BastaBugie n�964 del 11 febbraio 2026

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1 CHI ERA ANTONINO ZICHICHI: L'EREDITA' OSTEGGIATA DI UN UOMO DI FEDE E DI SCIENZA
E' morto il 9 febbraio il fisico di fama mondiale che ha scoperto l'antimateria nucleare e fondato la Federazione mondiale degli scienziati (VIDEO: Gli errori dell'ateismo secondo Zichichi)
Autore: Enzo Pennetta - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 GROENLANDIA: SENZA DIO, IL POTERE DIVENTA VIOLENZA
Sterilizzazioni forzate per cancellare l'identità di un popolo: la Danimarca non ha nulla da insegnare agli Stati Uniti
Autore: Paola Belletti - Fonte: Sito del Timone
3 LA GRAZIA, IL FILM DI SORRENTINO CHE NORMALIZZA L'EUTANASIA
Una narrazione sbilanciata che trasforma il dubbio morale in un fastidio da rimuovere
Autore: Redazione - Fonte: Provita & Famiglia
4 COSA VOGLIONO DAVVERO I LEFEBVRIANI CON LE ANNUNCIATE ORDINAZIONI EPISCOPALI
La decisione di consacrare altri 5 vescovi senza mandato pontificio in nome dello stato di necessità significa permanere nello scisma operato da Lefebvre trasformando la Tradizione in un criterio autoattribuito
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 CINQUANT'ANNI DI REPUBBLICA, IL QUOTIDIANO LAICISTA CHE PIACE ALLA GENTE CHE PIACE
Pro aborto, pro eutanasia, pro lgbt, pro tutto, ma oggi i lettori del giornale-partito che fu di Eugenio Scalfari sono sempre meno
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Sito del Timone
6 SANTA CLELIA BARBIERI: DAL SERVIZIO IN PARROCCHIA ALLA FONDAZIONE DI UN ISTITUTO
Sotto la guida lungimirante del parroco don Gaetano Guidi, a 23 anni diventa la più giovane fondatrice di un istituto religioso (VIDEO: La vita di Santa Clelia)
Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Santi e Beati
7 OMELIA VI DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5, 17-37)
Beato chi cammina nella legge del Signore
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
8 OMELIA MERCOLEDI' DELLE CENERI (Mt 6,1-6.16-18)
State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie

1 - CHI ERA ANTONINO ZICHICHI: L'EREDITA' OSTEGGIATA DI UN UOMO DI FEDE E DI SCIENZA
E' morto il 9 febbraio il fisico di fama mondiale che ha scoperto l'antimateria nucleare e fondato la Federazione mondiale degli scienziati (VIDEO: Gli errori dell'ateismo secondo Zichichi)
Autore: Enzo Pennetta - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10 febbraio 2026

Il 9 febbraio è morto, nel suo letto, il professor Antonino Zichichi, fisico e divulgatore scientifico, fra i più noti al pubblico italiano. Era diventato un nome scomodo quello di Zichichi, il Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati. Il suo è un nome che si può scrivere anche senza farlo precedere da titolo di "Fisico" e dal nome di battesimo, la sua notorietà è stata una di quelle che non avevano bisogno di presentazioni anche presso la gente comune.
Parliamo di un uomo che è stato in grado di avvicinare la grande fisica alle persone semplici e, questa, in un mondo in cui è nato la locuzione "lo dice la scienza", è stata una caratteristica imperdonabile. In molti lo ricordano quando rispondeva alle domande sulla scienza nella trasmissione Mattina in famiglia, una collaborazione durata venti anni e terminata nel 2009. La gente amava quel fisico dai capelli bianchi che, per certi versi, ricordava Albert Einstein. Ma va detto che quel fisico, che tanta presa aveva presso l'opinione pubblica, nel 2007 aveva iniziato ad assumere posizioni critiche su un argomento che proprio in quegli anni stava diventando tabù: la questione del riscaldamento climatico causato dell'uomo (Agw). Sempre nel 2007 era iniziata una campagna mediatica a favore dell'Agw, quello era l'anno in cui l'ex vicepresidente degli Usa, Al Gore, vinceva sia il premio Oscar che il premio Nobel con il documentario An Unconvenient Truth. In quel contesto ad essere sconvenienti erano proprio le critiche di Zichichi.

LA SCIENZA DI ZICHICHI ERA QUELLA GALILEIANA
Questa sua posizione scomoda andava a cozzare contro la tendenza opposta a porre la scienza come territorio dell'autorità indiscutibile, le affermazioni di Al Gore erano fatte in nome della scienza e niente doveva porle in dubbio. Per capire la differenza tra la scienza di Antonino Zichichi e quella che non ammetteva critiche bisogna andare indietro nel tempo. La scienza di Zichichi era quella galileiana, figlia della Rivoluzione scientifica iniziata nel Seicento da Galileo Galilei, colui che cercava nelle pietre le impronte del Creatore, come amava dire spesso Zichichi riferendosi al grande fisico pisano. Anche in questo Antonino Zichichi si poneva in disaccordo con la narrazione che voleva un contrasto tra fede e scienza. Quello stesso Galilei che, con la testimonianza della propria vita, aveva mostrato la non conflittualità tra fede e scienza, veniva usato da altri per dimostrare l'esatto contrario e cioè il conflitto insanabile tra fede e scienza.
Quest'ultima tesi si basa sulle note vicende del processo subito da Galilei per via del suo libro Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano dove prendeva le parti del sistema copernicano, una triste vicenda nella quale ad essere in questione non era in realtà la scienza, ma indirettamente la politica e in particolare delicate questioni legate alle sanguinose guerre tra Cattolici e Luterani che avevano devastato l'Europa per un secolo. Ma all'analisi storica dei fatti si è preferita la narrazione teatrale di Bertold Brecht in Vita di Galileo che mostra un confronto del pisano contro gente rozza e ignorante mentre invece si trattava delle migliori menti scientifiche dell'epoca che ponevano obiezioni legittime.
E proprio la visione galileiana di un universo governato da leggi razionali che rimandano ad un'intelligenza divina è stata per decenni la colpa principale attribuita a Zichichi, una colpa che gli venne rinfacciata già nel 2003 in un libro irridente dal titolo Zichicche a lui dedicato dal matematico Piergiorgio Odifreddi, un libro dal sottotitolo Pensieri su uno scienziato a cavallo tra politica e religione. In sostanza nel libro si rimprovera a Zichichi di aver affermato più volte che tutto nell'universo è strutturato in modo razionale e logico, gli scienziati constatano che dalla realtà fisica emerge ovunque un ordine, cosa che fa dire al fisico di Erice «Perché credo in colui che ha fatto il mondo», titolo di un suo libro del 1999.
Zichichi dunque critico sulle affermazioni della "scienza" e perfino credente, ce n'era a sufficienza affinché venisse a sua volta criticato aspramente e osteggiato, nonostante un nome che nella considerazione delle persone era sinonimo di massima autorità di riferimento.

LA POLITICA AL SERVIZIO DELLA SCIENZA
E qui è necessario evidenziare l'esistenza di due diversi modi di concepire la Scienza, quello di Zichichi, che come abbiamo visto si rifà a quella galileiana, e quello di coloro che hanno invece come riferimento il filosofo inglese, contemporaneo di Galilei, Francis Bacon. Quella che nei manuali di filosofia viene indicata con il termine "Rivoluzione scientifica" è legata al nome di Galilei che come abbiamo visto aveva come fine la scoperta delle leggi della natura e partiva dal presupposto che la natura fosse intellegibile proprio perché governata da regole stabilite dal Creatore, una scienza umile.
La scienza baconiana invece era riassunta dal motto "scientia potentia est", nella visione del filosofo inglese la conoscenza della natura era uno strumento di potere che sarebbe servito al nascente impero britannico. Sulla visione di Bacon sarebbe stata istituita nel 1660 la Royal Society, una società al servizio della corona britannica, ancora esistente e punto di riferimento mondiale.
Per Antonino Zichichi la politica doveva essere al contrario al servizio della scienza, all'inizio degli anni '80 il fisico di Erice fu determinante nell'ideazione e realizzazione del progetto dei laboratori nazionali di fisica sotto il Gran Sasso (Lngs), e la scienza con le sue scoperte sarebbe stata al servizio dell'uomo.
In un'epoca dove in nome di una scienza materialista e "non democratica" si decidono politiche energetiche, sanitarie ed infine economiche, dove si orienta la cultura e il senso comune verso il riduzionismo materialista, una figura come Antonino Zichichi non poteva che essere scomoda.
Qualcuno vorrebbe relegare Antonino Zichichi tra i residui di un passato ormai superato, ma la sua visione autenticamente scientifica si proietta nel futuro, in un tempo in cui la scienza non sarà al servizio della politica, ma tornerà a cercare le impronte del Creatore nelle pietre.

VIDEO: Gli errori dell'ateismo secondo Zichichi (4 minuti)


https://www.youtube.com/watch?v=MWvli3r_PvE

DOSSIER "ANTONINO ZICHICHI"
Scienziato cattolico di fama mondiale

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DOSSIER "SIC TRANSIT GLORIA MUNDI"
Personaggi morti dal 2009 al 2019

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10 febbraio 2026

2 - GROENLANDIA: SENZA DIO, IL POTERE DIVENTA VIOLENZA
Sterilizzazioni forzate per cancellare l'identità di un popolo: la Danimarca non ha nulla da insegnare agli Stati Uniti
Autore: Paola Belletti - Fonte: Sito del Timone, 21 gennaio 2026

«La Groenlandia è il ponte fondamentale tra l'Europa e l'America del Nord, ma per conquistarla dovrai sconfiggere anche il suo clima polare!». Questa è la didascalia a un post del famosissimo gioco da tavolo Risiko, compagno di pomeriggi interminabili e sfide epiche tra adolescenti e non, ma senza conseguenze geopolitiche, fino all'avvento degli smartphone. Ma ciò che ha spinto Trump alla sua ormai innegabile fissazione per l'isola più grande del mondo non sono motivi così superficiali. Gli Usa devono averla, ha dichiarato, e "in un modo o nell'altro" l'avranno.
Ciò che lo attira è il suo ricchissimo sottosuolo, pieno di quelle terre rare indispensabili per l'elettronica avanzata, l'AI e compagnia. Il valore economico e strategico di questo territorio e di ciò che gli investimenti Usa permetterebbero di estrarre - 1,5 milioni di tonnellate di terre rare- è incalcolabile, o meglio potrebbe valere la supremazia economica degli Stati Uniti per i prossimi cinquant'anni. Acquisirla potrebbe infatti interrompere il monopolio cinese su chip, batterie, difesa, commenta Diego Toffoli, responsabile investimenti di Intermonte advisory & gestione, su Adnkronos.

COLONIA DELLA DANIMARCA
In questa partita che sembra giocarsi però tutta su tavoli lontani dalla Groenlandia, cosa pensano invece i suoi abitanti? L'isola è stata colonia della Danimarca dal XVIII secolo fino all'inizio del XX; conquistata perché territorio strategico per la caccia alle balene, ha potuto godere di una certa libertà a scopi strategici perché proprio gli Inuit, popolazione indigena dei territori artici, con le loro tradizioni, erano abilissimi cacciatori di cetacei. Il colonialismo gentile dei danesi, quindi, era in ogni caso mosso da calcoli di convenienza. Ora che i riflettori del mondo sono puntati sull'isola però molti aspetti del dominio danese tutt'altro che gentili e rispettosi stanno emergendo con forza e per la popolazione questa situazione può addirittura trasformarsi in opportunità. La Groenlandia è una democrazia parlamentare rappresentativa e una nazione costitutiva autonoma all'interno del Regno di Danimarca, con un sistema di autogoverno che le conferisce autonomia questioni interne ma non su difesa e esteri.
Se fino a metà del '900 ha potuto godere di una forma di colonialismo pacifico e di una protezione attiva del suo isolamento, dal 1953 la madrepatria ha intrapreso una danizzazione intensa e traumatica. Fu imposta la lingua danese, un'urbanizzazione a tappe forzate, l'istruzione impostata su un curriculum danese, molti bambini Inuit tolti alle famiglie e portati in Danimarca, tutto per ottenere una assimilazione culturale e una cancellazione dell'identità della popolazione originaria. In questa strategia di omologazione uno degli strumenti più odiosi messi in atto sistematicamente e in modo subdolo a danno della popolazione, è stata la sterilizzazione forzata delle donne in età fertile. Con il pretesto di controlli di routine alle giovani Inuit a molte giovani veniva inserita la spirale, cosa che spesso scoprivano anni dopo non riuscendo a restare incinte e in molti casi perdendo del tutto la propria capacità di concepimento.

ALMENO 4500 DONNE
Questa pratica, secondo un report del governo danese, sarebbe andata avanti dal 1960 al 1991, anno in cui la Danimarca smise di controllare direttamente il sistema sanitario groenlandese. Solo fra il 1960 e il 1970 avrebbe coinvolto almeno 4500 donne, cioè la metà di quelle in età fertile. La prima donna a parlare pubblicamente della sua sterilizzazione forzata è stata la psicologa e attivista Naja Lyberth, che nel 2017 creò un gruppo Facebook per raccogliere testimonianze di altre persone che avevano vissuto la stessa esperienza. La drammatica vicenda ha avuto quindi risonanza internazionale e lo stesso governo danese ha chiesto scusa e risarcito le donne che avevano intentato una causa per la violenza e le menomazioni subite.
Una discriminazione che sa di genocidio preventivo. Se prevale da parte della popolazione groenlandese certamente una ferma opposizione all'idea di essere acquisiti, se non addirittura acquistati dagli Stati Uniti, (i sondaggi infatti mostrano che solo il 6% dei 56mila abitanti sarebbe favorevole a diventare territorio statunitense), c'è chi vede nell'attuale escalation un'opportunità. Come riporta il sito Kath.net: «Almeno sta sfidando il controllo danese", afferma Amarok Petersen - attivista e una delle vittime della sterilizzazione - a proposito di Trump. "Questa discussione non era mai stata consentita prima"».

Nota di BastaBugie: Gianandrea Gaiani nell'articolo seguente dal titolo "Lo show di Trump a Davos. Poi l'accordo sulla Groenlandia" parla di Trump che lancia accuse contro la Nato, ma esclude l'uso della forza per prendere la Groenlandia. E in serata arriva la fumata bianca: accordo col resto della Nato per lo sfruttamento dell'isola artica.
Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 22 gennaio 2026:

Mentre il governo della Groenlandia pubblica una nuova brochure con i consigli alla popolazione in caso di crisi sul territorio, Donald Trump a Davos tranquillizza almeno in parte la popolazione dell'isola affermando che non intende usare la forza per conquistarla. Il documento viene presentato come una "assicurazione", come ha spiegato il ministro dell'Autosufficienza, Peter Borg, in una conferenza stampa a Nuuk. "Non ci aspettiamo che sia necessaria". La sera stessa aveva già raggiunto un accordo con la Nato, rappresentata dal segretario generale Mark Rutte, e Trump ha ritirato la minaccia dei dazi ai paesi europei che avevano mandato contingenti simbolici sull'isola artica, su richiesta della Danimarca. 
Secondo quanto riferisce l'emittente danese Tv2, i cittadini groenlandesi hanno ricevuto un opuscolo Preparati alle crisi - sopravvivere per cinque giorni del Dipartimento per l'Ambiente e la Natura. L'emittente danese ritiene che, tra i beni essenziali per la famiglia figurano: Acqua potabile; Tre litri d'acqua a persona al giorno; Eventuale acqua per gli animali domestici; Scorte alimentari per cinque giorni, a lunga conservazione e di facile preparazione; Armi da caccia, munizioni e attrezzatura da pesca; Farmaci e primo soccorso. Inoltre, il Dipartimento segnala l'utilità di avere con sé: Radio FM a batterie/manovella/pannelli solari e numeri di telefono importanti (familiari, vicini e autorità di emergenza), oltre a VHF o altri dispositivi di comunicazione satellitare. Qualcosa di simile al prontuario presentato lo scorso anno dalla Ue per far fronte a un'invasione russa.
Trump a Davos ha affermato che «vedremo quello che succede. L'opzione militare non è sul tavolo. Non penso che sarà necessaria. Penso che la gente userà il buon senso questa è l'unica notizia che vi do», ha detto il presidente dopo aver definito la Groenlandia «un grande pezzo di ghiaccio necessario per la sicurezza nazionale americana e dell'Occidente». Trump ha ricordato che nella Seconda Guerra Mondiale Washington aveva presidiato la Groenlandia (contro la minaccia dei sottomarini tedeschi) per poi "stupidamente" restituirla alla Danimarca a fine guerra. Questo «non sarebbe dovuto accadere ma allora la gente la pensava diversamente». Trump poi ha lamentato che la Nato «ha trattato ingiustamente gli Stati Uniti per anni», che hanno pagato «praticamente il 100% della difesa» degli altri alleati e senza chiedere mai nulla in cambio.
Una rivisitazione della storia discutibile che si conclude con la richiesta di Trump che gli europei per esprimere un sia pur tardivo ringraziamento cedano a Washington «una sola cosa, un pezzo di ghiaccio» che solo gli Stati Uniti hanno la capacità militare di difendere. «Solo noi abbiamo delle forze armate forti abbastanza, eravamo i più forti alla fine della Seconda Guerra Mondiale e ora lo siamo molto di più; di certo, non lo può fare la Danimarca», ha concluso confermando ancora una volta di considerare la Nato un organismo a cui gli Usa sono estranei. In ogni caso pur escludendo l'uso della forza, Trump ha chiarito che ne vuole la proprietà, non un altro tipo di accordo sulla Groenlandia e del resto a Washington è già stato preparato un disegno di legge che assegnerebbe all'isola lo status di 51° stato degli Usa.
Eppure, la sera stessa è stata raggiunta una prima intesa fra gli Usa e il resto della Nato. Donald Trump ha annunciato di aver raggiunto "il quadro di un futuro accordo" sulla Groenlandia con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e che pertanto non farà scattare i dazi che aveva minacciato di imporre ai Paesi europei che hanno inviato militari sull'isola e che sarebbero dovuti entrare in vigore il 1° febbraio. Poi, parlando con i giornalisti a Davos, spiega: «L'accordo sarà reso pubblico molto presto, è un grande accordo per tutti, ci darà tutto ciò di cui abbiamo bisogno». «È un accordo che durerà per sempre», sottolinea. «È un accordo a lungo termine, è un accordo a lungo termine definitivo, non c'è limite di tempo», scandisce il capo della Casa Bianca. Che in un'intervista a Cnbc chiarisce: «gli Stati Uniti e gli alleati europei lavoreranno insieme sul sistema di difesa missilistico Golden Dome e sui diritti allo sfruttamento dei minerali in Groenlandia». [...]

Fonte: Sito del Timone, 21 gennaio 2026

3 - LA GRAZIA, IL FILM DI SORRENTINO CHE NORMALIZZA L'EUTANASIA
Una narrazione sbilanciata che trasforma il dubbio morale in un fastidio da rimuovere
Autore: Redazione - Fonte: Provita & Famiglia, 29 gennaio 2026

L'eutanasia come un qualcosa da "normalizzare", in un Paese - l'Italia - retrogrado ma che di base è pronto ad aprire la porta a una pratica vista e descritta come quasi ovvia. Sembra questo il messaggio che esce fuori dal film "La Grazia", di Paolo Sorrentino, uscito nei cinema lo scorso 15 gennaio. Una narrazione che si presenta - come ha anche commentato Armando Fumagalli sulle colonne di Avvenire - come riflessiva e problematica, ma che in realtà appare distorta e probabilmente orientata a favorirne l'accettazione culturale. Un'operazione, inoltre, che non sembra aiutare né il dibattito politico sul fine vita, destinato a tornare presto al centro dei lavori in Senato, né tantomeno le persone più fragili, che di queste scelte e di queste leggi sono i primi e veri interessati.
La pellicola racconta gli ultimi giorni del mandato del presidente della Repubblica, Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo, giurista rigoroso e cattolico convinto, chiamato a decidere se firmare o meno una legge che legalizza l'eutanasia. Attorno a lui si muovono figure che incarnano il "senso della storia", a partire dalla figlia, stimata giurista, che spinge per un'approvazione della norma. Il confronto, però, è solo in apparenza bilanciato. Le ragioni a favore della morte volontaria sono infatti articolate, persuasive, mentre quelle contrarie restano vaghe, sfumate, quasi imbarazzate. Il risultato è una narrazione che accompagna lo spettatore verso una conclusione già scritta, in cui il dubbio di coscienza non è una domanda autentica ma un ostacolo da superare per diventare finalmente "ragionevoli".

IL PRO LIFE RIDOTTI A MACCHIETTA
Ancora più evidente è la rappresentazione caricaturale delle posizioni contrarie all'eutanasia, affidate in larga parte alla figura della Chiesa cattolica e del Papa. Il Pontefice immaginato da Sorrentino è un personaggio surreale, quasi da cartone animato, che parla per frasi fumose e simboliche, incapace di offrire argomenti solidi e logici. In questo modo il "no" all'eutanasia sembra dipinto come un residuo folkloristico, legato a un'istituzione bigotta, superata, distante dalla vita reale delle persone. Non c'è spazio per un dissenso razionale, laico, fondato sull'esperienza medica, sociale e umana. Dunque il messaggio del film sembra chiaro: chi si oppone lo fa per astrattezza o per obbedienza cieca, per una fede ideologica, non per amore né tantomeno per umanità e volontà di difendere la dignità della Vita in ogni sua fase e condizione.

LEONE E ZUPPI SMENTISCONO IL FILM?
La realtà, però, è profondamente diversa da quella che sembra essere messa in scena nel film, soprattutto se ci riferiamo a una Chiesa che sì, ovviamente, si rivolge ai propri fedeli, ma che può tranquillamente essere vista come esempio anche da chi credente non è e, in generale, dal mondo laico. Oggi, infatti, la Chiesa e il mondo pro life dicono "no" all'eutanasia e al suicidio assistito non per bigottismo o ideologia, ma per una difesa concreta dell'umano, soprattutto quando è più vulnerabile. Dovrebbe infatti essere trasversale, al di là del proprio credo, la consapevolezza che rendere definitiva una decisione presa in un momento di sofferenza, solitudine o paura espone a derive gravissime. Lo stesso vale per i rischi che arrivano da «normative che legittimano il suicidio assistito e l'eutanasia» e che potrebbero quindi portare a «depotenziare l'impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili», come ha affermato due giorni fa il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, in apertura del Consiglio permanente dei vescovi italiani. Una posizione già prima confermata con chiarezza da Papa Leone XIV nel suo discorso al Corpo Diplomatico del 9 gennaio scorso, in cui ha denunciato le leggi sul fine vita come un segno di resa della società davanti alla fragilità: «è compito anche della società civile e degli Stati - ha affermato in quell'occasione il Pontefice - rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l'eutanasia». Tutto a conferma di come la visione della Chiesa - e del mondo pro life - di Sorrentino ne "La Grazia" sia molto distante dalla realtà.
Una realtà che, invece, sarebbe meglio far emergere con chiarezza per il bene della società e, come detto, di una politica - quella reale, non quella del film - che si appresta a discutere (e, ce lo auguriamo, a bocciare) il disegno di legge 104, recante "Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita".

Fonte: Provita & Famiglia, 29 gennaio 2026

4 - COSA VOGLIONO DAVVERO I LEFEBVRIANI CON LE ANNUNCIATE ORDINAZIONI EPISCOPALI
La decisione di consacrare altri 5 vescovi senza mandato pontificio in nome dello stato di necessità significa permanere nello scisma operato da Lefebvre trasformando la Tradizione in un criterio autoattribuito
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 6 febbraio 2026

Il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Víctor Manuel Fernández, ha rivelato a The Pillar la sostanza del contenuto della lettera inviata dal medesimo Dicastero alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, cui aveva fatto riferimento il comunicato del 2 febbraio scorso della Casa Generalizia lefebvriana. Il Prefetto ha spiegato di aver risposto «semplicemente in modo negativo circa la possibilità di procedere ora a nuove ordinazioni episcopali». Ed ha aggiunto: «Abbiamo avuto uno scambio di lettere di recente. La prossima settimana incontrerò don Pagliarani al DDF per cercare e trovare un proficuo percorso di dialogo». L'incontro avverrà giovedì 12 febbraio; resta invece da vedere se al Superiore Generale sarà in seguito concessa un'udienza anche con il Santo Padre.
Nel frattempo, il Superiore Generale della FSSPX ha rilasciato una lunga intervista, nella quale si capisce chiaramente che le consacrazioni episcopali avverranno a prescindere da qualunque risposta venga da Roma, in ragione della "salvezza delle anime". Si comprende altresì che i vertici della Fraternità non intendono chiedere alla Santa Sede una regolarizzazione della propria posizione (cosa che tra l'altro hanno sempre rifiutato), ma che il Papa approvi che la FSSPX continui ad esistere ed operare senza uno statuto canonico nella Chiesa, ed accetti così delle consacrazioni episcopali necessarie per continuare il proprio apostolato. La proposta «tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. [...] Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre», ha spiegato don Pagliarani.

LO STATO DI NECESSITÀ
Nella logica della FSSPX, lo stato di necessità in cui versa la Chiesa e l'urgenza della salvezza delle anime giustificherebbero l'anomalia di una «situazione di eccezione» in cui dei vescovi verrebbero consacrati senza mandato del Papa (e anche contro la sua volontà) e il ministero di questi vescovi e dei sacerdoti della FSSPX possa essere esercitato senza alcuna missio canonica, al di fuori di ogni vincolo giuridico. La Fraternità chiede dunque in sostanza al Papa di approvare che essa possa continuare ad esistere ed operare al di fuori di ogni struttura canonica; e questo sarebbe possibile perché «l'assioma "suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime" è una massima classica della tradizione canonica [...]; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi».
È piuttosto chiaro che non è la Santa Sede a non voler regolarizzare la situazione della Fraternità, cosa che permetterebbe a quest'ultima di poter giungere a consacrazioni episcopali legittime, con il mandato del Papa; è la Fraternità a non volerla. Non c'è offerta di regolarizzazione che la Fraternità possa accettare, nemmeno quella di una Prelatura personale o di un Ordinariato, perché essa comporterebbe in ogni caso una riduzione di quella "libertà" di cui oggi essa gode, ossia la libertà di procedere a ordinazioni, erigere o sopprimere seminari, scuole, conventi, accogliere o espellere membri, aprire centri di Messa e priorati, dichiarare la nullità di matrimoni, senza dover chiedere a nessuno e senza dipendere da alcuna autorità superiore. Don Pagliarani lo espresse anche poco più di un anno fa (15 novembre 2024), riferendosi alle comunità ex Ecclesia Dei: «Ciò che esse non dicono è che in realtà hanno una libertà limitata. Hanno solo lo spazio concesso loro da una gerarchia più o meno benevola, più o meno ispirata da principi personalisti e liberali. [...] Di conseguenza, il loro apostolato e la loro influenza sono frenati, ostacolati e compromessi, così che la questione della loro sopravvivenza pratica diventa sempre più preoccupante».

TOTALE INDIPENDENZA DALLA GERARCHIA
Ma ciò che è don Pagliarani a non dire è che questa libertà che la FSSPX rivendica in forza di una totale indipendenza dalla gerarchia della Chiesa cattolica, si chiama scisma. Tra le più acute precisazioni sullo scisma, fornite dalla riflessione del cardinale Tommaso de Vio, più noto come il Gaetano, c'è il fatto che lo scismatico non accetta di agere ut pars, agire come parte di un unico popolo, retto da una gerarchia legittima. Lo scismatico rifiuta dunque di agire come parte, perché vuole vivere e agire come organo autonomo. Esattamente quello che don Pagliarani rivendica per la Fraternità. Non basta andare a colloquio con il Papa, mantenere relazioni con la Santa Sede, nominare il Papa nel canone o esporne la foto nelle proprie case per non essere scismatici. Il superiorato di don Pagliarani e le sue dichiarazioni hanno messo in luce quanto negli anni di reggenza di mons. Bernard Fellay non appariva così chiaramente: la Fraternità intende rifiutare a priori ogni proposta di regolarizzazione canonica, con lo scopo di mantenere un'indipendenza totale dalla legittima gerarchia cattolica. Il che significa semplicemente che essa intende chiedere al papa di approvare questo suo rifiuto di agere ut pars, ossia di benedire uno stato di scisma. Per il bene della Chiesa e delle anime: un cortocircuito totale.
È evidente che alla base di questa richiesta ci sia una concezione del tutto insufficiente del senso del mandatum del Papa nelle consacrazioni episcopali e una concezione altrettanto inadeguata della Chiesa come società visibile. Nella logica di don Pagliarani, la situazione della Fraternità sarebbe di semplice illegalità, agendo al di fuori di regole che la Chiesa si è posta per un ordine interno e un buon governo, ma che risulterebbero oltrepassabili in stato di necessità per il criterio superiore della salus animarum. Questo "oltrepassamento" sarebbe possibile in virtù del fatto che non si tratta di una legge divina, ma ecclesiastica.

LUTERO NON AVREBBE DETTO DIVERSAMENTE
Ora, invece, la dimensione giuridica della Chiesa appartiene alla sua costituzione divina, così come è parte costitutiva del primato di Pietro il suo diritto esclusivo di nominare i vescovi. Don Pagliarani, nella sua omelia del 2 febbraio, ha fatto un'affermazione tanto chiara quanto problematica, al limite dell'eresia: «La Chiesa non esiste nei vincoli. La Chiesa esiste nelle anime. Sono le anime che formano la Chiesa». Lutero non avrebbe detto diversamente. Perché è dogma di fede che la Chiesa, nella sua realtà di società perfetta visibile, così come l'ha costituita Cristo, sia costituita da vincoli giuridici. Pio XII, proprio mentre illustra la realtà profonda della Chiesa come corpo mistico, insiste con forza che ella ha ricevuto il suo ufficio giuridico da Cristo stesso. Contro coloro che ritengono la Chiesa una realtà spirituale senza tali vincoli giuridici, Pio XII ricorda che «essi non avvertono che il divin Redentore volle che il ceto di uomini da Lui fondato fosse anche una società perfetta nel suo genere e fornita di tutti gli elementi giuridici e sociali per perpetuare in terra l'opera salutare della Redenzione [...] Or dunque, nessuna vera opposizione o ripugnanza può esistere tra la missione invisibile dello Spirito Santo e l'ufficio giuridico che i Pastori e i Dottori hanno ricevuto da Cristo» (Enciclica Mystici Corporis).
La necessità di appartenere alla Chiesa mediante vincoli giuridici non è dunque questione di mero diritto ecclesiastico, ma riguarda la costituzione divina della Chiesa; scindere o rifiutare tali vincoli non è perciò semplice illegalità, ma scisma. E sempre di diritto divino è la necessità di ricevere una missio canonica per poter esercitare il ministero: «Poiché, in virtù di quella missione giuridica per la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Io. 17, 18; 20, 21), è proprio lui che battezza, insegna, governa, assolve, lega, offre, sacrifica, per mezzo della Chiesa» (Ibi). Pio XII insegna che il fondamento della necessità di tale «missione giuridica» per poter esercitare il ministero riposa nella stessa Rivelazione, nel cuore della Santissima Trinità, in quell'invio di Cristo da parte del Padre, e poi degli Apostoli da parte di Cristo. Per questa ragione, il Concilio di Trento condanna con anatema, ossia come contrario alla fede divina cattolica, chi sostiene la legittimità del ministero della parola e dei sacramenti di quei vescovi che non sono stati «regolarmente ordinati o inviati dall'autorità ecclesiastica canonica» (Denz. 1777), considerandoli come «ladri e briganti che non sono entrati per la porta (cf. Gv 10, 1)» (Denz. 1769).
Non è dunque questione di "legalità", di formalismo, di incomprensione della legge suprema della Chiesa, ma è questione di costituzione divina della Chiesa, società visibile dotata di vincoli giuridici, necessari per l'esercizio del ministero. Pretendere una libertà giuridica significa tagliarsi fuori dalla comunione del Corpo mistico di Cristo. Né più né meno. Altro che «proposta realistica e ragionevole».

Nota di BastaBugie: Daniele Trabucco nell'articolo seguente dal titolo "Lefebvriani, lo stato di necessità è una contraddizione" parla della decisione di consacrare vescovi senza mandato pontificio in nome di una necessità di fedeltà alla Tradizione, il che significa separare la Tradizione dalla Chiesa concreta nella quale la Tradizione vive e si trasforma la fedeltà in criterio autoattribuito.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 9 febbraio 2026:

La Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da mons. Marcel Lefebvre (29 novembre 1905 – 25 marzo 1991), nell'annunciare nuove consacrazioni episcopali previste per il 1º luglio 2026, ha presentato tale scelta come risposta a una "grave necessità" riguardante il bene delle anime e la custodia della Tradizione, e insistendo sul fatto che non si tratterebbe di una misura di mera autoconservazione dell'istituto.  
In questa autogiustificazione sta il punto decisivo, perché l'argomento non si limita a chiedere tolleranza per una disobbedienza, bensì pretende di fondare una legittimità alternativa, o almeno concorrente, che si appoggerebbe su una categoria moralmente altissima, lo "stato di necessità", e su un riferimento ancora più alto, la fedeltà alla Tradizione perenne.
Il profilo canonico, preso in sé, è chiaro e non richiede artifici interpretativi. Il diritto della Chiesa qualifica la consacrazione episcopale senza mandato pontificio come delitto punito con scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica, colpendo sia il consacrante sia il consacrato.
La norma, in questa materia, non tutela una prassi burocratica, tutela la forma visibile della comunione, poiché il mandato pontificio non è un orpello posto "dopo" il sacramento, è il segno giuridico del fatto che l'episcopato, nella Chiesa cattolica, è intrinsecamente ordinato all'unità del corpo ecclesiale e alla sua struttura gerarchica.
Quando un gruppo decide che la "necessità" gli consente di generare una linea episcopale senza mandato, non compie soltanto un atto irregolare, compie un atto che incide sul principio di unità, rendendo di fatto la comunione dipendente da un consenso successivo, eventuale, reversibile. È precisamente ciò che la Chiesa, con lunga esperienza storica, ha sempre riconosciuto come dinamica oggettiva di rottura, indipendentemente dalle intenzioni soggettive dichiarate.
Un passaggio storico va richiamato con nettezza per evitare equivoci. La remissione delle scomuniche dei quattro vescovi consacrati nel 1988 avvenne nel 2009 con decreto della Congregazione per i Vescovi, in un quadro voluto da Benedetto XVI. Quella remissione, tuttavia, non significò la piena regolarizzazione, e la Santa Sede precisò che lo status canonico della Fraternità restava irrisolto e che il ministero esercitato rimaneva privo di liceità.
La distinzione tra rimozione della pena e ricomposizione della comunione non è un cavillo, perché mostra che la questione non è riducibile a un incidente disciplinare riparabile con un gesto unilaterale, bensì riguarda la coerenza tra forma della comunione e atti che la costituiscono.
Si comprende, allora, alla luce di queste considerazioni, perché l'argomento della "necessità" vada smontato sul terreno che esso stesso pretende, cioè sul terreno teoretico. Nel pensiero classico, e in particolare nella grammatica tomista, la necessità non è un passepartout capace di convertire l'illecito in lecito. Necessità significa impossibilità reale di conseguire un bene dovuto senza un mezzo determinato e implica un criterio di oggettività, un criterio di proporzione e un criterio di non-contraddizione rispetto al bene perseguito. Se la necessità è oggettiva, non può essere certificata dall'agente che trae vantaggio dall'eccezione. Se è proporzionata, non può autorizzare un mezzo che ferisca la struttura del bene che si invoca. Se è non contraddittoria, non può pretendere di salvare la Tradizione dissolvendo la forma ecclesiale della Tradizione.
Quando la Fraternità afferma che l'atto non sarebbe per la propria sopravvivenza, bensì per una necessità "ecclesiale", l'affermazione, proprio perché alta, espone l'argomento al suo giudizio più severo. La necessità in senso forte richiederebbe che, nella Chiesa, sia diventato impossibile garantire la continuità sacramentale e apostolica senza produrre, in autonomia, una linea episcopale propria. Un simile enunciato non è sostenibile, perché la Chiesa possiede una successione apostolica universale e non manca, in linea di principio e in linea di fatto, la possibilità di trasmettere la fede e i sacramenti.
Resta allora una necessità di altro genere, cioè la necessità di garantire, in modo stabile e omogeneo, una determinata scuola formativa e liturgica. Questo bene può essere grande, può essere anche meritorio, può essere oggetto di legittima preferenza spirituale, tuttavia non coincide con una necessità che autorizzi a intaccare il principio formale dell'unità gerarchica. Qui l'argomento scivola dal piano dell'oggettivo al piano del desiderato, dal piano del necessario al piano dell'opportuno e poi risale abusivamente, vestendosi di una sacralità che non gli appartiene.
Si presenta allora l'obiezione più insidiosa: la necessità, si dice, non è arbitrio, perché è guidata dalla fedeltà alla Tradizione viva e perenne della Chiesa. L'obiezione colpisce l'immaginario, non colpisce la logica. Tradizione non è soltanto un contenuto da conservare, è anche una forma da ricevere e questa forma include la comunione visibile, la gerarchia, il primato come principio di unità.
Se si sostiene che, in nome della grave crisi che la Chiesa sta attraversando (solo oggi dopo il Concilio Vaticano II? E prima no), la "situazione di necessità" legittima l'atto di ordinazione di vescovi senza mandato, si separa la Tradizione dalla Chiesa concreta nella quale la Tradizione vive e si trasforma la fedeltà in criterio autoattribuito. Il risultato è un paradosso: si proclama di servire ciò che è perenne e si introduce un principio che, se generalizzato, renderebbe la Chiesa una costellazione di "fedeltà" concorrenti, ciascuna legittimata dalla propria percezione della crisi. È una logica che non difende la Tradizione, la privatizza.
La crisi ecclesiale contemporanea può essere profonda e non soltanto disciplinare e proprio per questo non si cura con un gesto che assume come premessa implicita l'insufficienza della forma cattolica della comunione. La necessità invocata, priva di determinazione oggettiva e di misura proporzionale, diventa concetto vago, e un concetto vago in materia di autorità diventa potere. Ne segue che consacrare senza mandato, mentre si afferma di voler restare "nella" Chiesa, è un atto che oltrepassa la soglia della semplice irregolarità e assume una qualità intrinsecamente scissiva, perché istituisce un principio pratico di autonomia ecclesiale.
La fedeltà alla Chiesa di Cristo non consiste nel trattenere selettivamente ciò che piace della Tradizione, consiste nel riceverla intera, e la Tradizione intera comprende anche l'obbedienza come forma della verità ecclesiale, che vincola soprattutto quando la crisi rende più difficile distinguerla dalle proprie ragioni.

DOSSIER "LEFEBVRIANI? NO, GRAZIE!"
Non possiamo andare via dalla Chiesa Cattolica

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 6 febbraio 2026

5 - CINQUANT'ANNI DI REPUBBLICA, IL QUOTIDIANO LAICISTA CHE PIACE ALLA GENTE CHE PIACE
Pro aborto, pro eutanasia, pro lgbt, pro tutto, ma oggi i lettori del giornale-partito che fu di Eugenio Scalfari sono sempre meno
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Sito del Timone, 17 gennaio 2026

Da giorni si celebra un compleanno rilevante per il mondo dell'informazione italiana: quello dei 50 anni di Repubblica. Mezzo secolo di stampa che piace alla gente che piace, il primo quotidiano di cui vale forse la pena leggere i titoli e senz'altro l'ultimo nel quale, per chi abbia a cuore i principi non negoziabili, è raccomandabile riconoscersi. Abortista, divorzista, pro eutanasia di Stato, pro fecondazione in vitro, ovviamente pro ddl Zan e rivendicazioni Lgbt e chi più ne ha più ne metta, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari (1924-2022) fin dalle origini sta orgogliosamente dalla parte «giusta» della storia.
È spesso il giornale dei professori (presenti, futuri e in pensione), a volte quello di chi vuol darsi un tono, sempre quello dei radical chic. Ha di certo pubblicato grandi firme, ma soprattutto enormi ego; a partire da quello del suo fondatore, il già citato Scalfari, che coi suoi interminabili editoriali della domenica - un'omelia laica imperdibile per i maggiorenti dell'amichettismo di casa ai Parioli e a Capalbio - spaziava dalla politica alla filosofia al costume, non di rado incorrendo nella gaffe. Non a caso sugli errori scalfariani sono stati pubblicati perfino libri. Eppure, va detto, Repubblica era Scalfari e Scalfari era Repubblica.

DOPO SCALFARI
Ezio Mauro, il primo a succedere al fondatore nel 1996, non ha più avuto - forse per un suo senso della misura sabaudo -, il carisma da sommo sacerdote, da patriarca del laicismo appunto di Scalfari; e i successori del successore meno ancora. Risultato: dopo 50 anni Repubblica è sempre Repubblica, la bibbia quotidiana dei «sinceramente democratici», ma i lettori calano. Eccome: dei dati ufficiali piuttosto recenti (Ads, settembre 2025) parlano di crisi nera: sotto le 100.000 copie, meno della metà di quelle del Corriere. Aggiungiamoci le ultime novità sul cambio di proprietà, e si capisce quanto sia ora amaro, il cinquantesimo compleanno di questo giornale che sicuramente la storia l'ha fatta. Però si tratta di capire quale.
Senza voler risultare sprezzanti né voler semplificare, si può osservare come a Repubblica la cosa riuscita meglio, sul piano politico, sia sempre stata la demonizzazione dell'avversario politico più in vista: per molti anni è stato Silvio Berlusconi, il Cavaliere, poi è venuto Matteo Salvini, oggi tocca naturalmente a Giorgia Meloni, domani chissà. Ma in fondo neppure importa chi: ciò che conta, per la linea di questa testata, è rilanciare un sentimento di ostilità ideologica viscerale e talmente insistita da far apparire, dopo un po', simpatico il bersaglio di tutti quegli editoriali e quelle inchieste.

UN PRESENTE INCERTO E UN FUTURO INCERTISSIMO
Per quanto riguarda invece l'antropologia sposata da Rep, beh, come già si diceva in apertura è in buona sostanza quella del permissivismo più assoluto. Non c'è opzione bioetica che il giornalone fondato da Scalfari non consideri percorribile. E chi, a fronte di tutto ciò, si fosse per caso meravigliato del fatto che giovedì anche Papa Leone XIV abbia inviato i suoi (brevi) auguri alla testata, facciamo osservare che nel messaggio papale - dove non manca un elegante ma eloquente richiamo alla «diversità di opinioni, dei punti di vista» - si trova l'augurio alla testata di «costruire sempre una comunicazione libera e dialogante, animata dalla ricerca della verità e senza pregiudizi».
Ora, già richiamare apertis verbis «la verità» nel tempio editoriale del relativismo può essere una piccola frecciata, ma forse lo è ancor più quel «costruire» al posto di «continuare a costruire»: vuol dire che forse la comunicazione «libera e dialogante», nel giornalone radical chic per eccellenza, manca ancora? Chissà. Conoscendo lo stile molto misurato di Papa Leone XIV non lo si può né affermare né escludere. Ciò che è sicuro è che per Repubblica i tempi d'oro in cui Scalfari intervistava Papa Francesco (o Papa Francesco intervistava Scalfari, non si è mai davvero capito) sono acqua passata. Con il pontefice statunitense le vere o presunte «aperture della Chiesa» fanno oggi molta, moltissima fatica a finire in pagina.
Dopo mezzo secolo di storia editoriale anche gloriosa, ma con un presente incerto e un futuro incertissimo, a Repubblica, il fu giornale-partito scalfariano, non resta dunque che giocarsi la carta della demonizzazione o lo spauracchio del «fascismo eterno» di Umberto Eco (sua storica firma), a danno ora di Giorgia Meloni ora di Donald Trump, che ogni giorno prende a picconate qualcosa di caro alla testata. Che, con alcune firme, continua ad esprimere qualità: nessuno lo nega. Ma dopo decenni di veleno sputato quasi ovunque, sulla morale naturale e sulla Chiesa (la cotta scalfariana per Papa Bergoglio non cancella il passato), ecco, oggi quel veleno sembra essere rimasto nel giornale. Un quotidiano che vende sempre meno e potrebbe, in un ironico boomerang, vivere un'eutanasia di quelle per cui ha sempre tifato. Tanti auguri.

È MORTO EUGENIO SCALFARI, PADRE DI ESPRESSO E REPUBBLICA
Era il Papa della chiesa dell'anti-Chiesa, rigida nei suoi assunti, per niente tollerante con i dissenzienti e che proponeva Repubblica come nuovo vangelo
di Giuliano Guzzo
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7082

Fonte: Sito del Timone, 17 gennaio 2026

6 - SANTA CLELIA BARBIERI: DAL SERVIZIO IN PARROCCHIA ALLA FONDAZIONE DI UN ISTITUTO
Sotto la guida lungimirante del parroco don Gaetano Guidi, a 23 anni diventa la più giovane fondatrice di un istituto religioso (VIDEO: La vita di Santa Clelia)
Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Santi e Beati

Quella di papà e mamma è una contrastata storia d'amore che fa scandalo. Lei, della famiglia più benestante del paese e nipote del medico condotto, va ad innamorarsi di un servo di campagna, di sette anni più giovane di lei. Lo sposa contro la volontà dei suoi e facendosi cacciare di casa, e va a vivere nella catapecchia dei suoceri.
L'anno dopo, nel 1847, in contrada Le Budrie di San Giovanni in Persiceto le nasce la prima bimba, Clelia, e tre anni dopo la seconda, Ernestina. Il suo non è stato un capriccio o una semplice infatuazione, ma l'inizio di una famiglia unita, saldamente fondata sul Vangelo. E' grazie a lei e ai suoi insegnamenti che le bimbe crescono, innamorate di Gesù.
Dopo appena nove anni di matrimonio papà muore, portato via dal colera, e allora la famiglia di lei si ammorbidisce nei confronti della vedova e delle piccole orfane. Clelia, soprattutto, si dimostra straordinariamente matura, a 11 anni riceve la prima comunione e da quel giorno la sua vita assume un'impronta marcatamente eucaristica. Ha la fortuna di trovare una guida impareggiabile nel giovane parroco, che le fa sentire l'importanza della catechesi, soprattutto verso le persone più semplici e meno acculturate.
Nella diocesi di Bologna vengono chiamati "operai della dottrina cristiana" quanti si impegnano con stabilità e continuità a fare catechismo e Clelia, a 14 anni, entra a far parte del gruppo parrocchiale. Sa leggere e scrivere a malapena e quindi viene collocata all'ultimo posto della lista, catechista "di riserva" che dovrà fare un lungo tirocinio prima di essere all'altezza della situazione. Ma Clelia brucia le tappe e diventa presto l'anima del gruppo, che proprio grazie a lei riprende vitalità.
Soprattutto con tre "operaie" si stabilisce un'amicizia e una comunità di intenti che le spinge a sostenersi a vicenda nel cammino della perfezione, a istruirsi ed a lavorare insieme. Le quattro amiche cominciano a pensare di vivere insieme, in una piccola comunità che si inserisca come lievito nella vita parrocchiale.
Nasce così la "famiglia di Clelia", perseguitata dalle autorità e dalle malelingue, che vive in povertà estrema affidandosi alla Provvidenza, che misuratamente ma costantemente non le fa mancare il necessario per la vita di ogni giorno. In parrocchia comincia a crescere l'ammirazione e la stima per Clelia, che spontaneamente viene chiamata "Madre" a dispetto dei suoi 22 anni: è un implicito riconoscimento del fascino che esercita e dell'autorità che le è riconosciuta.
Mentre la "famiglia" cresce, comincia a declinare la salute di Clelia, in preda alla tubercolosi. Muore il 13 luglio 1870, promettendo di essere sempre presente tra le sue "sorelle" alle quali neppure ha dato un nome. Ha 23 anni appena, è la più giovane fondatrice della Chiesa, ma "vede" e "sente" l'espandersi di quella sua piccola comunità, alla quale verrà poi dato il nome di Minime dell'Addolorata.
Nel primo anniversario della morte, le "sorelle" riunite nella camera in cui è spirata sentono per la prima volta la voce di Clelia che prega insieme a loro. Un fenomeno che, da allora in poi, si è ripetuto ed è stato documentato più di 150 volte, segno meraviglioso della comunione dei santi che lega quelli che sono quaggiù a quelli che già sono lassù.
Clelia Barbieri è stata proclamata beata da Paolo VI nel 1968 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1989.

Nota di BastaBugie: per approfondire la vita di Santa Clelia leggiamo la sua biografia dal sito del Dicastero delle Cause dei Santi.
Clelia Barbieri nacque il 13 febbraio 1847 nella contrada volgarmente chiamata le "Budrie", appartenente civilmente al comune di S. Giovanni in Persiceto (BO), ecclesiasticamente alla Archidiocesi di Bologna, da Giuseppe Barbieri e Giacinta Nannetti.
I genitori erano di censo diverso: Giuseppe Barbieri proveniva dalla famiglia quasi più povera delle "Budrie", mentre Giacinta dalla famiglia più in vista; lui garzone dello zio di Giacinta, medico condotto del luogo, lei la figlia di Pietro Nannetti benestante.
Per il matrimonio contro corrente, Giacinta benestante sposò la povertà di un bracciante e da una casa agiata passò ad abitare nella umilissima casetta di Sante Barbieri, papà di Giuseppe; tuttavia si costituì una famiglia cementata sulla roccia della fede e della pratica cristiana.
Al battesimo amministratole lo stesso giorno della nascita, per espresso volere della mamma, la neonata ricevette i nomi di Clelia, Rachele, Maria.
La mamma insegnò precocemente alla piccola Clelia ad amare Dio fino a farle desiderare di essere santa. Un giorno Clelia le domandò: "Mamma, come posso essere santa?" Per tempo la Clelia imparò pure l'arte del cucire, di filare e tessere la canapa, il prodotto caratteristico della campagna persicetese.
All'età di 8 anni, durante l'epidemia colerica del 1855 Clelia perdette il babbo. Con la morte del babbo, per generosità dello zio medico, la mamma, Clelia e la piccola sorellina Ernestina passarono ad abitare in una casa più accogliente vicino alla chiesa parrocchiale.
Per Clelia le giornate divennero più santificate. Chiunque avesse voluto incontrarla poteva trovarla immancabilmente o a casa, a filare o cucire, o in chiesa a pregare.
Sebbene era nell'uso del tempo accostarsi per la prima volta alla Comunione quasi adulti, Clelia per la sua precoce preparazione catechistica e spirituale vi fu ammessa il 17 giugno 1858, a soli undici anni.
Fu un giorno decisivo per il suo futuro, perché visse la sua prima esperienza mistica: contrizione eccezionale dei peccati propri e altrui.
Premette su di lei l'angoscia del peccato che crocifigge Gesù e addolora la Madonna.
Dal giorno della prima Comunione, il Crocifisso e la Madonna Addolorata ispireranno la sua spiritualità.
In pari tempo ebbe una intuizione interiore del suo futuro nella duplice linea contemplativa e attiva.
In adorazione dinanzi al Tabernacolo appariva come una statua immobile, assorta in preghiera; a casa era la compagna maggiore delle ragazze costrette al lavoro. Con maturità precoce all'età trovava nel lavoro il suo primo modo di rapporto con le ragazze, poiché alle "Budrie" il lavorare, specialmente la canapa, era l'unica fonte per tirare avanti la vita.
Ma Clelia vi aggiungeva qualcosa che nell'ambiente era particolarmente suo: lavorare con gioia, con amore, pregando, pensando a Dio e addirittura parlando di Dio.
Clelia non è Marta che si affaccenda tutta presa dal servizio per le cose del mondo, tuttavia si prodiga compiutamente, appassionatamente al servizio delle creature più amate da Gesù, i poveri, tanto che le sue tenere mani portano i segni della più dura fatica.
Clelia non è Maria che tutto lascia, esclude e abbandona per immobilizzarsi estatica nel gesto di devozione e di amore. Eppure non ha altro pensiero, non ha altri affetti e si muove e cammina immersa in Lui, come una sonnambula.
Cammina nell'amore, si dà tutta all'Amore, senza risparmio. Dimentica il suo corpo, anzi lo ignora. È felice di appartenere al Signore e la sua felicità sta appunto nel non avere altro pensiero che Lui. Qualcosa però la spinge ad andare verso gli uomini, quelli più miseri e bisognosi, che aspettano una testimonianza di carità.
Una fede ardente la consuma e sente che "deve andare" dividere e distribuire se stessa alle creature del suo Signore. Adora la solitudine che le consente di concentrarsi alla ricerca del pieno possesso di Dio, ma esce dalla sua casa, si lancia nel mondo, forzata dalla carità.
Nella Chiesa bolognese, per combattere la noncuranza religiosa, specialmente degli uomini, vi erano gli "Operai della dottrina cristiana". Alle "Budrie" il gruppo era animato da un maestro molto anziano.
Clelia volle essere e fu Operaia della dottrina cristiana. Alle "Budrie" la catechesi si rinnovò col suo inserimento che trascinò pure altre compagne di uguali sentimenti.
Al principio Clelia fu ammessa come sottomaestra e era l'ultima ruota del carro, ma ben presto rivelò insospettate capacità tanto che gli stessi anziani si facevano suoi discepoli.
Respinte non poche lusinghiere proposte di matrimonio, la comitiva di ragazze che facevano capo a Clelia concepì la prima idea di un nucleo di giovinette votate alla vita contemplativa e apostolica; un servizio che doveva scaturire dall'Eucarestia, doveva consumarsi nella Comunione quotidiana e sublimarsi nella istruzione dei contadini e dei braccianti del luogo.
L'idea non poté realizzarsi subito per le vicende politiche dopo l'unità d'Italia del 1866-67.
Si poté attuare il 1° maggio 1868 allorché, sopite le questioni ambientali e burocratiche, Clelia con le sue amiche poterono ritirarsi nella casa cosiddetta del maestro, ove cioè fino allora si erano radunati gli Operai della dottrina cristiana.
Fu l'inizio umile della famiglia religiosa di Clelia Barbieri che i superiori in seguito chiameranno "Suore Minime dell'Addolorata".
Minime per la grande devozione che la Beata Clelia ebbe al santo Minimo Romito di Paola, S. Francesco, patrono e provvido protettore della nascente comunità; dell'Addolorata, perché la Madonna Addolorata era veneratissima alle "Budrie" e perché era il titolo della Madonna preferito dalla Beata.
Dopo il ritiro delle ragazze nella "Casa del maestro" cominciarono fatti straordinari, come altrettanti attestati della Provvidenza a favore della piccola comunità che altrimenti non avrebbe potuto perseverare. Essi venivano propiziati dalle sofferenze fisiche e morali di Clelia nella notte oscura dello spirito e nelle umiliazioni più incomprensibili da parte di persone che avrebbero dovuto invece comprenderla.
La sua fede però era sempre proverbiale come pure il suo raccoglimento nella preghiera.
Nel ritiro delle "Budrie" si respirava un clima di fede, una vera fame e sete di Dio, un istinto missionario pieno di creatività e di fantasia, affatto poggiato sopra i mezzi organizzativi che mancavano. Clelia ne era l'anima.
Il gruppo iniziale lievitò e attorno a esso anche il numero dei poveri, dei malati, dei ragazzi e ragazze da catechizzare e istruire.
A poco a poco la gente vide Clelia in un ruolo di guida, di maestra nella fede. Cominciarono così, nonostante i suoi 22 anni, a chiamarla "Madre".
La chiameranno così fino alla morte che avverrà prestissimo.
La tisi che l'accompagnava subdolamente, esplose violenta appena due anni dopo la fondazione.
Clelia morì profetizzando a colei che la sostituirà: "Io me ne vado ma non vi abbandonerò mai... Vedi, quando là in quel campo d'erba medica accanto alla chiesa, sorgerà la nuova casa, io non ci sarò più... Crescerete di numero e vi espanderete per il piano e per il monte a lavorare la vigna del Signore. Verrà giorno che qui alle "Budrie" accorrerà tanta gente, con carrozze e cavalli...".
E aggiunse: "Me ne vado in paradiso e tutte le sorelle che moriranno nella nostra famiglia avranno la vita eterna... ". La morte la colse nella soddisfazione di andare incontro allo Sposo verginale, il 13 luglio 1870.
La profezia di Clelia in morte si è avverata.
La Congregazione delle Suore Minime dell'Addolorata si è sviluppata e si sviluppa. È diffusa in Italia, in India, in Tanzania. Oggi le suore nell'imitazione della Beata Clelia, in umiltà nel proficuo loro lavoro assistenziale sono intorno alle trecento, divise in 35 case.
Con i suoi 23 anni, al giorno della morte, Clelia Barbieri può dirsi la fondatrice più giovane della Chiesa.

Sito ufficiale delle Suore Minime dell'Addolorata
Il Santuario di Santa Clelia (Budrie, Bologna) è aperto dalle 5.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 19.30.
https://www.minimesantaclelia.it

VIDEO: La vita di Santa Clelia (5 minuti)


https://www.youtube.com/watch?v=8Tmsf_VqiqI

Fonte: Santi e Beati

7 - OMELIA VI DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5, 17-37)
Beato chi cammina nella legge del Signore
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

UN FORTE RICHIAMO ALL'INTERIORITÀ
Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Questa frase sembra essere il centro di tutta la pagina evangelica che abbiamo ascoltato: alla sua luce vanno letti e capiti i vari insegnamenti che qui sono proposti.
È un brano del Discorso della Montagna; in esso Gesù contrappone il suo modo di intendere la legge di Dio (e quindi le norme di comportamento che egli ritiene indispensabili per la salvezza) a quello corrente dei maestri e dei capi del suo popolo.
I farisei e gli scribi erano rigidi osservanti di tutti i precetti della religione ebraica. Non erano uomini gaudenti e giovani spensierati: erano austeri, impegnati, dediti al digiuno e alla preghiera. Eppure Gesù non li approva, anzi proclama l'urgenza di superare la loro "giustizia". Li ritiene dunque collocati sotto il livello minimo, necessario a chi vuol entrare nel "regno". Come mai? Quali sono i motivi di questa severità di giudizio, addirittura di questa recisa squalifica? È una questione seria, che merita di essere attentamente considerata.
I farisei guardavano più all'esterno che all'interno dell'uomo. Ecco la fondamentale ragione del contrasto con la novità del Vangelo, che è tutto incentrato sulla conversione del "cuore"; qui sta dunque la ragione del biasimo del Signore.
Essi si preoccupavano delle abluzioni rituali, delle posizioni da tenere nell'assemblea, dei vestiti adatti ai momenti della preghiera, delle frange dei loro mantelli. Gesù non dice che queste siano attenzioni cattive e nemmeno che siano del tutto inutili; ma ci insegna che ci sono valori più essenziali e decisivi, di cui ci si deve primariamente dar pensiero. Vuole farci capire che bisogna guardare, più che a ogni altra cosa, agli atteggiamenti dello spirito e alla purezza dell'animo.

IL MALE VA ESTIRPATO ALLA RADICE
Questo forte richiamo all'interiorità si precisa poi in alcune esemplificazioni concrete.
Nel campo del rapporto col prossimo, non basta evitare l'omicidio, che è la più grave e clamorosa violazione del comando antico ed eterno: Non uccidere. Bisogna estirpare le più minute radici dell'omicidio, che affondano tra le pieghe dell'anima; bisogna eliminare ciò che anche solo inizialmente attenta all'amore che si deve a tutti: il rancore segreto, l'odio coltivato, la durezza del giudizio, ogni parola offensiva, ogni mormorazione contro il prossimo. Tutto questo intrico di sentimenti, di parole, di atti - che contrastano con il rispetto e la benevolenza verso i fratelli - è condannabile e va tolto dalla nostra vita.
Come valuterà allora il Signore la società dei nostri tempi, dove così spesso si viola proprio il comando Non uccidere nei suoi imperativi primari e più gravi,
e si arriva a sopprimere con la complicità della legge la vita umana innocente? Come valuterà un mondo, dove l'egoismo, l'odio, l'insensibilità ai diritti altrui si vanno imponendo con una arroganza nuova?
Nel campo della morale sessuale, Gesù ci dice che non basta rifuggire dalle azioni esterne aberranti, ma va curata anche l'innocenza dei propositi e la rettitudine dei desideri.
Come valuterà allora la società dei nostri tempi, che sembra farsi un punto d'onore di decantare il vizio in tutte le sue forme, anche le più strane e aberranti, e di deridere la virtù, presentata spesso come atteggiamento superato, oscurantista e perfino incivile?
Nel campo dell'uso della parola, Gesù ci insegna che è troppo poco evitare gli spergiuri e la falsa testimonianza in tribunale. Occorre coltivare un'assoluta lealtà interiore, un'abitudine al parlare schietto, dove sì vuol dire sì, e dove no vuol dire no.
Come valuterà allora la società dei nostri tempi, dove i mezzi di informazione alterano tanto spesso la presentazione della realtà, al servizio di questa o quella arbitraria ideologia? Dove la preoccupazione di "fare notizia" e di sollecitare l'interesse prevale su quella di dire le cose come stanno?

UNA MORALE ALTA E LIBERANTE
Abbiamo tutti di che meditare. Abbiamo un Signore che senza dubbio col suo insegnamento ci libera dalle angustie tiranniche dell'esteriorità e dei precetti minuti e formalistici, e ci conduce verso una vita dello spirito attenta ai valori più sostanziali. È una dottrina morale alta e liberante. Ma è anche impegnativa e totalitaria.
Abbiamo un Signore, che proprio perché ci stima e ci ama, è esigente con noi. Così esigente da richiedere che sia l'offeso a domandare per primo la riconciliazione. Così esigente da suggerire il sacrificio di una mutilazione spirituale e di una rinuncia mortificante, pur di non venire a compromessi col male: Se il tuo occhio destro ti è occasione di inciampo, cavalo e gettalo via da te... Così esigente da ritenere che la reciproca donazione interiore degli sposi sia da considerare senza ritorno, essendo la fusione di due esistenze e di due destini: Chi sposa una divorziata, commette adulterio.
Il Vangelo di Cristo ha due nemici: i formalisti, gli esteriorizzanti, i farisei di sempre, che, magari adducendo la difesa delle tradizioni e dell'uso antico, non si avvedono della loro spirituale grettezza e della loro durezza di cuore; e i partigiani del "tutto lecito", del "tutto consentito", del "che c'è di male?", che, magari con la scusa della libertà evangelica, non si fanno scrupolo di eludere i radicali impegni di vita che la parola di Gesù ci propone.
Il Vangelo ci ha parlato oggi con serietà e con chiarezza. Adesso tocca a noi. Come abbiamo ascoltato nella prima lettura, davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.
Certo è possibile che di fronte al Vangelo abbiamo un po' a sgomentarci. Ed è vero che non è mai stato facile, in nessun tempo, essere cristiani davvero.
Ma noi sappiamo che quel Signore che ci appare così esigente, è anche un Signore amico e pietoso: capisce le nostre debolezze, ci sa aiutare nelle nostre difficoltà, ci rialza dalle nostre cadute, ci consente sempre di cominciare da capo. Purché non abbiamo mai a vantare come valori le nostre trasgressioni e purché non abbiamo a chiamare bene il male e male il bene.

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Le Edizioni Studio Domenicano hanno autorizzato la pubblicazione della porzione di testo sopra riportata con lettera del 3 luglio 2023.

Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

8 - OMELIA MERCOLEDI' DELLE CENERI (Mt 6,1-6.16-18)
State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 11 febbraio 2026

Oggi iniziamo la Quaresima con un gesto sobrio e potentissimo: le ceneri sul capo. Non sono un simbolo triste, ma di rinnovamento. Ci dicono due cose: la vita passa e, proprio per questo, la vita è preziosa. Le ceneri smascherano le maschere. E ci chiedono: davanti a chi sto vivendo? Per chi sto facendo quello che faccio?
Nel Vangelo Gesù ci consegna il cuore della Quaresima con una frase che suona come un allarme: "Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati."
Non dice che elemosina, preghiera e digiuno siano inutili. Al contrario: sono indispensabili. Ma c'è un rischio sottile: fare cose sante per un motivo sbagliato. Cercare lo sguardo degli altri, l'applauso, la reputazione. Una religiosità "in vetrina".
E allora Gesù ripete tre volte una parola che è la chiave: "nel segreto".
L'elemosina nel segreto. La preghiera nel segreto. Il digiuno nel segreto.
E tre volte promette: "il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà."

1) ELEMOSINA: NON SOLO DARE, MA LIBERARE IL CUORE
Quando Gesù parla di elemosina, non sta dicendo soltanto "fai una offerta ai poveri". Sta dicendo: rompi l'idolo del possesso. L'elemosina è la cura contro quel pensiero che ci stringe: "è mio, mi serve, non basta mai."
Fare elemosina "nel segreto" significa: non la uso per sentirmi migliore, non la uso per costruirmi un'immagine. La faccio perché l'altro è mio fratello, perché Dio è Padre, perché ciò che ho l'ho ricevuto.
Quaresima è un tempo buono per chiedersi: di chi mi sto dimenticando? chi sto lasciando solo? A volte l'elemosina più grande non è il denaro: è il tempo, l'ascolto, una visita, una telefonata, il perdono offerto.
Esempi di impegni concreti per la Quaresima:
- Una busta (o bonifico) quaresimale settimanale: scegliere una cifra fissa (anche piccola) e destinarla ogni settimana a Caritas/parrocchia/una famiglia in difficoltà, senza dirlo a nessuno.
- Sostenere un bisogno reale di una persona che si conosce e non sta attraversando un buon periodo dal punto di vista dei soldi.
- Tempo-dono: un pomeriggio alla settimana facciamo una visita a un anziano solo, un malato, o un servizio concreto in parrocchia o presso associazioni caritatevoli.
- Carità in casa: spegnere una discussione sul nascere, chiedere scusa per primi, fare un atto di gentilezza senza farlo notare.

2) PREGHIERA: ENTRA NELLA STANZA, RIENTRA IN TE STESSO
Gesù dice: "Quando preghi, entra nella tua camera e prega il Padre nel segreto".
Non è un invito a disprezzare la preghiera comunitaria - che è fondamentale - ma a custodire la sorgente: l'incontro personale.
La Quaresima non è anzitutto "fare di più", ma tornare a Dio. E tornare a Dio significa tornare alla verità del cuore. Nel segreto cadono le recite. Nel segreto si può dire: "Signore, tu mi conosci, eccomi come sono, aiutami a diventare quello che vuoi tu".
Esempi di impegni concreti per la Quaresima:
- dieci minuti di preghiera al giorno "non negoziabili" (cioè senza eccezioni, a meno di impedimenti gravi): stessa ora, stesso luogo. Meglio poco, ma fedele ogni giorno.
- Un brano del Vangelo ogni giorno (potrebbe essere il Vangelo che si legge quel giorno alla Messa oppure la lettura continuata di un Vangelo): leggere, sottolineare una frase, portarla nel cuore durante la giornata, trasformarla in preghiera.
- Preghiera breve, ma frequente: scegliere un'invocazione (es. "Gesù, confido in te", "Signore, abbi pietà di me peccatore", "Padre, sia fatta la tua volontà") e ripeterla spesso durante la giornata.
- Una Via Crucis a settimana (preferibilmente in chiesa con la comunità).
- Confessione programmata: decidere oggi una cadenza in Quaresima per confessarsi, senza rimandare "a quando avrò tempo". Ad esempio: ogni due settimane oppure ogni settimana.

3) DIGIUNO: NON PER MOSTRARSI, MA PER CAMBIARE DAVVERO
Sul digiuno Gesù è molto concreto: "profùmati la testa e làvati il volto".
Cioè: non farla pesare a nessuno. Non trasformare il sacrificio in teatro.
Il digiuno è una medicina contro la schiavitù: quella di dover avere sempre, consumare sempre, riempirsi sempre.
Il digiuno cristiano non è solo "togliere": è soprattutto fare spazio.
Togli qualcosa perché torni a emergere l'essenziale. Digiuno per accorgermi di ciò che mi domina. Digiuno per riscoprire che il cuore ha fame non solo di pane, ma di senso, di amore, di pace.
E qui possiamo capire il legame con le ceneri: oggi la Chiesa ci mette sul capo un segno che non si può esibire come un trofeo. È polvere. È fragilità. È verità. È come se ci dicesse: "Smettila di costruire un personaggio. Torna figlio".
Esempi di impegni concreti per la Quaresima:
- Digiuno "classico" con senso: un giorno a settimana con un pasto sobrio (o saltato), offrendo quella fame per qualcuno (una persona malata, una famiglia ferita, la pace con chi si è litigato). Ovviamente salvo restando il digiuno del mercoledì delle ceneri e del venerdì santo e l'astinenza dalle carni e dai cibi ricercati il venerdì.
- Digiuno dagli acquisti: per tutta la Quaresima comprare solo l'essenziale; niente "sfizi" online. Mettere da parte il risparmio per la carità. Altrimenti se teniamo per noi il denaro risparmiato, la rinuncia è stato solo un attendere di poter usare quei soldi in un secondo momento.
- Digiuno dalla lamentela: scegliere un giorno alla settimana in cui mi sforzo di non criticare, non mormorare, non parlare male. Di nessuno.
- Digiuno dalle parole inutili: ridurre discussioni sterili (terminandole appena ci si accorge che non portano a nulla), eliminare risposte impulsive, ironie taglienti. Tutto questo per far spazio a una parola buona.
- Digiuno dai social o dalle serie televisive: stabilire un limite (es. 30 minuti al giorno) e il tempo liberato va utilizzato per una maggiore presenza in famiglia, non solo fisica.
- Digiuno "relazionale": rinunciare a "avere ragione" nei confronti di una persona concreta
- Digiuno digitale: niente telefono nei primi 20 minuti del mattino (o dopo cena) e quel momento diventa tempo per la preghiera e lo stare con i familiari.
Ovviamente tutti gli impegni quaresimali che desideriamo prendere vanno sottoposti al sapiente giudizio del Padre Spirituale per evitare eccessi, sia il troppo che il poco. Se non si ha il Padre Spirituale prendiamo l'impegno principale di trovare un sacerdote disponibile a seguirci nel cammino della vita.

IL PADRE CHE VEDE NEL SEGRETO
In conclusione ricordiamo che la parola più consolante del Vangelo di oggi è questa: Dio vede. Vede le fatiche che nessuno riconosce. Vede le rinunce che nessuno nota. Vede le lacrime nascoste. Vede anche il bene piccolo e silenzioso.
E la sua "ricompensa" non è un premio solo simbolico: è la reale comunione con Lui, una libertà nuova, un cuore più leggero, una gioia più pulita.
Iniziamo questa Quaresima non con l'ansia di dimostrare qualcosa agli altri, e neanche a noi stessi, ma con il desiderio di ritornare al Padre.
Prendiamo seriamente qualcuno tra gli impegni concreti visti sopra o altri simili. Riassumendo, questi saranno: scegliere una cosa da lasciare (un'abitudine che ci appesantisce), una cosa da fare (un gesto di carità reale), e una cosa da custodire (un tempo quotidiano di preghiera). Nel segreto. Per il Padre.

DOSSIER "QUARESIMA"
Digiuno, preghiera, carità

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Fonte: BastaBugie, 11 febbraio 2026

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