CINQUE COSE CHE E' VIETATO RICORDARE L'8 MARZO
Il politicamente corretto e la cultura dominante nascondono alle donne la verità su se stesse e sul loro rapporto con l'uomo
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Sito del Timone
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UN TERZO DEI DENUNCIATI E' STRANIERO, L'INTEGRAZIONE CHE NON C'E'
Il 35% dei soggetti perseguiti penalmente è straniero e la quota schizza al 60% per i reati predatori (VIDEO: 20enne violentata a Roma davanti al fidanzato da 5 marocchini)
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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TYBURN, LA MEMORIA DEI MARTIRI CATTOLICI INGLESI
Nel luogo dove sotto Elisabetta I furono impiccati e squartati oltre cento cattolici, come John Felton e John Storey, oggi c'è l'adorazione perpetua
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
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DUE MILIONI ALLA PRIMA DETRANSITIONER A VINCERE UNA CAUSA IN TRIBUNALE
La ventiduenne Fox Varian, pentita di aver effettuato il cambio di sesso, mostra l'inganno del percorso di transizione di genere e cerca di recuperare il proprio autentico sé femminile
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: Provita & Famiglia
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VALANGHE DI EURO DALL'UE AI MEDIA PER FABBRICARE IL CONSENSO
Sono capillari i finanziamenti di Bruxelles al mondo dell'informazione per pilotare l'opinione pubblica col pretesto della lotta alla disinformazione (il pensiero unico costa e a pagare sono gli europei)
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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GLOVO E DELIVEROO, IL PREZZO NASCOSTO DELLA COMODITA' DIGITALE
Dopo le inchieste sui rider, resta la domanda se la comodità a portata di click non rischi di diventare un diritto assoluto a scapito degli schiavi dei tempi moderni
Autore: Raffaella Frullone - Fonte: Sito del Timone
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OMELIA IV DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 9,1-41)
Va' a lavarti nella piscina di Sìloe
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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CINQUE COSE CHE E' VIETATO RICORDARE L'8 MARZO
Il politicamente corretto e la cultura dominante nascondono alle donne la verità su se stesse e sul loro rapporto con l'uomo
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Sito del Timone, 7 marzo 2026
Domani sarà l'8 marzo e, purtroppo, non sarà solo il giorno delle mimose e della celebrazione della donna. Sarà anche, se non soprattutto, un'epifania del politicamente corretto e della cultura dominante. Due facce della stessa medaglia: quella che, in un tempo teoricamente caratterizzato dalla libertà di parola, vede quest'ultima di fatto limitata o scoraggiata. In particolare, a proposito proprio dell'argomento femminile, ci sono alcune cose che l'8 marzo è vietato o quasi ricordare. Vediamo brevemente quali sono, finché ci è ancora consentito farlo.
1. CELEBRARE LA DONNA? PRIMA DEFINIAMOLA La prima cosa sconveniente da fare l'8 marzo è... definire cosa sia una donna. Paradossale ma vero, in un tempo in cui si moltiplicano esempi di rimozione o, almeno, di confusione sullo stesso termine «donna». Qualche esempio? Nel settembre 2021 la rivista scientifica The Lancet apostrofò le donne come «corpi con le vagine». Poco dopo il dizionario di Cambridge, punto di riferimento imprescindibile per chi approccia la lingua inglese, aggiornò le voci man e woman, ovvero «uomo» e «donna»; in particolare la definizione di «donna», che prima era «essere umano adulto di sesso femminile», è diventata - in chiaro omaggio al gendericamente corretto - «essere umano adulto di sesso femminile oppure persona adulta che vive e si identifica come femmina anche se alla nascita è stata definita di sesso diverso». E gli esempi potrebbero continuare, se non fosse diventato scomodo o sconosciuto - come prova pure il documentario What Is a Woman? (2022) di Matt Walsh - ricordare semplicemente l'ovvio: una donna è una persona adulta di sesso femminile.
2. IL PIÙ GRANDE FEMMINICIDIO È L'ABORTO Posto che chi scrive non intende certo sminuire la gravità dei tanti, troppi casi di donne uccise per mano di uomini che dicevano di amarle, non c'è dubbio che il più grande femminicidio sia l'aborto. In particolare, lo è se si prende in esame il fenomeno dell'aborto selettivo. A suggerirlo non sono dei paladini del patriarcato, bensì delle donne intervenute, nel corso degli anni anzi dei decenni, nella denuncia di quello che non solo è la «prima causa di femminicidio» ma, a ben vedere, è il solo vero femminicidio, se per femminicidio s'intende la deliberata soppressione di un essere umano in quanto appartenente al sesso femminile: l'aborto selettivo. La prima a parlarne, quasi 40 anni fa fu Mary Anne Warren nel suo Gendercide (Rowman & Allanheld, 1985). In Italia a rompere il silenzio sul tema è stata invece Anna Meldolesi, autrice di un testo eloquente già nel titolo - Mai nate (Mondadori, 2011) - con cui si è proposta di raccontare la scomparsa, nel mondo, di 100 milioni di donne. Sì, avete letto bene: 100 milioni di donne mai nate - perché abortite - per il solo fatto d'essere femmine. Una strage silenziosa che continua a livello planetario da troppo tempo.
3. L'IDEOLOGIA PROGRESSISTA NON FA FELICI LE DONNE Da noi il fenomeno è ancora poco conosciuto, ma all'estero, in particolare negli Stati Uniti, si registra il dilagare delle Swfs - acronimo che sta per Single woke females -, ovvero delle donne che, più che un uomo, preferiscono sposare un'agenda: quella politica ultraprogressista. Ora, ma davvero l'espansione delle Swfs costituisce una conquista per la donna? Politicamente scorretto, il quesito pare interessante; soprattutto perché disponiamo di dati per provare a rispondere: sono quelli dell'American family survey del 2022, studio annuale condotto su 3.000 persone. Quello che qui interessa riguarda le donne tra i 18 e i 55 anni che si dichiarano «completamente soddisfatte della propria vita». Una quota che, se tra le madri sposate arriva al 33%, tra le donne senza figli crolla al 15%. Inoltre, le single senza figli hanno circa il 60% di probabilità in più di segnalare sentimenti di solitudine rispetto alla controparte coniugata. Oltre alla condizione affettiva, la felicità pare associata anche a quella ideologica. Se solo il 16% delle donne liberal si ritiene «completamente soddisfatta della propria vita», la stessa quota balza al 31% tra le conservatrici. Un vantaggio dovuto al fatto che queste ultime hanno sia più probabilità di sposarsi, sia più probabilità di essere felici della loro vita familiare.
4. GLI STUPRI? L'EDUCAZIONE SESSUALE NON È IL RIMEDIO Un altro tormentone del femminismo 4.0, che l'8 marzo torna in grande spolvero, riguarda il bisogno anzi l'urgenza dell'educazione sessuale nelle scuole come antidoto a violenze ed abusi. Peccato che non esistano studi che dimostrino che, se oggi uno studente viene sottoposto ad un tot di ore di educazione sessuale, tra cinque o dieci anni avrà meno probabilità di essere violento con la donna con la quale starà assieme. Viceversa, sul tema degli stupri c'è una scomoda verità che pochi ricordano. Quale? Eccola: numeri del Viminale alla mano, lo scorso anno si sono consumate 6.382 violenze sessuali; ebbene, di queste, ben il 43,5% ha portato la firma di cittadini stranieri. Praticamente la metà degli stupri, dei palpeggiamenti e di qualsivoglia molestia ai danni delle donne, in Italia, è compiuta da immigrati. Che tuttavia non sono il 43,5% della popolazione, bensì appena il 9%. Non serve a questo punto essere grandi matematici per capire come esista un legame tra flussi immigratori di massa e l'aumento degli abusi sulle donne. Ma pure questa, come noto, è una verità che è assai scomodo ricordare.
5. IL MARITO NON È UN MOSTRO, ANZI Restando in tema di abusi e di relazioni, un'ultima cosa che andrebbe ricordata è che il marito non è un mostro. Si tende infatti a ricordare, anzi a ripetere con non poca enfasi, che «la maggior parte delle violenze si consuma in famiglia». Cosa vera, per carità. Ma posto che non sono solo gli uomini ad agire violenza, va chiarito che il termine «famiglia» in questo caso, più che ad una coppia regolarmente sposata e unita, definisce un rapporto di prossimità. Non qualche fonte conservatrice, infatti, bensì l'Istat ha già chiarito da qualche anno che le coniugate risultano meno esposte a rischi di uccisione rispetto a quelle separate, divorziate o single. Solo le donne vedove - spesso le più anziane e quelle, perciò, verosimilmente con meno vita sociale - si trovano meno esposte a rischi di rispetto alle coniugate. Tutto questo per dire che, se da un lato anche nelle cosiddette famiglie tradizionali i casi di violenza anche atroce talvolta si verificano, dall'altro però il marito non è un mostro; e meno che meno va stigmatizzato il maschio bianco etero e cattolico, il mostro per eccellenza agli occhi della cultura dominante. Detto ciò - e fatta dunque chiarezza, si spera, su alcuni tormentoni che continuano a circolare così come su delle verità scomode che è ormai vietato affermare - buon 8 marzo, domani, a tutte le donne: laiche e religiose, nonne e mamme, fidanzate e sorelle, amiche e sempre, comunque, riferimenti irrinunciabili.
DOSSIER "FESTA DELLA DONNA" L'ideologia dell'8 marzo Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: Sito del Timone, 7 marzo 2026
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UN TERZO DEI DENUNCIATI E' STRANIERO, L'INTEGRAZIONE CHE NON C'E'
Il 35% dei soggetti perseguiti penalmente è straniero e la quota schizza al 60% per i reati predatori (VIDEO: 20enne violentata a Roma davanti al fidanzato da 5 marocchini)
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 25 febbraio 2026
Nel 2024, il 34,7% dei soggetti perseguiti penalmente, quindi oltre un terzo delle persone denunciate, è di nazionalità straniera, una quota che tuttavia esplode oltre il 60% quando l'analisi si stringe attorno alla piaga dei reati predatori. Rispetto al 2019, l'anno zero prima della paralisi della emergenza sanitaria, il balzo è netto: un incremento dell'8,1% nelle segnalazioni che segna il superamento della soglia dei 265.869 individui. Ma per leggere il fenomeno serve guardare alla demografia: l'Italia oggi ospita 5,7 milioni di stranieri, il 9% della popolazione totale, e sono circa 321mila gli irregolari. In un'ottica analitica di lungo periodo, una delle ricerche più autorevoli in materia commissionata dal Ministero dell'Interno (Barbagli, Colombo, 2011) - basata sul monitoraggio del ventennio 1988-2009 - evidenziava come ben il 70% dei reati ascrivibili a cittadini stranieri sia stato perpetrato da soggetti in condizione di irregolarità. E la dinamica attuale ci dice che non è cambiato niente. I dati rivelano una specializzazione delittuosa che vede gli stranieri prevalere in termini di arresti nelle fattispecie più "visibili": furti con destrezza 69%; scippi 61%; rapine in pubblica via 60,1%; violenze sessuali al 43%, spaccio di stupefacenti al 39%, furti di autovetture al 24,5%, contrabbando al 29%, omicidi volontari al 23,7%. Si tratta di ordini di grandezza vertiginosi, ancor di più se rapportati all'esigua incidenza statistica che tale gruppo rappresenta sull'intera popolazione nazionale. La geografia del fenomeno vede Prato capolista delle città dove gli stranieri hanno maggior peso tra gli arrestati: nella provincia toscana un residente su quattro è cittadino straniero e il 62% di chi sta dietro le sbarre non è italiano. Seguono Milano e Firenze che guidano la classifica delle aree metropolitane più colpite dalla criminalità di strada: qui l'incidenza degli autori di nazionalità straniera raggiunge soglie critiche, attestandosi rispettivamente al 55,8% e al 56%. Parallelamente, le province di frontiera come Imperia, Bolzano e Trieste - tutti territori con incidenze superiori al 50% - confermano come i varchi d'Europa siano, oggi più che mai, i sismografi di un'integrazione che non esiste.
UNA ZONA D'OMBRA CLAMOROSA Parallelamente, il sistema sanzionatorio rivela una zona d'ombra speculare. L'«Area Penale Esterna» è il modo in cui in burocratichese si indicano i 140.000 condannati che non sono dietro le sbarre; tra questi, oltre 30.000 sono stranieri. Quindi, in giro per le nostre città, ci sono trentamila immigrati condannati, ma lasciati liberi. Che vanno a sommarsi ai 20.000 in carcere. Si tratta di un bacino alimentato dalla Riforma Cartabia, che impedisce la detenzione per condanne inferiori ai quattro anni, lasciando in circolazione delinquenti di varia natura. I rilievi statistici del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità aggiornati al 15 gennaio 2026 delineano con estrema precisione l'identità di questi "invisibili": un contingente fatto di marocchini, albanesi, tunisini, nigeriani, egiziani, peruviani, ucraini e via così. C'è poi il nodo delle Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza): il 25% degli ospiti è straniero, con una quota del 30% tra rifugiati e richiedenti asilo affetti da disturbi post-traumatici. Il sovraffollamento di queste strutture genera cortocircuiti pericolosi con soggetti bisognosi di cure e potenzialmente violenti che rimangono liberi per mancanza di posti letto, trasformando il disagio psichico in un allarme di ordine pubblico. Emblematico è il caso del cittadino straniero che nel quartiere San Lorenzo a Roma ha aggredito brutalmente diversi passanti - culminando nell'episodio della madre colpita al volto mentre era in bicicletta con il figlio - la cui posizione giuridica ne ha comunque garantito la permanenza in stato di libertà. Se le tabelle ministeriali sono chirurgiche nel quantificare i flussi in entrata, diventano reticenti sui provvedimenti di revoca. Non esiste un database pubblico sulle misure interrotte e su chi viola le prescrizioni e torna dietro le sbarre. Le cronache locali, tuttavia, suppliscono al silenzio statistico: da Napoli a Bologna, da Agrigento a Ferrara, si moltiplicano gli episodi di semidetenuti che, approfittando della libertà vigilata o dei servizi sociali, tornano a colpire.
UNA NUOVA GEOGRAFIA CRIMINALE A complicare il quadro interviene la giurisprudenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 15896/2024), la quale stabilisce che un singolo "comportamento deviante" non è più condizione sufficiente per la revoca automatica del beneficio. La pena, dunque, si mimetizza: non è più un confine invalicabile, ma un percorso elastico dove il reato non sempre comporta il ritorno in cella. Questa analisi non può prescindere dal dato più allarmante: la genesi di una nuova geografia criminale che affonda le radici nella criminalità minorile. A marzo 2025 il rapporto Antigone censiva 597 detenuti nei penitenziari per minori; di questi, il 49,9% è composto da stranieri, in prevalenza minori non accompagnati provenienti dal Maghreb. I dati sulla responsabilità penale degli under 17 sono inequivocabili: gli stranieri rappresentano il 59,4% dei fermi per furto, il 59,8% per rapina e il 41,7% per estorsione. Ancora più cupo è il bilancio dei reati di sangue, con una partecipazione del 47,3% nei tentati omicidi. La cronaca recente cristallizza questa emergenza in episodi di brutale nitidezza. Nel gennaio 2026, a La Spezia, il diciottenne Zouhair Atif ha ucciso a coltellate il coetaneo Abanoub Youssef all'istituto "Einaudi Chiodi". Pochi giorni prima, a Roma, un funzionario ministeriale era stato vittima di un feroce pestaggio presso la stazione Termini per mano di una gang di giovani stranieri. Analogamente, a Torino, otto nordafricani tra i 15 e i 20 anni sono stati identificati come i responsabili di una guerriglia urbana, condotta con armi bianche e pistole scacciacani, durante i cortei pro-Pal. L'allarme si estende alla violenza sessuale con l'insorgere della taharrush gamea (aggressione collettiva), importata in Italia dagli immigrati islamici in una sequenza iniziata nel 2022 e che s'è fatta incessante. Per non parlare degli emblematici casi di Padova, dove tre giovani nordafricani - guidati da un leader con precedenti sin dalla minore età - hanno abusato di una ragazza sotto minaccia di coltello, e di Catania, dove sette minori egiziani, ospiti di un centro di accoglienza, sono stati individuati come gli autori dello stupro di una tredicenne nei giardini di Villa Bellini. I dati di cronaca e le evidenze statistiche non costituiscono un mero consuntivo giudiziario, ma rappresentano il principale indicatore predittivo delle future criticità per la sicurezza nazionale. L'esperienza di Londra e Parigi avrebbe dovuto offrire un monito tempestivo; al contrario, dopo aver allo stesso modo importato dinamiche sociali e subculture della violenza estranee al nostro contesto, il sistema fatica oggi a intercettare il fenomeno prima ancora che porsi da argine.
VIDEO: 20enne violentata da 5 marocchini davanti al fidanzato
https://www.youtube.com/watch?v=q7tZaN-sGjI
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 25 febbraio 2026
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TYBURN, LA MEMORIA DEI MARTIRI CATTOLICI INGLESI
Nel luogo dove sotto Elisabetta I furono impiccati e squartati oltre cento cattolici, come John Felton e John Storey, oggi c'è l'adorazione perpetua
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 2 marzo 2026
Tra i tanti luoghi del mondo in cui, giorno e notte, si adora il Santissimo Sacramento, ve n'è uno che possiede un significato del tutto particolare, perché richiama una pagina tragica della storia della Chiesa: il convento di Tyburn, nel centro di Londra, presso l'attuale Marble Arch. Il Tyburn Tree era il nome popolare del grande patibolo che qui sorgeva. Non si trattava di un "albero" vero e proprio, ma di una robusta struttura lignea di forma triangolare: tre pali verticali sostenevano altrettante travi orizzontali. Questa particolare conformazione permetteva di eseguire più condanne contemporaneamente, facendo di Tyburn il principale luogo delle esecuzioni pubbliche inglesi fino al 1783. Tra il 1535 e il 1681, quel patibolo divenne teatro della morte di oltre cento martiri cattolici, insieme a molti altri fedeli non ancora ufficialmente riconosciuti santi dalla Chiesa. La persecuzione religiosa ebbe inizio nel 1534 quando, con l'Atto di Supremazia, il re Enrico VIII si proclamò capo supremo della Chiesa d'Inghilterra, rompendo con Roma dopo il rifiuto papale di dichiarare nullo il suo matrimonio con Caterina d'Aragona. Chiunque non riconoscesse la nuova autorità religiosa del sovrano veniva condannato a morte per "alto tradimento". Ebbe così origine lo scisma anglicano. Le prime vittime furono san Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, e il Lord Cancelliere san Tommaso Moro. Entrambi furono decapitati a Tower Hill nel 1535. Pur non essendo stati giustiziati a Tyburn, il clima persecutorio che li condannò era lo stesso che avrebbe segnato il destino di tanti martiri impiccati e squartati al Tyburn Tree. Durante il regno di Elisabetta I la repressione contro i cattolici si intensificò. Tra i martiri più noti di Tyburn ricordiamo: il padre gesuita Edmund Campion, nel 1581, e i suoi confratelli Robert Southwell e Henry Walpole, nel 1595. Accanto a loro, vogliamo ricordare due laici, meno conosciuti, ma meritevoli di venerazione.
JOHN FELTON Il 25 febbraio 1570, san Pio V firmò e promulgò in concistoro la bolla Regnans in excelsis, con la quale pronunciò la sentenza di scomunica contro la regina Elisabetta I, dichiarandola decaduta dal suo preteso diritto alla corona inglese; i suoi sudditi non erano legati dal giuramento di fedeltà verso di essa e sotto pena di scomunica non potevano prestarle obbedienza. Il Papa si richiamava al Magistero dei grandi Papi del Medioevo, ma anche di Paolo III che, nel 1535, aveva dichiarato privato del regno il Re d'Inghilterra Enrico VIII, e di Clemente VIII che lo aveva scomunicato. Elisabetta cercò in tutti i modi di impedire che la bolla fosse introdotta e conosciuta nel suo regno, ma la notte del 25 marzo 1570, un gentiluomo di Southwark, John Felton, affisse una copia della bolla papale sul portone della casa del vescovo scismatico di Londra, accanto alla cattedrale anglicana di San Paolo. La mattina dopo la notizia si diffuse nella popolazione di Londra che si riunì eccitata presso il palazzo del vescovo. Elisabetta andò su tutte le furie, e ordinò che si facesse uso della tortura per scoprire il temerario che l'aveva affissa. Felton, invece di fuggire, rivendicò l'onore dell'impresa, e dichiarò che molti esemplari della bolla circolavano già nelle mani dei fedeli della città. Il 4 agosto Felton, condotto dinanzi al tribunale, negò pubblicamente la supremazia spirituale di Elisabetta, dichiarandosi pronto a morire per la fede cattolica. Poi, per mostrare di non nutrire nessun odio personale contro la regina, si tolse dal dito un anello, in cui era incastonato un diamante prezioso e lo fece consegnare alla sovrana. Fu impiccato e squartato l'8 agosto 1570 e, come testimonia Francesca sua figlia, mentre il carnefice già ne stringeva in mano il cuore strappatogli dal petto fu udito ancora invocare per due volte il nome di Gesù. John Felton fu beatificato da Leone XIII il 29 dicembre 1886. Suo figlio Thomas si fece sacerdote e subì lo stesso supplizio nel 1588.
JOHN STOREY Al suo martirio seguì quello di John Storey, un anziano giurista, professore di diritto ad Oxford, che era stato membro del Parlamento negli ultimi anni di Enrico VIII. Storey, dopo essere stato arrestato una prima volta dal 1548 al 1549, si rifugiò a Lovanio, ma all'avvento di Maria Tudor ritornò in Inghilterra, venendo nominato cancelliere delle diocesi di Oxford e Londra. Arrestato di nuovo agli inizi del regno di Elisabetta riuscì ad evadere, riparando nuovamente nelle Fiandre, dove aveva preso la cittadinanza spagnola, mettendosi sotto la protezione di Filippo II. Nell'estate del 1570 fu attirato con un tranello a bordo di un vascello inglese, incatenato e portato a Londra, dove fu rinchiuso nelle prigioni della Torre e condannato a morte. Il 26 maggio 1571 fu squartato a Tyburn. È stato beatificato da Leone XIII nel 1886. Il supplizio di Storey fu analogo a quello di Felton e di tanti cattolici che sarebbero stati "impiccati, sventrati e squartati" a Tyburn. Il condannato condotto su un carretto al luogo dell'esecuzione, veniva spogliato nudo, con le mani legate e impiccato in modo che il collo non si rompesse. Prima che sopraggiungesse la morte, veniva condotto al tavolo di squartamento e orrendamente mutilato, ancora vivo e cosciente. Il carnefice stava attento a non ledere organi vitali, in modo che il condannato restasse vivo sino al termine del supplizio. Vicino al tavolo di squartamento, c'era un braciere dove veniva posto ogni pezzo di organo, per essere bruciato davanti agli occhi del suppliziato. Quando al suppliziato, ancor vivo, erano completamente strappate le viscere, il carnefice gli tagliava la testa e procedeva infine allo squartamento del corpo. Con un'ascia lo divideva in quattro parti, prima tagliandolo verticalmente poi, orizzontalmente, quindi in altre due metà. I quarti del suo corpo venivano appesi in diversi angoli della città. Così morirono molti martiri cattolici inglesi sotto Elisabetta I, la sanguinaria. Oliver Plunkett, Arcivescovo di Armagh, vittima di accuse infondate, fu l'ultimo cattolico a morire a Tyburn nel 1681. Nel 1901 un ordine religioso di suore benedettine esiliate dalla Francia, le Adoratrici del Sacro Cuore di Gesù di Montmartre, acquistò il terreno in cui sorgeva il patibolo di Tyburn. Nel luogo che aveva visto tanto sangue, istituirono un'Adorazione perpetua al Santissimo Sacramento, che costituisce ancora oggi il centro della Londra cattolica. Al patibolo si è sostituito un altare dove si adora Dio, verità infinita e somma giustizia.
IL MARTIRIO DI SAN TOMMASO MORO, PATRONO DEI POLITICI Il re d'Inghilterra Enrico VIII con l'Atto di Supremazia si autoproclama capo della Chiesa di Inghilterra; si opporranno il Cancelliere del Regno Tommaso Moro e l'arcivescovo John Fisher, entrambi decapitati, e altri cattolici che saranno squartati vivi https://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=4
Fonte: Radio Roma Libera, 2 marzo 2026
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DUE MILIONI ALLA PRIMA DETRANSITIONER A VINCERE UNA CAUSA IN TRIBUNALE
La ventiduenne Fox Varian, pentita di aver effettuato il cambio di sesso, mostra l'inganno del percorso di transizione di genere e cerca di recuperare il proprio autentico sé femminile
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: Provita & Famiglia, 8 febbraio 2026
Ammonta a due milioni di dollari il risarcimento che la Corte suprema della contea di Westchester, nello stato di New York, ha recentemente accordato alla ventiduenne Fox Varian, detransitioner pentita di aver effettuato il cambio di sesso, giudicato dallo stesso tribunale come affrettato e zeppo di conseguenze negative sulla salute e il benessere psicofisico della giovane donna. La sentenza, che giunge al termine di un processo durato tre settimane, è destinata a passare alla storia, perché si tratta di fatto del primo risarcimento in denaro per danni alla salute provocati dal percorso di transizione di genere. Nel caso di specie si tratta di un risarcimento di 1,6 milioni di dollari per la sofferenza e i dolori passati e futuri e di 400mila quale anticipo per le spese mediche che Varian dovrà ancora affrontare per riappropriarsi del proprio autentico sé femminile.
LA VICENDA DI FOX VARIAN Sul banco degli imputati sono finiti lo psicologo Kenneth Einhorn e il chirurgo plastico Simon Chin, che nel 2019 hanno dato il loro assenso e parere positivo all'intervento di transizione della giovane americana - per farla diventare "uomo" - senza neanche confrontarsi tra loro in maniera adeguata e violando gli stessi protocolli di cura vigenti in materia. «Ho pensato subito che fosse sbagliato e che non poteva essere vero», ha dichiarato Adam Deutsch, avvocato di Varian, riprendendo alcune considerazioni della giovane messe su carta a ridosso della mastectomia. In esse Varian raccontava di «un calore bruciante, una sensazione di lacerazione al petto» accompagnata da un forte senso di «vergogna: è difficile accettare di essere trasfigurati a vita». Nel corso del processo, la madre di Varian, Claire Deacon, ha testimoniato di aver accettato a malincuore - a suo tempo - la scelta della figlia di sottoporsi a un intervento chirurgico e di non averla osteggiata, pur essendo contraria a questa decisione. Anche a lei i medici avevano infatti raccontato il solito ritornello: "Meglio un figlio vivo che una figlia morta", facendole credere che, se non si fosse operata, la giovane avrebbe corso il grosso rischio di suicidarsi. Sulla portata storica di questa sentenza è intervenuto anche l'avvocato Josh Payne, noto in quanto co-fondatore dello studio Campbell Miller Payne che negli ultimi anni ha sviluppato varie azioni legali per presunti danni e mancanza di consenso informato legati a percorsi medici di "transizione", anche su minori. «Questa giuria - ha dichiarato Payne - ha inviato un messaggio chiaro: giustizia sarà fatta per le persone vulnerabili che sono state indotte a procedure di transizione di genere senza le opportune garanzie». E in effetti, di 28 cause intentate dai detransitioner ancora in corso, questa è la prima a giungere al termine e a ottenere il relativo risarcimento davanti a un tribunale federale.
I DETRANSITIONER Purtroppo quello dei detransitioner non è un fenomeno nuovo, né questo è pertanto un caso isolato. Si tratta infatti della drammatica realtà vissuta da tante persone, prima sedicenti trans - giovani e meno giovani non soltanto Oltreoceano ma anche in Europa -, le quali scelgono liberamente di tornare indietro nel percorso di transizione di genere, dunque di riappropriarsi della propria identità e sessualità biologica, dopo averne sperimentato tragicamente anche numerosi danni irreversibili sulla propria pelle. La loro voce è scomoda per il "politicamente corretto" che cerca con ogni mezzo di censurarla e metterla a tacere, proprio perché costituisce quel bastone tra le ruote capace di far inceppare i meccanismi ideologici della teoria gender. Quelle dei detransitioner, insomma, sono storie drammatiche e molto toccanti anche sul piano emotivo, perché raccontano di una sofferenza e di dolori fisici e psicologici che continuano a segnare corpi e anime. Lo sa bene Pro Vita & Famiglia, che già nell'ottobre 2024 ha portato in tour, nelle principali città italiane, la storia della detransitioner americana Luka Hein, la quale nella sua testimonianza ha acceso i riflettori non solo sui danni irreversibili del percorso di transizione di genere sperimentati in prima persona, ma anche sul peso del contagio sociale, che arriva da social, ambienti scolastici e spesso anche da medici ideologizzati. Anche di recente l'associazione è tornata sul tema, con un'altra testimonianza, quella del venticinquenne di origine ceca Daniel Black, il quale - durante una conferenza stampa a Bruxelles, nella sede dell'Unione Europea - ha raccontato senza sconti né infingimenti gli anni di medicalizzazione, gli interventi chirurgici irreversibili e le cicatrici fisiche e psicologiche con cui deve fare purtroppo ancora i conti quotidianamente per aver creduto alla menzogna ideologica di essere nato nel corpo sbagliato.
Fonte: Provita & Famiglia, 8 febbraio 2026
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VALANGHE DI EURO DALL'UE AI MEDIA PER FABBRICARE IL CONSENSO
Sono capillari i finanziamenti di Bruxelles al mondo dell'informazione per pilotare l'opinione pubblica col pretesto della lotta alla disinformazione (il pensiero unico costa e a pagare sono gli europei)
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 7 febbraio 2026
C'è un miliardo di euro che si muove nell'ombra dei palazzi di vetro di Bruxelles, con un unico obiettivo: fabbricare il consenso. Mentre l'Unione Europea si erge a paladina globale della libertà di stampa, un rapporto esplosivo intitolato Bruxelles's media machine: European media funding and the shaping of public discourse, firmato da Thomas Fazi per il think tank MCC Brussels, squarcia il velo su un sistema di finanziamento capillare. Non si tratta di semplice sostegno all'editoria, ma di una vera e propria ingegneria del discorso pubblico che, nell'ultimo decennio, ha drenato quasi 1 miliardo di euro dalle tasche dei contribuenti per alimentare narrazioni pro-UE e soffocare il dissenso. La cifra è notevole, ma secondo il rapporto è persino prudente. La Commissione Europea e il Parlamento Europeo erogano collettivamente circa 80 milioni di euro all'anno per "progetti mediatici". Analizzando la struttura di spesa, emerge un sistema ramificato: il cuore finanziario di questa colossale operazione di condizionamento batte all'interno della DG CONNECT - dipartimento della Commissione europea responsabile per la politica digitale dell'UE - che ogni anno irriga il sistema mediatico con circa 50 milioni di euro. A questa imponente dotazione si affianca l'azione parallela del Parlamento Europeo, il quale, agendo tramite la propria DG COMM (Direzione Generale della Comunicazione), immette nel circuito altri 10 milioni di euro annui sotto forma di sovvenzioni destinate a co-finanziare programmi radiofonici, televisivi e piattaforme digitali incaricate di riportare l'attività legislativa comunitaria. Tuttavia, la proiezione di potere di Bruxelles travalica i confini dell'Unione per farsi strumento geopolitico: per il solo 2025, infatti, sono stati stanziati ulteriori 10 milioni di euro destinati esclusivamente al panorama informativo ucraino. Tutto questo avviene sotto etichette rassicuranti: "lotta alla disinformazione", "promozione dell'integrazione europea" o "difesa dei valori".
MILIONI DI EURO Il rapporto scende nel dettaglio dei beneficiari, svelando che la Commissione europea ha letteralmente messo a libro paga tante agenzie di stampa: 7 milioni di euro all'Agence France-Presse (AFP), 5,6 milioni all'italiana ANSA, 3,2 milioni alla tedesca DPA, 2 milioni alla spagnola EFE e persino 1 milione alla statunitense Associated Press (AP). Anche testate minori come la portoghese Lusa (200.000 euro) o la polacca PAP (500.000 euro) compaiono nella lista. Il quadro si fa ancora più inquietante osservando le emittenti e i gruppi editoriali. Euronews svetta con un finanziamento monstre di 230 milioni di euro. Seguono la franco-tedesca ARTE con 26 milioni, la piattaforma Euractiv con 6 milioni e giganti del servizio pubblico come Deutsche Welle (35 milioni), France Médias Monde con 16,5 milioni, 444.hu (Ungheria) 1,1 milioni di euro e la spagnola RTVE con 700.000 euro. In Italia, la RAI ha beneficiato di 2 milioni di euro, mentre il Gruppo Editoriale GEDI ha ricevuto 190.000 euro. Persino organizzazioni teoricamente indipendenti come Reporters Without Borders (5,7 milioni) e il sito di investigazione Bellingcat (440.000 euro) risultano agganciate ai flussi di Bruxelles. Il controllo avviene attraverso programmi tecnici dai nomi asettici. L'IMREG (Information Measures for the EU Cohesion Policy) ha speso dal 2017 ad oggi oltre 40 milioni di euro in campagne "pubbliredazionali". Il programma Journalism Partnerships, con un budget di circa 50 milioni, supervisiona collaborazioni che promuovono esplicitamente la "demistificazione dell'UE" e la lotta ai "movimenti nazionali estremisti". Il quadro si completa con le Multimedia Actions, un polmone finanziario da oltre 20 milioni di euro l'anno che tiene in vita la European Newsroom, il consorzio di 24 agenzie di stampa strategicamente appostato nel cuore di Bruxelles. A queste si affianca l'EDMO (European Digital Media Observatory), la corazzata "anti-disinformazione" da 27 milioni di euro incaricata di pattugliare i confini della verità ufficiale. Il risultato è un conflitto di interessi sistemico: un ecosistema in continua espansione che, sotto le insegne virtuose della difesa dei valori europei, cementa una dipendenza finanziaria letale che incentiva l'allineamento e marginalizza le voci dissenzienti.
UNA NARRAZIONE PILOTATA DALL'ALTO La strategia di Bruxelles non si limita ai media tradizionali, ma si estende al controllo brutale dello spazio digitale. Jim Jordan, presidente della Commissione Giustizia alla Camera Usa, ha rivelato una campagna decennale architettata per imporre la censura europea su scala globale. Attraverso il Digital Services Act (DSA), la Commissione Europea ha trasformato quelli che erano nati come codici di condotta "volontari" in veri e propri obblighi di fatto, costringendo le piattaforme a riscrivere le proprie linee guida per conformarsi ai desiderata di Bruxelles. L'obiettivo di questa pressione sistematica è la definizione dei confini del dibattito pubblico su temi politici cruciali, come l'immigrazione o l'identità di genere. Migliaia di documenti interni confermano come le Big Tech, per non perdere l'accesso al mercato unico europeo, abbiano esteso gli standard restrittivi dell'Unione a tutto il mondo, censurando contenuti protetti dal Primo Emendamento persino negli Stati Uniti. Un caso emblematico è quello di TikTok, che ha modificato le proprie policy globali arrivando a oscurare affermazioni come "esistono solo due generi" per allinearsi ai parametri del DSA. Le radici di questa offensiva risalgono a ben prima dell'entrata in vigore del nuovo regolamento: già nel 2020, Bruxelles pretendeva la rimozione dei contenuti che mettevano in discussione le narrazioni ufficiali sull'emergenza sanitaria legata al Covid-19 e sui vaccini. Con l'avvento del DSA, questa prassi è divenuta strutturale, imponendo alle piattaforme una "revisione continua" dei contenuti per restare in regola. Le interferenze sono state particolarmente aggressive durante le tornate elettorali in Francia, Olanda, Irlanda, Slovacchia, Moldova e Romania, dove la Commissione ha esercitato un monitoraggio ossessivo sui contenuti politici ritenuti sgraditi. In questa trama di influenze e capitali, il confine tra informazione e propaganda istituzionale non è più una linea sottile. Ciò che le istituzioni vendono come un argine alla disinformazione si rivela, alla luce dei fatti, un'imponente opera di architettura sociale: una "sfera pubblica" fabbricata in laboratorio per essere impermeabile al dissenso. In questo impero invisibile, centinaia di milioni di cittadini europei si ritrovano immersi in una narrazione che è stata pagata per essere fedele.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 7 febbraio 2026
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GLOVO E DELIVEROO, IL PREZZO NASCOSTO DELLA COMODITA' DIGITALE
Dopo le inchieste sui rider, resta la domanda se la comodità a portata di click non rischi di diventare un diritto assoluto a scapito degli schiavi dei tempi moderni
Autore: Raffaella Frullone - Fonte: Sito del Timone, 27 febbraio 2026
Caporalato, uomini pagati quattro euro all'ora per lavorare in condizioni indegne. Dopo il caso di Glovo, anche Deliveroo finisce sotto l'occhio della Procura di Milano. Migliaia di rider sfruttati e monitorati in ogni più piccolo movimento: dove si fermano, per quanto tempo, cosa fanno. Oggi abitano le pagine dei giornali, qualcuno finisce anche sui tg, normalmente sono letteralmente invisibili. A Milano i cubi azzurri sfrecciano tra i binari del tram a tutte le ore del giorno e della notte, infilano corso Buenos Aires facendo la gincana tra le auto, attraversano i Navigli nella nebbia o sotto la pioggia, qualche volta si fermano per pochissimi istanti a riprendere fiato tra Corso Garibaldi e Corso Como, tra uno Spritz e un Prosecco. Normalmente nessuno li nota, sono diventati parte del paesaggio urbano quanto l'ago di Piazza Cadorna e il Bosco verticale. Invisibili, promettono quello che questa città e l'epoca contemporanea più ama: efficienza e prontezza. Tutto e subito. A domicilio. Taaac. Ma resta la domanda: a quale prezzo? E soprattutto, che farebbe San Tommaso, se vivesse nella Milano 2.0 dove un briefing si può prolungare oltre le 21 in Porta Nuova e ci sono ancora magari 20 minuti di metro prima di arrivare a casa davanti al frigo magari semivuoto? Non è una provocazione moralistica. E nemmeno si tratta di demonizzare il cibo a domicilio, ma di chiedersi quali ricadute hanno le nostre scelte sul bene comune, se la comodità è un valore assoluto e se non ci sono forse delle cose da rimettere in ordine. Non vogliamo essere ipocriti, la tentazione può esser forte. Giornate sempre troppo lunghe, a volte inutilmente frenetiche, metro affollate, ritmi serrati e poi si arriva finalmente a casa, dove magari nessuno aspetta, nessuno ha preparato un piatto e nemmeno un abbraccio. L'app è lì, pronta e seducente, un click e per lo meno ci si potrà sfamare senza doversi metter ai fornelli. In sé non c'è nulla di illecito. Il mercato esiste, e la divisione del lavoro ha sempre fatto prosperare le città e non solo. Ma san Tommaso chiederebbe: l'uso che faccio di questo servizio è ordinato? Sto pagando il giusto prezzo o sto accettando un sistema che regge su compensi compressi e consegne a tempi sempre più stretti? D'altro canto le piattaforme hanno trovato terreno fertile. Glovo, Deliveroo, Uber Eats hanno costruito un modello fondato sulla flessibilità, termine che suona quasi come una virtù civica. Per alcuni rider è davvero un'opportunità temporanea, per altri è l'unica fonte di reddito. Ma la flessibilità, quando è unilaterale, rischia di trasformarsi in precarietà. Se c'è traffico in circonvallazione, se un tram blocca la strada, se piove a dirotto sui Bastioni, è il rider che paga in fatica e in rischio. E in sogni che si schiantano col freddo e con i pochi euro che si guadagnano dopo molte ore di servizio. La dottrina sociale della Chiesa parla di giusto salario, di dignità del lavoro, di subordinazione del profitto alla persona. Non è nostalgia per un'epoca pre-digitale, ma un criterio per giudicare i tempi che corrono (anche loro). Se un modello economico funziona solo comprimendo i compensi o aumentando le consegne per stare nei tempi imposti dall'algoritmo, allora qualcosa non va. Non basta dire che "Milano corre". Anche la corsa deve avere una direzione. C'è poi un aspetto culturale. Viviamo in un tempo in cui la comodità diventa diritto e il desiderio deve essere soddisfatto in un click, non siamo abituati nemmeno ad aspettare. Forse la Quaresima ancora una volta arriva ad educarci all'attesa, alla mancanza, anche quella apparentemente più superficiale. Perché la vera domanda non è se ordinare o no. È se siamo disposti a pagare il prezzo reale delle nostre scelte: economico, umano, sociale, spirituale. Perché quei cubi azzurri non trasportano solo una cena calda, ma la misura del nostro cuore. E rischiano di farci perdere l'anima.
Fonte: Sito del Timone, 27 febbraio 2026
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OMELIA IV DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 9,1-41)
Va' a lavarti nella piscina di Sìloe
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 11 marzo 2026
La liturgia di questa quarta domenica di Quaresima è attraversata da un tema molto forte: la luce. Non è solo una luce materiale, ma la luce interiore della fede, quella che permette all'uomo di vedere la realtà con gli occhi di Dio. Il Vangelo del cieco nato racconta proprio questo passaggio: dalle tenebre alla luce, dall'indifferenza alla fede. Gesù incontra un uomo cieco dalla nascita. I discepoli fanno una domanda che riflette una mentalità molto diffusa anche oggi: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». In altre parole cercano una colpa, una spiegazione semplice al dolore. Qui tocchiamo una verità molto importante della fede cristiana. Dio non gode del dolore dell'uomo e non manda la sofferenza come castigo automatico. Il male esiste nel mondo a causa del peccato originale, ma Dio è capace di trasformare anche ciò che sembra negativo in un'occasione di bene e di salvezza. Pensiamo a quante volte nella vita accade proprio questo. Una malattia può diventare il momento in cui una famiglia si riavvicina e riscopre l'amore reciproco. Una difficoltà nel lavoro può portare una persona a rivedere le priorità della vita e a cercare di più Dio. Anche un fallimento può diventare l'inizio di un cammino nuovo. La logica di Gesù è diversa dalla nostra: non si ferma alla domanda "di chi è la colpa?", ma apre alla domanda più profonda: "che cosa vuole fare Dio in questa situazione?". Ed è proprio quello che accade nel Vangelo. Dove gli uomini vedono solo una tragedia (un uomo cieco dalla nascita) Gesù vede una storia che può diventare rivelazione della gloria di Dio. Questo cambia anche il modo di guardare la nostra vita. La fede non elimina tutte le prove, ma ci dona uno sguardo nuovo. Non siamo più soli dentro il dolore, perché Dio può entrare anche nelle situazioni più oscure e trasformarle in un cammino di luce. Proprio come accade al cieco nato, che passa dalle tenebre alla luce e arriva non solo a vedere con gli occhi, ma a riconoscere e adorare il Signore.
IL FANGO Tutto questo avviene con un gesto sorprendente di Gesù: fa del fango con la saliva, lo spalma sugli occhi del cieco e lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe. Il fango richiama l'episodio della genesi della creazione dell'uomo dalla terra. È come se Cristo ricreasse gli occhi di quell'uomo. Gesù non è soltanto un guaritore: è il Creatore che restituisce all'uomo la sua pienezza. Ma il cieco deve fare qualcosa anche lui: deve andare a lavarsi. Qui troviamo un'altra dimensione molto importante della vita cristiana: la grazia di Dio agisce, ma chiede la collaborazione dell'uomo. Dio non salva l'uomo senza l'uomo. Pensiamo alla confessione. Molte persone sentono dentro il desiderio di liberarsi dal peso del peccato, ma rimandano sempre. La grazia chiama, ma bisogna fare quel passo: entrare in chiesa, avvicinarsi al sacerdote, aprire il cuore con sincerità. Da notare che il cieco comincia a vedere sempre di più, non solo con gli occhi del corpo, ma con quelli della fede. All'inizio dice: «Quell'uomo che si chiama Gesù». Poi afferma: «È un profeta». Infine arriva alla professione di fede: «Credo, Signore». La sua luce interiore cresce. Al contrario, i farisei, che fisicamente vedono, diventano sempre più ciechi. Sono prigionieri dei loro schemi, delle loro sicurezze, del loro orgoglio. Non accettano che Dio agisca fuori dalle loro categorie. Questo Vangelo ci mette davanti a una domanda molto seria: chi è veramente cieco? Non sempre chi non vede con gli occhi è il più cieco. La cecità più grave è quella del cuore.
RIAPRIRE GLI OCCHI Anche oggi si può vivere una forma di cecità spirituale. Accade quando si perde il senso di Dio, quando non si distingue più il bene dal male, quando la coscienza si abitua al peccato. Accade quando si vive come se Dio non esistesse o fosse lontano dalla vita concreta. Pensiamo alla vita quotidiana. Una persona può essere molto competente nel lavoro, molto informata, molto intelligente, ma se non ha la luce di Dio rischia di non vedere ciò che conta davvero: la dignità delle persone, il valore della famiglia, il senso del sacrificio, la bellezza della fedeltà. La Quaresima è proprio il tempo in cui il Signore vuole riaprire i nostri occhi. Lo fa in diversi modi molto concreti. La preghiera, per esempio, è come la piscina di Siloe dove andiamo a lavarci. Quando una persona prega con sincerità, anche pochi minuti al giorno, lentamente la luce entra nel cuore. Le scelte diventano più chiare, si comprende meglio cosa è giusto e cosa non lo è. Lo stesso vale per la confessione. Il peccato è una forma di cecità, perché ci fa vedere le cose in modo distorto. Quando una persona si accosta con umiltà al confessionale è come se il Signore lavasse di nuovo gli occhi dell'anima. Anche la carità apre gli occhi. Quando ci si abitua a pensare solo a se stessi, si diventa ciechi verso gli altri. Invece un gesto di attenzione verso chi soffre (una visita a una persona sola, una parola di incoraggiamento, un aiuto concreto) fa crescere la luce nel cuore. C'è poi un ultimo dettaglio molto bello nel Vangelo. Il cieco guarito viene espulso dalla sinagoga. Viene rifiutato. Ma proprio allora Gesù lo va a cercare. Quando lo trova, gli rivela pienamente chi è. Questo è molto consolante. Quando una persona rimane fedele alla verità, può anche incontrare incomprensioni o solitudine. Ma proprio lì Cristo si avvicina di più. La vera luce non è l'approvazione degli altri, ma l'incontro personale con il Signore.
LA CONVERSIONE DEL BEATO BARTOLO LONGO Per concludere, possiamo pensare a una conversione concreta che ricorda molto il cammino del cieco nato: quella del beato Bartolo Longo. Da giovane era lontanissimo da Dio. Durante gli anni dell'università si lasciò trascinare da ambienti anticlericali e arrivò perfino a partecipare a pratiche spiritistiche e occultistiche. Col tempo però la sua vita entrò in una grande oscurità interiore: inquietudine, paura, senso di vuoto. Aveva tutto per "vedere" secondo il mondo (studi, amicizie, successo) ma dentro era come cieco. Un giorno incontrò un sacerdote che lo aiutò a fare luce nella sua vita. Bartolo Longo si confessò, ricominciò a pregare e soprattutto riscoprì il Rosario. Da quel momento iniziò un cammino di conversione profonda che lo portò a dedicare tutta la sua vita alla Madonna e ai poveri. Da uomo smarrito diventò apostolo del Rosario e fondatore del grande santuario di Pompei che ancora oggi attira pellegrini da tutto il mondo. La sua storia mostra proprio quello che abbiamo ascoltato nel Vangelo: quando Cristo entra nella vita di una persona, gli occhi si aprono e tutto cambia. E questa è anche la speranza di questa Quaresima: nessuna cecità è definitiva se lasciamo che Gesù tocchi i nostri occhi. Lui può liberarci davvero dalle cecità interiori, dall'orgoglio, dall'abitudine al peccato, dall'indifferenza verso chi ci è accanto. E come il cieco guarito possiamo arrivare anche noi a dire con tutto il cuore: «Credo, Signore». Anche noi possiamo passare dalle tenebre alla luce e scoprire che la fede non è solo credere in Dio, ma vedere la vita con i suoi occhi. Non significa che la vita diventa facile, ma diventa luminosa, perché finalmente si vede la strada. E chi incontra davvero Cristo non solo comincia a vedere, ma diventa a sua volta luce per gli altri.
IL SANTO FONDATORE DEL SANTUARIO DI POMPEI Il Beato Bartolo Longo ci fa capire la potenza del rosario (testo integrale della celebre ''Supplica alla Madonna'') di Corrado Gnerre https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6196
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