BastaBugie n�963 del 04 febbraio 2026

Stampa ArticoloStampa


1 L'ADDIO DI DON ALBERTO RAVAGNANI E IL PROBLEMA DELLA CREDIBLITA'
Da prete influencer con un look curato e alla moda Ravagnani si è trasformato sempre più in un personaggio (per lui i social erano un mezzo per propagandare il proprio ego)
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 TORINO IN FIAMME: MARTELLI COMUNISTI E MEZZALUNA ISLAMICA A BRACCETTO
Un'altra manifestazione violenta dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna provoca cento feriti fra cui un poliziotto massacrato a colpi di martello (VIDEO: I violenti scontri a Torino)
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 ABORTO IMPENSABILE: E ANCHE PAPA LEONE MARCIA PER LA VITA (INVECE LA CEI...)
Mettiamo a confronto la grandiosa Marcia per la vita negli USA (che si meritano l'intervento di Papa Leone) e lo sconfortante messaggio della Cei per la Giornata per la Vita 2026 (VIDEO: March for Life 2026)
Autore: Luca Volontè - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 CASO EPSTEIN, UNA LEZIONE SUL POTERE DI QUESTO MONDO
Pubblicati milioni di documenti del finanziere pedofilo, ma alcuni non sono stati diffusi perché raccapriccianti e riguardano pedopornografia, torture e morte (VIDEO: Il film sulla pedofilia)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 DALLE PIAZZE ALLE URNE, AVANZA IL PARTITO ISLAMICO D'ITALIA
Moschee, piazze, scuole e università formano una rete pensata per trasformare l'identità islamica in forza politica decisiva grazie alla sinistra radicale (VIDEO: I numeri dell'invasione islamica)
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 STOP AL MULTILATERALISMO MONDIALISTA, GLI USA SI RITIRANO DA 66 ENTI
Come promesso Trump ha stabilito il ritiro da 66 organizzazioni manovrate da lobby internazionali, tra cui il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) e il Fondo dell'ONU per la popolazione (UNFPA)
Autore: Luca Volontè - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 OMELIA V DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5, 13-16)
Il giusto risplende come luce
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

1 - L'ADDIO DI DON ALBERTO RAVAGNANI E IL PROBLEMA DELLA CREDIBLITA'
Da prete influencer con un look curato e alla moda Ravagnani si è trasformato sempre più in un personaggio (per lui i social erano un mezzo per propagandare il proprio ego)
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 febbraio 2026

Per provare ad andare oltre il freddo comunicato della diocesi di Milano di sabato che annuncia la sospensione del ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani e per superare la superficiale montagna di commenti social di queste ore del "io l'avevo detto che finiva così", bisognerebbe anzitutto partire dal fatto che un prete che lascia la tonaca è prima di tutto una "tragedia" ecclesiale la cui portata va ben oltre la scelta personale del sacerdote milanese.
Una "tragedia" che investe il corpo della Chiesa oggi, lasciando una ferita profonda oggi, di cui difficilmente sentiamo parlare la Cei come urgenza da affrontare, come emergenza per cui interrogarsi. Un prete che lascia non è solo un soldato che abbandona il campo di battaglia, ma lo specchio di questa società nella quale tutto è provvisorio e relativista, dove le scelte, per usare la parola chiave di "don Rava" che dà il titolo al suo libro, non sono mai per sempre, ma intercambiabili a seconda delle circostanze e soggette ai capovolgimenti personali spacciati per il "bene per me".
Non sappiamo se e quanto questa decisione, che il vescovo di Milano Mario Delpini ha voluto comunicare, anticipando così l'annuncio di don Ravagnani che avrebbe creato forse ancora più confusione e protagonismo, sia stata condivisa e meditata con i superiori o se invece sia solo il frutto di un cammino che ha via via trasformato questo sacerdote capace di coinvolgere i giovani nella proposta cristiana in un personaggio e non più in una guida in grado di portarli alla fede, che indicava solo Gesù come maestro e non se stesso.
Però sappiamo che il fenomeno "don Rava" è stato un fenomeno social che ha portato inizialmente dei frutti alla vigna del Signore. Lo testimoniano le molte conversioni alla fede, gli innumerevoli riavvicinamenti alla pratica cristiana di migliaia di giovani che tramite i social, hanno rimesso piede in una chiesa partecipando ad adorazioni eucaristiche e avvicinandosi alla confessione. Se l'albero si vede dai frutti, è vero dunque che c'è stato un periodo, nei primi anni della sua esplosione, quelli immediatamente post covid, in cui quell'albero ha prodotto frutti buoni: al solo sentire il nome don Ravagnani anche le chiese di provincia si riempivano e la sua presenza in città si spargeva con la velocità del tam tam spontaneo e gioioso di chi andava a vedere qualcuno che parlava della Chiesa in modo nuovo, ma dicendo le cose di sempre.

LE LUSINGHE DEL MONDO
Temi come la castità, ad esempio, la scelta vocazionale, la morale sessuale, la verità o la regalità di Cristo, venivano annunciati partendo da Gesù e dalla Chiesa e non cercando di districarsi tra le concessioni del mondo o conciliando l'impossibile. Erano uno "specchietto" che poi si traduceva nell'incontro in una proposta sacramentale, tangibile, vera. La proposta cristiana declinata con il linguaggio accattivante e di facile presa dei reels e dei post. E questo ha portato del bene.
Così come ha portato del bene l'esperienza del sacerdote milanese di creare con i giovani una fraternità di vita e di annuncio, partendo dalla protezione della Madonna di Loreto, ha fatto vedere con speranza il fenomeno Ravagnani, lasciando ad un prudente "vediamo come va a finire" le irritualità di certi atteggiamenti e eccessi che il mondo degli adulti non capiva, ma affidava alla sapiente mano della Chiesa. Se son rose...
Poi però qualcosa si è rotto. O meglio, qualcosa probabilmente ha iniziato ad acquisire maggior peso rispetto alla missione. Da tramite per Cristo, Ravagnani si è trasformato sempre più in un personaggio, i social da mezzo sono diventati una trappola mortale nella quale propagandare il proprio ego, il bisogno narcisistico dell'io. Il suo aspetto è cambiato, persino il suo look, curato, alla moda, si è evoluto andando a significare ben oltre il classico detto del monaco e del suo abito. Si è soliti individuare nell'ingresso in palestra di don Rava e nella famosa pubblicità agli integratori l'inizio del suo declino, ma don Alberto aveva cominciato un po' prima a cedere alla lusinga del suo personaggio come veicolo di commercializzazione di prodotti, anche se in casa cattolica.
La verità è che non sono stati quei mondi a cambiarlo, ma lui è cambiato o meglio è entrato in crisi iniziando a usare i social per scopi che si sono fatti via via più commerciali e promozionali della sua persona: i viaggi all'estero per non si sa bene che cosa, il bisogno di comunicare il sé, il togliersi il colletto da prete, il cominciare a concedere diritto di cittadinanza alle lusinghe del mondo, lo scarrocciare in favor di intervista proprio sulle spine della sessualità e della libertà hanno ben presto allontanato don Ravagani non tanto dalla sua missione - quella in un modo o nell'altro si riesce sempre a giustificare con qualche parola ben piazzata - ma dai suoi ragazzi.
Sono stati i giovani che ha avvicinato in questi anni, infatti, i primi ad aver preso le distanze non appena si sono resi conto che il personaggio aveva preso il controllo sulla persona. Il "don Rava" si è fatto via via più irrintracciabile, da guida disponibile al telefono o pronto ad entrare nelle case di chi lo ospitava è diventato un guru protetto dallo schermo della fama.

NON SOLTANTO FOLLOWERS
E infatti anche l'esperienza di Fraternità è entrata in crisi e molti se ne sono andati, fortunatamente la gran parte ben al riparo tra le braccia della Chiesa in tutte le sue declinazioni e carismi. Altri, invece, sono rimasti ed è a loro che ora la Chiesa deve guardare perché non si perdano e non inizino il pernicioso percorso di chi si affida al cieco che guida altri ciechi anche se proprio ieri il direttivo di Fraternità ha annunciato che il cammino va avanti, con o senza di lui. Perché ora la loro guida ha rinunciato al bene più prezioso, quel sacerdozio che è martirio e dono, ma anche responsabilità nei confronti delle anime che ti sono affidate. Tutto il resto sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano e non producono più frutti, ma solo sterili rivendicazioni.
E la Chiesa, come autorità, ha iniziato seppur in ritardo a chiederne conto al giovane sacerdote 32enne perché ha capito che quegli stessi giovani potevano diventare un comodo paravento, ma col rischio di perdersi anche loro. Nello scontro tra autorità e carisma, lo insegna la storia della Chiesa, bisogna sempre vedere dove sta il bene delle anime e non sempre a vincere il braccio di ferro è il carisma innovativo.
Perché i giovani sono così: non sono soltanto dei followers, ma hanno bisogno prima di tutto di vedere che la proposta cristiana deve essere credibile prima che per me, per chi me la propone.
E probabilmente la mancanza di credibilità di chi utilizzava ormai il suo essere uomo di Dio per portare sé stesso e poco più, è stato il principale detonatore. Oggi i ragazzi che ieri si scambiavano nelle chat con sgomento e rassegnazione il comunicato della diocesi che annunciava l'abbandono del suo ministero presbiterale, non erano più followers di un influencer cattolico, ma giovani consapevoli che la scelta della fede, così come quella vocazionale, è una scelta per sempre e non un mutevole accomodamento.
I giovani, lo ricordava san Giovanni Paolo II Papa vogliono scelte per sempre, il loro cuore partecipa al fine dell'eternità con una proposta credibile e vera, non cerca scorciatoie né compromessi perché sanno meglio di noi che il mondo, di compromessi gliene sa offrire molti di più e ben più accattivanti.

Nota di BastaBugie: Roberto Marchesini nell'articolo seguente dal titolo "Seminario, Diocesi e Chiesa: cosa avete fatto per Ravagnani?" parla della perdita di capacità di discernimento vocazionale, della superficialità nella preparazione dei giovani sacerdoti e del non aver corretto scandali e problematiche affermazioni e dell'avere abbandonato un giovane sacerdote alla sua sorte.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 3 febbraio 2026:

Don Alberto Ravagnani ha lasciato il sacerdozio; ovviamente è la fine di un percorso che poteva essere facilmente prevista. La sapienza della Chiesa ha sempre protetto i suoi figli dal mondo, con un abito particolare, facendo attenzione alle relazioni, ai comportamenti, eccetera; perché il mondo è nemico della vita spirituale. Tuffarsi nel mondo (palestra, ragazze, social media, palcoscenici, interviste...) senza una corazza spirituale e umana adeguata è come fare il bagno nella Senna senza scafandro da palombaro.
Con tutto il rispetto per l'abito (che don Alberto ha smesso) e il bene che si vuole a tutti i sacerdoti, soprattutto a quelli giovani, appare evidente che questo giovane prete non fosse propriamente ben corazzato: a parte alcune bizzarrie («I cristiani pregano troppo», «Bisogna dire cose eterne con un linguaggio moderno», la Chiesa e la religione come «acqua sporca»...) e l'ingenuità giustificabile con la (relativamente) giovane età, stupisce la superficialità intellettuale e spirituale di questo giovane sacerdote.
Va aggiunto anche che, con tutta la comprensione e il rispetto, la rinuncia al sacramento sacerdotale equivale all'adulterio: è la rinuncia a una promessa pubblica e solenne che impegna per la vita, nell'uno e nell'altro caso. Tu es sacerdos in aeternum equivale al «per tutti i giorni della mia vita».
A questo punto, le domande fioccano: che effetto può avere sul già fiaccato popolo di Dio l'abbandono del sacerdozio da parte di questo prete mediatico? E sui giovani alla ricerca di Dio? Possibile che i suoi superiori (vescovo e vicari vari) non abbiano mai avuto niente da ridire sulle sue bizzarrie? Ammesso che il suo trasferimento da Busto Arsizio a san Gottardo e che la sua collaborazione con la Pastorale Giovanile Diocesana siano stati una promozione, possibile che il criterio ecclesiastico per questa promozione sia il numero di follower e il successo mediatico? Considerata la carenza di sacerdoti, soprattutto giovani, c'è qualcuno che li segue dal punto di vista umano e spirituale, oppure sono completamente abbandonati al mondo e alla confusione intellettuale e dottrinale?
Detto questo, io accuso.
Io accuso il seminario ambrosiano per aver perso ogni capacità di discernimento vocazionale. Di fronte a una spaventosa crisi vocazionale, che appare particolarmente grave nella diocesi ambrosiana, sarebbe opportuno interrogarsi sulle cause e sulle soluzioni (inefficaci) intraprese sinora; accogliere qualunque giovane si presenti al portone e ordinarlo sacerdote non è - evidentemente - una soluzione.
Io accuso il seminario ambrosiano per la superficialità nella preparazione umana, teologica e spirituale dei giovani sacerdoti; superficialità della quale don Alberto è evidente esempio.
Io accuso la curia milanese per non aver corretto le problematiche affermazioni e ad alcuni scandalosi comportamenti di questo giovane sacerdote. A questo proposito si sono levate molte voci; mai nessuna dal castello di piazza Fontana a Milano.
Io accuso la curia ambrosiana per aver abbandonato i propri figli, in particolare i sacerdoti. Da quanto tempo don Alberto aveva messo in discussione la vocazione sacerdotale? Evidentemente parecchio, visto che è in uscita un suo libro che, evidentemente, non è stato scritto in un paio di giorni. Quanti sacerdoti hanno dubbi sulla propria scelta vocazionale? Qualcuno lo sa? Qualcuno segue i sacerdoti, è loro vicino, parla con loro?
Io accuso la Chiesa italiana per la trascuratezza con la quale si occupa delle strutture al servizio della pastorale: seminari, oratori, parrocchie. E per l'inerzia con la quale trascina un modello ecclesiastico vecchio di cinquecento anni che evidentemente, ormai, non può più funzionare.
Detto questo, speriamo di lasciarci presto alle spalle questa brutta vicenda; dal mio punto di vista, brutta non solo nell'epilogo. E che possa servire per una seria riflessione sul presente e sul futuro della Chiesa cattolica.

DOSSIER "EXTRA ECCLESIAM"
Sacerdoti ridotti allo stato laicale

Per vedere articoli e video, clicca qui!

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 febbraio 2026

2 - TORINO IN FIAMME: MARTELLI COMUNISTI E MEZZALUNA ISLAMICA A BRACCETTO
Un'altra manifestazione violenta dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna provoca cento feriti fra cui un poliziotto massacrato a colpi di martello (VIDEO: I violenti scontri a Torino)
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 febbraio 2026

Il giorno dopo, il freddo non basta a ripulire l'aria. Torino puzza ancora di bruciato: cassonetti incendiati e odore della marijuana avvolgono il bollettino che racconta di circa 100 feriti. È l'eredità del corteo convocato in difesa di uno "spazio di libertà", una definizione che stride con ciò che resta sull'asfalto. Ricordiamo che stiamo parlando di un immobile occupato illegalmente per trent'anni per farne un 'centro sociale'.
E che la manifestazione non sarebbe stata un corteo pacifico, ce lo avevano raccontato apertamente anche le parole partite dall'occupazione dell'università la scorsa settimana - «ci pensavate prima» -, lo urlavano gli slogan: rompere «gli argini» e «vinciamo noi». Tutto annunciato. Il resto è storia, neanche inedita.
Con Askatasuna le pietre ci sono sempre. I fuochi artificiali usati come proiettili portano la firma dell'insurrezionalismo anarchico. Le chiavi inglesi sono grosse, pensate per spezzare il nemico in divisa. Le pietre, belle grosse, piovono con una facilità disarmante. Ci sono persino gli scudi, sormontati da stelle rosse, per resistere agli idranti e ai lacrimogeni. I militari incaricati di garantire la sicurezza lo diranno poi senza esitazioni: non era una folla, era un dispositivo coordinato e militarizzato.
La piazza di Torino del 31 gennaio è stata inaugurata dai discepoli dell'imam Mohammad Hannoun, l'uomo indicato come costruttore della cellula italiana di Hamas, e per il quale il riesame ha confermato il carcere. Attorno a loro, i neo-comunisti: compagni di strada e di slogan.
Sfilano insieme le bandiere dei CARC (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo), quelle dell'API, dei giovani palestinesi, dei No Tav, dei proPal; falce e martello disegnati, ma anche branditi. La piazza si stringe: «Hannoun libero!». Con loro esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra, del Movimento 5 Stelle. Si grida «Palestina libera dal fiume al mare», si punta il dito contro il «governo genocida e sionista» di Giorgia Meloni. «Torino è partigiana», con il premier raffigurata a testa in giù. In strada non ci sono solo le periferie: marcia un'alleanza che salda Potere al Popolo, sigle comuniste, islam organizzato e il partito di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Vecchi militanti comunisti e terze generazioni di maranza marciano insieme, spalla a spalla. In testa, l'imam torinese Brahim Baya proclama, «Questa piazza è l'Italia migliore»; su Instagram precisa: «Essere qui non è estremismo».

AGGRESSIONE BRUTALE CONTRO LA POLIZIA
La manifestazione è dedicata tutta alla solidarietà per Hannoun e gli altri arrestati nell'inchiesta sulla cellula italiana di Hamas. Sono arrivati i rinforzi anche dalla Francia: un'estrema sinistra che fonde ideologia e islam delle nuove generazioni. Sanno muoversi, contrastare le forze dell'ordine, dispongono di squadre di soccorritori in seconda linea: tattiche già viste al G8 di Genova, con militanti giunti allora da mezza Europa. Parliamo di Askatasuna, che conta veterani di una guerra vera: il nord-est della Siria. Dozzine di anarchici e antagonisti torinesi hanno combattuto al fianco dei curdi, che avevano organizzato un battaglione Antifa a Raqqa. La stessa bandiera sventola ancora, oggi, nelle strade di Torino.
E sotto quelle insegne che sventolano ormai nel buio della sera del 31 gennaio, prende forma l'aggressione più brutale contro la polizia: le strade di Torino diventano il proscenio di una violenza esercitata per anni e utilizzata come palestra per addestrare le nuove leve.
Non ha ancora trent'anni Alessandro Calista, eppure il suo nome è diventato un simbolo. È il poliziotto più conosciuto d'Italia da quando, tra i mille agenti inviati a Torino, è finito al centro di una piazza feroce e cattiva, esplosa in risposta allo sgombero pre natalizio di Askatasuna. In servizio a Padova, spedito al fronte della guerriglia urbana in salsa verde-rossa piemontese, è diventato il volto di una violenza che, se nessuno avesse filmato, non sarebbe mai esistita.
Perché senza le immagini del nugolo di giovani bardati e serrati come una squadra di aguzzini, intenti a ghignare mentre uno di loro lo colpiva a martellate - bacino fratturato, costole spezzate, una coscia lacerata -, Torino oggi non farebbe notizia. Sarebbe tutto già archiviato, dimenticato, normalizzato. Dal momento che quelle, ci hanno già spiegato gli intellò, sono «piazze di risposta», lecite difese di luoghi di «un'alterità intoccabile» (leggi Askatasuna).

L'ALLEANZA TRA SINISTRA E ISLAM
Tutti complici dei terroristi rossi. Perché chi colpisce un uomo inerme a terra è un vigliacco; chi esce di casa con un martello per picchiare, e se capita uccidere, è un terrorista. E chi colpiva sapeva che la pistola sarebbe rimasta nella fondina: in Italia la paura del processo supera spesso quella della morte. Da questa asimmetria nasce l'appello di Andrea Cecchini, segretario Italia Celere, ai magistrati a manifestazione non ancora finita: «scendete in piazza, condividete il rischio con noi, prima di giudicare».
Nel cuore di quella piazza già saldata - imam, comunisti islamici, militanti rossi - c'erano anche i volti della politica istituzionale. Il deputato Marco Grimaldi (AVS), che scandisce: «Siamo qui per rispondere a un assedio. La repressione non ha cittadinanza in questa città antifascista», con diversi consiglieri regionali e comunali di AVS e del M5S. Con loro ci sono anche il segretario della CGIL Piemonte e Paolo Ferrero, ex ministro del governo Prodi e oggi dirigente di Rifondazione Comunista. Scende in piazza anche il mondo della nuova intellighenzia per Askatasuna: Zerocalcare (autore della locandina all'asta online, per ora, a 179 euro), Willie Peyote, i Subsonica. E Extinction Rebellion, Fridays for Future, Non Una di Meno.
E Torino non è neanche più come le banlieue, ma assomiglia d'un tratto alla Parigi dell'estate 2023, o ancora a quella del 2025. Quanto è andato in scena a Torino racconta così la sintesi di un laboratorio francese ormai divenuto realtà anche in Italia: un'alleanza tra sinistra e islam che ha il sapore di una nuova rivoluzione. Oggi, ai sanpietrini si aggiungono Allah e il Corano, alla garibaldina. Le prove generali della destabilizzazione parlano arabo: l'islamismo radicale come collante nuovo tra autonomi, e terroristi di sinistra che ormai dettano l'agenda politica ai partiti.
I protagonisti della piazza di Torino sono i figli di una classe dirigente che per almeno trent'anni li ha educati e giustificati, cullati, accompagnandoli, come continua ancora oggi, con una presenza costante ad ogni loro iniziativa, per non lasciarli mai soli. E mentre la piazza rossa si accende, la loro guida spirituale, Mohammad Hannoun, in carcere come finanziatore di Hamas, si offre al ruolo di martire. Da una cella, continua ad aizzare una piazza che ha già scelto il suo linguaggio: quello dell'odio, organizzato, tra martello e falce.

SGOMBERATO L'ASKATASUNA, IL CENTRO SOCIALE PIU' VIOLENTO (E IMPUNITO)
Il centro sociale di Torino occupava abusivamente uno stabile dal 1996: lo sgombero è avvenuto in un giorno di guerriglia urbana contro le forze dell'ordine (DOPPIO VIDEO: canzone ironica e scontri con la polizia)
di Stefano Magni
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8392

VIDEO 1: Agenti aggrediti a Torino il 31 gennaio 2026 (2 minuti), clicca qui!

VIDEO 2: I violenti scontri a Torino (22 minuti), clicca qui!

VIDEO 3: Scontri Torino, blindato della Polizia in fiamme (2 minuti)


https://www.youtube.com/watch?v=pQaQ5ZMZs2o

VIDEO 4: Cosa è successo per Askatasuna di Matt Carus (15 minuti)


https://www.youtube.com/watch?v=2KDzlFVqTRA

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 febbraio 2026

3 - ABORTO IMPENSABILE: E ANCHE PAPA LEONE MARCIA PER LA VITA (INVECE LA CEI...)
Mettiamo a confronto la grandiosa Marcia per la vita negli USA (che si meritano l'intervento di Papa Leone) e lo sconfortante messaggio della Cei per la Giornata per la Vita 2026 (VIDEO: March for Life 2026)
Autore: Luca Volontè - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24 gennaio 2026

Alla "Marcia per la vita" di Washington, Papa Leone ribadisce l'impegno totale per la vita e dall'Amministrazione Trump, dopo alcuni tentennamenti, ripartono le misure contro l'industria dell'aborto americana e mondiale. L'attenzione della "Marcia per la Vita" quest'anno, «non è solo quella di cambiare le leggi a livello statale e federale, ma anche di cambiare la cultura per rendere l'aborto impensabile», si legge nel sito web ufficiale della Marcia 2026.
Perché ancora marciare per la vita, chiedono gli organizzatori. «Purtroppo, il numero di aborti ogni anno è ancora ben superiore a 900.000 e si prevede che tale numero diminuirà solo di circa 200.000 all'anno nell'America post-Roe. Si profilano all'orizzonte molte battaglie legislative nazionali, tra cui anche il mantenimento delle protezioni Hyde di lunga data, che limitano i finanziamenti governativi per l'aborto nei disegni di legge di bilancio annuali. L'emendamento Hyde ha salvato milioni di vite ed è senza dubbio la politica pro-vita più incisiva nella storia della nostra nazione, ma ora non può essere dato per scontato...continueremo a marciare ogni gennaio a livello nazionale fino a quando non sarà ripristinata una cultura della vita negli Stati Uniti d'America».

ROE VS WADE
Siamo infatti alla 52^ manifestazione (53° anniversario dalla sentenza "Roe vs Wade") annuale, infatti la prima "Marcia per la Vita" si era svolta nel gennaio 1974, in occasione del primo anniversario della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che legalizzava l'aborto a livello federale. 50 anni dopo, lo scorso 2021 la Corte Suprema aveva rivisto e annullato la "Roe vs Wade" con lo storico caso "Dobbs contro Jackson Women's Health Organization", decisione descritta dalla Bussola. Ora l'obiettivo è si culturale ma, la precondizione necessaria e sufficiente per combattere questa nuova battaglia, è che le riforme legislative per la tutela della vita del concepito ed i tagli contro l'aborto si mantengano e se possibile accrescano. 
Nel messaggio diffuso in vista della manifestazione annuale pro-life nella capitale degli States, Papa Leone XIV, primo pontefice statunitense della storia, ha espresso calorosi saluti e vicinanza spirituale ai manifestanti e ricordato il suo recente e cruciale discorso fatto al corpo diplomatico del 9 gennaio, di cui diversi autori hanno presentato alcuni contenuti sulla Bussola, ribadendo che «la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano».
Infatti, ha ricordato il Papa, «una società è sana e progredisce veramente solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla... affinché la vita sia rispettata in tutte le sue fasi, attraverso iniziative appropriate a tutti i livelli della società, anche attraverso il dialogo con i responsabili civili e politici». Difendendo i «nascituri», ha sottolineato il Papa, «sappiate che state adempiendo al comando del Signore di servirlo nei nostri fratelli e sorelle più piccoli». Oltre alle decine di interventi e testimonianze toccanti e forti, il Vice Presidente degli Stati Uniti JD Vance ha tenuto un discorso alla folla ribadendo l'impegno personale ed il messaggio dell'amministrazione Trump nella "Giornata Nazionale sulla Santità della vita umana" (22 gennaio), dopo le recenti contraddizioni. 

LA RETROMARCIA DEI REPUBBLICANI
Infatti, lo scorso 6 gennaio il presidente USA aveva chiesto ai repubblicani del Congresso di essere più flessibili sul finanziamento pubblico degli aborti, soprattutto sull'emendamento Hyde, nato come disposizione bipartisan nei disegni di legge sul finanziamento che ha vietato l'uso di fondi federali alle multinazionali dell'aborto per oltre 45 anni, sempre rinnovato dal 1976, sino all'ultima amministrazione Biden e che ha salvato, secondo uno studio del "Charlotte Lozier Institute", circa 2.6 milioni di bimbi.
Nei giorni successivi, non solo Marjorie Dannenfelser, presidente dell'importante associazione prolife "Susan B. Anthony Pro-Life America", ma anche altri leaders prolife avevano criticato Trump e previsto una sconfitta certa per il partito del presidente se avesse tradito gli impegni a favore della vita. Il tanto atteso disegno di legge sul programma sanitario del presidente Donald Trump, presentato alla stampa ed al Congresso il 15 gennaio, non menziona l'Emendamento Hyde, pur garantendo la collaborazione con il Congresso perché fossero incluse «le più forti protezioni possibili a favore della vita».
La retromarcia dei Repubblicani è stata repentina, il 19 gennaio, con un comunicato congiunto, i Repubblicani membri della Commissione Bilancio del Congresso, assicuravano che il disegno di legge proveniente dalla Casa Bianca era stato per includere l'Emendamento Hyde e «proteggere la vita dei bambini non ancora nati». Giovedì 22 gennaio, la "Small Business Administration" (SBA) ha avviato una indagine federale sulle agenzie abortiste affiliate a Planned Parenthood per verificare se abbiano ricevuto illegalmente 88 milioni di dollari in prestiti del "Paycheck Protection Program" (PPP), programma di ristoro economico, durante la pandemia di COVID-19. Infine, ieri, giorno della Marcia, il Dipartimento di Stato ha ampliato la cosiddetta "Mexico City Policy", norma che impedirà che gli aiuti esteri sovvenzionino l'aborto e, in un importante ampliamento, anche ai programmi di "gender e diversità, equità e inclusione" (DEI). Trump, Vance e l'intera amministrazione, dunque, compiono un passo avanti deciso ed economicamente concreto a favore della vita e contro le multinazionali dell'aborto, tutte decisioni che favoriranno la battaglia culturale pubblica a cui i movimenti pro life sono chiamati con il sostegno limpido di Papa Leone XIV.

Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo seguente dal titolo "Giornata per la Vita, rituale stanco perché dimentica le origini" parla degli scopi originali della Giornata nazionale per la Vita istituita a seguito dell'approvazione della legge 194 che legalizzò l'aborto in Italia.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 31 gennaio 2026: 

47 anni e li dimostra tutti. Domani, prima domenica di febbraio, come ogni anno dal lontano 4 febbraio 1979 la Chiesa italiana celebra la Giornata nazionale per la vita. Ma sempre più stancamente, sempre più distrattamente: qualche prete lo ricorderà tra gli avvisi alla fine della Messa; un numero minore ne farà cenno durante l'omelia; all'esterno di diverse chiese eroici volontari dei Centri di Aiuto alla Vita venderanno le primule, fiore-simbolo, anche per autofinanziarsi; forse qualche parrocchia organizzerà un convegno o una veglia di preghiera. E poi si chiude e ci si dà appuntamento all'anno prossimo, sempre più stancamente, sempre più distrattamente.
Non aiuta certo la Conferenza Episcopale Italiana con i suoi messaggi per la Giornata, così generici da suscitare qualche buon pensiero (se va bene) e poco più. Prendiamo quello di quest'anno, dal titolo "Prima i bambini": per carità, nulla di sbagliato, forse un po' di eccesso sentimentale nella definizione di una «visione evangelica dell'infanzia» che sa tanto di Mulino Bianco; però poi un lungo elenco di violazioni dei diritti dei bambini su cui fare un esame di coscienza. E si va dai bambini «vittime collaterali delle guerre degli adulti» ai «bambini "fabbricati" in laboratorio», dai bambini-soldato a quelli «fatti oggetto di attenzioni sessuali». A un certo punto si citano anche «bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere», modo elegante di definire le vittime dell'aborto, parola che nel messaggio non viene citata neanche una volta.
Perché ci soffermiamo su quest'ultimo particolare? Perché la stanchezza e la distrazione rispetto alla Giornata per la Vita sono il frutto di una dimenticanza - per non dire della rimozione - dell'origine, del motivo per cui è stata istituita. Essa è infatti la risposta all'approvazione della legge 194 del 22 maggio 1978 che legalizza l'aborto in Italia, ma è anche figlia di una battaglia condotta dalla CEI fin dall'inizio degli anni '70 per contrastare il tentativo di approvare una legge abortista; battaglia che a legge fatta la CEI intende continuare a tutti i livelli: ecclesiale, caritativo, culturale, politico.
Di quelle intenzioni oggi è rimasto praticamente nulla, se addirittura abbiamo eminenti prelati che parlano di legge 194 come «pilastro della società» e politici cattolici che «nessuno tocchi la 194».
Per capire meglio cosa è cambiato nella Chiesa in questi anni basta riprendere in mano l'Istruzione pastorale La comunità cristiana e l'accoglienza della vita umana nascente, approvata dal Consiglio permanente della CEI nella sessione del 23-26 ottobre 1978, la stessa che istituisce la Giornata per la Vita alla prima domenica di febbraio. Essa si presenta come una vera e propria «catechesi sulla responsabilità relativa all'accoglienza della vita nascente» e una chiamata all'azione, sia nelle opere di accoglienza della vita nascente (per le madri, le famiglie, le comunità ecclesiali fino agli operatori socio-sanitari) sia nell'impegno socio-politico che arriva fino alla richiesta di «operare per un superamento della legge attuale, moralmente inaccettabile, con norme totalmente rispettose del diritto alla vita».
Tutto il documento è percorso dalla consapevolezza della gravità dell'aborto, definito «un grave crimine morale» e un «gravissimo peccato», fonte di gravi problemi sociali, e dall'urgenza educativa di agire per scongiurarlo.
E in occasione della terza Giornata per la Vita, il 1° febbraio 1981, la CEI, attraverso la Commissione per la famiglia, proponeva una serie di azioni tra cui: «In ogni S. Messa, si apra la Liturgia richiamando l'attenzione dei fedeli sulla vita come dono di Dio, e sulla necessità di difenderla dai rischi sempre più numerosi e più gravi. Tra questi va annotato il tentativo di rendere colpevole la maternità e di isolare la madre che rifiuta l'aborto»; «Se possibile, si promuova una veglia di preghiera, specie fra i giovani, secondo uno schema ben studiato e preparato»; la promozione di «interventi e dibattiti, conferenze e tavole rotonde»; interventi sui giornali, radio e tv locali; ma soprattutto «In una celebrazione eucaristica ben preparata, tuttavia, l'omelia deve considerarsi il punto più luminoso ed efficace della celebrazione della "Giornata". Nessun mezzo di comunicazione sociale può sostituire il valore efficace dell'omelia domenicale».
Un altro mondo, un'altra Chiesa verrebbe da dire. Ma il motivo di tanta distanza sta nel nocciolo della questione che riguarda l'aborto, ben descritto nell'Istruzione del 1978. Pur non dimenticando «la triste presenza nella nostra società di cause sociali, di difficoltà economiche e legislative, di sofferenze psicologiche, ecc., che spesso favoriscono la tragedia dell'aborto», si pone l'accento sulla vera causa del ricorso a tale pratica: «La causa generale più determinante si ritrova nella disistima e nel rifiuto dell'assoluta intangibilità della vita umana non-ancora-nata. Ciò è frutto di una cultura che ritiene l'uomo un valore assoluto, svincolato da ogni legame con Dio e con una norma morale universale e immutabile, impegnato solo a perseguire il proprio benessere materialisticamente ed edonisticamente inteso, anche con la strumentalizzazione degli altri, sino a misconoscerne i diritti più sacri e inviolabili».
Più tardi Giovanni Paolo II avrebbe definito questa la «cultura della morte», che evidentemente ha contaminato anche la Chiesa affievolendo anche in tanti pastori il senso della sacralità della vita e della gravità unica dell'aborto. Così pian piano l'aborto - anche per amore del quieto vivere sociale - è finito, indistinto, nel lungo elenco di abusi sull'infanzia a cui volgere il pensiero almeno una volta l'anno.

VIDEO: March for Life 2026 (2 minuti)


https://www.youtube.com/watch?v=y4oO0T9VtQU

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24 gennaio 2026

4 - CASO EPSTEIN, UNA LEZIONE SUL POTERE DI QUESTO MONDO
Pubblicati milioni di documenti del finanziere pedofilo, ma alcuni non sono stati diffusi perché raccapriccianti e riguardano pedopornografia, torture e morte (VIDEO: Il film sulla pedofilia)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 3 febbraio 2026

La diffusione il 30 gennaio di altre 3 milioni di pagine, tra cui 2mila video e 180mila immagini, dei cosiddetti Epstein files, come era ampiamente prevedibile ha scatenato un mare di polemiche e attacchi reciproci. All'appello mancano ancora due milioni di pagine, che sono quelle che dovrebbero fare più riflettere. Ha detto infatti il vice procuratore generale Todd Blanche che questi documenti e immagini non sono stati pubblicati perché riguardano «immagini di abusi sessuali, pedo-pornografia, morte, ferite e abusi fisici».
Curiosamente, questa dichiarazione è anche ciò di cui si parla meno, anzi, praticamente nulla: molto più interessante concentrarsi sulla presenza del presidente americano Donald Trump o dell'ex presidente Bill Clinton, delle malattie veneree che si sarebbe preso il fondatore di Microsoft Bill Gates o delle perversioni del principe britannico Andrea. Vale a dire che l'interesse dei media è per la strumentalizzazione politica che se ne può trarre o per la pruriginosa curiosità che certi personaggi generano.
Invece il caso Epstein dovrebbe soprattutto essere preso come una lezione sul Potere o, meglio, sul Potere che governa questo mondo.
Intanto, proprio il personaggio chiave: Jeffrey Epstein, una carriera iniziata con l'insegnamento della matematica in una scuola secondaria per poi approdare alla finanza e scalarne le vette, si dice grazie a una straordinaria capacità di tessere relazioni sociali. Eppure rimane misterioso come il figlio di un giardiniere e di una casalinga di Brooklyn possa diventare dal nulla un miliardario in grado di manovrare politici e uomini d'affari di mezzo mondo. Ed è quantomeno curioso come possa essere arrivato impunemente a gestire un vero e proprio traffico di esseri umani quando già poco più che ventenne era stato segnalato nella scuola dove insegnava per le attenzioni morbose verso le studentesse minorenni. E come abbia comunque potuto sviluppare il suo turpe commercio dopo una prima pena mite ottenuta con un vergognoso patteggiamento nel 2008 per sfruttamento della prostituzione: 18 mesi di detenzione poi ridotti a 3 mesi e mezzo più altri dieci mesi scarsi di uscita quotidiana per il lavoro.

LA FREQUENTAZIONE DELLE RESIDENZE DI EPSTEIN
Fino al secondo arresto nel 2019 per denunce che non si potevano evidentemente più ignorare, a cui si è sommato il sequestro dei documenti, immagini e filmati di cui si parla in questi giorni, Epstein ha costruito una incredibile rete di relazioni influenti internazionali che coinvolgono uomini politici di peso (uno per tutti l'ex premier israeliano Ehud Barak), servizi segreti di Paesi come Russia e Israele, uomini d'affari miliardari, tutti ricattabili o ricattati.
E qui è il punto: la frequentazione delle residenze di Epstein, inclusa la famosa isola privata caraibica Little Saint James, e l'uso del suo aereo personale, non hanno colore politico né bandiera nazionale. Anche se le donazioni elettorali americane di Epstein favorivano nettamente il Partito democratico, le "amicizie" andavano ben oltre, erano trasversali e transnazionali. E la capacità di condizionare la vita personale, gli affari e le decisioni politiche ed economiche altrettanto.
Non per niente già a settembre, dopo la pubblicazione dei primi file, è stato rimosso da ambasciatore britannico negli Stati Uniti Lord Peter Mandelson, che ora si scopre aver passato a Epstein informazioni confidenziali quando era ministro dell'Economia nel governo Brown; mentre in Slovacchia si è dovuto dimettere il consigliere per la sicurezza del premier Fico, Miroslav Lajčák; e non parliamo dello sconquasso provocato nelle famiglie reali britannica e norvegese.
Certo, bisogna anche essere attenti a non fare di ogni erba un fascio: non tutti i nomi che appaiono negli Epstein files sono necessariamente colpevoli di misfatti, ma come funziona il Potere è comunque chiaro: c'è un livello superiore, ai più sconosciuto, che facendo leva su debolezze e perversioni e usando l'arma del ricatto condiziona in diversi modi governi, parlamenti, economie.

VIZI E PERVERSIONI
Ed è una cosa che va ben oltre la soddisfazione di vizi e perversioni che i ricchi e i potenti pensano di potersi permettere. Non parliamo cioè di cose simili alle "cene eleganti" di Arcore, magari in una dimensione extralarge: qui siamo proprio a un altro livello, quello che seleziona chi conta e chi no. E l'accenno del vice Procuratore generale Blanche a morti, torture e pedopornografia fa piuttosto pensare a una élite legata anche a riti iniziatici, satanisti.
Oltre 1.200 sono le vittime identificate, ha detto Blanche, una enormità: 1200 ragazze, molte minorenni, sacrificate sull'altare del Potere, usate come oggetto di piacere, ridotte a schiave sessuali, torturate e poi abbandonate come stracci ormai inservibili. Il caso più conosciuto è quello di Virginia Giuffré, la grande accusatrice del principe Andrea oltre che di Epstein e della sua complice Ghislaine Maxwell, suicidatasi nell'aprile 2025 e di cui sono uscite postume le memorie (Nobody's girl, la ragazza di nessuno). Ma come lei tutte le altre.
Perché il Potere del mondo è questo - di "sistemi Epstein" ce ne sono molti -, non riconosce la dignità delle persone che sta nell'essere fatte a immagine e somiglianza di Dio, le usa per i propri fini, semina sofferenze e morte, distrugge tutto ciò che è umano.
Per questo non basta indignarsi o semplicemente puntare l'indice come se noi fossimo semplicemente lontani spettatori o ci ritenessimo immuni dal fascino che il Potere esercita. E men che meno siamo chiamati a partecipare al gioco del "chi è più corrotto" per far prevalere una parte politica sull'altra.
Siamo invece chiamati anzitutto a riconoscere che solo l'appartenenza a Cristo e alla Chiesa dà a noi e a ciascuno piena dignità umana, ci rende liberi da questo Potere e capaci di costruire luoghi di umanità che possono generare speranza e vincere questo obbrobrio che sa di morte.

Nota di BastaBugie: nel seguente video dal titolo "Sound of Freedom, il film più importante mai fatto in America" (durata: 35 minuti) Jim Caviezel, l'attore principale del film, e Tim Ballard, il vero protagonista della storia raccontata nel film, denunciano il traffico di bambini e il racket della pedofilia in atto negli Stati Uniti.
Per approfondimenti sul film Sound of freedom e per vedere il trailer, clicca nel seguente link.
https://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=124


https://www.youtube.com/watch?v=fXuKi3vKR4Q

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 3 febbraio 2026

5 - DALLE PIAZZE ALLE URNE, AVANZA IL PARTITO ISLAMICO D'ITALIA
Moschee, piazze, scuole e università formano una rete pensata per trasformare l'identità islamica in forza politica decisiva grazie alla sinistra radicale (VIDEO: I numeri dell'invasione islamica)
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31 gennaio 2026

L'islam avanza dentro le nostre istituzioni con passo ormai visibile. Lo fa attraverso l'elezione di consiglieri comunali, mediante esponenti che assumono posizioni sempre più nette sui temi dell'attualità, grazie al legame solido e crescente intrecciato tra le comunità musulmane, i centri sociali, le sigle extraparlamentari e i partiti di sinistra: un'alleanza cementata nelle piazze attorno alla causa ProPal e, soprattutto, capace di trasformare in realtà ciò che per anni è rimasto soltanto una minaccia evocata: il partito islamico italiano. Sarà il contesto favorevole, sul piano mediatico, dettato dall'elezione di un sindaco musulmano a New York, come se l'eco d'oltreoceano potesse tradursi automaticamente in un copione domestico. Ma sta di fatto che iniziano ad essere numerose le realtà, ed è difficile prevedere cosa ci riserverà il futuro.
C'è MuRo27 - Musulmani per Roma 2027, per esempio: un progetto che ruota attorno a Francesco Tieri, ingegnere convertito all'islam. S'era già affacciato alla politica nel 2021 con la candidatura alle primarie del centrosinistra nel V Municipio: 600 voti alle primarie di Centocelle-Tor Pignattara, raccogliendo le istanze dei musulmani in quelle zone. Poi la candidatura alle comunali con Demos a sostegno di Roberto Gualtieri. 
In una città che conta 110mila musulmani, di cui 30mila con diritto di voto, la sfida si fa interessante. Con sale di preghiera già trasformate in palcoscenici elettorali nel 2021, MuRo27 si proietta verso una sfida che si estende dal diritto di culto alla lotta all'islamofobia, fino all'orizzonte dichiarato di una shari'a declinata in chiave italiana.
L'obiettivo è esplicito: incidere sull'agenda politica muovendo dai principi della religione musulmana, portando a compimento il paradigma dell'islam tra poligamia, punizione per apostasia, sottomissione della donna, diffida della libertà individuale e condanna come peccato di tutto ciò che esce dal perimetro delle sue regole.
L'islam nega la separazione tra Stato e culto: la domanda, allora, è dove intenda arrivare attraverso una rappresentanza istituzionale. La shari'a non si esaurisce nel rito, ma disciplina la famiglia, la società, l'economia, il diritto, l'organizzazione stessa della vita civile, collocandosi agli antipodi dei principi che regolano il modus vivendi italiano. È un impianto che trae legittimazione da un'autorità trascendente e ambisce a governare ogni ambito del vivere collettivo: non può che entrare in rotta di collisione con i sistemi giuridici degli Stati europei.

HAMAS IN ITALIA
Negli ultimi anni, questa volontà di affermazione ha mostrato la capacità di costruire legami e convergenze: la propaggine di Hamas in Italia, guidata dall'imam Hannoun, affiancata a sigle come Usb e Potere al Popolo; piazze gremite non più soltanto da gruppi di matrice islamica - come i Giovani Palestinesi Italiani, che il 7 ottobre scorso hanno sfilato a Bologna inneggiando alla strage di Hamas - ma anche da organizzazioni della sinistra radicale. È una saldatura che risponde a una logica di reciproca necessità: l'estrema sinistra utilizza la causa palestinese per colpire il governo italiano, mentre i musulmani sfruttano reti e connessioni profondamente radicate per rilanciare la propria battaglia, spingere l'Italia a recidere i legami con Israele e affermarsi nelle istituzioni, esibendo la forza del movimento. 
In questa cornice, le varie sigle comprendono di poter osare di più, cercando consenso soprattutto nelle periferie e tra gli astenuti, intercettando malcontento e frustrazione. Non a caso a Roma sono comparse bandiere del Palestine Communist Party, con lo slogan in arabo: «Lavoratori del mondo unitevi», in una chiamata alla mobilitazione antigovernativa che salda la questione umanitaria a quella sociale.
È qui che il quadro si ricompone. Nelle parole pronunciate in una recente diretta social da Brahim Baya, predicatore islamico di Torino, e da Davide Piccardo, coordinatore del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano e Monza e Brianza, affiora senza filtri l'obiettivo perseguito da mesi: trasformare la presenza numerica della comunità islamica in forza politica consapevole. «La nostra comunità conta tre o cinque milioni di persone. Quello che voglio dalla comunità e da chi guida questa comunità è renderla in grado di essere consapevole dei suoi diritti, di come lottare per i suoi diritti insieme al resto della cittadinanza. Il problema è che la nostra comunità anche agli appuntamenti elettorali non è detto che sia partecipe e non è detto che sia consapevole del suo peso e della possibilità che ha di far valere i propri diritti ed è questo che fa sì che gli altri si azzardino sempre di più ad attaccarci». Una chiamata esplicita alle urne.

L'ISLAM ITALIANO È ORGANIZZATO
Baya non è nuovo a questa linea. È lui che sta spingendo la comunità islamica a votare "no" al referendum sulla giustizia; è lui che ha difeso con veemenza l'imam di via Saluzzo, Mohamed Shahin, lasciato in libertà dal Tribunale di Torino nonostante un decreto di espulsione perché ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale; ed è sempre lui che in passato ha celebrato Yahya Sinwar come martire, nonostante sia la mente dell'eccidio del 7 ottobre.
E la liberazione dell'imam Shahin ha segnato un passaggio decisivo. Non è stata una sentenza come le altre: per la prima volta, i musulmani organizzati in Italia si sono mostrati come una forza capace di esercitare pressione, mobilitare consenso, ottenere risultati. A suggellarlo, le parole della giornalista Karima Moual, che sui social rivendica la svolta: «Per la destra islamofoba è finita la pacchia. L'islam italiano oggi è organizzato. La liberazione dell'imam Shahin ne è la prova».
Il partito islamico torna ciclicamente a riaffacciarsi nelle cronache, come un'ipotesi che si dissolve e poi riemerge. Ricordiamo l'ultimo banco di prova che è stato Monfalcone, la scorsa primavera, dove una lista composta da candidati di fede islamica, tutti stranieri, guidati da Bou Konate, ex assessore di centrosinistra, originario del Senegal, non ha superato lo sbarramento, pur riuscendo a portare in consiglio comunale un consigliere musulmano eletto nelle file del Partito democratico.
Prima di Monfalcone, un precedente si era già delineato a Magenta con La Nuova Italia. Partito nato su impulso di Munib Asfaq, ragioniere pakistano, contro l'amministrazione comunale che aveva negato alla comunità islamica la concessione di un'area per la preghiera settimanale. Il programma fissava obiettivi espliciti: ius soli, gestione dei permessi di soggiorno in ambito comunale e creazione di spazi di culto.
Il potere dei nuovi leader islamici nasce, così, dalla capacità di negoziare e mediare con la società che li circonda, ma soprattutto di "costruire l'islam senza compromessi" dentro il contesto italiano. È su questo terreno che l'agenda del partito islamico prende forma: moschee, scuole, università e piazze sono i nodi di una rete pensata per trasformare l'identità islamica in forza politica che conta.

A LONDRA NASCE IL PARTITO MARXISLAMISTA E VOLA GIA' AL 10%
E anche a New York è in arrivo il primo sindaco islamico: socialista, pro-Hamas e pro-aborto
di Lorenza Formicola
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8239

VIDEO: I numeri dell'invasione islamica (2 minuti)
Il video è del 2015, ma già dava conto di una situazione drammatica che nel tempo è peggiorata.


https://www.youtube.com/watch?v=BruJNxUKmOE

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31 gennaio 2026

6 - STOP AL MULTILATERALISMO MONDIALISTA, GLI USA SI RITIRANO DA 66 ENTI
Come promesso Trump ha stabilito il ritiro da 66 organizzazioni manovrate da lobby internazionali, tra cui il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) e il Fondo dell'ONU per la popolazione (UNFPA)
Autore: Luca Volontè - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10 gennaio 2026

Detto, fatto. A un anno dall'annuncio della volontà di uscire da molti organismi internazionali, ormai divenuti un crogiolo di burocrazie dannose e incapaci di portare soluzioni rispettose delle identità nazionali, gli USA hanno tagliato finanziamenti e ponti con 66 organizzazioni, 31 delle quali legate all'Onu. Lo hanno fatto con un memorandum firmato dal presidente Donald Trump il 7 gennaio 2026 e che fa seguito all'ordine esecutivo del 4 febbraio 2025, n. 14199 (Ritiro degli Stati Uniti da alcune organizzazioni delle Nazioni Unite, cessazione dei finanziamenti alle stesse e revisione del sostegno degli Stati Uniti a tutte le organizzazioni internazionali). Una mossa decisa e chiara che dovrebbe indurre anche i Paesi europei a riflettere sull'urgente necessità di riformare drasticamente ed eliminare gran parte di questi organismi internazionali, in molti casi prede di lobby ideologicamente orientate e contrarie anche allo spirito e alla lettera della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, adottata dall'Assemblea generale dell'Onu nel 1948.
La decisione del presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dalle suddette 66 organizzazioni segna uno dei cambiamenti più radicali nella politica estera statunitense degli ultimi decenni. Molti di questi enti sono agenzie, commissioni e comitati consultivi legati alle Nazioni Unite che si occupano di clima, lavoro, migrazione e altre questioni che l'amministrazione Trump ha classificato come iniziative a favore della "diversità" e del "woke". Altre organizzazioni, non appartenenti alle Nazioni Unite, presenti nell'elenco includono il Partenariato per la cooperazione atlantica, l'Istituto internazionale per la democrazia e l'assistenza elettorale, il Forum globale contro il terrorismo, la Commissione di Venezia. In tutti questi casi, l'amministrazione Trump «ha ritenuto che gli enti fossero ridondanti nella loro portata, mal gestiti, inutili, dispendiosi, mal amministrati, influenzati dagli interessi di attori che promuovono i propri programmi, contrari ai nostri, o una minaccia alla sovranità, alle libertà e alla prosperità generale della nostra nazione», come ha dichiarato il segretario di Stato, Marco Rubio, in una nota nella quale si avverte che «la revisione di ulteriori organizzazioni internazionali ai sensi dell'ordine esecutivo 14199 è ancora in corso». Il messaggio è chiaro: i giorni in cui miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi finivano a interessi stranieri sono finiti.
Al di là delle lamentele provenienti l'8 gennaio dal segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, la decisione di Washington è un salutare rifiuto del tipo di multilateralismo che ha plasmato gran parte dell'ordine globale dalla fine della Guerra Fredda. Il mondo è cambiato, Trump vuole esserne protagonista, l'Europa è invece preda di personalismi liberal-socialisti fuori tempo, oltreché dannosi. La Casa Bianca sostiene che queste organizzazioni non servono più gli interessi degli Stati Uniti e nemmeno l'ordine globale, piuttosto promuovono ideologie - dall'ambientalismo ai programmi Lgbt e pro aborto - sempre più distanti dagli interessi reali dei popoli.
Tra gli enti da cui gli Stati Uniti si sono ritirati figurano il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, UN Women e il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), tutti manovrati da lobby internazionali che hanno imposto la propria ingegneria sociale a molte nazioni. In questo contesto, la decisione dei giorni scorsi è da intendersi come una difesa della libertà e responsabilità decisionale nazionale contro strutture che, nella pratica, operano senza una reale responsabilità nei confronti dei cittadini e spesso senza rendere conto nemmeno agli Stati.
Il memorandum presidenziale riflette anche un cambiamento nella strategia più ampia degli Stati Uniti. Washington ha preso atto che, anche a causa dell'inadeguatezza della presidenza Biden, il mondo è diventato sempre più diviso e che gli USA - prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca - contavano sempre meno rispetto alla Cina, alla Russia e in generale ai BRICS. In coerenza con gli impegni dell'America First, l'amministrazione Trump sta perseguendo un approccio bilaterale, transazionale e pragmatico, invece dell'indistinto multilateralismo e "tafazzismo" europeo.

Nota di BastaBugie: Ermes Dovico nell'articolo seguente dal titolo "Aborto, Lgbt, Dei: gli USA tagliano i fondi per l'estero" parla dell'amministrazione Trump che ha pubblicato tre regolamenti con cui introduce forti restrizioni in tema di aiuti all'estero, eliminando i finanziamenti all'aborto, all'ideologia di genere e alle politiche su diversità, equità e inclusione (Dei). L'iniziativa ha avuto il plauso dei vescovi americani.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 4 febbraio 2026:

Alla Marcia per la Vita di Washington, lo scorso 23 gennaio, il vicepresidente J. D. Vance aveva preannunciato la «storica espansione» della Mexico City Policy, ossia della politica adottata per la prima volta sotto Ronald Reagan che taglia i fondi alle organizzazioni che procurano o promuovono l'aborto all'estero come metodo di pianificazione familiare. E quattro giorni più tardi il Dipartimento di Stato ha messo tutto nero su bianco, pubblicando tre nuovi regolamenti con cui gli Stati Uniti introducono forti restrizioni in tema di aiuti all'estero, eliminando i finanziamenti diretti e indiretti all'aborto, all'ideologia di genere e alle politiche su diversità, equità e inclusione (Dei).
Non è la prima volta che l'amministrazione Trump espande la Mexico City Policy: era già successo durante il primo mandato del tycoon alla Casa Bianca, quando la suddetta politica era stata ampliata, anche con aggiunte in corso d'opera, per ricomprendere vari programmi di salute globale finanziati dagli USA (assumendo il nome di Protecting life in global health assistance), con il venir meno di circa dieci miliardi di dollari per le organizzazioni abortiste. Grazie ai tre nuovi regolamenti, questa somma è destinata a triplicare. «Le nuove restrizioni riguarderanno tutti gli aiuti esteri non militari, per un totale di circa 30 miliardi di dollari, di cui 14 miliardi destinati ad attività umanitarie», riferisce Lisa Correnti del Center for family & human rights (C-Fam). Con le nuove normative si andranno a chiudere molte scappatoie, attraverso le quali, anche durante la prima presidenza di Donald Trump, «i fondi statunitensi hanno continuato ad affluire alle organizzazioni per l'aborto grazie alla deroga per i programmi umanitari, le organizzazioni registrate negli Stati Uniti, i governi stranieri e le organizzazioni multilaterali come le Nazioni Unite», come spiega ancora C-Fam. Le nuove restrizioni si applicano invece anche agli aiuti bilaterali (questo significa che i governi stranieri beneficiari di fondi statunitensi dovranno applicare a loro volta le restrizioni per poter "girare" quegli stessi fondi) e alle agenzie dell'Onu, che per beneficiare degli aiuti volontari degli Stati Uniti dovranno quindi eliminare dai loro programmi la promozione dell'aborto, delle politiche Dei e dell'ideologia di genere.
Ai tre nuovi regolamenti è stato dato il nome collettivo di Promoting human flourishing in foreign assistance Policy (Politica di promozione della prosperità umana nell'assistenza estera). Più in particolare, il regolamento sull'ideologia di genere chiarisce innanzitutto che questa «è un'ideologia che sostituisce la categoria biologica del sesso con un concetto in continua evoluzione di identità di genere autovalutata, consentendo la falsa affermazione che i maschi possano identificarsi e quindi diventare femmine e viceversa». E vieta conseguentemente il finanziamento delle organizzazioni che promuovono i trattamenti ormonali e chirurgici per la cosiddetta "transizione di genere" o anche che avallano la sola "transizione sociale" (già dannosa di suo), cioè il cambio di nome, l'adozione di pronomi e altri espedienti contrari al sesso biologico di una persona. La portata del regolamento è molto ampia, vietando ad esempio il finanziamento di «workshop, spettacoli o documentari sulle drag queen» aventi il fine di promuovere l'ideologia gender.
Significativo anche il titolo del regolamento sulle politiche Dei: Combattere l'ideologia discriminatoria dell'equità negli aiuti esteri. Come dire: l'equità sottesa al termine Dei è manipolazione del linguaggio. Nel testo si spiega che «questa ideologia […] tratta gli individui come membri di gruppi preferiti o sfavoriti», guardando dunque al "gruppo" di appartenenza più che alla singola persona, ai suoi meriti, alle sue capacità.
Le nuove normative entreranno in vigore il 26 febbraio 2026, fatti salvi eventuali ricorsi legali. Esse non si applicano alle sovvenzioni esistenti, che comunque sono molto ridotte rispetto all'amministrazione Biden: nel 2025 è stato infatti cancellato l'87% delle sovvenzioni supervisionate dall'ormai dismessa UsAid, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, accorpata al Dipartimento di Stato.
La decisa espansione della Mexico City Policy è stata accolta con favore dalla Conferenza episcopale statunitense, che ha pubblicato un comunicato a firma di tre vescovi presidenti di commissioni impegnate nei temi oggetto della nuova politica: mons. Edward Burns (Commissione per i laici, la vita familiare e la gioventù), mons. Daniel Thomas (Commissione per le attività pro vita), mons. Elias Zaidan (Commissione per la giustizia e la pace internazionale). Nel cuore della nota, in mezzo al richiamo a condividere le «benedizioni» di Dio e ad evitare di danneggiare «coloro che sono emarginati a causa della loro razza o etnia», i vescovi statunitensi affermano: «Sosteniamo un finanziamento consistente per un'assistenza estera autentica che salvi vite umane e affermi la vita, e applaudiamo le nuove politiche che impediscono che il denaro dei contribuenti vada a organizzazioni che si dedicano alla colonizzazione ideologica e promuovono l'aborto o l'ideologia di genere all'estero».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10 gennaio 2026

7 - OMELIA V DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5, 13-16)
Il giusto risplende come luce
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

Alla scuola di Gesù - l'unica scuola di vita, perché è l'unica dove si insegna la verità che è sempre uguale a se stessa, che vale sempre, che è sempre attuale per tutti fino all'ultimo minuto della loro esistenza - oggi l'argomento in programma è: come deve essere la presenza del cristiano nel mondo? E il nostro Maestro tratta questo tema con la sublime semplicità che gli è consueta, mediante il vigore, l'evidenza, la concretezza di due paragoni: il paragone del sale e il paragone della luce.

1) IL DOVERE DI TESTIMONIARE CRISTO (il sale della terra)
Voi siete il sale della terra (Mt 5,13). C'è in questa immagine un insegnamento implicito, che qui Gesù non sviluppa, e un insegnamento esplicito che apertamente viene proposto.
L'insegnamento implicito è che il cristiano - normalmente e salvo una vocazione particolare - non deve isolarsi, ma deve restare a vivere nella condizione in cui il Signore l'ha posto.
Il sale non si mangia a parte, ma si scioglie nelle vivande. Solo così riesce a esaltare i diversi sapori che diversamente rimarrebbero come nascosti e vanificati. Allo stesso modo noi cristiani non dobbiamo accarezzare il sogno di metterci per nostro conto, pretendendo di abitare un mondo tutto per noi. È normale e giusto che nei quartieri, negli ambienti di lavoro, nelle varie forme di socializzazione, credenti e non credenti si trovino insieme. E appunto in questa naturale coabitazione noi dobbiamo compiere il tentativo di tradurre in pratica gli insegnamenti del Vangelo. Questo è il bello e il difficile: essere cristiani in un mondo che non lo è.
Posti in questo stato di mescolanza, è ovvio che i discepoli di Gesù siano disposti a comunicare cordialmente con tutti, senza chiusure impossibili e senza fanatiche intransigenze. Ma questo stato di mescolanza in tanto è accettabile in quanto diventa occasione per diffondere la verità che salva, anche solo con la silenziosa testimonianza dell'esempio. Il sale si scioglie negli alimenti per salarli, non per lasciarli insipidi come prima: colui che ha creduto al Vangelo si immerge nell'umanità che gli sta attorno per evangelizzarla.
Questo dovere, che è di tutti i credenti, è espressamente richiamato dal Concilio Vaticano II che, proprio citando questa pagina di Vangelo, dice: «Tutti i cristiani dovunque vivano sono tenuti a manifestare con l'esempio della vita e con la testimonianza della parola l'uomo nuovo, che hanno rivestito col battesimo, e la forza dello Spirito Santo, dal quale sono stati rinvigoriti con la confermazione, così che gli altri, vedendo le loro opere buone, glorifichino il Padre e comprendano più pienamente il significato genuino della vita umana e l'universale vincolo di comunione tra gli uomini» (Ad Gentes, 11).
Perché questo avvenga, occorre che, pur mescolandoci col mondo dell'incredulità, noi conserviamo nitida e viva la nostra identità cristiana, anche se può apparire ostica all'opinione mondana. Se no, non gioviamo agli altri e smarriamo noi stessi. Proprio questo è l'insegnamento che in modo diretto il Signore Gesù vuole impartirci col paragone del sale. Il sale ha in sé un sapore pungente. Ma appunto questo sapore lo rende indispensabile e gli consente di avvalorare ogni cibo. Un sale in cui questo sapore irritante fosse attenuato, un sale per così dire "dolcificato", sarebbe il più inutile degli ingredienti: A null'altro serve che a essere gettato via. Parimenti il discepolo di Gesù, che vive nel mondo in dialogo con tutti, deve mantenere intatta l'autenticità del messaggio che porta, anche se i palati mondani lo trovano aspro. Il nostro è un messaggio in cui si parla della salvezza raggiunta mediante la croce, si esalta il valore impareggiabile della sofferenza, si rovesciano i comuni criteri di comportamento (come ci ha insegnato domenica scorsa la pagina delle Beatitudini). È un messaggio in cui non si rinnega ciò che è terrestre e temporale, ma lo si finalizza al regno invisibile ed eterno. È un messaggio in cui non si disprezza né il corpo né tutta la sua varia vitalità, ma si rivendica il primato dello spirito. È un messaggio in cui la liberazione, il progresso, il benessere dell'uomo non possono e non vogliono essere ottenuti con la prepotenza o a prezzo della rinuncia a ogni disciplina morale, ma aprendo il proprio cuore al pentimento, alla fede, alla legge della carità.
Ebbene, questo messaggio deve restare integro nella sua verità; e integro, senza sconti e senza alterazioni, va presentato anche al nostro tempo.
Non illudiamoci che la "dolcificazione" di questo "sale" divino ci consenta di essere più facilmente accolti e capiti dal mondo. Ci condurrebbe piuttosto a "essere calpestati dagli uomini", i quali di un cristianesimo in larga parte assimilato alla mentalità ormai dominante non saprebbero proprio che fare.

2) LA VERITÀ DI CRISTO NON PUÒ RESTARE NASCOSTA (la luce del mondo)
Voi siete la luce del mondo (Mt 5,14). La prerogativa di essere "luce" è propria del Figlio di Dio, la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). Ma qui è attribuita anche ai cristiani, perché appunto la presenza di un cristianesimo coraggioso e operante riesce, con la grazia di Cristo, a rompere il buio dell'errore, della menzogna, dell'ingiustizia che opprime la terra. La luce di sua natura si irradia in tutte le direzioni. Una fonte luminosa, se la si scherma o la si nasconde, è come se non ci fosse. Così la Chiesa di Cristo deve farsi conoscere, deve farsi sentire, deve proporre chiaramente la strada che conduce al Padre e al Regno, in mezzo all'intrico delle molte proposte aberranti, deve saper inquietare la falsa pace delle coscienze, deve arrivare ad offrire consolazione e speranza agli smarriti. Certo tutto questo va compiuto senza ostentazione, senza arroganza, senza trionfalismi, con la tranquilla mitezza della luce, la quale non fa violenza a nessuno, ma tutti affascina, tutti persuade, a tutti senza costrizione svela le cose come sono.
La Chiesa, secondo le direttive del Signore che abbiamo ascoltato, non è una colleganza anonima e quasi impercettibile. È la città posta sul monte, che deve avere le sue strutture, i suoi mezzi di azione e di espressione, le sue opere di apostolato e di carità. È una città che non può restare nascosta, dal momento che è stata fondata perché tutti, vicini e lontani, vedano in essa un sicuro punto di riferimento nelle incertezze dell'esistenza e percepiscano il segno della presenza misericordiosa del nostro Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1 Tm 2,4).

Nota di BastaBugie: per acquistare il libro "Stilli come rugiada il mio dire" che raccoglie le omelie per le Domeniche del Tempo Ordinario (tre volumi, € 29), clicca qui!
Le Edizioni Studio Domenicano hanno autorizzato la pubblicazione della porzione di testo sopra riportata con lettera del 3 luglio 2023.

Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

Stampa ArticoloStampa


BastaBugie è una selezione di articoli per difendersi dalle bugie della cultura dominante: televisioni, giornali, internet, scuola, ecc. Non dipendiamo da partiti politici, né da lobby di potere. Soltanto vogliamo pensare con la nostra testa, senza paraocchi e senza pregiudizi! I titoli di tutti gli articoli sono redazionali, cioè ideati dalla redazione di BastaBugie per rendere più semplice e immediata la comprensione dell'argomento trattato. Possono essere copiati, ma è necessario citare BastaBugie come fonte. Il materiale che si trova in questo sito è pubblicato senza fini di lucro e a solo scopo di studio, commento didattico e ricerca. Eventuali violazioni di copyright segnalate dagli aventi diritto saranno celermente rimosse.