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BastaBugie n�975 del 29 aprile 2026
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AUGUSTUS TOLTON, IL PRIMO SACERDOTE AMERICANO NERO
Nato da genitori schiavi, studiò grazie a un sacerdote irlandese che vinse tutte le resistenze razziste: si apre adesso il processo di beatificazione
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone
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IL DIAVOLO SI ANNIDA NELLE UNIVERSITA'
Dal marxismo al wokismo, così l'ideologia ha trovato casa nei campus e fa lezione di morale (a tutti gli altri)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Sito Nicola Porro
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TECNOLOGIA? SI, GRAZIE, ANCHE SE...
Ogni progresso porta vantaggi, ma il peccato originale trasforma facilmente gli strumenti in occasioni di egoismo, superficialità e chiusura agli altri e a Dio
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone
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IL BEATO RAIMONDO LULLO E L'ILLUSIONE DEL DIALOGO CON L'ISLAM
Il francescano che potrebbe diventare Dottore della Chiesa passò una vita a cercare il confronto con l'islam: poi gettò la spugna ed evitò il martirio per un soffio
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone
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IL DELITTO CHE SMASCHERA L'AMERICA WOKE
Una ragazza innocente muore nel silenzio generale, ma siccome ha la pelle bianca non importa a nessuno: White Lives don't Matter
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Sito Nicola Porro
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LA LOURDES DEL VENEZUELA
Nel 1652 la Madonna apparve al capo indigeno Coromoto: oggi resta un'immagine acheropita (non fatta da mani umane)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone
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OMELIA V DOMENICA PASQUA - ANNO A (Gv 14,1-12)
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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AUGUSTUS TOLTON, IL PRIMO SACERDOTE AMERICANO NERO
Nato da genitori schiavi, studiò grazie a un sacerdote irlandese che vinse tutte le resistenze razziste: si apre adesso il processo di beatificazione
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone, maggio 2017
La Chiesa cattolica degli Stati Uniti ebbe il suo primo sacerdote nero nel 1886. Si chiamava Augustus Tolton. Prima di raccontare la sua storia dobbiamo ricordare che, altrove, la Chiesa non aveva mai avuto difficoltà a ordinare negri (come si chiamavano con termine spagnolesca prima che il politicamente corretto americano decretasse l'ostracismo del termine) e ne aveva canonizzati fin dal secolo XVI. Pensiamo al siciliano san Benedetto il Moro, discendente di schiavi africani portati dagli arabi, o a san Martino da Porres, figlio di una schiava. Ma negli Usa era diverso: i neri fino alla Guerra di Secessione erano schiavi. E anche dopo la guerra il pregiudizio nei loro confronti rimase a lungo forte. Tanto a lungo che solo sotto la presidenza Kennedy venne tolto l'asterisco che contrassegnava i nomi di neri negli elenchi telefonici. Ci vollero altri decenni di affirmative action, vere e proprie «quote nere» nelle università e in altri luoghi, per disinnescare i pregiudizi razziali negli Usa, tanto da generare, in alcuni casi, grottesche inversioni: in un film degli anni Settanta, Soul man, uno studente si finge nero per poter avere un posto al college. E veniamo ad Augustus Tolton, il cui caso, all'epoca, fece vero scalpore.
FIGLIO DI SCHIAVI CATTOLICI Era nato nel 1854 a Brush Creek, nel Missouri, secondo figlio di Peter Paul Tolton e Martha Jane Chisley, schiavi cattolici di padrone cattolico. Chi aveva la fortuna di lavorare per un padrone cattolico poteva contare su un trattamento molto più umano, quasi familiare, grazie alla predicazione della Chiesa. San Paolo, nella sua Lettera a Filemone, traccia le linee guida per la gestione di uno schiavo, raccomandando lo schiavo Onesimo, fuggiasco, al padrone. Lo schiavo è un fratello in Cristo, punto e basta. Liberarlo? Facile a dirsi, ma si sarebbe trovato senza lavoro e in miseria, come appunto accadde agli schiavi americani dichiarati liberi con un tratto di penna. Molti padroni romani, cristiani, liberarono i loro schiavi poco alla volta, solo dopo aver loro assicurato un futuro. Il trattamento «da fratello» svuotava dall'interno la schiavitù, fino a farla morire d morte naturale. Non a caso risorse dopo la scoperta delle Americhe, nel clima del neopaganesimo rinascimentale. I padroni del nostro Augustus, Stephen e Savilla Elliot, tenevano i loro schiavi quasi come familiari (si pensi, per un esempio, alla Mamie di Via col vento). Infatti, al battesimo di Augustus furono loro a far da padrini. Augustus aveva un fratello, Charles, e dopo di lui nacque una sorella, Anne. Tutti nati in schiavitù e, dunque, secondo la legge, schiavi. Ma tutti i bambini di casa Elliot avevano come padrini i loro padroni. Allo scoppio della guerra civile il clima si fece pesante negli Stati della Confederazione e padron Elliot preferì licenziare i suoi schiavi. Diede loro cibo e qualche soldo, poi li avviò verso il Nord. Peter Tolton si arruolò nell'esercito unionista, mentre la sua famiglia, con l'aiuto di soldati nordisti, raggiungeva l'Illinois, uno stato dove non c'era la schiavitù. Si stabilirono a Quincy, ma Peter non poté raggiungerli perché morì di dissenteria. Martha Jane e il figlio maggiore Charles trovarono lavoro nel settore del tabacco, in una fabbrica di sigari. Dovevano lasciare la piccola Anne affidata alle cure di Augustus, che aveva sui nove anni. Su di loro, però, vegliava il parroco della chiesa di St. Peter, che sorgeva vicino alla loro abitazione.
"TI PIACEREBBE STUDIARE?" Padre Peter McGirr, questo il suo nome, era un irlandese che aveva notato la precoce intelligenza di Augustus. Un giorno gli chiese se gli sarebbe piaciuto studiare. Il bambino disse subito di sì e padre McGirr lo introdusse nella scuola parrocchiale. Non fu facile superare i pregiudizi degli altri genitori su quel bambino nero: erano cattolici, sì, ma anche americani e non tutti illuminati. Però la cocciutaggine del prete irlandese ebbe la meglio, anche perché, per vincere le diffidenze, ad Augustus faceva fare pure il chierichetto. Attorno al 1870, quando le ferite della sanguinosa guerra erano ancora fresche, padre McGirr intuì che Augustus aveva la vocazione sacerdotale e cercò un seminario che lo accogliesse. Dovette faticare un po' perché, più che pregiudizi, c'erano questioni di opportunità. Ordinare un prete nero? In America, a ridosso della guerra civile? E che chances di attività pastorale avrebbe avuto? Dopo settimane di sforzi e preghiere la porta si aprì proprio a Quincy, nel St. Francis Solanus College, dove Augustus poté conseguire un brillante diploma. A quel punto padre McGirr - sempre lui - lo mandò come suo miglior trofeo alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, dove il giovane Tolton studiò con ottimo profitto. E nel 1886, a trentadue anni (aveva cominciato gli studi, lo ricordiamo, tar- di), fu ordinato sacerdote cattolico nella basilica di San Giovanni in Laterano. L'impressione in America fu enorme. Era il primo ex schiavo a diventare prete, I giornali raccontarono la stupefacente storia dello schiavo divenuto sacerdote e, quando tornò a Quincy, gli venne decretato una specie di trionfo cittadino, con la banda, i cori, le bandiere e le acclamazioni. Sia di bianchi che di neri, anche se l'entusiasmo di questi ultimi superava di molte lunghezze quello di ogni altro. Il festeggiato raggiunse la chiesa di St. Boniface, gremita all'inverosimile. Tutti volevano la sua benedizione, ma il primo tratto di croce fu per il suo mentore, padre McGirr, che aveva creduto in lui contro tutto e tutti. L'indomani, alla sua prima messa, migliaia di persone erano sul sagrato, perché dentro non c'era più posto. I pregiudizi e le questioni di opportunità? Dimenticati: i cattolici d Quincy adesso erano contenti. Padre Gus, come lo chiamavano, tuttavia non ebbe vita facile. Cercò di aprire una parrocchia e una scuola, ma ebbe i bastoni tra le ruote proprio dai neri protestanti, che lo disprezzavano in quanto «papista». Dovette gettare la spugna e spostarsi a Chicago, dove, con i soldi della benefattrice Anne O'Neill e l'aiuto di santa Katharine Drexel, poté fondare la sua parrocchia e la sua scuola. Le prediche di questo ex schiavo, che parlava fluentemente italiano, latino e greco antico, erano sempre affollate e tutti restavano colpiti dalle sue parole di grazia. Il suo esempio fu trascinante e i seminari cattolici cominciarono ad ammettere giovani neri. Morì nel 1897, a soli quarantatré anni, per una insolazione nel luglio rovente di quell'anno. Stava male ma, per non disturbare, non aveva detto niente a nessuno. Di recente è stato aperto il suo processo di beatificazione.
Fonte: Il Timone, maggio 2017
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IL DIAVOLO SI ANNIDA NELLE UNIVERSITA'
Dal marxismo al wokismo, così l'ideologia ha trovato casa nei campus e fa lezione di morale (a tutti gli altri)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Sito Nicola Porro, 6 novembre 2025
Quando per i "maestri" tedeschi della c.d. Scuola di Francoforte l'aria si fece pesante perché l'appena eletto Hitler non faceva mistero di quel che pensava di ebrei e comunisti, di corsa e volentieri accettarono l'invito delle università americane, le quali misero subito a loro disposizione cattedre e danari. Naturalmente, detti professoroni si portarono dietro le loro idee, che da quei prestigiosi pulpiti cominciarono a diffondere. E, dopo la guerra, esse sciamarono per tutto l'impero americano; l'allora Urss, tramite i suoi partiti comunisti all'estero, le foraggiò alla grande. Crollata l'Urss, dal momento che erano ormai americane, rimasero. Anche se con nuovo nome. E l'antica impronta giacobina (di cui il comunismo è figlio) la si vede ancora oggi nella ferocia con cui gli eredi (woke, cancel, affirmative action, e via sbrodolando) sfasciano tutto se non li si accontenta. Cioè, se non comandano loro, stabilendo chi è ammesso e chi no, cosa si deve dire e cosa no, per chi si deve votare eccetera. Più, il linciaggio civile contro chi non porta la loro coccarda e la cocciutaggine con cui pretendono di penetrare nelle scuole e pure negli asili infantili perché le future generazioni siano a loro immagine e somiglianza. Un Trump, un Orban, una (un po' meno) Meloni li contrastano? E allora rieccoli, con l'insistenza di quelle mosche che, più le cacci, e più tornano per altre vie. Continuamente, incessantemente. L'incredibile astuzia con cui si infilano nelle più minute pieghe del sistema giuridico delle democrazie di massa (invenzione dei loro avi francesi) ricorda, a noi cattolici preconciliari, l'avvertimento di Gesù circa i "figli di questo mondo" che sono molto "più scaltri" (Lc, 16, 8) di quelli della luce. La sagacia di un don Bosco o quella di una santa Cabrini (le cui abilità nel redigere contratti erano leggendarie) sono merce rarissima, troppo rara, tra i cattolici. I quali dovrebbero poter contare sui suggerimenti dell'angelo custode o dello Spirito Santo, se solo li seguissero. Ma per questo ci vuole, ahimè, esercizio. E chi lo insegni. Però non ce ne vuole alcuno per soggiacere alle tentazioni, visto che il Principe di Questo Mondo non ha certo bisogno di essere invocato per agire. Lui, com'è noto (almeno, ai credenti preconciliari) è un ex Cherubino, facente cioè parte della schiera angelica più alta. Caduto per orgoglio, d'orgoglio si nutre. E chi più intellettualmente orgoglioso di un cattedratico di università di mondiale prestigio? L'umiltà intellettuale non ha niente a che vedere con l'aspetto e il comportamento, che possono essere dimessi o anche simpatici e alla mano. Poiché il nostro Maestro ci ha insegnato a giudicare dai "frutti", eccoli, i frutti: aborto e eutanasia spacciati per misure ragionevoli e finanche umanitarie ("mendax et homicida ab initio": e - risate - si lamentano per la denatalità), corruzione morale ormai anche a livello della plebe, attacco alla famiglia (già culla della vita e della moralità; e, perché no, del risparmio) e promozione (coi soldi altrui: "scaltri", appunto) di tutto ciò che è pessimo. Infine, essendo il diavolo il miglior teologo di tutti (è un ex Cherubino, ricordiamolo), con le teste dei teologi cattedratici ci gioca a pallone come e quando vuole. A cominciare da quel colpo da maestro che fu l'abolizione della preghiera a san Michele Arcangelo, suo diretto nemico, alla fine di ogni messa. Dice, appunto, san Paolo che il nostro combattimento non è "contro la carne e il sangue" ma contro "gli spiriti del male" (Ef. 6, 12). Satana è, infatti, etimologicamente, "colui che divide" e l'"accusatore". Instancabile. Vi ricorda qualcosa e qualcuno? E allora, che fare? I preconciliari hanno il rosario come arma a difesa, ma gli altri?
Fonte: Sito Nicola Porro, 6 novembre 2025
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TECNOLOGIA? SI, GRAZIE, ANCHE SE...
Ogni progresso porta vantaggi, ma il peccato originale trasforma facilmente gli strumenti in occasioni di egoismo, superficialità e chiusura agli altri e a Dio
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone, novembre 2025
In effetti fa un po' impressione camminare per strada e vedere ogni passante chino e concentrato sul suo telefonino. Specialmente le donne e più specialmente le ragazze (la socialità è sempre stata femmina, ma a dirlo si rischia la lesa parità). Molti diventano strabici a furia di tenere un occhio sullo smartphone e l'altro su dove mettono i piedi. Ci sono starlette che ne hanno due, di telefoni, uno per mano, non sia mai dovessero perdersi qualche like o app o chat o sms. Alcune, oltre a ciò, recano ai polsi lunghi guinzagli estensibili che terminano con due o tre buffi cagnetti, e caracollano incerte su tacchi 12, talvolta incuranti dei semafori. Ci sono signorine ecologiche che reggono il manubrio della bicicletta con le ginocchia mentre rispondono al telefono dopo avere spostato una delle cuffie con cui sentono la musica e pedalando sul marciapiede affolla- to. Eh, la prudenza non è mai troppa: in strada non sentirebbero il Tir sopraggiungere alle loro spalle. Ci sono barzellette a iosa sul web, anche perché alle stesse scene si può assistere anche sui mezzi pubblici e nelle sale d'attesa. Stiamo tutti rimbambendo? Bill Gates è riuscito a fare quel che neanche a Cristo era riuscito, cioè ammaliare di colpo un intero pianeta? Si vedono africani chiedere l'elemosina col cappellino in mano mentre conversano nel cellulare. Uno di essi sta tutti i giorni a questuare davanti al bar in cui vado a prendere il caffè la mattina. Mi chiedevo perché indossasse un cappello di lana a calotta anche durante l'anticiclone Caronte. Un giorno, grattandosi la testa, svelò inavvertitamente l'arcano: il copricapo serviva a nascondere gli auricolari. Almeno lui era conscio dell'incoerenza sussistente tra il mendicare e il possesso di un costoso accessorio tecnologico, richiedente per giunta abbonamento.
ADDIO RAPPORTI UMANI Eh, chi l'ha detto che i cosiddetti "poveri" sono scemi? E ce ne sono che fanno la fila alla Caritas per un pasto senza smettere di consultare lo smartphone. Insomma, assistiamo al pericoloso diffondersi di un solipsismo da cellulare? Che comporta perdita di relazioni umane? Perdita di copie per i giornali e i libri? Perdita di un sacco di altre cose? Boh, ai posteri l'ardua sentenza. I quali posteri presumibilmente saranno ben più di noi irretiti da ulteriori diavolerie & marchingegni che in qualche oscura latebra (o garage americano) qualche nerd tredicenne sta già approntando. Tuttavia, diciamolo chiaro: il progresso tecnologico serve a questo. Anche la lavatrice elettrica ha distrutto i rapporti umani tra quelle donne che andavano a insaponare i panni al fiume e tra una strusciata di liscivia e l'altra chiacchieravano fra loro. Lo stesso dicasi per le mondine (alle quali si devono lagnosi canti folk) e le raccoglitrici di olive, superate (con loro sollievo) dalle macchine. Ho l'età per ricordare mia nonna che si alzava all'alba per andare a cuocere il pane al forno pubblico. Ora il pane lo si compra al supermercato. Le serate intorno al camino con gli anziani che narravano storie vere o di fantasia? Ormai è roba da libro Cuore di De Amicis (che era già stucchevole e stantio quando frequentavo l'asilo). Ma erano gli stessi anziani che si appoggiavano al bastone perché l'artrite li aveva incurvati già a cinquant'anni. Oggi il caminetto è stato soppiantato dalla televisione, è vero, ma ogni nuova macchina ha le sue controindicazioni. Sì, perché dietro c'è sempre un umano con la sua cupidigia e la sua naturale inclinazione all'egoismo a spese altrui. Quando inventarono la fotografia, la seconda foto fu di una donna nuda. Lo stesso accadde col cinematografo. Che male c'era, dite? Niente per l'operatore, tutto per chi doveva posare senza veli per poter mangiare (a quei tempi era così, oggi no, anzi, fanno la fila).
IL CASO DELLA SINDONE Ë un antichissimo sogno dell'uomo quello di poter smettere coi lavori che i romani chiamavano «servili» (dove servus era la parola latina per indicare lo schiavo), quelli del biblico «sudore della fronte» che il cristianesimo, abolendo la schiavitù, costrinse a far fare alle macchine. Quando i luddisti inglesi agli inizi del XIX secolo sabotavano i telai meccanici perché toglievano loro il lavoro, la gente si poneva una domanda che, mutatis mutandis, ancora oggi riemerge: se le macchine (i robot sono macchine) faranno tutti i lavori, che cosa facciamo fare agli uomini? La risposta già la conoscevano i Romani: i liberi si dedicavano alle attività superiori, di pensiero, di arte, di politica. A lavorare di mano provvedevano gli schiavi. Sostituisci "robot" a "schiavi" e realizzi il sogno umano. Ma sempre sapendo che il peccato originale inquinerà tutto. Ogni novità porterà vantaggi che qualcuno provvederà ad avvelenare. Il Creatore lo sa bene. Infatti, guardate la Sindone: sembra fatta apposta per accompagnare l'uomo nella sua marcia secolare verso l'incredulità. È sempre stata ritenuta il Sudario di Cristo fino ai tempi dell'irreligiosità, quando la scienza cominciò a soppiantare nelle teste la religione. Ma ecco che un'invenzione tecnologica costringe la scienza a constatare che l'immagine è un negativo fotografico. Ben presto, però, arriva un'altra contromisura: il Carbonio 14, che la inchioda come falsa.
TRUCCO MASCHERATO È però sempre la stessa tecnologia che, con l'elettronica e le immagini tridimensionali, smaschera il trucco. Ancora: il microscopio elettronico, il laser a eccimeri, le analisi di una disciplina che si è dovuta inventare appositamente, la sindonologia, parlano di uno scoppio di luce solare, di un corpo che si sta alzando in piedi mentre attraversa la tela. E altre sorprese aspettiamo, ma sempre calibrate: più gli uomini sono indotti a venerare la scienza e, poco alla volta, la stessa scienza è costretta a confermare il cristianesimo, Passione, morte e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Ma sempre cum grano salis, secondo lo stile del Dio cristiano: abbastanza per chi vuol credere, mai abbastanza per chi non vuole. E poi, diciamolo: è divertente la diatriba all'interno della stessa modernità irreligiosa. Da una parte, i fanatici dell'ecologismo vorrebbero che "gli altri" tornassero all'età della pietra. Dall'altra, "gli altri" (e loro stessi) ormai non potrebbero vivere senza cellulare. Ma, dicono gli uni, bando alla «contraddizion che no'l consente», e chiudono volontariamente gli occhi sul fatto che proprio il cellulare è ecologicissimo: sostituisce da solo e in un piccolo spazio una pletora di oggetti la cui fabbricazione inquinava eccome. Li elenco: il telefono, ovviamente, e l'agenda telefonica; poi l'atlante, le mappe e gli stradari; l'agenda propriamente detta; la televisione, i Cd video e audio e rispettivi supporti; la macchina fotografica e la cinepresa; il registratore; l'enciclopedia; la posta, i giornali, i libri; eccetera. Il resto mettetecelo voi.
Fonte: Il Timone, novembre 2025
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IL BEATO RAIMONDO LULLO E L'ILLUSIONE DEL DIALOGO CON L'ISLAM
Il francescano che potrebbe diventare Dottore della Chiesa passò una vita a cercare il confronto con l'islam: poi gettò la spugna ed evitò il martirio per un soffio
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone, febbraio 2026
Coi musulmani non c'è verso di ragionare, ben se ne accorse Benedetto XVI col suo magistrale discorso di Ratisbona del 2006 cui seguirono solo massacri (di cristiani). Se ne era accorto anche l'iniziatore del "dialogo" con l'islam, francescano come quel Poverello che, cercando il dialogo col sultano Al-Kamil, fu già tanto se non ci rimise la pelle. I cinque Protomartiri francescani furono ammazzati in Africa, indovinate da chi. Un loro confratello provò allora in modo "scientifico" e organizzato. Stiamo parlando del beato Raimondo Lullo (Ramon Llull), un nobile catalano nato a Maiorca verso il 1235. Il re Jaime I aveva appena conquistato le Baleari e i coniugi Llull, genitori di Ramon, vi si erano impiantati. Lui crebbe come paggio a corte e vi fece carriera, finendo col diventare primo ministro del giovane Regno. Nel 1257 sposò Blanca Picany e ne ebbe due figli, Domingo e Magdalena. Ma verso il 1262 gli apparve il Cristo crocifisso per cinque volte consecutive.
IMPARÒ L'ARABO Cosi narrò, e ciò lo convinse a dedicarsi alla conversione degli infedeli. Col consenso della moglie, dopo aver provveduto a lei e ai figli, distribuì il resto ai poveri e si fece frate francescano. Imparò l'arabo a marce forzate, e subito cominciò a scrivere libri in tale lingua. Fu solo l'inizio: Lullo scrisse in tutto quasi trecento libri, anche in latino e in catalano. Tra essi, quattro, monumentali, descrivono quella che lui chiamava «arte», cioè un metodo di ragionamento e catalogazione dello scibile talmente geniale da provocare «seguaci» che, per secoli, crearono ogni sorta di ciarlataneria a suo nome e diffusero il mito del «mago» catalano. Lullo, dopo un pellegrinaggio a Compostela, si mise a studiare furiosamente teologia, filosofia, medicina, nonché i maggiori autori arabi. Persuaso, non del tutto a torto, che i Protomartiri del suo ordine avessero fallito per mancanza di preparazione, nel 1276 fondò a Maiorca il collegio di Miramar per formare missionari che, prima di ogni cosa, studiassero l'arabo e l'islam. Si tenga presente che la stupefacente e repentina ascesa di quest'ultimo aveva colto di sorpresa la cristianità: cos'era quella strana religione che mischiava elementi vetero e neotestamentari, un'eresia o qualcos'altro? Donde la sua veloce e pressoché inarrestabile espansione? Da qui, per Lullo, la necessità di studiarla.
IN VIAGGIO PER L'EUROPA Cominciò a viaggiare per l'Europa, esponendo a re e Papi il suo metodo, anche nelle università e pure in piazza, disputando specialmente con i discepoli e i seguaci del filosofo arabo Averroè. Alla Sorbona di Parigi conseguì il titolo di maestro e, dopo aver dedicato un libro al re francese Filippo IV il Bello, ricominciò coi viaggi: Cipro, Armenia, Rodi, Malta, Napoli, Genova, Montpellier, il Maghreb, dove però finì in carcere. Rilasciato dietro riscatto, si imbarcò per rientrare in Patria, ma la nave fece naufragio e dovette riparare a Pisa. Dopo un breve soggiorno ripartì: Genova, Venezia, Roma, Messina, Lucera (la saracena Lugarah, dove l'imperatore Federico II di Svevia aveva deportato tutti gli arabi di Sicilia per servirsene come mercenari). Nel 1311 si presentò al Concilio di Vienne e qui fece una sconcertante richiesta: l'unificazione di tutti gli ordini monastico-militari per una grande crociata che riprendesse la Terra Santa totalmente perduta nel 1291. Sì, perché i suoi soggiorni in Africa e le sue dispute coi qadi islamici l'avevano persuaso che con i musulmani non c'era modo di ragionare: seguivano una logica diversa, anzi, nessuna logica, solo il loro Libro (Al Quran, Alcorano, Corano) e basta. Ma la sua richiesta cadde nel vuoto per via degli equilibri politici del tempo.
LASCIÒ MOLTO OPERE Le crociate costavano e il regno più potente, la Francia, era sull'orlo della bancarotta per via delle interminabili guerre con gli inglesi. Infatti, proprio Filippo il Bello di lì a pochissimo avrebbe distrutto i Templari per appropriarsi delle loro ricchezze. Per giunta avrebbe inaugurato la cattività avignonese, deportando il Papa nel suo regno. Lo stesso papa, Bonifacio VIII, aveva preso atto della definitiva perdita dei Luoghi Santi, sostituendo il pellegrinaggio a Gerusalemme con quello a Roma col primo Giubileo nel 1300. Raimondo Lullo comprese di essere arrivato alla fine, in tutti i sensi, della sua missione. Così, quantunque avesse ormai superato gli ottant'anni, partì per Tunisi, dove si mise a predicare apertamente come avevano fatto i Protomartiri del suo ordine. Naturalmente finì a pietrate, e solo l'intervento di certi mercanti europei gli evitò il peggio. Lo imbarcarono mezzo morto per Maiorca, ma non ci arrivò mai. Morì durante il viaggio, nel 1316. Della sua sterminata opera letteraria, i libri oggi riconosciuti come di sua mano sono circa duecentosessanta. Altri quarantaquattro, cioè quasi tutti quelli di argomento alchemico, gli sono stati attribuiti nel corso dei secoli, ma si tenga presente che, nel successivo Umanesimo, molti erano i "maghi" che firmavano falsamente le loro opere col nome di Lullo per accrescerne l'importanza, visto che nel XV secolo non c'era modo di verificare.
UN BILANCIO Raimondo Lullo, il cui culto come beato fu confermato dal beato Pio IX, è in predicato per la proclamazione a Dottore della Chiesa per la sua straordinaria cultura finalizzata dalla passione missionaria. Si pensi che non disdegnò, in alcuni suoi libri, lo stile da romanzo cavalleresco, con protagonisti che affrontavano peripezie per liberare la donzella rapita o soccorrere l'imperatore smarrito nel bosco. Tutto, però, congegnato in modo che il lettore potesse trarne un insegnamento morale e cristiano. Quale bilancio trarre dalla sua vita? Vediamo. I francescani hanno guadagnato, con la loro dedizione (e il loro sangue), il compito di custodi dei Luoghi Santi. Che, prima dell'avvento dello Stato israeliano, erano in mani islamiche. Fin dall'inizio, infatti, proprio i francescani si assunsero l'onere del confronto con l'islam. Con la predicazione: i Protomartiri (che furono subito uccisi). Con i miracoli san Francesco e l'ordalia del fuoco (il sultano lo risparmiò solo perché avrebbe scatenato l'ira dei crociati). Con il dialogo: il beato Raimondo Lullo (che, dopo una vita passata a studiare l'islam, gettò la spugna e scansò il martirio per un soffio). Allora? Boh. Nella Bibbia è Dio stesso che dice ad Agar, la schiava egizia di Abramo, che da suo figlio Ismaele nascerà una grande nazione ostile ai suoi fratelli (che al momento è uno solo, Isacco). Ma non dice come va a finire...
Fonte: Il Timone, febbraio 2026
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IL DELITTO CHE SMASCHERA L'AMERICA WOKE
Una ragazza innocente muore nel silenzio generale, ma siccome ha la pelle bianca non importa a nessuno: White Lives don't Matter
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Sito Nicola Porro, 31 ottobre 2025
Permettetemi di tornare un attimo sul caso della povera ragazza ucraina uccisa senza motivo da un pazzo in una metropolitana statunitense. Perché fa riflettere. L'uomo è un negro (parola spagnola, se il woke americano l'ha fatto diventare un insulto non mi interessa). Nessuno ha soccorso la giovane, anzi si sono allontanati. E gli altri passeggeri del vagone erano tutti coloured. Lo so, adesso si dice "afroamericani", ma io sono italiano e non seguo da un pezzo i c.d. corsi di "aggiornamento" obbligatori per giornalisti. Proseguiamo. L'unico che, pur provenendo da un'altra carrozza, si è accorto di quell'esserino dolce e minuto che perdeva sangue era un bianco, ma era ormai troppo tardi. L'assassino è un pluripregiudicato condannato ben quattordici volte, e rimesso in libertà per l'ennesima da una giudicessa appartenente alla stessa etnia. Black Lives Matter: letteralmente, le vite dei neri contano. Evidentemente, ormai più di tutti, tant'è che i commercianti (da millenni i primi a fiutare il vento) ormai non fanno alcuna pubblicità senza metterci dentro un africano: vi basta accendere la tivù per verificare. Per un black accidentalmente ucciso da poliziotti (alcuni, black pure loro) le città Usa sono state date alle fiamme e saccheggiate. Hollywood -altro ambiente in cui Dollars Matter- continuano a inondare le sale di film, regolarmente premiati con l'Oscar, sulla schiavitù dei negri prima e durante la Guerra Civile. Scemato il filone degli "indiani buoni e ingiustamente decimati dai bianchi" (stra-Oscar a "Balla coi lupi", col nordista che vedeva i pellirosse in "armonia", quando la storia dice che si scannavano e derubavano tra loro da sempre), ecco un'altra "vittima" dell'Occidente cristiano con cui rinfocolare i sensi di colpa. Film per film, ricordiamone uno del 1986, "Soul man", in cui un ragazzo americano che non riesce a entrare all'università si traveste da negro per approfittare delle quote riservate a questa minoranza. Dunque, se quarant'anni fa qualcuno poteva scherzarci sopra, vuol dire che già allora molti bianchi americani ne avevano le tasche piene dell'Affirmative action, con cui il governo, cedendo alla propaganda, aveva creato canali privilegiati per gente che aveva il solo merito di non avere la pelle bianca. Non so se Trump si sia reso conto che per realizzare il suo programma MAGA (Make America Great Again) deve abolire questa legge idiota che ha riempito i ranghi dell'amministrazione e le cattedre e i tribunali di gente che non aveva i numeri, e respinto per tal via molti di quelli che li avevano. Finora l'unica cosa che gli è riuscita di fare è di togliere di mezzo i militari trans (anche generali!) la cui sola presenza ridicolizzava l'intero esercito statunitense. Il marxismo, nella sua ultima variante woke, si è impadronito delle cattedre universitarie americane, abbondantemente foraggiate da emirati e regni arabi e riempitesi di studenti cinesi (pecunia non olet : questo è latino). La solita Hollywood, mater propagandarum (anche questo) è popolata da attori e registi che (come rinfacciò loro un celebre comico in una cerimonia degli Oscar, non a caso silenziata) "sono stati sui banchi di scuola meno tempo di Greta", ma poi si pigliano pure il Nastro Verde per la Cultura, come fece la Francia con (tenetevi) Sharon Stone all'indomani dalla sua celebre accavallata di gambe su grande schermo. Bene, Hollywood ha sfornato film su film per demonizzare la "caccia alle streghe" del senatore McCarthy, mostrando con ciò che è quanto più teme. Invece McCarthy aveva ragione, eccome. Trump sicuramente lo sa, e sa anche, personalmente, che dove anche la propaganda fallisce c'è sempre un'ultima ratio (sempre latino): un "pazzo" con un fucile di precisione. Speriamo che The Donald faccia qualcosa. Quel che succede negli Usa, ahimè, riguarda anche noi.
DELITTO IRYNA ZARUTSKA, QUANDO IL RAZZISMO ALLA ROVESCIA PROVOCA MORTI Una rifugiata di guerra ucraina è stata accoltellata a morte su una metropolitana e il suo assassino è un afro-americano arrestato altre 14 volte prima del delitto di Stefano Magni https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8307
Fonte: Sito Nicola Porro, 31 ottobre 2025
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LA LOURDES DEL VENEZUELA
Nel 1652 la Madonna apparve al capo indigeno Coromoto: oggi resta un'immagine acheropita (non fatta da mani umane)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone, aprile 2026
La Spagna è stata l'unica nazione missionaria della storia, e si deve a essa se oggi la lingua più diffusa nella cattolicità è proprio la sua. Quando i Re Cattolici, dopo la felice impresa di Colombo, decisero di intraprendere la colonizzazione delle Americhe, fecero una cosa a giudizio odierno inaudita: chiesero il permesso al Papa. E questi lo concesse, ma sotto condizione: le nuove terre dovevano venire cristianizzate e le spese per l'evangelizzazione sarebbero state a carico della corona spagnola. Così fu fatto, e oggi non solo il Sudamerica ma anche tutta la parte meridionale degli Usa (strappata all'impero messicano con la guerra del 1848) hanno città i cui nomi parlano chiaro: Los Angeles, San Francisco, San José, Santa Fé, Sacramento, San Diego, San Antonio, Corpus Christi, eccetera. Nell'America rimasta Latina nomi del genere si sprecano, da Asunción a Buenos Aires (nome completo: Nostra Signora di Bonaria, che gli spagnoli avevano mutuato dal santuario di Cagliari, essendo la Sardegna un loro vicereame). Quei luoghi, e la stessa Spagna, hanno visto poi, sì, sangue e tragedie, e ancora non pare finita.
MENZOGNE SULLA CONQUISTA La spiegazione è da ricercarsi nel fatto che, come diceva san Jean Vianney (il Curato d'Ars), più sei credente e più il diavolo si accanisce su di te, come fece con Nostro Signore, nel cui Nome siamo stati battezzati. E pure con menzogne, perché Satana è, come dice il Vangelo, non solo «homicida» ma anche «mendax». Per questo sulla Conquista spagnola la denigrazione non si è mai spenta. E cominciò subito, per via dell'odio antipapista dell'Inghilterra protestante e rivale sui mari della Spagna. Ma la testimonianza migliore su quell'impresa venne proprio dal Cielo: si pensi alle apparizioni di Guadalupe nel 1531, avvenute proprio a ridosso della Conquista, dove la Vergine si presentò all'azteco battezzato Juan Diego (santo) con fattezze meticce. E ancora oggi l'America Latina, Messico compreso, è meticcia, laddove il Nordamerica protestante è totalmente bianco. Tante altre volte la Madonna apparve nei territori della Conquista, e sempre per avallare e benedire l'opera dei colonizzatori. Perfino per difenderli: la cattedrale di Cuzco, in Perù, sorge sul luogo in cui la Madre di Dio discese a salvare un gruppo di soldati spagnoli, che La invocarono, dall'attacco di migliaia di guerrieri Incas. La chiesa è appunto intitolata a Nostra Signora della Discesa.
UNA STORIA SINGOLARE Ci fu addirittura un'occasione in cui scese in campo san Giacomo apostolo («Santiago!» era il grido di guerra degli spagnoli) a fare lo stesso: anni dopo, Garcilaso de la Vega, di madre inca, uno dei massimi scrittori del tempo, intervistò personalmente diversi vecchi Incas che avevano preso parte alla battaglia e tutti confermarono di essere stati atterrati da Viracocha, il Dio del tuono (era Santiago, che non conoscevano; scambiato per Viracocha, si meravigliavano che combattesse contro di loro). La Chiesa ha posto sugli altari molti uomini e donne che si santificarono in quei luoghi e in quei tempi per diffondere la fede tra gli indios. O per difenderli, se del caso, dalle prepotenze dei coloni. Oggi, mentre scrivo, le vicende politiche hanno messo in primo piano il Venezuela «piccola Venezia», in spagnolo), che ebbe, anch'esso, l'onore di un diretto intervento evangelizzatore da parte della Madonna e Le edificò, a ricordo, l'immenso santuario di Nostra Signora di Coromoto. Ora, Coromoto non è il nome del sito dell'apparizione, bensì, caso più unico che raro, quello del beneficiario. La cui storia è singolare. Cominciamo col dire che nel 1591 un capitano spagnolo aveva fondato un villaggio vicino al fiume Guanare, per i suoi uomini e gli indios battezzati che lavoravano la terra. Ma c'era una tribù, quella dei Cospes, che si ostinava alla vita selvaggia - e precaria - della foresta. Nel 1652 il suo cacique (capotribù) Coromoto camminava con la moglie sulla riva del fiume quando di colpo si sprigionò un'intensa luce: sull'acqua c'era una soavissima Donna col suo Bambino.
DI NUOVO LA DONNA DEL FIUME L'apparizione parlò, disse loro di andare dai bianchi a farsi mettere sulla testa l'acqua che apre le porte del Cielo e sparì. I due, tornati alla tribù, raccontarono il prodigio. E tutti allora vollero «l'acqua sulla testa». Ma Coromoto sapeva abbastanza degli usi dei bianchi e di tutti i divieti imposti dai loro Comandamenti (soprattutto il sesto), perciò titubava. Tuttavia, mesi dopo, spinto dalla tribù, si presentò all'agricoltore Juan Sanchez e gli raccontò tutto. La tribù venne perciò battezzata. Tranne l'irriducibile Coromoto, che non volle saperne. Si arrivò così alla sera del sabato 8 settembre e Sanchez radunò i Cospes per una preghiera collettiva alla Vergine di cui ricorreva la festa. E Coromoto, al solito, rimase nella sua capanna. Dopo la cerimonia, sua moglie, la di lei sorella e il figlioletto dodicenne di quest'ultima andarono a cercarlo. Non fecero in tempo a raccontargli di quel che avevano fatto con Sanchez e gli altri che la soglia si illuminò all'improvviso e comparve la Donna del fiume. Il cacique questa volta si infuriò e cominciò a inveire contro di Lei: che cosa voleva? Era venuta per rimproverarlo? Se ne andasse una buona volta e lo lasciasse in pace! La Donna, sempre con espressione soave, fece un passo avanti, ma quello, in preda all'ira, le si lanciò addosso per strozzarla. Solo che le sue mani strinsero l'aria, perché Lei scomparve.
UN PEZZETTO DI PERGAMENA Tra le dita dello sbalordito Coromoto era però rimasto un pezzetto di pergamena con sopra l'immagine della Donna col Bambino, una trentina di millimetri appena. Coromoto, imbarazzato e non sapendo che fare, a quel punto decise di nasconderlo. Ma il suo nipotino, che aveva visto tutto, andò subito a Sanchez a spifferare quanto era successo. Sanchez si precipitò alla capanna di Coromoto e, su indicazione del ragazzino, recuperò la pergamena. Coromoto, dal canto suo, era già scappato nella foresta. Ma il cacique si era appena inoltrato tra gli alberi quando un serpente velenoso lo aggredì, mordendolo. L'uomo, comprendendo il messaggio superno, si arrese alla Donna e decise di farsi battezzare prima di morire. E, guarda caso, proprio in quel momento passò da li un creolo, che lo vide e lo esaudì giusto in tempo. Morto Coromoto e seppellito con esequie cristiane, l'immaginetta restò custodita da Juan Sanchez fino al suo solenne trasferimento a Guanare. Bisognò attendere il XX secolo perché venisse riportata nel luogo dell'apparizione. Infine fu posta, incorniciata in oro, nel basamento di una grande statua della Madonna e attorno le fu costruito il mega-santuario - costato vent'anni di lavori -odierno, il cui altare maggiore sorse nel punto esatto dell'apparizione. Il minuscolo dipinto è, come quello di Guadalupe, un'immagine acheropita, cioè non fatta da mani umane. Molti miracoli vennero lucrati in quel santuario, e ancora se ne lucrano, tanto che Coromoto è detto «la Lourdes del Venezuela».
Fonte: Il Timone, aprile 2026
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OMELIA V DOMENICA PASQUA - ANNO A (Gv 14,1-12)
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 29 aprile 2026
In questa domenica del tempo di Pasqua il Vangelo ci fa riflettere sulle parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima della Passione, parole che però acquistano piena luce dopo la Risurrezione. Gesù parla alle nostre paure più profonde e dice: «Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 14,1). È una frase che non cancella il dolore, non elimina i problemi, non fa finta che tutto vada bene. Gesù non dice: non avrete prove, anzi andrà tutto bene. Dice invece: nelle prove, il vostro cuore non si perda. E subito indica il rimedio: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Dunque il contrario del turbamento non è l'illusione, ma la fede. Quando la vita sembra confusa e non capiamo dove il Signore ci stia conducendo, la risposta giusta non è inseguire mille sicurezze umane, ma tornare ad appoggiarsi a Cristo. Per esempio, quando arriva una notizia medica che spaventa, oppure quando in famiglia nasce un problema grave e improvviso e ci si sente mancare la terra sotto i piedi. Il primo gesto cristiano non è lasciarsi divorare dall'ansia, ma affidarsi totalmente al Signore e chiedere la forza spirituale di affrontare la prova. Infatti la fede non è un sentimento vago o un conforto psicologico, ma è adesione piena a una Persona reale che è il Figlio di Dio, il quale ci dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Gesù non dice soltanto qualcosa di vero, Lui è la verità. Non mostra soltanto una strada, Lui è la via. Non dà soltanto un aiuto per vivere meglio, Lui è la vita. Qui tocchiamo il cuore della nostra fede cristiana. Noi non siamo salvati da una filosofia religiosa, ma da Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per noi. Per questo la Chiesa ha sempre insegnato che non esiste un'altra via di salvezza alternativa a Cristo. Lo dice Lui stesso con chiarezza: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Sono parole molto nette che il mondo non ama perché preferisce dire che tutte le religioni si equivalgono, basta essere sinceri e poi ognuno si costruisce la sua verità. Ma Gesù non lascia spazio a questa confusione. Non dice: io sono "una" via. Dice: io sono "la" via. Se una persona dice: "Io credo a modo mio" e poi non prega, non si confessa, non partecipa alla Messa. Magari cerca luce più negli oroscopi, nelle emozioni o nelle mode del momento che nel Vangelo e nell'insegnamento della Chiesa. Oppure, peggio, dice che crede a Gesù, ma non alla Chiesa. Ci sarebbe da chiedere in quale Gesù crede visto che la Chiesa l'ha fondata proprio Lui. Il rischio è di dire come Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» (Gv 14,5). Magari non sappiamo come affrontare una malattia, una delusione, una ferita affettiva, una crisi economica, una lotta contro un peccato che torna sempre. Allora vorremmo capire tutto, magari avere una mappa dettagliata sul percorso da fare. Invece Gesù non risponde a tutte le nostre domande. Fa molto di più: ci dona se stesso. La via indicata dal Vangelo non è un insieme di istruzioni fredde. La via è stare con Lui e seguirlo un passo alla volta. Il cristiano maturo non è quello che ha già capito tutto, ma quello che ha deciso di fidarsi di Cristo anche quando non tutto è chiaro. Chi perde il lavoro e non sa come andrà avanti può chiudersi nella rabbia o, pur cercando seriamente soluzioni, può continuare a pregare e a vivere da cristiano senza abbattersi. Chi combatte da anni contro il difetto dominante, come la collera o la sensualità, non deve scoraggiarsi dicendo "sono fatto così", ma riprendere ogni giorno il cammino sotto la guida del Padre Spirituale, con impegno e perseveranza. Quando una persona ha un problema serio, spesso cerca la via nell'impulso, nello sfogo, nella scorciatoia, nel compromesso. In famiglia si litiga e invece di cercare Cristo si cerca di prevalere. Nel lavoro si subisce un'ingiustizia e invece di esercitarsi nella virtù della pazienza si coltiva rancore. Nella stanchezza interiore invece di tornare a pregare si cerca una distrazione continua con il cellulare. Nella solitudine invece di aprirsi a Dio si cade in pensieri amari o in abitudini sbagliate. Ma Cristo oggi ci dice: la via non è quella che ti sembra più facile, la via sono io. E allora seguire Cristo, concretamente, significa domandarsi: in questa situazione, cosa farebbe Gesù? cosa chiede a me Gesù? È una domanda semplice, ma cambia il modo di vivere. Per esempio, dopo una discussione tra marito e moglie, la via del mondo è aspettare che sia l'altro a fare il primo passo; la via di Cristo è umiliarsi e cercare la pace. Oppure, quando un collega ti tratta male, la via del mondo è parlarne male alle spalle; la via di Cristo è mantenere la dignità, evitare la vendetta e, se possibile, rispondere con fermezza, ma senza odio. Gesù poi alza lo sguardo dei discepoli verso il Cielo: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"» (Gv 14,2). Qui c'è una verità essenziale che noi non dobbiamo mai dimenticare: la nostra vita terrena non è la meta definitiva. Noi siamo fatti per il Cielo. Il cristianesimo non è un modo elegante per vivere un po' meglio quaggiù, ma è la strada per entrare nella casa del Padre. Oggi tanti vivono come se tutto finisse qui. Per questo si attaccano disperatamente alle cose, al successo, all'apparenza, al benessere, ai propri progetti. Ma quando si perde di vista la meta celeste, tutto diventa più pesante, perché si pretende dalla terra ciò che la terra non può dare. Nessuna casa terrena potrà mai sostituire la casa del Padre. Nessun affetto umano, per quanto bello, potrà riempire interamente il cuore. Nessun risultato potrà dare la pace piena. Solo il Cielo è la nostra patria definitiva. Questa verità cambia, ad esempio, il modo di guardare la morte di una persona cara: il dolore rimane, ma non è disperazione, perché sappiamo che la vita non è distrutta, ma trasformata. E cambia anche il modo di usare i beni materiali: chi vive per il Cielo non fa del denaro il suo dio, ma lo usa con libertà e responsabilità. Questa speranza non ci allontana dai doveri quotidiani, ma anzi ci fa vivere meglio il presente. Chi sa che Cristo gli sta preparando un posto non si dispera davanti alle prove. Soffre, sì, ma non crolla, non si sente abbandonato. Lavora, lotta, si sacrifica, ma con una prospettiva diversa. Anche il bene nascosto, anche il dovere umile, anche la fedeltà quotidiana acquistano un valore immenso, perché preparano il cuore all'incontro con Dio. Una madre che si consuma per i figli, un padre che porta con pazienza la responsabilità di essere il capofamiglia, un malato che offre la sua sofferenza, un giovane che combatte per rimanere puro, una persona che perdona invece di vendicarsi: tutto questo, vissuto in Cristo, non è mai sprecato. È cammino verso la casa del Padre. Una donna che dedica tutte le sue energie al focolare domestico può sentirsi inutile agli occhi del mondo che disprezza le casalinghe, ma davanti a Dio sta compiendo un'opera preziosa. Oppure un ragazzo che rinuncia a una compagnia sbagliata per rimanere fedele al Vangelo sta costruendo già adesso qualcosa di eterno. Poi Filippo dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). È una frase bellissima, ma anche immatura. Perché Filippo non ha ancora capito che il Padre lo sta già vedendo in Gesù. Infatti Gesù risponde: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Gesù non è soltanto un grande uomo o un profeta di successo. Gesù è il Figlio eterno di Dio, una cosa sola col Padre. In Lui abita corporalmente la pienezza della divinità. Per questo conoscere Gesù vuol dire conoscere il volto di Dio. E quale volto di Dio ci mostra Cristo? Non un Dio lontano, freddo, impersonale, ma un Padre che ama, che cerca, che perdona, che chiama, che salva. Guardando Cristo, noi impariamo che il Padre non ci ama meno a causa della nostra miseria, ma ci ama nonostante la nostra miseria per tirarci fuori da essa. Per esempio, quando una persona cade sempre nello stesso peccato, può pensare: "Dio si è stancato di me"; invece deve tornare a confessarsi con umiltà, sapendo che il Signore la vuole rialzare. Oppure quando un genitore corregge un figlio, può ricordarsi che anche Dio corregge così: non per schiacciare, ma per educare e salvare. Infine Gesù dice una parola sorprendente: «Chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste» (Gv 14,12). Non significa che il discepolo diventa più grande del Divino Maestro, ma che la potenza di Cristo risorto agirà nella Chiesa attraverso i suoi membri. Le opere più grandi sono i frutti della grazia che, dopo la Pasqua e la Pentecoste, si diffondono nel mondo: conversioni, sacramenti, anime salvate, carità eroica, santi che trasformano la storia. È una parola che ci responsabilizza. La fede non è qualcosa di privato, rinchiuso nel cuore. Chi crede davvero diventa strumento di Cristo. Un cristiano tiepido dice: io cerco di salvarmi. Un cristiano fervente dice: Signore, passa attraverso di me. Ci sono malati che dal letto compiono opere più grandi di tanti uomini sani, perché offrono tutto a Dio con amore. Quando un cristiano vive unito a Cristo, la sua vita diventa feconda oltre ciò che vede. Allora questa pagina del Vangelo ci lascia una consegna molto chiara. Quando il cuore è turbato, non dobbiamo correre lontano da Cristo, ma più vicino a Lui. Quando non capiamo la strada, non dobbiamo inventarci una verità nostra, ma rimanere attaccati a Gesù, che è la via, la verità e la vita. Quando il mondo ci seduce con le sue promesse, dobbiamo ricordarci che la nostra patria è nella casa del Padre. E quando ci sentiamo poveri e inadeguati, dobbiamo credere che il Signore può compiere grandi opere anche attraverso la nostra piccolezza, se gli lasciamo spazio. Chiediamo allora la grazia di non essere cristiani confusi, incerti, dimezzati, ma uomini e donne che sanno dove guardare. Non a se stessi, non al mondo, non alle mode, ma a Cristo. Perché chi segue Cristo non cammina nel buio e non vive nella menzogna perché possiede già, in germe, la vita eterna.
Fonte: BastaBugie, 29 aprile 2026
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