE
Il 4 novembre del 1995 un giovane colono estremista uccise il premier israeliano, colpevole dell'accordo di pace del '93 con il leader palestinese Arafat: un avvertimento anche per l'oggi
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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LA RIVISTA GLAMOUR PREMIA LE DONNE DELL'ANNO MA... SONO UOMINI
Le sedicenti donne indossano una t-shirt bianca recante uno slogan per la promozione dei diritti dei trans
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: Provita & Famiglia
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IL SACRO CHIODO DI COLLE VAL D'ELSA
I quattro chiodi della Passione sono conservati nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme (a Roma), nella corona ferrea a Monza, nel Duomo di Milano e in quello di Colle Val d'Elsa... scopriamo la sua storia
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: La Bussola Mensile
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IL SACERDOTE UCCISO PER AVER CORRETTO UN PROFESSORE NAZISTA CHE IRRIDEVA CRISTO
Padre Heinrich Dalla Rosa, parroco di un villaggio sui monti (300 abitanti), fu torturato e ghigliottinato perché insegnava ai bambini ad amare Gesù e non il Reich
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del timone
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ALL'UNIVERSITA' DI CATANZARO APRE LA PRIMA MOSCHEA STUDENTESCA
Ci si arrende alla strategia dei Fratelli Musulmani che non usano armi perché per conquistare la società occidentale è sufficiente l'arrendevolezza dell'Europa che si lascia infiltrare dall'interno
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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OMELIA II DOMENICA DI AVVENTO - ANNO A (Mt 3,1-12)
Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
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OMELIA IMMACOLATA CONCEZIONE - ANNO A (Lc 1,26-38)
Com'è possibile? Non conosco uomo
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: La donna ideale
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IL SIGNIFICATO DELLA CORONA D'AVVENTO
Le candele indicano la duplice attesa dell'umanità: dalla creazione all'Incarnazione del Verbo e dall'Incarnazione al ritorno glorioso di Cristo
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: Sito del Timone, 29 novembre 2025
La corona d'Avvento si è affermata nel mondo cattolico solamente agli inizi del Novecento. Si tratta di preparare per tempo una corona con quattro ceri (sei per gli ambrosiani), tre di colore viola e uno rosa (talvolta se ne utilizzano quattro rosse), che andranno accesi ai primi vespri della Domenica, in modo che all'inizio di ogni nuova settimana si accenda una candela in più; la candela rosa è riservata alla terza domenica d'Avvento, detta anche Gaudéte. Queste candele indicano in generale la duplice attesa dell'umanità: dalla creazione all'Incarnazione del Verbo, e dall'Incarnazione al ritorno glorioso di Cristo. Nello specifico, ogni candela "ha un nome": la prima, che si accende ai primi vespri della prima Domenica d'Avvento, viene detta anche "del Profeta", perché esprime l'attesa del Messia da parte del popolo ebraico; la seconda, che inizia a brillare al calare del sole del sabato successivo, prende il nome di candela "di Betlemme", città da dove, secondo la profezia di Michea, sarebbe nato «colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti» (Mi 5, 1); la terza, quella rosa, che si accende ai primi vespri della Domenica Gaudéte è detta "dei Pastori", che accorsero pieni di gioia alla grotta della Natività; infine, la quarta e ultima è la candela "degli Angeli", i primi annunciatori del Dio fatto carne. In internet si può facilmente trovare anche il canto con le strofe adatte per l'accensione di ciascuna candela. La corona d'Avvento racchiude una stratificazione di simboli. La corona, realizzata con rami freschi intrecciati di alberi sempreverdi, come l'abete, il pino o la tuja, che si fissano con del filo metallico attorno ad una corona di paglia (meglio evitare quelle già pronte in plastica!), fa risaltare un verde vivo, sovrastato dalla luce delle candele. Il verde è segno della vita che vince sulla morte, ed è il verde di alberi sempreverdi, alberi che esprimono una vita che non è toccata dall'alternarsi delle vicissitudini di questo mondo. La candela, a sua volta, indica la luce che sconfigge le tenebre; vita e luce che sono i due attributi principale del Signore Gesù nel prologo del Vangelo di Giovanni: «in lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 4). Poi, la circolarità, figura dell'eternità e dell'Eterno che irrompe nel tempo e nella storia. La corona viene normalmente accesa per la preghiera e/o durante i pasti. Terminato il tempo d'Avvento, essa può servire da base per accendere un'unica grande candela rossa o bianca, che verrà utilizzata per tutto il tempo di Natale.
Fonte: Sito del Timone, 29 novembre 2025
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L'ASSASSINIO DI RABIN PESA ANCORA SUL FUTURO ISRAELO-PALESTINESE
Il 4 novembre del 1995 un giovane colono estremista uccise il premier israeliano, colpevole dell'accordo di pace del '93 con il leader palestinese Arafat: un avvertimento anche per l'oggi
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 4 novembre 2025
Ricordare l'omicidio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, avvenuto esattamente 30 anni fa, il 4 novembre del 1995, è anche un modo per comprendere la crisi attuale. Perché pur cambiando gli interpreti e, in alcuni casi, anche le sigle, in Medio Oriente le ragioni del conflitto, gli argomenti che lo infiammano, i rispettivi progetti che vorrebbero ridisegnarlo restano costanti nel tempo. E ciò che è avvenuto 30 anni fa ha inferto una ferita profonda di cui si pagano ancora le conseguenze. Rabin fu assassinato dal 25enne Yigal Amir, esponente del gruppo estremista israeliano Eyal, un acronimo in ebraico che sta per Organizzazione ebraica nazionale. Due colpi di pistola alla schiena mentre lasciava il palco di una manifestazione in favore del processo di pace: la sua colpa era stata quella di aver firmato a Oslo l'accordo del 1993 con il leader palestinese Yasser Arafat (che valse a entrambi il premio Nobel per la pace nel 1994), che prevedeva il ritiro delle truppe israeliane da una parte di Gaza e della Cisgiordania, territori in cui si costituiva l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che da parte sua rinunciava a perseguire la distruzione di Israele. Si era ancora distanti dal realizzare "due popoli, due Stati", ma per la prima volta dopo quasi 50 anni si intravvedeva una possibilità concreta di soluzione politica della guerra israelo-palestinese. Con la morte di Rabin, quella speranza è tramontata in fretta. Ci sono in particolare due fattori che vale la pena sottolineare e che, al sottoscritto, allora inviato in Israele, sono balzati agli occhi.
IL PRIMO FATTORE: UN CLIMA AVVELENATO Anzitutto la profonda divisione che attraversava sia Israele sia i palestinesi. L'assassino di Rabin non era un fanatico isolato, era il frutto di un clima avvelenato che si respirava in Israele. Il premier e il suo ministro degli Esteri Shimon Peres erano oggetti di attacchi violenti da parte della destra, e lo stesso voto in Parlamento per ratificare gli accordi non fu pacifico: la Knesset approvò con 61 voti a favore, 50 contrari e 8 astensioni. E anche se si affrettò a condannare severamente l'omicidio di Rabin, il leader del Likud Benjamin Netanyahu da mesi guidava una campagna feroce contro il primo ministro e l'accordo di Oslo, ed erano cresciuti i gruppi più estremisti che godevano di una certa impunità anche nell'ambiente universitario: i manifesti che circolavano con Rabin vestito da ufficiale delle SS, erano già una sentenza. «Gli elementi estremisti della destra avevano creato un'atmosfera tale che un assassino si sarebbe sentito giustificato ad agire», mi disse Ehud Shprinzak, allora docente di Scienza della Politica all'Università ebraica di Gerusalemme e massimo esperto della destra religiosa. Il clima era così arroventato che anche allora, come per il 7 ottobre 2023, ci furono molte polemiche sulla sicurezza fino a sospettare che, per avvicinarsi a Rabin, Amal avesse potuto contare sulla complicità di alcuni agenti che avrebbero dovuto proteggere il premier. Ma anche tra i palestinesi c'era una profonda divisione, tanto che anche Arafat era nel mirino dei suoi nemici interni. Hamas, allora forza crescente, così come la Jihad islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) costituirono un "fronte del rifiuto", che negli anni successivi - parallelamente alla crescente perdita di fiducia in una soluzione diplomatica - andò aumentando il suo peso politico all'interno del mondo palestinese. Quelle divisioni restano tuttora, sarebbe ingenuo pensare che il conflitto sia semplicemente "israeliani contro palestinesi", c'è anche un conflitto interno ai due campi. La differenza è che oggi, anche in virtù di quanto accaduto 30 anni fa, sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi prevalgono le forze ostili a un accordo di pace che preveda la coesistenza tra i due popoli, a prescindere dalla forma istituzionale che si può trovare.
IL SECONDO FATTORE: LA RELIGIONE E qui si colloca il secondo fattore da sottolineare, quello religioso. Anche se l'opposizione a un qualsiasi accordo ha anche motivazioni politiche, non c'è dubbio che sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi oggi prevalgano o abbiano grande influenza le posizioni religiose fondamentaliste, il che rende impossibile qualsiasi compromesso. Cosa vuol dire? Provo a spiegarlo con due incontri che feci in quei giorni. Il primo a Hebron, tra gli ebrei ortodossi che vivevano in una enclave, un'oasi architettonica, pulita e ordinata, circondata dal disordine e dalla sporcizia della città araba. A parlare è Mishael, un insegnante, che sintetizza un pensiero comune: «Io voglio la pace, non ho nulla contro gli arabi, ma la terra non possiamo dargliela, è Dio che lo dice. Dio ci ha dato questa terra, è scritto nella Bibbia. Adesso non possiamo dire a Dio: no, grazie non la vogliamo, diamola ai palestinesi». Il secondo a Betlemme, all'uscita della moschea che fronteggia la chiesa della Natività; tra decine di musulmani che si fermano a parlare tra di loro, uno interpreta il pensiero di tutti: «Nella Palestina non c'è spazio per due Stati. Questa è tutta terra dell'islam. Gli ebrei? Quelli che c'erano già prima possono restare, ma all'interno dello Stato islamico». Se la terra è parola di Dio non c'è spazio per compromessi. L'unica possibilità che si riapra uno spiraglio di speranza è che queste posizioni vengano ridotte ed emarginate. Si riferiva probabilmente anche a questo il Patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, quando nelle scorse settimane diceva che c'è bisogno di volti nuovi sia tra i politici sia tra i religiosi, persone che desiderino veramente e parlino una lingua di pace e convivenza. Un'ultima cosa vorrei raccontare, un incontro che mi ha particolarmente colpito e che dà la misura della tragicità dell'assassinio di Rabin per il popolo ebraico. David Bar Ilan, nipote del fondatore dell'Università di Tel Aviv che porta lo stesso nome (Bar Ilan) e successivamente consigliere politico di Netanyahu, usava la Bibbia per spiegare: «Quello che è accaduto è già tutto scritto nel capitolo 24 del secondo libro delle Cronache», riferendosi alla congiura che portò all'uccisione di re Ioas, a sua volta responsabile della lapidazione di un profeta. «La verità - spiegava - è che ciò che stiamo vivendo è più che tragico per il nostro popolo: sempre, nella storia, quando ebrei hanno cominciato ad uccidere altri ebrei si è assistito al trionfo dei nemici di Israele». Avvertimento o profezia, il fatto è che l'assassinio di Rabin peserà a lungo sull'evoluzione dei rapporti israelo-palestinesi.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 4 novembre 2025
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LA RIVISTA GLAMOUR PREMIA LE DONNE DELL'ANNO MA... SONO UOMINI
Le sedicenti donne indossano una t-shirt bianca recante uno slogan per la promozione dei diritti dei trans
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: Provita & Famiglia, 11 novembre 2025
L'edizione inglese dell'ultimo numero della rivista - storicamente femminile - Glamour si è resa protagonista di una palese discriminazione gender contro le donne. Perché? Beh, perché ha messo in copertina come Women of Year, ovvero 'donne dell'anno 2025', nove persone che si identificano come transessuali e che di fatto sono biologicamente uomini. Le nove sedicenti donne sono state fotografate su un terrazzo di un palazzo di Londra mentre indossano una t-shirt bianca recante l'eloquente slogan «Protect the Dolls», che intende ribadire e pubblicizzare il loro attivismo per la promozione dei diritti dei trans. Insomma, tale propaganda ideologica della rivista Glamour risulta emblematica della solita retorica progressista che propugna la fluidità di genere e scambia uomini e donne in nome dell'indifferentismo sessuale. In questo modo però danneggia le stesse donne, di fatto discriminandole - anzi, letteralmente cancellandole - nella misura in cui le equipara a degli uomini che biologicamente sono e rimangono tali, anche se cercano di rendersi quanto più possibile simili al gentil sesso, tra l'altro a seguito di pesanti trattamenti ormonali e interventi chirurgici. «Sono cresciuta in un'epoca in cui le riviste femminili più diffuse dicevano alle ragazze che dovevano essere più magre e più carine. Ora le riviste femminili dicono alle ragazze che gli uomini sono donne migliori di loro». È l'eloquente commento alla notizia - sul social X - della scrittrice J.K. Rowling. Non è la prima volta, ormai lo sappiamo, che l'autrice di Harry Potter si espone pubblicamente manifestando il proprio pensiero “politicamente scorretto” e smascherando le contraddizioni dell'ideologia di genere. Non fa neanche ormai più notizia, purtroppo, che il suo post visualizzato da milioni di utenti sia stato subissato da insulti da parte dei custodi del pensiero unico, che si mostrano come al solito grandi testimoni di intolleranza verso chi non si adegua al mainstream dominante sulla fluidità di genere.
Fonte: Provita & Famiglia, 11 novembre 2025
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IL SACRO CHIODO DI COLLE VAL D'ELSA
I quattro chiodi della Passione sono conservati nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme (a Roma), nella corona ferrea a Monza, nel Duomo di Milano e in quello di Colle Val d'Elsa... scopriamo la sua storia
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: La Bussola Mensile, n° 22 settembre 2025
I Sacri Chiodi o Santi Chiodi sono quelli usati nella crocifissione di Gesù. Sono reliquie molto venerate dalla Cristianità, insieme alla Vera Croce e al Titulus Crucis. Fu Sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino, a ritrovare le reliquie della Passione durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa tra il 327 e il 328. Il primo riferimento scritto a queste reliquie risale al 395 in un'orazione pronunciata da Sant'Ambrogio che le menziona nel discorso funebre per l'imperatore Teodosio. Nel VI secolo, a Costantinopoli, esistevano tracce della venerazione di più Sacri Chiodi. Tradizionalmente, i Sacri Chiodi sono ritenuti quattro, poiché si pensa che, durante la crocifissione, a ciascun piede fosse infisso un chiodo separato. Il metodo di crocifissione praticato al tempo di Gesù, infatti, seguiva l'uso riservato agli schiavi sia presso i Greci che presso i Romani fin dall'epoca precristiana. Tale tecnica prevedeva l'affiancamento dei piedi, anziché la loro sovrapposizione (come invece sembrerebbe suggerito dalla Sacra Sindone), rendendo necessario l'impiego di quattro chiodi in totale. Il commediografo latino T. Maccio Plauto, nel III sec., in Mostellaria, chiariva: «affinché siano inchiodati alla croce due volte i piedi, due volte le braccia». Anche san Cipriano nel Sermo de Passione Domini, sempre nel III secolo affermava: «con i chiodi che trapassarono i santi piedi». Nonostante in Europa siano una trentina le reliquie venerate come Sacri Chiodi, i quattro principali sono considerati quello conservato nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, quello nella corona ferrea a Monza, quello sospeso sopra l'altare maggiore del Duomo di Milano e infine quello del duomo di Colle di Val d'Elsa in provincia di Siena. Questo vuol dire che gli altri sono falsi? Assolutamente no. Non deve sorprendere il fatto che i Sacri Chiodi venerati siano molteplici. In un'epoca di profonda fede come il Medioevo, si sentì la necessità di moltiplicare queste reliquie per rispondere al desiderio ardente dei cristiani di possedere un segno tangibile della Passione di Cristo. È documentato infatti che, utilizzando limature o frammenti dei Sacri Chiodi autentici, vennero forgiati altri chiodi per essere distribuiti alla devozione dei fedeli. Altro modo di moltiplicare le reliquie era per contatto. Bastava prendere un chiodo e metterlo a contatto con un Sacro Chiodo. Ad esempio San Carlo Borromeo donò parecchi chiodi che erano stati a contatto con il Sacro Chiodo di Milano. A Colle di Val d'Elsa l'uso di creare nuove reliquie per contatto si diffuse a tal punto che nel 1683 le autorità proibirono che qualunque oggetto toccasse il Sacro Chiodo. Va tenuto conto che si possono considerare comunque degni di venerazione sia queste reliquie "prodotte" a partire dai Sacri Chiodi originali, sia altri chiodi che, sebbene non abbiano sostenuto il corpo di Gesù, siano però serviti comunque per la crocifissione, ad esempio quelli con cui vennero connesse le parti della Croce o quello con cui fu affissa la tavoletta col Titulus Crucis.
COLLE DI VAL D'ELSA Tornando ai quattro Sacri Chiodi principali, essi sono dunque conservati a Roma, Milano, Monza e Colle di Val d'Elsa. Visto che in quest'ultima città sono nato e che la mia famiglia vi abita almeno dal 1400, vorrei narrarne più approfonditamente la storia. Colle di Val d'Elsa è il comune della Toscana sulla strada tra Firenze e Siena che ha dato i natali ad Arnolfo di Cambio, famoso scultore e architetto. Il Sacro Chiodo che vi si venera è un chiodo di ferro di circa ventidue centimetri di lunghezza, munito ad un'estremità della capocchia ed all'altra ancora appuntito, intaccato e piegato in prossimità della punta. Nelle descrizioni di questa reliquia riportate nei documenti ufficiali sempre si parla di Unus ex Clavis quo crucifixus est Dominus Noster Jesus Christus. Cosi nelle bolle dei papi Eugenio IV, Callisto III, Sisto V, Urbano VIII, Clemente X. Molto probabilmente si tratta del chiodo che trafisse il piede sinistro di Gesù. La preziosa reliquia giunse in Val d'Elsa nel IX secolo grazie a un vescovo franco che la ricevette dalle mani di un pontefice negli anni successivi alla morte di Carlo Magno. Durante il viaggio di ritorno il vescovo morì a Viterbo affidando il prezioso chiodo a un sacerdote originario del contado colligiano. L'insigne reliquia ebbe subito un grande culto. Tra i devoti spicca l'arciprete Sant'Alberto da Chiatina che resse il clero di Colle dal 1177 al 1202, quando morì "crocifisso" da lunghe sofferenze corporali sopportate con esemplare pazienza tanto da essere definito il Giobbe della Valdelsa, il cui corpo si trova nel duomo dove è conservato il Sacro Chiodo. In alcuni documenti dell'epoca il Sacro Chiodo è stato detto "Chiodo del Beato Alberto". La preziosa reliquia si trova ancora oggi custodita in un semplice bucciolo di canna, lo stesso che l'avvolgeva quel lontano giorno in cui il Sacro Chiodo passò dalle mani del vescovo franco a quelle del sacerdote colligiano. Sembra che questo contenitore fosse una parte della canna usata per porgere l'aceto a Gesù sulla croce. Quel che è certo è che quando i canonici provarono a mettere la reliquia in un contenitore diverso, cioè un reliquiario d'argento, il Sacro Chiodo fu ritrovato miracolosamente nel vecchio bucciolo di canna. Oggi la reliquia è conservata dentro di esso e posta all'interno di un pregevole forziere d'argento, raffinata opera di oreficeria fiorentina datata 1628. Al suo interno si trovano anche, perfettamente conservati, gli antichissimi guanti di lana indossati nel XII secolo da Sant'Alberto e utilizzati da tutti i suoi successori fino ad oggi per maneggiare la sacra reliquia. Il forziere è custodito in un apposito tabernacolo ed è protetto da cinque chiavi. In passato due di esse erano conservate dal Comune, una dal vescovo e le rimanenti dai canonici. Nel 1868 il Comune, in pieno clima risorgimentale, rinunciò a tale diritto in nome della separazione tra Stato e Chiesa e come segno di disprezzo della devozione popolare.
FATTI STRAORDINARI Numerosi sono i fatti straordinari e le grazie attribuite nel corso dei secoli alla venerazione del Sacro Chiodo, molti dei quali documentati con cura. L'insigne reliquia veniva solennemente invocata nei momenti più drammatici della storia cittadina. Emblematico è l'episodio della peste che colpì Colle nel 1527. Ogni giorno si contavano tra i trenta e i quaranta morti. La gente era stremata e impaurita, ma in quel momento venne presa una decisione coraggiosa e carica di fede: portare in processione per tutta la città la sacra reliquia. C'erano tutti: uomini, donne, l'intero clero. E tutti camminavano scalzi, in segno di penitenza e devozione profonda. Non c'erano a quell'epoca autorità sanitarie e decreti governativi a bloccare il popolo che si riuniva per pregare. Ogni passo era un atto di speranza lanciato contro la malattia che mieteva vittime senza sosta. E il miracolo avvenne, la peste si fermò. Non un altro morto. Non un nuovo contagio. Testimoni oculari lasciarono racconti scritti a futura memoria. Con questa stessa devozione furono affrontate guerre come durante l'assedio degli Aragonesi nel 1479, la carestia del 1540 ed ogni sorta di calamità naturali come siccità o, al contrario, piogge troppo abbondanti. Si contano inoltre tante e frequenti guarigioni, incluse liberazioni dalle insidie dei demòni che innanzi al Sacro Chiodo si contorcono e fuggono poiché, secondo l'affermazione di S. Ambrogio tale è la «virtù infusa da Dio in tutti i Chiodi della Crocifissione». Un episodio singolare accadde durante l'episcopato di monsignor Niccolò Sciarelli. Il vescovo, di chiare idee gianseniste, si mostrava contrario non solo al culto del Sacro Chiodo, ma in generale a quello di tutte le reliquie. Per questo disprezzava la festa del Sacro Chiodo, così amata dal popolo. Accadde però che nel 1796 proprio durante la celebrazione liturgica della solennità dell'Esaltazione della Santa Croce, in cui tradizionalmente si venerava il Sacro Chiodo, fu colpito da paralisi e fu costretto ad abbandonare il governo della diocesi.
LA TRADIZIONE Ancora oggi a Colle di Val d'Elsa la seconda (o la terza) domenica di settembre si celebra la festa del Sacro Chiodo che inizia con un triduo di preparazione con Messe e catechesi appropriate. La domenica c'è poi la festa vera e propria con i vespri presso la concattedrale di Colle di Val d'Elsa a cui segue la Santa Messa solenne concelebrata dai sacerdoti del paese e presieduta da un vescovo o un cardinale. Segue la processione organizzata dalla Centuria del Sacro Chiodo fondata nel 1645. Sovrastata da un baldacchino, in mano al celebrante, la sacra reliquia viene portata per le vie della città. Arrivati al baluardo che sovrasta il resto dell'abitato si procede con la benedizione dei quattro angoli della città con il Sacro Chiodo. Poi si torna in duomo e il popolo canta l'inno sacro che inizia così: "Su, cantiamo, cantiamo fratelli, l'inno sacro all'amata Reliquia". Mentre il ritornello invoca: "O dolcissimo pegno d'amor, rendi a Colle propizio il Signor". Nel mentre il Sacro Chiodo viene inserito in un reliquiario di vetro e i fedeli si accostano con devozione baciando la sacra reliquia in segno di venerazione. Ai soli sacerdoti è concesso il privilegio di baciare direttamente il Sacro Chiodo senza il reliquiario di vetro. La Festa del Sacro Chiodo è un'opportunità per i devoti di immergersi in un'atmosfera di contemplazione, mentre si onora una reliquia sacra di inestimabile valore per tutta la Cristianità. Se vi trovate in Toscana a inizio settembre non dovreste assolutamente perdervi questa straordinaria festa che celebra la fede e la tradizione di una comunità ancora affezionata al suo patrimonio religioso. Il Sacro Chiodo viene esposto e baciato anche alla fine della via crucis cittadina la sera del Venerdì Santo. E comunque tutto l'anno si può venerare la reliquia del Sacro Chiodo nel duomo di Colle di Val d'Elsa per rafforzare la nostra fede nella gloriosa Passione del Salvatore.
Fonte: La Bussola Mensile, n° 22 settembre 2025
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IL SACERDOTE UCCISO PER AVER CORRETTO UN PROFESSORE NAZISTA CHE IRRIDEVA CRISTO
Padre Heinrich Dalla Rosa, parroco di un villaggio sui monti (300 abitanti), fu torturato e ghigliottinato perché insegnava ai bambini ad amare Gesù e non il Reich
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del timone, 15 ottobre 2025
Sono molte le storie di sacerdoti giustiziati dai nazisti, tra queste oggi riportiamo quella - forse poco nota - di Heinrich Dalla Rosa, ghigliottinato all'età di 36 anni a Vienna nel gennaio 1945. Quale la sua colpa? Dire ciò che pensava difendendo la Chiesa e Cristo. Heinrich Dalla Rosa prima di essere sacerdote abitava a Lana, nato da papà trentino e mamma meranese. Quando i suoi emigrarono in una zona rurale dell'Austria decise di intraprendere il percorso del sacerdozio. In seguito studiò a Vienna in un istituto della congregazione Regina degli Apostoli, fondata in quella città nel 1923 ispirato dal gesuita Antonio Maria Bodewig. Il primo superiore generale di questa congregazione, Theodor Innitzer, sarebbe stato cardinale arcivescovo di Vienna e primato d'Austria quando Hitler annesse il Paese nel 1938. Il giovane Heinrich si laureò con ottimi voti nel 1930. Ha poi studiato al seminario di Graz (Austria) fino al 1935, anno in cui è stato ordinato a 26 anni. Nel 1939, con l'Austria già completamente controllata dai nazisti, fu nominato parroco di Sankt Georgen im Schwarzwald, un piccolo villaggio di 300 abitanti a 1000 m di altezza. Sono gli anni della guerra e dei nazisti e anche solo dire che mettere insieme Vangelo e propaganda, o Gesù con Hitler, era impossibile, diveniva un crimine. La decisione di ghigliottinarlo venne presa a Pasqua del 1941 quando gli eserciti nazisti celebravano l'occupazione di Salonicco e niente sembrava fermarli. Fu allora che padre Heinrich sorprese tutti affermando di non essere sicuro che la Germania avrebbe vinto la guerra. A denunciarlo al partito fu nello specifico Hladnig, un maestro di musica poi divenuto preside. Così, messo in atto un sistema di controllo del prete che aveva parlato troppo sia a scuola che in chiesa, arrivò l'arresto, la prigionia nel carcere di Leoben, le torture e la condanna. Hladling era una figura controversa: aveva iniziato una carriera ecclesiastica da giovane, ma era stato in seguito attratto dal nazionalismo austriaco. Aveva iniziato a covare odio contro la Chiesa e lo avevano messo a insegnare religione. All'inizio manteneva la preghiera con i bambini in classe, ma la sospese quando il regime proibì di pregare nelle scuole. Alla fine di dicembre 1943, Hladnig, intriso di ideologia anticristiana, arrivò a proclamarla apertamente ai bambini durante la lezione di religione. Prese a farlo anche con gli adulti: tenne una conferenza sull'esercito tedesco a un gruppo di insegnanti e colse l'occasione per criticare duramente Cristo e il cristianesimo.
IL CANTO E LA MUSICA Anche se temporalmente pochi, i dieci anni da sacerdote padre Heinrich li visse con energia e passione, lavorando molto con bambini e giovani. Trovava una connessione con i giovani attraverso il canto e la musica, incoraggiandoli a partecipare in chiesa. Amava la montagna e spesso organizzava escursioni, anche difficili, che portavano su percorsi complicati a paesaggi mozzafiato. Non sopportava la continua e costante provocazione delle camicie naziste e il loro vagabondaggio per i villaggi con l'obiettivo di controllare tutto. Temeva che facessero il lavaggio del cervello ai suoi parrocchiani, specialmente ai bambini. Il sacerdote cantava canzoni d'amore e di pace con i bambini e dava loro lezioni di musica. Nella sacrestia insegnava che la religione di Cristo richiede di amare gli altri, prendersi cura dei deboli e dei bisognosi. Il Vangelo era il suo libro di riferimento, la sua lettura di ogni sera prima di andare a letto e lo contrastava con le falsità ideologiche del sistema nazista, che esaltava la forza e il disprezzo per i deboli. Va tenuto presente infatti che da un certo punto in poi, il regime nazista proibì agli insegnanti della materia di religione nelle scuole di essere sacerdoti. La materia è stata mantenuta, ma a carico di insegnanti che compiacevano il Partito. Da parte loro, i bambini continuavano ad andare nelle parrocchie per la catechesi. Spesso, lì i preti dicevano loro una cosa, e a scuola, i funzionari ideologizzati dicevano loro il contrario. All'inizio della sua prigionia, il sacerdote scrisse ai suoi genitori con ottimismo considerando che tutto si basava su una questione irrilevante: «Una situazione del genere può essere molto utile per un pastore nella sua esperienza di vita. Nella cella siamo in 17 e questa è una piccola comunità dove posso continuare a svolgere i miei servizi di sacerdote». Con il passare dei giorni, meditò sul suo amore per la Chiesa, che stava crescendo: «Qui c'è un desiderio ancora più profondo di Chiesa, un'istituzione necessaria, un polo che bilancia i tempi che cambiano. Naturalmente dovrà riformarsi e adattarsi ancora molto e capire che le affermazioni teoriche non convincono le persone. Solo la partecipazione alla vita, l'ancoraggio alla terra e l'Incarnazione, creano un contatto immediato con le persone alla ricerca di questa ancora di salvezza».
LA CONDANNA A MORTE In prigione, con la condanna a morte, scriveva ai genitori mettendosi nelle mani di Dio: «Sono orgoglioso di correre la stessa sorte di Cristo. So di essere pieno della più santa gioia. Come sacerdote, sono stato disprezzato e condannato. Niente di mondano o terreno opprime la mia mente. Sono felice di essere stato segnato come testimone di Cristo. Mi renderebbe felice dentro di me sapere che voi siete in grado di pensare all'eternità tanto quanto la penso e la immagino io». Anche tre giorni prima dell'esecuzione il cardinale Innitzer di Vienna stava cercando di chiedere la revisione del processo o un rinvio, ma senza successo. Il giorno della sua esecuzione, il 24 gennaio 1945, Heinrich scrisse a sua sorella Elizabeth: «Mi è stato detto che non avrei dovuto lasciare che tutto accadesse con tanta calma. Penso che sia anche la provvidenza di Dio. Sono totalmente soggetto all'incomprensibilità di Dio, o meglio, sono totalmente soggetto alla sua guida più misericordiosa». Dalla cella disse ai suoi compagni: «Salutate le mie montagne!» e prima che la lama cadesse, proclamò ancora ad alta voce: «Viva il vero Re, viva Cristo!». Un modo per rivendicare Cristo di fronte al falso “Reich” del nazismo. Dopo la liberazione dell'Austria, un becchino aiutò a localizzare il corpo che, su richiesta della madre e del defunto, fu sepolto nel 1946 nella sua parrocchia di San Giorgio. Dal 1986, una targa commemorativa nella chiesa di San Pietro a Lana (Alto Adige) ricorda Heinrich Dalla Rosa. Nel 2010 è stata posta una lapide nell'atrio del Seminario di Graz (Austria) per ricordare i sacerdoti perseguitati e giustiziati dai nazisti. Il vescovo di Graz, Egon Kapellari, ha detto in quell'occasione a proposito dei martiri: «Non vogliamo né dobbiamo dimenticarli, ma anche la società civile dovrebbe assumersi la responsabilità della loro memoria perché hanno vissuto e sono morti per difendere valori che sono parte fondamentale di ogni società democratica: l'onestà e il coraggio».
Fonte: Sito del timone, 15 ottobre 2025
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ALL'UNIVERSITA' DI CATANZARO APRE LA PRIMA MOSCHEA STUDENTESCA
Ci si arrende alla strategia dei Fratelli Musulmani che non usano armi perché per conquistare la società occidentale è sufficiente l'arrendevolezza dell'Europa che si lascia infiltrare dall'interno
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 29 ottobre 2025
Al Policlinico universitario di Germaneto, tra i corridoi dell'Edificio delle Bioscienze, si apre una porta che segna una storica novità per l'università italiana. L'Università Magna Graecia di Catanzaro inaugura il primo spazio di culto islamico all'interno di un ateneo pubblico del Paese. Il progetto nasce da una richiesta presentata nel 2024 da un gruppo di studenti dell'Università Magna Graecia, approvata dagli organi accademici e formalizzata con una convenzione firmata il 12 settembre 2025 tra il rettore Giovanni Cuda e Antonio Carioti - nel frattempo diventato Antonio Omar dopo la conversione all'islam - presidente e imam dell'associazione musulmana Dar Assalam OdV di Catanzaro, ente iscritto al RUNTS, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. Si tratta di un comodato d'uso gratuito, circoscritto e regolato, ma dal valore simbolico fortissimo: il primo spazio di culto islamico riconosciuto formalmente da un'università pubblica italiana. Un gruppo di studenti si dispone in silenzio, le scarpe lasciate fuori dalla porta. Il muezzin chiama alla preghiera. Ecco che a Catanzaro, si apre una pagina inedita: una università pubblica destina metri quadrati al sermone del venerdì dell'imam, anziché migliorare l'offerta formativa e i servizi per gli studenti italiani. L'accordo prevede la possibilità di fermarsi per le cinque preghiere quotidiane (quindi il diritto di assentarsi da lezioni o esami), il sermone del venerdì (Jumu'a) e le due principali festività islamiche, Eid al-Fitr e Eid al-Adha. Lo spazio sarà gestito direttamente dalla Dar Assalam, che ne curerà l'organizzazione. A guidarla sarà proprio Omar Carioti, convertitosi all'islam alcuni anni fa, accanto all'imam Khalid Elsheikh, riferimento della comunità locale. È importante sottolineare che il sermone del venerdì, o Khutbah, non è equiparabile ad una omelia, che circoscritta al contesto liturgico, afferisce alla parola di Dio. Il sermone dell'imam - figura non regolamentata da alcuna autorità ufficiale - è un discorso più ampio, che tocca temi sociali, civili e, in diversi contesti, anche politici.
LA STRATEGIA DELLA FRATELLANZA MUSULMANA Ed è, inoltre, significativo che tutto questo accada proprio a Catanzaro, dove la comunità islamica è piccola, sebbene non piccolissima e certamente, a quanto pare, non irrilevante. Nella provincia vivono circa 12.000 musulmani, di cui 2.000 nel capoluogo. Provengono dal Marocco e dal Maghreb, ma anche da Bangladesh, Pakistan, Senegal, Sudan, Iraq, Costa d'Avorio e altri Paesi. In tutta la Calabria, i musulmani sono 24.500, pari all'1,72% della popolazione regionale. Eppure, da questa realtà minoritaria è partita la spinta capace di ottenere, di fatto, una moschea all'interno di un'università per la prima volta nella storia d'Italia. In Francia, nei primi anni Duemila, un gruppo musulmano aveva proposto di utilizzare le chiese cattoliche dismesse per la preghiera, nel tentativo di risolvere i disagi delle celebrazioni in strada. In Italia, invece, il percorso ha preso un'altra direzione: si è partiti dalle università. Segno di un Paese che cambia, e va progressivamente islamizzandosi, dove la presenza musulmana assume forme nuove e sempre più organizzate. Ad aprile, a Monfalcone, è nata la prima lista elettorale islamica per le amministrative; in Campania, la candidata di origini palestinesi Souzan Fatayer (Alleanza Verdi e Sinistra) è finita al centro di polemiche per un video dai contenuti antisemiti; in Puglia, Jarban Bassem rappresenta un altro volto emergente di una rappresentanza politica musulmana strutturata. Tutto questo s'inserisce nel solco di un'azione più ampia, coerente con la strategia della Fratellanza Musulmana, la più grande confraternita islamista del mondo, fondata nel 1928 in Egitto da Hassan al-Banna e oggi diffusa in oltre 70 Paesi. Secondo l'economista egiziano Abdel-Khaliq Farooq, la Fratellanza gestirebbe ogni anno fondi non dichiarati per un valore compreso tra 200 e 250 milioni di dollari, destinati a finanziare una rete estesa di associazioni, scuole e ONG. Una di queste, la Islamic Relief Worldwide, ha registrato 456 milioni di sterline di entrate in soli quattro anni. Per loro il mondo delle scuole e quello accademico rappresentano un bacino di riferimento su cui il movimento punta per rafforzare la propria presenza.
80 MOSCHEE IN ITALIA In Italia, diversi dossier indicano che l'organizzazione più influente del Paese, legata alla Fratellanza Musulmana, gestisce oltre 80 moschee e centinaia di sale di preghiera con donazioni provenienti anche da Paesi del Golfo. Una rete che traduce il Corano in italiano, organizza corsi, doposcuola e inventa strumenti per orientare i modelli culturali. Non un movimento clandestino, ma un sistema diffuso e capillare, in cui religione, identità e comunità si intrecciano. Obiettivo della Fratellanza non è la rivoluzione, ma la trasformazione lenta, quasi impercettibile, che passa attraverso i cuori e le menti. La sua forza non è nella segretezza, ma in una ambiguità strategica: un linguaggio doppio, una presenza discreta, una capacità di adattamento che le consente di radicarsi senza mai apparire destabilizzante. E il suo raggio d'azione guarda all'intero Occidente. Quando il movimento fu bandito o represso nei Paesi arabi, molti dei suoi ideologi cercarono rifugio in Europa, trovando nelle democrazie occidentali un terreno fertile per riorganizzarsi. In Svizzera, il genero di al-Banna, Saïd Ramadan, fondò nel 1961 il Centro Islamico di Ginevra, nucleo storico del pensiero islamista europeo. I suoi figli, Tariq e Hani Ramadan, ne ereditarono la missione, diventando due delle voci più influenti dell'islam politico nel continente. Da allora, la rete della Fratellanza si è ampliata con metodo. In tutta Europa, moschee, enti di beneficenza, istituti scolastici e associazioni civiche hanno costituito un mosaico organizzato, capace di promuovere la propria visione dell'islam sotto la forma della sensibilizzazione culturale e religiosa. Pubblicamente promuove il dialogo e i diritti civili; privatamente tollera o incoraggia narrazioni antisemite, anti-occidentali. Non costruisce la propria influenza con le armi, ma con la rete. Non dirotta aerei, ma fa lobbying nei consigli scolastici. Non organizza attentati, ma apre start-up halal, scuole islamiche. La sua tattica è quella dell'infiltrazione legittima: lenta, decentralizzata, difficile da distinguere dall'attivismo civico. In Italia, il dibattito su queste dinamiche rimane quasi assente. Eppure, numerose organizzazioni musulmane operano da anni con legami diretti o ideologici con la Fratellanza. Per l'islam non si prevede separazione tra moschea e Stato, ritenuti indissolubili. La logica musulmana non riconosce nessuna permanente forma di potere o religione al di fuori dell'islam. Nel frattempo è dovere di ogni islamico fare ciò che gli è possibile per il raggiungimento dell'obiettivo madre: la sottomissione, anche con la forza, dell'interno mondo ad Allah. Se quindi a Catanzaro, si prende un'aula dell'università pubblica per farne una moschea, non si può parlare semplicemente di "libertà religiosa". I fatti di Catanzaro ci dicono che la trasformazione culturale dall'interno è in atto. E che si sta ridefinendo il confine invisibile tra fede, identità e politica in un'Europa che fatica a riconoscere se stessa. Così, l'Italia, dopo l'imam in carcere, presenta la moschea in università all'Occidente.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 29 ottobre 2025
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OMELIA II DOMENICA DI AVVENTO - ANNO A (Mt 3,1-12)
Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino
Fonte Il settimanale di Padre Pio
Il tema di questa seconda Domenica di Avvento è la conversione. Tutti abbiamo bisogno di conversione per poter celebrare nel modo migliore il Natale del Signore. Il dovere della conversione è richiamato tante volte nella Bibbia, il che significa che ogni giorno possiamo e dobbiamo migliorare, ogni giorno è il momento opportuno per cambiare qualcosa nella nostra vita, nel modo di pensare, di parlare e di agire. Ogni giorno è il momento opportuno per rompere, per spezzare qualche legame che ci tiene attaccati al male o alla mediocrità. Facendo così, noi imitiamo il navigatore, il quale rettifica di continuo la guida della nave per assicurarsi che la direzione sia sempre esatta. Noi tutti, infatti, tendiamo a deviare, siamo volubili e fragili: se non vigiliamo su noi stessi, in breve tempo smarriamo completamente la rotta. Ecco dunque il dovere di questa continua rettifica, guardando di continuo la bussola che ci indica la giusta direzione verso il Signore. Talvolta sarà difficile, ma è sempre doveroso. Volendo essere coerenti con il Vangelo, troveremo non poche cose da cambiare. Occorre l'umiltà per ammettere i nostri sbagli e le nostre deviazioni, molta forza di volontà per operare le necessarie correzioni, e molta perseveranza per non arrenderci alle prime difficoltà. Ogni vittoria su noi stessi è un passo in avanti verso la meta. Ogni giorno dovremmo dire anche noi: "Incipit vita nova", ovvero: "Inizia una vita nuova". Cominciare da capo è sempre molto bello e stimolante. Poter ricominciare da capo, evitando tutti gli sbagli fatti nel passato, penso sia il desiderio di tutti quelli che sono sinceramente pentiti e vogliono fare il bene. Nella vita sociale non è sempre possibile questo "azzeramento" e questa nuova possibilità; ma, per grazia di Dio, questo è possibile per la nostra vita spirituale. Un atto di contrizione perfetta brucia tutti i nostri peccati e anche le pene dovute al peccato, brucia tutto il nostro passato, un passato da dimenticare. Un giorno, ad un vecchio eremita fu chiesta l'età. «Ho cinquant'anni», rispose. «Non è possibile! - replicò il visitatore - Ne avete certamente più di settanta». «è vero - rispose l'eremita - la mia età sarebbe di settantacinque anni; ma i primi venticinque non li conto, perché li ho passati lontani da Dio». Il tempo ci è donato per trasformarlo in amore di Dio e del prossimo, tutto il resto è tempo perso. Per operare in noi questa profonda conversione, questo "azzeramento", è cosa molto utile concederci di tanto in tanto dei veri e propri esercizi spirituali, ovvero dei giorni da trascorrere in qualche casa di ritiro, ove meditare, pregare e prepararci ad una seria confessione. Sarà proprio quando il sacerdote pronuncerà su di noi le parole dell'assoluzione «io ti assolvo dai tuoi peccati» che la nostra anima tornerà bianca come la neve e, deposto il peso del peccato, in noi si opererà questa nuova partenza. Rinnovati dall'Amore di Dio, inizieremo allora una vita secondo il Vangelo. è cosa molto buona concederci questi periodi di ritiro ogni anno, perché, come dicevo prima, tendiamo sempre a deviare e la conversione deve essere continua. Facciamo in modo che questo Avvento sia anche per noi l'inizio di una vita nuova. L'invito alla conversione ci è rivolto da san Giovanni Battista, il quale nel deserto della Giudea predicava e diceva: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2); e, poco oltre: «Fate dunque un frutto degno della conversione» (Mt 3,8). Facciamo dunque anche noi questi frutti degni della conversione. Un albero si riconosce dai frutti, così l'autenticità della nostra conversione si riconoscerà dalla bontà e dalla pazienza che noi eserciteremo verso il prossimo che ogni giorno incontriamo sul nostro cammino. è questa la "prova del nove" che svelerà ciò che veramente siamo. Affidiamoci infine alla Vergine Maria. Chiediamole la grazia di una profonda conversione. Certamente questa grazia Ella ce la vuole donare.
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
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OMELIA IMMACOLATA CONCEZIONE - ANNO A (Lc 1,26-38)
Com'è possibile? Non conosco uomo
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: La donna ideale
Un'esistenza senza macchia, santa e immacolata, non è una dolce illusione o un sogno senza speranza; è il destino che ci è stato assegnato: In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati (Ef 1,4). È l'ideale che Dio ha scritto indelebilmente nel cuore dell'uomo. Perciò in ogni uomo, che le vicende della vita non abbiano tutto snaturato o corrotto, c'è sempre una nostalgia di innocenza; una nostalgia elusa di solito e soffocata, che torna però a farsi sentire nei momenti di maggior lucidità e di più chiara sincerità. Essere santi e immacolati: questo è dall'eternità il programma che ci è stato dato da Dio che non cambia i suoi intendimenti e non si lascia disaminare dalle delusioni che le creature gli danno. In effetti, alla sublime chiamata del Padre, che misteriosamente ci ha scelti prima della creazione del mondo, ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli (Ef 1,3), predestinandoci ad essere suoi figli (Ef1 ,5), stranamente e tragicamente l'uomo risponde con un rifiuto.
LA RIBELLIONE DEL PECCATO L'incredibile resistenza dell'uomo all'amore incredibile del suo Creatore si chiama peccato; è un'ombra che accompagna e deturpa la nostra storia fin dai suoi inizi; è la causa vera di tutti i nostri mali e di tutte le nostre tristezze. Alla originaria e fondamentale chiamata dalla santità (ci ha scelti per essere santi) la risposta dell'uomo è stata la ribellione e la colpa; una colpa che ci ha macchiati tutti, che a tutti ha precluso l'accesso all'albero della vita e al giardino della felicità; una colpa che ha insinuato nel nostro cuore la diffidenza verso il Dio che ci ama e ci colloca nella triste paura di incontrarci con colui che è il senso e la luce della nostra esistenza: Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura (Gv 3,10). Dopo il peccato di Adamo, la vita senza macchia sembra diventata una mèta irraggiungibile, l'inutile velleità di anime senza buon senso e senza concretezza. Ma il peccato che ha devastato l'uomo non ha spento l'amore di Dio e non ne ha mutato la decisione. Il mondo si è di certo avvilito e dissestato, ma non fino alla sua radice e al suo fondamento, dal momento che la radice vera dell'umanità e il fondamento dell'universo sono il Signore Gesù, il Figlio di Dio, nel quale tutte le cose sussistono, nel quale dall'eternità siamo stati pensati e voluti dal Padre: In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo (Ef 1,4). La contaminazione del mondo non ha raggiunto colui che del mondo è il cuore vivo, innocente, pulsante di vita divina. Perciò in Cristo, crocifisso e risorto, l'ideale di una vita immacolata, che su questa terra sembra un mito illusorio, ritorna a essere per tutti una concreta possibilità e resta il destino a cui tutti siamo stati chiamati. Solo che ormai questo destino si colloca in un ordine di redenzione; cioè può avverarsi come frutto di un riscatto doloroso, come conseguenza di una riconquista, come effetto di una vittoria di Dio ottenuta attraverso l'obbedienza, l'amore, la sofferenza, la morte di Cristo.
MARIA, LA PERFETTA REDENTA La creatura in cui la redenzione di Cristo si è operata nel modo più efficace e totale è la Vergine Maria. Sublimiori modo redempta: redenta in maniera più sublime, dice il documento con cui Pio IX nel 1854 ha dichiarato la "Immacolata concezione" di Maria, appartenente al patrimonio della nostra fede. In lei l'ideale primitivo, essere santi e immacolati, si avvera perfettamente dal primo istante di vita. Non c'è ombra di peccato, di bruttezza interiore, di infedeltà, in colei che è la piena di grazia (Lc 1,28). Maria apparve nella storia di Israele come una dei "poveri di Jahvè", cioè di quelle persone che solo in Dio (e non nei mezzi umani e nei potenti della terra) ripongono la loro fiducia. Le narrazioni evangeliche ce la mostrano silenziosa e tranquilla, indifferente al giudizio del mondo, anche nei momenti penosi provocati dalla sua misteriosa maternità. È la creatura obbediente che in un "sì", in un "eccomi", ha riassunto ed espresso tutto il senso della propria esistenza. È la vergine libera e consapevole che, prima tra le fanciulle ebree, ha scelto la strada della donazione sponsale a Dio, esplicitamente e irrevocabilmente voluta: non conosco uomo (Lc 1,34). È la sposa e la madre che realizza perfettamente la sua femminilità in tutte le sue virtuali ricchezze e in tutto il suo valore inestimabile. Sposa, vergine e madre, incontaminata perché colma d'amore, ella si manifesta agli uomini come la figura e la primizia della santa Chiesa, che è la sposa feconda di Cristo, senza macchia né ruga, sempre insidiata, sempre perseguitata, sempre incompresa dal mondo, ma fedele al suo Signore, testimonianza eloquente (contro l'apparente trionfo del male) della divina energia che da Cristo crocifisso, assiso alla destra del Padre, continua a riversarsi sulla terra e a lievitarla di grazia. Nel mistero della Chiesa anche noi, sia pure in modo imperfetto, possiamo come Maria esistere senza colpa. Il battesimo ci ha riportati allo stato di innocenza cui Dio dall'inizio ci aveva chiamati. Questo battesimo - continuamente riscoperto e riattivato nel sacramento della penitenza, nella partecipazione all'Eucaristia, nella tensione quotidiana alla coerenza della vita con la nostra fede - ci assimila a Maria, la Vergine immacolata, e ci riconduce ogni giorno alla bellezza originaria del disegno di Dio. Vivere in questa crescente consapevolezza, intelligente e operosa, della nostra elezione a figli di Dio sia in questa celebrazione il nostro desiderio, la nostra preghiera, in nostro rinnovato proposito.
Fonte: La donna ideale
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