CHUCK NORRIS, IL ''DURO'' CHE NON SI VERGOGNAVA DI GESU' CRISTO
Il protagonista di Walker Texas Ranger, morto a 86 anni, era un cristiano senza complessi che incarnava esattamente ciò che il mondo moderno odia (VIDEO: Chuck Norris)
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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GERMANIA E AUSTRIA DANNO RAGIONE A CHI PREGA DAVANTI ALLE CLINICHE ABORTIVE
Invece in Emilia-Romagna la Risoluzione 284/2025 istituisce le zone sicure dove la preghiera è vietata
Autore: Salvatore Tropea - Fonte: Provita & Famiglia
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MISSILI E DRONI SU CIPRO, FRONTIERA DIMENTICATA DELL'EUROPA CRISTIANA
A inizio marzo, droni dall'Iran, hanno colpito la base britannica a Cipro, segnando un pericoloso allargamento del conflitto mediorientale (anche l'Italia ha inviato navi da guerra)
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
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DOMANDE IMBARAZZANTI A CUI L'EVOLUZIONISMO NON SA RISPONDERE
Come può il picchio avere una lingua così lunga? E le farfalle le ali così belle? Bisogna ammettere l'esistenza di un Creatore
Autore: Maurizio Blondet - Fonte: Il Timone
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IL LASCITO DI UMBERTO BOSSI E LA PROMESSA INCOMPIUTA DEL FEDERALISMO
Intuizioni, battaglie e scelte controverse del leader del Carroccio: dalla secessione a un più pragmatico obiettivo federalista mai pienamente realizzato
Autore: Ruben Razzante - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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EMERGE LA VERITA' SUL SANGUE DELLE 3 SUORE UCCISE IN BURUNDI
Dopo anni di silenzi e depistaggi, un'inchiesta riapre il caso tra responsabilità della polizia segreta e l'ombra inquietante di un sacrificio umano
Autore: Paola Belletti - Fonte: Sito del Timone
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LE SETTE PAROLE DI GESU' IN CROCE
Leggendo il Passio la Domenica delle Palme e il Venerdì Santo troviamo il testamento spirituale d'amore del Cristo morente
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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OMELIA GIOVEDI SANTO - ANNO A (Gv 13,1-15)
Fate questo in memoria di me
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: La rivincita del crocifisso
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CHUCK NORRIS, IL ''DURO'' CHE NON SI VERGOGNAVA DI GESU' CRISTO
Il protagonista di Walker Texas Ranger, morto a 86 anni, era un cristiano senza complessi che incarnava esattamente ciò che il mondo moderno odia (VIDEO: Chuck Norris)
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24 marzo 2026
La morte di Chuck Norris, avvenuta in un'isola delle Hawaii il 19 marzo a 86 anni, chiude una parabola singolare: quella di un uomo di spettacolo che, pur immerso nel circo di Hollywood, non si vergognò di parlare di Gesù. E già questo, nel deserto morale dell'Occidente contemporaneo, basta a distinguerlo da un'intera folla di divi, influencer, artisti e saltimbanchi che trovano sempre il coraggio di bestemmiare il cristianesimo, ma mai quello di professarlo. Chuck Norris era protestante evangelico, ma mentre non pochi cattolici arrossiscono davanti al Vangelo, un attore di film d'azione trovava ancora la forza di dire che senza Dio la vita perde il suo ordine. In un articolo del 2008 aveva dichiarato che l'aborto «non riguarda il diritto di scelta della donna, ma il diritto fondamentale alla vita». Norris veniva da un'America in cui parole come disciplina, virilità, onore, patria e responsabilità non erano ancora state completamente consegnate alla caricatura progressista. Prima campione di karate, poi volto simbolo del cinema d'azione, costruì la propria fama tra combattimenti, giustizieri, soldati, uomini duri e inflessibili. Da The Way of the Dragon a Missing in Action, da Invasion U.S.A. a The Delta Force, fino a Walker Texas Ranger, una delle fiction più viste degli anni Novanta, incarnò un tipo umano oggi quasi proibito: il maschio che non chiede scusa di esistere. Nei trenta film nel ruolo di protagonista Chuck Norris ha incarnato precisamente quello che il mondo moderno odia: l'uomo virile, l'autorità, la morale, la difesa degli innocenti e dell'ordine che non si conserva con le chiacchiere sociologiche, ma con l'uso della forza, anche fisica, al servizio del bene. Il sistema liberal-progressista tollera tutto, tranne la normalità; assolve ogni perversione, ma non perdona la rettitudine; celebra ogni trasgressione, ma considera provocatorio un uomo che parli di Dio, di famiglia, di disciplina e di valori tradizionali. Norris, con il suo stile diretto e senza vergogna, risultava insopportabile alla mentalità contemporanea proprio perché ricordava una verità elementare: una civiltà può sopravvivere solo se conserva forza morale, senso del dovere e un riferimento superiore all'ego individuale.
L'APPOGGIO AL PARTITO REPUBBLICANO Anche sul piano politico, non si allineò al catechismo laicista imposto dall'oligarchia culturale. Fu conservatore, patriottico, estraneo alle liturgie del politicamente corretto. E questo bastò a renderlo sospetto agli occhi di chi pretende di impartire lezioni di umanità mentre benedice aborto, dissoluzione familiare, corruzione dei costumi, ideologia gender e disprezzo sistematico della legge naturale. Ha sempre sostenuto i candidati repubblicani alla Casa Bianca. Nel 1984 aveva detto al New York Times di essere «un grande ammiratore di Ronald Reagan». Ha sostenuto sia Bush padre che Bush figlio. Nel 2012 si era schierato con Mitt Romney, dicendo che gli Stati Uniti avrebbero avuto «mille anni di tenebre» se Obama fosse stato rieletto. Nel 2016 si era espresso a favore di Trump che, appresa la notizia della morte ha commentato: «Chuck Norris era un bravo ragazzo. Era davvero un duro. Non avresti voluto sfidarlo, te lo dico. Era un mio grande sostenitore». Il 7 aprile 2009 pubblicò un articolo dove commentava il fatto che molte persone ignoravano le convinzioni religiose di Barack Obama lamentando «il clima di "correttezza politica" che serpeggia per l'intero paese, nel quale le persone hanno paura di manifestare le proprie convinzioni, temendo accuse di intolleranza». Pur dichiarandosi a favore della libertà di religione, scriveva che «è un dovere, e un privilegio, e nell'interesse della nostra nazione cristiana, quello di scegliere e preferire cristiani per i ruoli di governo» non dovendo dimenticare che «siamo nati come nazione cristiana». Norris non aveva paura a scrivere: «Come George Washington, non credo che un qualunque standard civile o morale potrà essere mantenuto rinunciando a un fondamento religioso», e poi sottolineava: «soprattutto, credo nei vari e tanto poetici articoli del Credo degli Apostoli: Credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo suo unico figlio», proseguendo con il testo del Credo per intero.
CHI HA PAURA DI GESÙ? Tornando poi a criticare Obama scriveva: «Non c'è spazio per le esitazioni a cui abbiamo assistito nella Settimana Santa. Gesù è il suo nome, e credo che sia venuto in questo mondo per morire per i peccati dell'umanità, che chiunque creda in lui avrà la vita eterna - faccio pubblicamente questa professione di fede oggi esattamente come ritenni opportuno di farla anni fa». «Obama ha forse paura della parola "Gesù"? Io no, e spero sia lì che trovi dimora il mio cuore e la mia mente durante questo periodo in cui un miliardo di persone nel mondo vanno commemorando la sua Via Dolorosa. Piuttosto che chiederci quale sia la religione di Obama, cerchiamo di capire bene quale sia la nostra». Invitava infine i credenti a non vergognarsi della propria religione, ma anzi a proclamarla pubblicamente, come peraltro faceva lui che infatti concludeva l'articolo dicendo «Questa è l'America e questo è ciò che ancora fa di noi una grande nazione. In God we trust». Naturalmente nessuno pensi di arruolare Chuck Norris in un pantheon cattolico che non gli appartiene. Non servono agiografie sciocche, né ecumenismi sdolcinati. Un cattolico deve restare cattolico anche davanti alla morte di una celebrità che non ha avuto paura di annunciare la sua fede cristiana. Ma bisogna riconoscere che la morte di Chuck Norris non è soltanto la fine di una stagione cinematografica. È un rimprovero provvidenziale. Non a lui, che ora è consegnato al giudizio di Dio, davanti al quale ogni uomo compare nella verità nuda, senza celebrità, senza meme, senza adulazioni. Ma a noi. A noi cattolici del tempo della crisi. A noi figli di un'epoca che ha smesso di combattere. A noi, troppo spesso più preoccupati di essere tollerati dal mondo che di essere trovati fedeli da Cristo. Chuck Norris non era cattolico, ma almeno era un cristiano che non si vergognava di esserlo. E questa, nel tempo dei tiepidi, è già una condanna per molti.
Nota di BastaBugie: dagli anni 2000 Chuck Norris è divenuto molto popolare tra i giovani in internet grazie a notizie inventate e volutamente inverosimili che lo fanno assomigliare a un dio. Questo filone goliardico è denominato in America "Chuck Norris facts" ed è stato diffuso in Italia da La Zanzara, il programma radiofonico di Giuseppe Cruciani. Nel seguente video si possono ascoltare alcuni esempi.
VIDEO 1: Chuck Norris facts (4 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=HY_vcuEjGgE
VIDEO 2: TG1, Addio a Chuck Norris (1 minuto)
https://www.youtube.com/watch?v=Q8j85-Aj_xk
DOSSIER "SIC TRANSIT GLORIA MUNDI" Persone famose decedute Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24 marzo 2026
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GERMANIA E AUSTRIA DANNO RAGIONE A CHI PREGA DAVANTI ALLE CLINICHE ABORTIVE
Invece in Emilia-Romagna la Risoluzione 284/2025 istituisce le zone sicure dove la preghiera è vietata
Autore: Salvatore Tropea - Fonte: Provita & Famiglia, 8 febbraio 2026
In un momento in cui, su aborto e "diritti", qualcuno vorrebbe imporre il pensiero unico dominante, addirittura censurando la Fede e chi prega a favore della vita nascente, dalle autorità giudiziarie di Germania e Austria arriva un messaggio netto: la preghiera pacifica non è un crimine né si può vietare.
STOP AI DIVIETI DI PREGHIERA Vediamo nel dettaglio i casi. Innanzitutto a Ratisbona, nella regione tedesca della Baviera, le autorità avevano provato a mettere a tacere le veglie di preghiera vicino alle strutture abortive imponendo una "buffer zone" di 100 metri: un'area di esclusione che, di fatto, impediva a cittadini pacifici di sostare e pregare nei pressi delle cliniche. Un gruppo pro-life attivo sul territorio, con il supporto legale di ADF International, ha contestato la misura e il Comune è stato costretto a fare marcia indietro dopo gli stop arrivati in sede giudiziaria. La vicenda, secondo quanto riportato proprio da ADF International, ha coinvolto il Tribunale amministrativo di Regensburg e anche la giustizia amministrativa bavarese, fino al ritiro dell'esclusione di 100 metri stabilita inizialmente nell'estate 2025. A Vienna, in Austria, lo schema è stato simile: la polizia aveva tentato di vietare una veglia di preghiera programmata da "Jugend für das Leben" (Youth for Life), un'associazione di giovani pro-life. Anche qui è intervenuto un tribunale a ristabilire le libertà fondamentali: il Verwaltungsgericht Wien, il tribunale amministrativo della città, ha infatti annullato i provvedimenti della polizia e, in una sentenza dello scorso 8 gennaio, ha chiarito che una veglia di preghiera pacifica è una riunione lecita ai sensi del diritto di assemblea e non può essere esclusa dallo spazio pubblico. ADF International, che anche in questa occasione ha sostenuto la causa, ha sottolineato il punto decisivo: in uno Stato di diritto non si possono bandire cittadini pacifici dai luoghi pubblici semplicemente perché qualcuno non condivide il contenuto della loro espressione di fede. Due pronunce, quindi, che insieme dicono una cosa molto semplice e molto "scomoda" per l'ideologia abortista: le libertà di riunione, espressione e culto non svaniscono perché un luogo viene dichiarato "sensibile". E la preghiera, anche silenziosa, resta ciò che è: un atto pacifico e legittimo.
UNA LEZIONE PER L'ITALIA E... PER L'EMILIA-ROMAGNA Questa vicenda riguarda da vicino anche l'Italia, perché ciò che in Germania e Austria è stato respinto dai giudici rischia di ripresentarsi qui sotto un altro nome: quello delle cosiddette "zone sicure". È esattamente l'allarme lanciato da Pro Vita & Famiglia con la petizione "Arrestati per un'Ave Maria?", che - con quasi 20.000 firme già raccolte - chiede al Presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, di non istituire le "zone sicure" previste dalla Risoluzione 284/2025. Il punto è chiarissimo: vietare ai cittadini iniziative pacifiche a sostegno della vita e della maternità o momenti di preghiera silenziosa nei pressi di ospedali e cliniche significa trasformare lo spazio pubblico in un'area a libertà condizionata, dove a essere "tollerate" sono solo alcune idee, mentre le altre vengono allontanate con la forza o con le sanzioni. Ecco perché le sentenze di Ratisbona e Vienna possono e devono "fare scuola": mostrano che, in democrazia, non si difendono donne e bambini zittendo la preghiera o cancellando dal territorio qualunque presenza pacifica pro-life. Al contrario: si tutela davvero la libertà quando lo Stato garantisce i diritti di tutti, anche di chi non si adegua al dogma dell'aborto come "bene intoccabile". In Emilia-Romagna, invece, con la Risoluzione 284/2025 si tenta la strada opposta: creare aree in cui perfino un'Ave Maria, anche solo nel silenzio, diventa un bersaglio. È una deriva che va fermata prima che diventi un pericoloso precedente.
Fonte: Provita & Famiglia, 8 febbraio 2026
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MISSILI E DRONI SU CIPRO, FRONTIERA DIMENTICATA DELL'EUROPA CRISTIANA
A inizio marzo, droni dall'Iran, hanno colpito la base britannica a Cipro, segnando un pericoloso allargamento del conflitto mediorientale (anche l'Italia ha inviato navi da guerra)
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 15 marzo 2026
«L'Italia non è in guerra e non vi entrerà», ha detto l'11 marzo in Parlamento la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «L'Italia non partecipa e non parteciperà alla guerra», ha ribadito il 13 marzo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rivolgendosi al Consiglio supremo di difesa riunito al Quirinale. Certo, si potrebbe aggiungere, l'Italia non ha dichiarato e non dichiarerà formalmente guerra a nessuno, ma la guerra è già entrata in Europa, nel momento in cui missili e droni, nelle prime settimane di marzo, hanno ripetutamente colpito l'isola di Cipro, che è uno Stato membro dell'Unione Europea, di cui anche l'Italia fa parte. A Cipro esistono basi militari britanniche, ma le bombe su Cipro hanno un significato che va al di là della dimensione geopolitica. Cipro appartiene alla geografia della grande espansione dell'Islam nel Mediterraneo e oggi è qualcosa di più di una semplice frontiera dell'Unione Europea. È una frontiera della memoria.
LA STORIA DI CIPRO Dal 1571 al 1878 l'isola fece parte dell'Impero Ottomano: visse dunque tre secoli sotto lo stendardo dell'Islam. Ma prima, dal 1192 al 1489, era stata l'ultimo baluardo dei crociati nel Mediterraneo. Il Regno crociato di Cipro era stato fondato da Riccardo Cuor di Leone nel 1191 durante la Terza Crociata e poi era stato governato per tre secoli dalla dinastia dei Lusignano. Castelli come quelli che dominano le montagne del nord dell'isola e le grandi cattedrali gotiche di Famagosta testimoniavano la presenza cristiana nel cuore del Mediterraneo. Nel 1489, Caterina Corner, ultima sovrana dell'isola, la cedette alla Repubblica di Venezia. Per i musulmani, la sua conquista aveva un significato strategico e simbolico al tempo stesso, perché rappresentava l'avamposto della Cristianità nel Mar Mediterraneo controllato dall'Islam. Nella seconda metà del XVI secolo, grazie a Solimano I, detto "il Magnifico", l'Islam raggiunse l'apice della sua espansione dal Mar Rosso a Gibilterra, da Baghdad alle porte di Vienna. Nel 1566, a Solimano successe il figlio Solimano II, che decise di rompere la pace conclusa con Venezia nel 1540, rivendicando presunti diritti sull'isola di Cipro. Il 28 marzo 1570, Solimano inviò a Venezia un suo ambasciatore per consegnare un ultimatum: cedere l'isola di Cipro o subire la guerra. Il colloquio tra l'ambasciatore e il doge settantottenne Pietro Loredan durò pochi minuti. «La Repubblica difenderà sé stessa fidando nell'aiuto di Dio e nella forza delle sue armi», dichiarò il doge. Venezia si preparava alla guerra contro i Turchi. Era Papa san Pio V, che si rallegrò: sarebbe stata una grande occasione per realizzare quello che era il suo pensiero dominante: una Lega dei principi cristiani contro il nemico secolare della fede cattolica. L'8 marzo 1570 il Papa scrisse al re di Spagna Filippo II un'accorata lettera. «Non siamo dunque noi conservati in questo mondo che per essere spettatori di una così sanguinosa tragedia? L'impero dei Turchi si è talmente esteso per la nostra viltà, che non siamo più in condizione di opporci alla loro usurpazione, a meno che i principi cristiani non facciano sforzi considerevoli, e non si colleghino insieme contro il nemico comune, e non gli oppongano potenti armate di terra e di mare». Mentre san Pio V, con l'aiuto di Filippo II e della Repubblica di Venezia, organizzava la coalizione contro i Turchi, il 3 luglio 1570 le truppe musulmane guidate dal Pascià Lala Mustafà sbarcarono a Cipro e dopo un assedio di due mesi, forti di 100.000 uomini, conquistarono Nicosia, capitale dell'isola, massacrando o vendendo come schiavi i suoi abitanti. Rimaneva Famagosta, la principale piazzaforte di Cipro, dove i veneziani, guidati dal governatore civile Marcantonio Bragadin e dal comandante militare Astorre Baglioni, erano ridotti a cinquecento uomini, ma resistevano. Nel gennaio 1571, il comandante veneziano Marco Querin, partendo da Creta forzò il blocco turco con sedici delle sue galee, portò via da Famagosta i civili e rinforzò la piccola guarnigione con uomini, viveri e munizioni. Passò l'inverno e nella primavera del 1571 si rinnovarono gli attacchi con sempre maggior furore, mentre Pio V, lavorava faticosamente a riunire la Santa Lega.
UN MARTIRIO GLORIOSO Ma a Famagosta finirono i viveri e le munizioni e Bragadin fu costretto a decretare la resa della città. Lala Mustafà aveva promesso, con un documento firmato, di permettere ai superstiti di lasciare l'isola, imbarcandosi sulle loro navi. Bragadin, accompagnato da Astorre Baglioni si presentò alla tenda del Pascià per consegnargli le chiavi della città, ma i due comandanti veneziani furono coperti di insulti e arrestati. Baglioni fu decapitato seduta stante, mentre una sorte ben peggiore aspettava Bragadin a cui vennero mozzate le orecchie e il naso e fu rinchiuso per dodici giorni in una gabbia lasciata al sole, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all'Islam, ma Bragadin rifiutò con sdegno. Il 17 agosto fu appeso all'albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a una colonna e qui scuoiato vivo a partire dalla testa. Bragadin sopportò il martirio con eroico coraggio, continuando a recitare il Miserere e ad invocare il nome di Cristo finché, dopo che gli ebbero scorticato il busto e le braccia, gridò: «In manus tuas Domine commendo spiritum meum» e finalmente spirò. Erano le ore 15 del 17 agosto 1571. Il corpo fu quindi squartato, e la sua pelle, imbottita di paglia e rivestita degli abiti e delle insegne del comando, fu portata in macabro corteo per le vie di Famagosta, e poi spedita su una galera a Costantinopoli. La sorte dei cristiani di Cipro era quella che i Turchi preparavano ai cristiani d'Europa, ma un santo sedeva sulla cattedra di Pietro e, in Europa, lo spirito guerriero era ancora vivo. Meno di due mesi dopo la morte di Bragadin, il 7 ottobre 1571, la flotta cristiana trionfò sulla Mezzaluna nelle acque di Lepanto. I musulmani, sciti o sunniti, turchi, arabi o persiani che siano, non hanno dimenticato queste pagine della loro storia. Ma la memoria di Cipro e di Marcantonio Bragadin, di san Pio V e di Lepanto, dice ancora qualcosa ai cristiani di Occidente?
Fonte: Radio Roma Libera, 15 marzo 2026
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DOMANDE IMBARAZZANTI A CUI L'EVOLUZIONISMO NON SA RISPONDERE
Come può il picchio avere una lingua così lunga? E le farfalle le ali così belle? Bisogna ammettere l'esistenza di un Creatore
Autore: Maurizio Blondet - Fonte: Il Timone, settembre-ottobre 2002 (n. 21)
Il picchio pone un problema imbarazzante agli evoluzionisti. Pochi sanno che questo comune uccellino, per catturare gl'insetti nascosti sotto la corteccia degli alberi, proietta una lingua di ben 15 centimetri. Ma come può, il piccolo volatile del boschi, possedere una lingua lunga quanto il suo intero corpo? Dove la tiene quando non la usa? La tiene arrotolata, come una fionda, attorno al collo. Guardate il teschio di un picchio. Noterete due strani e sottilissimi ossicini, flessibili come molle. Sono le ossia ioidi, presenti in diversi animali per rafforzare la base della lingua, ma nel picchio sono straordinariamente modificate: due piccoli archi tesi per scoccare la lingua come una freccia. Partono dalla destra del becco, girano attorno al cranio e si collegano alla sinistra del becco. Può una simile stranezza essersi evoluta per "selezione naturale"? Secondo la teoria evoluzionista, ogni passo evolutivo è causato dall'accumularsi di cambiamenti graduali, dovuti a casuali mutazioni, e poi conservati perché "utili" alla sopravvivenza dell'individuo. Dunque, gli evoluzionisti ritengono che la strana lingua del picchio deve essersi evoluta da un antenato che, come tutti gli altri uccelli, avrà avuto una lingua di misura normale. E qui, la prima difficoltà: la lingua del picchio parte dalla radice sinistra del becco e si protende non in avanti, come tutte le altre lingue, ma all'indietro, verso il cranio posteriore. Si ammetterà che una lingua rivolta all'indietro dev'essere stata un grosso svantaggio per l'antenato presunto del picchio. Almeno fino a quando non sia divenuta tanto lunga da ricongiungersi al becco dopo un bel giro attorno al cranio, generazioni di uccelli devono aver digiunato. Questo se si ammette, come fanno i darwinisti di vecchia scuola, che sono stati necessari "piccoli graduali miglioramenti" per ottenere quello stupefacente apparato linguale: per migliaia d'anni, antenati del picchio si trovavano gravemente svantaggiati nell'alimentarsi. La difficoltà si può superare ammettendo, come fa il darwinismo di nuova scuola (Stephen J. Gould), che l'apparato linguale del picchio s'è sviluppato cosi in un colpo solo, in una gigantesca mega-mutazione. Ma allora, è necessario ammettere che è stato progettato così fin dall'inizio. Che è il frutto di un "progetto intelligente": "intelligent design" è il nome della teoria antidarwinista che si va facendo strada nelle università americane.
IL BRUCO E LA FARFALLA Ma ci sono casi ancora più comuni, che mettono in imbarazzo gli evoluzionisti. La farfalla, il noto lepidottero. Eccola svolazzare nel giardino. Fra poco deporrà le uova. Ma dalle uova, come sappiamo tutti, non esce una farfalla simile alla madre, bensì un bruco. Due animali dotati dell'identico codice genetico, ma con due forme assolutamente diverse. L'elenco delle diversità morfologiche fa paura: il bruco striscia su sei paia di zampe, la farfalla ne ha tre. Il bruco dispone di una bocca che mastica foglie, la farfalla ha una proboscide con cui succhia nettare. Il bruco ha sei occhi semplici, la farfalla due occhi composti (come quelli delle mosche). Il bruco ha colori mimetici e, spesso il corpo coperto di setole che lo rendono disgustoso ai predatori. La farfalla che nascerà dal bruco, ha ali vistosissime (che attirano i predatori), un sistema nervoso, l'aerodinamica atta al volo, e organi sessuali, che al bruco mancano. Quale vantaggio evolutivo hanno quelle ali sulla sopravvivenza della farfalla, perché la natura le abbia preferite al meraviglioso mimetismo del bruco? La risposta è che le ali sono un richiamo sessuale. Ma in natura esistono miriadi di modi per attrarre sessualmente il partner, senza attirare anche i predatori. Peggio: se, come ammettono i darwinisti, la forma originaria dei lepidotteri è il bruco (più "semplice"), e questo ha "imparato" a diventare la sofisticata farfalla per millenarie mutazioni, com'è che il bruco non ha apparato sessuale né riproduttivo? Come si sono riprodotti presunti antenati e anelli di congiunzione? Dovrebbero aver vissuto per milioni di anni senza sessualità. Oppure i primi bruchi avevano organi sessuali, e poi li hanno persi? Oppure la forma "originaria" è quella volante e più complessa, e ad essere derivato è invece il bruco, più semplificato? Oppure va ammesso, ed ecco dove il darwinismo cade, che l'intero DNA del lepidottero sia stato scritto fin dall'inizio così, e abbia previsto fin dall'inizio la meravigliosa metamorfosi.
UN PROGETTO INTELLIGENTE Di fatto, vediamo qui un progetto che - stiamo per dire volontariamente - ha separato due funzioni che negli altri animali sono congiunte. Il bruco non fa altro che nutrirsi. La farfalla, non altro che accoppiarsi. È un organo sessuale volante, una creatura destinata esclusivamente all'eros. Anzi, una metafora dell'amore-passione. Sarà per questo che la farfalla è bella, al punto di imitare i fiori, mentre il bruco non lo è? Che lei si nutre solo di nettare, cibo altamente simbolico degli amanti? E la vita della farfalla è breve come l'amore. Guidata da misteriosi segnali odorosi, la farfalla è capace di volare per decine di miglia al luogo dell'accoppiamento, cosa che il bruco ignora; e ci arriva volando su ali che sono attrattive vistose, ma anche pericolose per la sua sopravvivenza. E tutto questo sarebbe il risultato del cieco caso, della necessità? Rispondetevi da soli, perché anche voi siete stati qualche volta nella vita farfalle, ossia innamorati. E avete corso rischi pazzeschi per l'amore; non vivevate più per mangiare, ma v'inebriavate di nulla; e non v'importava di vivere e di morire, e vi guidava una bussola misteriosa verso il dolce convegno. Quel che il darwinismo non riesce a spiegare non è solo la lingua del picchio o la natura della farfalla, ma la fantasia che si mostra in tutto il vivente. Una fantasia non priva d'umorismo, sfarzosa, inesauribile. Inoltre, fastosa, ossia "non funzionale"; un puro lusso: perché se come dicono i darwinisti la selezione ha dotato le lucciole di una lampada, in quanto sarebbe un "vantaggio per la sopravvivenza", perché allora le zanzare (e infiniti insetti notturni) ne sono privi?
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IL LASCITO DI UMBERTO BOSSI E LA PROMESSA INCOMPIUTA DEL FEDERALISMO
Intuizioni, battaglie e scelte controverse del leader del Carroccio: dalla secessione a un più pragmatico obiettivo federalista mai pienamente realizzato
Autore: Ruben Razzante - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 marzo 2026
La morte di Umberto Bossi segna la fine di una stagione politica che ha inciso profondamente nella storia della Seconda Repubblica e lascia aperta una riflessione complessa sul suo lascito, fatto di intuizioni potenti, battaglie identitarie e scelte controverse. Bossi è stato, prima di tutto, un animale politico nel senso più pieno del termine, capace di intercettare un sentimento diffuso nelle regioni del Nord e di trasformarlo in una forza organizzata, identitaria e duratura. La nascita della Lega rappresentò una rottura radicale con i partiti tradizionali: non solo una protesta contro Roma e il centralismo, ma una narrazione alternativa del Paese, fondata sulla contrapposizione tra produttività settentrionale e inefficienza statale. Tuttavia, il percorso di Bossi non fu lineare e uno dei momenti più controversi resta il 1994, quando contribuì alla caduta del primo governo guidato da Silvio Berlusconi dopo appena sette mesi, finendo - secondo molti osservatori - nella trappola istituzionale del presidente Oscar Luigi Scalfaro. Quel ribaltone aprì la strada al governo tecnico di Lamberto Dini e successivamente alla vittoria del centrosinistra nel 1996, segnando una frattura profonda nei rapporti tra Lega e centrodestra. Eppure, proprio la capacità di ricucire strappi apparentemente insanabili rappresenta un altro tratto distintivo della leadership bossiana: dopo anni di tensioni e divisioni, la riappacificazione con Berlusconi portò alla nascita di una coalizione più solida, culminata nella vittoria del 2001 e in una legislatura che, fino al 2006, fu tra le più stabili della storia recente, caratterizzata da riforme e da un consolidamento dell'asse tra Lega e Forza Italia.
IL FEDERALISMO NON SI È MAI REALIZZATO L'ictus che colpì Bossi nel 2004 segnò un punto di svolta personale e politico, riducendo progressivamente la presenza pubblica del leader della Lega, ma non cancellandone l'influenza simbolica, che rimase forte soprattutto tra gli iscritti e nella base militante. Il cuore del suo lascito risiede nella centralità attribuita agli interessi del Nord, un'intuizione che ha ridefinito il dibattito politico italiano per decenni: dalla secessione, inizialmente evocata come obiettivo radicale, al più pragmatico federalismo, Bossi seppe adattare la sua strategia alle condizioni reali del sistema, riconoscendo i limiti di un progetto indipendentista in un contesto istituzionale fortemente vincolato. Tuttavia, il federalismo spinto che immaginava non si è mai pienamente realizzato, rimanendo una promessa incompiuta della sua parabola politica. Negli ultimi anni, ormai figura più simbolica che operativa, Bossi non ha rinunciato a esprimere critiche anche dure nei confronti della trasformazione della Lega sotto la guida di Matteo Salvini, accusato di aver snaturato il partito, spostandone il baricentro verso una dimensione nazionale e verso il consenso nel Sud, a scapito della storica base settentrionale. La scelta di dichiarare il voto per Forza Italia e la nascita del Comitato per il Nord insieme a figure a lui vicine rappresentano il segnale di una frattura mai ricomposta, che riflette due visioni diverse del ruolo e dell'identità del Carroccio.
LA DECADENZA E IL CALO DI CONSENSO In questo contesto, la morte di Bossi potrebbe riaprire un dibattito interno profondo: da un lato la tentazione di recuperare le radici padane e rilanciare una politica fortemente ancorata agli interessi economici e produttivi del Nord, dall'altro la prosecuzione della linea nazional-populista che ha garantito alla Lega successi significativi negli anni recenti ma che oggi mostra segni di affaticamento proprio nelle sue roccaforti storiche. Il calo di consenso nelle regioni settentrionali, a fronte di una maggiore attenzione a temi come il ponte sullo Stretto, evidenzia una tensione strategica non ancora risolta. La domanda che si apre è se il "culto padano", mai del tutto scomparso, possa tornare a essere un elemento mobilitante oppure se appartenga definitivamente a una fase storica irripetibile. In ogni caso, il lascito di Bossi resta quello di aver imposto una questione territoriale che continua a condizionare la politica italiana, costringendo alleanze e governi a confrontarsi con le istanze di autonomia, efficienza e rappresentanza provenienti dal Nord, anche quando queste non trovano piena traduzione istituzionale, come nel governo Meloni, fortemente sbilanciato in favore degli interessi del sud a scapito della valorizzazione delle eccellenze economiche e produttive settentrionali.
Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Bossi, buone intuizioni ma senza una visione culturale" analizza l'azione politica dello storico segretario della Lega Nord. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 21 marzo 2026: Ad uno sguardo retrospettivo sintetico sulla sua vita politica risulta che Umberto Bossi ha espresso intuizioni di potenziale interesse, ma né lui né la Lega sono riusciti a configurarle in una visione culturale chiara. Gli spunti legati alla situazione di un momento possono dare ossigeno immediato e fare da propulsore per uno sviluppo politico anche significativo, ma hanno bisogno di essere sostenuti da una coerenza di quadro che in questo caso non c'è stata. I bisogni e le richieste di un momento, fosse anche per una intera macroregione come il Nord d'Italia, sono fondamentali perché la gente si mobiliti all'inizio e per un periodo, ma non riescono a mobilitarla a lungo. Per questo servono principi chiaramente coagulati in una consistente cultura politica. Le intuizioni politiche di Bossi avevano una dimensione legata al suo tempo, ma contenevano anche valori solidi e potenzialmente duraturi, se coltivati con consapevolezza. Quelle del primo tipo riguardavano l'insoddisfazione e il fastidio delle categorie produttive del Settentrione davanti al centralismo statalista, alla burocrazia partitica e sindacale, ad una "casta", come si diceva allora, che si autoalimentava e che faceva pagare i costi del sistema alle regioni del Nord. Quelle del secondo tipo riguardavano la famiglia, la terra, la comunità locale, il popolo, la propria storia, le culture dei cento campanili, la dimensione reale della vita sotto le artificiosità della politica di professione. Questi principi e valori non erano solo legati alle insoddisfazioni espresse sinteticamente nello slogan "Roma ladrona", non esprimevano solo un fastidio per un fisco oppressivo o per politiche che facevano pagare ad una parte dell'Italia l'assistenzialismo dell'altra. Essi avevano una loro consistenza oltre la contingenza. Il punto è proprio questo: quanta chiarezza c'era nelle prospettive di Bossi e della sua Lega su questi valori? Nelle regioni del Nord, dove la Lega si sviluppò, era evidente il nesso tra i valori che abbiamo elencato sopra e lo stesso sviluppo economico. La centralità della famiglia e della religione cattolica come molle di questo sviluppo erano accertati. Ma fino a che punto Bossi e la Lega chiarirono questo rapporto? Puntare su imprese che volevano meno tasse, ipotizzare una qualche identità etnica propria della Padania, inventarsi il "dio Po", recuperare in Alberto da Giussano le proprie origini, rinverdire il giuramento di Pontida... non erano sufficienti, nella loro confusione strumentale, a supportare a lungo un partito che volesse essere anche un movimento culturale. Tornando ai valori citati sopra, essi richiamano un concetto di fondo che avrebbe potuto fare da collante, chiaro e propositivo, della cultura politica della Lega: la sussidiarietà. La famiglia, il municipio, la regione avrebbero potuto venire intese come "società naturali" che, giustamente erano pronte a lottare contro uno Stato accentratore e irrispettoso non delle autonomie in generale, ma delle autonomie delle società naturali appunto. La lotta avrebbe potuto essere tra natura e artificio e allora sì che avrebbe assunto un respiro lungimirante. Come è noto da quando Matteo Salvini ha spinto le cose per trasformare la Lega in un partito nazionale elettoralmente ci fu un momento nel quale l'idea ebbe successo. Da allora nella Lega si sono fronteggiate due linee, nonostante l'apparente unanimismo di convenienza. Ma la linea di chi contestava l'apertura nazionale rimaneva impigliata nei piccoli rapporti di potere locali e non pensava a valorizzare le grandi potenzialità della sussidiarietà correttamente intesa. Le intuizioni di Bossi avevano una potenzialità di cui Bossi non era a conoscenza. Si spiega così anche il difficile rapporto con Gianfranco Miglio, il politologo del federalismo, il quale cercò di rinforzare il quadro culturale della Lega senza riuscirci. Ripartire dal basso, questo era il grande messaggio rivoluzionario della Lega, la rivendicazione di una priorità politica delle società naturali rispetto allo Stato che dovevano riprendersi con la lotta la propria originaria autonomia. Non per fuggire dalle tasse, dalla burocrazia o dell'ipertrofia legislativa, ma per riordinare in modo naturale tutta la politica, liberandola dalle ideologie e riconducendola alla realtà. Una prova piuttosto evidente che questo tipo di chiarezza non c'era o era difettosa è che durante i governi leghisti delle regioni settentrionali quei valori non sono stati promossi. Chi scrive queste righe ha una conoscenza maggiore del Veneto e del Friuli Venezia Giulia più che di Lombardia o Piemonte. Ora, in quelle due regioni, non si riescono a individuare nel governo leghista elementi fortemente innovativi rispetto ad altri governi. Non è questione di buona o cattiva amministrazione, ma di una amministrazione identitaria, cioè caratterizzata da una propria visione che si rifacesse ai valori non contingenti visti sopra. Quei governi hanno forse incentivato una nuova cultura? Hanno cambiato la scuola in senso sussidiario? Hanno difeso la famiglia naturale e la vita? Hanno combattuto contro i "nuovi diritti" innaturali? Oppure sono stati genericamente dei moderati e scontati governi di centro-destra?
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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 marzo 2026
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EMERGE LA VERITA' SUL SANGUE DELLE 3 SUORE UCCISE IN BURUNDI
Dopo anni di silenzi e depistaggi, un'inchiesta riapre il caso tra responsabilità della polizia segreta e l'ombra inquietante di un sacrificio umano
Autore: Paola Belletti - Fonte: Sito del Timone, 27 febbraio 2026
Un vero e proprio cold case internazionale, questo, che si è riaperto con una svolta inaspettata grazie alla coraggiosa inchiesta realizzata dalla giornalista freelance Giusy Baioni, autrice del libro Nel cuore dei misteri. Inchiesta sull'uccisione di tre missionarie nel Burundi delle impunità. Pubblicato nel 2022 e frutto di accurate ricerche iniziate immediatamente dopo l'assassinio delle tre missionarie saveriane e portate avanti in un contesto pericoloso, ha spinto la Procura di Parma, città natale delle tre vittime, a riaprire il caso. Siamo così arrivati all'arresto, ieri mattina, del cittadino burundese Guillaume Harushimana, 50 anni, gravemente indiziato per il triplice omicidio di suor Olga Raschietti (83 anni), suor Lucia Pulici 79) e suor Bernadetta Boggian (75) della congregazione delle Missionarie di Maria Saveriane, brutalmente uccise nel quartiere Kamenge di Bujumbura, sede della loro missione, il 7 e l'8 settembre del 2014. Come riporta il comunicato della Procura della Repubblica di Parma, «le prime due furono uccise colpendole con un oggetto contundente e con un taglio alla gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014, mentre la terza (che era fuori sede durante il primo delitto) fu decapitata la notte seguente, riponendone poi il capo reciso accanto al corpo». La giornalista ha effettuato interviste e ricognizioni molto accurate sul campo, ricostruendo la complessa vicenda fino a scoprire il coinvolgimento della stessa polizia segreta burundese; il che spiega per esempio come mai sia potuto avvenire l'omicidio per decapitazione della terza religiosa sempre nello stesso luogo, il giorno dopo l'assassinio delle altre due consorelle, sotto gli occhi nient'affatto vigili delle forze dell'ordine messe a presidiare la missione. Dal quadro investigativo «è emerso un clima di vero e proprio terrore che si viveva in Burundi, collegato alla circostanza che i protagonisti della vicenda sarebbero tutti a vario titolo collegabili alla Polizia segreta del Burundi, dalle cui fila sarebbero provenuti ideatori, organizzatori, esecutori del triplice omicidio». Oltre alla altrimenti inspiegabile libertà per gli assassini di perpetrare il terzo omicidio, si annovera l'arresto di un malato psichico del quartiere scelto come facile capro espiatorio, l'incendio della sede di una emittente radiofonica colpevole di aver trasmesso un'intervista di due autodenunciatisi complici, l'uccisione di diverse persone coinvolte, tra cui il mandante, il generale Adolphe Nshimirimana e molti altri potenziali testimoni dell'accaduto.
IPOTESI SUL MOVENTE: IL SACRIFICIO PROPIZIATORIO Ideatori, organizzatori ed esecutori materiali degli omicidi sarebbero dunque tutti legati alla Polizia segreta del Burundi. Tra di essi pare sia stato proprio il generale capo della stessa polizia, il generale Nshimirimana, a dare l'ordine di uccidere le tre suore. Ma il movente? Oltre alle dichiarazioni del generale che parlava di una sorta di punizione per il loro rifiuto di prestare assistenza sanitaria alle milizie, emerge un'altra ipotesi, più inquietante e probabilmente anche assai più credibile (quali suore, quali cristiani in genere, se sono tali, si rifiuterebbero di curare un ferito per la sua appartenenza politica o ideologica?): la triplice esecuzione delle tre religiose saveriane avrebbe «un movente di tipo esoterico-sacrificale, poiché il Generale Nshimirimana avrebbe chiesto un rito propiziatorio (pratica diffusa in certa cultura burundese) come buon auspicio per la sua candidatura a Presidente della Repubblica (ciò potrebbe spiegare anche le modalità esecutive brutali dell'omicidio». Il Burundi, come altri paesi della regione dei laghi africani, mantiene un sostrato religioso di tipo animista, spesso parallelo a cristianesimo e islamismo, perché più antico e ancestrale e prevede pratiche sacrificali perché gli spiriti diano pioggia, guarigione, ricchezze. Non è dunque da escludere che lo scopo di queste uccisioni sia stato proprio quello di accontentare o quietare uno spirito affinché questi ripagasse con un successo politico. Lo dichiarava anche un'altra consacrata saveriana, suor Teresina Caffi, che ha affermato, come si legge su Avvenire: «Da allora (dall'incendio della radio che aveva trasmesso le testimonianze di due complici, Ndr) sono emerse ragioni di varia natura che avrebbero portato a quello che, per la modalità di esecuzione e l'identità delle vittime, pare un atto satanico propiziatorio per guadagnare potere».
IL PRINCIPE DI QUESTO MONDO STA PER ESSERE CACCIATO Che fossero donne consacrate della Chiesa cattolica, dunque, non sarebbe un dettaglio trascurabile, ma un attributo decisivo per chi avrebbe commissionato la strage. È sicuramente importante che le indagini facciano il loro corso e che i colpevoli siano assicurati alla giustizia, ed è senza dubbio encomiabile il lavoro svolto dalla giornalista Giusy Baioni; ma dal punto di vista della fede è altrettanto importante considerare il valore supremo di quello che potrebbe essere considerato un martirio secondo la visione cristiana. Uccise secondo logiche pagane, hanno invece visto la loro morte entrare nella logica del tutto nuova e definitiva del sacrificio di Cristo, quello che è venuto a portare la vita in abbondanza offrendo Sé stesso per la salvezza di molti. Dopo la passione di Cristo nessun sacrificio è mai più lo stesso perché il solo sacrificio davvero gradito a Dio è il sangue versato dall'Innocente venuto a spezzare la catena del peccato e a invertire per sempre il movimento tra creatura e Creatore: è Lui che si è vestito di noi e ha fatto nuove tutte le cose. Nemmeno un triplice omicidio compiuto da poveri, forse ignari peccatori che lo hanno offerto al principe decaduto di questo mondo, satana, sfugge alla Sua misericordia. Nella lotta continua - ma non senza fine - tra il Bene e il male a cui assistiamo anche oggi, il sacrificio dei giusti, uniti al solo Giusto, continua a riversare misteriosamente benefici a favore di tutti, soffocando il male che ruggisce e spaventa, ma che ha già perso la battaglia, e lo sa. La morte di queste anziane religiose dunque non mostra solo il lato oscuro e raccapricciante della crudeltà umana e della malizia spirituale del Maligno, ma apre uno squarcio di luce sulla bellezza paradossale dell'amore cristiano, unica notizia degna di restare in prima pagina fino alla fine della storia.
Fonte: Sito del Timone, 27 febbraio 2026
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LE SETTE PAROLE DI GESU' IN CROCE
Leggendo il Passio la Domenica delle Palme e il Venerdì Santo troviamo il testamento spirituale d'amore del Cristo morente
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17 aprile 2019
Le "sette parole" che Gesù pronunciò sulla croce costituiscono il testamento spirituale d'amore del Cristo morente. Lo rileva monsignor Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica di San Pietro, nel suo recente volume Le ultime parole di Gesù (San Paolo 2019, pp. 176), in cui la meditazione sulle parole di Nostro Signore è accostata sapientemente ai gesti concreti di coloro che, con la loro testimonianza di vita, hanno incarnato il lascito di tale manifesto d'amore.
1) PADRE, PERDONA LORO PERCHÉ NON SANNO QUELLO CHE FANNO (LC 23, 34) La prima espressione del Crocifisso è una parola di perdono per i suoi crocifissori. Rivela che, come sottolinea Comastri, "l'onnipotenza di Dio è onnipotenza di amore. Sulla Croce di Gesù è stata definitivamente inchiodata ogni immagine di Dio che vorrebbe caratterizzarlo come onnipotenza di forza irresistibile e di potere che schiaccia e punisce". Questo amore che perdona e non serba odio nei confronti dei carnefici è stato testimoniato mirabilmente da san Massimiliano Maria Kolbe, allorquando decise di offrire la propria vita in cambio di quella di un padre di famiglia condannato a morte dai nazisti come ritorsione per la fuga di un prigioniero. Il santo, "con un atto di amore, ha reso presente l'Amore di Dio in un inferno di odio".
2) IN VERITÀ IO TI DICO: OGGI SARAI CON ME NEL PARADISO (LC 23, 43) Queste stesse parole sono state fatte proprie da Maria Goretti quando, colpita per ben 14 volte da un giovane con un punteruolo che voleva attentare alla sua verginità, fu trasportata sanguinante in ospedale. «Il parroco, indicando il Crocifisso, ha l'ispirazione di chiedere a Maria: "Marietta, vuoi perdonare Alessandro come Gesù perdonò i suoi crocifissori?". La bambina resta in silenzio per qualche secondo e poi risponde: "Sì, lo perdono di cuore. E lo voglio con me in Paradiso"», racconta Comastri. Così, mentre era in carcere, una notte Alessandro sognò Maria Goretti che raccoglieva per lui dei gigli e gli si avvicinava. Il giovane si svegliò di soprassalto e, rasserenato, pensò in cuor suo: «Ormai mi salvo anch'io - dico tra me - perché sono certo che Marietta prega per me. È venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l'orrore di prima per la mia vita». Ciò accadde verso la fine del 1906. Alessandro fu poi accolto dai Padri Cappuccini e, con sua profonda gioia, ricevette anche il perdono da parte della madre di Maria.
3) DONNA, ECCO TUO FIGLIO! ECCO TUA MADRE! (GV 19, 26-27) «Voleva dirle: "Mamma, non pensare a me! Io sto vivendo il gesto del più grande amore: e questo mio amore è l'unica ancora di salvezza per l'umanità! Mamma, insegnalo a Giovanni! Fagli da mamma! E, dopo Giovanni, fai da mamma a tutti gli uomini che appariranno nello scenario della storia"». In relazione alla maternità di Maria, padre Comastri ricorda come la potente intercessione della Vergine a Lourdes abbia liberato dall'ateismo il chirurgo Alexis Carrel (premio Nobel per la medicina), in seguito a un miracolo accaduto a una sua paziente e di cui è stato spettatore. Allo stesso modo la premura materna di Maria ha impedito il suicidio di Giuseppe Battista Tomassi, che aveva deciso di spararsi. Intervenendo prontamente nello stesso luogo santo, la Madonna guarì le ferite del cuore di Giuseppe e così, "da una rivoltella diventata inutile; da una disperazione diventata speranza; dallo spettacolo dell'amore vissuto, nel quale un giovane disperato incontrò Dio; dalla gratitudine di un ragazzo guarito nel cuore dalla Madonna", è affiorata l'idea dell'Unitalsi, la nota associazione che prosegue ancora oggi nella sua missione al servizio dei disabili e dei malati.
4) DIO MIO, DIO MIO, PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO? (MC 15, 34) «Queste parole sono l'inizio del Salmo 21, un salmo che gli scribi e i farisei conoscevano alla perfezione. Si tratta di una impressionante cronaca della Passione di Gesù: è una fotografia scattata prima dell'evento, una fotografia che Dio solo poteva scattare. L'Amore infinito ha attraversato la nostra cattiveria in tutta la sua ampiezza e l'ha vinta: l'ha sconfitta con l'ampiezza dell'Amore. L'abbiamo capito? Gesù continua a gettare sprazzi di luce nel buio di ogni tempo», spiega il cardinale. Jacques Fesch è un giovane del secolo scorso, un omicida che riuscì ad affrontare serenamente persino la ghigliottina. Dopo aver condotto una vita da dissoluto, fece penitenza in carcere, sposò la sua compagna con rito religioso, scrisse parole commoventi alla sua bambina e morì ricevendo i sacramenti nella grazia di Dio, fiducioso nella misericordia del Padre.
5) HO SETE (GV 19, 28) «La sete di Gesù è sete di amore e il suo grido attraversa i secoli e interroga anche ciascuno di noi», commenta il teologo Comastri. A tal proposito Madre Teresa di Calcutta, la cui vita è stata una risposta a tale grido di Cristo, si rivolgeva così al Signore: «Gesù, ti disseto! Dovunque andrò, seminerò amore! E te lo porgerò per dissetare la tua insaziabile sete di amore».
6) TUTTO È COMPIUTO (GV 19, 30) «Che cosa è compiuto? È compiuto lo svelamento del vero volto di Dio! Sulla Croce è caduto il velo di tante caricature di Dio costruite dagli uomini ed è apparso il vero e affascinante volto di Dio: Dio è Amore e la sua onnipotenza è esclusivamente Onnipotenza di Amore». Kirk Kilgour è stato un atleta, nonché assistente allenatore di pallavolo della Nazionale italiana. Nel 1976 rimase paralizzato a tutti e quattro gli arti, a seguito di una lussazione alla vertebra cervicale con lesione al midollo spinale che lo costrinse sulla sedia a rotelle. Eppure sperimentò la potenza dell'amore di Cristo. In una sua preghiera ebbe infatti il coraggio e la grazia di scrivere: «Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio».
7) PADRE, NELLE TUE MANI CONSEGNO IL MIO SPIRITO (LC 23, 46) L'ultima espressione sulle labbra del Crocifisso testimonia che «la morte non è un salto nel buio né, tantomeno, è un salto nell'abisso del niente: la morte è un abbraccio con Dio! Come sono belle le ultime parole di Gesù e come sono rassicuranti per noi! Il viaggio della nostra vita va verso un incontro: e noi dobbiamo prepararci a quell'incontro per essere pronti e capaci di rispondere all'abbraccio di Dio». Come rispondere a tale amore? Sicuramente «attraverso l'amore scelto e vissuto negli anni dell'attesa!». È stato così, ad esempio, per Giovanni XXIII, il "Papa buono", che «alle ore undici, dopo aver ricevuto il Santo viatico, si rivolge agli astanti che sono ancora in ginocchio e pronuncia parole di fede grandissima: "Questo letto è un altare, l'altare vuole una vittima: eccomi pronto! Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio, la pace del mondo, l'unione dei cristiani. Il segreto del mio sacerdozio sta nel Crocifisso. Quelle braccia allargate dicono che Egli è morto per tutti, per tutti, nessuno è respinto dal suo amore e dal suo perdono"». D'altra parte, sottolinea infine padre Comastri, «con Gesù, e soltanto con Gesù, è possibile morire sorridendo, cantando e sentendo vicina la gioiosa melodia del Paradiso. Preghiamo perché la nostra morte sia così».
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17 aprile 2019
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OMELIA GIOVEDI SANTO - ANNO A (Gv 13,1-15)
Fate questo in memoria di me
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: La rivincita del crocifisso
Dalla testimonianza di san Paolo - ascoltata nella seconda lettura - sappiamo che un particolare ha specialmente colpito i cristiani della comunità primitiva a proposito dell'Eucaristia: ed è che questo rito semplice e misterioso, insolito e suggestivo, viene compiuto dal Signore nella notte in cui veniva tradito (1 Cor 11,23). Gesù si pone a tavola coi suoi quando ormai le tenebre sono calate su tutte le case degli uomini e su molti cuori: i cuori dei suoi nemici che in quel momento sono arrivati alla più orrenda delle decisioni. Quella sera - rallegrata dal banchetto dell'agnello pasquale - sboccava sul buio più fondo della storia umana: nel rapido rincorrersi di poche ore senza luce si sarebbero susseguiti il bacio perfido di un amico inspiegabilmente corrotto e inacidito, l'arresto di un innocente in preghiera, il rinnegamento da parte del primo e più spavaldo dei discepoli, il processo religioso intentato dall'odio e dalla menzogna al Figlio stesso di Dio. Da sempre le notti offrono gli spazi più favorevoli alle incursioni del male. Ma nessuna più di quella notte ha radunato un così eccezionale campionario di atti malvagi. Gesù, nella prospettiva di incontrare così tante prove della perversità umana, invece di esprimere una sua pur giustificata amarezza, sulla soglia di quella notte canta al Padre la sua gratitudine: rese grazie (cf. 1 Cor 11,24); invece di deplorare, leva la lode a Dio per tutte le sue misericordie; invece di lamentarsi manifesta il suo animo gioioso di figlio. E affida alla Chiesa come sua eredità il suo stesso inno di riconoscenza - la «Eucaristia» - per tutto il bene che agli uomini è stato donato; un inno destinato a non spegnersi più. Questo è un sentimento che l'annuale celebrazione della «cena del Signore» ci invita a ravvivare: anche se non dobbiamo chiudere gli occhi davanti alle innumerevoli brutture del mondo, siamo chiamati a tenerli ancora più aperti sulle bellezze di Dio e delle sue munificenze: sull'esistenza che ci è stata gratuitamente comunicata, sulla mirabile capacità di conoscere intellettualmente e di amare che ci assimila al Creatore, sulla vita di fede che illumina i nostri giorni, sulla consolazione e la serenità che ci viene dalla speranza cristiana, sulla grande fortuna dell'appartenenza ecclesiale. Noi sappiamo che il ringraziare è per i nostri animi chiusi e inariditi un'arte difficile. Ma il Signore dell'universo ci è venuto incontro e ha posto tra le nostre mani la sua stessa azione di grazie - la sua «Eucaristia» - con la quale possiamo, per così dire, adeguatamente sdebitarci con I'Autore di ogni buon regalo e di ogni dono perfetto (cf. Gc 1,17).
IL VALORE INSOSTITUIBILE DELLA MEMORIA Poche e tutte intense sono le parole che Gesù pronuncia sul pane e sul vino. Una ce n'è che più ci fa pensare e ci tocca nell'intimo, ed è la parola «memoria»: fate questo in memoria di me (1 Cor 11,24.25). È una richiesta che egli dice e ripete, quasi timoroso della nostra disattenzione, a significarci la vivacità del suo desiderio. La memoria è la facoltà che fa diventare presente il passato; che ci consente di possedere dentro di noi, nel fervore gioioso dello spirito, ciò che diversamente resterebbe estraneo e indifferente; che rende vicino e nostro ciò che senza di essa sarebbe assente e lontano. In questa drammatica sera del giovedì santo Gesù ci implora e ci comanda di non vivere alienati da lui: egli è in noi come ragione ultima e vera del nostro essere uomini; egli è in noi come principio del nostro riscatto dal male e della nostra nuova energia di bene; egli è in noi come sorgente della vita divina che ci fa conformi a lui, l'Uomo-Dio nostro Signore e fratello, e come fondamento della nostra certezza di un destino di gioia e di gloria senza fine. Noi siamo naturalmente distratti, smarriti dietro a mille inutili sollecitazioni che ci disperdono e ci sbandano verso mète senza consistenza e senza valore. E ci dimentichiamo troppo spesso di lui. Perciò la nostra vita ci appare troppe volte contrassegnata dalla vuotezza, sottomessa alla vanità (cf. Rm 8,20), come si esprime san Paolo. Abbiamo bisogno della «memoria» di Cristo, che ci riequilibri, facendoci riconquistare il senso delle vere proporzioni della realtà e la consapevolezza del disegno del Padre. Abbiamo bisogno della sua trasformante presenza nel nostro essere. Abbiamo bisogno che egli davvero domini in tutti i nostri pensieri. Che non sia quindi una «memoria» puramente intellettualistica, ma si incarni in un'azione efficace: fate... in memoria di me. Che non sia una vuota commemorazione, ma una reale immanenza nella nostra personale vicenda dell'unico Salvatore e della salvezza che egli ha acquisito per noi. Che non sia un ricordo nostalgico che non c'è più, ma rappresentazione autentica e viva del dono che non viene mai meno.
EUCARISTIA La narrazione del vangelo di Giovanni, che è stata proclamata. ci ha svelato qual è la spiegazione ultima del grande atto di ringraziamento - dell'«Eucaristia» - con cui Gesù affronta la notte del male e vince la suprema battaglia: Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1). La spiegazione di tutto è l'amore. Questa liturgia del Giovedì Santo ci mette dunque a parte del più intimo segreto di Dio: Dio supera e travolge ogni possibile avversità con la sua infinita volontà di bene. E desidera che questa sua strategia di lotta sia sempre anche la nostra. Come ci ha detto Gesù: Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13.15). Alla fine apparirà chiaro a tutti: sul mare dei peccati, delle stoltezze, delle infedeltà che sembrano sommergere tutta la nostra storia, avrà vinto l'amore.
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