BastaBugie n�969 del 18 marzo 2026

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1 COME SAL DA VINCI A SANREMO, BRUNO MARS CONQUISTA L'AMERICA
Con Risk It All, che è un inno al matrimonio, si fa spazio una canzone destinata a diventare la colonna sonora delle nozze americane (VIDEO: Risk It All)
Autore: Raffaella Frullone - Fonte: Sito del Timone
2 LA MEMORIA DI CHARLIE KIRK DIVENTA SCOMODA
In Valle d'Aosta la proposta di dedicare un'aula universitaria a Charlie Kirk scatena polemiche perché non si vuole accettare chi nel dibattito pubblico difende la vita, la libertà educativa e la realtà biologica
Fonte: Provita & Famiglia
3 LEFEBVRIANI: VESCOVI FAI-DA-TE, IL RISCHIO DI CREARE UNA CHIESA PARALLELA
La consacrazione di nuovi vescovi della Fraternità San Pio X contro la volontà del pontefice prosegue lo scisma di Mons. Lefebvre (nonostante la richiesta della Santa Sede di sospendere le ordinazioni episcopali e riprendere il dialogo teologico)
Autore: Louis-Marie de Blignières - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 L'AUTODETERMINAZIONE E' UNA GRANDE MENZOGNA
Parliamo come se Dio desse suggerimenti e noi ci riservassimo il diritto di rifiutare... ma quando davvero Dio entra in una vita, l'autodeterminazione finisce
Autore: Mons. Joseph Strickland - Fonte: Chiesa e Post Concilio
5 HABERMAS, ALLA RICERCA DI UN FONDAMENTO PER L'ETICA PUBBLICA
Il filosofo tedesco morto a 96 anni rifiutava la metafisica, ma presupponeva almeno la natura umana quale argine all'anarchia (lascia in eredità una democrazia senza fondamento oggettivo)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 SAN FRANCESCO DI SALES E DON BOSCO, MAESTRI DELLA BUONA STAMPA
Sia il patrono dei giornalisti che il fondatore dei Salesiani compresero l'importanza e la forza di libri e giornali nel custodire la fede e nel contrastare errori ed eresie
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
7 OMELIA V DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 11, 1-45)
Io sono la risurrezione e la vita
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie

1 - COME SAL DA VINCI A SANREMO, BRUNO MARS CONQUISTA L'AMERICA
Con Risk It All, che è un inno al matrimonio, si fa spazio una canzone destinata a diventare la colonna sonora delle nozze americane (VIDEO: Risk It All)
Autore: Raffaella Frullone - Fonte: Sito del Timone, 11 marzo 2026

Che il pop tornasse a cantare il matrimonio non era esattamente la previsione più scontata del nostro tempo. E invece sta accadendo. Se da noi il successo del brano di Sal Da Vinci a Sanremo ha mandato in tilt l'intellighenzia liberal - che vede come fumo negli occhi quel "Per sempre sì", con tanto di stacchetto che mette in evidenza l'anello nuziale e la promessa davanti nientepopodimeno che a Dio - negli Stati Uniti sta succedendo qualcosa di molto simile, ma probabilmente di portata ben maggiore.
Protagonista è Bruno Mars, con la sua Risk It All, ovvero "Giocati tutto", una ballata romantica che racconta una storia semplice quanto ormai controcorrente: una coppia che decide di sposarsi e di affrontare insieme il tempo, le difficoltà, la vita, buttando il cuore oltre l'ostacolo. Non l'amore liquido e intermittente che domina da anni la narrativa pop, non la fluidità sentimentale, ma una promessa che guarda all'eternità. 
C'è da dire che Mars ha già onorato l'antica arte di donarsi tutta la vita con il suo successo del 2010 "Marry you", diventato la colonna sonora di molte proposte di matrimonio, soprattutto quelle che corrono sui social, un brano vivace e orecchiabile diventato presto coreografia.
In questo caso si va anche oltre, nel videoclip, in cui domina l'estetica romantica e cinematografica, ci sono alcuni dettagli che non sono passati inosservati: la location è una chiesa disseminata di statue dei santi, con una Madonna in bella vista, inoltre nei primi istanti della clip si intravedono un rosario e la Medaglia Miracolosa. Ma poi è lo stesso Mars mostrarsi seduto fuori e dentro la chiesa mentre suona la chitarra portando al collo quella stessa medaglia insieme a un crocifisso. Un immaginario esplicitamente cattolico dentro un prodotto pop globale: decisamente fuori dal comune.
Naturalmente nessuno pensa che Bruno Mars stia facendo teologia. Ma il segnale culturale resta interessante: nel pieno di un'epoca che racconta soprattutto relazioni fragili e fluide, senza prospettiva sul futuro, arrivano non una ma due canzoni che mettono in musica matrimonio e fedeltà.
E se da noi, dopo Sanremo, il pubblico ha trasformato il ritornello di Per sempre sì in un coro collettivo - cantato in piazza e soprattutto sui social - con Risk It All si prevede qualcosa di simile. 

RISK IT ALL
To hold your hand and call you mine
I'm tryna be your man 'til the end of time
Oh, I'll do anything, anything you ask me to
I would run through a fire
Just to be by your side
If your heart's on the line
You could take mine

Per tenerti la mano e chiamarti mia
Cercherò di essere il tuo uomo fino alla fine dei tempi
Farò qualsiasi cosa, qualsiasi cosa mi chiederai
Correrei attraverso il fuoco
Solo per essere al tuo fianco
Se il tuo cuore è in gioco
Potresti prendere il mio.

L'AMORE PUÒ DURARE IN ETERNO
Da Napoli a Hollywood, da Sanremo alle classifiche americane, sembra emergere lo stesso filo rosso: dopo anni di storie usa-e-getta e amori a tempo determinato, il pop ricomincia a flirtare con l'idea che l'amore possa durare. Addirittura in eterno. Forse è solo una coincidenza musicale.
Oppure è il segnale di qualcosa di più semplice e profondo: anche nella cultura più disincantata resta una nostalgia ostinata per l'amore vero, quello indissolubile. E se perfino il pop ricomincia a cantarlo, forse è la volta buona che si ricominci a sposarsi.

VIDEO: Risk It All (Bruno Mars - 2026)


https://www.youtube.com/watch?v=lY5V4hSLWY8

NON GUARDO SANREMO MA... HO VISTO UNA PICCOLA LUCE!
Finalmente vince il Festival una canzone sull'amore tra un uomo e una donna che si promettono ''davanti a Dio... per sempre sì!'' (VIDEO: Per sempre sì - Sal Da Vinci)
di Simona Bimbi
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8469

VIDEO: Per sempre sì (Sal Da Vinci - Sanremo 2026)


https://www.youtube.com/watch?v=4Q4Ga2Pb5MY

Fonte: Sito del Timone, 11 marzo 2026

2 - LA MEMORIA DI CHARLIE KIRK DIVENTA SCOMODA
In Valle d'Aosta la proposta di dedicare un'aula universitaria a Charlie Kirk scatena polemiche perché non si vuole accettare chi nel dibattito pubblico difende la vita, la libertà educativa e la realtà biologica
Fonte Provita & Famiglia, 3 febbraio 2026

Si può avere timore delle opinioni in difesa della vita e in difesa delle verità scientifiche? Si può avere paura di queste opinioni anche quando arrivano da chi, proprio per esse, ci ha rimesso la vita?
Ebbene sì, ed è quanto sta accadendo in Valle d'Aosta, dove una semplice proposta di intitolare un'aula di un Ateneo alla memoria di Charlie Kirk è bastata a scatenare una tempesta ideologica. Nelle scorse settimane, infatti, Lega Vallée d'Aoste e Renaissance hanno avanzato l'idea di intitolare un'aula dell'Università della Valle d'Aosta a Charlie Kirk, attivista pro life ed esponente politico statunitense ucciso in un attentato il 10 settembre dello scorso anno. La mozione sarebbe dovuta approdare in Consiglio regionale nelle sedute del 28 e 29 gennaio scorsi, ma la decisione - anche a seguito delle polemiche che sono sorte - è slittata, come ha fatto sapere il consigliere regionale della Lega Andrea Manfrin, raggiunto telefonicamente da Pro Vita & Famiglia.
La proposta è nata, come detto, per iniziativa dei gruppi Lega Vallée d'Aoste e Renaissance e prevede l'intitolazione di uno spazio dell'Università della Valle d'Aosta a Charlie Kirk, con l'obiettivo di ricordarne la figura e l'impegno politico e culturale. Il tema avrebbe dovuto essere discusso formalmente in aula a fine gennaio, ma il tutto si è trasformato in un vespaio di polemiche ideologiche, spostando l'attenzione da una scelta simbolica a un terreno di scontro politico.

LE ACCUSE DI CGIL E ARCIGAY
Le voci critiche sono state quelle di Cgil Valle d'Aosta e Arcigay: la prima ha parlato di una scelta «del tutto inopportuna» e «divisiva», sostenendo che sarebbe sbagliato dedicare uno spazio di un ateneo pubblico a una figura che avrebbe costruito la propria notorietà politica su «posizioni xenofobe e sessiste» e su un «sistematico attacco al mondo universitario». Secondo il sindacato, infatti, le posizioni di Kirk sarebbero state legate ai valori dell'«evangelismo reazionario», con attacchi ai diritti delle persone transgender. La Cgil ha inoltre denunciato una non meglio precisata «grave ingerenza della politica» nelle scelte che dovrebbero restare di competenza esclusiva dell'Ateneo. Ancora più fazioso il comunicato di Arcigay Queer Valle d'Aosta, che ha definito la proposta «una scelta ideologica che usa un'istituzione pubblica come palcoscenico politico» e ha sostenuto che «non è pluralismo: è un tentativo di legittimazione istituzionale di una cultura politica reazionaria, autoritaria e apertamente ostile ai diritti civili». Arcigay ha inoltre riportato - decontestualizzate - alcune frasi attribuite a Kirk per dipingerlo come una figura pericolosa, arrivando a sostenere che l'intitolazione di un'aula rappresenterebbe una minaccia per i valori di inclusione e rispetto.

LA PAURA DELLE IDEE ALTRUI
Queste polemiche, però, rivelano soprattutto la difficoltà di una certa parte politica nell'accettare un confronto democratico con idee diverse dalle proprie. Charlie Kirk viene infatti falsamente accusato, anche nella sua memoria, di violenza, omofobia e discriminazione, senza invece riconoscere che si trattava di un attivista che difendeva con coraggio le sue posizioni - innocue e in difesa dei valori - senza ricorrere alla censura. Al centro del suo impegno c'erano infatti la difesa della vita, la libertà educativa e il richiamo alle verità scientifiche e biologiche contro le imposizioni ideologiche del gender. E dunque proprio questo sembra essere il vero motivo degli attacchi alla mozione: non l'intitolazione di un'aula, ma la paura che quelle idee possano ancora parlare, essere ricordate e trovare spazio nel confronto pubblico e democratico. Una paura che porta a trasformare le idee diverse dal mainstream in opinioni "violente", "omofobe" e "discriminatorie". Praticamente chi a parole invoca continuamente il pluralismo e la democrazia finisce per negarle.
Sulla vicenda abbiamo raggiunto telefonicamente uno dei sottoscrittori della mozione, il consigliere regionale della Lega Andrea Manfrin, anche firmatario del Manifesto valoriale di Pro Vita & Famiglia alle ultime elezioni regionali. «L'iniziativa dell'intitolazione di uno spazio a Charlie Kirk - spiega - persegue l'obiettivo di rendere omaggio a chi ha sacrificato la propria vita sull'altare della libertà di espressione. Nessuno ha promosso, più di lui, il dialogo tra idee diverse, antitetiche, sfidando chiunque a dimostrare che quello che sosteneva era sbagliato, in maniera libera, di fronte a tutti. Nessuno, più di lui, ha dimostrato, con la forza della parola e della Fede, che anche un ambiente apparentemente ostile, può cambiare radicalmente opinione». Secondo il consigliere Manfrin, dunque, «le tonnellate di fango e livore riversate sui social di fronte a questa proposta, i molteplici tentativi di infangare la sua memoria non possono offuscare il suo messaggio. Abbiamo aperto un dibattito sul tema, e questo è già un grande risultato».

VIDEO 1 (MUSICALE): Noi siamo Charlie Kirk (3 minuti)


https://www.youtube.com/watch?v=eBdHxLGN-5U

VIDEO 2: Dialogo di Charlie Kirk con un'attivista abortista (15 minuti)
AUDIO ITALIANO: per ascoltare il video doppiato in italiano (voce sintetica), vai a "impostazioni" e clicca su "traccia audio".


https://www.youtube.com/watch?v=iGIc8ygpHKw

ALTRI VIDEO
Per vedere tutti i video di Charlie Kirk, clicca qui!

CHARLIE KIRK, IL CONSERVATORE CHE AMAVA IL DIALOGO
L'attivista cristiano è stato ucciso durante un suo discorso: era noto per le sue sfide a studenti e professori ''dimostrami che ho torto'' (VIDEO: Charlie Kirk)
di Stefano Magni
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8294

LA STUPENDA MOGLIE DI CHARLIE KIRK
Erika, 38 anni, battezzata cattolica, ha detto: ''Passerò la vita profondamente innamorata e devota a quest'uomo che, ancora e ancora, mi indica Cristo'' (VIDEO: Il discorso di Erika Kirk alla cerimonia di commiato)
di Raffaella Frullone
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8296

Fonte: Provita & Famiglia, 3 febbraio 2026

3 - LEFEBVRIANI: VESCOVI FAI-DA-TE, IL RISCHIO DI CREARE UNA CHIESA PARALLELA
La consacrazione di nuovi vescovi della Fraternità San Pio X contro la volontà del pontefice prosegue lo scisma di Mons. Lefebvre (nonostante la richiesta della Santa Sede di sospendere le ordinazioni episcopali e riprendere il dialogo teologico)
Autore: Louis-Marie de Blignières - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11 febbraio 2026

Da qualche tempo, alcuni teologi sostengono che il divieto di conferire l'episcopato senza mandato pontificio sarebbe una legge puramente ecclesiastica e, in quanto tale, suscettibile di modifiche o eccezioni. In questo c'è una parte di verità. Ma bisogna evitare di confondere la costituzione stessa della Chiesa con le norme giuridiche che la esprimono e la proteggono. La prima è immutabile, le seconde possono evolversi. La costituzione divina della Chiesa prevede, secondo la volontà di Cristo che ha inviato gli apostoli, che l'episcopato di coloro che succedono agli apostoli non sia un semplice insieme di prelati dotati di determinati poteri, ma un vero e proprio Corpo.
Il Concilio di Trento afferma esplicitamente che l'ordine gerarchico dei vescovi è di diritto divino: «Il santo sinodo dichiara che [...] appartengono a questo ordine gerarchico in primo luogo i vescovi, successori degli apostoli, e che essi sono stabiliti (come afferma lo stesso apostolo) dallo Spirito Santo a "pascere la Chiesa di Dio" (At 20,28) [...]. Se qualcuno dirà che [...] quelli che, senza essere stati regolarmente ordinati e inviati dall'autorità ecclesiastica e canonica, ma provenendo da altri, sono legittimi ministri della parola e dei sacramenti, sia anatema» (Concilio di Trento, sess. XXII, Sul sacramento dell'ordine, Denz. 1768 e 1777).
Papa Pio IX si è fatto portavoce dei Padri della Chiesa e del magistero di molti dei suoi predecessori nell'insegnare questo aspetto particolare della comunione gerarchica: la necessità dell'attuale comunione dei vescovi con la sede apostolica di Roma. «Gli stessi primi elementi della dottrina cattolica insegnano che non può essere considerato vescovo legittimo, nessuno che non sia congiunto per comunione di fede e di carità con la Pietra sopra cui è edificata la Chiesa di Cristo, e non sia legato strettamente al supremo Pastore, a cui sono date da pascolare tutte le pecore di Cristo, e non sia unito a colui che difende e garantisce la fraternità che è nel mondo. E in verità "a Pietro parlò il Signore: ad uno solo, per fondare l'unità dall'uno"» (Enciclica Etsi multa luctuosa, 21 novembre 1873. Corsivo dell'autore).
Il fatto che Pio IX parli di adesione e di legame indica chiaramente che un vescovo legittimo non può accontentarsi di una semplice fedeltà verbale («Ti riconosco come papa»), ma deve essere in un vero rapporto gerarchico con il papa. Il riferimento alle parole di Cristo mostra che è di diritto divino che i nuovi vescovi siano consacrati ed esercitino le loro funzioni nella comunione gerarchica del corpo dei vescovi, articolato attorno al Sommo Pontefice. Ciò è manifestato dal fatto che il nuovo vescovo è consacrato da altri vescovi. C'è un'eccezione: nel caso della consacrazione di un vescovo da parte del Sommo Pontefice, questi può legittimamente consacrare senza vescovi co-consacranti. Ciò sottolinea il ruolo particolare del papa all'interno del corpo dei vescovi.
Nell'antichità cristiana, la scelta del popolo di una diocesi era ratificata dalla gerarchia locale, spesso il metropolita e i vescovi co-provinciali. La preoccupazione per la comunione si traduceva nell'invio di lettere al papa di Roma e agli altri patriarchi. Questo processo (diverso a seconda dei luoghi e delle epoche) era la formulazione canonica dell'esigenza di diritto divino della comunione gerarchica nell'episcopato. In ogni caso, nessuna consacrazione avveniva contro la volontà del papa. Si tratta del resto di una conseguenza logica di quanto afferma san Paolo nella sua epistola ai Romani: «come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?» (Rm 10,15). È chiaro infatti che un vescovo consacrato contro la volontà del capo del corpo episcopale non è «inviato» (Cf. Concilio di Trento, ut supra).

INSEGNAMENTO DEI TEOLOGI CLASSICI RECENTI
«Per diritto divino - scrive l'abbé Berto, teologo (peritus) di mons. Lefebvre durante il Concilio Vaticano II -, i vescovi, anche se dispersi, sono un corpo costituito nella Chiesa» (V.-A. Berto, Pour la Sainte Église Romaine, Éd. du Cèdre, 1976, p. 243. Cf. can. 108 §3 del CIC 1917).
I membri di questo corpo ricevono ed esercitano i loro poteri nella comunione gerarchica. Questo concetto di comunione gerarchica è considerato fondamentale per il corpo episcopale da un autore classico come dom Adrien Gréa nella sua opera fondamentale L'Église et sa divine constitution. È stato insegnato dal magistero durante il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, nn. 21 et 22, et Nota explicativa prævia, n. 2). Don Dulac, teologo e canonista, che fu tra i primi difensori della liturgia tradizionale, scrive, commentando il n. 21 di Lumen gentium: «Questa trasmissione, continuando l'autentica "successione apostolica", sancisce la legittimità sia della consacrazione che delle funzioni. È garantita ufficialmente dalla "comunione gerarchica" di cui parla la Nota explicativa. Al di fuori di queste concatenazioni sacramentali e giuridiche, esiste solo ciò che san Cipriano e san Leone chiamano "pseudoepiscopato"» (Raymond Dulac, La Collégialité épiscopale au IIe Concile du Vatican, Éd. du Cèdre /DMM, 1979, p. 34, n. 26).
La dottrina cattolica, sempre più esplicita, afferma che il successore di Pietro è il capo del corpo dei vescovi. Ecco perché, presso i latini, il diritto divino della comunione gerarchica è stato da tempo tradotto nella necessità canonica del mandato apostolico. Tra gli orientali, fin dall'antichità più remota, il consenso collegiale e l'aspetto gerarchico dell'ordine episcopale sono presenti e manifestati nella liturgia della consacrazione episcopale. Nell'attuale disciplina orientale, questa comunione gerarchica si traduce nell'elezione dei vescovi da parte del sinodo della loro Chiesa e nella concessione della "comunione ecclesiastica" da parte del papa ai nuovi patriarchi.

LA DIFFERENZA RISPETTO AL CASO DEI SEMPLICI SACERDOTI
Trasmettere ed esercitare l'episcopato pone un problema particolare, che non esiste per la trasmissione del presbiterato (sacerdozio dei semplici sacerdoti). L'episcopato comporta di per sé i poteri di ordine, giurisdizione e magistero, mentre il presbiterato comporta di per sé solo il potere di ordine, ed è per delega che il sacerdote può esercitare i poteri di giurisdizione e magistero. Il vescovo è un «principe» della Chiesa. «Il vescovo - scrive san Tommaso - ha un ordine in rapporto al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, sulla quale riceve un incarico principale e quasi regale» (S. Tommaso d'Aquino, De perfectione vitæ spiritualis, 24, 4).
L'episcopato è gerarchico per natura. Ciò che lo differenzia dal semplice sacerdozio è la sua ordinazione al Corpo mistico. Come scrive un commentatore di San Tommaso: «Il vescovo ha un ordine relativo al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa; relativamente al Corpo fisico di Cristo, il vescovo non ha un ordine superiore al sacerdote» (Billuart, Cursus theologiæ, de sacramento ordinis, c. X, d. IV, a. 2, ad 4).
In virtù della sua ordinazione essenziale al Corpo mistico, l'episcopato è l'elemento fondamentale su cui è costruita la gerarchia della Chiesa. In esso si uniscono le due diverse ragioni secondo cui viene ordinata l'unica gerarchia della Chiesa: l'ordine e la giurisdizione. L'unità di questi due aspetti si trova nell'episcopato che, per istituzione divina, occupa contemporaneamente un posto nella gerarchia dell'ordine e nella gerarchia della giurisdizione.
Di conseguenza, con una consacrazione al di fuori della comunione gerarchica, viene messa in discussione l'unità gerarchica della Chiesa cattolica. Creare un vescovo significa creare una gerarchia. Se questo vescovo non è consacrato con il consenso del papa - fondamento della gerarchia cattolica -, viene creata un'altra gerarchia.
Secondo la volontà di Cristo, l'episcopato è destinato a pascere una parte del gregge e ha il potere di perpetuarsi, consacrando nuovi vescovi a loro volta capaci di consacrare. Ecco perché, secondo la formula di Pio XII (Enciclica Ad Apostolorum Principis, 29 giugno 1958), una consacrazione episcopale al di fuori della comunione gerarchica costituisce di per sé un «gravissimo attentato alla stessa unità della Chiesa». Una volta acquisito questo potere di perpetuarsi, un gruppo dissidente ha i mezzi per continuare in un separatismo di cui nessuno vedrà la fine, e non ha più motivo di cercare l'unità. Nella storia, la maggior parte di questi gruppi dissidenti ha infatti cercato di ottenere l'episcopato per garantire la propria autonomia.
Così, nel XVIII secolo, le ordinazioni episcopali conferite senza alcun legame con Roma da un vescovo francese, monsignor Dominique Marie Varlet, furono all'origine dello scisma di Utrecht. Nel XIX secolo, i vescovi provenienti da questo scisma consacrarono i vetero-cattolici che rifiutavano il Concilio Vaticano I. L'«Unione di Utrecht» riunisce oggi centinaia di migliaia di fedeli in Europa. Di fatto, le consacrazioni "autonome" consolidano la separazione perché, una volta dotato di vescovi, il gruppo può formare una piccola Chiesa parallela dotata di tutti i sacramenti.
Un controesempio eloquente è quello dei cattolici che rifiutarono il concordato del 1801 tra Napoleone Bonaparte e la Santa Sede. La "Petite Église" anticoncordataria continuò a esistere per alcuni decenni in Francia. Il suo ultimo capo, monsignor de Thémines, ex vescovo di Blois, rifiutò sempre di consacrare vescovi e persino di ordinare sacerdoti per evitare di creare una Chiesa scismatica.

Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Doppio rifiuto, i lefebvriani respingono le proposte di Roma" spiega perché la Fraternità San Pio X non fa passi indietro nonostante la richiesta della Santa Sede di sospendere le ordinazioni episcopali e riprendere il dialogo teologico. 
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 20 febbraio 2026:

«Se mi rallegro, ovviamente, di una nuova apertura al dialogo e di una risposta positiva alla proposta del 2019, non posso accettare, per onestà intellettuale e fedeltà sacerdotale, davanti a Dio e alle anime, la prospettiva e le finalità in nome delle quali il Dicastero propone una ripresa del dialogo nel presente frangente; né, contestualmente, la procrastinazione della data del 1º luglio». È doppio il rifiuto del Consiglio generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X alla proposta che il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede aveva rivolto a don Davide Pagliarani in occasione del recente incontro del 12 febbraio scorso.
Nel comunicato, che porta la data del 18 febbraio 2026, ma che è stato reso noto ieri, la FSSPX respinge l'idea di un dialogo finalizzato alla ricerca di un minimum per la regolarizzazione della propria situazione e, soprattutto, mantiene ferma la decisione di consacrare dei vescovi (secondo le nostre fonti sarebbero cinque) il prossimo 1° luglio, a prescindere dalla posizione che prenderà Leone XIV. Il Consiglio generale ha scelto di rendere pubbliche anche due lettere che testimoniano gli scambi recenti: la lettera di don Davide Pagliarani a mons. Guido Pozzo, allora Segretario della Commissione Ecclesia Dei (17 gennaio 2019), nella quale venivano proposti i temi di un nuovo scambio teologico; e la lettera (26 giugno 2017) che il cardinale Gerhard Müller, all'epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva inviato a mons. Bernard Fellay, in qualità di superiore generale della FSSPX, indicando le condizioni necessarie per ristabilire la comunione con la Chiesa.
La Fraternità lamenta il lungo silenzio della Santa Sede dopo la proposta fatta nel 2019 per un confronto teologico, silenzio interrotto solo dopo il recente annuncio di nuove consacrazioni episcopali. Nella sostanza, la FSSPX respinge ogni possibilità di incontro sul piano dottrinale: «Sappiamo entrambi in anticipo che non possiamo metterci d'accordo sul piano dottrinale, con particolare riferimento agli orientamenti fondamentali adottati dopo il Concilio Vaticano II». I quadri della FSSPX ritengono peraltro che il clima attuale non sia propizio a causa della «minaccia ormai pubblica» di nuove sanzioni, dimenticando però che è stata la stessa Fraternità a mettere il Papa di fronte alla decisione irrevocabile già presa di consacrare nuovi vescovi.
Messa da parte la dottrina, la lettera del Consiglio generale rivela tutta la sua natura politica. L'obiettivo della Fraternità, come abbiamo già anticipato, non è il rientro giuridico nella Chiesa, che ai suoi occhi appare (a torto) come una quisquiglia di fronte alla oggettiva situazione drammatica in cui versa la Chiesa. La Fraternità non vuole affatto rientrare nella comunione gerarchica della Chiesa, che anzi teme come la peste, a causa della perdita di "libertà" che ne deriverebbe; e nemmeno ritiene possibile giungere ad un accordo dottrinale, dal momento che, ai propri occhi, gli unici vincoli esigibili deriverebbero da quanto la Chiesa ha insegnato infallibilmente nei 1960 anni precedenti il Vaticano II.
Si comprende dunque come il fumo negli occhi della FSSPX non siano affatto i modernisti, ma il cardinale Müller (e Benedetto XVI), reo di «una decisione unilaterale» che avrebbe «solennemente stabilito, a suo modo, "i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica", includendo esplicitamente tutto il Concilio e il post-Concilio»; l'ostinazione «in un dialogo dottrinale troppo forzato e senza sufficiente serenità», continua don Pagliarani, avrebbe a lungo termine aggravato la situazione. In pratica, la colpa del cardinale tedesco starebbe nell'aver posto delle condizioni più che ovvie per un accordo: accettare la Professio Fidei del 1988, cui ogni fedele cattolico è tenuto ad aderire e che viene richiesta previamente all'assunzione di un incarico ecclesiastico; accettare i documenti del Vaticano II e del Magistero successivo, secondo «il grado di adesione loro dovuto», come avviene per ogni documento del Magistero; accettare la validità e la legittimità del Rito riformato dopo il Vaticano II (il che non comporta né l'obbligo di celebrare secondo questo rito, né l'impossibilità di sollevare delle critiche sulla riforma liturgica). Tre condizioni elementari, che appaiono comunque inaccettabili per la FSSPX.
Don Pagliarani gioca così la carta di ingraziarsi Fernández nel modo più cinico e opportunista possibile, ossia mostrandosi nemico del suo nemico. È colpa di Müller, di Benedetto XVI, di Giovanni Paolo II, di tutti coloro che hanno insistito su un minimum dottrinale per giungere ad un accordo, se la nave si è arenata prima di giungere al porto. La soluzione suggerita dalla FSSPX è invece quella di ricordare a Fernández il suo "primo amore", di ritornare nel campo amico di Francesco, nella prospettiva del «todos, todos, todos», dei casi particolari di Amoris Lætitia, dell'uscita dagli schemi: «Nel corso dell'ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso "l'ascolto" e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. La Fraternità non Le chiede nient'altro nel presente frangente».
Don Pagliarani e i suoi assistenti si mostrano dunque particolarmente sensibili alla linea "flessibile" di Francesco, quella che ha devastato la Chiesa per oltre un decennio e ha spinto molti cattolici, spesso in buona fede, a frequentare le cappelle della Fraternità per sottrarsi proprio a questa sciagura. E invece è proprio la "linea-Francesco", a-dottrinale ed a-giuridica, che la Fraternità auspica; e non è un mistero che sia stato proprio Francesco il migliore interlocutore della FSSPX, la quale, forte dell'amicizia di Bergoglio con il secondo assistente generale, don Christian Bouchacourt, superiore del Distretto dell'America del Sud dal 2003 al 2015, ha cercato di sfruttare a proprio vantaggio le lacune del Papa argentino sulla dottrina e la sua allergia alla dimensione giuridica della Chiesa, per ottenere l'approvazione a continuare nella propria situazione scismatica. E il gioco era quasi riuscito: la Fraternità aveva infatti ottenuto "gratuitamente" la facoltà per le confessioni (fino ad allora invalide) e la possibilità per gli Ordinari di concedere l'autorizzazione di assistere ai matrimoni dei fedeli legati alla Fraternità.
Il colpo successivo sarebbe stato proprio quello di chiedere a Francesco una "benedizione" per le consacrazioni episcopali, senza alcuna ricomposizione della comunione con la gerarchia cattolica. Ed è esattamente quello che la Fraternità domanda adesso a Fernández, chiedendogli di applicare la dottrina "francescana" della separazione tra dottrina e pastorale: «nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l'unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa», riconoscendo «il valore del bene che essa [FSSPX] può compiere, nonostante la sua situazione canonica». Dopo l'adulterio, anche lo scisma è ormai divenuto un "bene possibile".

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11 febbraio 2026

4 - L'AUTODETERMINAZIONE E' UNA GRANDE MENZOGNA
Parliamo come se Dio desse suggerimenti e noi ci riservassimo il diritto di rifiutare... ma quando davvero Dio entra in una vita, l'autodeterminazione finisce
Autore: Mons. Joseph Strickland - Fonte: Chiesa e Post Concilio, 19 febbraio 2026

C'è una frase che pone fine alle discussioni. Non alle conversazioni, alle discussioni. Non chiede il permesso. Non invita al dialogo. Non aspetta che tu ti senta pronto. Semplicemente afferma un fatto: "Non sei te stesso."
Non spiritualmente. Non moralmente. Non fisicamente. Non privatamente.
E tutto nella nostra epoca si ribella a questa sentenza.
Viviamo in un mondo in cui l'autodeterminazione è considerata sacra. Ci viene insegnato, costantemente, che realizzazione significa decidere da soli chi siamo, cosa facciamo e fino a che punto chiunque - Dio incluso - può spingersi. Una visione che non è rimasta fuori dalla porta della chiesa, ma vi è entrata ormai pienamente. E così oggi la menzogna più pericolosa non viene gridata dalle strade. Viene sussurrata nel cuore del credente.
La menzogna è semplice: appartengo a me stesso. 
Forse non lo diciamo apertamente, ma lo viviamo. La mia vita. Il mio corpo. La mia verità. Il mio cammino. Il mio discernimento. Parliamo come se Dio desse suggerimenti e noi ci riservassimo il diritto di rifiutare. Ma nessuno nella Scrittura incontra Dio e ne mantiene il controllo. Quando Dio entra in una vita, l'autodeterminazione finisce.
Abramo non negozia sul punto in cui fermare l'obbedienza. Pietro non pone limiti a quanto lontano si spingerà la sequela. Maria non chiede revisioni. Nessuno di loro dice: "Vediamo come si concilia questo con i miei piani". Dicono di sì. Altrimenti se ne vanno.
Ed è questo che rende il Vangelo pericoloso. Perché non coesiste con l'autonomia. La sostituisce.
Oggi l'autonomia è spesso trattata come qualcosa di innocuo: semplice indipendenza, semplice maturità, semplice responsabilità personale. Ma l'autonomia non è neutrale. L'autonomia è una rivendicazione teologica.
Dire "Io appartengo a me stesso" significa dire qualcosa su Dio. Significa dire che l'autorità di Dio è condizionata, che i suoi comandamenti sono negoziabili, che la sua volontà è soggetta a revisione.

LA PRIMA TENTAZIONE
D'altra parte, è stata la prima tentazione. Sarete come dei. 
Non tanto immorale, quanto indipendente, autosufficiente. E ogni generazione trova un nuovo modo per abbellire questa bugia in modo che appaia ragionevole.
La nostra attuale versione della bugia sembra illuminata. Sembra compassionevole. Sembra psicologicamente informata. Ma è sempre la stessa menzogna.
Il cattolico moderno raramente rifiuta Cristo in modo assoluto. Piuttosto, si riserva silenziosamente il diritto di prevalere su di lui. Lo seguirà finché l'obbedienza non gli costerà la comodità. Fino a quando non gli costerà la reputazione. Fino a quando non gli costerà il controllo. Fino a quando non toccherà il corpo. E poi, all'improvviso, si invoca la coscienza. Si cita il discernimento. Si sottolinea la complessità.
Ma ascoltate attentamente. Nel momento in cui l'obbedienza diventa condizionata, Cristo non è più il Signore. A quel punto, è solo un consigliere.
Se vuoi sapere cosa crede veramente qualcuno riguardo a Dio, non iniziare da ciò che dice. Inizia da ciò che fa. Che fa con il suo corpo. Perché il corpo è il luogo in cui la teologia smette di essere astratta. Il corpo è il luogo in cui autonomia e Vangelo si scontrano.
Ecco perché il mondo è ossessionato dal corpo e infuriato contro l'insegnamento morale cristiano. Non perché la Chiesa sia crudele, ma perché la Chiesa si rifiuta di riconoscere che il corpo sia nostra proprietà.
Ogni discussione morale sul corpo si conclude con la stessa domanda: a chi appartieni? Se il tuo corpo ti appartiene, il sacrificio è facoltativo. Se il tuo corpo appartiene a Cristo, l'obbedienza è inevitabile. Ecco perché la Croce è offensiva. Non perché sia violenta, ma perché afferma una pretesa.
Abbiamo imparato a resistere a Dio con gentilezza. Non ci infuriamo contro di lui. Non lo rinneghiamo apertamente. Semplicemente rimandiamo l'obbedienza a tempo indeterminato. Diciamo cose come: "Non sono ancora pronto", oppure "Non è lì che mi sento chiamato", oppure "Devo pregare di più per questo". E la preghiera diventa una tattica dilatoria. Lo chiamiamo discernimento, ma in realtà è preservazione.
Vogliamo un cristianesimo che ci salvi senza reclamarci, che ci perdoni senza comandarci, che ci conforti senza crocifiggerci. Ma questo cristianesimo non esiste.

L'AUTONOMIA SEMBRA PIÙ SICURA DELL'OBBEDIENZA
L'autonomia sembra più sicura dell'obbedienza perché promette controllo. Promette che la sofferenza sarà limitata, che la perdita sarà gestibile, che Dio non chiederà troppo. Ma questa promessa è falsa. L'autonomia non elimina la sofferenza. Rende solo la sofferenza priva di significato. Quando appartieni a te stesso, il dolore non ha scopo. È solo interruzione, solo furto, solo ingiustizia. Quando invece appartieni a Cristo, anche la sofferenza è accettata. Anche le ferite hanno un senso.
Ecco perché ci opponiamo a essere posseduti. Non perché Dio sia crudele, ma perché abbiamo paura di ciò che potrebbe fare con noi. Temiamo l'oscurità. Temiamo la perdita. Temiamo di essere spesi invece che preservati. E così ci aggrappiamo a noi stessi. Ma l'ironia è questa: il peso più estenuante nasce dal fingere di appartenere a sé stessi.
Parliamo della Croce come se fosse solo un simbolo di compassione. È questo, ma è di più. La Croce è una transazione. Un acquisto. La Scrittura non dice che sei stato ispirato da un prezzo. Dice che sei stato comprato a un prezzo. Comprato!
Questo linguaggio offende le orecchie moderne perché contraddice l'autonomia. Ma è il linguaggio del Vangelo. Gesù Cristo non è morto per restituirti la vita. È morto per prenderla nelle sue mani. Il che significa questo: il tuo tempo non è tuo. Il tuo corpo non è tuo. I tuoi progetti non sono tuoi. Il tuo futuro non è tuo. La tua sofferenza non è tua.
Niente è più neutrale. Tutto è rivendicato. Seguire Cristo non è un processo di autorealizzazione. È un processo di espropriazione. Non perché Dio ti disprezzi, ma perché ti ama troppo per lasciarti sovrano di te stesso. La domanda non è se Cristo abbia il diritto di chiedere tutto. Lui sì. L'unica domanda è se smetteremo di fingere il contrario. 
Perché il Vangelo non chiede: "Quanto sei disposto a dare?". Chiede: "Ti arrenderai?". E la resa non avviene a pezzi.
"Non appartieni a te stesso" suona come una minaccia per un mondo ossessionato dalla libertà. Ma è l'unica frase che davvero libera. Perché se non appartengo a me stesso non devo salvarmi. Non devo giustificarmi. Non devo controllare i risultati. Non devo portare il peso insopportabile dell'autorealizzazione. Se non appartengo a me stesso, la mia vita non è un progetto.

CHI TI POSSIEDE?
È un'offerta. E le offerte non vengono gestite. Vengono deposte sull'altare.
Quindi la domanda non è se credi in Cristo. La domanda è più semplice e anche più difficile: chi ti possiede? Perché qualsiasi cosa tu rifiuti di cedere è ciò che ti possiede ancora. E Cristo non si contenderà il posto in una vita che insiste nel rimanere sovrana.
Lui aspetta. Non perché non abbia autorità, ma perché l'amore non forza mai. Eppure, la richiesta rimane valida.
Se ti stai chiedendo cosa succederà dopo una gravidanza indesiderata, non devi preoccuparti. Quella vita non è tua, non puoi scartarla o ridefinirla. Non è un'interruzione. Non è un errore. Appartiene a Dio prima ancora di appartenere a te. Affidala a lui!
Se ti stai interrogando sulla confusione, sull'identità, sulla pressione di ridefinire il tuo corpo in modo che corrisponda ai tuoi sentimenti, non devi farlo. Il tuo corpo non è materia prima da inventare. Non è un problema da risolvere. È un dono già reclamato. Offrilo a Dio.
E se ti stai interrogando sul tuo matrimonio, se ti stai chiedendo se ti è permesso andartene, se sei giustificato ad andartene, se la tua infelicità ti dà il permesso di infrangere ciò che un tempo avevi promesso, non devi chiedertelo. Il tuo matrimonio non è un contratto di convenienza. Non è sostenuto dai sentimenti. Non si dissolve per una delusione. Non appartiene solo a te.
Ciò che è stato unito davanti a Dio non può essere disfatto semplicemente perché è diventato pesante, doloroso o solitario. Le difficoltà non cancellano un voto. La sofferenza non invalida automaticamente la fedeltà. Affidalo a Dio.
Se ciò a cui stai ponendo fine è l'abuso - vero abuso, violenza, coercizione, degradazione, distruzione della tua dignità - allora non è di questo che sto parlando. Dio non ti ordina mai di sottometterti al male. Non santifica mai il male. Non ti chiede mai di rimanere dove la tua vita, la tua sicurezza o la tua anima vengono violate.
L'abuso non è una croce da sopportare. È un peccato da fermare. Cercare la sicurezza non è un fallimento nella fede. Nominare l'abuso non è tradimento. Abbandonare il pericolo non è disobbedienza. Anche questo appartiene a Dio.

SMETTERE DI NEGOZIARE
Ma la difficoltà non è abuso. L'infelicità non è sinonimo di ingiustizia. E il disagio da solo non è il permesso di annullare ciò che è stato promesso a Dio. Quindi dobbiamo dire la verità con chiarezza, senza confusione e senza paura.
Dona a Dio ciò che è ferito. Dona a Dio ciò che è rotto. E non confondere mai l'amore con il silenzio di fronte al male.
Dio non chiama perché è facile. Chiama perché è necessario. Non ti viene chiesto di sentirti pronto. Non ti viene promesso conforto. Non ti viene garantita la chiarezza prima dell'obbedienza. Ti viene chiesto di arrenderti. Affidati a Dio.
E se vi state chiedendo se vi è permesso dire di no - a una vocazione, a un sacrificio, a una missione che sembra troppo costosa, troppo nascosta, troppo pubblica, troppo impegnativa - semplicemente dovete smetterla di chiedervelo.
Il discepolato non si basa sulle preferenze. Si basa sull'obbedienza. Ciò che Dio ti chiede non è arbitrario. È preciso. Affidalo a Dio.
E se ti stai chiedendo se aggrapparsi sia più sicuro che lasciare andare, se il controllo sia più saggio della fiducia, se trattenere qualcosa ti proteggerà, non devi chiedertelo. Niente a cui ti aggrappi ti salverà. Niente di ciò per cui ti arrendi è perduto. Affidati a Dio.
Perché, in fin dei conti, non si tratta di perdita. Si tratta di verità. Non sei mai stato destinato a portare avanti te stesso. Non sei mai stato destinato a essere artefice della tua salvezza. Non sei mai stato destinato ad appartenere a te stesso.
Sei stato comprato. Sei stato rivendicato. Sei stato amato a un prezzo che non hai fissato e che non potevi pagare. E la libertà che stai cercando non la troverai mai stringendoti forte. La troverai solo lasciando andare.
Quindi smettetela di negoziare. Smettetela di rimandare. Smettetela di fingere di possedere ciò che vi è già stato dato.
Metti la tua vita sull'altare: il tuo corpo, il tuo futuro, le tue ferite, le tue paure, il tuo sì, la tua croce.
Questa non è una sentenza di sconfitta. È l'inizio di tutto!

Fonte: Chiesa e Post Concilio, 19 febbraio 2026

5 - HABERMAS, ALLA RICERCA DI UN FONDAMENTO PER L'ETICA PUBBLICA
Il filosofo tedesco morto a 96 anni rifiutava la metafisica, ma presupponeva almeno la natura umana quale argine all'anarchia (lascia in eredità una democrazia senza fondamento oggettivo)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16 marzo 2026

Sabato scorso 14 marzo è morto a Stamberg, in Baviera, il filosofo Jürgen Habermas. Aveva 96 anni. Tutte le agenzie lo ricordano come il più grande filosofo contemporaneo della Germania e come l'erede della Scuola di Francoforte. La prima valutazione è forse eccessiva, perché si riferisce prevalentemente alla sua presenza nel dibattito delle idee - continua e massiccia - più che alla qualità teoretica del suo pensiero. La seconda è forse diventata ormai uno schema fisso che non rende piena ragione ad un impegno filosofico e sociologico di così lunga e articolata durata. Habermas era in effetti diventato un "monumento" e come tale sembra che oggi venga ricordato.
Egli fu un illuminista kantiano e tale rimase fino alla fine, pur con delle importanti variazioni su cui sarà utile soffermarsi. Influì sul movimento studentesco, come del resto gli altri componenti della Scuola di Francoforte, ma ponendo in guardia dai facili trasbordi ideologici. È stato il campione della sinistra liberal della Germania e dell'Europa che però ha cercato di moderare e indirizzare tramite un uso equilibrato e dialogico della ragione. Ha condiviso le linee portanti della modernità filosofica tutte fondate sul "principio di immanenza", vale a dire sulla priorità delle strutture della coscienza rispetto alla realtà e quindi sul soggettivismo borghese, aprendosi però a dialogare con i "comunitaristi" come Charles Taylor i quali, soprattutto dopo la riscoperta di Aristotele attuata da Alasdair McIntyre, avevano invece tentato di superare quell'individualismo.

UN ILLUMINISTA KANTIANO
Habermas, da buon illuminista kantiano, fu sempre contrario alla metafisica, e in ciò rimase pienamente legato alla modernità teoretica. Fu contrario alla metafisica che possiamo chiamare classica, ma anche a quella dello storicismo hegeliano. Il suo kantismo si fermava a Kant e non si evolveva nell'hegelismo e nelle altre forme di storicismo. Da Kant egli prendeva anche i principali spunti per le sue riflessioni politiche. Anche per lui l'ambito politico era il luogo ove trovavano un ordinamento e una regola i diversi interessi degli individui. In ciò Habermas rimase sempre un liberale. Non riteneva che lo spazio pubblico avesse dei valori propri che lo Stato dovesse garantire, ma pensava che lo Stato fosse solo un arbitro o un vigile che regola la circolazione in modo da evitare incidenti. Le aperture al comunitarismo a cui si è accennato sopra non indicano il cedimento verso qualche bene pubblico che preceda il confronto razionale tra i cittadini, perché il bene per lui era proprio questo confronto razionale.
Egli fu talmente contrario alla metafisica da ritenere che perfino le "categorie" dell'intelletto di cui parlava Kant fossero residui inutili di un atteggiamento metafisico. Non ammetteva che la nostra intelligenza avesse in se stessa delle modalità conoscitive a priori, né che questo ci permettesse di vedere tutti lo stesso mondo dei fenomeni. Trovava questo impianto kantiano della conoscenza troppo rigido e pretenzioso. Non che con ciò Habermas pensasse che noi vediamo mondi diversi, solo riteneva che questa idea di vedere lo stesso mondo dovesse essere presupposta come condizione della convivenza e non dimostrata, nemmeno alla maniera di Kant. Questa critica al Maestro permise ad Habermas di coltivare un più vivo senso della storia di quanto il razionalismo kantiano permettesse, senza tuttavia uscire dal razionalismo.

TEORIA DELL'ETICA PUBBLICA
Habermas trasformò il razionalismo kantiano nella sua teoria dell'etica pubblica intesa come aperto dibattito, senza limiti e costrizioni. Sul presupposto che vediamo tutti lo stesso mondo si fonda la possibilità di parlare tra di noi, si fonda in altre parole l'etica pubblica. Egli dedicò grandi energie a studiare la formazione dell'opinione pubblica e a definire i termini di un "agire comunicativo", incentrando la sua attenzione soprattutto sul linguaggio. Per spazio pubblico egli intendeva uno spazio comunitario al quale tutti dovessero partecipare pariteticamente, senza che esistessero divieti di sorta o selezioni preventive. Questa era la sua concezione della democrazia, una specie di "dentro tutti", che lo spinse a criticare le ideologie assolutiste ma lo tenne anche prigioniero del relativismo e della convenzione. Il suo dibattito pubblico aperto a tutti, o almeno alla maggioranza, non garantisce con ciò alcune verità e bontà oggettive alle sue conclusioni.
Questo esito critico del suo pensiero fu forse percepito anche dallo stesso Habermas, quando estese i presupposti del dialogo pubblico anche al concetto di "natura umana". Questo concetto era completamente estraneo alla tradizione dell'illuminismo e di quello kantiano in particolare, perché era di ordine metafisico. Ci fu però un periodo del pensiero di Habermas nel quale egli si confrontò sulle problematiche inquietanti della biopolitica, della tecnologia genetica e dell'ingegneria tesa a riprogettare artificialmente l'uomo. Egli pensò allora che bisognasse presupporre l'esistenza della natura umana per evitare l'anarchia dei discorsi nello spazio pubblico. È evidente, comunque, che anche tale presupposto non sarebbe altro che un patto convenzionale, privo di uno statuto superiore e vincolante rispetto al normale dibattito in corso.
La cosa interessante in Habermas è questo bisogno - rimasto inevaso - di trovare per la democrazia qualcosa di cui essa aveva bisogno ma che non riusciva a darsi da sé. Era in fondo, la stessa richiesta di Ernst-Wolfgang Böckenförde: lo Stato liberale ha bisogno di presupposti che non sa darsi da sé. Sulla scia di questa esigenza Habermas partecipò nel 2004 al famoso incontro pubblico a Monaco di Baviera con Joseph Ratzinger, il quale gli propose di intendere questo bisogno come il bisogno della religione vera. Qui il discorso si faceva spirituale oltre che filosofico. Speriamo che allora Habermas, in qualche maniera, avesse accolto lo spunto.

DOSSIER "SIC TRANSIT GLORIA MUNDI"
Persone famose decedute

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16 marzo 2026

6 - SAN FRANCESCO DI SALES E DON BOSCO, MAESTRI DELLA BUONA STAMPA
Sia il patrono dei giornalisti che il fondatore dei Salesiani compresero l'importanza e la forza di libri e giornali nel custodire la fede e nel contrastare errori ed eresie
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 25 gennaio 2026

Alla fine del mese di gennaio, la Chiesa cattolica ricorda, a pochi giorni di distanza, due grandi santi intimamente legati tra loro: san Francesco di Sales (1567-1623) e san Giovanni Bosco (1815-1888).
Questi due santi vissero in epoche diverse: san Francesco di Sales mori nel 1623 e san Giovanni Bosco nacque due secoli dopo, nel 1815, ma il loro apostolato si svolse in una medesima area geografica e culturale: il ducato, poi regno sabaudo, che comprendeva il Piemonte e la Savoia, con Torino come capitale. San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra-Annecy, preservò questo territorio dal calvinismo e la sua eredità spirituale, anche attraverso le Amicizie Cattoliche di Pio Brunone Lanteri, arrivò a san Giovanni Bosco, che vide nel santo savoiardo il modello per la sua opera educativa e ne fece il punto di riferimento della congregazione da lui fondata, chiamandola salesiana. 

SAN FRANCESCO DI SALES
Uno dei più importanti punti che questi santi hanno in comune è anche uno dei meno conosciuti: il loro impegno nella battaglia delle idee, per difendere a viso aperto le verità della fede e della morale. Anche per questa ragione, il 26 gennaio 1923, nel terzo centenario della sua morte, san Francesco di Sales, fu proclamato da Pio XI, con l'enciclica Rerum omnium, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina». «Ad essi - afferma Pio XI - è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l'offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l'ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità».

DON BOSCO
Sullo stesso fronte fu impegnato san Giovanni Bosco. Molti, quando parlano di lui, si riferiscono quasi esclusivamente alle sue grandi realizzazioni sociali e dimenticano la sua opera di apostolo della "buona stampa cattolica" contro i nefasti effetti di quella "cattiva", veicolo di menzogne ed eresie. Nella lettera circolare ai Salesiani del 19 marzo 1885, don Bosco raccomanda caldamente la diffusione dei buoni libri come mezzo privilegiato per la gloria di Dio e la salvezza delle anime: «Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell'uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina». I "buoni libri" sono «tanto più necessari in quanto che l'empietà e la immoralità oggigiorno si attiene a quest'arma, per fare strage nell'ovile di Gesù Cristo, per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma. Aggiungete che il libro, se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da un altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s'inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è sempre pronto ad insegnarla» (Epistolario di San Giovanni Bosco, vol. IV, LAS, Roma 1996, pp. 357-360).

LA BUONA STAMPA
La "buona stampa" non è un'attività secondaria dei Salesiani ma, scrive don Bosco, è «una fra le precipue imprese che mi affidò la Divina Provvidenza; e voi sapete come io dovetti occuparmene con instancabile lena, non ostante le mille altre mie occupazioni. L'odio rabbioso dei nemici del bene, le persecuzioni contro la mia persona dimostrarono, come l'errore vedesse in questi libri un formidabile avversario e per ragione contraria un'impresa benedetta da Dio. Infatti la mirabile diffusione di questi libri è un argomento per provare l'assistenza speciale di Dio. In meno di trent'anni sommano circa a venti milioni i fascicoli o volumi da noi sparsi tra il popolo. Se qualche libro sarà rimasto trascurato, altri avranno avuto ciascuno un centinaio di lettori, e quindi il numero di coloro, ai quali i nostri libri fecero del bene, si può credere con certezza di, gran lunga maggiore del numero dei volumi pubblicati. Questa diffusione dei buoni libri è uno dei fini principali della nostra Congregazione. L'articolo 7 del paragrafo primo delle nostre Regole dice dei Salesiani: "Si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo, usando" tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Colle parole e con gli scritti cercheranno di porre un argine all'empietà ed all'eresia, che in tante guise tenta insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche le quali di tratto in tratto si tengono al popolo, i tridui, le novene e la diffusione dei buoni libri».
Ai nostri giorni la "buona stampa" ha assunto un'importanza molto maggiore di quanto ne avesse ai tempi di san Francesco di Sales e di san Giovanni Bosco, a causa dello sviluppo degli strumenti di comunicazione, che spesso sono anche mezzi di disinformazione: giornali digitali, siti web, video, social media. Anche oggi, dunque, la Chiesa è chiamata a "opporre arma ad arma", annunciando la verità senza attenuazioni, e combattendo inflessibilmente gli errori, ma con carità, senza quei sentimenti di rabbia, di amarezza e di sarcasmo, che sono estranei allo spirito cristiano. 
Ma l'insegnamento di don Bosco e di san Francesco di Sales ci deve soprattutto ricordare che ogni nostra battaglia deve avere come fine e come fondamento la gloria di Dio e la salvezza delle anime. 

DOSSIER "SAN FRANCESCO DI SALES"
Vescovo e Dottore della Chiesa

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DOSSIER "SAN GIOVANNI BOSCO"
Il santo educatore dei giovani

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Fonte: Radio Roma Libera, 25 gennaio 2026

7 - OMELIA V DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 11, 1-45)
Io sono la risurrezione e la vita
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 18 marzo 2026

La quinta domenica di Quaresima ci conduce davanti a una delle pagine più intense del Vangelo secondo Giovanni: la risurrezione di Lazzaro. La Chiesa ci propone questo brano negli ultimi giorni prima della Settimana Santa perché esso illumina il mistero della Pasqua ormai vicina. Non è soltanto il racconto di un miracolo straordinario, ma una rivelazione profonda su chi è davvero Gesù Cristo e su ciò che Egli vuole compiere nella vita dell'uomo.
Siamo a Betania, la casa di Marta, Maria e Lazzaro, amici cari di Gesù. Quando il Signore arriva, Lazzaro è nel sepolcro da quattro giorni. Questo indica che la morte ha ormai vinto senza alcuna speranza umana.
Il Vangelo ci mette davanti alla verità che spesso cerchiamo di dimenticare. La morte fa parte della condizione umana. L'uomo moderno tenta di allontanarla dal pensiero, di nasconderla dietro il benessere, la tecnologia, il divertimento. Ma prima o poi tutti dobbiamo confrontarci con essa. La morte entra nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni, nella nostra storia.
Il Vangelo non presenta la morte come una realtà banale. Gesù stesso, davanti alla tomba dell'amico, prova un turbamento profondo. Le lacrime di Gesù Cristo ci mostrano che la morte non è qualcosa di indifferente per Dio. Essa è una ferita nella creazione, una conseguenza del peccato originale, una realtà che provoca dolore anche nel cuore di Cristo. San Giovanni Crisostomo vede in questo pianto la manifestazione della vera umanità di Cristo. Egli condivide il nostro pianto, entra nella nostra sofferenza, la condivide, la porta nel suo cuore.

UNA PAROLA CHE VINCE LA MORTE
Ma proprio davanti alla tomba Gesù si rivela per quello che è dicendo «io sono la risurrezione e la vita». Non dice soltanto che la risurrezione esiste, ma che Lui stesso è la risurrezione. Questo significa che la vita eterna non è solo un evento futuro, ma una relazione con Cristo che inizia già ora.
Qui emerge il cuore della fede cristiana. La morte non ha l'ultima parola. L'ultima parola appartiene a Dio, che è il Dio della vita. Per questo Gesù si avvicina al sepolcro e grida: «Lazzaro, vieni fuori!». È una parola che vince la morte. Sant'Agostino osserva che Gesù chiama Lazzaro per nome. Se non avesse pronunciato il nome, dice il santo di Ippona con un'immagine suggestiva, tutti i morti sarebbero usciti dalle tombe. Questo indica che la chiamata di Dio è personale. Ogni uomo è chiamato alla vita.
Il miracolo di Lazzaro è un segno che anticipa qualcosa di ancora più grande: la risurrezione di Cristo stesso. Pochi giorni dopo questo evento, Gesù entrerà a Gerusalemme e affronterà la sua Passione. Ma la sua morte non sarà una sconfitta. Sarà il passaggio verso la gloria della risurrezione.
Per questo il miracolo di Lazzaro non è solo un fatto passato, ma riguarda anche il nostro futuro. Ogni uomo è destinato a morire, ma la morte non è l'ultima tappa della nostra esistenza. La Chiesa annuncia che la vita continua dopo la morte.
La risurrezione promessa da Cristo non è una semplice sopravvivenza dell'anima. È la trasformazione dell'uomo intero. Il nostro corpo è destinato alla "risurrezione della carne". Ciò che ora è fragile e mortale sarà trasformato dalla potenza di Dio.

LA COLLABORAZIONE DELL'UOMO
Sant'Agostino osserva che il Vangelo racconta tre risurrezioni operate da Gesù (la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro) e interpreta questi tre miracoli come simbolo delle diverse condizioni del peccato. Alcuni peccano nel cuore, come la fanciulla morta nella casa; altri peccano apertamente, come il giovane portato fuori dalla città; altri infine sono ormai immersi nell'abitudine del peccato, come Lazzaro nel sepolcro da quattro giorni. Eppure Cristo può richiamare tutti alla vita.
Quando una persona si allontana da Dio, perde la sua grazia. Può continuare a vivere esteriormente, ma dentro qualcosa si spegne. Il peccato mortale, come dice il nome, introduce nell'uomo la morte spirituale.
Quante persone oggi vivono così. Si lavora, si corre, si organizzano mille attività, ma l'anima rimane come chiusa in un sepolcro. La preghiera scompare, la fede diventa un'abitudine sociale, il Vangelo non orienta più le scelte quotidiane.
Gesù si avvicina al sepolcro e dice: «Togliete la pietra». Dio compie il miracolo, ma chiede anche la collaborazione dell'uomo. Origene commentava che la pietra rappresenta ciò che chiude il cuore alla grazia: l'indurimento dell'anima, l'abitudine al peccato, la mancanza di conversione. Il Signore può risuscitare l'uomo, ma prima bisogna togliere quella pietra.
Nella vita quotidiana questa pietra può assumere forme molto concrete. Può essere un rancore custodito per anni. Può essere una scelta di vita che sappiamo non essere secondo il Vangelo, ma che non vogliamo cambiare. Può essere una fede vissuta superficialmente, senza una vera relazione con Dio.
Pensiamo alla confessione. Molti cristiani la rimandano continuamente oppure confessano sempre gli stessi peccati senza un approfondito esame di coscienza. Oppure non si decidono mai a fare un serio cammino di fede guidati da un padre spirituale. Intanto però la pietra rimane davanti al sepolcro del cuore. Cristo ci invita proprio a togliere quella pietra, per permettere alla sua grazia di operare, di trasformare il cuore di pietra in cuore di carne.
Quando la pietra viene tolta, Gesù grida con voce forte: «Lazzaro, vieni fuori!». In questo grido si può vedere la forza della Parola di Dio. Sant'Ambrogio diceva che la voce di Cristo è più forte della morte. Quando Dio chiama, anche ciò che sembra definitivamente perduto può tornare alla vita. Questo vale anche per la nostra vita. A volte pensiamo che certe situazioni non possano più cambiare. Una famiglia ferita, un rapporto spezzato, una debolezza che si ripete da anni. Eppure il Vangelo ci ricorda che la grazia di Dio è capace di fare ciò che all'uomo sembra impossibile.

SCIOGLIERE LE BENDE
Lazzaro esce dal sepolcro, ma è ancora avvolto nelle bende funerarie. Allora Gesù dice: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Si può vedere in questo gesto l'immagine del cammino della vita cristiana. Sant'Agostino spiegava che il Signore dona la vita nuova, ma la comunità della Chiesa aiuta a sciogliere le bende. Questo avviene attraverso i sacramenti, la predicazione, la correzione fraterna, l'accompagnamento spirituale. In altre parole, la conversione non è solo un momento, ma un cammino. Cristo ci risuscita dal peccato, ma poi dobbiamo imparare giorno dopo giorno a vivere da uomini nuovi.
Ecco perché questo Vangelo è proclamato proprio alla fine della Quaresima. La Chiesa ci sta preparando a contemplare il mistero più grande: la risurrezione di Cristo. Il miracolo fatto a Lazzaro è un segno che anticipa ciò che accadrà a Pasqua con la riapertura delle porte del Paradiso. Infatti Cristo non è venuto soltanto a parlare della vita eterna. È venuto a donarla. E questa vita inizia già ora, quando il cuore si apre alla sua grazia.
Per questo la domanda che Gesù rivolge a Marta rimane la domanda decisiva anche per noi: «Credi tu questo?». Non è solo una domanda teorica. È una domanda che riguarda la nostra vita concreta. Crediamo davvero che Cristo possa darci la vita eterna e risuscitare il nostro corpo alla fine dei tempi? Crediamo inoltre che possa cambiare adesso il nostro cuore? Crediamo che la sua grazia sia più forte delle nostre debolezze?
Se rispondiamo con fede, allora anche per noi si compirà ciò che è avvenuto a Betania. La voce di Cristo continuerà a chiamare ogni uomo fuori dal sepolcro, perché la Pasqua ormai vicina sia un vero passaggio dalla morte alla vita.

Fonte: BastaBugie, 18 marzo 2026

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