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BastaBugie n�959 del 07 gennaio 2026
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ATTACCO USA IN VENEZUELA: L'ILLUSIONE CHE A RISOLVERE SIA LA FORZA
Bisogna capire bene a cosa può servire la guerra lampo quella lanciata da Trump sul Venezuela per arrestare il presidente Maduro e processarlo a New York a tempo di record
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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SETTE STRATEGIE PROPOSTE DALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER DISTRUGGERE I GIOVANI
Smartphone e social promettono amicizia, ma regalano solitudine
Autore: Francesca Romana Poleggi - Fonte: Provita & Famiglia
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GRAZIE A LEONE XIV E RICCARDO MUTI TORNA LA GRANDE MUSICA SACRA IN VATICANO
La Messa di Cherubini smaschera il vuoto liturgico degli ultimi anni: senza sacralità non c'è culto, ma solo intrattenimento
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
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IL TECNO-SCHIAVISMO DELLA SURROGATA SULLA ROTTA USA-CINA
Un numero crescente di cittadini cinesi ultra-ricchi si affida a madri surrogate americane per avere quanti più figli possibili (decine alla volta e, a volte, più di cento)
Autore: Luca Volontè - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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DIECI ANNI DI ACCOGLIENZA AL MIGRANTE CHE HA DEVASTATO MALPENSA
Organi, strutture, risorse, servizi e opportunità offerti gratis al migrante africano che per ringraziare ha pensato bene di dar fuoco al Terminal 1 di Malpensa
Autore: Anna Bono - Fonte: Atlantico
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JAGUAR, IL SUICIDIO WOKE DI UN'ICONA BRITANNICA
Le vendite crollano, la realtà presenta il conto: licenziato il designer simbolo del rebrand progressista
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del Timone
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OMELIA BATTESIMO DI GESU' - ANNO A (Mt 3,13-17)
Questi è il Figlio mio, l'amato
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
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ATTACCO USA IN VENEZUELA: L'ILLUSIONE CHE A RISOLVERE SIA LA FORZA
Bisogna capire bene a cosa può servire la guerra lampo quella lanciata da Trump sul Venezuela per arrestare il presidente Maduro e processarlo a New York a tempo di record
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 5 gennaio 2026
Non era difficile prevedere l'epilogo della crisi apertasi tra Stati Uniti e Venezuela, ne avevamo parlato giusto un mese fa. È stata una guerra lampo quella lanciata dal presidente americano Donald Trump all'alba del 3 gennaio e si è conclusa nel giro di poche ore con l'arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e la sua deportazione a New York dove già oggi dovrebbe comparire a processo. Se "l'operazione antiterrorismo" - come l'ha definita Trump, anche per aggirare l'altrimenti necessaria approvazione del Congresso - è stata rapida, bisognerà attendere per capire come evolverà la situazione in Venezuela e non solo. Ovviamente in queste ore si sprecano le analisi e gli approfondimenti, e anche noi ne facciamo (vedi nota in fondo all'articolo), ma prima di tutto c'è una domanda che non può essere evitata davanti a un intervento militare del genere: il fine giustifica i mezzi? Ammesso che un fine sia legittimo - come l'abbattimento di un regime criminale che estende i suoi danni anche al di fuori dei confini nazionali - è lecito qualsiasi mezzo per raggiungere l'obiettivo, inclusa la violazione delle più elementari norme di diritto internazionale? La risposta non può che essere negativa. Nessuna simpatia - e i nostri lettori lo sanno bene - per il regime socialista bolivariano instaurato dal presidente Hugo Chavez a partire dal 1999 e proseguito dopo la sua morte con il delfino Maduro. Un regime che ha ridotto alla fame il Venezuela, con oltre sei milioni di rifugiati all'estero; ha creato una feroce macchina repressiva, con migliaia di arresti arbitrari; ha trasformato il Paese in una centrale del narcotraffico; ha dato ospitalità a gruppi terroristi (vedi le colombiane Farc ma anche Hezbollah) puntando a destabilizzare soprattutto altri Stati latino-americani. E poi ha perpetuato il potere truccando le elezioni, incluse le ultime del luglio 2024 quando Maduro è stato proclamato presidente al posto di quello che gli osservatori stranieri ritengono il vero vincitore, il candidato delle opposizioni Edmundo González Urrutia (dopo l'esclusione di Maria Corina Machado, recente premio Nobel per la Pace). Comprensibile quindi la gioia di moltissimi venezuelani alla notizia dell'arresto di Maduro; ma a parte le incertezze su quello che accadrà ora, rimane la questione di fondo. Non solo perché chiaramente i motivi veri dell'intervento statunitense non hanno a che fare con la democrazia e il rispetto dei diritti umani (peraltro non è scontato che l'arresto di Maduro porti automaticamente a una transizione democratica), e primariamente neanche con narcotraffico e petrolio. È chiaro che la guerra lampo in Venezuela rientra nel più ampio disegno di una risistemazione degli equilibri mondiali fondata su zone d'influenza, o sulla definizione e rispetto dei "cortili di casa" delle grandi potenze. E il recente documento dell'amministrazione Trump sulla strategia di sicurezza nazionale considera chiaramente tutto il continente americano cortile degli Stati Uniti. Si potrebbe dire che non è niente di nuovo, le grandi potenze da sempre cercano di esercitare la loro influenza sui Paesi strategicamente importanti, ed è vero. Ma il punto è che l'intervento militare, l'aggressione, non può essere un mezzo accettabile anche quando il fine può essere considerato buono. Del resto è anche un'illusione, più volte dimostrata dalla storia, quella di poter creare condizioni di pace attraverso la guerra. Le guerre creano solo altre guerre, il riarmo chiama il riarmo. L'esperienza anche recente suggerisce che il dopo-Maduro potrebbe non essere per nulla pacifico e democratico; e inoltre l'intervento americano in Venezuela non è un episodio isolato: altri Paesi sono già nel mirino di Trump, Cuba e Iran su tutti. Non bisogna poi dimenticare il contesto internazionale, l'Ucraina "cortile di casa" della Russia e la Cina così incoraggiata e pronta ad annettersi Taiwan, solo per citare i casi più eclatanti che promettono di moltiplicare conflitti e tensioni. Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, papa Leone XIV ha affrontato proprio questo punto, invitando a rovesciare questa mentalità e ricordando che la pace non è una méta lontana ma «una presenza e un cammino» che vanno accolti e riconosciuti: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace», dice il Papa, che aggiunge: «Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze». È la descrizione precisa del clima culturale in cui siamo immersi, in cui la guerra a tutti i livelli non solo appare inevitabile ma addirittura desiderabile; liquidare il cattivo di turno senza badare troppo alla forma viene chiamato giustizia; e l'uso della violenza e il cinismo vengono considerati realismo politico.
Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo dal titolo "Dopo l'arresto di Maduro non c'è un cambio di regime" ed Eugenio Capozzi nell'articolo dal titolo "Strategia di sicurezza nazionale trumpiana, il test del Venezuela" parlano del blitz in Venezuela e del conseguente arresto del dittatore Nicolas Maduro, coerente con la nuova Strategia di sicurezza nazionale di Trump, per la quale il continente americano deve essere rimesso in sicurezza da ingerenze ostili.
DOPO L'ARRESTO DI MADURO NON C'È UN CAMBIO DI REGIME Con un blitz da manuale, le forze speciali americane hanno catturato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro e lo hanno portato, in arresto, a New York dove verrà processato per narcotraffico. Non si era mai vista una "guerra" tanto breve e relativamente indolore, con zero perdite fra gli statunitensi e 40 morti fra i venezuelani. Ma adesso, che ne sarà del Venezuela? Se si dava per scontato un cambio di regime e un'affermazione delle forze democratiche, coalizzate attorno alla figura carismatica di Maria Corina Machado (premio Nobel per la Pace), l'intenzione di Trump sembrerebbe quella di tenere in piedi il regime comunista e controllarlo dall'esterno, per gestire il petrolio del paese nel modo più sicuro e "tranquillo" possibile. Questo, almeno, è ciò che si deduce dalla stessa conferenza stampa congiunta di Donald Trump, con Marco Rubio (Segretario di Stato) e Pete Hegseth (Segretario alla Guerra). Così si abbatte un dittatore per tenere in piedi la sua dittatura? Prima di tutto è bene vedere come si sia arrivati sino a questo punto. Trump ha considerato illegittimo il presidente Nicolas Maduro sin dal 2019, durante il suo primo mandato alla Casa Bianca. Nel 2019 il successore di Hugo Chavez era stato riconfermato a seguito di elezioni fortemente contestate e palesemente truccate, costringendo all'esilio il principale oppositore Juan Guaidó. Nel 2020, Maduro era stato formalmente incriminato per traffico di droga dalla magistratura statunitense. Nel 2024, rieletto a seguito di elezioni ancor più palesemente fraudolente, a scapito del vero vincitore Edmundo Gonzalez Urrutia (ora in esilio in Spagna), Maduro è stato considerato illegittimo anche dall'amministrazione Biden e dall'Unione Europea. Nei primi mesi del secondo mandato, Trump ha raddoppiato la taglia sul dittatore venezuelano. Fra l'agosto 2025 e sabato 3 gennaio 2026, giorno del blitz, la pressione militare americana nei Caraibi non ha fatto che aumentare. Lo scopo dichiarato era quello di fermare il narcotraffico e tutti i barchini rapidi trovati sulle rotte della droga, anche senza previa ispezione, sono stati fatti saltare dalla Marina statunitense, provocando in tutto 120 morti, un'operazione di dubbia legalità (anche secondo le stesse leggi americane) che andava ben oltre il contrasto al traffico di droga. Nel frattempo, che lo scopo fosse più alto rispetto alla lotta antidroga, lo si deduceva dalla quantità e dalla qualità delle forze schierate a ridosso del Venezuela: la portaerei Ford, un sottomarino nucleare, un incrociatore lanciamissili e navi d'assalto anfibio con una forza di 10mila marines. Con un'operazione simil-militare, Trump ha anche favorito l'esfiltrazione di Maria Corina Machado, permettendole di presenziare, a Oslo, alla cerimonia del Nobel per la Pace appena assegnatole. Un'ennesima umiliazione per Maduro, le cui proposte di trattative (l'ultima il 2 gennaio, alla vigilia del blitz) sono cadute inesorabilmente nel vuoto. Insomma, tutto faceva pensare a un cambio di regime. Una volta arrestato Maduro, Maria Corina Machado ha dichiarato, a nome di tutta l'opposizione: «Siamo pronti per far valere il nostro mandato e prendere il potere». Ma il futuro dell'opposizione ora è incerto, proprio per la proverbiale imprevedibilità del presidente americano. Trump afferma che Delcy Rodriguez, vicepresidente di Maduro e presidente ad interim, rimarrà al suo posto e "collaborerà" con gli Usa. Al contrario, Maria Corina Machado, la "Lech Walesa del Venezuela", viene liquidata da Trump con parole sprezzanti: «non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela». Alla domanda se Delcy Rodríguez abbia fatto qualche promessa durante la telefonata dopo la cattura di Nicolás Maduro, tra cui l'espulsione degli avversari americani dal Venezuela, il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto stando sul vago: «Vedremo cosa succederà in futuro». La nuova presidente del Venezuela, come prima cosa, chiede la scarcerazione immediata di Maduro e non si mostra affatto collaborativa. È una socialista convinta, scrive il Wall Street Journal, «che ha aiutato Nicolás Maduro a mantenere il potere per oltre un decennio, mentre l'economia del Paese crollava. Ora il presidente Trump conta dunque sull'estremista di sinistra Delcy Rodríguez (...) affinché collabori con gli Stati Uniti, che, secondo le parole di Trump, "iniziano a governare il Venezuela". Così facendo, lascia intatto il regime di Maduro e sceglie uno dei confidenti del leader deposto invece di Maria Corina Machado, leader dell'opposizione e sostenitrice di Trump, vincitrice del premio Nobel per la pace». Restano al loro posto figure anche più impopolari e indifendibili. Il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino è incriminato per traffico di droga, così come il ministro dell'Interno Diosdado Cabello, responsabile delle sanguinose repressioni delle manifestazioni anti-Maduro. Ma a quali condizioni governeranno? Per il Segretario di Stato, prima di tutto, sottraendo il petrolio al regime: «Perché 8 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela? - si chiede Rubio nella sua lunga intervista rilasciata a Meet the Press della Nbc - Hanno lasciato il Venezuela dal 2014 perché tutta la ricchezza del Paese è stata rubata a vantaggio di Maduro e dei suoi compari del regime, ma non a vantaggio del popolo venezuelano». La seconda condizione è che rompa i legami con i nemici degli Usa: «Non si può trasformare il Venezuela in un centro operativo per l'Iran, la Russia, Hezbollah, la Cina o gli agenti dell'intelligence cubana. Non si può continuare così. Non è possibile che le più grandi riserve di petrolio del mondo siano sotto il controllo di avversari degli Stati Uniti». Ma ci sarà mai una transizione democratica? Nella conferenza stampa dopo il blitz, Trump parla esplicitamente di "transizione" che avverrà dopo un periodo più o meno lungo di gestione americana del paese, attraverso forze di regime collaborative (o costrette ad essere tali). Il timore che la dittatura possa restare al potere, però, è condiviso da molti. Elliott Abrams, già Rappresentante speciale per il Venezuela nella prima amministrazione Trump, scrive su The Free Press: «Anche se a volte le analisi giornalistiche mettono in guardia da un altro Iraq, Siria o Afghanistan, questi paragoni sono assurdi. Il Venezuela ha una popolazione omogenea e una forte tradizione democratica. Non ci sono divisioni sociali o religiose come quelle che vediamo in Medio Oriente. Le istituzioni democratiche esistevano e devono essere rivitalizzate, piuttosto che inventate. Le elezioni dello scorso anno (del 2024, ndr) hanno mostrato esattamente ciò che vogliono i venezuelani, e il Paese è circondato da democrazie». Ricorda Abrams, «Quando ho ricoperto il ruolo di Rappresentante speciale per il Venezuela durante il primo mandato di Trump, ho scoperto che la Cia era contraria a fare quasi qualsiasi cosa lì e ostile all'opposizione democratica. Forse è ancora così oggi. C'erano plutocrati venezuelani o dirigenti petroliferi statunitensi che venivano a Mar-a-Lago e sussurravano quanto sarebbe stata facile la vita se avessimo semplicemente stretto un accordo con il regime una volta che Maduro se ne fosse andato? Erano loro la fonte delle menzogne su María Corina Machado?» Stefano Magni La Nuova Bussola Quotidiana, 5 gennaio 2026
STRATEGIA DI SICUREZZA NAZIONALE TRUMPIANA, IL TEST DEL VENEZUELA L'operazione "chirurgica" con la quale l'esercito statunitense ha deposto e arrestato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro non è certamente un evento inatteso o imprevedibile. Esso si inscrive logicamente nel quadro della politica estera del secondo mandato trumpiano, esposto in maniera particolareggiata nel documento sulla strategia di sicurezza nazionale pubblicato qualche settimana fa. Come lo stesso presidente americano ha ribadito con insistenza nella conferenza stampa convocata dopo l'intervento, il Venezuela costituisce un tassello essenziale per la sicurezza degli Stati Uniti nell'"emisfero occidentale", ossia nella nuova "dottrina Monroe" che individua l'intero continente americano come zona in cui non possono essere ammesse intrusioni potenzialmente pericolose per gli Stati Uniti dal punto di vista militare, del controllo delle infrastrutture e di quello delle materie prime strategiche. Il regime chavista che da un quarto di secolo aveva sequestrato quel paese, precedentemente fiorente economia di mercato, imponendovi un disastroso socialismo populista, costituiva da questo punto di vista uno dei punti più dolenti per Washington. Esso era diventato nel tempo un avamposto degli interessi di potenza cinesi e russi nel subcontinente latino-americano, nonché un alleato della galassia islamista radicale, ossia dell'Iran e dei suoi sicari. Era naturale che Trump, approfittando della crescente debolezza del regime madurista, decidesse di dare ad esso una spallata decisiva, attrezzandosi per pilotare una transizione verso la restaurazione della democrazia: sia pur avvertendo nella conferenza stampa convocata subito dopo l'azione militare che la transizione non sarà un automatico passaggio di consegne alla leader dell'opposizione Maria Corina Machado, che, egli ha specificato, non appare abbastanza forte attualmente per garantire la stabilità del paese. La caduta di Maduro rappresenta poi, evidentemente, un avvertimento a tutti i governi non filo-statunitensi del continente: dalla Colombia e Cuba, esplicitamente nominati da Trump come i prossimi possibili bersagli, a quelli più forti come il Brasile di Lula e il Messico, con i quali sono in corso trattative gestite in maniera "muscolare" dall'amministrazione. Si va comunque disegnando una mappa dell'America latina filotrumpiana, imperniata sull'Argentina di Milei, sul Cile del neo-eletto presidente José Antonio Kast, sull'El Salvador di Bukele e sul recentemente "allineato" governo di Panama. È difficile comunque pensare, anche viste le modalità quasi indolori con cui il blitz statunitense si è svolto, che della "normalizzazione" di Caracas non siano state preventivamente informate le altre grandi potenze con cui sono in discussione grandi temi di coesistenza geopolitica, ossia la Cina e la Russia. Nonostante i dinieghi di Trump in proposito, è plausibile che Pechino e Mosca abbiano quanto meno fatto ormai implicitamente buon viso a cattivo gioco rispetto al disegno trumpiano di rafforzamento dell'area di influenza statunitense sull'"emisfero occidentale", e che siano rassegnati forse anche alla caduta, entro qualche tempo, del bastione cubano. È chiaro che la politica interventista degli Stati Uniti in Sudamerica si inserisce nel progetto di Trump di passare da un multipolarismo mondiale disordinato, come è quello che è maturato a partire dai rivolgimenti della globalizzazione degli anni Duemila, a un multipolarismo "sistemico" imperniato su zone di egemonia chiaramente definite delle potenze maggiori, in cui comunque gli Stati Uniti facciano valere il più possibile la propria preminenza militare, economica e tecnologica. In tale quadro rientra anche, come più volte sottolineato dall'amministrazione statunitense, la stabilizzazione dello scacchiere asiatico e mediorientale, e quindi la risoluzione del conflitto russo-ucraino e la sconfitta della politica destabilizzatrice dell'Iran in Medio Oriente. L'operazione di Caracas, in questa logica, non a caso si assortisce ad una contemporanea, ulteriore pressione sul regime degli ayatollah, che in questi giorni stanno mettendo in atto l'ennesima repressione delle proteste popolari contro la loro feroce teocrazia a capo dell'internazionale jihadista. Può, quella pressione, preludere a un ulteriore intervento militare contro Teheran per favorire la caduta di Khamenei? Lo capiremo presto. Non è da escludere, comunque, che il regime integralista sia diventato ormai fonte di imbarazzo anche per Pechino, e che Xi e Putin abbiano già scelto di abbandonarlo al suo destino. In cambio di quali contropartite? Per la Russia, sicuramente il riconoscimento delle sue conquiste in Donbass e la riammissione nel giro di affari e consultazioni politiche dei grandi paesi industrializzati occidentali, così come il mantenimento di posizioni in Medio Oriente e la partecipazione alla ricostruzione del dopoguerra a Gaza. E per Pechino? Si può ipotizzare che Trump abbia già dato una tacita concessione ad una futura annessione di Taiwan? Sarebbe coerente con la "sistematizzazione" in corso, anche se non scontato. Infine, va sottolineato come la linea "muscolare" dell'amministrazione sulle zone vitali di sicurezza americana rifletta soprattutto l'approccio alla politica estera del Segretario di Stato Marco Rubio, molto sensibile peraltro anche per motivi personali ai destini dei paesi centro-sudamericani. È evidente come nel corso del primo anno del secondo mandato Trump la linea "America first" non solo non sia stata mai declinata, fin dall'inizio, come un isolazionismo "pacifista", ma sia stata progressivamente interpretata come un "interventismo realista". Tale approccio ha sicuramente creato delle forti crepe nella coalizione "Maga" (Make America Great Again, rendere di nuovo l'America grande, ndr) che aveva sostenuto la rielezione di Trump, con forti "mal di pancia" delle componenti più nazionaliste. E in tal senso è significativo che nella conferenza stampa non fosse presente, insieme a Rubio e al Segretario alla Guerra Pete Hegseth, anche il vicepresidente J.D. Vance, che in genere accompagna sempre Trump nelle occasioni pubbliche più importanti. È la sanzione del dissenso sulla linea di politica estera da parte di chi, come Vance, è più vicino alle suddette componenti? In tal caso, si potrebbe dire che ormai la battaglia per la successione tra lui e Rubio è stata ufficialmente dichiarata aperta. Eugenio Capozzi La Nuova Bussola Quotidiana, 5 gennaio 2026
DOSSIER "DONALD TRUMP" Il presidente nemico del politicamente corretto Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 5 gennaio 2026
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SETTE STRATEGIE PROPOSTE DALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER DISTRUGGERE I GIOVANI
Smartphone e social promettono amicizia, ma regalano solitudine
Autore: Francesca Romana Poleggi - Fonte: Provita & Famiglia, 27 dicembre 2025
La salute mentale della Generazione Z - la coorte nata tra il 1996 e il 2012 - è crollata in tanti Paesi a partire dall'inizio degli anni 2010. Inizialmente si poteva pensare perché è una generazione viziata, iperprotetta. Ma ormai c'è un crescente numero di prove che coinvolgono la tecnologia, in particolare smartphone e social media. Ne è convinto John Haidt, noto psicologo americano, autore fra l'altro di una lucida analisi del malessere giovanile ("La generazione ansiosa", Rizzoli). All'interno del suo blog, After Babel, racconta di un esperimento fatto con ChatGPT. Ha chiesto all'Intelligenza Artificiale come avrebbe fatto a distruggere la gioventù americana e una delle prime risposte è stata: «Il modo più efficace per distruggere la prossima generazione senza che se ne accorga sarebbe attraverso una lenta e invisibile corrosione dello spirito umano, piuttosto che attraverso attacchi evidenti». Haidt - dopo aver sottoposto a ChatGPT vari argomenti, che potete leggere qui di seguito - conclude: «Se il diavolo volesse distruggere una intera generazione, potrebbe semplicemente dare a tutti degli smartphone». Ecco il "piano distruttivo" dell'intelligenza artificiale.
1) ERODERE L'ATTENZIONE E LA PRESENZA Se i giovani non riescono a concentrarsi, non possono imparare, creare o amare bene. La trappola sottile è quella di renderli dipendenti da stimoli continui: scrolling infinito, notifiche, micro-scariche di dopamina. Si sentiranno impegnati, "connessi", persino informati, mentre in realtà la loro capacità di pensiero e presenza prolungata si erode. Non sapranno mai cosa hanno perso.
2) CONFONDERE IDENTITÀ E SCOPO Se si confondono le fonti del significato - famiglia, comunità, nazione, fede, vocazione - i giovani si smarriscono. Saranno incoraggiati a vedere l'identità come infinitamente fluida e performativa, costantemente gestita per ottenere l'approvazione esterna (like, follower), anziché radicata in valori o impegni duraturi. Questo li rende malleabili, ansiosi e dipendenti dalla convalida esterna. Su questo aspetto, Haidt sottolinea che i ragazzi con un forte senso religioso, radicati in una comunità che crede in dei valori, sono meno vulnerabili degli altri.
3) TROPPE INFORMAZIONI MA POCA SAGGEZZA «Rendete tutto disponibile all'istante - ha risposto l'intelligenza artificiale - ma eliminate le indicazioni su come soppesare, ordinare e interpretare. Date loro infinite risposte senza insegnare loro a porre domande appropriate». In quella nebbia, verità e falsità sembrano ugualmente sfuggenti, quindi il cinismo diventa naturale. Una generazione che dubita di tutto non crede a nulla.
4) SOSTITUIRE LE RELAZIONI REALI CON I SIMULACRI Un'altra indicazione dell'AI è stata quella di «incoraggiare i sostituti digitali dell'amicizia, dell'amore e dell'intimità». Le persone accumuleranno "connessioni" sentendosi più sole che mai. I legami superficiali sono più facili da monetizzare e manipolare rispetto ai legami profondi di famiglia, amicizia e comunità. La tragedia è che potrebbero non rendersi conto di cosa significhi una vera connessione.
5) SÌ ALL'EDONISMO, NO ALLA DISCIPLINA «Convinceteli - ha proseguito l'AI - che comodità, consumismo ed espressione di sé sono i beni più nobili, mentre moderazione, sacrificio e impegno a lungo termine sono oppressivi». In questo modo i giovani celebreranno l'indulgenza, deridendo tradizione e disciplina, proprio quelle cose che costruiscono forza e libertà attraverso le generazioni.
6) MINARE LA FIDUCIA TRA GENERAZIONI Se si semina sospetto tra genitori e figli, insegnanti e studenti, anziani e giovani; se ogni figura autorevole viene dipinta come inaffidabile o obsoleta, la generazione successiva crescerà senza radici, tagliata fuori dalla saggezza ereditata e costretta a navigare nel mondo solo con la guida dei coetanei e degli algoritmi.
7) OGNI COSA DIVENTA UN MERCATO Se ogni esperienza - gioco, arte, sesso, spiritualità, persino amicizia - diventa mercificata, allora nulla rimane sacro. I giovani potrebbero scambiare il consumo per significato, senza rendersi conto che la profondità richiede che alcune cose siano senza prezzo. Per dirla con un termine tanto caro proprio ai giovani, tutto è "instagrammabile", tutto si fa per ottenere un like.
CONCLUSIONE Quindi la conclusione dell'intelligenza artificiale è che si potrà arrivare - con queste subdole tecniche - a «distruggere la prossima generazione non con il terrore o la violenza, ma con la distrazione, la disconnessione e la lenta erosione di significato. Non se ne accorgerebbero nemmeno, perché sembrerebbe libertà e divertimento». Di qui, i consigli John Haidt per salvare le nuove generazioni: niente smartphone prima del liceo; niente social media prima dei 16 anni (come ha recentemente fatto l'Australia); scuole senza telefono, dove il contatto con "altro" rimane sospeso da campanella a campanella: infine più indipendenza, gioco libero e responsabilità nel mondo reale. Se messe in atto insieme, queste norme possono mettere fine all'infanzia basata sul telefono e riusciranno a restituire ai bambini tempo e opportunità per giocare, stringere amicizie, leggere libri, sviluppare un'identità stabile e imparare a prestare attenzione in modo costante.
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Fonte: Provita & Famiglia, 27 dicembre 2025
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GRAZIE A LEONE XIV E RICCARDO MUTI TORNA LA GRANDE MUSICA SACRA IN VATICANO
La Messa di Cherubini smaschera il vuoto liturgico degli ultimi anni: senza sacralità non c'è culto, ma solo intrattenimento
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 14 dicembre 2025
Il 12 dicembre, in Vaticano, alla presenza di Leone XIV, il Maestro Riccardo Muti ha diretto la Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Luigi Cherubini, eseguita dall'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e dal Coro della Cattedrale di Siena "Guido Chigi Saracini". L'evento è stato giustamente salutato come un segno del ritorno della grande musica sacra in Vaticano, grande assente negli anni del pontificato di papa Francesco. Ma la scelta di questa Messa, come omaggio musicale a Leone XIV, appare anche come un evento denso di allusioni simboliche. Luigi Cherubini (1760-1842), compositore molto amato da Riccardo Muti, fu una delle figure centrali della musica europea tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Nato a Firenze, trascorse gran parte della sua vita in Francia, dove attraversò alcune delle stagioni più drammatiche della storia moderna: la Rivoluzione francese, l'epoca di Napoleone Bonaparte e la Restaurazione monarchica seguita al 1814. Autore di importanti opere liriche e sacre, divenne direttore del Conservatorio di Parigi, esercitando un'influenza decisiva sull'insegnamento musicale europeo. La Messa per l'Incoronazione di Carlo X rappresenta uno dei vertici della sua produzione sacra: un'opera concepita per un rito in cui si intrecciavano musica, teologia e politica sacra. La Messa fu composta infatti per l'incoronazione di Carlo X di Francia, celebrata il 29 maggio 1825 nella cattedrale di Reims. Carlo X (1757-1836), già conte di Artois, era fratello di Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793, e di Luigi XVIII, salito al trono nel 1814 dopo la caduta di Napoleone, ma morto senza discendenza nel settembre 1824. Carlo X regnò solo sei anni e, dopo la Rivoluzione di luglio del 1830 e l'abdicazione, visse l'esilio con grande dignità, interpretandolo come una prova permessa dalla Provvidenza. Morì a Gorizia nel 1836 ed è sepolto a Castagnavizza, assieme ad altri membri della famiglia reale francese.
IL PRINCIPIO MONARCHICO Carlo X credeva fermamente nel principio monarchico e volle essere incoronato secondo l'antico rituale, codificato da Carlo V nel 1365, ma le cui origini risalivano al pontificale di Egberto del secolo VIII. Per oltre ottocento anni quel rito non aveva subito mutamenti sostanziali e Carlo X volle riprenderlo in tutta la sua integralità. Durante la cerimonia il Re insistette per inginocchiarsi personalmente nei momenti più solenni, nonostante l'età e le difficoltà fisiche, affermando che non si poteva ricevere un potere sacro restando in piedi. Il momento centrale dell'incoronazione era la consacrazione con l'olio sacro, conservato secondo la tradizione nella celebre Santa Ampolla. Secondo il racconto di Incmaro di Reims, una colomba avrebbe portato quest'ampolla dal cielo a san Remigio, che con l'olio che conteneva aveva unto Clodoveo primo Re cristiano dei Franchi. Da allora il Re di Francia era stato considerato quasi come vicario di Cristo, investito di una missione provvidenziale. La consacrazione regale esprimeva l'origine sacra del potere temporale. Durante la Rivoluzione francese, il 7 ottobre 1792, un membro della Convenzione, il pastore protestante Philippe Rühl, aveva spezzato solennemente la Santa Ampolla nella piazza di Reims, compiendo un gesto di pubblico rifiuto del carattere sacrale della monarchia. Tuttavia, secondo un processo verbale dell'epoca, il giorno precedente era stata estratta con un ago d'oro e conservata una parte del crisma, che venne poi utilizzata per la consacrazione di Carlo X.
IL RITORNO DELLA MONARCHIA SACRA DOPO LA RIVOLUZIONE FRANCESE L'incoronazione di Carlo X, celebrata alle otto del mattino del 29 maggio 1825, fu voluta dal sovrano per affermare solennemente il ritorno della monarchia sacra dopo la frattura della Rivoluzione. Parigi, capitale della Rivoluzione, restò ai margini dell'evento, mentre venne scelta Reims, sede tradizionale delle incoronazioni dei sovrani francesi. Fu dunque un gesto profondamente contro-rivoluzionario. Il Re prestò il giuramento rituale, ricevette gli speroni e la spada, simboli del potere, e venne unto dall'arcivescovo, monsignor de Latil, con il sacro crisma. Seguì la consegna del mantello cosparso di gigli, dell'anello, dello scettro, della mano di giustizia e infine l'imposizione della corona. La musica di Cherubini ebbe un ruolo centrale, accompagnando i momenti centrali dell'incoronazione del sovrano. Alla Messa seguì il rito tradizionale della guarigione delle scrofole, una forma di tubercolosi dei linfonodi molto diffusa fino all'Ottocento. Secondo una credenza antichissima, i Re di Francia avevano il potere di guarire questo male con il solo tocco della mano, pronunciando la formula: «Le roi te touche, Dieu te guérit» - "Il re ti tocca, Dio ti guarisce". Carlo X riprese solennemente questo rito, abbandonato o attenuato dai sovrani precedenti. Toccò i malati uno ad uno, con raccoglimento e molti ne guarì, come attesta anche lo storico Marc Bloch nel suo celebre libro I re taumaturghi (Les Rois Thaumaturges, 1924). San Tommaso d'Aquino, nel De Regimine Principum, afferma che la sacra unzione conferiva al re un certo carattere di santità, testimoniato proprio dai prodigi e dalle guarigioni operate dai sovrani consacrati. La guarigione delle scrofole, con l'unzione e l'incoronazione, formava un unico grande linguaggio rituale che la Messa per l'Incoronazione di Carlo X esprime in tutta la sua magnificenza. Questa Messa celebrò, due secoli addietro, il trionfo della monarchia cattolica, intesa non come semplice forma di governo, ma come espressione storica di una civiltà sacrale, nella quale l'autorità temporale riconosceva la propria origine nella legge naturale e divina. La Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Cherubini risuonata in Vaticano davanti al Santo Padre ha dunque riportato alla memoria la concezione sacramentale del potere propria della Civiltà cristiana, assumendo il significato di un simbolico richiamo a una verità permanente: quella di Gesù Cristo Re della società e della storia. Non sembra casuale che questo evento sia caduto nel centenario dell'enciclica Quas primas di Pio XI (1925), nella quale il Pontefice affermò con chiarezza il fondamento scritturistico, teologico e spirituale della Regalità sociale di Cristo, ideale perenne di ogni vero cattolico.
Fonte: Radio Roma Libera, 14 dicembre 2025
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IL TECNO-SCHIAVISMO DELLA SURROGATA SULLA ROTTA USA-CINA
Un numero crescente di cittadini cinesi ultra-ricchi si affida a madri surrogate americane per avere quanti più figli possibili (decine alla volta e, a volte, più di cento)
Autore: Luca Volontè - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31 dicembre 2025
Ricchi cinesi che comprano madri e bambini e la cittadinanza americana o miliardari occidentali che vogliono conquistare il mondo con la scusa della scarsa fecondità altrui, "generando" centinaia di figli con il proprio sperma. Nel prossimo futuro, Cina e Stati Uniti saranno i due paesi più forti al mondo... e perciò molti cinesi stanno adoperandosi per avere ed acquistare dei figli che in futuro possano avere entrambe le nazionalità. Questo è il succo del ragionamento di un cittadino cinese alla radio pubblica americana NPR già nel 2022, a commento del crescente numero di cittadini cinesi che si rivolgono a madri surrogate statunitensi per avere figli. Il fenomeno sta crescendo ora a dismisura e mentre il tradizionale turismo della nascita, recarsi negli Stati Uniti a gravidanza avanzata per partorire e ottenere la cittadinanza statunitense per un bambino, inizia a ridursi, grazie al crescente controllo e l'applicazione delle leggi da parte dell'FBI, è emersa una nuova forma di turismo della nascita ad alta tecnologia, il tecno schiavismo della surrogata. Mentre la maggior parte delle nazioni sviluppate proibisce la maternità surrogata commerciale internazionale, gli Stati Uniti, insieme all'Ucraina, sostengono una fiorente industria del turismo riproduttivo e del necessario e camuffato schiavismo materno. Ciò permette ai cittadini stranieri di avere figli tramite madri surrogate americane e di tornare a casa con un bambino e la cittadinanza statunitense in mano. Una volta che il bambino compie ventun anni, l'intera famiglia può richiedere la cittadinanza, tramite una domanda di green card, un metodo che, come ha dichiarato un'agenzia di maternità surrogata al "New York Times" nel settembre scorso, rappresenta un'«alternativa più economica al visto americano EB-5». Il visto EB-5 permette a investitori stranieri e alle loro famiglie (coniuge e figli minori di 21 anni) di ottenere la residenza permanente (Green Card) tramite un investimento in un'impresa statunitense con la creazione di almeno 10 posti di lavoro a tempo pieno.
MADRI SURROGATE AMERICANE Un'inquietante inchiesta del "Wall Street Journal" del 13 dicembre scorso, ha scoperto che un numero crescente di cittadini cinesi ultra-ricchi si affida a madri surrogate americane per avere quanti più figli possibile, a volte decine alla volta e, in casi estremi, più di cento. Il "Wall Street Journal" ha illustrato questo fenomeno attraverso il caso di Xu Bo, un solitario miliardario cinese del settore dei videogiochi, diventato simbolo degli eccessi della maternità surrogata. Xu, che vive in Cina, ha chiesto il riconoscimento legale come genitore di più figli nati da madri surrogate americane. Alla domanda sul numero di figli avuti da Xu Bo, l'agenzia di maternità surrogata "Duoyi Network" ha affermato che la cifra di 300 era sbagliata, ma ha confermato un fatto sorprendente: «Dopo molti anni di sforzi» attraverso la maternità surrogata negli Stati Uniti, Xu ha «solo poco più di 100» figli. Il "New York Times", lo scorso 14 dicembre, ha anche pubblicato un resoconto straziante di donne asiatiche vittime di tratta di esseri umani in programmi di maternità surrogata illegali e abusivi, che spesso comportavano il prelievo forzato degli ovuli e uno sfruttamento così grave che alcune vittime lo definivano peggiore della prostituzione, perché «non avevano davvero idea di cosa fosse stato fatto ai loro corpi. Tutte queste storie denunciano un'industria che tratta sia il corpo delle donne che la vita dei bambini come merci da vendere sul mercato internazionale. I contratti e quadri giuridici sono progettati per normalizzare quella che, di fatto, è la vendita di bambini. Quando sorgono controversie o gli accordi falliscono, è il bambino a pagarne il prezzo finale: attraverso l'aborto, l'abbandono o la negligenza. Nel 2024, la rivista "Fertility and Sterility dell'American Society for Reproductive Medicine" ha pubblicato un articolo che esaminava i contratti di maternità surrogata commerciale internazionale tra il 2014 e il 2020. Non solo il numero di accordi di maternità surrogata all'estero negli Stati Uniti è quasi raddoppiato in quel periodo, ma il rapporto ha rilevato che l'industria internazionale dell'"utero in affitto" è alimentata in modo sproporzionato da cittadini cinesi (41,7%).
IL VALORE DELLA CITTADINANZA AMERICANA Con l'ordine esecutivo del presidente Trump di inizio anno, "Proteggere il significato e il valore della cittadinanza americana", si è introdotto un rinnovato controllo sulla cittadinanza per diritto di nascita, ma non è ancora chiaro se l'attuale formulazione dell'ordine negherebbe la cittadinanza ai bambini nati tramite maternità surrogata o donazione di ovuli da cittadini stranieri. A fronte di questo fenomeno che segna profondamente il nostro secolo con un ritorno terribile allo schiavismo e cosificazione dell'umano, sorge con sempre maggiore clamore quello di multimiliardari globali che donano sperma per combattere l'infertilità mondiale. Ultimo, in ordine di tempo, quello di Pavel Durov, fondatore di Telegram, scovato dal Wall Street Journal del 22 dicembre, che ha donato il suo sperma alla clinica della fertilità privata 'AltraVita' a Mosca. La struttura nell'estate dello scorso anno aveva pubblicizzato, in conferenze, social e siti di notizie, «l'elevata compatibilità genetica» del tycoon tech e indicato un elevato compenso per le donne di età inferiore ai 37 anni che avessero accettato di sottoporsi a fertilizzazione in vitro con il suo sperma «in offerta». Durov, ha 41 anni, residenza a Dubai e già un centinaio di figli biologici in almeno 12 Paesi, oltre ai sei che ha concepito con tre madri diverse ha precisato che i suoi figli biologici avrebbero ricevuto parte uguale della sua eredità. Tutto a fin di bene, dicono loro, ma il neo-schiavismo e la selezione tecno-eugenetica stanno creando un mondo tanto distopico quanto terribile. Urge l'approvazione ed il rispetto di efficace e nuova convenzione internazionale contro la maternità surrogata e la colonizzazione spermatica di plutocrati senza scrupoli.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31 dicembre 2025
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DIECI ANNI DI ACCOGLIENZA AL MIGRANTE CHE HA DEVASTATO MALPENSA
Organi, strutture, risorse, servizi e opportunità offerti gratis al migrante africano che per ringraziare ha pensato bene di dar fuoco al Terminal 1 di Malpensa
Autore: Anna Bono - Fonte: Atlantico, 22 agosto 2025
Il cittadino del Mali che ha appiccato il fuoco e preso a martellate un monitor all'aeroporto della Malpensa il 20 agosto è entrato in Italia dalla Francia dieci anni fa, nel 2015. Al suo arrivo ha chiesto protezione internazionale dicendosi profugo e l'ha ottenuta, fino al 2019, quando la Commissione territoriale incaricata di riesaminare il suo caso ha accertato che in realtà gli mancavano i requisiti per ottenere lo status di rifugiato e glielo ha negato. La protezione sussidiaria Allora lui ha presentato ricorso, la Cassazione gli ha dato ragione, la sua richiesta di asilo è stata esaminata nel 2021 dal Tribunale di Milano dove un giudice ha confermato la mancanza dei requisiti necessari per ottenere lo status giuridico di rifugiato, ma gli ha concesso un'altra forma di protezione internazionale, quella sussidiaria. Questo tipo di protezione è stato istituito dall'Unione europea nel 2013 per non respingere chi, pur non avendo diritto allo status di rifugiato, può dimostrare che, se rimpatriato, correrebbe il rischio reale di subire danni gravi, come la pena capitale o essere torturato, e minacce alla vita a causa di situazioni di violenza generalizzata. Il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria dura cinque anni, rinnovabili, e permette tra l'altro di andare a scuola, lavorare, chiedere un ricongiungimento familiare. Quello del cittadino maliano scade nel 2027.
LE PORTE DELL'ASSISTENZA Non sappiamo molto su di lui, su come abbia vissuto in questi dieci anni, ma sappiamo come avrebbe potuto, e dovuto, trascorrerli. Dal momento in cui ha chiesto asilo si sono aperte per lui le porte del sistema assistenziale istituito apposta per le persone che entrano illegalmente nel nostro Paese e cercano di ottenere lo status giuridico di rifugiato. A regola, è stato affidato a un Cpa, Centro di prima accoglienza, o a un Cas, un Centro di accoglienza straordinaria. Sono le strutture allestite per ospitare i richiedenti asilo mentre il loro caso viene esaminato. Attualmente, ci informa il Ministero dell'interno, sul territorio nazionale ce ne sono più di 5.000 con una capacità di oltre 80.000 posti. Gli ospiti ricevono vitto, alloggio, assistenza socio-sanitaria, assistenza legale, corsi di lingua e formazione, attività di socializzazione e orientamento al lavoro e una piccola somma giornaliera a loro disposizione. La richiesta del cittadino maliano è stata esaminata, per due volte: la seconda volta da una Commissione territoriale. Le Commissioni territoriali sono gli organi preposti a valutare le richieste di asilo. Possono concedere lo status di rifugiato, protezione sussidiaria, permesso di soggiorno per motivi umanitari (protezione speciale) o rigettare la richiesta. Sono 20, ognuna composta da un presidente, un funzionario di carriera prefettizia, un funzionario della Polizia di Stato e un esperto in materia di protezione internazionale e tutela dei diritti umani designato dall'Unhcr. Inoltre i richiedenti durante le udienze sono affiancati da interpreti e mediatori culturali. Dopo aver ottenuto protezione internazionale, un cittadino straniero ha diritto di essere inserito nel Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione, dove può rimanere per sei mesi rinnovabili e anche oltre, se lo giustificano certe condizioni: ad esempio, terminare un ciclo di studio o di formazione. Anche il maliano arrivato dalla Francia ha potuto usufruirne. Al 31 Luglio 2025 sono 870 i progetti Sai (624 ordinari, 206 per minori non accompagnati, 40 per persone con disagio mentale o disabilità) affidati a 735 enti locali titolari di progetto: 646 comuni, 15 province, 25 Unioni di Comuni, comprese le Comunità Montane e le Unioni Montane di Comuni, e 49 altri enti.
PATROCINIO GRATUITO Quando la sua richiesta di asilo è stata respinta nel 2019, il maliano è ricorso con successo in Cassazione, sicuramente usufruendo del gratuito patrocinio che viene concesso agli stranieri, anche irregolari, alle stesse condizioni poste per i cittadini italiani - vale a dire un reddito non superiore a 13.659,64 euro - con la differenza che a uno straniero è consentita l'autocertificazione purché dimostri di aver fatto richiesta di certificazione al proprio consolato senza aver ottenuto risposta. Le spese legali di chi gode di gratuito patrocinio sono sostenute dallo Stato italiano. Nel biennio 2022-2023 i cittadini stranieri residenti in Italia ne hanno goduto per 71 milioni di euro, un quarto circa del totale, in gran parte per ricorsi di richiedenti asilo contro le decisioni delle Commissioni territoriali. Il suo caso è stato affidato al Tribunale di Milano dove è stato giudicato due anni dopo da un magistrato che, pur concordando che non fosse possibile attribuirgli lo status di rifugiato, ha stabilito sulla base di informazioni presumibilmente raccolte da diverse fonti - e chissà con quanto lavoro da parte dei dipendenti del tribunale - che farlo tornare in Mali sarebbe stato troppo pericoloso. Questo in sintesi è l'apparato di organi, strutture, risorse, servizi e opportunità messi a disposizione del cittadino maliano, e di centinaia di migliaia di altri emigranti illegali arrivati in Italia. E lui ha dato fuoco e a preso a martellate un Terminal dell'aeroporto di Malpensa: altri costi per riparare i danni, per tenerlo in detenzione, processarlo e... poi si vedrà. Per inciso, quella della situazione attuale in Mali, Paese del Sahel, è questione controversa. Il nord est del Paese è pericoloso per la presenza di gruppi jihadisti e, specialmente in passato, a causa del movimento indipendentista Tuareg. Due colpi di stato militari a pochi mesi di distanza, nel 2020 e 2021, hanno rovesciato il governo e lo hanno sostituito con una giunta militare. Nei giorni scorsi è stato sventato un nuovo tentativo di golpe. La questione controversa riguarda la sicurezza. La giunta militare guidata dal colonnello Assimi Goita assicura di essere riuscita a ridurre la minaccia jihadista con il valido aiuto in tecnologie, armi e mercenari russi. I dati disponibili non lo confermerebbero e anzi all'esercito maliano e ai russi (ex Wagner, oggi African Corps) si muovono accuse di esecuzioni sommarie, torture e sparizioni di cui sarebbero vittime i Fulani, una etnia che, secondo la giunta militare, collabora con il più temuto gruppo jihadista della regione, il Jnim affiliato ad al Qaeda.
Fonte: Atlantico, 22 agosto 2025
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JAGUAR, IL SUICIDIO WOKE DI UN'ICONA BRITANNICA
Le vendite crollano, la realtà presenta il conto: licenziato il designer simbolo del rebrand progressista
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del Timone, 4 dicembre 2025
Stando a un rapporto di Autocar il gruppo Jaguar Land Rover di proprietà di Tata Motors avrebbe licenziato il responsabile di design Gerry McGovern, figura cruciale e molto influente all'interno del consiglio di amministrazione del Gruppo inglese. Nome già citato sulle nostre pagine per aver rebrandizzato la Jaguar in perfetto stile "woke". Per riassumere i fatti dell'anno scorso: dopo aver rimosso il giaguaro come simbolo del brand, optando per un cerchio con due "J" in senso opposto - come se fosse una borsetta, per intenderci -, sono comparsi tulle, uomini in gonna o leggings, donne di colore o curvy, e in ultimo la Jaguar color "rosa Barbie". Colorazione che non era passata inosservata, soprattutto agli appassionati del marchio inglese. D'altronde volevano essere «audaci e dirompenti», così avevano dichiarato. All'epoca era diventato iconico il commento di Musk: «Vendete auto?». Immediato era stato anche il rincalzo di Nigel Farage, leader del partito Reform UK: «Prevedo che Jaguar ora fallirà. E sapete una cosa? Se lo meritano». Anche la stampa britannica non aveva nascosto un certo sconcerto: «Questo modello Barbie è un disastro per uno dei marchi più iconici della Gran Bretagna», aveva commentato The Daily Telegraph. A un anno di distanza dal lancio sembrerebbe che la carriera del designer sia dunque giunta al termine dopo 21 anni. Secondo quanto riportato da fonti interne, McGovern sarebbe stato «scortato fuori dall'ufficio» subito dopo il licenziamento, a dimostrazione che la rottura con l'azienda non sia avvenuta in un clima propriamente disteso. Per ora Jaguar Land Rover e Tata Motor non hanno commentato la notizia e le motivazioni del licenziamento non sono note. Si legge nel rapporto che il licenziamento è arrivato poco dopo le dimissioni del CEO Adrian Mardell, sostituito da PB Balaji, che in precedenza aveva ricoperto il ruolo di direttore finanziario di Tata Motors. Possiamo dedurre che anche se le cause del licenziamento non sono ancora state chiarite, la nuova brand identity di Jaguar voluta da McGovern abbia influito. Il designer, al lancio della concept Type 00 - l'auto Barbie sopracitata -, sembrava stesse presentando non un automobile, bensì una «vera e propria manifestazione esteriore del linguaggio stilistico di un luxury brand, dimenticandosi termini come "automobile" o produzione industriale», commenta ilSole24ore. «Jaguar non desidera essere amato da tutti. Ha già suscitato emozioni e continuerà a farlo perché questo è ciò che fa una creatività che non ha paura», aveva dichiarato McGovern. Peccato che le emozioni debbano andare di pari passo con le vendite e lo spaventoso calo registrato nell'anno fiscale 2024/25 dell'85 per cento rispetto al 2018 non prometteva niente di buono. Forse è il woke che dà alla testa. Diciamo che quando il fondatore della casa automobilistica sir William Lyons creò il motto «Copy nothing» (non copiate nulla) non si sarebbe aspettato a decenni di distanza una campagna pubblicitaria con le solite immagini "inclusive" che ci propinano da anni. Si finisce per sbatterla, la testa. Go woke, go broke, come dicono gli inglesi.
Fonte: Sito del Timone, 4 dicembre 2025
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OMELIA BATTESIMO DI GESU' - ANNO A (Mt 3,13-17)
Questi è il Figlio mio, l'amato
Fonte Il settimanale di Padre Pio
Oggi celebriamo il Battesimo del Signore. In questa giornata ricordiamo questo avvenimento della vita di Gesù, un avvenimento carico di mistero e di preziosi insegnamenti per la nostra vita di cristiani. San Giovanni Battista stava predicando sulle rive del Giordano e amministrava un battesimo di penitenza. Prima di tutto bisogna capire la differenza tra il battesimo di Giovanni e il Sacramento istituito da Gesù. Quello di Giovanni era solo un simbolo, un segno della conversione interiore. I pii israeliti accorrevano da Giovanni e ricevevano quel battesimo riconoscendo di aver bisogno di una profonda purificazione, di cui quel battesimo era solo un simbolo. Con quel battesimo si chiedeva perdono a Dio per i propri peccati; esso era solo una preparazione al Battesimo istituito da Gesù, il quale, invece, è un Sacramento, ovvero un segno esteriore che opera realmente questa santificazione. Sorprende il fatto che Gesù, pur essendo il Figlio di Dio e quindi infinitamente santo, si sia sottoposto al battesimo di Giovanni. Non ne aveva evidentemente bisogno. Per quale motivo ha voluto riceverlo? Una prima risposta è che Gesù ha voluto caricare sulle sue spalle tutti i nostri peccati. Non erano certamente suoi, ma nostri, i peccati da eliminare nel battesimo. Gesù, inoltre, ha voluto darci un esempio di umiltà: se Egli, l'Innocente, ha voluto sottoporsi a quel gesto di umiltà, quanto più noi che siamo carichi di peccati? Ai giorni d'oggi, uno dei mali più grandi è la perdita del senso del peccato. L'uomo della nostra epoca troppo spesso si sente a posto, senza peccato. Così facendo, egli commette il più grande peccato: quello di superbia e di presunzione. Dio perdona, ma, come minimo, ci deve essere il nostro pentimento. Il superbo, al contrario, si ostina sulle sue vie non buone, senza chiedere perdono e senza nemmeno rendersi conto – accecato com'è – di essere pieno di peccati. Un primo insegnamento che possiamo trarre dalla celebrazione di oggi potrebbe essere proprio questo: avere l'umiltà di riconoscere i propri peccati e chiedere perdono a Dio. Assoggettandosi al battesimo di Giovanni, Gesù ci dà proprio questa lezione. Un giorno, ad un santo, dissero: «Beati gli occhi che vedono il Signore!», volendo con questo lodarlo per i doni molto grandi di cui era arricchito. Egli, invece, rispose: «Beati piuttosto gli occhi che vedono i propri peccati!». Con questa risposta, il santo voleva far capire che la grazia più importante è quella di riconoscere i propri peccati e di chiederne umilmente perdono. Se mancasse questa grazia, a nulla varrebbe vedere il Signore su questa terra. Dobbiamo dunque mettere sotto i tacchi il nostro orgoglio, la nostra presunzione, la nostra superbia. Il brano del Vangelo di oggi ci invita a riflettere sul Battesimo che noi abbiamo ricevuto. Il Battesimo ci ha cancellato il peccato originale, anche se rimane l'inclinazione al male, ci ha resi figli adottivi di Dio e ci ha conferito la grazia santificante. È il primo e il più importante dei Sacramenti: senza di esso non vi è salvezza. Quando abbiamo ricevuto il Battesimo, per bocca dei nostri genitori e dei nostri padrini, abbiamo rinunciato a satana e al peccato e abbiamo professato la Fede. Una volta diventati grandi, dobbiamo personalmente rinnovare queste promesse. È necessario, però, che il battezzato verifichi ogni giorno il suo comportamento di nato alla grazia, di figlio di Dio. Per questo motivo, noi tutti dobbiamo ricorrere frequentemente anche al sacramento della Confessione. Il Battesimo si riceve una volta nella vita, la Confessione molte volte, ogni volta che andremo da un sacerdote e chiederemo sinceramente perdono.
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
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