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BastaBugie n�974 del 22 aprile 2026
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TRUMP CONTRO IL PAPA, QUANDO LA POLITICA SI FA RELIGIONE DI GUERRA
Dietro l'attacco al Papa c'è lo scontro tra la dottrina cattolica della pace e il fanatismo evangelico-millenarista che vede nell'Iran un nemico da abbattere
Autore: Roberto Vivaldelli - Fonte: Sito del Timone
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LA LITURGIA DELLA PAROLA NON ASSOLVE IL PRECETTO DOMENICALE
L'arcivescovo di Colonia ribadisce che è indispensabile partecipare alla Santa Messa (a meno che serva un viaggio di oltre un'ora) non essendo sufficienti la Liturgia della Parola o la Messa vista in televisione
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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ABORTI IN AUMENTO NEGLI USA, LE LEGGI PRO VITA NON BASTANO
Le restrizioni riducono gli aborti dove vengono applicate, ma la lobby abortista aggira i limiti con le pillole spedite a casa
Autore: Redazione - Fonte: Provita & Famiglia
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SUPERARE LA CACCIA AL RELIGIOSO COME ''PEDOFILO IN PECTORE''
Dopo le parole di Papa Leone sulla misericordia per tutti viene il sospetto che la voglia di processo sommario contro il clero in programmi come Striscia la notizia o Le Iene abbiano prodotto i loro frutti
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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COPPIA GAY DERIDE IL FIGLIO OTTENUTO CON L'UTERO IN AFFITTO
Sono stati i due uomini stessi a postare il video sui social, definendo omofobo il piccolo che chiamava la mamma
Autore: Federica di Vito - Fonte: Sito del Timone
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LOURDES E FATIMA CONTRO IL CATTOLICESIMO ANNACQUATO
La Madonna non è apparsa per distribuire consolazioni facili, ma per chiedere penitenza, preghiera e conversione ai peccatori
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
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OMELIA IV DOMENICA PASQUA - ANNO A (Gv 10,1-10)
Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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TRUMP CONTRO IL PAPA, QUANDO LA POLITICA SI FA RELIGIONE DI GUERRA
Dietro l'attacco al Papa c'è lo scontro tra la dottrina cattolica della pace e il fanatismo evangelico-millenarista che vede nell'Iran un nemico da abbattere
Autore: Roberto Vivaldelli - Fonte: Sito del Timone, 16 aprile 2026
L'attacco senza precedenti del presidente Donald Trump contro Papa Leone XIV, scatenato da una disputa sulla guerra contro l'Iran, non rappresenta un fulmine a ciel sereno. È piuttosto l'esito visibile, tra le altre cose, di una tensione sotterranea di cui poco si parla e che attraversa l'amministrazione repubblicana fin dal primo giorno del secondo mandato - e che, a ben vedere, affonda le sue radici nella storia stessa della politica statunitense. Si tratta di un confronto silenzioso ma sempre più aspro tra il mondo cattolico e una Casa Bianca sempre più influenzata da posizioni evangelico-millenariste. Per comprendere la frattura attuale tra il Pontefice e il presidente americano, infatti, non basta guardare alle ultime settimane. Occorre risalire a un'immagine diventata virale: la preghiera nella Sala Ovale. In quell'occasione, alcuni pastori evangelici, con le mani appoggiate sul presidente Trump, invocarono esplicitamente la benedizione divina per la vittoria degli Stati Uniti in una guerra totale contro l'Iran. L'evento, ampiamente documentato sui social, fu organizzato da Paula White Cain, storica figura del movimento cristiano conservatore pro-Trump, sostenitrice della teologia della prosperità e di una lettura in definitiva apocalittica della politica estera. Questo episodio non è folkloristico: segna lo spostamento ideologico dell'amministrazione da un realismo di matrice cattolica a una visione escatologica che interpreta il conflitto mediorientale - in particolare contro l'Iran sciita - come parte di una sorta di piano divino. Ne è un plastico esempio il sermone tenuto il 1° marzo 2026 da John Hagee, fondatore di Cristiani Uniti per Israele: «Profeticamente, siamo proprio al momento giusto». Il pastore pregò affinché «Dio Onnipotente venga portato sul campo di battaglia e che i nemici di Sion e i nemici degli Stati Uniti possano essere distrutti davanti ai nostri occhi». Per molti evangelici conservatori, proteggere Israele e combattere l'Iran non è soltanto una scelta geopolitica, ma un preciso dovere escatologico. È proprio tale visione apocalittica che Papa Leone XIV ha contestato apertamente. Dopo che il presidente Trump aveva minacciato di "cancellare un'intera civiltà" e di ricorrere all'arma atomica - un'ipotesi che avrebbe portato l'umanità sull'orlo del baratro - il Pontefice ha dichiarato con fermezza: «Oggi come tutti sappiamo c'è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell'Iran e questo veramente non è accettabile». Parole che si sono sommate a quanto, nella Domenica delle Palme, aveva detto sempre Papa Leone XIV citando il profeta Isaia (1,15): «Gesù non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le respinge, dicendo: "Anche se molte preghiere fate, io non vi ascolterò, perché le vostre mani sono piene di sangue"». E aveva aggiunto: «Gesù è il Re della Pace, che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra. Egli non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le respinge». Si trattava, anche in quel caso, di una critica diretta all'amministrazione Trump, e in particolare al Segretario alla Guerra Pete Hegseth, che aveva invocato Dio promettendo che l'esercito americano avrebbe portato «morte e distruzione dall'alto» in Iran. Parole che riecheggiavano quelle di altri esponenti evangelici e neoconservatori favorevoli alla guerra, come l'ambasciatore in Israele Mike Huckabee e i senatori Ted Cruz e Lindsey Graham - un copione già visto nel 2003 con l'Iraq. In questo clima di crescente tensione, assume un rilievo particolare la figura del cattolico più influente dell'amministrazione: il vicepresidente JD Vance. Convertitosi al cattolicesimo nel 2019, Vance rappresenta potenzialmente l'unico ponte credibile tra la Casa Bianca e il magistero pontificio. Finora, verosimilmente per ragioni di pura sopravvivenza politica, Vance ha scelto di allinearsi pubblicamente alla linea del presidente, arrivando a invitare il Vaticano «ad attenersi alle questioni morali» e a non interferire nelle scelte di politica estera. Uscita a vuoto? Sì, e peraltro ben difficilmente sottoscrivibile. Tuttavia, non va sottovalutato il ruolo che Vance sta svolgendo dietro le quinte. È stato proprio lui a guidare i delicati negoziati di Islamabad con l'Iran, negoziati finora falliti (tanto che c'è chi ha visto in quella "missione impossibile" una polpetta avvelenata ai danni del vicepresidente) ma che - secondo fonti diplomatiche - potrebbero riprendere a breve. In un'amministrazione sempre più incline a una deriva messianico-radicale, a oggi Vance rimane forse l'unico alto funzionario in grado di porre un freno razionale a una escalation che potrebbe rivelarsi catastrofica. Vance ha dunque una responsabilità storica, per il Gop: impedire che questa frattura tra evangelici militanti e cattolici moderati si trasformi in una ferita aperta all'interno del Partito Repubblicano. Una deriva del genere non rischierebbe soltanto di compromettere le performance del partito alle prossime elezioni di midterm, ma potrebbe indebolire strutturalmente il Gop nel lungo periodo, alienando quell'elettorato cattolico conservatore che, negli ultimi anni, è diventato sempre più decisivo per le vittorie repubblicane.
Nota di BastaBugie: Roberto de Mattei nell'articolo seguente dal titolo "Il Papa e Trump: un contrasto esplosivo" spiega perché Donald Trump ha attaccato frontalmente Leone XIV. Ecco l'articolo completo pubblicato su Radio Roma Libera il 15 aprile 2026: Dopo le invettive del presidente Trump contro Papa Leone XIV, la deplorazione è d'obbligo, e bene ha fatto la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ad esprimerla, come leader di una nazione che ospita la Cattedra di Pietro. Leone XIV è il Capo della Chiesa universale, al di sopra di tutti i potenti della terra, e mai come in questo caso il rispetto della forma è rispetto della sostanza. Ma alla deplorazione deve seguire l'analisi delle parole e dei fatti, se non si vuole essere vittima delle sabbie mobili del caos che inghiottiscono chiunque rinunci all'uso della ragione in un'epoca di turbolenza come quella che viviamo. E la prima domanda che deve porsi chi vuole usare la ragione è perché Donald Trump abbia attaccato frontalmente Leone XIV, accusandolo di essere «liberal» e di «assecondare la sinistra radicale» quando, nel suo primo mandato presidenziale, non ha mai attaccato con tanta veemenza papa Francesco, che era certamente più «liberal» e di sinistra del suo successore. Ripercorriamo innanzitutto gli eventi: «Un'intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita», ha scritto Trump il 7 aprile su Truth, a poche ore dalla scadenza dell'ultimatum con cui tentava di far accettare a Teheran una resa incondizionata. Leone XIV ha preso sul serio la minaccia roboante di Trump e lo stesso giorno, uscendo da Castel Gandolfo ha definito «inaccettabile» la minaccia al popolo iraniano. Non era la prima volta che in maniera diretta o indiretta rimproverava il presidente americano per la sua gestione della crisi. L'11 aprile, dopo la veglia di preghiera tenuta nella basilica di San Pietro nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo i colloqui di pace, poi falliti in Pakistan, Trump si è sfogato contro il Papa sul suo social, Truth definendolo «debole sui fatti criminosi» e «pessimo in politica estera». Il presidente americano ha aggiunto: «Non voglio un papa che trovi terribile il fatto che l'America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore, svuotando le proprie prigioni - inclusi assassini, spacciatori e killer - mandandoli nel nostro Paese». Trump ha detto ancora, «Non voglio un Papa che critichi il presidente americano perché sto facendo esattamente quello per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che ha capito tutto». Il duro post è stato seguito dalla pubblicazione di un'immagine creata con l'intelligenza artificiale di un Trump-Messia, presto rimossa dopo la pioggia di critiche. All'attacco frontale di Trump, è seguita una sobria replica di Leone XIV. «Non mi fa paura» e «non voglio aprire un dibattito», ha detto il Papa ai giornalisti. sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa. «Non sono un politico: smettiamola con le guerre!», ha spiegato ancora il Pontefice ricordando di parlare «del Vangelo: continuerò a farlo ad alta voce» contro i conflitti. Trump, che non mostra di conoscere né le regole della diplomazia, né quelle della buona educazione, si serve dell'iperbole come arma di negoziato, Non è l'unico a farlo. Fin dall'inizio del conflitto in Ucraina, Putin, e soprattutto, l'ex Presidente russo Dmitry Medvedev, continuano a minacciare l'uso dell'arma nucleare. È molto inquietante, ma non è detto che abbiano intenzione di far seguire i fatti alle parole. Il problema è che la Russia, come la Cina e la Corea del Nord, dispone di un arsenale nucleare, l'Iran non ancora. Qui cade la domanda di fondo, formulata da Mario Sechi su "Libero" del 14 aprile in questi termini: «Cosa si fa con l'Iran che ribadisce di voler continuare il suo programma nucleare»? La trattativa, infatti, è fallita proprio perché l'Iran non vuole rinunciare all'uso della bomba atomica. Un intervento militare svolto a sventare questa minaccia non rientra in quel caso di "guerra giusta" che George Weigel ha evocato nel suo articolo On War, Peace, the President and the Pope sul "Washington Post" del 13 aprile? Weigel sottolinea che il conflitto non può essere affrontato solo con argomentazioni politiche, ma deve essere valutato secondo criteri etici, invitando a un dialogo più serio e responsabile tra autorità politica e religiosa sui temi della guerra e della pace. Il Papa ha giustamente ricordato che la sua voce non è quella di un leader politico, ma quella della Chiesa che annuncia il Vangelo e richiama il mondo alla pace. Tuttavia, il 4 aprile, ha invitato i cittadini americani a far sentire la propria voce presso i membri del Congresso per por fine alla guerra. Probabilmente non era mai accaduto che un Pontefice si rivolgesse direttamente a un popolo per invitare i cittadini a far pressione sui propri rappresentanti. Non a caso, "La Repubblica" del 14 aprile ha pubblicato un'intera pagina contro Trump del gesuita padre Antonio Spadaro, intitolandola: «La voce di Prevost come atto politico contro la legge del presidente». Il regime sanguinario di Teheran, strumentalizzando la situazione, è intervenuto, a sua volta, con un messaggio rivolto al Papa. Mentre Leone XIV visitava la grande Moschea di Algeri, il presidente dell'Iran Masoud Pezeshkian, rivolgendosi al Pontefice, così si è espresso: «A nome della grande nazione iraniana, condanno l'insulto rivolto a Vostra Eccellenza e dichiaro che la profanazione di Gesù (la pace sia con lui), il Profeta della pace e della fratellanza, è inaccettabile per qualsiasi persona libera. Le auguro che Allah le conceda la gloria». Di fatto si sta rinnovando una polarizzazione tra la Santa Sede e gli Stati Uniti, che ha radici culturali antiche. Nel 1776, l'anno della Dichiarazione di Indipendenza di cui ricorre il 4 luglio il 250esimo anniversario, gli Stati Uniti definirono la loro identità rifiutando qualsiasi autorità religiosa che ambisse ad essere "suprema", a cominciare dalla "Monarchia Romana". Gli scandali finanziari e morali degli ultimi anni hanno inoltre screditato una parte della gerarchia americana e la rinascita del cattolicesimo sta avvenendo negli ambienti tradizionali, che criticavano papa Francesco e ancora diffidano del suo successore. Ciò fa capire le difficoltà che incontrerà, fin dall'inizio del suo incarico, mons. Gabriele Caccia, nuovo nunzio a Washington. Trump pagherà le conseguenze dei suoi errori nelle prossime elezioni di Midterm, ma Leone XIV non ha scadenze elettorali né preoccupazioni mediatiche di cui deve tener conto. È sufficiente che svolga bene il suo ministero petrino, ricordando l'insegnamento immutabile della Chiesa in termini di guerra e di pace. Il Papa, che è un figlio di sant'Agostino, conosce certamente un celebre passo del Dottore di Ippona, ricordato da Pio XII nell'enciclica Communium interpretes dolorum del 15 aprile 1945: «Desideri la pace? Opera giusto e avrai la pace: poiché la giustizia e la pace si sono baciate (Sal 84, 11). Se non ami la giustizia, non avrai la pace: infatti la giustizia e la pace si amano e sono tra loro talmente unite, che se fai giusto, troverai la pace che bacia la giustizia... Se dunque vuoi venire alla pace, opera giusto: allontanati dal male e segui il bene, questo significa amare la giustizia; e quando avrai lasciato il male e avrai fatto il bene, cerca la pace e seguila (Ps. 84, 12: PL 37, 1078)». Erano gli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale e Pio XII chiedeva «al Redentore divino e alla sua santissima Madre, in spirito di preghiera e di penitenza che sia vera e sincera la pace che porrà termine a questa guerra funesta e sanguinosa». Questo è sempre stato l'insegnamento della Chiesa: non basta invocare a parole la pace, bisogna operare fattivamente, per instaurare la giustizia, e soprattutto chiedere l'aiuto soprannaturale della grazia per portare al mondo la pace di Cristo, che è ben diversa da quella falsa del mondo (Gv 14-27-31).
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Fonte: Sito del Timone, 16 aprile 2026
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LA LITURGIA DELLA PAROLA NON ASSOLVE IL PRECETTO DOMENICALE
L'arcivescovo di Colonia ribadisce che è indispensabile partecipare alla Santa Messa (a meno che serva un viaggio di oltre un'ora) non essendo sufficienti la Liturgia della Parola o la Messa vista in televisione
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 3 aprile 2026
È un'omelia da incorniciare quella pronunciata dal cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo metropolita di Colonia, il 30 marzo scorso, in occasione della Messa crismale. Nella ineffabile cornice architettonica del Duomo di Colonia, è la grandezza della chiamata al ministero sacerdotale a risuonare, nella sua esigenza di «celebrare i misteri di Cristo secondo la Tradizione della Chiesa con fedele riverenza, a lode di Dio, per la salvezza del suo popolo». I misteri di Cristo si rendono presenti nella Chiesa ogni volta che i sacramenti vengono celebrati ed amministrati, ed in particolare nell'Eucaristia. Ma all'Eucaristia, fin dai primissimi tempi della Chiesa, sono strettamente uniti anche l'annuncio della Parola di Dio e le opere di carità, nel soccorso del prossimo. Il cardinale ha ricordato l'insegnamento del Concilio Vaticano II: «i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio» (Presbyterorum Ordinis, 4), così che il ministro cui spetta di presiedere l'Eucaristia è lo stesso che deve anche annunciare la Parola di Dio nell'omelia. «Perciò, cari confratelli, di fronte ai tentativi di oggi di separare l'annuncio della Parola di Dio nell'omelia dalla presidenza della celebrazione eucaristica, facciamo attenzione a custodire questo importante legame teologico e non sottoponiamolo a una visione meramente funzionalistica». L'esortazione del cardinale ha chiaramente davanti agli occhi i numerosi abusi, che avvengono nelle chiese in Germania, di affidare l'omelia ad un laico, talvolta nemmeno cattolico, in nome di una errata concezione del sacerdozio battesimale di tutti i fedeli. Abusi che non si limitano ai confini della diocesi di Colonia, né alle sole diocesi tedesche, ma che si sono diffusi un po' ovunque, inclusa l'Italia. L'insegnamento della Chiesa è chiaro, ed è stato riassunto e riproposto in modo autorevole dall'Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004), che ricorda come «l'omelia, che si tiene nel corso della celebrazione della santa Messa» fa parte «della stessa Liturgia» e «di solito è tenuta dallo stesso Sacerdote celebrante o da lui affidata a un Sacerdote concelebrante, o talvolta, secondo l'opportunità, anche al Diacono, mai però a un laico» (n. 64). Una eventuale prassi di affidare ad un laico l'omelia «è, di fatto, riprovata e non può, pertanto, essere accordata in virtù di alcuna consuetudine» (n. 65). Questo «divieto di ammissione dei laici alla predicazione durante la celebrazione della Messa» si estende a tutti coloro che non hanno ricevuto almeno l'ordine sacro del Diaconato, e dunque vale anche «per i seminaristi, per gli studenti di discipline teologiche, per quanti abbiano ricevuto l'incarico di "assistenti pastorali", e per qualsiasi altro genere, gruppo, comunità o associazione di laici» (n. 66). Ai laici possono essere affidate altre forme di predicazione diverse dall'omelia, in chiesa o in un oratorio, «se in particolari circostanze la necessità lo richiede o in specifici casi l'utilità lo esige», sempre però al di fuori della Messa, e prestando sempre attenzione ad alcune precise condizioni: 1. che non si muti «da caso di assoluta eccezionalità a fatto ordinario»; 2. che non avvenga come espressione di una pretesa «autentica promozione del laicato»; 3. che tale facoltà sia conferita dall'Ordinario del luogo (n. 161). Il cardinale Woelki ha voluto altresì ricordare con particolare enfasi che «la Chiesa consiglia con insistenza soprattutto a noi sacerdoti, la celebrazione quotidiana della Santa Messa». Non è un obbligo, ma resta il fatto che la celebrazione quotidiana è «costitutiva del nostro essere e del nostro agire da sacerdoti», ed è «di vitale importanza» anche per tutti i fedeli. «Non priviamoci, cari confratelli, di questo dono di grazia che il Signore ci fa con l'Eucaristia e non disabituiamo, attraverso la prassi personale, ancora di più i fedeli dalla possibilità di partecipare quotidianamente alla santa Messa». Anche in questo caso, l'arcivescovo di Colonia colpisce nel segno: purtroppo non sono pochi i sacerdoti che non celebrano quotidianamente la Messa, né mancano le diocesi che concedono ai propri presbiteri un "giorno libero", nel quale il sacerdote omette la celebrazione eucaristica, privando così se stesso, i fedeli e la Chiesa tutta di questo immenso dono di grazia. Ancora più accorato è il richiamo del cardinale Woelki a non sostituire la santa Messa con la Liturgia della Parola, anche se è prevista la distribuzione della santa Comunione: «In modo persistente e con forza desidero condividere ancora una volta con voi, la mia grande preoccupazione: attraverso una tale prassi siamo sempre più a rischio di perdere la nostra identità cattolica». La piaga che ferisce la diocesi di Colonia è estremamente diffusa in tutta Europa, anche laddove il calo delle vocazioni sacerdotali, seppur significativo, non è ancora così grave da impedire di trovare una chiesa in cui si celebra l'Eucaristia nel raggio di qualche chilometro. «Dove questa prassi è già in uso», constata Woelki, «sento dire che alcuni fedeli, la domenica, si spostano per andare dove viene celebrata la santa Messa. E grazie a Dio che è così. Altri invece semplicemente non vengono ed altri ancora ritengono che una celebrazione della Parola basta loro e non hanno bisogno di qualcosa di più. Sì, sembra addirittura che ci siano ormai luoghi in cui si afferma apertamente di voler fare quanto possibile per rendersi in futuro indipendenti dal sacerdote, così da non aver più bisogno di lui, né del suo ministero». Ed ammonisce: «Questo, cari confratelli, care sorelle e fratelli, questo semplicemente non è più cattolico. E vi chiedo con insistenza di contrastare tutto questo fin da principio». Questa mentalità non cattolica è sempre più diffusa, anche in Italia; avevamo avuto modo di denunciare (vedi articolo nella nota) come nella diocesi del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Zuppi, e in quella del vicepresidente per l'Italia Settentrionale, mons. Erio Castellucci, la Messa sia stata sostituita dalla Liturgia della Parola per ragioni non accettabili. Il cardinale Woelki chiede che, laddove non sia possibile avere un sacerdote per la Messa, anziché moltiplicare queste liturgie, si provveda a radunare più comunità in una chiesa dove vi sia la celebrazione eucaristica. Come ricordava San Giovanni Paolo II, «dal momento che per i fedeli partecipare alla Messa è un obbligo, a meno che non abbiano un impedimento grave, ai Pastori s'impone il corrispettivo dovere di offrire a tutti l'effettiva possibilità di soddisfare al precetto» (Dies Domini, 49). I fedeli che non hanno gravi impedimenti sono tenuti a cercare e recarsi in una chiesa ove sia celebrata la santa Messa domenicale, non a rimanere nella chiesa più vicina dove non c'è la Messa, o addirittura a casa, magari con la scusa di seguirla in televisione. Al dovere dei fedeli corrisponde però il dovere dei Pastori di offrire questi luoghi, perché i fedeli vi si possano recare, ricordando che la partecipazione alla Liturgia della Parola non assolve il precetto (cf. Notitiæ 248, marzo 1987, 169).
Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Senza la Messa, non c'è stile della comunità che tenga" commenta l'episodio del parroco di Bologna che, a letto con l'influenza, ha incaricato il diacono di celebrare una liturgia della Parola "dimenticando" che questa non è un surrogato dell'Eucaristia. Come si vede i timori del vescovo tedesco si possono benissimo applicare anche alla situazione italiana. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 21 novembre 2023: L'episodio legato al parroco di Santa Maria della Carità di Bologna, don Davide Baraldi, raccontato da La Nuova Bussola, merita un approfondimento. Ricordiamo brevemente il cuore della questione: il parroco, non potendo celebrare le SS. Messe domenicali a causa di un'influenza aveva deciso di non cercare un sacerdote che lo sostituisse, ma di incaricare il diacono per la celebrazione di una liturgia della Parola. A prima vista, sembra che il can. 1248 § 2 del Codice di Diritto Canonico giustifichi la decisione del parroco: «Se per la mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, si raccomanda vivamente che i fedeli prendano parte alla liturgia della Parola, se ve n'è qualcuna nella chiesa parrocchiale o in un altro luogo sacro, celebrata secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, oppure attendano per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia o, secondo l'opportunità, in gruppi di famiglie». Anzi, sembra persino che don Baraldi abbia fatto qualcosa di lodevole, corrispondendo alla viva raccomandazione presente nel canone citato. Il punto è però che il canone si riferisce a circostanze in cui sia impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, ossia a quelle situazioni in cui non è ragionevolmente possibile recarsi in una Chiesa in cui vengano celebrate SS. Messe legittime, a causa, per esempio, di una distanza tale da rendere non fattibile il viaggio (prudentemente si indica un viaggio di oltre un'ora). Non si tratta di una personale interpretazione del canone da parte di chi scrive, ma di quella ufficiale dell'allora Congregazione per il Culto Divino. Il 2 giugno 1988, il Cardinale Prefetto, S. Em. Paul Augustin Mayer, firmava il Direttorio per le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero (Notitiæ 263, giugno 1988, 379-392), approvato da Giovanni Paolo II e tutt'ora vigente, nel quale si affermava anzitutto che è di competenza del Vescovo «stabilire se nella propria diocesi debbano aversi regolarmente riunioni domenicali senza la celebrazione dell'Eucaristia» (n. 24). Non può dunque essere un'iniziativa del parroco. Il Vescovo poi è tenuto ad osservare dei criteri oggettivi, che manifestino la situazione straordinaria di liturgie di questo tipo e non la loro ordinarietà: «prima che il vescovo stabilisca che si facciano riunioni domenicali senza la celebrazione dell'Eucaristia, (…) devono essere esaminate la possibilità di fare ricorso ai presbiteri, anche religiosi, non addetti direttamente alla cura delle anime, e la frequenza alle Messe celebrate nelle diverse chiese e parrocchie» (n. 25). Due principi: cercare sacerdoti che celebrino, recarsi nelle chiese dove la Messa viene celebrata. Ora, don Baraldi sembra che nemmeno abbia provato a cercare un sacerdote che lo sostituisse per assicurare almeno una Messa, fosse anche quella prefestiva. Almeno, lo si deduce dal criterio che egli ha confidato a Il Resto del Carlino: «Credo sia anche più significativo che un ministro della stessa comunità celebri la liturgia festiva, rispetto a un prete magari sconosciuto che non conosce lo stile della comunità». Lo «stile della comunità» è qualcosa di decisamente subordinato al principio cardine che si debba «mantenere la preminenza della celebrazione eucaristica su tutte le altre azioni pastorali» (n. 25). Anche perché la comunità cristiana è generata e alimentata dal sacrificio eucaristico, non dagli "stili" propri. Don Baraldi pertanto non aveva la semplice facoltà, ma il preciso dovere di cercare un sacerdote che lo sostituisse per assicurare la Messa domenicale ai suoi parrocchiani. Così insegna San Giovanni Paolo II: «dal momento che per i fedeli partecipare alla Messa è un obbligo, a meno che non abbiano un impedimento grave, ai Pastori s'impone il corrispettivo dovere di offrire a tutti l'effettiva possibilità di soddisfare al precetto» (Dies Domini, 49). Non solo. I parrocchiani di Santa Maria della Carità avevano la possibilità di frequentare altre Messe nelle vicinanze, dal momento che la loro chiesa parrocchiale dista appena un chilometro dalla Cattedrale San Pietro di Bologna, che assicura tre celebrazioni domenicali e una prefestiva. Muovendosi con i mezzi, i fedeli avrebbero potuto raggiungere facilmente anche altre chiese e basiliche in città. È preciso dovere del parroco spiegare che, a quanti non sono inibiti da gravi ragioni, è fatto obbligo di soddisfare il precetto domenicale recandosi altrove, quando non è possibile farlo nella propria parrocchia. Problema nel problema: la liturgia della Parola non soddisfa il precetto domenicale. Sempre la Congregazione per il Culto Divino aveva fatto conoscere un importante estratto di una risposta del 3 febbraio 1987, data ad un vescovo che domandava appunto delucidazioni sulle celebrazioni domenicali in assenza del sacerdote. In questa risposta si spiegava il senso di quel « si raccomanda vivamente» (valde commendatur) del can. 1248, citato sopra: «ciò significa che nelle comunità in cui manca il sacerdote o nelle quali non è possibile per altra grave causa partecipare all'Eucaristia, i fedeli non sono tenuti al precetto né lo assolvono partecipando alla celebrazione della Parola di Dio, né sono obbligati a partecipare a tale celebrazione» (Notitiæ 248, marzo 1987, 169). Queste celebrazioni non eucaristiche non permettono dunque di assolvere il precetto, sebbene contribuiscano «a mantenere il senso della domenica, etc», quando non è possibile fare altrimenti. E, in questo senso, sono raccomandate. Non devono pertanto essere pensate come un modo alternativo di soddisfare il precetto. Chi è impossibilitato ad andare alla Messa è già di per sé sollevato dall'adempierlo; chi invece non è impossibilitato, è tenuto a recarsi in un posto ragionevolmente vicino per adempierlo. Don Baraldi sembra essere (almeno in parte) a conoscenza della cosa, dal momento che al quotidiano di Bologna diceva: «In Italia, che è un Paese ancora tradizionalista, il precetto ordinario è che la domenica si debba andare a messa. Ma anche all'interno della Cei su questo c'è dibattito e se n'è parlato anche nell'ultimo Sinodo». Dunque, sa che "in Italia" (e non solo) il precetto è questo, e di certo non compete a lui modificarlo: dunque, perché ha fatto in modo che i suoi parrocchiani non adempissero al precetto? Perché ha indotto i suoi parrocchiani a compiere un peccato grave (cf. CCC 2181)? Il dibattito nella CEI o durante il Sinodo dispensa forse da seguire il precetto? Data la totale confusione in cui siamo, ricapitoliamo la normativa per il precetto festivo della Messa (tralasciando l'osservanza del riposo festivo): il precetto si soddisfa solamente partecipando ad una Messa legittimamente celebrata, ossia dove il sacerdote è in piena comunione con la Chiesa, è regolarmente incardinato, e non ha aver ricevuto proibizioni dall'Ordinario. Dal precetto della Messa si è dispensati per una causa seria, come la malattia, il dovere di prendersi cura di malati o bambini quando sia impossibile trovare un temporaneo sostituto, il fatto di trovarsi per necessità in un luogo dove non è possibile raggiungere in un tempo ragionevole una chiesa cattolica. Oppure è il parroco a poter dispensare il fedele che glielo domandi «per una giusta causa» (can. 1245), o a commutare l'obbligo con altre opere, sempre conformemente alle disposizioni del proprio vescovo. Dati i tempi, è bene ricordare che si soddisfa il precetto quando si è corporalmente presenti alla celebrazione eucaristica: seguire la Messa attraverso i mezzi di comunicazione sociale non permette di soddisfare il precetto. L'assistenza dev'essere poi devota, ossia con attenzione esterna, condizione indispensabile per quella interna.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 3 aprile 2026
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ABORTI IN AUMENTO NEGLI USA, LE LEGGI PRO VITA NON BASTANO
Le restrizioni riducono gli aborti dove vengono applicate, ma la lobby abortista aggira i limiti con le pillole spedite a casa
Autore: Redazione - Fonte: Provita & Famiglia, 20 aprile 2026
Negli Stati Uniti il numero di aborti continua ad aumentare nonostante, in molti Stati, siano state approvate restrizioni più severe contro l'uccisione di un essere innocente. Secondo le stime pubblicate dall'ex sezione di ricerca di Planned Parenthood, il Guttmacher Institute, nel 2025 sono stati effettuati circa 1.126.000 aborti, un dato in lieve crescita rispetto agli 1.124.000 del 2024. Si tratta di un incremento eloquente perché mostra come le misure approvate in diversi territori non siano bastate a invertire la tendenza generale delle cliniche abortiste a incentivare e spingere per far abortire le donne, anche con la cosiddetta "telemedicina" e l'aborto per corrispondenza, riducendo la soppressione di una vita nel grembo materno alla mera assunzione di un farmaco. E a puntare il dito proprio contro la crescente diffusione degli aborti per corrispondenza sono le associazioni pro life statunitensi. Tra loro, Michael New - ricercatore associato senior del Charlotte Lozier Institute - ha spiegato che, nel complesso, ben 91.000 donne residenti in Stati con leggi fortemente a favore della vita hanno usufruito di aborti tramite telemedicina nel 2025, con un aumento di oltre il 26% rispetto all'anno precedente.
COSÌ GLI ABORTISTI ELUDONO LE LEGGI Il punto centrale, secondo New, è che gli aborti per corrispondenza stanno volutamente aggirando e indebolendo le leggi a favore della vita approvate da molti Stati dopo la sentenza Dobbs. Basti pensare che il rapporto segnala che il numero di donne che hanno abortito per corrispondenza è salito da 72.000 a 91.000 tra il 2024 e il 2025, mentre 62.000 donne residenti in aree con leggi che vietano l'aborto si sono recate in un altro Stato per sottoporsi all'intervento, con un calo del 16% rispetto al 2024; ma, per il fronte pro life, il dato non è rassicurante proprio perché a compensare quel calo è stato l'aumento dell'accesso all'aborto chimico tramite telemedicina e invio postale, una modalità che rende meno incisive, nei fatti, le norme pro vita approvate a livello statale. I dati mostrano con chiarezza anche quanto le decisioni politiche dei singoli Stati incidano sui tassi di aborto a livello locale. La ricerca cita infatti i casi della Florida e dell'Iowa, dove nel 2024 hanno iniziato ad applicarsi leggi che vietano l'aborto una volta che il battito cardiaco del feto diventa rilevabile. In entrambi gli Stati, nel 2025 gli aborti praticati all'interno del territorio statale sono diminuiti di ben il 25%. All'opposto, altri Stati che hanno reso la propria legislazione più permissiva - come Missouri e North Dakota - hanno registrato un forte aumento della soppressione di una vita umana nel grembo materno nel 2024. Sempre Michael New ha però, allo stesso tempo, messo in guardia dal fatto che la crescente diffusione degli aborti per corrispondenza potrebbe ridurre la precisione delle rilevazioni più recenti, proprio perché il fenomeno si sta spostando sempre più su canali che sfuggono ai modelli tradizionali di monitoraggio.
LO SCONTRO POLITICO IN CORSO Su questo scenario si innestano le dinamiche politiche tra le associazioni pro life, l'amministrazione Trump e la Food and Drug Administration. Gli attivisti pro-vita chiedono da tempo un intervento deciso contro il traffico di farmaci abortivi, ma denunciano un costante stallo da parte della FDA, che mina quindi gli sforzi degli Stati pro-vita per proteggere i nascituri. A rafforzare questa preoccupazione ci sono anche i dati diffusi il mese scorso dall'Ethics & Public Policy Center, che ha esaminato gli eventi avversi legati al mifepristone prima e dopo l'eliminazione dell'obbligo di visita medica in presenza da parte della FDA. Secondo l'analisi, il tasso di eventi avversi gravi è passato dal 10,15% all'11,50%. Un altro studio pubblicato dallo stesso centro un anno fa, nell'aprile 2025, aveva rilevato che il 10,93% delle donne sperimenta sepsi, infezioni, emorragie o altri eventi avversi gravi entro 45 giorni dall'aborto con mifepristone e, sempre secondo quello studio, il tasso di eventi avversi riscontrato nelle donne che assumono la pillola abortiva sarebbe almeno 22 volte superiore alla soglia dello 0,5% citata sulla base di studi clinici. In questo quadro, dunque, il dibattito non riguarda più soltanto il numero degli aborti - e quindi delle vite umane uccise nel grembo materno - ma anche il modo in cui vengono (non) protette le donne.
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Fonte: Provita & Famiglia, 20 aprile 2026
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SUPERARE LA CACCIA AL RELIGIOSO COME ''PEDOFILO IN PECTORE''
Dopo le parole di Papa Leone sulla misericordia per tutti viene il sospetto che la voglia di processo sommario contro il clero in programmi come Striscia la notizia o Le Iene abbiano prodotto i loro frutti
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20 aprile 2026
Lo ricordo benissimo, si tratta di una decina di anni fa: un sacerdote che prestava servizio presso il santuario di Caravaggio si è suicidato gettandosi sotto un treno perché accusato di pedofilia. Le Iene gli avevano mandato un finto penitente, finto gay e finto minorenne, che ha filmato (di nascosto) le molestie del sacerdote. Allontanato dal suo ministero, è finita come sappiamo. Abbiamo già affrontato il tema di questo presunto «giornalismo» giustizialista che assomiglia molto ad una gogna mediatica che scavalca il sistema giudiziario (con le sue garanzie) e fa «giustizia» a suo modo. Non ci ritorniamo, quel che interessa ora è sollevare alcune domande sulla questione dei preti pedofili, molestatori o presunti tali. Iniziamo. Innanzitutto, io vorrei chiedere perché, ogni volta che si parla di preti con tendenze omosessuali, si parla di «pedofili». Anche nel caso di Caravaggio: perché quel giornalista (o attore) doveva fingersi minorenne? Non sarebbero bastate le molestie, per rovinare vita e reputazione di un sacerdote? E perché, se quel giornalista o attore si è finto minorenne, si parla di pedofilia e non di omosessualità? Il pubblico televisivo medio conosce la differenza? Sa, il suddetto pubblico, che la pedofilia consiste in una attrazione sessuale per bambini prepuberi, non per sedicenni? E che, se il minorenne ha compiuto sedici anni ed è consenziente - come nel caso di Caravaggio - non si è di fronte ad un reato ma è corretto parlare di omosessualità? Ossia di quell'orientamento sessuale che ci siamo sbracciati per considerare una «variante naturale della sessualità umana»? Insomma: perché ogni volta che un sacerdote ha un comportamento sessualmente inappropriato con un minorenne sessualmente adulto, di entrambi i sessi, si parla (impropriamente) di pedofilia?
COSA SUCCEDE SE... Ma andiamo avanti. Generalmente - parlo per esperienza - quando un superiore viene a sapere di comportamenti sessuali inappropriati da parte di un sacerdote o religioso, questo viene allontanato (generalmente in un esilio montano o fuori diocesi o provincia); sempre generalmente parlando, il trasferimento viene fatto in silenzio e d'improvviso. Ora: perché non si procede a verificare i fatti, permettendo al religioso o sacerdote di difendersi e proporre ai superiori la propria versione? Tra parentesi: si può sapere perché, nei luoghi del potere ecclesiastico, le lettere anonime vengono aperte e lette, anziché bruciate? Sacerdoti o religiosi sono colpevoli a prescindere? Perché l'esilio? Quali misteriosi poteri taumaturgici avrebbe, per quale miracoloso processo psichico dovrebbe risolvere eventuali parafilie? C'è una ipotesi patogenetica o clinica dietro a questa pratica, pressoché universale? Da terapeuta, mi piacerebbe conoscerla, informarmi e studiarla. Oppure... il problema da risolvere è esclusivamente lo «scandalo», il «cosa dirà la gente»? Se questi sacerdoti avessero realmente un problema, a qualcuno interessa aiutarli a risolverlo? Oppure sono figli solo se non danno problemi e obbediscono? Infine: perché agire in modo affrettato e segreto? A nessuno viene in mente che questo modo di procedere alimenta chiacchiere, calunnie, ipotesi le più sballate e fantascientifiche? Non è meglio che qualcuno si prenda la responsabilità di gestire la faccenda anche dal punto di vista dell'impatto sui fedeli e, eventualmente, di quello mediatico? Il 18 marzo scorso il Segretario di Stato Pietro Parolin ha letto ai vescovi francesi riuniti a Lourdes, un messaggio di papa Leone. Leggiamo: «Un punto della vostra riflessione riguarderà la prosecuzione della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione, che avete intrapreso con determinazione. È infatti necessario perseverare a lungo termine negli sforzi di prevenzione già in atto e continuare a dimostrare la sollecitudine della Chiesa per le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È positivo che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali. Inoltre, dopo diversi anni di dolorose crisi, è giunto il momento di guardare risolutamente al futuro e di offrire un messaggio di incoraggiamento e fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto».
MISERICORDIA PER TUTTI Ebbene: la parte nella quale papa Leone invoca misericordia per tutti, anche per «i sacerdoti colpevoli di abusi» è finita sui giornali ed è stata data in pasto al discorso pubblico; ha suscitato indignazione e ira nei confronti del pontefice. Altre domande: non sarebbe il caso di prendere sul serio - almeno intra Ecclesia - questo invito e di dare inizio a questa «riflessione pastorale» che riguarda anche questi figli della Chiesa? Di nuovo: vanno aiutati oppure no? E se no, cosa ne facciamo, di loro? Perché la Chiesa che, contro la volontà di un papa e le stesse parole della Seconda Persona della Santissima Trinità, ha modificato le parole della Consacrazione perché il Santissimo Sangue di Cristo fosse salvezza «per tutti» (che lo vogliano o no) e non «per molti», dovrebbe escludere dalla misericordia questi suoi figli (sacerdoti)? Il sospetto - spero infondato - è che le campagne di odio suscitate contro il clero dapprima negli Stati Uniti, poi in Irlanda e infine in Polonia, abbiano prodotto i loro frutti: si è creata una inferenza per cui un prete o un religioso è - sempre e comunque - un pedofilo in pectore; e i superiori sono così terrorizzati dal clima di «caccia al pedofilo» da desiderare unicamente di sbarazzarsi del presunto colpevole, senza indagare sui fatti; completamente dimentichi dei loro doveri paterni e di giustizia nei confronti dei loro figli. Conosco anche il caso di un sacerdote vittima di abusi che è stato trattato da pedofilo (latente) per l'inferenza per cui chi è stato abusato diventerà certamente a sua volta abusatore. Una specie di isteria, insomma. Le domande non si fermerebbero qui: ci si potrebbe anche chiedere come mai, tra religiosi e sacerdoti, le parafilie sembrano abbondare; su come venga fatto il discernimento per i candidati (se viene fatto); e quale sia, in generale, lo stato di benessere psicologico dei sacerdoti e dei religiosi. Ma fermiamoci qui. Attendiamo con fiducia la riflessione pastorale sui sacerdoti colpevoli di abusi e sui sacerdoti in generale, come ha chiesto ai vescovi francesi papa Leone.
Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Roberto Marchesini, nell'articolo seguente dal titolo "Roma, dopo l'incidente la barbarie della gogna mediatica" parla del giacobinismo, cioè la voglia di processo sommario che è fenomeno anticristiano. È lo stile di programmi come Striscia la notizia o Le Iene, ma è ciò che è sempre accaduto nei periodi più bui della storia. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 giugno 2023: La Nuova Bussola si è già occupata dell'incidente di Casal Palocco; diversi lettori, tuttavia, sono rimasti colpiti dalle reazioni emerse dai social media. C'è chi banalizza l'accaduto, il solito «Sò rragazzi...»; ma c'è anche chi ha minacciato di morte il guidatore della Lamborghini e chi non ha risparmiato improperi di ogni tipo per suo padre, appassionato di Ferrari. Insomma: pare piaccia l'ergersi a giudice; ovviamente di chi è già caduto in disgrazia (un tempo, questa cosa si chiamava «Maramaldeggiare»). E che giudice: inflessibile, severissimo, giacobino. Ogni volta che qualcuno ne combina, sui social si scatena il tribunale del popolo. Fenomeno, questo, affatto nuovo e del tutto anticristiano. Il Vangelo, infatti, ammonisce: «Non giudicate, per non essere giudicati»; e aggiunge: «perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati». Inoltre: «Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello». Ma se proprio non vogliamo scomodare il Signore, basterebbe la vecchia buona educazione, che consiste semplicemente nel mettersi nei panni degli altri. Se avessi combinato tu un guaio del genere, come vorresti essere trattato? Ma tutto questo è passato, non si usa più. C'è un fenomeno sociale che, secondo me, ha incentivato questa tendenza al processo popolare sommario. Nel 1988 nasceva Striscia la Notizia di Antonio Ricci, striscia d'informazione dall'apparenza scanzonata, in realtà una vera e propria gogna mediatica; nel vero senso della parola. Stessa cosa per Le Iene, importato in Italia nel 1997 e anch'esso con un piccolo cimitero dietro l'angolo: questo il caso più clamoroso, ma non dimentichiamo che questa trasmissione ha colpito anche diversi sacerdoti cattolici. La derisione, l'imbarazzo, il montaggio tendenzioso, ma ancor di più le finte risate di sottofondo e la solita risposta: «Non c'è alcuna colpa da parte nostra, quindi non abbiamo nulla da dire». Vite rovinate per ottenere un servizio televisivo del quale, dopo tre giorni, nessuno si ricorda. A Milano si chiama «sputtanamento»; se politicamente scorretto, «macchina del fango». È questo il meccanismo che spinge la gente, seduta in poltrona mentre addenta un bignè o in mutande al computer a stabilire che questo o quello merita la gogna e, perché no, la morte. Lo dice il Gabibbo che è un delinquente, non importa se non ha avuto un processo e la possibilità di difendersi. Le Iene lo inseguono, lo incalzano mettendo in piazza la sua vita: quindi se lo merita. Mentre un poveretto viene beccato in un momento drammatico partono le risate registrate: è il segnale per il lancio dei pomodori. Ovviamente, questo modo becero di fare «informazione» è stato imitato da diversi improvvisati «giornalisti d'assalto» che non meritano nemmeno di essere nominati. Viviamo nell'epoca delle comunicazioni di massa e ancora non ci rendiamo conto della loro potenza, della loro capacità di plasmare atteggiamenti e comportamenti collettivi, delle strategie di comunicazione e manipolazione che ogni giorno vengono utilizzate dai media. Eppure, 1984 di George Orwell, con i «5 minuti d'odio», dovrebbero averlo letto tutti... Registro, di passaggio, che la stessa cosa avveniva a Parigi durante il Terrore; o nella Russia di Stalin; o anche in Italia immediatamente dopo il 25 aprile. Periodicamente la barbarie, la fame di sangue, lo schiacciamento del debole solo perché è debole, riemergono nei periodi più oscuri della storia. La civiltà è nata e ha camminato lungo i secoli accompagnata dal giusto processo, dal rispetto dell'imputato, del diritto di difesa. Ora siamo tornati ai processi di piazza, alla folla che chiede sangue; e più ne ha, più ne chiede. Che fare? Ovviamente, urge l'evangelizzazione dell'Europa. Tuttavia questa impresa, apparentemente disperata, richiede secoli se non millenni. Nel frattempo, che fare? Buttare la televisione. Lo so, lo so: la vostra è sempre spenta, non la guardate mai o, al massimo, ci guardate il Giro d'Italia. Datemi retta: buttatela. Mi ringrazierete.
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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20 aprile 2026
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COPPIA GAY DERIDE IL FIGLIO OTTENUTO CON L'UTERO IN AFFITTO
Sono stati i due uomini stessi a postare il video sui social, definendo omofobo il piccolo che chiamava la mamma
Autore: Federica di Vito - Fonte: Sito del Timone, 20 aprile 2026
Si può arrivare a ridere di un bambino che non ha la mamma? A quanto pare nel tollerante e sempre gaio mondo arcobaleno sì. Una coppia gay di Nahsville ha pubblicato un video divenuto virale di un dialogo con il neonato ottenuto da surrogata. Sottotitolo del video: «Il bambino ha 2 papà... non ha scelto nessuno dei due». «Chi vuoi, dada o papa?», «mamma», risponde il bambino, «la mamma non c'è». I due scoppiano a ridere mentre il neonato piange e l'indignazione - oltre al cattivo gusto - esplode. Non contenti, hanno proseguito con la serie definendo in un altro video il bambino «omofobo» per aver aggrottato la fronte mentre l'uomo gli spiega che ha due papà. «È una cosa malvagia e disgustosa. Perché affidare un bambino a due uomini? Dato che lo stile di vita che hanno scelto non permette la continuità della vita, perché permettere loro di avere accesso a un bambino tramite persone normali? È da malati», ha commentato una persona su X. «Perché due omosessuali hanno il diritto di privare un bambino della madre? Quando questo abuso verrà riconosciuto per quello che è realmente? È traffico di minori», ha scritto un altro. Qualcuno ha ricondotto queste naturali e logiche reazioni all'«ascesa del conservatorismo negli Stati Uniti» che «ha incoraggiato i repubblicani a esprimere apertamente il loro disprezzo per la genitorialità omosessuale e la maternità surrogata» citando gli studi che dimostrano che i figli di coppie omogenitoriali non stanno peggio di quelli delle coppie naturali. Su altri media si legge che sarebbero state «voci conservatrici» a indignarsi di fronte alla clip.
SMASCHERARE LA RETORICA TOLLERANTE DEL MONDO LGBT A sostegno del fantomatico "clima di odio" che affliggerebbe il mondo Lgbt negli Stati Uniti viene riportato un sondaggio del Pew Research Center del 2023 in cui si rileva che il 26% degli adulti statunitensi afferma che una coppia gay o lesbica sposata che cresce figli insieme è inaccettabile. Ma anziché pensare a fazioni politiche, chiedersi dov'è finito il buon senso è troppo? Quando abbiamo smesso di pensare che un bambino può essere prodotto e strappato dal seno di sua madre? Quando abbiamo normalizzato due finti padri che ridono di un neonato? Quando la ricerca naturale di un neonato verso la madre è stata tacciata di "omofobia"? Episodi come questo permettono innanzitutto di smascherare la retorica inclusiva e tollerante del mondo Lgbt dimostrando quanto sia naturale l'inclinazione del bambino verso la madre. In secondo luogo, danno l'occasione di mettere a confronto con gli studi che dimostrerebbero la bontà sempreverde delle famiglie arcobaleno altri, ben più rigorosi. Per esempio, uno studio europeo del 2023 ha messo a confronto i figli nati da coppie gay attraverso la maternità surrogata con quelli nati da coppie eterosessuali. I partecipanti allo studio includevano 67 coppie gay che sono diventate genitori tramite maternità surrogata gestazionale e 67 coppie eterosessuali che hanno concepito i loro figli in modo naturale; l'età dei figli dei partecipanti era compresa tra 18 mesi e 10 anni. I ricercatori hanno scoperto che i bambini con padri gay erano più felici e si comportavano meglio, mostrando problemi come aggressività e violazione delle regole con un tasso di 4.58 rispetto a un tasso di 10.30 con genitori eterosessuali, e mostrando problemi interiorizzati, come ansia e depressione, con un tasso di 3.40 rispetto a 6.43. Inoltre, i ricercatori hanno riferito che i padri gay avevano stili genitoriali più efficaci, maggiori capacità di co-genitorialità e una maggiore soddisfazione relazionale rispetto ai genitori eterosessuali. Lo studio ha poi concluso che quando i figli di coppie omosessuali avevano qualche problema veniva ricondotto ad aggressioni omofobe. I dati per questo studio sono stati raccolti tramite un questionario via e-mail rivolto ai genitori che riferivano i propri stili genitoriali, problemi comportamentali e soddisfazioni relazionale.
LOVE IS LOVE? Questo studio ha messo in atto la stessa discutibile metodologia di molti altri studi che finiscono per non mostrare nessuna differenza nei risultati dei bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso rispetto a quelli cresciuti da genitori eterosessuali. Va specificato che i campioni utilizzati sono mirati: vengono spesso reclutati partecipanti attraverso reti di amici o organizzazioni di patrocinio e i partecipanti sono consapevoli che lo scopo del sondaggio è quello di indagare sulla genitorialità omosessuale. Inoltre, un campione così esiguo garantisce risultati che non logicamente non mostrano differenze statisticamente significative tra genitorialità omosessuale e genitorialità eterosessuale. Di contro, il sociologo Mark Regnerus, con una metodologia scientifica ben più rigorosa, ha raggiunto risultati molto diversi studiando i risultati per i figli di coppie dello stesso sesso. Come citato dal professor Richard P. Fitzgibbons, Regnerus «ha scoperto che i figli giovani-adulti (di età compresa tra 18 e 39 anni) di genitori che avevano avuto relazioni omosessuali prima che i soggetti raggiungessero i 18 anni avevano maggiori probabilità di soffrire di un'ampia gamma di problemi emotivi e sociali». Lo studio citato è rilevante su più fronti: il campione di studio era ampio, rappresentativo e basato sulla popolazione (non un gruppo piccolo e autoselezionato), le risposte sono state date dai figli adulti invece che ai genitori e sono stati messi a confronto differenti categorie di famiglie. Questo e altri studi concordano sul fatto che i bambini cresciuti da due genitori biologici in un matrimonio stabile ottengono risultati migliori rispetto ai bambini di altre forme di famiglia in una vasta gamma di situazioni. Love is love. È l'amore a fare una famiglia. I bambini hanno bisogno di amore. Queste frasi sdolcinate nascondono una realtà in cui la biologia tende a non contare più nulla e l'interesse del bambino viene calpestato dagli arroganti capricci degli adulti. La parola «mamma» compare in quasi tutte le lingue della terra. «Ma» è uno dei primi suoni che il bambino sa pronunciare perché per farlo la bocca assume la stessa naturale posizione che assume durante l'allattamento. La mamma non è un'invenzione, la mamma nasce col bambino che la riconosce. E un mondo dove la mamma non c'è è semplicemente un mondo che non esiste.
Fonte: Sito del Timone, 20 aprile 2026
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LOURDES E FATIMA CONTRO IL CATTOLICESIMO ANNACQUATO
La Madonna non è apparsa per distribuire consolazioni facili, ma per chiedere penitenza, preghiera e conversione ai peccatori
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 8 febbraio 2026
Il nome di Lourdes, assieme a quello di Fatima, evoca una delle più grandi apparizioni mariane della storia. In questo comune francese, ai piedi dei Pirenei, tra l'11 febbraio e il 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle, la Madonna apparve diciotto volte a una contadina di quattordici anni, Bernadette Soubirous. Il carattere miracoloso dell'evento fu riconosciuto da Pio IX e da tutti i Papi suoi successori, alcuni dei quali visitarono Lourdes. Bernadette fu canonizzata dalla Chiesa e sul luogo delle apparizioni furono costruite tre basiliche, che formano un unico santuario, il terzo al mondo per il numero dei pellegrini, dopo la basilica di San Pietro e quella di Guadalupe. Il nome di Lourdes è legato innanzitutto all'Immacolata Concezione, perché la Beata Vergine Maria vi confermò il dogma che Pio IX aveva solennemente definito, quattro anni prima, l'8 dicembre 1854. Il 25 marzo 1858, Bernadette così si rivolse alla misteriosa signora che ormai da tempo le appariva: "Signora, volete avere la bontà di dirmi chi siete?". Per tre volte Bernadette rinnovò la domanda finché, come ella stessa racconta, la Madonna allargò le braccia verso terra, alzò gli occhi verso il cielo e nel medesimo tempo, elevando le mani e congiungendole all'altezza del petto, disse: "Io sono l'Immacolata Concezione". "Sembra - commenterà un secolo dopo Pio XII - che la stessa Beata Vergine Maria abbia voluto, in maniera prodigiosa, quasi confermare, tra il plauso di tutta la Chiesa, la sentenza pronunziata dal Vicario del suo divin Figlio in terra" (Enciclica Fulgens Corona dell'8 settembre 1953). Le parole di Lourdes: "Io sono l'Immacolata Concezione". confermano anche la preghiera che la stessa Beata Vergine volle incisa sulla Medaglia Miracolosa, rivelata a santa Caterina Labouré a Rue du Bac, il 27 novembre 1830 e che, da allora è stata ripetuta milioni di volte da generazioni di cattolici: "O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi". Gli uomini sono concepiti nel peccato e, per salvarsi, devono ricorrere all'intercessione della Beata Vergine Maria, piena di grazia e priva di ogni ombra di peccato.
PENTITEVI Ma accanto a queste parole "Io sono l'Immacolata Concezione", vi è un'altra parola che viene pronunciata con forza dalla Madonna a Lourdes durante l'apparizione a santa Bernadetta del 24 febbraio 1858. Pio XII così lo ricorda: "La Vergine immacolata, mai sfiorata dal peccato, si manifesta a una fanciulla innocente, in una società, che non ha affatto coscienza dei mali che la divorano, che copre le sue miserie e le sue ingiustizie con apparenze di prosperità, di splendore e di spensieratezza. In materna comprensione, ella volge uno sguardo su questo mondo riscattato dal sangue del Figlio suo, dove, purtroppo, il peccato ogni giorno accumula tante stragi, ed ella, per tre volte, lancia il suo vibrante richiamo: «Penitenza, penitenza, penitenza!». Chiede inoltre atti significativi: «Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori». E agli atti occorre aggiungere la preghiera: Pregherete Dio per i peccatori». Come al tempo di Giovanni Battista, come all'inizio del ministero di Gesù, lo stesso invito, forte e perentorio, indica agli uomini la via del ritorno a Dio: «Pentitevi» (Mt 3, 2; 4,17). Chi oserebbe dire che questo appello alla conversione del cuore abbia perduto nei giorni nostri qualche cosa della sua efficacia?". (Enciclica Le pélérinage de del 2 luglio 1957, nel centenario delle apparizioni) La penitenza, come spiega Pio XII, è innanzitutto un appello alla conversione del cuore, un pentimento profondo, una riconciliazione dell'uomo con Dio. E' solo in questa prospettiva che possiamo comprendere il significato dei miracoli che caratterizzano Lourdes, fino dalle sue origini, rendendola un punto di riferimento mondiale per i malati e i sofferenti. Per evitare ogni forma di sensazionalismo, la Chiesa volle fin dall'inizio un rigoroso discernimento di queste guarigioni. Nel 1905, san Pio X istituì ufficialmente il Bureau des constatations médicales, l'Ufficio delle constatazioni mediche del santuario, dov, medici di diversa formazione e convinzione religiosa esaminano con criteri scientifici le guarigioni dichiarate.
CHI RIFIUTA IL PENTIMENTO E LA PENITENZA Secondo Alessandro De Franciscis, presidente del Bureau dal 2009, negli archivi del santuario sono conservate le documentazioni di circa 7.500 guarigioni considerate inspiegabili dal punto di vista medico. Di queste, solo 72 sono state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa come miracoli, a conferma di un discernimento estremamente prudente. Il 16 aprile 2025, il santuario ha accolto la proclamazione dell'ultimo miracolo ufficiale di Lourdes: la guarigione, avvenuta nel 2009, di Antonia Raco, affetta da Sclerosi Laterale Primaria. Tuttavia, ridurre Lourdes a un semplice "luogo di miracoli" sarebbe fuorviante: le guarigioni fisiche, pur straordinarie, sono inserite in un orizzonte più ampio, dove il vero centro è la conversione del cuore. Quando Gesù dice al paralitico: "Ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mc 2,5), e poi lo guarisce nel corpo, manifesta che la guarigione fisica è segno di un'autorità più alta. "Cristo - spiega san Tommaso d'Aquino - compì miracoli corporali per mostrare che aveva il potere di compiere miracoli spirituali, che sono più grandi" (Summa Theologiae, III, q. 44, a. 2). Chi è in grado di guarire i corpi, può guarire l'anima, restituendo alla vita ciò che sembra inesorabilmente destinato alla morte. Per essere guariti dobbiamo però accogliere le grazie di pentimento e di conversione che Gesù ci offre. L'appello alla penitenza e alla conversione di Lourdes non è diverso da quello di Fatima, dove, secondo il "Terzo Segreto", i tre pastorelli videro "al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!". Tre volte, come a Lourdes sono ripetute queste parole, non dalla Madonna però, ma da un Angelo che impugna una spada di fuoco. Chi rifiuta il pentimento e la penitenza, attira su di sé non la misericordia, ma la giustizia di Dio. A rue du Bac, a Lourdes, a Fatima, il messaggio del Cielo non cambia: è una pressante richiesta agli uomini affinché ritornino a Dio, prima di provare le terribili conseguenze dell'allontanamento da Lui. Quando e come avverrà la risposta della terra alle richieste misericordiose del Cielo?
Fonte: Radio Roma Libera, 8 febbraio 2026
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OMELIA IV DOMENICA PASQUA - ANNO A (Gv 10,1-10)
Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 22 aprile 2026
Questo Vangelo ci mette davanti a una delle immagini più consolanti e più forti di tutto il Vangelo: Gesù come pastore e come porta. Non sono semplici immagini poetiche. È una rivelazione precisa su chi è Cristo, e su come si entra davvero nella salvezza. Gesù comincia contrapponendo due figure: da una parte il pastore vero, dall'altra il ladro e il brigante. Non tutte le guide meritano di essere seguite. Ci sono alcuni che promettono felicità, autonomia, successo, piacere, affermazione di sé, e invece svuotano l'anima, dividono la famiglia, rovinano la coscienza, allontanano da Dio. Il ladro, dice Gesù, viene per rubare, uccidere e distruggere. Il demonio agisce così. Il mondo agisce così. E anche la tentazione, all'inizio, si presenta come una piccola scorciatoia, ma poi ruba la pace, fa perdere la Grazia di Dio e distrugge lentamente la persona. Quando Gesù parla di ladri e briganti, non si riferisce soltanto a nemici esterni in senso generico, ma anche a tutte quelle persone che nella vita concreta si presentano come guide e invece portano lontano da Lui. Sono cattivi maestri tutti coloro che parlano all'uomo senza condurlo alla verità di Cristo e alla comunione con la sua Chiesa. È ladro e brigante chi insegna ai giovani che la purezza è inutile, che la castità è impossibile, che l'importante è provare tutto e seguire l'istinto. È ladro e brigante chi dentro una scuola, un gruppo di amici, un ambiente di lavoro o perfino nella stessa famiglia, ridicolizza un ragazzo perché vuole vivere da cristiano sul serio, oppure insinua che per essere moderni bisogna prendere le distanze dalla Chiesa. O magari chi presenta il peccato come una forma di libertà e l'obbedienza a Dio come una schiavitù. Ci sono anche cattivi maestri più sottili, più eleganti, apparentemente rispettabili, che parlano con linguaggio colto e rassicurante, ma svuotano la fede dall'interno. Sono quelli che dicono che tutte le religioni si equivalgono, i dogmi sono sorpassati, il Vangelo deve adattarsi al mondo, l'inferno non esiste, il demonio è solo un simbolo, la convivenza, l'impurità, l'aborto, l'eutanasia o i rapporti contro natura in fondo non separano da Dio se uno "si sente a posto con la coscienza". Questi non aprono la porta che è Cristo: scavano un passaggio falso, una via larga, comoda, applaudita dal mondo, ma che non conduce alla salvezza. Anche gli influencer, i personaggi pubblici, i cantanti, gli opinionisti, i falsi esperti dell'anima, quando normalizzano il male, deridono la fede cattolica o insegnano a vivere come se Dio non esistesse, diventano concretamente ladri e briganti, perché rubano alle anime il senso del peccato, il desiderio della Grazia e la fiducia nella Chiesa.
SE UNO ENTRA ATTRAVERSO DI ME, SARÀ SALVATO Per questo un cristiano non può essere ingenuo. Non basta chiedersi se una persona parla bene, è simpatica e convincente, se è seguita da molti. Bisogna chiedersi: questa voce mi porta più vicino a Cristo o più lontano? Mi fa amare di più la preghiera, i sacramenti, la purezza, l'umiltà, l'obbedienza alla verità cattolica oppure mi rende più mondano, confuso, orgoglioso, indulgente verso il peccato? Perché il criterio vero non è il successo di chi parla, ma la direzione in cui conduce. E chi non conduce a Cristo, anche se affascina, commuove e seduce, alla fine sta derubando l'anima. Gesù invece non ruba nulla, ma dona tutto. Non inganna, seduce e manipola. Egli entra dalla porta, cioè si presenta nella verità. E la cosa bellissima è che il Vangelo dice che chiama le sue pecore ciascuna per nome. Questo vuol dire che per Dio noi non siamo una folla indistinta. Gesù conosce personalmente ogni anima. Conosce le ferite, le paure, i peccati combattuti, le umiliazioni nascoste che non diciamo a nessuno. Infatti la fede cristiana non è adesione a un'idea, ma rapporto vivo con una Persona. Noi non siamo salvati da una teoria morale o da una filosofia religiosa, ma dal Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per noi. Per questo Gesù non dice: "Vi mostro la porta", ma dice: "Io sono la porta". Non si entra nella salvezza scegliendo un proprio cammino spirituale arbitrario aggirando Cristo e inventandosi una religione comoda. Si entra attraverso Gesù, cioè attraverso la fede vera, i sacramenti, la conversione, l'obbedienza alla sua parola, la comunione con la sua Chiesa. Tutto questo va ribadito con chiarezza, perché oggi molti pensano che basti "essere buoni a modo proprio" oppure "credere in qualcosa" oppure "seguire il cuore". Ma il Vangelo non dice questo. Cristo è la porta e una porta, per sua natura, non è un dettaglio secondario: è il passaggio necessario. Se uno rifiuta la porta, resta fuori. Non perché Dio sia cattivo, ma perché la salvezza passa attraverso il suo Figlio. E quella porta è aperta per tutti. Ma bisogna voler entrare.
ENTRERÀ E USCIRÀ E TROVERÀ PASCOLO Infatti la salvezza non consiste semplicemente nell'avere una vita più ordinata o più serena, ma consiste nell'essere strappati dal peccato e dal potere del demonio. E questa salvezza comincia già ora. Infatti Gesù aggiunge: "Entrerà e uscirà e troverà pascolo". Dove c'è Cristo, lì c'è il vero pascolo dell'uomo: la verità per l'intelligenza, la grazia per l'anima, la forza per combattere, il perdono per rialzarsi, il Pane eucaristico per nutrirsi. Ma noi riconosciamo davvero la voce del Pastore? Perché il problema della vita spirituale è tutto qui. Le pecore seguono il pastore perché conoscono la sua voce. Il cristiano maturo non è semplicemente uno che sa tante cose religiose. È uno che ha educato il cuore a distinguere la voce di Cristo dalle voci estranee. E questa capacità si forma con la preghiera, con il silenzio, con la confessione frequente, con la lettura del Vangelo, con l'ascolto docile dell'insegnamento della Chiesa. Nella vita quotidiana un ragazzo deve scegliere se vivere la purezza o lasciarsi trascinare da ciò che tutti fanno. Una madre o un padre devono scegliere se educare i figli secondo il Vangelo o secondo la mentalità del mondo. Un lavoratore deve decidere se essere onesto o fare il furbo. Un sacerdote deve capire se sta annunciando il Vangelo oppure se sta cercando il consenso e una vita tranquilla. In tutti questi casi ci sono due voci. Una promette vantaggio immediato, comodità, approvazione degli altri. L'altra magari chiede sacrificio, coerenza, rinuncia, fedeltà. Eppure la voce di Cristo, anche quando costa, porta pace; invece la voce estranea, anche quando lusinga, lascia inquietudine. Pensiamo, per esempio, a una persona che vive da tempo in una situazione di peccato e sente nel cuore l'invito a confessarsi bene, a tagliare con certe occasioni, a cambiare vita. Quella è la voce del Pastore. Ma subito arriva un'altra voce: "Esageri, non è così grave, più avanti ci penserai, tutti fanno così". Quella è la voce estranea. Oppure pensiamo a chi in famiglia dovrebbe fare il primo passo per chiedere scusa, ma l'orgoglio suggerisce: "Aspetta che sia l'altro". Cristo invece dice dentro: "Umiliati, perdona, ricomincia". Il Pastore conduce alla vita; l'orgoglio alla solitudine. Oppure pensiamo a un giovane che sente nascere in sé una vocazione, oppure sente il desiderio sincero di vivere più seriamente la fede, e si trova circondato da amici o familiari che lo prendono in giro e gli dicono che sta esagerando, che si sta rovinando la giovinezza. Anche lì si gioca il combattimento tra la voce del Pastore e quella degli estranei.
IO SONO VENUTO PERCHÉ ABBIANO LA VITA E L'ABBIANO IN ABBONDANZA Gesù dice anche che il pastore cammina davanti alle pecore. Cristo infatti non ci manda dove Lui non sia già passato. Se ci chiede di portare la croce, è perché Lui l'ha portata per primo. Se ci chiede purezza, obbedienza, fedeltà, sacrificio, è perché Lui ha vissuto tutto questo in pienezza. Nessuno può dire: Dio non capisce la mia fatica. E poi c'è l'ultima grande parola di questo brano: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza". Qui crolla una menzogna molto diffusa: l'idea che stare con Cristo significhi avere una vita più triste. Chi si allontana da Cristo non si gode la vita, la spreca. Chi si consegna al peccato non guadagna libertà, la perde. La vera abbondanza della vita non è fare tutto ciò che si vuole, ma ricevere tutto ciò per cui si è stati creati. E l'uomo è creato per Dio. Quando vive in grazia, anche nella prova, possiede una pienezza che il mondo non può dare. E bisogna aggiungere un'ultima cosa molto importante. Per ascoltare davvero la voce di Cristo non basta dire in modo generico: io prego, leggo il Vangelo, e così sono a posto davanti a Dio. Certamente la preghiera e la meditazione della parola di Dio sono indispensabili, perché senza di esse il cuore si inaridisce e non impara più a riconoscere la voce del Pastore grande delle pecore. Ma ordinariamente il Signore, nella sua sapienza, non ci guida soltanto in modo interiore. Ci guida anche attraverso pastori concreti, visibili, reali, che Egli stesso ha posto nella sua Chiesa. Gesù continua a parlare e a guidare anche attraverso i sacerdoti a Lui fedeli, attraverso il parroco nella vita concreta della parrocchia, attraverso un padre spirituale che conosce l'anima, la accompagna, la corregge e la aiuta a discernere la volontà di Dio nelle scelte concrete.
LE PECORE ASCOLTANO LA SUA VOCE Questo è molto importante soprattutto oggi, in un tempo in cui tanti vogliono un rapporto con Dio senza mediazioni, senza obbedienza a un padre spirituale o consultando il sacerdote solo per sentire un parere tra i tanti. Così però si rischia che sia solo obbedienza a sé stessi. È troppo facile convincersi che la voce che sentiamo dentro sia quella di Dio, mentre magari è solo il nostro desiderio, il nostro orgoglio, la nostra paura o la nostra illusione. Per questo il Signore ci dona dei pastori. Non per sostituirsi a Lui, ma per aiutarci a riconoscere Lui. Non per prendere il posto della coscienza, ma per formarla rettamente. Non per dominarci, ma per custodirci. Un buon parroco, un confessore saggio, un padre spirituale vero sono un grande dono della misericordia di Dio, perché impediscono all'anima di perdersi dietro a impressioni soggettive e la aiutano a camminare nella verità. Perciò chi vuole seguire davvero Cristo non deve coltivare soltanto una religiosità privata, fatta di impressioni personali. Cerchi un sacerdote fedele, apra la sua anima con sincerità, accetti anche di essere corretto, illuminato, talvolta perfino contraddetto. Perché anche così parla il Buon Pastore. E molto spesso la voce di Cristo, che interiormente consola e chiama, esteriormente ci raggiunge proprio attraverso la parola sobria, concreta e paterna di un sacerdote che ci guida verso la volontà di Dio. Allora questa parola del Signore oggi ci chiede una decisione semplice e seria. Da quale voce mi lascio guidare? Sto entrando davvero per la porta che è Cristo oppure sto cercando scorciatoie? Gesù è il criterio delle scelte oppure è soltanto una presenza devota ai margini? Perché non basta ammirare il Pastore: bisogna seguirlo. Non basta sapere che esiste la porta: bisogna attraversarla. Chiediamo al Signore la grazia di riconoscere sempre la sua voce in mezzo alla confusione del mondo. Chiediamogli di liberarci dai falsi maestri, dalle voci seducenti, dalle mezze verità, da tutto ciò che si presenta come libertà e invece ci allontana dalla volontà di Dio. E chiediamogli soprattutto di non cercare mai fuori di Lui la vera vita che solo Lui può dare.
Fonte: BastaBugie, 22 aprile 2026
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