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BastaBugie n�976 del 06 maggio 2026
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BEATRICE VENEZI LICENZIATA DALLA FENICE PER NON ESSERE DI SINISTRA
Il direttore d'orchestra era stata osteggiata fin dalla sua nomina a causa delle sue prese di posizione controcorrente
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del Timone
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IL PAPA IN AFRICA, ECHI BERGOGLIANI E PICCOLE CORREZIONI DI ROTTA
Al ritorno dall'Africa Leone XIV ha parlato agli europarlamentari del Partito Popolare Europeo (che si ispira al cristianesimo, ma senza applicarne i principi)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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IN UTERO, LA NUOVA SERIE TV CON CASTELLITTO SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Un cocktail progressista tra fecondazione in vitro, single, coppie omosessuali e transizione di genere
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Provita & Famiglia
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ALLAH IN COMUNE, L'ISLAMO-SINISTRA PREPARA LE AMMINISTRATIVE
A Venezia il PD ha candidato 7 bengalesi e a Mestre un'ex segheria diventerà una moschea da 8000 metri quadrati, mentre a Lecco proliferano i candidati musulmani sotto sigle progressiste
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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OMICIDIO DI MASSA, QUELLO CHE I MEDIA NON HANNO RACCONTATO SUBITO
L'uccisione di Giacomo Bongiorni all'inizio è stata raccontata in modo errato per nascondere il vero problema: l'immigrazione incontrollata
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: Sito del Timone
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LA CORRELAZIONE TRA PORNOGRAFIA E ABUSI SESSUALI SU MINORI
Uno studio pubblicato evidenzia la normalizzazione della violenza, l'adescamento online e i rischi legati a smartphone e social
Fonte: Provita & Famiglia
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OMELIA VI DOM. DI PASQUA - ANNO A (Gv 14,15-21)
Non vi lascerò orfani
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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BEATRICE VENEZI LICENZIATA DALLA FENICE PER NON ESSERE DI SINISTRA
Il direttore d'orchestra era stata osteggiata fin dalla sua nomina a causa delle sue prese di posizione controcorrente
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del Timone, 27 aprile 2026
Siamo giunti all'atto finale del rapporto tra Beatrice Venezi e il Teatro La Fenice. O meglio, è arrivata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo da tempo. «La Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi, comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi», si legge infatti in una nota diffusa dal teatro per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi. Decisione «maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenica e della sua orchestra», prosegue. Intanto, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, «prende atto della decisione di Nicola Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza, e conferma al sovrintendente de La Fenice la sua più completa fiducia». Le polemiche esplose i giorni scorsi riguardano l'intervista che il maestro d'orchestra Venezi aveva rilasciato al quotidiano argentino La Nacion il 23 aprile, nella quale aveva imputato all'orchestra di «tramandare le posizioni praticamente di padre in figlio». La Venezi, forte di collaborazioni estere, commentando la notizia del suo "licenziamento", ha spiegato che all'estero «si chiedono come sia possibile che una Fondazione finanziata con fondi pubblici possa essere in mano ai sindacati, gestito in un contesto totalmente anarchico». Già lo scorso ottobre il Telegraph aveva titolato le reazioni della sinistra alla nomina della Venezi: «Il contraccolpo di sinistra contro questo affascinante direttore d'orchestra italiano, puzza di sessismo». Definito nell'articolo «uno scandalo tutto italiano» rende l'idea di come la «cupola» dominante del nostro Paese, per dirla con le parole di Marcello Veneziani, ci tenga a epurare i suoi ambienti (artistici, editoriali, culturali) da qualsiasi estraneo che simpatizzi minimamente con l'area conservatrice. Idea che ha ben espresso Alfredo Antoniozzi, esponente di Fratelli d'Italia commentando la vicenda: «L'amara verità è che l'Italia ancora oggi è come quella che descrisse Montanelli cinquant'anni fa: regna il centrodestra ma governa la sinistra nei posti chiave della cultura». Già dall'esordio il rapporto tra La Fenice e Beatrice Venezi era apparso teso. Il 22 settembre scorso, appena resa pubblica la sua nomina a direttore musicale, tutti gli orchestrali del teatro La Fenice si erano ribellati, ritenendo le sue competenze inadeguate per un teatro prestigioso come quello di Venezia. Protesta che è durata ben sette mesi durante i quali abbiamo assistito a episodi quanto meno sconvenienti: durante la prima della Venezi prevista per il 17 ottobre le maestranze avevano scelto di incrociare le braccia e tenere un concerto gratuito in Campo Sant'Angelo. Poi è arrivata la minaccia di non rinnovo degli abbonati qualora fosse stata confermata la direzione della Venezi. Altre proteste al concerto di Capodanno fino ad arrivare alla festosa messinscena fuori dal teatro o agli applausi durante l'intervallo dell'opera di Wagner dopo l'annuncio della fine della collaborazione. A noi risulta troppo palese la colpa principale della Venezi, quella di essere troppo vicina al governo e di non averne mai fatto mistero. L'anno prima aveva partecipato a Sanremo chiedendo di essere chiamata «direttore» al maschile, l'invito ad Atreju e la nomina a consigliere musicale del ministero della Cultura. Una lunga lista di cose imperdonabili. Beatrice Venezi è stata rimossa per aver espresso un'opinione legittima (ma di un certo peso per il ruolo ricoperto) e perché è culturalmente di destra. A chi ancora sostiene la sua presunta inadeguatezza rammentiamo qualche altro ruolo pubblico. Che la giovanissima (23 anni) vicepresidente della Regione Toscana, Mia Diop, non abbia un curriculum all'altezza del ruolo (difficile da maturare anche solo per la giovane età) poco importa. Anzi, era stata applaudita come un segno di maturità e di speranza verso i giovani, peccato che gli stessi che esultavano svilivano l'età troppo giovane della Venezi - che comunque un curriculum di tutto rispetto con tanto di carriera internazionale per lo meno ce l'ha. Per non parlare dell'astro nascente progressista Silvia Salis che ieri sera ha compiuto il rito d'iniziazione catodica da Fabio Fazio. Da atletica, passando per qualche ruolo dirigenziale in ambito sportivo, è stata subito lanciata dalla politica a sindaco di una città capoluogo di regione. In fondo è proprio la sindaca che il 25 aprile l'ha detto a gran voce, «la Liberazione non è di tutti». Così anche ruoli come la direzione d'orchestra, e non c'è curriculum che tenga, non sono di tutti.
NON FA PARTE DELLA KULTURA, LA COLPA DI BEATRICE VENEZI Essendo di destra gli orchestrali protestano contro la sua nomina, tanto più che si fa chiamare direttore (e non direttrice) di Tommaso Scandroglio https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8342
Fonte: Sito del Timone, 27 aprile 2026
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IL PAPA IN AFRICA, ECHI BERGOGLIANI E PICCOLE CORREZIONI DI ROTTA
Al ritorno dall'Africa Leone XIV ha parlato agli europarlamentari del Partito Popolare Europeo (che si ispira al cristianesimo, ma senza applicarne i principi)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24 aprile 2026
Papa Leone è tornato ieri dal suo viaggio in Africa. Ha visitato quattro Paesi - Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale - ha pronunciato molti discorsi, ha presieduto celebrazioni liturgiche, ha incontrato varie categorie di persone, si è fatto amare da molte folle, ha visitato molte realtà concrete della vita sociale ed ecclesiale di quei Paesi. Ha trovato anche il tempo di parlare di Dottrina sociale della Chiesa, sia direttamente, spiegando cosa essa è, sia trattando alla sua luce molti problemi sociali presenti nei Paesi visitati. Riprendendo in mano tutti i suoi interventi, ora che è tornato a casa, è possibile formare un quadro di sintesi, non sull'intero viaggio ma almeno sui suoi interventi legati alle problematiche care alla Dottrina sociale della Chiesa. I media si sono interessanti del viaggio del Papa soprattutto nei primi giorni, quando era scoppiata la questione Trump, subito raffreddata da papa Leone. Per il resto, il viaggio è continuato abbastanza liscio e quasi scontato, nel generale entusiasmo dei popoli africani che lo hanno ospitato e nelle cronache di routine dei giornali. Qualcuno cercava qualche accenno di novità rispetto a Francesco, cosa che però non è avvenuta. Leone XIV ha ripetutamente citato Francesco, addirittura con riferimento ai suoi discorsi ai Movimenti popolari che, a suo tempo, avevano suscitato perplessità. La cosa può essere spiegata in tre modi. Prima di tutto per la coincidenza con il primo anniversario della sua morte, caduta proprio durante il viaggio in Africa, cosa che rendeva Francesco "presente". In secondo luogo, perché, a quanto sembra, lo staff che ha materialmente steso i discorsi è rimasto in gran parte quello del precedente pontificato. In terzo luogo, perché il primo a non voler manifestare delle novità è proprio Leone, sia per esigenze di continuità istituzionale, per così dire, sia per convinzione personale.
UNA DIMENSIONE DIPLOMATICA I discorsi in eventi di questo genere hanno sempre una dimensione "diplomatica", non possono fare diagnosi dirompenti. In tutti i suoi interventi in Africa il Papa ha messo in evidenza le potenzialità del Continente, la necessità che la sua società civile si renda protagonista dello sviluppo, ha condannato le profonde forme di esclusione che ancora essa vive, in Angola ha denunciato la "logica estrattivistica" di sfruttamento delle risorse minerarie del Paese, data l'attuale situazione di guerra nel mondo ha vituperato l'uso del nome di Dio per giustificare la guerra, ha affermato la necessità di garantire lo Stato di diritto e di vincere la corruzione e, naturalmente, ha più volte citato Agostino sul significato corretto del potere. Sono stati interventi edificanti e di speranza, però anche prevedibili e attesi. Questa linea ha favorito una interpretazione di questo viaggio nel senso di una normalità che procede naturalmente e senza scosse. Questo nonostante l'Africa offrisse diversi argomenti per uno scatto di novità. Per esempio, molti governi africani si stanno opponendo agli pseudo-valori occidentali (e "democratici") sulla vita e la famiglia. Per esempio, la maggiore opposizione alla Nota Fiducia supplicans del cardinale Fernández era arrivata dall'episcopato africano. Per esempio, la retorica del dialogo interreligioso è messa in questione proprio in Africa dalle violenze, a base religiosa, contro i cristiani. Pur dovendosi muovere tra simili difficoltà, Leone XIV ha qua e là espresso delle valutazioni fuori riga, segno che non ha un solo ghost writer ma più di uno e di diverso orientamento teologico e pastorale. Facciamo tre esempi.
MALABO (GUINEA EQUATORIALE) Il 21 aprile, parlando al mondo della cultura a Malabo (Guinea equatoriale), nel Campus Universitario dell'Università Nazionale che porta il suo nome, ha parlato dell'albero della conoscenza in rapporto ad altri due alberi, quello dell'Eden e quello della Croce. «Il problema - ha detto - non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un'intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure». A sanare questa disfunzione concorre l'albero della Croce, «non come negazione dell'intelligenza umana, ma come segno della sua redenzione». Si è trattato di un vero e proprio colpo d'ala dell'intelligenza della fede: «Cristo non appare come una via d'uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà». Un discorso dalle grandi conseguenze, e non solo in Africa, se letto e vissuto. Il 17 aprile, a Youndé (Camerun), durante l'incontro con il mondo universitario nella Università cattolica dell'Africa Centrale, ha detto ai giovani studenti: «di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui. Ecco la ragion d'essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d'anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno». Un accenno, questo, che comporterebbe un cambiamento totale di prospettiva dell'intero quadro delle migrazioni. Ricordiamo infine il richiamo diretto alla Dottrina sociale della Chiesa fatto a Malabo, il 21 aprile durante l'incontro con le Autorità. Qui il Papa ha detto tra l'altro: «Oggi la Dottrina sociale della Chiesa rappresenta un aiuto per chiunque voglia affrontare le "cose nuove" che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa: contribuire alla formazione delle coscienze, mediante l'annuncio del Vangelo, l'offerta di criteri morali e di autentici principi etici, nel rispetto della libertà di ogni individuo e dell'autonomia dei popoli e dei loro governi». Anche questo un discorso importante, soprattutto perché non ha dimenticato né l'annuncio del Vangelo né la ricerca del Regno di Dio e quindi non ha ridotto la Chiesa ad una agenzia di etica sociale.
Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Stefano Fontana, nell'articolo seguente dal titolo "Cosa ha detto Leone XIV all'incoerente Partito Popolare Europeo" racconta quando il 25 aprile il Papa ha parlato ad un gruppo di europarlamentari del PPE, partito che si ispira al cristianesimo ma senza applicarne i principi. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 aprile 2026: Sabato scorso, 25 aprile, papa Leone XIV ha rivolto un discorso ad un gruppo di europarlamentari del Partito Popolare Europeo. A questo stesso uditorio, anni fa, Benedetto XVI aveva parlato dei «principi non negoziabili» in politica, una delle sue dottrine più contestate allora e poi completamente dismesse e dimenticate con Francesco. Il PPE ha al proprio interno diverse anime nazionali che non pensano allo stesso modo. Ciò però non esclude una valutazione complessiva del suo posizionamento politico e, soprattutto, di come esso intenda ora il rapporto tra il cristianesimo, a cui esplicitamente si ispira, e la politica. Il PPE ha governato a lungo l'Unione Europea insieme a Socialisti e Verdi, contribuendo in modo rilevante ai suoi deragliamenti ideologici. Attualmente guida ancora la maggioranza eletta alle ultime consultazioni ed è ancora al governo della Commissione Europea con Ursula von der Leyen e da quella posizione continua la medesima precedente politica per resettare dolorosamente l'economia con l'utopia ecologista, per contrastare le giuste rivendicazioni identitarie delle nazioni, infine per continuare ad imporre una ideologia etica di tipo radicale. In altre parole, il PPE pone problemi molto pesanti al principio di coerenza tra fede cristiana e politica. Se osserviamo i partiti italiani che aderiscono al PPE troviamo conferma di questa valutazione. Forza Italia, a proposito dei gravissimi temi etici sul tappeto, altro non ha saputo fare che proclamare la libertà di coscienza per i suoi parlamentari. In altre parole, su suicidio assistito, eutanasia, aborto, famiglie omosessuali il partito non vuole avere una linea, ossia considera questi argomenti non come politici ma come privati. Maurizio Lupi, del partito Noi Moderati, nel 2016 aveva votato a favore della legge Cirinnà sulle unioni civili. Dietro c'è una valutazione errata della cosiddetta laicità. Venendo ora al discorso del Pontefice, bisogna riconoscere che egli ha detto cose interessanti, ma anche che non ha proseguito sulla linea di Benedetto XVI. Questo a proposito di due argomenti: i principi negoziabili e la religio vera. Forse la ripresa dell'espressione e del concetto dei principi non negoziabili avrebbe contribuito a chiarire la posizione non accettabile del PPE su alcuni temi centrali della politica. L'utilizzo dell'espressione religio vera per indicare il cristianesimo avrebbe forse permesso di ricordare che la libertà di religione – che nel discorso viene ricordata – non contraddice la verità della religione cristiana, né quindi la sua unicità rispetto alle altre. Verità e unicità che comportano diritti propri nello spazio pubblico. Sappiamo bene che questo discorso vale principalmente per i cattolici e che nel PPE confluiscono anche i protestanti, e forse proprio questo aspetto ha trattenuto papa Leone su questo punto che però, prima o poi, bisognerà chiarire. È vero che il Papa ha chiesto di «tenere stretto il nesso tra legge naturale e legge positiva», ha invitato ad evitare il «corto circuito tra i diritti umani» e ha detto che la libertà va intesa sempre nella verità: tutte precisazioni che possono rinviare ai principi non negoziabili ma solo indirettamente e alla lunga. È vero che ha parlato di «fallimenti dei progetti ideologici» e qualche lettore avrà potuto pensare che si riferisse anche alle politiche ideologiche della UE promosse e sostenute anche oggi dal PPE, ma il nesso non era immediato. È vero che ha invitato a «riscoprire e fare propria la vostra eredità cristiana» ed è anche tornato a nominare i padri fondatori dell'UE, ma questi appelli ormai sanno di manierismo se non vengono precisati nel loro contenuto. Siamo del parere che l'ideologia e la prassi politica del PPE oggi avrebbero avuto bisogno di parole più nette. L'incoerenza per un partito non cristiano o addirittura anticristiano non fa problema. L'incoerenza di chi si appella alla Dottrina sociale della Chiesa, al cristianesimo e alla sua storia, fa un grande problema.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24 aprile 2026
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IN UTERO, LA NUOVA SERIE TV CON CASTELLITTO SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Un cocktail progressista tra fecondazione in vitro, single, coppie omosessuali e transizione di genere
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Provita & Famiglia, 1 maggio 2026
Fecondazione in vitro, transizione di genere, coppie omosessuali e non, single che vogliono diventare genitori. Sembra esserci un po' tutto quanto il repertorio della "bioetica" progressista nei contenuti di In utero, la nuova serie tv sviluppata in otto episodi che debutterà l'8 maggio su HBO Max. Creata da Margaret Mazzantini, diretta da Maria Sole Tognazzi, che firma anche la direzione artistica, In utero ha come protagonista principale Sergio Castellitto. Il noto attore, infatti, interpreta il dottor Ruggero Gentile e la storia racconta di come egli abbia lasciato l'Italia, negli anni Ottanta, per aprire in quel di Barcellona la clinica Creatividad, dove offre servizi di fecondazione medicalmente assistita.
LA TRAMA E I PERSONAGGI Gentile di nome - e di fatto, almeno nelle intenzioni di chi ha realizzato la serie -, il protagonista opera mosso da una convinzione di fondo: il figlio non è un diritto né un dovere, ma «un desiderio». Peccato che concepire un figlio come «un desiderio» equivalga esattamente ad intenderlo come un diritto, anziché come un dono. Ma andiamo avanti, perché un'altra colonna di In utero è Angelo, un giovane embriologo brillante e centrale nelle dinamiche della clinica, interpretato da Alessio Fiorenza. Dettaglio di non poco conto: Angelo è un uomo transgender e, da quanto è già trapelato, è destinato ad essere uno dei personaggi centrali della serie. Ci sono poi anche altri personaggi di rilievo nella serie - a partire da quello di Teresa, la moglie di Ruggero interpretata da Maria Pia Calzone, alla quale spetta il compito di amministrare la clinica e bilanciare le scelte a volte troppo emotive del marito -, ma gli elementi fin qui esposti già suggeriscono e fanno pensare a un taglio assolutamente permissivo e progressista di In utero. E infatti, dalle anticipazioni trapelate, sappiamo che nelle otto puntate i telespettatori vedranno: coppie di lesbiche - tormentate da dilemmi del tipo: quale delle due porterà avanti la gravidanza? - single intenzionati a diventare genitori, e così via. Come si diceva all'inizio, nulla del repertorio della "bioetica" progressista è stato risparmiato in questa serie.
UNA POLEMICA CON L'ITALIA? Tanto che le storie di In utero, come è stato osservato sul Corriere della Sera, non avrebbero mai potuto essere ambientate in Italia perché da noi «una donna single non può ricorrere alla fecondazione assistita». Da parte sua, lo stesso Castellitto, parlando con Repubblica, ha fatto osservare che «l'Italia con tutti i suoi difetti ha genialità e immaginazione però è anche il luogo dove vive il Santo Padre, il centro della cristianità. Anche se fa riflettere che pure la Spagna è un Paese cattolico». Dunque appare davvero difficile non scorgere in un progetto come In utero una lettura parziale, se non propagandistica, delle tematiche bioetiche; e questo per un motivo piuttosto semplice. Da quanto infatti è dato di sapere, in questa serie - per la quale già si ipotizza una seconda stagione, che diventerebbe certa in caso di successo della prima - ai telespettatori sono offerti tutti i punti di vista possibili di chi sarebbe a favore di questa pratica: quello di chi gestisce una clinica di fecondazione assistita, quello di chi vi ci ricorre (single, coppie etero, Lgbt, ecc.), quello di chi vi lavora ed è anche protagonista di una transizione di genere, e così via. Inoltre dal trailer si evince come una coppia di donne chieda esplicitamente di voler un bambino con gli occhi verdi e con determinati tratti somatici, quasi come se si stesse scegliendo un prodotto da un catalogo. Tutti, insomma, vengono rappresentati con le loro soggettività, i loro pensieri e le loro istanze; tutti fuorché - almeno a quanto pare finora dalle prime anticipazioni della serie - i soggetti più deboli in assoluto: l'embrione, dunque il figlio concepito in provetta, e le centinaia di embrioni che, proprio a causa di questa pratica, vengono scartati, eliminati, uccisi o muoiono e non vedranno mai la luce. Il che - anche sorvolando, per esempio, sul non trascurabile tema del giro d'affari che ruota attorno alla provetta, che meriterebbe approfondimenti - appare piuttosto grave, benché non sia una novità assoluta. Già negli anni '70, infatti, allorquando il tema più dibattuto era quello dell'aborto volontario, si poteva osservare come al centro delle discussioni - e talora delle polemiche - finissero i temi più diversi: l'autodeterminazione della donna, la laicità dello Stato, gli aborti clandestini, il ruolo dei medici, delle famiglie, della Chiesa, ecc. Anche allora, dunque, di tutto si parlava fuorché del punto di vista del soggetto più debole e vulnerabile: il figlio non ancora nato. Un'omissione grave che, a distanza di mezzo secolo, si ripropone ancora oggi sui media e addirittura nelle serie tv. A dimostrazione che chi ha a cuore la difesa della vita dal concepimento davvero non può abbassare la guardia.
Fonte: Provita & Famiglia, 1 maggio 2026
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ALLAH IN COMUNE, L'ISLAMO-SINISTRA PREPARA LE AMMINISTRATIVE
A Venezia il PD ha candidato 7 bengalesi e a Mestre un'ex segheria diventerà una moschea da 8000 metri quadrati, mentre a Lecco proliferano i candidati musulmani sotto sigle progressiste
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 maggio 2026
L'ombra di un'onda verde si allunga sulle istituzioni italiane, e non ha nulla a che fare con l'ecologia, ma con l'islam. Non è più un'ipotesi da politologi visionari. Parlano le urne e con esse le liste di candidati in tutto lo Stivale. Per anni, da queste colonne, vi abbiamo raccontato il caso Francia preannunciando il destino italiano. Oggi, l'islamo-gauchisme, quel patto d'acciaio tra la sinistra estrema, ma non solo, e l'islam politico, è sbarcato ufficialmente nel Belpaese. A sinistra il sogno di una società multiculturale ha mostrato fin da subito la strategia di trasformare i "nuovi italiani" in un cavallo di Troia per occupare lo spazio politico: il contributo dei voti delle comunità musulmane, un'operazione che si nasconde dietro lo slogan dell'integrazione ma che punta a vincere le elezioni prendendo il voto di chi vuole imporre un'altra cultura tra invocazioni ad Allah e manifesti in arabo. Al momento, il laboratorio più avanzato di questa strategia risulta Venezia, dove il Partito Democratico ha candidato in blocco sette esponenti della comunità bengalese. Parliamo di una compagine fortissima nel veneziano: a Mestre è in ballo un'operazione che potrebbe a breve trasformare un'ex segheria - oggi ritrovo di tossicodipendenti - in una moschea da circa 8000 metri quadrati. I lavori di sgombero e pulizia sono iniziati pochi mesi fa e sono stati finanziati proprio dalla comunità bengalese, in attesa che possa arrivare l'attesa variante di destinazione d'uso da commerciale a luogo di culto. Occorrerà anche il parere favorevole delle Ferrovie dello Stato per la vicinanza alla linea ferroviaria, ma la cosa non li preoccupa minimamente. L'anno scorso la fondazione di riferimento ha firmato il preliminare d'acquisto per l'ex segheria, versando un anticipo di 150.000 euro su un totale di 1,5 milioni. Oggi, aspettano solo una nuova amministrazione compiacente.
ALLA CONQUISTA DELLA LAGUNA VENEZIANA A febbraio, Prince Howlader, presidente dell'associazione "Giovani per l'umanità" e promotore del progetto per i connazionali musulmani di Mestre e Marghera, dichiarava al Gazzettino: «Faremo tutti i passi con calma, rispettando le normative. Ora ci sono le elezioni e non ha senso presentare nulla, ma con la prossima amministrazione andremo avanti». Ed eccola, puntuale, la lista che in nome di Allah chiede di sostenere i sette candidati per le comunali del prossimo 23 e 24 maggio: volantini in lingua, il sogno della nuova moschea e le invocazioni ad Allah per l'ascesa al consiglio comunale di Venezia. Nell'ultimo decennio i bangla arrivati in Veneto hanno comprato case, riaperto centinaia di vetrine chiuse: Via Piave, via Cappuccina e Corso del Popolo a Mestre si sono popolati dei loro negozi di frutta e verdura; vivono a ridosso della Fincantieri, dove molti lavorano. Una comunità che conta quasi 20mila persone e che, per la prima volta, vuole dire la sua alle urne. Essendo la realtà straniera più numerosa in laguna, con 3500 aventi diritto al voto, la loro influenza è tangibile. Ma la laguna veneziana è solo la punta di diamante di un mosaico che si va componendo, tessera dopo tessera, su tutto il territorio nazionale. Se a Mestre la strategia si gioca sulla solidità economica e sulle grandi strutture, altrove il baricentro si sposta sulla simbologia e sull'identità islamica. È il caso di Agrigento, dove si sono candidati Khezar Adnane, imprenditore marocchino noto in città, e Carmela Lombardi, cittadina italiana convertita all'islam, che ha scelto di farsi ritrarre con lo hijab e una scritta in arabo: «Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano, ma sempre lo stesso unico creatore». Risalendo la penisola fino a Lecco, troviamo già dieci candidati musulmani pronti alla sfida delle comunali, tra cui spicca Hicham Bouraghba, figura di riferimento legata al Centro Islamico Culturale cittadino e schierato nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra. Questa proliferazione di candidati sotto l'egida di sigle progressiste non è però un fenomeno spontaneo o disorganizzato. Ha un teorico e un obiettivo temporale chiarissimo. Francesco Tieri, detto Abd al-Haqq - figura centrale del neonato partito islamico "Musulmani per Roma" e con un passato nelle file di Demos a sostegno di Gualtieri nella Capitale - ha tracciato la rotta in una lettera che è un vero e proprio manifesto politico. Tieri, osservando con attenzione proprio il laboratorio di Lecco, ha lanciato una sfida aperta a tutti i musulmani d'Italia attraverso una lettera sui social. Il calcolo è ambizioso quanto preciso: assicurando almeno dieci candidati per ognuno dei 2000 comuni che tra 2026 e 2027 torneranno alle urne, «potremo vedere 20mila musulmani trasformarsi in soggetti politici in tutta Italia».
IL VERO TRAGUARDO Il vero traguardo è dunque fissato per quella data, con un progetto che punta alla capillarità assoluta. Una mobilitazione di massa capace di portare una legione di esponenti dell'islam politico a sedere contemporaneamente nelle istituzioni locali, mutando definitivamente gli equilibri e trasformandoli nell'ago della bilancia politica in ogni angolo del Paese. Il primo vero segnale di questa forza d'urto si è palesato con l'esito del referendum sulla giustizia. Quel 'No' che ha sbarrato la strada alla riforma della Giustizia non è stato un semplice atto politico, ma il battesimo della cosiddetta "Generazione Gaza": giovani motivati e mobilitati dalle piazze pro-Pal, che hanno trasformato il risentimento ideologico in voti pesanti. I due milioni di scarto che hanno deciso il quesito corrispondono quasi perfettamente al peso della comunità islamica avente diritto di voto. Una coincidenza? Per Davide Piccardo i musulmani d'Italia hanno semplicemente deciso di dare un segnale immediato al Governo, fungendo da ago della bilancia. «È una mobilitazione massiccia, organizzata e motivata», spiega. Il partito islamico si organizza e il caso Venezia è solo l'ultimo dei tanti. È la strategia dell'islam politico, che punta all'istituzione della shari'a in Italia. Per farlo, occorre entrare nelle istituzioni, contaminarle e coltivare gradualmente il germe dell'islamismo. In questo scenario, da tempo la sinistra fa da apripista per far penetrare l'islamismo nei Comuni: a Monfalcone, per esempio, conta già un consigliere che si occupa degli interessi dei bengalesi e dell'islam. Il vero obiettivo resta la sovversione del nostro sistema. I dati, d'altronde, delineano un quadro eloquente: secondo le stime, solo nel quinquennio 2021-2024 sono state registrate 114.953 nuove cittadinanze a persone provenienti da Paesi musulmani. Se guardiamo poi in prospettiva alla percentuale di musulmani tra i nuovi nati, soprattutto nelle regioni del Nord, il destino dell'Italia appare già scritto tra le pieghe di una demografia che si fa destino politico.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 maggio 2026
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OMICIDIO DI MASSA, QUELLO CHE I MEDIA NON HANNO RACCONTATO SUBITO
L'uccisione di Giacomo Bongiorni all'inizio è stata raccontata in modo errato per nascondere il vero problema: l'immigrazione incontrollata
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: Sito del Timone, 14 aprile 2026
Ennesimo caso di violenza giovanile, questa volta a Massa: Giacomo Bongiorni, un padre di 47 anni è stato massacrato di botte davanti al figlio undicenne e alla fidanzata da un gruppo di giovani, alcuni dei quali minorenni. La sua colpa? Aver chiesto al gruppo di giovani di smetterla di tirare bottiglie di vetro alla saracinesca di un negozio. La domanda: cosa sta succedendo ai giovani, che sembrano essere diventati violenti? Ottima domanda, ma la vicenda offre un ventaglio di spunti molto più ampio. Prima di arrivare al cuore del problema, soffermiamoci su come è stata data la notizia. Partiamo da «L'uomo cade e batte la testa»; ah, quindi è stata una disgrazia. No: è stato proprio aggredito e ucciso di botte. Proseguiamo con l'immancabile «Sono stati aggrediti, non sono criminali»; povere vittime, sono state aggredite; e l'ucciso, ovviamente, la sarebbe cercata? Infine: «un gruppo di ragazzi, circa una decina, che sarebbero tutti italiani»; ovviamente falso (erano rumeni), ma su questo torneremo. Un primo tema è, ovviamente, la qualità del giornalismo italiano: dove sta il confine tra informazione e propaganda? Qual è il ruolo del giornalista, informare o modificare la «percezione» in base ai desiderata del momento? Secondo la classica definizione, il giornalismo è «il cane da guardia del potere»; nel senso che obbedisce al potere e aggredisce chi lo critica? Ma torniamo all'ultimo punto: i giovani erano tutti rumeni, cioè stranieri, immigrati. Eccolo, l'elefante nella stanza: la correlazione tra l'immigrazione che l'Italia ha subito negli ultimi anni e l'aumento della criminalità, in particolare i reati contro la persona.
GLI IMMIGRATI COMMETTONO MOLTI PIÙ REATI DEGLI ITALIANI I dati dicono chiaramente che gli immigrati commettono molti più reati degli italiani e che il fenomeno è in aumento; per quanto riguarda i reati sessuali (non considerando quelli contro gli animali) i numeri sono ancora peggiori. Ma anche i dati ufficiali sono comunque falsati: gli «italiani di seconda generazione», cioè i figli di immigrati, non vengono considerati immigrati. Beh, che c'entra? Essendo «italiani» dovrebbero delinquere come gli italiani, cioè meno degli immigrati, giusto? Sbagliato. Uno studio tedesco, ad esempio, ha rilevato che mentre la prima generazione di lavoratori ospiti aveva tassi di criminalità comparabili a quelli dei tedeschi, la seconda e la terza generazione mostravano un trend in crescita. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: «Ma io conosco un giovane immigrato, o un "italiano di seconda generazione", ed è un bravo ragazzo». Non ne dubito; ma questa obiezione tradisce un problema cognitivo diffuso, ossia l'incapacità di distinguere tra l'eccezione e la tendenza statistica. Che una persona sia onesta non smentisce il dato aggregato, così come un fumatore che vive cent'anni non dimostra che il fumo non faccia male. La statistica non parla di singoli, ma di probabilità e frequenze. Detto questo, cerchiamo di capire da cosa dipende la maggiore incidenza di reati tra alcune popolazioni immigrate. Non certo dal fatto di essere immigrati in sé - lo dimostra il bassissimo tasso di delinquenza tra gli asiatici orientali - né da presunti fattori genetici o razziali.
L'IMMIGRAZIONE È L'ELEFANTE NELLA STANZA Da cosa, dunque, dipende questo fenomeno? Se gli «italiani di seconda generazione» sono cresciuti in Italia e, quindi, nello stesso ambiente culturale dei loro coetanei autoctoni, da dove deriva questa differenza? Forse dalla cultura patriarcale maschilista italiana? Dall'alimentazione? Dalla musica rap o dai videogiochi? Riflettiamo un attimo. Tra le varie influenze culturali che incidono sulla formazione di un bambino, di un ragazzo e di un giovane, la principale è senz'altro la famiglia; che tende a conservare la cultura di provenienza persino più di quanto facciano i connazionali rimasti in patria. Questo vale anche per gli italiani: mentre in Italia il linguaggio, la cultura e le mode alimentari sono cambiate, nelle comunità italiane all'estero il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso. Ed è innegabile che culture diverse hanno atteggiamenti diversi nei confronti della violenza. Anche in Italia, tra i fenomeni che hanno contribuito al Biennio Rosso (1919-1920) e al successivo squadrismo fascista, c'è la violenza alla quale i giovani sono stati esposti nelle trincee della Prima Guerra Mondiale; è un fenomeno culturale, non genetico o razziale. C'è poi il trauma dell'immigrazione: lasciare il proprio paese comporta uno sradicamento sia sociale che culturale, la perdita di riferimenti linguistici ed economici, l'inserimento in una realtà sconosciuta, non sempre facile. Infine, la condizione economica e sociale e il «controllo sociale», ossia quella vigilanza costante che una intera comunità esercita sui giovani e che spesso è inesistente in condizioni di marginalità. Insomma, solo una società con gravi problemi cognitivi (come la nostra) può pensare che una persona è esattamente uguale e sostituibile a e da un'altra persona, indipendentemente dalla sua storia, cultura di provenienza, modelli familiari eccetera. I dati sull'immigrazione dall'Asia orientale lo dimostrano. L'immigrazione, dunque, è l'elefante nella stanza, la variabile che non viene considerata o, addirittura, volontariamente omessa quando si parla di criminalità in crescita; chissà perché. La stessa cosa, ovviamente, non accade con la variabile età: da qui la percezione che la gioventù sia pericolosa e fuori controllo, con conseguente senso di colpa nei confronti dei genitori. E non avviene nemmeno con il sesso del criminale. Ma questo è un altro tema...
Fonte: Sito del Timone, 14 aprile 2026
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LA CORRELAZIONE TRA PORNOGRAFIA E ABUSI SESSUALI SU MINORI
Uno studio pubblicato evidenzia la normalizzazione della violenza, l'adescamento online e i rischi legati a smartphone e social
Fonte Provita & Famiglia, 19 aprile 2026
Un nuovo studio pubblicato dalla rivista Social Sciences ha rivelato l'esistenza di importanti legami tra pornografia e abuso sessuale sui minori. La ricerca, intitolata "Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell'infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori", è stata condotta da docenti della New York University, dell'Università dell'Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University. Gli autori hanno osservato che l'esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo, con un'età media della prima esposizione collocata nella prima o nella media adolescenza e con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l'84%. In questo contesto, spiegano, il consumo di pornografia influenza atteggiamenti e comportamenti sessuali sia negli adolescenti sia negli adulti, fino a rappresentare una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani.
I QUATTRO LEGAMI PORNO-ABUSI Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro principali modalità di intreccio tra pornografia e abusi sui minori. La prima è il modellamento sociale: i bambini imitano ciò che vedono, con il rischio di riprodurre comportamenti sessuali dannosi. C'è poi la normalizzazione, che rende apparentemente "standard" comportamenti sessuali abusivi e irrealistici. Diversi operatori dei servizi sociali hanno riferito che giovani ragazze hanno subìto strangolamenti durante rapporti sessuali, poiché i ragazzi adolescenti erano stati indotti dalla pornografia a credere che si trattasse di una pratica normale. A questo si aggiungono l'adescamento, attraverso l'uso di materiale pornografico per desensibilizzare i minori all'abuso, e il potere, ovvero quando la pornografia viene usata per controllare e manipolare le vittime, minacciando di rivelarne il consumo o di diffondere immagini sessualmente esplicite.
SMARTPHONE E WEB I PRIMI FATTORI DI RISCHIO Lo studio si è basato su dati qualitativi provenienti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore. Gli intervistati hanno individuato negli smartphone dei bambini uno dei problemi principali. Tra le associazioni familiari e per l'infanzia statunitensi, a tal proposito, c'è chi ha sottolineato che spesso molti genitori non tolgono il telefono ai propri figli per paura di apparire "cattivi genitori", ma questo aumenta in modo sconsiderato il rischio che i bambini si possano imbattere in contenuti inappropriati e pornografici, anche quando guardano video apparentemente innocui come quelli sui cartoni animati. Sempre gli autori dello studio, inoltre, hanno evidenziato che uno dei fattori di rischio più rilevanti è l'accesso illimitato dei bambini a Internet tramite console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all'insaputa dei genitori. Nelle interviste è emerso anche il ruolo dei social media: secondo alcuni operatori, infatti, proprio attraverso strumenti come Snapchat, Facebook e Instagram i criminali riescono a entrare in contatto con i minori, e diversi bambini seguiti dai sanitari hanno raccontato di aver conosciuto un abusatore proprio tramite queste piattaforme.
LA VIOLENZA RESA NORMALE La ricerca ha inoltre confermato la correlazione tra contenuti sessualmente espliciti e violenza, poiché è emerso che, quanto più precoce è l'esposizione alla pornografia, tanto più alta è la probabilità che, in seguito, la persona guardi pornografia violenta. Da qui derivano visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso e della sessualità in generale. Lo studio ha inoltre spiegato che non si tratta soltanto di considerare normale un certo trattamento - violento e vergognoso - verso le donne, ma di arrivare a percepire come piacere comportamenti aggressivi e violenti, fino a parlare di strangolamento, colpi, pugni, immobilizzazione. Anche alcuni infermieri specializzati in casi di violenze sessuali - e intervistati nel corso della ricerca - hanno riscontrato le stesse dinamiche, parlando di adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. Di qui, il punto conclusivo dello studio è netto: solo bloccando l'accesso a questo materiale tossico sarà possibile iniziare a invertire tendenze - e rischi - sempre più gravi per le giovani generazioni.
Fonte: Provita & Famiglia, 19 aprile 2026
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OMELIA VI DOM. DI PASQUA - ANNO A (Gv 14,15-21)
Non vi lascerò orfani
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 6 maggio 2026
Siamo nel Tempo di Pasqua, un tempo in cui la Chiesa non smette di contemplare la presenza viva di Cristo risorto e di imparare cosa significa davvero vivere da cristiani nel mondo. Il Vangelo di questa sesta domenica ci presenta un discorso intimo di Gesù ai suoi discepoli, poche ore prima della Passione: parole che non sono teoria, ma consegna di vita. Gesù afferma: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Non dice: "Se osservate i comandamenti, allora mi amerete", ma il contrario. Il punto di partenza non è lo sforzo morale, ma l'amore. La vita cristiana nasce da una relazione viva con Cristo. Quando uno ama davvero, non sente i comandamenti come un peso, ma come la strada concreta per non tradire quell'amore. Se una persona dice di amare, ma poi vive ignorando sistematicamente la volontà dell'altro, quell'amore è solo a parole. Così è anche con Dio. Qui è illuminante una parola di Sant'Agostino: «Ama e fa' ciò che vuoi». Non è un invito a fare quello che ci pare, ma l'esatto contrario: se ami davvero Dio, la tua volontà sarà trasformata e non potrai volere ciò che lo contraddice. Questo ha conseguenze molto pratiche. Pensiamo alla vita quotidiana: alla fedeltà nei piccoli doveri, alla pazienza in famiglia, alla sincerità sul lavoro, alla purezza nei pensieri e negli sguardi. Non sono semplicemente "regole da rispettare", ma modi concreti per dire a Cristo: "Ti voglio bene davvero". Se invece riduciamo la fede a qualche momento di preghiera e poi nella vita facciamo come ci pare, stiamo riducendo la religione a semplice pratica religiosa. Subito dopo Gesù promette un dono speciale, lo Spirito Santo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito» (Gv 14,16). Non siamo lasciati soli a vivere il Vangelo. Dio stesso viene ad abitare in noi per renderci capaci di vivere da figli. Senza lo Spirito Santo, i comandamenti restano un ideale troppo alto, mentre con Lui diventano una vita possibile. Questo significa che il cristiano non è uno che si arrangia con le sue forze, ma uno che impara a lasciarsi guidare. Nella pratica vuol dire, ad esempio, fermarsi prima di una decisione e imparare ad ascoltare la coscienza. Per questo occorre cercare momenti di silenzio in cui Dio possa parlare. Vuol dire soprattutto riconoscere che certe battaglie interiori non si vincono solo con la volontà, ma invocando lo Spirito Santo.
NON VI LASCERÒ ORFANI (Gv 14,18) La prima lettura (At 8,5-8.14-17) ci offre un'immagine molto concreta dell'importanza dello Spirito Santo. I Samaritani accolgono la Parola di Dio con gioia e poi ricevono lo Spirito Santo attraverso l'imposizione delle mani degli apostoli. Questo ci ricorda che la fede non è mai solo un fatto individuale: passa attraverso la Chiesa, cioè attraverso il suo insegnamento e l'amministrazione dei sacramenti. Nella vita quotidiana non si può vivere una fede "fai da te", ma occorre rimanere uniti alla Chiesa, seguire l'esempio dei santi, nutrire l'anima con i sacramenti, lasciarsi guidare da un padre spirituale. È così che lo Spirito Santo agisce davvero e trasforma la vita. Gesù aggiunge infine una parola consolante: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18). Il cristiano può attraversare prove, incomprensione e solitudine, ma non è mai abbandonato. Il Risorto è presente, anche quando non si vede. Il problema è che spesso noi misuriamo la presenza di Dio con le emozioni: se sento qualcosa, allora Dio c'è, ma se non sento nulla, allora non c'è o non gli interessa la mia vita. Ma la fede è più profonda dei sentimenti. Nella vita concreta questo si traduce in atti di fedeltà e ubbidienza anche quando è difficile. Continuare a pregare quando non se ne ha voglia, fare il bene quando non si vede risultato, comportarsi secondo giustizia quando sarebbe più comodo cedere. È lì che si vede se crediamo davvero che non siamo orfani. Infine Gesù dice: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama... e io mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Qui c'è una promessa straordinaria: chi vive seriamente il Vangelo sperimenta una conoscenza di Cristo che non è solo intellettuale, ma spirituale e profonda. Ordinariamente non si tratta di visioni o cose straordinarie, ma di una certezza e di una pace interiore che non viene mai meno. Allora la direzione è chiara: non aspettare di "sentire di più" per vivere meglio la fede, ma vivere meglio già adesso per conoscere di più Cristo. È facendo la volontà di Dio che si entra nel suo mistero.
PRONTI SEMPRE A RISPONDERE (1Pt 3,15) La seconda lettura ci ricorda che per fare la volontà di Dio occorre anche essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). La fede non è qualcosa da tenere solo per sé o da vivere in modo vago e sentimentale. È una verità che va conosciuta, approfondita, studiata. Se non conosciamo bene ciò che crediamo, difficilmente sapremo rispondere quando qualcuno ci mette in discussione, e rischiamo di ridurre tutto a opinioni personali. Invece il cristiano è chiamato anche a un impegno serio nello studio della dottrina cattolica: il Catechismo, la Sacra Scrittura, l'insegnamento della Chiesa. Questo non per diventare polemici, ma per poter dare una testimonianza chiara, ragionevole, capace di illuminare anche gli altri. Una fede ignorante è fragile, mentre una fede formata diventa capace di fare apologetica, cioè difesa razionale della fede. Pensiamo, ad esempio, a San Giustino Martire. Era un uomo colto e un filosofo che non si accontentò di una fede superficiale. Cercò la verità con tutta la sua intelligenza e, una volta incontrato Cristo, dedicò la sua vita a spiegare e difendere la fede cristiana davanti a un mondo ostile. Non si limitò a credere nel cuore, ma studiò, approfondì, dialogò, rispose alle accuse. E proprio per questa fedeltà alla verità arrivò fino al martirio. In lui vediamo cosa significa davvero essere "pronti a rispondere": una fede conosciuta, amata e difesa dagli attacchi. Questa domenica ci chiede una verifica semplice e concreta: il mio rapporto di amore con Gesù è fatto di parole o di scelte concrete? Lo Spirito Santo ha spazio nella mia vita o faccio tutto da solo? So dare ragione della mia fede oppure no? Credo davvero che non sono orfano, oppure vivo come se tutto dipendesse da me per poi sentirmi solo? Se prendiamo sul serio queste domande, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato non passerà invano, ma diventerà stimolo per la conversione e indicazione pratica per una vita nuova.
Fonte: BastaBugie, 6 maggio 2026
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