ADESTE FIDELES, UN CANTO CHE ATTRAVERSA I SECOLI E CONVERTE I CUORI
Venite, fedeli, l'angelo ci invita... e Paul Claudel si convertì a Cristo sentendo il desiderio di adorarlo (VIDEO: Adeste fideles cantato da Andrea Bocelli)
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
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JIMMY LAI E' COLPEVOLE: ESITO SCONTATO A HONG KONG DI UN PROCESSO-FARSA
Carcere a vita per l'imprenditore ed editore cattolico di Hong Kong che si è battuto per la libertà e perché ci fossero media indipendenti dal Partito Comunista Cinese... e intanto il Vaticano tace
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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BLOCCANTI DELLA PUBERTA', KENNEDY FA EMERGERE LA VERITA'
Il segretario dell'HHS ha dimostrato che medici e pediatri mentono quando presentano come benefiche per i bambini le procedure chimiche e chirurgiche di rifiuto del sesso
Fonte: Provita & Famiglia
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IL SIGNORE DEGLI ANELLI NON CI SAREBBE SENZA LO HOBBIT
Il racconto di Tolkien del 1937 ha due finali: la restaurazione del Regno dei Nani e il ritorno a casa di Bilbo (VIDEO: Audiolibro integrale de ''Lo Hobbit'')
Autore: Paolo Gulisano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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PIERFERDINANDO CASINI E IL TRASFORMISMO DEMOCRISTIANO
La differenza tra un cristiano e un democristiano si vede bene in un politico valido per tutte le stagioni che inizia la carriera in sacrestia e finisce alla festa dell'Unità
Autore: Lorenzo Bertocchi - Fonte: Sito del Timone
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LETTERE ALLA REDAZIONE: LE INTENZIONI NELLA MESSA
Nonostante il valore di ogni Messa sia infinito, fare dire più Messe aumenta il beneficio
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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OMELIA II DOMENICA DI NATALE - ANNO A (Gv 1,1-18)
La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
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OMELIA EPIFANIA DEL SIGNORE - ANNO A (Mt 2,1-12)
Abbiamo visto spuntare la sua stella
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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ADESTE FIDELES, UN CANTO CHE ATTRAVERSA I SECOLI E CONVERTE I CUORI
Venite, fedeli, l'angelo ci invita... e Paul Claudel si convertì a Cristo sentendo il desiderio di adorarlo (VIDEO: Adeste fideles cantato da Andrea Bocelli)
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 28 dicembre 2025
Ci sono melodie che accompagnano un istante e poi svaniscono, come un'eco lontana. E ce ne sono altre che sembrano attraversare i secoli come un fiume sotterraneo, riaffiorando nei momenti decisivi della vita degli uomini. Adeste fideles appartiene a questa seconda categoria: un canto natalizio dalla storia affascinante, capace di unire popoli e lingue diverse attorno al mistero della Natività. Per lungo tempo l'inno fu attribuito a san Bonaventura o al re Giovanni IV di Portogallo, ma oggi gli studiosi concordano nell'indicare come suo autore Sir John Francis Wade, musicista cattolico inglese vissuto nel XVIII secolo. Wade era uno degli esuli che avevano lasciato le isole britanniche a causa delle persecuzioni contro i cattolici e si era stabilito a Douai, nel nord della Francia. Questa cittadina era allora un importante centro del cattolicesimo europeo: vi sorgeva infatti un celebre collegio cattolico, fondato da Filippo II di Spagna, che accoglieva studenti e chierici inglesi costretti all'esilio. Secondo una tradizione accreditata, Wade avrebbe rinvenuto il testo e la melodia di Adeste fideles in alcuni manoscritti conservati in archivio tra il 1743 e il 1744. Egli ne trascrisse lo spartito e lo utilizzò per l'esecuzione liturgica con un coro cattolico a Douai. Nel 1751 decise poi di raccogliere e pubblicare a stampa le sue copie manoscritte in un volume intitolato Cantus Diversi pro Dominicis et Festis per annum. In questa raccolta comparve anche Adeste fideles: si tratta della prima fonte stampata conosciuta che documenta ufficialmente il canto. Nei manoscritti di Wade, accuratamente miniati, Adeste fideles appare come un inno destinato alla liturgia natalizia, costruito con una struttura semplice e solenne. È un invito pressante - "Venite, fedeli" - che si apre progressivamente alla contemplazione del Bambino nato a Betlemme. La forza del canto risiede nella chiarezza teologica e nella capacità di coinvolgere l'assemblea, quasi trascinandola fisicamente verso la mangiatoia. L'originale latino è molto più bello delle traduzioni in lingua volgare, ma voglio ricordare le parole di questo canto in italiano.
ADESTE FIDELES Venite, fedeli, l'angelo ci invita, venite, venite a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore. Venite, adoriamo, venite, adoriamo, venite, adoriamo il Signore Gesù! La luce del mondo brilla in una grotta: la fede ci guida a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore. La notte risplende, tutto il mondo attende: seguiamo i pastori a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore. "Sia gloria nei cieli, pace sulla terra", un angelo annuncia a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore. Il Figlio di Dio, Re dell'universo, si è fatto bambino a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore.
UNA PROFESSIONE DI FEDE Adeste fideles non è solo un canto da ascoltare: è una professione di fede che si ripete strofa dopo strofa. Nel corso del XVIII e XIX secolo questa melodia attraversò confini e culture. Dall'Inghilterra cattolica clandestina giunse in Francia, Germania, Italia. Con la diffusione della stampa musicale e dei nuovi repertori liturgici, Adeste fideles divenne uno dei canti natalizi più conosciuti dell'Occidente cristiano. Fu tradotto in numerose lingue: l'inglese O Come, All Ye Faithful, il francese Peuple fidèle, l'italiano Venite fedeli. Ogni traduzione conservava il nucleo originario: l'invito a lasciare tutto per andare incontro a Gesù Bambino nella capanna di Betlemme. La sera di Natale del 1886, un giovane studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa, di nome Paul Claudel, mentre vagava inquieto nelle vie di Parigi, entrò quasi per caso nella cattedrale di Notre-Dame, inondata dal suono dell'organo e del canto Adeste fideles. Claudel ricorderà così quell'istante decisivo: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all'ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l'evento che dominò tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell'innocenza, dell'eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando - come ho spesso fatto - di ricostruire i momenti che seguirono quell'istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un'arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: 'Come sono felici le persone che credono!' Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l'emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell''Adeste, fideles' [...]».
DA INCREDULO A CONVERTITO Entrato incredulo, Paul Claudel uscì dalla cattedrale convertito. Il canto, con il suo invito diretto e universale, lo aveva posto di fronte a una scelta personale. Nelle parole "Venite" il giovane riconobbe qualcosa che lo toccava intimamente. La bellezza musicale e la solennità liturgica non furono un fatto estetico, ma il veicolo di una verità che si impose alla sua mente con evidenza. Claudel abbracciò pienamente la fede cattolica, che divenne il centro della sua vita e della sua opera. Poeta, drammaturgo, diplomatico, non smise mai di interrogare il mistero cristiano attraverso la parola. Ma tutto ebbe origine da quella notte, da quel canto. Adeste fideles continua a risuonare ogni Natale nelle chiese del mondo, spesso senza che se ne conosca la storia. Eppure, in quelle dolci note, resta inscritta la testimonianza di una forza discreta ma reale: la capacità della musica sacra di aprire varchi nell'anima, di raggiungere la mente e il cuore dove le parole da sole non bastano. Oggi come allora, questo canto accompagna la celebrazione della Natività. Cantato da cori imponenti o da piccole comunità di fedeli, conserva intatta la sua potenza originaria. La storia di Paul Claudel ci ricorda che la fede può nascere anche così: non da un trattato teologico, ma da una melodia; non da un discorso astratto, ma da un invito cantato. Le note di un canto, quando sono vere, possono toccare il cuore di un uomo e trasformarne la vita.
VIDEO: ADESTE FIDELES (ANDREA BOCELLI: 4 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=okyzEnO7g3c
DOSSIER "NATALE" Le verità dimenticate sulla nascita di Gesù Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: Radio Roma Libera, 28 dicembre 2025
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JIMMY LAI E' COLPEVOLE: ESITO SCONTATO A HONG KONG DI UN PROCESSO-FARSA
Carcere a vita per l'imprenditore ed editore cattolico di Hong Kong che si è battuto per la libertà e perché ci fossero media indipendenti dal Partito Comunista Cinese... e intanto il Vaticano tace
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 15 dicembre 2025
«Colpevole». Come era ampiamente previsto. I tre giudici della Corte di Hong Kong hanno trovato Jimmy Lai, l'imprenditore ed editore cattolico in carcere dal 2020 per la sua battaglia in difesa della libertà e della verità, colpevole per tutti e tre i capi d'accusa: due riguardanti la presunta cospirazione e collusione con forze straniere in base alla Legge sulla sicurezza nazionale che il governo cinese ha imposto a Hong Kong nel 2020 per reprimere il movimento democratico; il terzo per aver pubblicato materiale sedizioso sul suo giornale Apple Daily, che le autorità hanno chiuso d'imperio nel 2021. Per le due accuse di cospirazione è previsto il carcere a vita, ma bisogna dire che anche una detenzione limitata significherebbe la morte in prigione per Jimmy Lai, che lo scorso 8 dicembre ha compiuto 78 anni e ha gravi problemi di salute - diabete e ipertensione - che stanno rapidamente peggiorando a causa delle condizioni in prigionia. Sulla pena concreta che gli verrà addebitata inizierà ora un altro procedimento, con una prima udienza già fissata per il 12 gennaio 2026. Gli avvocati difensori hanno detto che Jimmy non ha ancora deciso se farà appello contro il verdetto di colpevolezza. Jimmy Lai, a cui è stato assegnato alla Giornata della Bussola lo scorso 25 ottobre il premio "Fatti per la Verità" (ritirato da suo figlio Sebastien), ha ascoltato immobile il verdetto e le parole della giudice Esther Toh che lo ha accusato di aver sempre nutrito «risentimento e odio» nei confronti della Cina. Nell'aula stracolma erano presenti anche sua moglie Teresa, il figlio Augustin e il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong e lui stesso simbolo della lotta per la libertà di Hong Kong e della Chiesa nonché grande amico di Jimmy Lai, che ha ricevuto nella Chiesa cattolica nel 1997 (nella foto LaPresse, il loro arrivo insieme in tribunale). Una grande folla ha atteso il verdetto anche all'esterno del tribunale, a testimonianza del sostegno della popolazione locale per colui che è considerato il simbolo della battaglia per la democrazia a Hong Kong.
LA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE E come tale è giudicato dal regime cinese, come dimostrano le prime reazioni alla sentenza. L'Ufficio cinese per la sicurezza nazionale con sede a Hong Kong ha rilasciato un comunicato definendo Lai «un burattino delle forze esterne anti-cinesi» che ha tentato una «rivoluzione colorata» nella città. «Condanniamo fermamente la manipolazione politica di Hong Kong da parte di un piccolo numero di politici occidentali e media anti-cinesi con il pretesto dei 'diritti umani' e della 'libertà', che scagionano esplicitamente Jimmy Lai». E di fronte alle proteste internazionali per questo processo che si trascina da tre anni, il ministero degli Esteri cinese ha duramente condannato i Paesi che «diffamano» il sistema giudiziario di Hong Kong, esortando al rispetto della sovranità della Cina. La stessa Cina, bisogna aggiungere, che nel trattato firmato con il Regno Unito per il ritorno dell'ex colonia britannica nel 1997, aveva garantito per 50 anni autonomia a Hong Kong sotto lo slogan "Un Paese, due sistemi". Promessa, neanche a dirlo, immediatamente tradita e ne è prova proprio la Legge sulla Sicurezza nazionale, con conseguente arresto e processo a Jimmy Lai oltre che ad altri esponenti democratici di Hong Kong. Peraltro è proprio il sistema giudiziario di Hong Kong, che è stato sistematicamente sovvertito, come afferma anche il comunicato diffuso da Caoilfhionn Gallagher, responsabile del team legale internazionale che si occupa della difesa di Jimmy Lai (al proposito bisogna ricordare che la Cina vieta ora la possibilità ai cittadini di Hong Kong di avere difensori stranieri): «Il verdetto odierno è una macchia sul sistema giuridico di Hong Kong, un tempo invidiabile - ha detto la Gallagher -. Un uomo coraggioso e brillante di 78 anni è stato condannato con questo verdetto vendicativo e gravemente ingiusto, condannato per il solo fatto di essere un editore e giornalista di successo e un attivista pacifico e devoto alla causa della democrazia. Dopo cinque lunghi anni di detenzione in violazione del diritto internazionale, è ora di porre fine a questo processo farsa e di rilasciare Lai. Se la Cina non lo rilascerà immediatamente e incondizionatamente, la comunità internazionale dovrà chiamarla a rispondere delle sue responsabilità».
UN PROCESSO FARSA «È un processo farsa e un atto vergognoso di persecuzione», ha commentato il verdetto odierno Beh Lih Yi, direttore dell'area Asia-Pacifico della Commissione per la Protezione dei Giornalisti: «La sentenza sottolinea il totale disprezzo di Hong Kong per la libertà di stampa - ha affermato - L'unico crimine di Jimmy Lai è quello di dirigere un giornale e difendere la democrazia». «Oggi è un giorno buio per chiunque crede nella verità, nella libertà e nella giustizia - ha commentato Sebastien Lai, costretto a vivere a Londra -. Io e la mia famiglia siamo rattristati ma non sorpresi dal verdetto di colpevolezza per mio padre. Siamo sempre stati consapevoli che mio padre è stato perseguito soltanto per il suo giornalismo coraggioso e il suo incrollabile impegno per la democrazia. La condanna odierna è il culmine di una persecuzione da parte delle autorità cinesi e di Hong Kong. È un attacco ai valori che ci sono più cari. Ora spetta al governo britannico difendere questi valori assicurando il rilascio di mio padre, prima che sia troppo tardi». Bisogna infatti ricordare che Jimmy Lai è anche cittadino britannico. Anche un'altra figlia di Jimmi Lai, Claire, ha voluto rilasciare una dichiarazione, riferendosi soprattutto alle precarie condizioni di salute del padre: «Avendo trascorso gli ultimi anni a Hong Kong, ho assistito personalmente al rapido deterioramento della salute di mio padre - ha detto -. Ha 78 anni e ha trascorso cinque anni in condizioni terribili, e siamo preoccupati per quanto ancora potrà sopportare. Questo verdetto dimostra che le autorità continuano a temere nostro padre, anche nel suo stato di debolezza, per ciò che rappresenta. Ribadiamo la sua innocenza e condanniamo questo errore giudiziario. Ci auguriamo che gli Stati Uniti continuino a esercitare pressioni affinché mio padre possa tornare dalla nostra famiglia e riprendersi in pace». Non sono un caso i riferimenti a Regno Unito e Usa. Il caso infatti ha anche una grossa ripercussione internazionale. Il ministero degli Esteri britannico ha prontamente condannato la «persecuzione politica» di Jimmy Lai, mentre si ricorderà che il presidente americano Donald Trump aveva in ottobre dichiarato di aver sollevato il caso di Jimmy Lai nel corso del vertice con Xi Jinping, chiedendone la liberazione. Anche il governo italiano, in occasione della presenza di Sebastien Lai in Italia per la Giornata della Bussola, ha chiesto la liberazione di Jimmy Lai con un comunicato dell'inviato speciale del Ministro degli Esteri per la promozione della libertà religiosa, Davide Dionisi, che ha personalmente incontrato il figlio dell'imprenditore di Hong Kong.
Nota di BastaBugie:Riccardo Cascioli nell'articolo seguente dal titolo "La Cina non si tocca, in Vaticano congiura del silenzio su Jimmy Lai" parla di come sia stata ignorata totalmente dai media vaticani e dalla Santa Sede la notizia della condanna dell'editore cattolico di Hong Kong Jimmy Lai. È un altro frutto perverso dell'accordo segreto Cina-Vaticano: in nome della ragion politica si abbandonano i cattolici nelle mani dei loro persecutori. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 dicembre 2025: Per tutta la giornata di ieri sono proseguite le dichiarazioni di condanna contro le autorità cinesi e di Hong Kong per il verdetto di colpevolezza per cospirazione e sedizione nei confronti di Jimmy Lai, imprenditore ed editore assurto a simbolo della battaglia di Hong Kong per la libertà e la democrazia. Anche l'Unione Europea, con una nota del Servizio europeo per l'azione Esterna, ha parlato di «processo politico» e di «erosione della democrazia e delle libertà fondamentali a Hong Kong dall'entrata in vigore della Legge sulla Sicurezza nazionale nel 2020»; e ha chiesto «il rilascio immediato e incondizionato di Jimmy Lai». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il senatore italiano di Fratelli d'Italia Giulio Terzi, secondo il quale «con le accuse pretestuose di sedizione e collusione con forze straniere, i giudici hanno privato della libertà un cittadino britannico e distrutto la reputazione di Hong Kong come spazio di libertà di espressione, di stampa, di religione, di impresa». Altri duri comunicati anche da organizzazioni umanitarie come The Committee for Freedom in Hong Kong Foundation, Human Rights Watch, Amnesty International e Reporters sans Frontières. Ma c'è un dettaglio che in tutto questo coro internazionale di proteste sfugge: è vero, Jimmy Lai è un simbolo della battaglia per la libertà e la democrazia a Hong Kong, ma è soprattutto un cattolico che dal momento della sua conversione - è stato battezzato nel 1997 dal cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong - ha vissuto in modo nuovo sia la sua professione di editore sia la sua battaglia civile, fino ad accettare il carcere per vivere fino in fondo la sua testimonianza alla Verità. Ricordavamo nell'articolo che gli abbiamo dedicato in occasione del conferimento del premio "Fatti per la Verità", consegnato a suo figlio Sebastien nel corso della Giornata della Bussola dello scorso 25 ottobre, come nel 2020 avesse rinunciato a lasciare Hong Kong andando orgogliosamente incontro al suo destino: «Se me ne andassi, io rinuncerei non solo al mio destino, rinuncerei a Dio, rinuncerei alla mia religione, rinuncerei a ciò in cui credo», disse allora. E la sua vicenda è anche il simbolo del dramma che stanno vivendo i cattolici di Hong Kong, sempre più stretti nella morsa soffocante di Pechino e della sua Chiesa cattolica patriottica. Proprio questo rende ancora più doloroso e stridente il silenzio che la Santa Sede ha fatto calare attorno alla sua storia. Non solo in questi anni non una sola volta si è levata la voce da Piazza San Pietro per ricordare la sua prigionia da testimone della Verità e per chiederne la liberazione, ma è calata la censura totale su tutti i media vaticani. Per la Santa Sede Jimmy Lai semplicemente non esiste. Come in questi giorni: i media di tutto il mondo parlano del processo farsa e della condanna subita da Jimmy Lai, esclusi i media vaticani. Ieri né Vatican News né l'Osservatore Romano hanno dedicato una sola riga alla sentenza del tribunale di Hong Kong. Un'assenza resa ancora più eclatante dall'enorme spazio dedicato all'attentato di Sidney e al cordoglio del Papa per la comunità ebraica vittima del terrorismo; Papa che ancora ieri pomeriggio, nel discorso ai donatori dell'albero di Natale e del presepe in Piazza San Pietro, ha rivolto un appello per mettere fine alle violenze antisemite. Ma non una parola o un cenno alla condanna di un cattolico a Hong Kong, simbolo della repressione subita da tanti cattolici nella stessa Hong Kong e in Cina. Sulla home page di Vatican News si parlava di tutto, delle migrazioni in Sud Africa, delle scuole per i bambini di Tegucigalpa, della rivoluzione non violenta di Martin Luther King, ma neanche una riga per Hong Kong e Jimmy Lai. Una vergogna che è uno degli effetti perversi dell'accordo segreto tra Santa Sede e regime di Pechino firmato nel 2018 e rinnovato di due anni in due anni fino all'ottobre 2024 quando è stato prorogato di altri quattro anni. La Segreteria di Stato vaticana ha sempre strenuamente difeso questo accordo in nome di un presunto bene della Chiesa in Cina, per risolvere anzitutto il problema della nomina dei vescovi. Ma come hanno dimostrato anche i casi più recenti in tutti questi anni ha funzionato che Pechino decide e il Vaticano esegue. Intanto la Santa Sede, per non fare irritare Pechino, chiude gli occhi sull'aumento della persecuzione dei cattolici in Cina e abbandona a se stessa la Chiesa di Hong Kong, anzi: ne sta favorendo la trasformazione in Chiesa patriottica anche se Hong Kong formalmente non è sotto la giurisdizione della Conferenza Episcopale cinese. Nessuna sorpresa dunque che mantenga il silenzio davanti alla prova di un cattolico che sta pagando con la vita la sua fede. Peraltro, quella vaticana è una congiura del silenzio che arriva lontano: anche l'edizione online del Sunday Examiner, giornale della diocesi di Hong Kong, ha semplicemente ignorato la notizia della condanna di Jimmy Lai; mentre UcaNews, l'agenzia delle Conferenze episcopali asiatiche, ne ha dato notizia in modo asettico, una notizia tra le altre evitando peraltro di far sapere che è cattolico. Certamente qualcuno penserà benevolmente che la diplomazia vaticana si stia muovendo dietro le quinte, in modo discreto: se così fosse bisognerebbe allora parlare di un drammatico fallimento della diplomazia visto che in questi anni non c'è stato alcun risultato positivo: la situazione dei cattolici è peggiorata, Jimmy Lai continua a marcire nel carcere di Hong Kong, e non dimentichiamo che anche il cardinale Zen è in libertà vigilata. La verità è che la linea diplomatica della segreteria di Stato vaticana, sotto la guida del cardinale Pietro Parolin, nei confronti dei regimi che perseguitano i cristiani consiste nel sacrificare oggi i singoli cattolici in nome di un presunto bene futuro della Chiesa. Una visione inaccettabile dal punto di vista morale e terribilmente inefficace dal punto di vista diplomatico. Da cattolici bisogna tristemente riconoscere che se mai il regime cinese dovesse decidere di rilasciare Jimmy Lai, magari mandandolo in esilio, non sarebbe certo per la diplomazia vaticana ma per l'azione del presidente americano Donald Trump che ne ha già chiesto la liberazione direttamente al presidente cinese Xi Jinping e che ha dimostrato - da ultimo in Bielorussia - la capacità di usare argomenti per ottenere la liberazione di dissidenti e ostaggi.
JIMMY LAI, PERCHE' MOBILITARSI PER LA SUA LIBERAZIONE L'imprenditore ed editore cattolico di Hong Kong rischia di morire in carcere per la sua battaglia di libertà contro il partito comunista cinese (VIDEO: The Hong Konger) di Riccardo Cascioli https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8336
DOSSIER "L'ACCORDO CINA-VATICANO" Il disastro della nuova Ostpolitik Per vedere tutti gli articoli, clicca qui!
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 15 dicembre 2025
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BLOCCANTI DELLA PUBERTA', KENNEDY FA EMERGERE LA VERITA'
Il segretario dell'HHS ha dimostrato che medici e pediatri mentono quando presentano come benefiche per i bambini le procedure chimiche e chirurgiche di rifiuto del sesso
Fonte Provita & Famiglia, 1 dicembre 2025
Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS) ha pubblicato un nuovo, attesissimo, rapporto scientifico che lancia un monito chiarissimo contro la cosiddetta "assistenza di affermazione di genere" sui minori, scatenando l'ira dei gruppi pro-LGBT. Lo studio, sottoposto a revisione paritaria e basato su un precedente documento diffuso a maggio sui giovani con confusione di genere, porta un titolo eloquente: "Trattamento della disforia di genere pediatrica: revisione delle prove e delle migliori pratiche". Il rapporto analizza l'uso di bloccanti della pubertà, ormoni eterosessuali e interventi chirurgici su bambini e adolescenti, evidenziando come questi trattamenti comportino danni «significativi, a lungo termine e troppo spesso ignorati o monitorati in modo inadeguato». Non si parla di rischi teorici, ma di conseguenze concrete, ovvero: infertilità o sterilità, disfunzione sessuale, alterazioni della densità ossea, impatti cognitivi negativi, malattie cardiovascolari e disturbi metabolici, aumento dei disturbi psichiatrici, complicazioni chirurgiche e rimpianto. Questi risultati arrivano in un contesto politico già acceso. A gennaio scorso, infatti, il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per limitare gli interventi di "cambio di sesso" su minori, denunciando le mutilazioni chimiche e chirurgiche come un «palese danno causato ai bambini» travestito da presunta necessità medica. Il nuovo studio dell'HHS conferma e rafforza queste preoccupazioni, mettendo in discussione l'intera narrazione secondo cui "bloccare" la pubertà e somministrare ormoni o interventi chirurgici sarebbe l'unica via per "salvare" i giovani in difficoltà.
KENNEDY: QUESTA NON È MEDICINA, È NEGLIGENZA A dare ulteriore peso al rapporto è stato l'intervento del segretario dell'HHS, Robert F. Kennedy Jr., che non solo ha approvato le conclusioni dello studio, ma ha attaccato duramente l'establishment medico statunitense. In una dichiarazione molto netta, Kennedy ha accusato l'American Medical Association e l'American Academy of Pediatrics di aver diffuso «la menzogna secondo cui le procedure chimiche e chirurgiche di rifiuto del sesso potrebbero essere positive per i bambini». Secondo Kennedy, queste associazioni hanno tradito il loro giuramento di "non nuocere": le loro cosiddette cure di affermazione di genere avrebbero inflitto «danni fisici e psicologici duraturi a giovani vulnerabili». Parole durissime che arrivano da un vertice istituzionale di primo piano: «Questa non è medicina, è negligenza», ha affermato, accusando l'élite medica di aver abbracciato un'ideologia anziché attenersi alle evidenze scientifiche. Inoltre, proprio per l'estrema rilevanza del tema, l'HHS ha reso noto di aver invitato l'American Academy of Pediatrics e la Endocrine Society a contribuire al rapporto, a quanto pare senza però ricevere collaborazione: entrambe le organizzazioni si sarebbero rifiutate di partecipare. Parallelamente alle conclusioni del rapporto, negli Stati Uniti si registra un dato significativo: un numero crescente di ospedali e professionisti sanitari sta riducendo i trattamenti "di affermazione di genere" per i minori. L'Università del Michigan, la Yale Medicine, il colosso sanitario Kaiser Permanente, il Children's Hospital di Los Angeles, la UChicago Medicine e il Children's National Hospital di Washington, DC sono solo alcuni dei sistemi sanitari che hanno già eliminato o iniziato a limitare bloccanti della pubertà e altri farmaci "transgender" per i più piccoli. Segnali che indicano prudenza, se non un vero dietrofront, rispetto all'entusiasmo ideologico degli ultimi anni. Sul piano delle statistiche, il fenomeno resta tuttavia enorme: si calcola che circa 2,8 milioni di americani dai 13 anni in su si identifichino oggi come "transgender". La generazione Z è quella con la percentuale più alta di auto-identificazione "LGBTQ+": circa il 7,6%. Ma i dati scientifici ricordati dal rapporto, e da un già vasto corpus di studi, dicono anche altro: ovvero che oltre l'80% dei bambini con disforia di genere supera spontaneamente questa condizione entro la tarda adolescenza, senza bisogno di farmaci o bisturi. Persino gli interventi chirurgici di "riassegnazione" completa, sottolineano le ricerche, non bastano a eliminare la maggiore tendenza all'autolesionismo e al suicidio rispetto alla popolazione generale.
INTERESSI ECONOMICI ENORMI In tutto questo, però, a gettare un'ombra ancora più pesante sul sistema sono emerse anche ammissioni dirette di medici che "affermano il genere", immortalate in video o email, in cui riconoscono di aver promosso questi trattamenti pur sapendo che sono pericolosi e quindi con troppa leggerezza. Una inchiesta del 2022 sulla Clinic for Transgender Health del Vanderbilt University Medical Center ha rivelato, a tal proposito, che la dottoressa Shayne Sebold Taylor ha dichiarato apertamente che «questi interventi chirurgici fanno un sacco di soldi». Parole che confermano un sospetto drammatico: dietro la retorica dei "diritti" e dell'"inclusione" si muovono soprattutto interessi economici enormi, mentre a pagare il prezzo più alto sono i bambini e gli adolescenti. In tal senso, quindi, il nuovo rapporto dell'HHS, le denunce di Robert F. Kennedy Jr., il dietrofront di tante strutture sanitarie e le numerose prove scientifiche vanno tutti nella stessa direzione: la cosiddetta assistenza di affermazione di genere sui minori non è una cura innocua, ma un campo minato di rischi, spesso irreversibili. Un monito che dovrebbe far riflettere, e molto, anche in Europa e in Italia, dove la pressione per introdurre nelle scuole e nei protocolli sanitari l'ideologia gender si fa ogni giorno più aggressiva, soprattutto se pensiamo ai diktat Lgbt con i progetti gender e la carriera alias negli istituti scolastici di ogni ordine e grado e se pensiamo allo scandalo che ha colpito l'Ospedale Careggi di Firenze, dove sono emerse gravi lacune sulla somministrazione della Triptorelina - un farmaco bloccante della pubertà - senza le dovute e obbligatorie visite psicologiche e psichiatriche.
Fonte: Provita & Famiglia, 1 dicembre 2025
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IL SIGNORE DEGLI ANELLI NON CI SAREBBE SENZA LO HOBBIT
Il racconto di Tolkien del 1937 ha due finali: la restaurazione del Regno dei Nani e il ritorno a casa di Bilbo (VIDEO: Audiolibro integrale de ''Lo Hobbit'')
Autore: Paolo Gulisano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23 settembre 2017
"In un buco della terra viveva un Hobbit". Questa strana frase venne improvvisamente alla mente del giovane professore che in un caldo pomeriggio estivo, nella sua casa di Oxford, correggeva i compiti di ammissione all'università. Uno degli esaminandi aveva lasciato il suo elaborato di letteratura inglese in bianco, e il professor Tolkien, per una misteriosa ispirazione, scrisse su quel foglio bianco quella frase. Era nato un nome, Hobbit, e in breve tempo il nome sarebbe diventato un personaggio, la più originale creatura del vasto mondo fantastico del più geniale scrittore di Letteratura dell'Immaginario. Quella ispirazione improvvisa fu all'origine non solo del racconto che sarebbe stato pubblicato anni dopo, il 21 settembre 1937, col titolo The Hobbit, There and Back Again, cioè "Andata e ritorno", ma anche di tutta l'opera successiva di John Ronald Tolkien, e in particolare il suo capolavoro Il Signore degli Anelli. Senza quel buffo personaggio, lo Hobbit, probabilmente tutto l'universo fantastico che Tolkien andava elaborando da anni non avrebbe mai conosciuto la pubblicazione: il timido professore avrebbe continuato a scrivere a matita sui suoi quaderni storie di elfi, di ascese e cadute di antichi regni, storie mitiche collocate in epoche arcaiche che quasi sicuramente nessun editore avrebbe mai pubblicato. Storie che avevano avuto, a loro volta, una genesi piuttosto particolare: nel marzo del 1916 Tolkien, che aveva da poco terminato col massimo dei voti gli studi a Oxford, si trovava in un campo d'addestramento dell'esercito, pronto per essere inviato in Francia nell'inferno delle trincee della Prima Guerra Mondiale. Tolkien così scriveva alla fidanzata, Edith Bratt: "In questo triste pomeriggio piovigginoso, ho letto vecchi appunti di lezioni militari ed ero già stufo dopo un'ora e mezza. Ho apportato dei ritocchi alla lingua delle fate che ho inventato, per migliorarla. Spesso mi viene voglia di lavorarci ma me lo proibisco perchè, anche se mi piace tanto, mi sembra un'occupazione così pazza!"
IL LIBRO DEI RACCONTI PERDUTI Ciò a cui faceva riferimento il giovane ufficiale era quel mondo di trame, di leggende, di genealogie di elfi e antichi eroi, che aveva preso a modellare nella sua fantasia, l'opera cui il suo autore lavorò tutta la vita e non portò mai a compimento, la materia che fu la fonte di ogni racconto e di ogni avventura scaturita dalla penna del genio di Oxford. Era quel grande corpus di racconti che costituiscono Il Silmarillion, o meglio: The Book of the Lost Tales - il libro dei racconti perduti, come Tolkien denominava queste prime storie, storie di cui appunto egli non si sentiva il creatore, ma lo scopritore. Cominciò a prendere forma su quaderni scolastici in cui Tolkien - a matita - prese a dispiegare le affascinante cosmogonia, iniziò la sua lunga attività di cronista degli avvenimenti delle età della Terra di Mezzo e delle terre situate in un remoto Occidente, portando alla luce imprese di eroi, gesta di valore e fatti terribili, esaltando la bellezza, esecrando il male, offrendo il senso del mistero. Ma tutto quanto abbiamo conosciuto e amato nel Signore degli Anelli non sarebbe stato possibile senza lo Hobbit. Questa storia è molto più che un prequel del Signore degli Anelli, come molti dei lettori - o spettatori - più recenti potrebbe credere. Non è una storia - come molto spesso accade nel caso dei prequel, appunto - per spiegare a posteriori gli antecedenti, i segreti, i misteri di un'opera. Il racconto delle avventure di Bilbo Baggins e di altri personaggi ormai familiari ai lettori della saga dell'Anello, come Gandalf, Gollum, Elrond, nani ed elfi, uscì dalla fantasia di Tolkien molto tempo prima che le vicende della Guerra dell'Anello venissero immaginate. In realtà, il Signore degli Anelli fu concepito come il seguito de Lo Hobbit, e per molto tempo, nella corrispondenza che intercorreva tra Tolkien e l'editore, il libro in gestazione veniva chiamato "il nuovo Hobbit". La storia dello Hobbit invece era una bellissima favola, nella quale erano entrati altri elementi - oltre a quelli mitici ed epici - dell'immaginario tolkieniano.
DUE FINALI: LA RESTAURAZIONE DEL REGNO DEI NANI E IL RITORNO A CASA DI BILBO La storia era nata certamente, nelle intenzioni dello scrittore, come una fiaba per bambini, narrata con un tono colloquiale in cui il narratore si rivolge ai piccoli lettori invitandoli ad avventurarsi loro stessi nella storia. Nel corso dei diversi anni di preparazione del libro, tuttavia, il racconto si arricchì progressivamente dei contenuti del Legendarium tolkieniano. Ciò che alla fine ne uscì, fu un'opera caratterizzata da diversi elementi che richiamavano, e non solo nei nomi e nei personaggi, le antiche mitologie nordiche, ma anche le leggende medievali, con il loro simbolismo. Per certi aspetti Bilbo ricorda Perceval, uno dei principali protagonisti dei cicli arturiani. Perceval è un ragazzo di campagna, che un giorno vede passare dalle sue terre dei cavalieri di Camelot, magnifici nelle loro armature, e decide che diventerà uno di loro. Ma il cammino è duro e difficile: a Camelot gli fanno fare solo lo scudiero, lo prendono in giro per le sue origini e le sue maniere poco raffinate, ma gradualmente Perceval si sgrezza e alla fine diventerà il cavaliere per eccellenza della Cerca del Graal. Il romanzo di Chretienne de Troyes si può dunque definire il capostipite del cosiddetto romanzo di formazione, dove l'eroe della storia diviene tale solo attraverso un faticoso cammino di prove che progressivamente lo forgiano. Possiamo dire lo stesso per lo Hobbit di Tolkien. Un romanzo di formazione che si rivela tale soprattutto nel finale. La storia infatti si conclude in due modi: la restaurazione del Regno dei Nani, con Dain che diventa il successore di Thorin e distribuisce saggiamente le ricchezze conquistate, e il ritorno a casa di Bilbo. Nei due finali della storia Tolkien si confronta, implicitamente, con l'opera letteraria che forse più amava, il Beowulf, il primo poema al mondo interamente dedicato al tema della lotta di un eroe umano contro un Mostro. E' il tema profondo e metafisico del controllo del Caos, del conflitto tra cultura e natura, dello sforzo di dare ordine all'esistente, dominando e vincendo la paura. La grande fiaba dello Hobbit dunque ci trasmette tutto questo. Non è quindi solo una storia con ambientazione simil-medievale, uno scontro tra il Bene e il Male, ma anche il racconto della nostalgia di un'età dell'oro, di un Eden che l'uomo ha perduto, e dalla riproposizione del senso religioso, visto come necessario per frenare la caduta di valori e la rovina dell'umanità.
Nota di BastaBugie: per sapere tutto, ma proprio tutto, su Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, visita il sito FilmGarantiti.it
AUDIOLIBRO INTEGRALE DE ''LO HOBBIT'' (durata: 10 ore)
https://www.youtube.com/watch?v=AIM93r4DE2w
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23 settembre 2017
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PIERFERDINANDO CASINI E IL TRASFORMISMO DEMOCRISTIANO
La differenza tra un cristiano e un democristiano si vede bene in un politico valido per tutte le stagioni che inizia la carriera in sacrestia e finisce alla festa dell'Unità
Autore: Lorenzo Bertocchi - Fonte: Sito del Timone, 4 dicembre 2025
Settant'anni e non sentirli, almeno politicamente. Pierferdinando Casini spegne le candeline come solo un democristiano sa fare: rilasciando un'intervista in cui il passato diventa un grande magazzino di memorie selezionate e il presente un elegante slalom tra valori, cambiali e tortellini. Alla domanda su chi sia stato il più grande democristiano, Casini non ha dubbi: Amintore Fanfani. Quell'uomo del "piano casa" che, pur incontrato poco, rimane per lui una specie di santo laico della prima Repubblica. Poi arriva il capitolo spinoso: divorzio e aborto. E qui Casini rispolvera la vecchia cassetta degli attrezzi democristiana, quella che contiene prudenza, evocazioni ecclesiastiche e un pizzico di realpolitik. Quelle leggi? «Cambiali pagate alla Chiesa», taglia corto l'ex enfant prodige dei dorotei. L'aborto forse passava, il divorzio era già scritto nei tempi: i cambiamenti sociali non aspettavano nessuno, nemmeno la Balena Bianca. Peccato che a pagare oggi sia soprattutto la reputazione del protagonista di quell'epoca: Amintore Fanfani, col suo celebre aforisma profetico: «Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l'aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!». Visione lucida di un'Italia che tuffandosi nella libertà sarebbe scivolata fino in fondo. E Pierferdinando? Beh, di quei cambiamenti sociali pare essersi accorto eccome, se dal referendum del 1974 ha tratto le sue personali conseguenze: due divorzi, prima dalla bellissima Roberta Lubich e poi dalla ricchissima Azzurra Caltagirone. Gli va certamente riconosciuto un certo senso dell'adattamento. Quelle "cambiali pagate alla Chiesa" certificano un fallimento epocale: non solo della Dc, ma in fondo della stessa Chiesa che era convinta di poter frenare la storia con le mille correnti e che invece non ha incassato nulla. Ha vinto una politica che per convenienza ostentava fedeltà, trasformando però le questioni morali in moneta di scambio parlamentare. È la democrazia, bellezza - direbbe forse Pierferdy. In un Paese dove la fede si assottigliava e la Chiesa arrancava a interpretare le nuove stagioni, sono proliferati i Pierferdy, abili a stare sempre nel mezzo - tra sacrestia e comizio, tra Dio e pragmatismo, tra valori proclamati e scelte personali più disinvolte. Dall'appennino bolognese ai palazzi romani, Casini è in Parlamento dal 1983: una costanza più perseguita della coerenza. Ex democristiano, poi con Berlusconi, poi con Monti, infine con Renzi: un cammino che più che una carriera sembra un pellegrinaggio tra tutte le sfumature del centro. La sua "bolognesità", poi, è stata la chiave dell'apoteosi: nel 2018, quando Renzi sublimò la fusione a freddo tra cattodem ed ex Pci, la rossa Bologna lo elesse nelle file del centrosinistra. Da rossa a rosé: sommelier della politica, Casini ha saputo riconoscere la bottiglia giusta al momento giusto. Una carriera costruita sempre al centro, il suo naturale habitat, il centro di gravità permanente: quello dove si entra in sacrestia con un santino della Madonna di San Luca nel portafoglio e si esce di corsa a mangiare una piadina alla Festa dell'Unità. Non si tirino in ballo don Camillo e Peppone: loro, almeno, sapevano da che parte stare. Il vero dramma della politica italiana (e anche della Chiesa italiana?) oggi è che di don Camillo e Peppone ne sono rimasti pochi, mentre di Pierferdy ce ne sono sempre di più. E resistono, impermeabili alle bufere, ai cambi di maggioranza, ai cicli economici e perfino alle epoche storiche. Del resto, essere al centro - soprattutto del proprio destino - è un'arte. E Pierferdinando Casini, a settant'anni, dimostra di essere ancora un grande interprete. Auguri!
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Fonte: Sito del Timone, 4 dicembre 2025
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LETTERE ALLA REDAZIONE: LE INTENZIONI NELLA MESSA
Nonostante il valore di ogni Messa sia infinito, fare dire più Messe aumenta il beneficio
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 31 dicembre 2025
Gentile Redazione, desidero ringraziarvi per l'articolo dal titolo "Il morto ha bisogno di suffragi, non applausi", pubblicato nella edizione del 30 ottobre 2024, dedicato alle intenzioni della Messa, tema importante e spesso fonte di domande tra i fedeli. Proprio per questo motivo, mi permetto di segnalare con rispetto un possibile equivoco legato all'esempio utilizzato, quello della "mela divisa", per spiegare la differenza tra una Messa offerta per una sola persona e una Messa offerta per più persone. Pur comprendendo l'intento catechetico e la volontà di usare un'immagine semplice, l'esempio rischia di risultare teologicamente inadeguato, perché può suggerire che la Messa sia un bene "divisibile" e che, offerta per più persone, valga "di meno" per ciascuna. La dottrina della Chiesa, invece, insegna che la Messa è sempre "intera" e che la differenza non sta nella divisione del sacrificio, ma nella ripetizione dell'atto di offerta. Molti fedeli, soprattutto se poco formati, potrebbero ricavarne l'idea non corretta di una sorta di "mezza Messa", mentre sarebbe più adeguato parlare di atti distinti di affidamento al sacrificio di Cristo. Condivido questa osservazione nello spirito di una riflessione comune e con stima per il vostro lavoro di divulgazione e formazione. Con riconoscenza, Don Francesco
RISPOSTA DEL SACERDOTE (autore dell'articolo)
Gentile Don Francesco, la ringrazio sinceramente per la sua osservazione, che accolgo come un contributo prezioso al necessario rigore dottrinale che dobbiamo sempre avere. Lei ha pienamente ragione nel rilevare che l'esempio della "mela divisa", così come ho utilizzato nell'articolo, può risultare teologicamente inadeguato. Pur essendo nato in un contesto pastorale come tentativo di rendere accessibile un concetto complesso a fedeli poco formati, l'esempio rischia in effetti di suggerire un'idea non conforme alla dottrina cattolica: cioè che il sacrificio eucaristico sia un bene quantitativamente divisibile o che il suo frutto speciale si "ripartisca" in modo materiale tra più destinatari. La dottrina della Chiesa, come chiarito dalla tradizione teologica a partire da san Tommaso d'Aquino e dalla manualistica classica, insegna invece che: 1) la Messa è sempre il sacrificio intero e indiviso di Cristo; 2) il suo valore è infinito e non soggetto a divisione; 3) la differenza tra una Messa applicata una volta e più Messe applicate più volte non riguarda una "porzione" del sacrificio, ma la ripetizione dell'atto applicativo da parte del ministro della Chiesa. In questo senso, è più corretto affermare che due Messe costituiscono due atti distinti di applicazione del sacrificio, ciascuno pienamente valido e intero, mentre una sola Messa applicata a più persone resta comunque una vera Messa per ciascuna, senza che si possa parlare di "metà" o di riduzione del frutto in senso quantitativo. L'esempio della mela era nato perché le persone pensano che facendo dire una messa per i due genitori sia la stessa cosa che dire due messe una per ciascuno. A tal proposito va ricordato che non è esattamente la stessa cosa. L'intenzione di una Messa per due persone è una vera Messa per entrambe, ma due Messe separate sono un dono più grande, perché l'applicazione è fatta due volte. Quindi fare dire più Messe aumenta il beneficio nonostante il valore di ogni Messa sia infinito. Per superare l'apparente contraddizione occorre distinguere tra il valore oggettivo del sacrificio (che è infinito perché è il sacrificio di Cristo) e la sua applicazione (che è invece finita, concreta e ripetibile, perché avviene nel tempo attraverso atti distinti della Chiesa). La Messa non "aumenta" Cristo, né il valore della sua offerta, ma ogni celebrazione costituisce un nuovo atto di applicazione di quell'unico sacrificio infinito. Per questo una Messa applicata una volta e la stessa Messa applicata due volte non producono lo stesso beneficio, non per divisione del sacrificio, ma per ripetizione dell'atto di offerta. Pensiamo a un medicinale perfetto che guarisce davvero. Il medicinale è potentissimo, ma va assunto ogni volta. Il medicinale non diventa "più potente", ma l'effetto cresce perché l'atto della sua assunzione si ripete. È lo stesso principio che vale per la preghiera, i sacramenti o ogni atto di culto: i frutti spirituali crescono nella misura in cui la Chiesa e i fedeli ripetono più volte gli atti di culto, senza ovviamente pensare che questi aumentino il valore del sacrificio di Cristo sulla croce. In conclusione, don Francesco la ringrazio per la sua osservazione giusta e opportuna: è essenziale evitare esempi ambigui che possano essere fraintesi, mentre è doveroso spiegare la distinzione tra valore infinito del sacrificio e modalità finite della sua applicazione.
IL MORTO HA BISOGNO DI SUFFRAGI, NON APPLAUSI Sempre più i funerali somigliano a commemorazioni laiche con ricordi affettuosi, elogi e applausi, mentre il dono più grande che possiamo fare ai defunti è abbreviarne la pena da scontare in purgatorio di Don Stefano Bimbi https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7959
DOSSIER "LETTERE ALLA REDAZIONE" Le risposte del direttore ai lettori Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: BastaBugie, 31 dicembre 2025
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OMELIA II DOMENICA DI NATALE - ANNO A (Gv 1,1-18)
La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo
Fonte Il settimanale di Padre Pio
La Liturgia di questa domenica è una prolungata riflessione sul mistero ineffabile della nascita di Gesù. La Chiesa oggi ci invita a tornare ancora una volta alla grotta di Betlemme per contemplare con occhi di fede il mistero mirabile di quel Bambino. Sotto i segni della sua umanità umile, fragile, povera, noi riconosciamo lo splendore della divinità del Figlio di Dio. Le letture bibliche della Messa esprimono senza equivoci la certezza che Gesù è realmente Figlio di Dio. L'apostolo Giovanni, nella splendida pagina del Vangelo odierno, presenta Gesù come il "Verbo" o la "Parola" del Padre. In una sintesi stupenda ma anche in modo profondo, afferma: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio" (Gv 1,1). Il Verbo, dunque, è il Figlio di Dio, è Dio stesso, in tutto uguale al Padre; sempre presente nella sua mente, ne condivide in pienezza la sua divinità e in Lui trova tutta la compiacenza di amore e di vita. Dio ha compiuto ogni cosa per mezzo del suo Verbo e, nella pienezza dei tempi, compirà l'opera più grande: la Redenzione degli uomini. Con ispirate parole, così l'Apostolo prediletto di Gesù descrive il punto culminante del suo Vangelo e di tutta la storia della salvezza: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (ivi, 14). Il Verbo, inviato dal Padre, entra finalmente nel tempo, viene ad abitare in mezzo a noi e assume la nostra natura umana per comunicare all'uomo l'intimità della sua natura divina. Oggi, però, sono in tanti a non credere nella divinità di Gesù. Anche tra i cristiani vi sono di quelli che affermano che Cristo è solo un uomo. Lo considerano un grande sapiente, un profeta che ha compiuto strepitosi prodigi, ma nulla di più. E' una tentazione sottile che oggi serpeggia nel cuore di molti. Questi non hanno ancora compreso che se Gesù fosse soltanto un uomo, non sarebbe diverso dai fondatori di altre religioni; non potrebbe essere, perciò, il fondatore della vera religione, né il nostro Salvatore. Un uomo, anche se il più sapiente di questo mondo, non può salvare l'uomo dai peccati, né garantirgli la vita eterna. Solo Gesù può salvarci, perché solo Lui è Dio. Dalla stupenda pagina del Vangelo odierno, l'apostolo san Giovanni ci offre una prova inconfutabile della divinità di Gesù. Egli è stato, insieme agli altri apostoli, un testimone oculare della vita pubblica di Gesù: ha condiviso con il Maestro divino fame, freddo, gioie, sofferenze; ha visto la potenza dei miracoli da Lui compiuti, la sapienza dei suoi insegnamenti, soprattutto le sue apparizioni da risorto e non esita a proclamarne la divinità. Oggi l'apostolo Paolo ci invita a pregare perché, come leggiamo oggi nella seconda lettura, "il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui" (Ef 1,17). Ma la rivelazione di questo grande mistero non si ferma sul piano della conoscenza, è bensì finalizzata a coinvolgere gli uomini a partecipare della stessa vita divina di Gesù. Ecco, in definitiva, la ragione ultima della venuta di Dio in mezzo a noi e di tutto il mistero della salvezza: rendere l'uomo figlio di Dio. E' questa l'incredibile realtà realizzata da Dio per amore dell'uomo! San Giovanni l'afferma chiaramente nel Vangelo di oggi: "A coloro però che l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (ivi, 12); ed è quanto anche l'apostolo Paolo asserisce, ricordandoci l'eccelsa vocazione e la sublime dignità a cui siamo stati chiamati: In Gesù "siamo stati scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù" (Ef 1,4-5). Molti cristiani, purtroppo, ignorano questa straordinaria realtà, non sanno di aver ricevuto da Gesù il grande dono di essere figli di Dio. E' nostro dovere, perciò, conoscere più a fondo questa verità, ricordandoci che non c'è al mondo dignità più sublime di questa, né Dio stesso poteva elevarci a una più grande. Anche san Pio da Pieitralcina, in un suo scritto, ci parla della straordinaria grandezza e dignità che derivano dall'essere cristiani: "Sì, il cristiano nel battesimo risorge in Gesù, viene sollevato ad una vita soprannaturale, acquista la bella speranza di sedere glorioso sopra trono celeste. Quale dignità!" (Epistolario II, p.229). Esortati dalle parole del nostro Santo, impegniamoci non solo a riflettere spesso sull'eccelsa dignità di essere figli di Dio e, quindi, partecipi della sua vita divina ed eredi delle sue eterne promesse, ma soprattutto a vivere in maniera conforme a questa vocazione, aspirando continuamente alla Patria Celeste, tenendo il nostro cuore distaccato dalle realtà di questo mondo e rinunziando per sempre a ogni forma di peccato che avvilisce e distrugge la nostra dignità di figli di Dio.
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
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OMELIA EPIFANIA DEL SIGNORE - ANNO A (Mt 2,1-12)
Abbiamo visto spuntare la sua stella
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 31 dicembre 2025
Oggi la Chiesa celebra la Solennità dell'Epifania del Signore, la festa nella quale contempliamo Cristo che si manifesta come luce per tutte le genti. Il Vangelo ci presenta i Magi come uomini in ricerca, venuti da lontano, guidati da una stella. Essi rappresentano ogni uomo che, magari senza conoscere pienamente Dio, porta nel cuore un desiderio profondo di verità e di senso e non si rassegna a restare fermo. I Magi non hanno certezze assolute, non possiedono la rivelazione completa, eppure si mettono in cammino. Seguono un segno fragile, una luce discreta, ma sufficiente per chi ha il cuore aperto. Anche nella nostra vita Dio non si impone con clamore, ma parla attraverso segni semplici: una parola ascoltata nella Scrittura, un incontro non programmato, una difficoltà che ci interroga, una gioia inattesa. Quante volte, però, rimandiamo la risposta perché attendiamo segni più evidenti o condizioni migliori. L'Epifania ci invita a fare il primo passo, a non restare bloccati dall'indecisione. Una preghiera fatta con fedeltà, la scelta di tornare alla Messa domenicale o iniziare ad andare anche a quelle feriali, un gesto di riconciliazione in famiglia, possono essere il nostro modo concreto di metterci in cammino dietro la stella.
UNA REALTÀ SORPRENDENTE Arrivati a Gerusalemme, i Magi incontrano una realtà sorprendente. Erode è inquieto, i sacerdoti e gli scribi conoscono le Scritture e sanno indicare con precisione il luogo della nascita del Messia, ma nessuno di loro parte. Qui il Vangelo ci mette davanti a un rischio sempre attuale: quello di una fede ridotta a conoscenza teorica o ad abitudine religiosa. Anche noi possiamo conoscere le verità della fede, frequentare la Chiesa, svolgere servizi in parrocchia, e tuttavia restare interiormente fermi. L'Epifania ci provoca a chiederci se la nostra fede incide davvero sulle scelte quotidiane, sul modo di trattare gli altri, sul modo di affrontare il lavoro, le responsabilità in famiglia, le prove della vita. Quando i Magi giungono a Betlemme, trovano un Bambino povero, lontano da ogni apparenza di potere. Eppure si prostrano e lo adorano. In questo gesto comprendiamo che Dio si manifesta nell'umiltà e chiede un cuore capace di riconoscerlo anche nella semplicità. Adorare significa accettare che Dio sia Dio e che noi non lo siamo, significa fidarsi anche quando non comprendiamo tutto. Nel mese di dicembre quanto tempo abbiamo dedicato all'adorazione eucaristica? Inoltre nella vita quotidiana l'adorazione si traduce in atteggiamenti concreti: fermarsi qualche minuto in silenzio davanti al tabernacolo, iniziare la giornata affidandola al Signore, accettare con fede ciò che non possiamo cambiare senza cadere nella lamentela continua. Chi adora e si affida impara a rimettere Dio al centro e a ridimensionare tante ansie inutili.
CHI È VERAMENTE QUEL BAMBINO I Magi offrono poi i loro doni, che rivelano chi è veramente quel Bambino. Anche noi siamo chiamati a offrire qualcosa di nostro. Offriamo l'oro al re dei re quando lo mettiamo al primo posto nelle scelte importanti, quando rifiutiamo compromessi disonesti, quando viviamo il lavoro con responsabilità e rettitudine. Offriamo l'incenso al Dio onnipotente quando dedichiamo tempo alla preghiera, anche breve ma fedele, senza ridurla ai momenti di emergenza o quando ci fa voglia. Offriamo la mirra all'uomo crocifisso quando uniamo a Cristo le nostre sofferenze, le fatiche familiari, la malattia, le delusioni, senza chiuderci nell'amarezza, ma trasformandole in occasione di fiducia e di offerta. Il Vangelo si conclude con un dettaglio decisivo: i Magi tornano al loro paese per un'altra strada. L'incontro con Cristo cambia il cammino. Non si tratta di un cambiamento clamoroso, ma spesso di scelte concrete e quotidiane: evitare una situazione che ci allontana da Dio, correggere un'abitudine che ferisce gli altri, imparare a perdonare invece di serbare rancore, dedicare più tempo a chi ci è affidato (i figli, il coniuge, i genitori anziani). Tornare per un'altra strada significa lasciarsi trasformare interiormente, accettare che la grazia di Dio modifichi il nostro modo di pensare e di vivere. In conclusione, l'Epifania ci ricorda che Cristo è luce per tutti, ma questa luce chiede di essere seguita. Come i Magi, siamo chiamati a cercare senza stancarci, ad adorare senza scandalizzarci dell'umiltà di Dio e a lasciarci cambiare dall'incontro con Lui. Se accogliamo questa chiamata nella concretezza della vita quotidiana, anche il nostro cammino, pur tra fatiche e incertezze, diventerà un cammino di luce.
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