BastaBugie n�972 del 08 aprile 2026

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1 COSI' VITTORIO MESSORI DIVENNE TALENT SCOUT DELL'APOLOGETICA
Storia dell'amicizia tra Messori e Cammilleri, le due grandi firme dell'apologetica contemporanea (mentre Avvenire contrappone Messori all'apologetica che invece lui rilanciò con forza)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 LA RIVOLTA CONTRO L'UOMO BIANCO? E' UN PRODOTTO DELL'UOMO BIANCO
Woke, BLM, terzomondismo e attivismo radicale: genealogia occidentale di un’ideologia che morde la mano che l’ha nutrita
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Sito Nicola Porro
3 E FU COSI' CHE I MEDIA CI HANNO TRASFORMATO IN CINICI
Il continuo rincorrersi e rilanciare le notizie con enfasi da parte dei media produce due tipi di fruitore: il cinico e l'ansioso (che finirà per ammalarsi... anche fisicamente)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA, HOLLYWOOD GIOCA ALLA RIVOLUZIONE
Stravince la notte degli Oscar per il cast stellare, ma è il solito pistolotto ideologico woke in cui i cattivi sono suprematisti bianchi e i buoni sono marxisti, rivoluzionari di professione
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 IL PROBLEMA DELL'AFRICA SONO GLI AFRICANI
Basta con la lagna postale di richiesta di soldi per i bimbi africani denutriti, con tanto di foto strappalacrime fin dalla busta: ormai è chiaro che l'Africa è un pozzo senza fondo
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Sito Nicola Porro
6 DENATALITA'? PER FORZA, COL CONSUMISMO A CUI ABBIAMO ABITUATO I FIGLI...
Pannella & soci ci hanno convinto a non fare più figli per goderci l'attimo fuggente e ora che ci siamo accorti dell'errore, non ci sono più le condizioni per rimediare
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 OMELIA II DOM. DI PASQUA - ANNO A (Gv 20,19-31)
Pace a voi
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie

1 - COSI' VITTORIO MESSORI DIVENNE TALENT SCOUT DELL'APOLOGETICA
Storia dell'amicizia tra Messori e Cammilleri, le due grandi firme dell'apologetica contemporanea (mentre Avvenire contrappone Messori all'apologetica che invece lui rilanciò con forza)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 7 aprile 2026

Ero un giovane professore che aveva scritto un romanzo, L'Inquisitore. Che però nessuno voleva. Per disperazione lo inviai a Vittorio Messori, di cui avevo letto il famoso Ipotesi su Gesù, con una lettera in cui brevemente elencavo tutte le mie disavventure di convertito. In capo a pochi giorni ricevetti una telefonata: era lui, entusiasta del mio scritto ma soprattutto stupito di quanto il mio percorso personale fosse simile al suo.
Nacque lì una strettissima amicizia sorta dalla constatazione singolare di due vite parallele, quantunque lui avesse dieci anni più di me. Scoprimmo anche una comune passione per l'astrologia (sì, proprio lui, e sua moglie), e cominciò da parte mia il viavai per Milano dove lui allora risiedeva. Si impegnò perché il mio romanzo venisse pubblicato, senza riuscirci. Sì, proprio lui. Ma a me non importava: il numero uno dell'apologetica aveva apprezzato il mio lavoro e tanto mi bastava. Se il numero uno aveva detto sì, era segno che tutti gli altri non capivano niente. Solo quando il mio nome, grazie a lui, divenne noto si decisero a pubblicare il mio L'inquisitore. Che ebbe quattro edizioni in italiano, più sei in altrettante lingue straniere e recentemente è stato riedito nei Gialli Mondadori.
Quantunque lui fosse dell'Ariete (ascendente Ariete!) e io Scorpione, la sintonia era, misteriosamente, perfetta. A tarda sera, ogni sera, un'ora di telefonate vicendevoli per commentare, aggiornarci, scambiare intuizioni e trouvaille storiche. Quando non aveva tempo per un libro che avrebbe voluto scrivere subentravo io. Fu così che nacque Il quadrato magico (bestseller che, strano a dirsi, spopolò tra i massoni, non certo per il contenuto apologetico ma per le ricchezze simboliche numerologiche di cui sono ghiotti; fu anche motivo di una cordiale conversazione in treno tra me e Umberto Eco). Lo stesso per Gli occhi di Maria, sui prodigi mariani in Italia durante l'invasione napoleonica, fenomeno che aveva incuriosito perfino Renzo De Felice ma di cui i cattolici nulla sapevano. Ogni volta, però, erano scenate da parte sua per la mia, secondo lui, mancanza di precisione "piemontese", derivata, sempre secondo lui, dal mio "circiterismo" meridionale.
Ero presente quando firmò il contratto per l'intervista a Giovanni Paolo II, bestseller internazionale come il precedente Rapporto sulla fede con Ratzinger (Messori non dimenticò mai di essere soprattutto un giornalista, da qui le sue geniali interviste). Ero presente quando, con giornalisti al seguito, viaggiammo per la Spagna sulle orme de Il miracolo di Calanda. C'era anche Travaglio, seduto accanto a me in aereo. Ma sarebbe troppo lungo elencare i fatti di trent'anni di amicizia e collaborazione.
Naturalmente, litigammo più volte, dati i rispettivi caratteri, anche con reciproci insulti sanguinosi. Proprio per questo declinai i suoi inviti reiterati a trasferirmi vicino a lui. E feci la cosa giusta. A volte per continuare a volersi bene giova mantenere una ragionata distanza. Per esempio, quando fu la volta di Lourdes, cronaca di un mistero, di René Laurentin prefato da Messori, affinché lo traducessi "bene" dal francese mi regalò una copia del Petit Robert, celebre dizionario franco-italiano. E malgrado tutto (causa la prosa contorta del famoso mariologo) scivolai su una vieille (vecchia) che scambiai per veille (vigilia). Seguì scenata e mia esclusione da una puntata di Porta a Porta sul tema.
Ma lui è stato il mio talent scout, l'unico che si fosse accorto delle mie potenzialità di apologeta in un mondo di mediocri, mondo che, senza di lui, prosegue nella sua insignificanza tra gelosie, divergenze d'opinione, clericalismi. Speriamo che il Signore trovi chi lo sostituisca.

Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo seguente dal titolo "Messori non era un apologeta, la sciocchezza di Avvenire" racconta come Avvenire ha elogiato Messori però mettendolo in contrapposizione con l'apologetica, che invece lui rilanciò con forza.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 7 aprile 2026:

Tanti in questi giorni stanno scrivendo sui giornali e sui social ricordi personali e testimonianze che dicono non solo della grande popolarità di Vittorio Messori - lo scrittore cattolico morto il Venerdì Santo - ma anche di quanto bene abbia seminato nella sua vita. E, per quanto possibile, in questi giorni anche noi apriamo queste pagine a quanti vogliono aggiungere un ricordo o una riflessione sulla vita e l'opera di Messori.
Non sorprende che davanti a un personaggio di tale statura si leggano anche commenti stonati e critiche impietose, ma ciò che non ci aspettavamo di leggere è il commento apparso su Avvenire a firma di Francesco Ognibene. Per poter fare l'elogio di Messori, Ognibene nega che possa essere definito un "apologeta". Citando soprattutto la rubrica Vivaio, che il giornalista e scrittore tenne su Avvenire dal 1987 al 1992 (ma che poi traslocò, non a caso, sul mensile Il Timone di Gianpaolo Barra), Ognibene ricorre a un presunto «metodo-Messori» che sarebbe «oltre l'apologetica». Ci spiega infatti Ognibene che «parlare di apologetica nella società delle contrapposizioni insanabili oggi però suona come screditamento pregiudiziale dell'altro, mentre di Messori ricordiamo certo la fermezza nel sostenere le sue ragioni ma con lo stile di chi argomenta convinzioni proprie più che voler dimostrare i torti altrui».
Dunque Messori non sarebbe un apologeta, ma «qualcosa di diverso e più ampio, ambizioso, positivo» perché «la ragione del cristiano in cerca della verità dentro il mondo non scende in guerra contro nessuno».
Scopriamo dunque da Ognibene che l'apologetica, che ha accompagnato la storia della Chiesa fin dalle origini e che è stata accantonata solo in tempi recenti, è una cosa cattiva. Perché scredita l'altro in modo pregiudiziale, una sorta di guerra contro chi nega le verità della fede cattolica. Stupidi noi a pensare che l'apologetica fosse invece un'esigenza ineludibile della fede, sintetizzata nelle parole di San Pietro che invita i cristiani «a rendere ragione della speranza» che è in loro (1Pt 3,15).
In realtà l'apologetica non è mai servita a scendere in guerra o a screditare qualcuno, ma è una testimonianza della ragionevolezza della fede, che risponde alle sfide della cultura in cui si è immersi, ed è quindi ovvio che si confronti con gli attacchi alla Chiesa, con gli errori e le eresie. In genere è proprio l'annuncio della Verità che genera reazioni violente da parte di chi serve la menzogna. L'idea che l'annuncio della fede cattolica - se ben fatto - sia accolto con serenità dal mondo e non provochi «contrapposizioni insanabili» è un'utopia, è fuori dalla realtà. Fosse davvero così Gesù non sarebbe stato messo a morte in croce. O forse anche lui era un po' intemperante e screditava pregiudizialmente i farisei e i dottori del tempio?
Tornando a Messori, in tanti anni di frequentazione mai lo abbiamo sentito parlare di un suo metodo originale o della necessità di andare «oltre l'apologetica». Tutt'altro, insisteva sempre sulla necessità del ritorno all'apologetica classica, concentrandosi sui "tre cerchi": Dio, Cristo, la Chiesa. È stato anche tra i fondatori dell'Istituto di Apologetica - nato attorno all'esperienza de Il Timone (nato allora proprio come «mensile di apologetica popolare») - e negli ultimi anni si rammaricava casomai della sempre più scarsa popolarità dell'apologetica fra i cattolici, a cominciare dai pastori. Anche il libro-intervista con l'allora cardinale Joseph Ratzinger - Rapporto sulla fede (1985) - è una grande opera di apologetica e altrettanto il libro-intervista con Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza (1994).
La verità è che Vittorio Messori ha fatto rinascere l'apologetica dopo decenni di censura ecclesiastica, che oggi vediamo ancora in attività ad Avvenire.

LA MORTE DI VITTORIO MESSORI, IL PIU' GRANDE APOLOGETA DEI NOSTRI TEMPI

Con milioni di libri venduti in tutte le lingue, ha fatto crescere nella fede generazioni di cattolici
di Riccardo Cascioli
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8498

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 7 aprile 2026

2 - LA RIVOLTA CONTRO L'UOMO BIANCO? E' UN PRODOTTO DELL'UOMO BIANCO
Woke, BLM, terzomondismo e attivismo radicale: genealogia occidentale di un’ideologia che morde la mano che l’ha nutrita
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Sito Nicola Porro, 10 dicembre 2025

Mi chiedo se i BlackLivesMatter, i wokes, i terzomondisti, i pro-Pal, insomma tutta questa roba qui, si rendono conto che le loro teorie provengono dall'odiato (da loro) uomo bianco, etero e di radice cristiana. E che la loro esistenza, le loro lagne, le loro manifestazioni stradaiole, la loro sostanziale impunità sono mere concessioni di un uomo bianco attualmente in guerra con se stesso, così come l'emancipazione degli schiavi neri si dovette a una guerra civile tra americani bianchi. Parte dei quali sulla schiavitù aveva semplicemente cambiato idea in corso d'opera.
Qualcuno si prenderà la briga di informare i maranza, gli africani che in casa nostra delinquono e vengono perdonati, i mantenuti dalla carità interessata di comunisti e bergoglisti, che il vento può cambiare in qualsiasi momento? Che l'uomo bianco può mutare opinione al girar di propaganda e allora per essi sarà finito il bengodi? Lo capiscono che si stanno divertendo solo perché l'uomo bianco ha in corso un conflitto interno ideologico e che poi è la solita guerra per il potere, e che quando qualcuno la vincerà, chiunque sia, per essi cambierà il vento?
Le sinistre li coccolano? Sì, ma quando le stesse perverranno al comando, la loro storia insegna che il loro pugno di ferro sarà spietato e senza sconti. E sempre la storia insegna che le sinistre al potere producono solo povertà, dunque non ci sarà trippa per tutti, dunque perfino i Lgbt dovranno mettersi a lavorare. E gli altri, via, a casa. A spese loro. Giratela come vi pare, ma è sempre l'uomo bianco a dirigere le danze. Si badi: non è questione di razza, bensì di religione. Mi spiego. Ai tempi di Mao osservatori cinesi furono mandati in giro in Europa per cercare di capire i motivi della superiorità anche tecnologica degli occidentali. Tornarono a Pechino con la risposta: la radice cristiana.
Non c'è spazio, qui, per spiegare il perché, basta osservare l'immobilismo delle altre culture, buddista, islamica, induista. Per un solo esempio, la musica: c'è qualcosa di lontanamente paragonabile alla musica prodotta dall'Occidente? Se oggi alcuni Paesi di tradizione non cristiana sono emersi nello scenario, è solo perché hanno adottato il modello occidentale. Ed è di matrice occidentale pure il marxismo leninista cinese. Da quando gli islamici hanno scoperto l'"imperialismo" delle Crociate? Da quando lo hanno appreso nelle università europee. Chi ha fornito a Maometto II il super-cannone che ha consentito ai turchi di prendere Costantinopoli? Un ungherese rinnegato. E si potrebbe continuare.
Il c.d. Rinascimento islamico, il nazionalismo arabo, il socialismo arabo, le c.d. primavere arabe, l'attuale fondamentalismo e perfino il terrorismo sistemico sono invenzioni dell'auto-deprecato uomo bianco, il cui "fardello" kiplinghiano muta al mutare delle sue idee. Quando ai GayPride succederanno le sfilate al passo dell'oca o dell'anatra (già ci sono i primi sintomi) i Blm, gli Lgbt, i wokes, i terzomondisti, i pro-Pal, e anche gli ecologisti o metteranno l'elmetto o andranno indovinate dove. Non credete che i sinistri se otterranno il potere totale faranno i destri? Non conoscete la potenza del "contrordine, compagni".

Fonte: Sito Nicola Porro, 10 dicembre 2025

3 - E FU COSI' CHE I MEDIA CI HANNO TRASFORMATO IN CINICI
Il continuo rincorrersi e rilanciare le notizie con enfasi da parte dei media produce due tipi di fruitore: il cinico e l'ansioso (che finirà per ammalarsi... anche fisicamente)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 6 febbraio 2026

Come si fa a non diventare cinici di questi tempi? Facciamo un esempio. Un bambino cade in un pozzo profondo? Una settimana di riprese, intervento del capo di Stato con scorta e addetti stampa (con conseguente intralcio ai mezzi di soccorso), talk-show, focus. Il bimbo per fortuna si salva. Ari-primepagine e aperture di tiggì, interviste a destra e e manca, puntate di approfondimento.
Sui social si scatenano sia le prefiche che i leoni da tastiera. Poi, di colpo, si cambia scenario perché tra due mesi c'è il Festival di Sanremo e bisogna preparare gli spettatori all'evento. Nel frattempo, alcuni trafiletti en passant: un treno deraglia in India, migliaia di morti; idem in Costarica per un terremoto; solita ecatombe inter-etnica nell'Africa subsahariana. Finito il festival, ecco un cretino che ha ucciso il suo cane a legnate. Apriti cielo. Arriva la Scientifica, interrogazioni parlamentari, manifestazioni di piazza. Essendo cretino, non pensa di fuggire all'estero (possibilmente islamico, dove i cani non piacciono) per evitare l'ergastolo, il linciaggio, le dichiarazioni di pentimento alla maoista con lacrime in tivù per non dover passare il resto della vita a guardarsi le spalle. Si impennano le vendite di cappotti corazzati per cani.
Si potrebbe continuare con gli esempi, esercizio che lasciamo al lettore, ma lo spazio è tiranno. Ora, dal momento che "il bene non fa notizia" e l'unica cosa che interessa ai direttori di media è l'audience, il martirio che abbiamo descritto è quotidiano. Enfasi, riflettori e titoli a effetto. Ma questo fenomeno non è, ahimè, una novità, bensì è coevo alla nascita dei grandi media.
Nel 1951 uscì un film di Billy Wilder in bianco e nero, L'asso nella manica, con Kirk Douglas nei panni di un giornalista spiantato. Costui aveva scoperto che un poveraccio era rimasto incastrato in un buco in fondo a una grotta. Poteva essere salvato in poche ore di scavo, ma il giornalista riuscì a convincere i trivellatori a percorrere la via più lunga. Il luogo divenne il centro di stampa, radio e cinegiornali, con un intero continente che seguiva trepidando. Naturalmente, il poveraccio nel buco morì e il circo mediatico si spostò altrove.
L'unico a piangere fu il giornalista, che non voleva il morto ma solo lo scoop. Ma qui non vogliamo accusare il cinismo dei media: lo si fa da tanto, come il film del 1951 dimostra (ma ci si potrebbe spingere anche più indietro, e di molto). No, il cinismo, indotto, è quello di tanti lettori-ascoltatori-spettatori. Non quelli che si indignano per il cane bastonato, bensì gli altri, mi si permetta di definirli "i normali". Come, per esempio, il sottoscritto ritiene di essere.
Se accendo la tivù a ora di pranzo e il tiggì mi spara subito che un barcone di migranti è colato a picco, non mormoro "ecchissenefrega..." perché sono cristiano, dico un requiem mentalmente e cambio canale. Sì, perché non posso commuovermi ed emozionarmi tutti i giorni e a comando. Quando si cammina scalzi sulla ghiaia, dapprima ci si fa male, ma poi, dài e dài, la pianta del piede callifica e non senti più niente. Così avviene per l'area del cervello preposta alla commozione e alla solidarietà. I direttori dei media lo sanno, e perciò sono costretti a rincarare ogni volta la dose.
Alla fine della fiera, questo rincorrersi e rilanciare produce due tipi di fruitore: il cinico e l'ansioso. Personalmente scelgo la prima categoria, perché i secondi finiscono per ammalarsi anche fisicamente. Ero giovane quando, negli anni Ottanta, gli "esperti" inventarono l'Orologio dell'Apocalisse, che già allora segnava pochi minuti a mezzanotte, ora X. Oggi, dopo il buco nell'ozono, il riscaldamento globale e la scomparsa degli orsi polari, è ancora lì. Buon segno.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 6 febbraio 2026

4 - UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA, HOLLYWOOD GIOCA ALLA RIVOLUZIONE
Stravince la notte degli Oscar per il cast stellare, ma è il solito pistolotto ideologico woke in cui i cattivi sono suprematisti bianchi e i buoni sono marxisti, rivoluzionari di professione
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 ottobre 2025

Quando i sinistri perdono le elezioni danno fiato alle trombe. Anche - e soprattutto - negli Usa. Poiché le fucilate da quelle parti si sono rivelate un boomerang, si torna ai vecchi sistemi, molto più efficaci. E veniamo a noi. Poiché sui social da qualche settimana è partito un tam-tam ("Il film dell'anno!") a proposito di Una battaglia dopo l'altra, mega produzione hollywoodiana tratta da un romanzo di Thomas Pinchon (che, visto il tema del film, dovrebbe essere una specie di Scurati americano) con cast faraonico (Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio Del Toro...), ho deciso di guardarlo. Dico subito che il "capolavoro" di Paul Thomas Anderson a me è parso un guazzabuglio senza capo né coda, ma io non sono un critico, né un cinefilo, né, soprattutto, di sinistra.
Infatti, saranno i sinistri ad apprezzarlo più degli altri; il gregge, incuriosito dal battage, magari resterà perplesso ma intanto il biglietto lo avrà pagato. Da quel che mi è parso di capire, la trama comincia con un'America del futuro, un futuro così prossimo che sembra oggi. Un gruppo rivoluzionario marxista bene organizzato e provvisto di lauti fondi (infatti, i personaggi principali fanno i rivoluzionari di professione e possono contare su una vastissima rete di complicità). Il film si apre con costoro intenti a liberare a mano armata gli immigrati illegali trattenuti alla frontiera messicana in attesa di identificazione. Ogni riferimento alla politica di Trump è, naturalmente, puramente casuale. Nel prosieguo dell'attività rivoluzionaria, ecco un bell'attentato dinamitardo al domicilio di un deputato antiabortista. Ogni riferimento a Vance (e, perché no, a Kirk) è, anche qui, del tutto fortuito.
Il resto è puro woke: il biondo Di Caprio se la fa con una collega di imprese sovversive, una donna di colore che gli sforna una bambina mulatta prima di andarsene all'avventura. Ma viene catturata dal cattivo del film, un colonnello bianco e razzista il quale, visto che c'è, non resiste alle grazie della pasionaria, per cui fino alla fine non si capisce se la bambina mulatta è sua o di Di Caprio. La pasionaria in questione però, prima di sparire dal film, accetta il programma protezione in cambio dei nomi di complici. Il cattivo (Penn) comincia così a procedere allo smantellamento della rete rivoluzionaria. La cosa è lunga ma intanto il cattivo si è messo in luce e viene cooptato in una cupola ultrasegreta di altissimi personaggi che sono suprematisti bianchi, una specie di Ku Klux Klan di massimo livello. E che probabilmente sono pure papisti, visto che in una scena pregano in coro San Nicola. Boh, sia come sia, costoro a un certo punto scoprono che il cattivo colonnello ha copulato con una afroamericana (chissà perché ai Blm questo termine sembra più rispettoso del vecchio "negro", così come gli indiani sono diventati "nativi americani": in ogni caso, ciò la dice lunga su chi comanda anche il linguaggio), e perciò lo fanno fuori senza tanti complimenti. Indi, mandano un sicario a eliminare anche il frutto del peccato (in senso suprematista, s'intende).
Vi dico subito che va a finire bene, perché i "buoni" (secondo il romanziere e il regista) prevalgono e i cattivi restano scornati. Hasta la revolución siempre, le scene conclusive lasciano intendere che la lotta continua e prima o poi il Sol dell'Avvenire splenderà anche sull'America oscurantista che ancora osa votare a destra. Se, incuriositi da una stampa complice ("già primo in classifica!", "è costato x ma ha già incassato x elevato a n!", e via pompando), volete andare a vederlo lo stesso, almeno sappiate che è pura propaganda dem, allettante per l'uso di attori di grido (che prima di diventare miliardari fari di "cultura" friggevano patatine dall'odiato McDonald's, da quella stessa "cultura" eretto a simbolo del capitalismo, anche se ci mangiano i bambini e gli immigrati; come se Hollywood non lo fosse davvero...).

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 ottobre 2025

5 - IL PROBLEMA DELL'AFRICA SONO GLI AFRICANI
Basta con la lagna postale di richiesta di soldi per i bimbi africani denutriti, con tanto di foto strappalacrime fin dalla busta: ormai è chiaro che l'Africa è un pozzo senza fondo
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Sito Nicola Porro, 2 dicembre 2025

Poiché ormai il Natale comincia ai primi di novembre e finisce dopo la Befana, ecco puntuale la lagna postale di richiesta di denari per i bimbi africani denutriti, con tanto di foto strappalacrime fin dalla busta. Ora, nessuno nega l'abnegazione sincera di organizzazioni e missionari (non a caso cattolici) che spesso ci rimettono anche la pelle. Ma va pure detto che 'sta storia è un pozzo senza fondo.
Ormai sono anziano e, per quanto indietro spinga i ricordi, non rammento altro dalla c. d. decolonizzazione in poi. Ero alle medie e il problema lacrimoso era il Biafra. Al liceo la fame si spostò in India, ma l'India ci mise poco a riprendersi, tanto che oggi ha l'atomica, manda sonde sulla Luna ed è sua la più potente flotta dell'oceano omonimo. Anche la Cina ebbe il suo periodo di fame, ma era artificiale, e oggi la Cina mette paura a tutti. Il minuscolo Giappone, pur privo totalmente di risorse, mise in seria difficoltà la superpotenza americana; spianato, unico nella storia, a suon di bombe atomiche, eccolo di nuovo in primo piano mondiale.
È razzismo dire che il problema dell'Africa sono gli africani? Anche su queste pagine da anni la specialista Anna Bono ci rende edotti in dettaglio, e a suo tempo lo stesso insospettabile Obama andò di persona a bacchettare il Continente Nero puntando il dito contro il nocciolo: corruzione e tribalismo. Gli esempi su riportati di terzomondiali che sono usciti dal sottosviluppo hanno un tratto comune: alle loro spalle hanno civiltà raffinatissime e millenarie.
L'Africa, Egitto a parte, no. Partiti i colonizzatori ha ricominciato a fare quel che faceva prima: massacri, golpe, guerre civili, profughi. Il Nord islamico ha qualche parvenza di stabilità, ma se se la passasse bene non ci inonderebbe di migranti; anzi, sarebbe terra di immigrazione. Come lo era -non nascondiamoci dietro un dito- il Sudafrica dell'apartheid. Ricordate Dambisa Moyo? Economista di fama internazionale, africana lei stessa, non esitò a scrivere nei suoi libri che gli "aiuti" occidentali (e di chi se no?) all'Africa non facevano che incancrenire il problema. E si spinse a dare il benvenuto alle odiate (dai marxisti vetero e neo) multinazionali, che almeno portavano lavoro. E chi porta lavoro lo fa, certo, per profitto; ma è suo interesse, proprio per questo, garantire ordine e disciplina. E strade, scuole e ospedali. Cambiamogli pure nome se il termine "colonialismo" è diventato, per via di propaganda, sinonimo di ogni nefandezza. Ma la storia è storia: nell'Africa coloniale non c'erano massacri inter-etnici né schiavitù, e i missionari potevano operare in relativa tranquillità al riparo delle armi europee.
Infatti, come il compianto supermissionario padre Gheddo instancabilmente testimoniava, il problema stava nelle teste, e solo l'evangelizzazione poteva cambiarle. Prevengo quelli che tireranno fuori il Cuore di tenebra conradiano: fate la conta dei morti, quanti da "cuori di tenebra" e quanti dalla decolonizzazione fino a oggi. Un milione nel solo Rwanda e in poche settimane nel 1994. A colpi di coltelli e machete. Diciamolo, anche se provocatorio: ricolonizzare l'Africa farebbe bene a tutti. Prima che diventi, coi soliti spicci sistemi, completamente islamica. Ogni altro espediente, com'è noto, è fallito. L'ultima è che vogliono triliardi di "risarcimento" per la tratta degli schiavi. E li vogliono dall'Occidente, mica dagli arabi che la inaugurarono e condussero per secoli e secoli (e in certi posti non hanno mai smesso). I vari "piani" for Africa? Chiacchiere & distintivo. I triliardi si sa dove finirebbero.

Fonte: Sito Nicola Porro, 2 dicembre 2025

6 - DENATALITA'? PER FORZA, COL CONSUMISMO A CUI ABBIAMO ABITUATO I FIGLI...
Pannella & soci ci hanno convinto a non fare più figli per goderci l'attimo fuggente e ora che ci siamo accorti dell'errore, non ci sono più le condizioni per rimediare
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17 giugno 2025

Sui social sempre più spesso compaiono vecchie foto in cui si vedono tanti bambini che giocano spensierati con ...niente. Tappi di gazzosa, cerchioni di bicicletta da inseguire e far rotolare, palloni improvvisati con stracci, i toboga coi cuscinetti a sfera e legno e spago, un gessetto per tracciare in terra numeri e quadrati, moscacieca e cavalluccio. Metti un bambino solo in una stanza completamente vuota e vedrai che, in breve, avrà inventato un gioco. Se poi avesse a disposizione una discarica (sì, avete letto bene, come quella in cui il sottoscritto giocava da ragazzino) ci troverebbe tutto ciò che serve a sbrigliare la fantasia. La sepsi? Eccola: "Se ti fai male, prendi il resto!".
Il sottoscritto e i suoi compagni di allora sono diventati anziani anche grazie agli anticorpi generati da quei giochi selvaggi e allo stato brado. Questo per dire che i figli non costavano niente e, anzi, erano considerati un investimento. La casa era piccola, nessuno aveva la sua stanzetta? Nessun problema, certi giacigli uscivano solo di notte e di giorno sparivano. A scuola, grembiule, grazie al quale nessuno era umiliato dal dover sedere accanto a un compagno firmato dalla testa ai piedi. Oggi, invece, un figlio costa un capitale per molti inarrivabile: il computer, il cellulare, le sneakers, lo zainetto Eastpak, il nuoto, il tennis, il calcio nel vivaio. E giù tute, attrezzi, parures.
E poi le gite scolastiche in settimana bianca, il saggio di danza col costume a spese di papà, il campo scuola, il campo estivo, l'Erasmus, la festa per il graduation. E infine il master in America, naturalmente dopo almeno cinque anni nei quali il pargolo ha studiato all'università fuori casa: affitto, pasti, spostamenti, treni e aerei per le feste. Ma quale operaio può permettersi più di un figlio in queste condizioni? Fin dall'asilo: come si fa a negare a un bambino l'iniziativa scolastica costosa quando tutti i suoi compagni ci vanno?
Eh, si depreca la denatalità, si organizzano convegni e si prendono impegni elettorali. Cioè, tanto per cambiare, si cerca di risolvere i problemi a furia di chiacchiere. Che stanno a zero, come le ormai stantie fiaccolate, parroco in testa, a ogni teenager morto ammazzato. Certo, non si può negare il benessere materiale odierno rispetto ai tempi descritti all'inizio dell'articolo, ma erano anche tempi in cui un padre di famiglia poteva mantenere col suo stipendio la moglie casalinga e tre o quattro figli, e pagare pure l'affitto di casa. La frase "avere i soldi in banca" indicava uno agiato, perché poteva anche vivere con gli interessi del conto. Che oggi la banca non dà più.
E anche il potere d'acquisto di salari e stipendi non è più quello di una volta. Le cause di ciò sono state più volte indicate, e hanno tutte un denominatore comune: l'avidità, quella che tende a concentrare la ricchezza in poche mani. Solo che il conoscere le cause non serve, visto che chi dovrebbe rimediare ha altro per la testa. Sempre. Bene, Pannella & soci ci hanno convinto a non fare più figli per goderci l'attimo fuggente. Ora che ci siamo accorti dell'errore, non ci sono più le condizioni per rimediare. Bel colpo, complimenti alla regia.
E se qualche statista capisse che è - anche, ma soprattutto - questione di soldi e mettesse mano al borsellino, ecco pronta la contromossa: "fascista!", "figli alla patria!", e via resistendo col fazzoletto rosso al collo. Eh, basterebbe ricordare a chi di dovere che can che abbaia non morde. E che se si azzardasse a mordere basterebbe una buona pedata. Ripeto, incrementare la natalità, è vero, non è solo questione di soldi. Ma lo è principalmente: è inutile che mi rieduchi la mentalità se poi non mi dai i mezzi per attuarla.
Per inciso: bombardati per decenni dagli spot pubblicitari che ci hanno convinto a spendere tutto quel che guadagniamo (col paradosso grottesco del "servizio pubblico" da cui ci facciamo bombardare a spese nostre), Pannella & c. non hanno dovuto faticare molto. Ai tempi del mio liceo pre-sessantottardo i nostri padri si telefonavano per accordarsi, così che tutti noi, a prescindere dal ceto, avessimo la stessa cifra di paghetta. Già: Dio-patria-famiglia, la vita di m... deprecata da una celebre senatrice. In cauda venenum: la causa prima della denatalità (e anche della disgregazione della famiglia)? Aver convinto le donne che la realizzazione personale stia nella carriera. Affermazione politically uncorrect? Echissenefrega!

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17 giugno 2025

7 - OMELIA II DOM. DI PASQUA - ANNO A (Gv 20,19-31)
Pace a voi
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 8 aprile 2026

La sera della Pasqua, il primo giorno dopo il sabato, i discepoli sono chiusi in casa per paura. Hanno seguito Gesù, hanno sperato in Lui, ma ora si ritrovano delusi e spaventati. Le porte sono serrate, ma il Vangelo ci fa capire che non sono solo le porte della casa a essere chiuse: sono chiusi anche i loro cuori. È lì che entra Gesù. Non bussa, non aspetta che lo lascino entrare: si pone in mezzo a loro e dice: "Pace a voi".
Questa è la prima grande verità della fede cristiana: il Risorto viene proprio quando noi siamo bloccati, impauriti o confusi. Non aspetta che siamo pronti, ma ci raggiunge così come siamo. Quante volte anche noi viviamo con le "porte chiuse": paura del giudizio degli altri, paura del futuro, di perdere qualcosa, di non essere all'altezza. E allora ci chiudiamo nella nostra piccolezza e rimandiamo di prendere sul serio la vita cristiana. Ma Cristo non si ferma davanti a queste chiusure. Entra e porta la sua pace. Non una pace superficiale, ma quella che nasce dalla sua vittoria sulla morte.
E subito mostra le mani e il fianco. Non nasconde le ferite, anzi le presenta. Gesù risorto non cancella le ferite, le trasfigura. Le ferite diventano il segno dell'amore. Anche nella nostra vita le ferite ci sono: delusioni, peccati, errori, sofferenze. Il mondo ci dice di nasconderle o di dimenticarle; Cristo invece le prende e le trasforma in luogo di incontro con Lui. Non devi aspettare di essere perfetto per incontrare Dio: devi presentargli proprio ciò che ti fa male.
Qui ci viene in aiuto l'esempio di San Tommaso Apostolo che il Vangelo ci presenta nella sua incredulità. Tommaso non c'era quando Gesù si è mostrato agli apostoli. E quando gli altri gli raccontano, lui non crede. Vuole toccare per verificare. Anche noi possiamo dire: "Se vedessi, crederei di più". Ma in realtà il problema non è vedere, ma fidarsi. E Gesù, con una pazienza infinita, torna per lui. Gli offre proprio quello che chiedeva e lo invita ad andare oltre: "Non essere incredulo, ma credente".
Tommaso non era un incredulo per cattiveria, ma un uomo ferito dalla delusione. Aveva sperato, ma quella speranza sembrava crollata. Per questo non riesce più a fidarsi. Eppure proprio lui, che aveva dubitato, quando incontra davvero il Risorto arriva alla professione di fede più alta di tutto il Vangelo: "Mio Signore e mio Dio!". Non dice solo "ti riconosco", ma "sei il mio Signore, il padrone della mia vita". La fede cristiana non è un'idea, è un rapporto personale. Non basta sapere che Dio esiste, anche il Diavolo sa che Dio esiste. Dobbiamo invece arrivare a dire: "Tu sei il mio Dio, il senso profondo della mia vita".
Tommaso porterà poi il Vangelo fino in India, affrontando viaggi, pericoli e infine il martirio. È la dimostrazione concreta che chi incontra davvero Cristo, anche se è passato attraverso il dubbio, può arrivare ad avere una fede fortissima capace perfino di dare la propria vita per Gesù. Questo è importante per noi: i dubbi non sono la fine della fede, possono diventarne l'inizio, ma solo se spingono alla tappa successiva del cammino per arrivare a Cristo invece di chiuderci nel nostro mondo.
San Gregorio Magno, commentando questo episodio, scrive: "L'incredulità di Tommaso ha giovato alla nostra fede più della fede degli altri discepoli". Il dubbio affrontato con sincerità non distrugge la fede, ma la rafforza. Tommaso è andato in fondo ai suoi dubbi ed ha riconosciuto Gesù grazie all'incontro con Lui e così ha aiutato anche noi a credere con più solidità.
Ma noi, oggi, dove possiamo fare questa stessa esperienza di Tommaso davanti al corpo di Cristo risorto? La risposta è semplice: nell'Eucaristia. Pensiamo al miracolo eucaristico di Miracolo Eucaristico di Lanciano. Un sacerdote, proprio mentre celebrava la Messa, fu assalito dal dubbio: "Ma è davvero il Corpo di Cristo, oppure è solo un simbolo?". Nel momento della consacrazione, l'ostia si trasformò visibilmente in carne e il vino in sangue. Ancora oggi, dopo secoli, quelle reliquie sono conservate e studiate: carne di cuore umano e sangue vero. È come se il Signore avesse detto anche a quel sacerdote: "Vuoi vedere? Vuoi toccare? Ecco". È lo stesso gesto fatto con Tommaso. Ma attenzione: noi non dobbiamo aspettare il miracolo per credere. Il miracolo serve a ricordarci ciò che è sempre vero, anche quando non si vede. Ogni Messa è quel miracolo, anche se i nostri occhi vedono solo pane e vino.
E allora qui la domanda diventa molto concreta: come vivo io la Messa? Entro distratto, guardo l'orologio, penso ad altro, oppure mi metto davanti all'Eucaristia con la stessa fede di Tommaso? Quando il sacerdote eleva l'ostia, nel silenzio, il cuore ciascuno di noi può dire: "Mio Signore e mio Dio". Non è una formula, è un atto di fede. È dire: "Tu sei qui davvero. Tu sei per me". E questo cambia tutto anche nella vita quotidiana. Se io credo davvero che Gesù è presente nell'Eucaristia, allora non posso vivere la Messa come una cosa secondaria, né posso accostarmi alla Comunione in modo superficiale. Mi preparo, mi confesso, arrivo in anticipo, faccio silenzio, faccio il ringraziamento alla mia panca alla fine della Messa. Perché sto incontrando una Persona viva.
Poi Gesù conclude con una frase che riguarda direttamente noi: "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto". Noi abbiamo la straordinaria possibilità di essere tra questi. Non abbiamo visto con gli occhi, ma siamo chiamati a riconoscere Cristo presente davvero nella nostra vita. La nostra fede si fonda sulla parola degli apostoli tramandata fedelmente dalla Chiesa, cosa può esserci di più sicuro e documentato?
Infine Gesù compie un gesto solenne: soffia su di loro e dice "Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a quelli che non li rimetterete resteranno non rimessi". Qui c'è il fondamento del sacramento della Confessione che non è un'invenzione della Chiesa, ma un dono diretto del Risorto. Questo significa che la pace che Gesù porta non è solo un sentimento interiore, ma passa attraverso un atto concreto: il perdono dei peccati. Senza il perdono, non c'è vera pace. Se uno vive mesi, anni senza confessarsi, è inevitabile che dentro di sé si accumuli inquietudine, anche se magari esteriormente sembra tutto a posto. La Confessione non è un peso, è il luogo dove Cristo entra nelle nostre ferite e le guarisce.
Allora questo Vangelo ci mette davanti a una domanda molto seria: dove sono io in questa scena? Sono tra i discepoli chiusi per paura? Sto lasciando entrare Cristo nella mia vita concreta o tengo ancora delle porte serrate? Mi accosto con regolarità al perdono dei peccati o rimando sempre? Vivo una fede personale, oppure mi accontento di qualcosa di superficiale? E soprattutto: posso dire davvero, con verità, "Mio Signore e mio Dio"? Non solo a parole, ma con le scelte quotidiane, con il modo di vivere, con le priorità che do alle cose?
Perché la fede vera non è un'aggiunta alla vita, è ciò che la trasforma dall'interno. E quando Cristo entra davvero, la paura lascia spazio alla pace, il dubbio alla fiducia, la chiusura alla missione. E allora anche noi, come i discepoli, possiamo uscire da quelle porte chiuse e portare nel mondo una presenza diversa: non perfetta, ma abitata da Dio.

Fonte: BastaBugie, 8 aprile 2026

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