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BastaBugie n�977 del 13 maggio 2026
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UCRAINA E IRAN, UNA LEZIONE SULL'INUTILITA' DELLA GUERRA
Potenze come Russia e Stati Uniti non sono state in grado di centrare gli obiettivi per cui hanno lanciato una guerra, malgrado la netta superiorità militare (e non è un caso)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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IL CORRIERE ELOGIA LA VITA DA ESCORT, MA NE TACE I LATI OSCURI
La cronaca della vita di una prostituta non sembra neanche si parli di una persona, ma di un modello di business redditizio raccontato con lo stile accattivante di una serie tv
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del Timone
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UN ANNO CON LEONE XIV: UN PAPA PRUDENTE DAVANTI A DIVISIONI GRAVISSIME
Dal caso della chiesa sinodale tedesca alla Fraternità San Pio X, il primo bilancio del pontificato mostra che non serve una pace apparente, ma la forza della verità cattolica
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
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LE FESTE ISLAMICHE COME PASQUA E NATALE, LA TRAPPOLA DELL'UCOII
L'associazione musulmana chiede il riconoscimento delle festività islamiche e della preghiera del venerdì, equiparandole a quelle cristiane, ma il paragone non regge
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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SCONFITTO ORBAN, L'EUROPA IMPONE ALL'UNGHERIA LA PROPAGANDA LGBT
Ora il nuovo governo deve decidere se piegarsi all'ideologia lgbt e vendere l'anima del paese per sbloccare i fondi europei
Autore: Luca Marcolivio - Fonte: Provita & Famiglia
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LETTERE ALLA REDAZIONE: NON SEGUO PIU' DON LEONARDO MARIA POMPEI
Ho ricevuto molto da lui, ma non guardo più i suoi video da quando ha lasciato la piena comunione visibile con la Chiesa Cattolica
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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OMELIA ASCENSIONE - ANNO A (Mt 28,16-20)
Andate e fate discepoli tutti i popoli
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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UCRAINA E IRAN, UNA LEZIONE SULL'INUTILITA' DELLA GUERRA
Potenze come Russia e Stati Uniti non sono state in grado di centrare gli obiettivi per cui hanno lanciato una guerra, malgrado la netta superiorità militare (e non è un caso)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11 maggio 2026
Nei giorni scorsi ha destato interesse il fatto che la parata di Mosca del Giorno della Vittoria, il 9 maggio, che celebra la vittoria sul nazismo, si sia svolta in tono dimesso rispetto agli anni passati: appena tre quarti d'ora, niente carri armati, niente missili, capacità militari mostrate solo in video, discorso del presidente russo Putin molto più stringato del solito. Paura di possibili attacchi ucraini si è detto, ma sono girate anche voci di possibili timori di un golpe a Mosca. Sempre difficile stabilire cosa ci sia di vero e quanto sia propaganda nelle informazioni che passano, resta però il fatto che paragonata ai toni trionfalistici degli anni passati, la parata di quest'anno ha obiettivamente offerto un'immagine di vulnerabilità, di un regime in difesa. Il fatto è che dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina, gli obiettivi territoriali prefissati non sono ancora stati raggiunti e non è possibile neanche prevedere se lo saranno. È una situazione non prevista a Mosca, che considerava la campagna d'Ucraina un affare di poche settimane; ed è un paradosso se si considera la disparità di forze tra la Russia e l'Ucraina. Spostiamoci nel settore mediorientale e troviamo un'altra situazione analoga, anzi una doppia situazione. Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran, su spinta di Israele, pensando di liquidare la pratica in 3-4 settimane al massimo, come aveva annunciato il presidente americano Donald Trump. I colpi subiti negli scorsi mesi dal regime degli ayatollah, le grandi proteste popolari dello scorso gennaio (represse nel sangue), le divisioni interne al regime, avevano dato l'illusione di un regime prossimo alla fine per cui sarebbe bastata una spallata per eliminarlo e con esso la paventata minaccia nucleare.
STATI UNITI IN DIFFICOLTÀ Come stiamo però vedendo le cose sono andate molto diversamente: di settimane ne sono già passate dieci e la situazione si è molto ingarbugliata e gli ultimi sviluppi ne sono la dimostrazione. Nel solito post sul social Truth, Trump ha definito ieri sera «assolutamente inaccettabile» («totally unacceptable») la risposta dell'Iran alla proposta americana per un accordo duraturo. La situazione torna dunque in alto mare, ma ora gli Stati Uniti si trovano in grande difficoltà perché con tutta la loro forza militare non sono stati in grado di piegare l'Iran: per questo motivo Teheran risponde picche anche sui termini di un eventuale accordo, ma per Washington riprendere i bombardamenti non sarà facile sia perché la disponibilità di munizioni comincia a scarseggiare sia perché la vittoria militare sul campo sarebbe tutt'altro che certa. E senza considerare che Trump deve tenere conto delle elezioni di mid-term a novembre che non gli permettono di tirare troppo per le lunghe una guerra che già gli ha provocato un clamoroso calo nell'indice di gradimento. Parallelamente anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu si trova in una situazione simile. Dopo il tragico massacro di cittadini israeliani subito il 7 ottobre 2023 si è lanciato in una guerra totale per eliminare la presenza di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano e del regime iraniano. Se per l'Iran abbiamo già visto, analogo discorso si può fare per gli altri due fronti: Gaza è stata rasa al suolo ma Hamas è ancora lì; l'esercito israeliano ha invaso il Libano del Sud, ha bombardato Beirut e altre città libanesi ma Hezbollah è ancora vivo e vegeto. Come mai in tutti questi casi non si è stati in grado di centrare gli obiettivi (a prescindere dalla condivisibilità o meno di questi obiettivi)? Sicuramente per errori di sottovalutazione riguardo alle forze del nemico, o di sopravvalutazione delle proprie; ma anche perché - ed è evidente nei casi di Ucraina e Iran - a sostegno delle vittime predestinate entrano in gioco altre potenze che hanno interesse a fermare gli "aggressori". Il risultato è che per porre fine alla guerra - e sempre che a nessuno venga in mente di usare l'arma nucleare - si dovrà necessariamente arrivare a un accordo negoziato, il che comporta necessariamente ridimensionare gli obiettivi, ma con una situazione peggiore rispetto a prima della guerra.
UN ACCORDO CHE PEGGIORA LA SITUAZIONE ANTECEDENTE In Ucraina un accordo potrà anche prevedere che la Russia inglobi i territori ucraini già conquistati, ma saranno territori tutti da bonificare e ricostruire e Mosca dovrà fare i conti con le perdite economiche ed umane sofferte: le stime considerate più realistiche parlano di almeno 200mila soldati morti (alcune arrivano fino a 325 mila), ma con i feriti si arriva a perdite di oltre un milione di persone. Una vera e propria bomba sociale, e da mettere in conto sono anche le ripercussioni politiche e militari di una operazione andata male. In Iran, gli Stati Uniti si stanno trovando a negoziare un accordo che rischia di peggiorare la situazione antecedente il 28 febbraio: il regime è ancora lì, il programma nucleare sarà forse ritardato ma non certo cancellato, potrebbe essere riconosciuto a Teheran un qualche diritto sullo Stretto di Hormuz, e in compenso potrebbero essere revocate, totalmente o parzialmente, le sanzioni contro il regime degli ayatollah. Il tutto, ovviamente, senza considerare le pesanti conseguenze sul costo dell'energia e sulla sicurezza alimentare che tutto il mondo si ritrova a pagare. A questo va aggiunto anche il carico di sofferenze e di odio che ogni guerra comporta e che si trasmette per generazioni. Cosa ci dice tutto questo? Che prima di stare a disquisire sulla "guerra giusta" bisognerebbe riflettere anzitutto sull'inutilità della guerra per raggiungere obiettivi politici ed economici. Non si tratta di pacifismo, ma di realismo. Il pacifismo, con la sua utopia, favorisce la violenza e il diritto del più forte; il realismo invece, insieme a un giusto investimento per la difesa, suggerisce di cercare in tutti i modi di risolvere i contenziosi conciliando i diversi interessi, rifuggendo dall'idea che la pace si possa ottenere eliminando una parte, piccola o grande che sia, dell'umanità.
DOSSIER "GUERRA RUSSIA-UCRAINA" L'offensiva di Putin nel 2022 Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11 maggio 2026
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IL CORRIERE ELOGIA LA VITA DA ESCORT, MA NE TACE I LATI OSCURI
La cronaca della vita di una prostituta non sembra neanche si parli di una persona, ma di un modello di business redditizio raccontato con lo stile accattivante di una serie tv
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del Timone, 30 aprile 2026
A leggerla sul Corriere non sembra neanche si parli di una persona, ma piuttosto di un modello di business redditizio. Con la stessa andatura di una serie tv viene tratteggiata la giornata tipo di una escort sulla quarantina attiva nel panorama milanese, tacendone i pericoli e quasi esaltando i soldi facili e la "libertà". «Mi vendo, ma resto libera», dice Alessandra Vittiglio, "in arte" Taylor B., impegnata a gestire un telefono che squilla incessantemente. Tramite le sue parole viene restituita al lettore la narrazione patinata della vita di una prostituta che unisce competenze psicologiche (con tanto di formazione da criminologa) e freddezza imprenditoriale: dalla gestione professionale della propria immagine, alla meticolosa selezione dei clienti che spaziano da spavaldi giovani a professionisti in cerca di ascolto o compagnia durante eventi esclusivi. «Duecento euro, mezz'ora. Trecento, un'ora. Una giornata può chiudersi a tremila euro. O restare a settecento», spiega. L'incasso mensile può arrivare a ventimila euro, «nei periodi ordinari». Libertà è per Alessandra il controllo totale sulla gestione della propria "attività" con orari, tariffe, luogo e uso del proprio corpo affidati esclusivamente alla sua regia. «Comprano la mia essenza, ma poi torna a me», così Alessandra pensa di orchestrare una cessione parziale della sua persona, ignorando che già siamo stati comprati a caro prezzo (1Cor 6,20) e per questo veramente liberi. Completamente taciuti i rischi e gli aspetti lesivi della dignità umana, il Corriere rischia di ottenere una «irresponsabile propaganda alla prostituzione» a cui qualche ragazzina potrebbe facilmente ispirarsi, avverte Marina Terragni, garante per l'Infanzia. Tuttavia, le numerose evidenze scientifiche su quanto il lavoro di prostitute sia perlomeno rischioso, ci riportano coi piedi per terra. Da una ricerca del 2024 condotta dalla Universitat Oberta de Catalunya (UOC) che ha coinvolto un campione di 76 donne residenti a Barcellona o in altre due città catalane che sono attualmente o sono state in passato lavoratrici del sesso è emerso che oltre il 90% ha subito violenze fisiche, sessuali o psicologiche nel corso del lavoro. Molte di queste poi presentano anche storie pregresse di vittimizzazione, come abusi infantili o violenza domestica. Il 67% ha fatto uso di droghe, spesso spinte dalle pressioni dei clienti o come meccanismo di fuga per gestire il trauma legato all'attività. Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista scientifica Acta Psychiatrica Scandinavica con il quale si sono esaminati 30 studi precedentemente effettuati sull'argomento, ha scoperto come «i problemi di salute mentale erano diffusi tra le lavoratrici del sesso. La depressione era il problema di salute mentale più comune; tuttavia, anche altri problemi psicologici erano frequenti, tra cui ansia, abuso di sostanze e ideazione suicidaria. Le lavoratrici del sesso sono esposte a numerosi rischi, tra cui violenza e comportamenti sessuali ad alto rischio. Nonostante l'elevata prevalenza di problemi di salute mentale, le lavoratrici del sesso incontrano spesso notevoli ostacoli nell'accesso ai servizi sanitari». In ultimo, un rapporto globale di ZipDo delinea una crisi umanitaria con tassi di mortalità estremamente elevati tra le lavoratrici del sesso. Negli Stati Uniti il tasso di omicidi è stimato a 233 per 100.000, contro l'8,9 della popolazione femminile generale. Globalmente, il rischio di omicidio è 12 volte superiore alla media. Il tasso di morte per overdose è 20 volte superiore alla popolazione generale, il tasso di suicidio 4 volte superiore alla media negli Usa e l'aspettativa di vita media è di 35 anni, rispetto ai 72 della popolazione generale. Intanto dalla più vicina Francia non arrivano notizie più confortanti. Fiore all'occhiello europeo dell'aborto in Costituzione ha visto in quattro anni l'aumento del 43% di minorenni che si prostituiscono, secondo i dati dell'Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne. E nonostante l'aumento dei numeri sia in parte spiegato dal miglioramento dell'attività di identificazione e supporto svolta da associazioni e servizi governativi, quei numeri sono reali e sono persone. Badi il Corriere a scegliere una narrazione semplicistica e irresponsabile.
Fonte: Sito del Timone, 30 aprile 2026
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UN ANNO CON LEONE XIV: UN PAPA PRUDENTE DAVANTI A DIVISIONI GRAVISSIME
Dal caso della chiesa sinodale tedesca alla Fraternità San Pio X, il primo bilancio del pontificato mostra che non serve una pace apparente, ma la forza della verità cattolica
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 3 maggio 2026
Un anno fa, il lunedì 8 maggio del 2025, si apriva il pontificato di Leone XIV, Robert Francis Prevost, 267° pontefice della Chiesa cattolica, primo Papa statunitense, primo appartenente all'Ordine di Sant'Agostino. «La pace sia con tutti voi... Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» sono state le prime parole del nuovo Pontefice, pronunciate dalla loggia della Basilica di San Pietro. Fin dall'esordio, Leone XIV ha voluto incentrare il suo ministero sulla pace e sull'unità, dentro e fuori la Chiesa. Per questo, ha invitato a "costruire ponti, con il dialogo, con l'incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace". Un Papa "costruttore di ponti", un Papa "Pellegrino di pace e di unità", come egli stesso si è definito nell'omelia della Messa nell'aeroporto di Bamenda, in Camerun, lo scorso 17 aprile. Un obiettivo certamente alto e nobile quello della pace, soprattutto se essa è costruita sulla pietra angolare che è Cristo, Capo della Chiesa e Salvatore del mondo, ma la situazione della Chiesa e del mondo oggi non è purtroppo favorevole ai costruttori di ponti e ai pellegrini di pace. Fare il bilancio di un anno pontificato, tenendo presente questa realtà non è semplice, perché il complesso di parole, di atti, di documenti del Pontefice non indica ancora l'unità di una direzione, permettendoci di prevedere le priorità e le prospettive pastorali che orienteranno la Chiesa. Fino oggi le scelte del Pontefice sono state caute e misurate, mentre gravi e profondi sono i problemi che si avvicinano e che egli ha di fronte in un incerto futuro. Il più grave in assoluto di questi problemi è il caso tedesco. Il 21 aprile scorso, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, già consigliere di Papa Francesco nel governo della Chiesa, ha raccomandato ai servizi pastorali della sua diocesi l'uso di un manuale intitolato "La benedizione dà forza all'amore", che propone diverse "formule" per benedire le coppie dello stesso sesso e i divorziati risposati. Il testo è stato approvato dalla Conferenza del 4 aprile 2025, che riunisce la Conferenza episcopale tedesca e il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK).
LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAY Interrogato su questo episodio durante il volo di ritorno dalla sua visita africana, giovedì 23 aprile, Leone XIV ha voluto chiarire la sua posizione con queste parole: «La Santa Sede ha chiaramente fatto sapere che non siamo d'accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso le coppie omosessuali, come chiedete, o le coppie in situazione irregolare, al di là di quanto è stato specificamente autorizzato da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevono benedizioni. Tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo, oggi penso che il tema possa causare più divisione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna». Il Papa discorda dunque dal Cammino Sinodale tedesco e prende indirettamente le distanze dalla dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fiducia Supplicans, pubblicata il 18 dicembre 2023 e approvata da Papa Francesco, che consente la benedizione pastorale, anche se non rituale, per le coppie in situazioni "irregolari" e per quelle dello stesso sesso. Però Papa Leone sa che i vescovi tedeschi continueranno a richiamarsi a quel documento, almeno fino a quando non ne uscirà uno della stessa, o di maggior autorità ma di segno diverso. La posizione dei vescovi tedeschi, d'altra parte, è chiara e, a suo modo, coerente. La Conferenza episcopale fin dal gennaio del 2020 si è messa alla testa di un "cammino sinodale", che ha l'obiettivo di estendere alla Chiesa universale le decisioni "vincolanti" del suo "sinodo permanente", tra le quali, l'ordinazione ministeriale delle donne e l'inclusione degli omosessuali nella Chiesa, aprendo loro tutti i sacramenti, anche il matrimonio. La Santa Sede è intervenuta più di una volta per mettere in guardia i vescovi tedeschi, fin da quando monsignor Filippo Iannone, che nel 2025 Leone XIV ha messo a capo del dicastero per i vescovi, scrisse al loro presidente, il cardinale Marx, per avvisare che questi temi dirompenti "non riguardano la Chiesa in Germania ma la Chiesa universale e, con poche eccezioni, non possono essere oggetto di deliberazioni o decisioni di una Chiesa particolare". Ma lo stesso cardinale Marx, in un'intervista rilasciata al settimanale Stern il 30 marzo 2022, aveva dichiarato che: "Il catechismo non è scolpito nella pietra. Si può anche dubitare di ciò che dice". E, di fatto, lo ha ribadito il 21 aprile scorso. Leone XIV si trova dunque di fronte ad una grave lacerazione, che sulla scia dell'esempio tedesco, potrebbe estendersi ad altri episcopati, ponendolo in una posizione di quasi minoranza all'interno della Chiesa.
LE CONSACRAZIONI EPISCOPALI SENZA MANDATO PONTIFICIO Ma un altro problema è all'orizzonte: le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio che la Fraternità San Pio X ha annunciato per il 1 luglio 2026. Sembra che la Santa Sede stia preparando un decreto di scomunica, analogo a quello promulgato dalla Congregazione per i Vescovi il 1 luglio 1988. Ma al di là del giudizio sulle consacrazioni e sulle censure che ad esse seguiranno, non si può non constatare che ci troveremo di fronte a una frattura ecclesiale, che anch'essa vanifica, o quanto meno allontana, la auspicata mèta della pace e dell'unità nella Chiesa. Dopo la scomunica del 1988, Benedetto XVI aveva per così dire gettato un ponte al mondo tradizionalista promulgando nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum e revocando nel 2009 le scomuniche comminate alla Fraternità San Pio X. Successivamente, papa Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e ha stabilito modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei loro priorati. D'altra parte, se nel 1988 si poteva immaginare una progressiva scomparsa della Fraternità San Pio X, dopo la morte del suo fondatore, la realtà di oggi è che essa conta più di 700 sacerdoti, oltre 200 seminaristi, più di un centinaio di priorati e centinaia di centri di Messa in oltre 60 Paesi, con centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo. Quanto dovrebbe accadere nel mese di luglio non sarà la costruzione di un ponte, ma la creazione di un nuovo fossato tra questo mondo e la Santa Sede. Sullo sfondo della politica internazionale, poi, alla guerra russo-ucraina, si è aggiunta quella che vede gli Stati Uniti ed Israele contrapposti all'Iran in Medio Oriente. Il Papa ha condannato questa come tutte le altre guerre, ma la pace è ancora lontana e con lo scontro tra Donald Trump e Leone XIV si è recentemente aperto un contrasto, che è forse il più grave nella storia delle relazioni tra Santa Sede e Stati Uniti nell'ultimo secolo. Di tutto questo il Papa non ha diretta responsabilità, ma visto sotto l'angolatura della pace e dell'unità considerati come beni assoluti, il bilancio del suo primo anno di pontificato appare preoccupante. Se si ricorda però che la pace e l'unità non sono valori assoluti, ma si fondano su Verità e Giustizia, anche gli scontri e le divisioni possono essere salutari, aiutando a ritrovare la strada, che nel caos si è smarrita. E questa la migliore preghiera e il sincero augurio che si può fare per Leone XIV: che egli ci conduca alla vera pace di Cristo, nel Regno di Cristo, affrontando tutte le difficoltà, le sofferenze, e le lotte, che questo cammino può comportare.
DOSSIER "PAPA LEONE XIV" Il primo pontefice dagli USA Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: Radio Roma Libera, 3 maggio 2026
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LE FESTE ISLAMICHE COME PASQUA E NATALE, LA TRAPPOLA DELL'UCOII
L'associazione musulmana chiede il riconoscimento delle festività islamiche e della preghiera del venerdì, equiparandole a quelle cristiane, ma il paragone non regge
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 5 maggio 2026
Il presidente dell'Ucoii, a nome dei musulmani che vivono in Italia, ha chiesto il riconoscimento pubblico della religione islamica nel nostro Paese. La pretesa non è solo di tipo sindacale ma è una sfida religiosa alla politica, soprattutto per il richiesto «riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Alcuni quotidiani hanno efficacemente semplificato le cose così: le due festività islamiche principali equiparate a Pasqua e Natale. Del resto, è quello che ha scritto la stessa Ucoii nella sua lettera aperta sull'argomento. Su La Verità di ieri, 4 maggio, Gianluigi Paragone finiva il suo articolo sull'argomento con queste parole: «vediamo chi è in grado di elaborare una risposta culturale». Noi ci proviamo. Una festa nazionale è un momento in cui un intero popolo si riconosce in alcuni valori fondanti la propria comunità. Ciò vale per le festività nazionali laiche, come l'anniversario della conclusione di una guerra o della fondazione dello Stato, ma anche in caso di festività religiose. Per esempio, da quest'anno è stata ripristinata la festività nazionale di san Francesco del 4 di ottobre. Di questo tipo sono anche le feste locali nel giorno del santo Patrono. In queste occasioni è usanza che anche le autorità civili e militari siano presenti in chiesa davanti all'altare o in processione pubblica per le vie cittadine. In questi casi la festa è religiosa e tale resta, ma produce effetti anche civili pubblicamente riconosciuti. Ciò sta a significare che la religione di riferimento di quella festività - in questo caso quella cattolica - è riconosciuta come fortemente significativa anche per la comunità politica, anzi spesso addirittura fondativa, quando il santo che vi viene venerato è considerato Padre fondatore e Defensor civitatis.
DIMENSIONE PUBBLICA DELLA RELIGIONE Si dirà che ormai queste manifestazioni si sono secolarizzate e il senso diffuso di questa dimensione pubblica fondativa della religione si è molto ridotto o è addirittura scomparso. Oppure si può osservare che questi appuntamenti riguardano fatti del passato che risentono dei tempi in cui vennero istituiti. Così, se ora c'è una consistente comunità islamica è giusto riconoscere le loro festività accanto alle nostre e aprire ai minareti accanto ai campanili. Però nessuna cosa è vera o falsa, buona o cattiva, in base al consenso che riceve o se sia conforme alle mode del tempo. La dimensione politica della religione, nelle feste religiose nazionali ma anche nel suono delle campane, ha ragioni molto più profonde, non solo storiche o sociologiche. Essa esprime la convinzione della ragione politica che quella religione propone delle verità e un comune sentire senza di cui non ci può essere bene comune, che quella religione, con i suoi principi validi sempre, corregge le disfunzioni della politica stessa, confermandone i limiti e nello stesso tempo spingendola coraggiosamente in avanti. Ci sono valori che la politica ha preso dalla religione e che finisce per dimenticare se la religione non glieli ricorda: si pensi al concetto di "persona".
IL RUOLO PUBBLICO DELLA RELIGIONE CATTOLICA Il ruolo pubblico della religione cattolica, evidente anche nelle feste nazionali, non deriva solo dalle usanze del passato o dal folclore di cui sarebbero le ormai residuali manifestazioni. La politica deve cercare la religione vera, quella che conferma le sue verità naturali e le fortifica purificandole. Se in Italia ci sono feste religiose con una valenza nazionale è perché la politica le considera espressioni di una religione vera, indispensabile per aiutare a perseguire il bene comune. Non è un favore dedicato ad una religione a caso, oppure a quella che per motivi storici è nel cortile di casa. Con queste parole abbiamo individuato come le cose dovrebbero andare, non come vanno. Oggi la politica non sembra in grado di fare ciò, incapace, come sembra essere, di distinguere tra le religioni, considerate, in virtù di un male inteso diritto alla libertà religiosa, un atto di volontà personale da garantire pubblicamente in ogni caso da parte dello Stato. Le religioni, però, non sono solo una scelta personale, ma hanno dei contenuti, di cui la politica non può disinteressarsi. Si conceda pure la libertà di fede religiosa, ma non la legittimità pubblica d'ufficio delle cose credute. Molte religioni propongono forme di vita contrarie al bene comune e spesso non si tratta solo di norme specifiche ma della civiltà globale stessa che quella religione porta con sé. Questo è precisamente il caso dell'islam. La laicità liberale moderna non è in grado di affrontare questo problema e il riferimento ai diritti degli individui ad avere riconosciuta pubblicamente la propria religione qualsiasi essa sia, la spingerà a cadere nella trappola della "discriminazione" (in questo caso islamofobia) da evitare. La Chiesa cattolica italiana non aiuterà la politica a fare questo sforzo nell'uso della propria ragione, perché già da tempo impegnata sul fronte del qualunquismo religioso motivato impropriamente dal dialogo interreligioso. Le forze politiche anticattoliche, in accordo con la CEI, ne approfitteranno per denunciare l'improprietà del ruolo pubblico assegnato alla religione cattolica. Il tema della richiesta dell'Ucoii, per questi motivi, sarà dirimente: dopo aver fatto questa nostra proposta culturale, siamo curiosi di vedere se mai qualche partito la interpreterà. Ma confessiamo di essere piuttosto pessimisti.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 5 maggio 2026
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SCONFITTO ORBAN, L'EUROPA IMPONE ALL'UNGHERIA LA PROPAGANDA LGBT
Ora il nuovo governo deve decidere se piegarsi all'ideologia lgbt e vendere l'anima del paese per sbloccare i fondi europei
Autore: Luca Marcolivio - Fonte: Provita & Famiglia, 30 aprile 2026
Dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria, l'Unione Europea non perde tempo e ricomincia a fare pressioni sui presunti diritti Lgbt+. Un vero e proprio ultimatum è infatti arrivato dalla Corte di Giustizia dell'UE che, in una sentenza emessa lo scorso 21 aprile, ha ordinato alle autorità magiare di abrogare la norma del 2021, che stabiliva il divieto o la severa limitazione della promozione dell'omosessualità e della transizione di genere nei media accessibili ai minori. L'introduzione della norma da parte del governo Orbán era avvenuta all'atto dell'adozione del regolamento UE sui contenuti audiovisivi e delle sue disposizioni sulla protezione dei minori dai contenuti dannosi. Da parte sua, la Corte di Giustizia dell'UE ha ritenuto che le restrizioni di Budapest sulla propaganda Lgbt+ rappresentino la violazione di una serie di leggi comunitarie e costituirebbero «un'ingerenza particolarmente grave in diversi diritti fondamentali». La Commissione ha deferito il caso alla Corte, con il sostegno di 15 Stati membri e del Parlamento Europeo. Al momento dell'adozione delle norme ungheresi, il presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen aveva definito il provvedimento «una vergogna» e aveva promesso di usare «tutti i poteri della Commissione per garantire i diritti di tutti i cittadini dell'UE, chiunque essi siano e ovunque vivano». Nonostante le pressioni giunte dall'UE, il governo ungherese era andato avanti, implementando ulteriormente la norma, attraverso il divieto dei Pride, stabilito lo scorso anno. Secondo il principale consulente legale della Corte di Giustizia dell'UE, l'Ungheria «si è discostata significativamente dal modello di una democrazia costituzionale», criticando le norme in quanto «basate su un giudizio di valore secondo cui la vita omosessuale e non cisgender non ha lo stesso valore o status della vita eterosessuale e cisgender». «Accogliamo con favore la storica sentenza odierna della Corte. È la prima volta che la Corte riscontra una violazione di tale disposizione fondamentale di un trattato sui valori dell'UE», ha dichiarato da parte sua la portavoce della Commissione, Eva Hrncirova. «Ora la palla passa all'Ungheria: spetta al governo ungherese dare attuazione alla decisione». Cosa farà il nuovo premier dell'Ungheria? Starà quindi al nuovo premier ungherese Péter Magyar la scelta se obbedire ai diktat dell'Unione Europea o, al contrario, stabilire una continuità con il suo predecessore. Se da un lato, durante la campagna elettorale, lo sfidante di Orbán aveva usato toni più morbidi dinanzi alla questione Lgbt+, è altrettanto vero che il programma di Tisza (il partito che adesso controlla i due terzi del Parlamento magiaro) - forse per ragioni di opportunità elettorale - non prevedeva l'abolizione delle restrizioni orbaniane. Rimane il fatto che la dissuasione nei confronti di qualunque promozione dell'immaginario Lgbt+ presso i minori (il Pride ne è l'esempio più lampante ma non l'unico, visto che la legge ungherese si focalizza molto sui contenuti attraverso i media) dovrebbe essere un principio universalmente condivisibile e da difendere strenuamente, a prescindere dall'appartenenza politica. La Corte di Giustizia dell'UE si è assunta quindi una responsabilità gravissima nei confronti dei bambini del vecchio continente, mentre il possibile cedimento del nuovo governo magiaro a queste pressioni e a quelle lobby arcobaleno costituirebbe un precedente importante e preoccupante.
Nota di BastaBugie: Luca Volontè nell'articolo seguente dal titolo "Come previsto: Magyar cambia linea per ingraziarsi l'Ue" parla del nuovo premier ungherese Magyar che va alla corte di Bruxelles e riceve promesse sui soldi, ma dovrà vendere l'anima del paese per ottenerli. I cambi più vistosi nei ministri meno ostili alla causa Lgbt. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 1 maggio 2026: Peter Magyar va alla corte di Bruxelles, riceve promesse sui soldi ma dovrà vendere l'anima del paese per ottenerli. Alti funzionari dell'UE e il nuovo governo ungherese discutono da mercoledì i cambiamenti legislativi che Budapest dovrà attuare per sbloccare 17 miliardi di euro di fondi UE trattenuti per condizionare la vittoria delle opposizioni e limitare l'azione del governo Orban in questi anni. Alcuni dei fondi congelati, come gli 11 miliardi di euro (13 miliardi di dollari) del Fondo per la ripresa post-pandemia, dovranno essere prelevati entro metà agosto, altrimenti andranno persi irrimediabilmente. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il futuro primo ministro ungherese Peter Magyar partecipano ai colloqui, visto che i funzionari di entrambe le parti si sono già incontrati due volte dopo la vittoria elettorale del partito Tisza del 12 aprile. In questi giorni Péter Magyar, è a Bruxelles per ristabilire le relazioni tra il Paese dell'Europa centrale e i suoi alleati dell'UE per sbloccare la situazione, sostenuto senza mezzi termini anche dal leader del PPE Manfred Weber, a conferma della assoluta politicizzazione delle misure che hanno colpito da un decennio il governo Orban. «Questi incontri sono interamente incentrati su come compiere progressi nello sblocco dei fondi UE destinati all'Ungheria», ha dichiarato lunedì in una conferenza stampa il portavoce della Commissione Olof Gill perchè, ha proseguito, «vogliamo collaborare in modo strutturato e mirato con il nuovo governo ungherese per garantire che, fin dalle prime fasi, vengano intraprese tutte le azioni necessarie affinché il popolo ungherese, a beneficio del quale erano destinati questi fondi, possa usufruirne il prima possibile». Partire col passo giusto è dunque fondamentale, perciò il futuro Premier Peter Magyar ha cambiato idea repentinamente sul prossimo Ministro dell'istruzione ungherese, passando dalla preferenza per la cattolica e stimatissima Rubovszky Rita, alla nomina di Judit Lannert, attivista favorevole all'educazione sessuale ed al gender nelle scuole. La Professoressa Rubovszky Rita, direttrice generale dell'Autorità scolastica cistercense, già vicepresidente degli insegnanti cattolici europei, apprezzatissima dai vertici della Chiesa Cattolica e dall'intera comunità educativa del paese era in pole position sino allo scorso weekend, successivamente, anche a seguito della sentenza del 21 aprile della Corte di Giustizia europea contraria alla legge ungherese che limita propaganda LGBTI e aggrava le pene ai pedofili, il futuro Premier Magyar deve aver capito l'aria che tirava da est e si è immediatamente adeguato. Due giorni dopo la sentenza europea, il 23 aprile, è stata resa nota la notizia della presentazione all'Autorità nazionale per i media e le telecomunicazioni ungherese di una richiesta per il lancio di un nuovo servizio televisivo e social denominato "Rainbow TV" che opererebbe sia come canale televisivo lineare che come piattaforma di streaming online, combinando la trasmissione tradizionale con l'accesso digitale, con una programmazione di 24 ore con contenuti vari ma tutti caratterizzati dal fil rouge della propaganda LGBTI. Successivamente, in questi giorni, la nomina di Ministro dell'Istruzione e degli Affari relativi all'Infanzia per Judit Lannert che sul suo profilo Facebook personale utilizza simboli arcobaleno e ha più volte espresso solidarietà alle comunità LGBTQ in Ungheria. La nomina della Lannert all'incarico, porterà presumibilmente un approccio più "aperto", "inclusivo" e "creativo" all'istruzione ungherese anche con la chiusura delle piccole scuole per far fronte alla carenza di insegnanti in Ungheria e non eccepirà in nulla nei confronti dei desiderata di Bruxelles visto il suo sostegno ai Pride di Budapest e la sua opposizione alla legge ungherese, bocciata dalla Corte europea, che vieta qualsiasi tipo di educazione e propaganda LGBTQI nelle scuole ed in pubblico. Nel frattempo, per meglio affrontare le riforme necessarie nei rispettivi partiti e promuovere il cambiamento necessario nei gruppi parlamentari, molti politici di lungo corso ed i leader dei cristiani democratici (KDNP) Zsolt Semjén e quello di Fidesz Viktor Orban, hanno deciso di rinunciare al seggio parlamentare e lasciare la guida delle agguerrite e preparate pattuglie dell'opposizione a due giovani preparati, rispettivamente all'ex Segretario di Stato Bence Rétvári per i democristiani e all'ex Ministro Gergely Gulyás per Fidesz. Ennesimo esempio di statura politica e morale che nessun critico di Orban mai si sognerebbe di imitare. In ogni caso, Peter Magyar ha celebrato i colloqui avuti a Bruxelles come «estremamente costruttivi e positivi», assicurando un pronto rilascio dei fondi dovuti per rilanciare l'economia ungherese e ad attuare gli interventi necessari per costruire un «paese funzionante e umano». Un prossimo incontro si svolgerà il 25 maggio ma a che prezzo? Al momento le assicurazioni che l'UE non imporrà condizioni in contrasto con gli interessi dell'Ungheria appaiono delle vere e proprie bugie dalla "gambe corte".
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Fonte: Provita & Famiglia, 30 aprile 2026
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LETTERE ALLA REDAZIONE: NON SEGUO PIU' DON LEONARDO MARIA POMPEI
Ho ricevuto molto da lui, ma non guardo più i suoi video da quando ha lasciato la piena comunione visibile con la Chiesa Cattolica
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 13 maggio 2026
Gentile Redazione, vi scrivo per condividere una riflessione personale, nata dopo aver ascoltato la comunicazione pubblica di Don Leonardo Maria Pompei che, il 3 settembre scorso, ha annunciato la propria dolorosa decisione di lasciare la piena comunione visibile con la Chiesa cattolica. Non scrivo con spirito polemico, né con il desiderio di giudicare la coscienza di una persona. Scrivo, piuttosto, da fedele cattolica che ha ricevuto molto da quel sacerdote e che, proprio per questo, ha vissuto con grande sofferenza quanto accaduto. Ho seguito in diretta la sua comunicazione e ho ascoltato con sincero struggimento il racconto del suo cammino, segnato da difficoltà, incomprensioni, ferite e sofferenze. Mentre parlava, mi venivano in mente altri sacerdoti che conosco, pochi in verità, i quali hanno dovuto integrare con fatica la formazione ricevuta in seminario e che oggi portano avanti il loro ministero con fedeltà al Signore e al Vangelo, spesso nel nascondimento, tra mille difficoltà, dosando coraggio e prudenza, sopportando compromessi e sofferenze. Li porto tutti nel cuore, perché in questi tempi di grande confusione la loro opera è più che mai preziosa. Purtroppo, nella zona in cui vivo, è molto difficile trovare sacerdoti capaci di offrire una guida sicura nella fede cattolica. Per questo, insieme a mio marito, abbiamo spesso fatto molti chilometri in giro per l'Italia, pur di incontrare pastori rimasti fedeli al Signore e capaci di guidare le anime sulle Sue vie. È proprio questa ricerca di pastori fedeli al Pastore grande che mi aveva portato a conoscere e seguire anche Don Leonardo. Gli devo molto. Da lui ho ricevuto insegnamenti, esempi e richiami che hanno inciso concretamente sulla mia vita cristiana. Non posso dimenticare, per esempio, che anche il mio modo di vestire è cambiato in seguito ai suoi accorati inviti alla modestia e al decoro. Anche la recita del rosario intero, la coroncina delle dodici stelle, la preghiera all'angelo custode ogni volta che mi metto al volante, insieme ad altre preghiere e buone abitudini, hanno avuto origine dalle sue catechesi e dal suo esempio. A lui devo anche uno sguardo nuovo sui sacerdoti: sulla loro dignità, legata al ministero ricevuto, e sul rispetto che è loro dovuto. Per tutto questo provo una sincera gratitudine. Lo ringrazio di cuore per essersi speso, negli anni, per aiutare tanti fedeli a sollevare lo sguardo dalla terra al Cielo, soprattutto in un tempo segnato da confusione, smarrimento e tradimenti dentro la Chiesa. Tutta questa gratitudine, però, non mi ha spinta a seguirlo nella strada che ha deciso di intraprendere. Appena terminata la sua comunicazione del 3 settembre, dissi a mio marito: "Capisco perfettamente, ma non condivido". E dopo vari mesi è ancora questa la mia posizione. Comprendo il dolore. Comprendo lo scandalo davanti a tante deviazioni dottrinali, liturgiche e morali. Comprendo la fatica di vedere la Chiesa attraversata da crisi profonde e da comportamenti che feriscono le anime. Ma comprendere non significa approvare ogni scelta che da quel dolore nasce. Non posso condividere la decisione di rompere con la Chiesa Cattolica visibile, perché il rischio spirituale è troppo grande. Lo stesso Don Leonardo, in passato, parlando del caso di P. Giorgio Maria Farè, aveva osservato che seguire un sacerdote sospeso o separato dalla disciplina ecclesiale poteva mettere in confusione le anime e comportare rischi anche per i fedeli. Trovai allora quella riflessione molto condivisibile, e sono rimasta nella stessa posizione anche davanti alla sua scelta, sebbene con grande dispiacere. Il punto decisivo, per me, è questo: se Nostro Signore non confermasse il giudizio di chi ritiene decaduta l'autorità delle attuali gerarchie della Chiesa, il rischio sarebbe quello di trovarsi, magari senza volerlo, fuori dalla Chiesa Cattolica. E questo significherebbe mettere a repentaglio il proprio destino eterno. Non sono disposta a correre questo rischio. Per questo, a malincuore, ho smesso di seguire Don Leonardo. Non per ingratitudine. Non perché abbia dimenticato il bene ricevuto. Non perché non riconosca la sua sofferenza. Ma perché, davanti al dubbio, preferisco restare aggrappata alla Chiesa Cattolica, anche quando è ferita, anche quando è umiliata, anche quando i suoi uomini danno scandalo. Sono certa che il Signore non abbandona chi cerca sinceramente la verità. Infatti, poco dopo, la Provvidenza mi ha offerto l'occasione di approfondire il rapporto con un altro sacerdote che già conoscevo e stimavo, e questo mi è sembrato una conferma della scelta fatta. Continuo comunque a pregare per Don Leonardo. Chiedo al Signore che lo illumini, lo custodisca, lo guidi in ogni passo e gli faccia comprendere qual è la strada più sicura per il Paradiso. Questa lettera nasce dunque da un sentimento duplice: da una parte la gratitudine per il bene ricevuto, dall'altra la convinzione che nessun dolore, nessuna crisi, nessuno scandalo possa giustificare una scelta che espone le anime al rischio di separarsi dalla Chiesa cattolica. In tempi come questi, forse, la prova più grande non è solo riconoscere gli errori e le infedeltà presenti nella Chiesa. La prova più grande è rimanere cattolici fino in fondo, senza chiudere gli occhi davanti al male, ma senza neppure lasciarsi trascinare fuori dall'unico ovile di Cristo. Con gratitudine e preghiera, Nadia
RISPONDE IL SACERDOTE
Gentile Nadia, ti ringrazio sinceramente per la tua lettera. L'ho letta con attenzione, con rispetto e anche con commozione, perché dalle tue parole traspare non solo una sofferenza autentica, ma anche un amore vero per la Chiesa e per il sacerdozio. Hai saputo distinguere il bene ricevuto da una persona dalla scelta che quella stessa persona ha poi compiuto. Questo è un segno di grande equilibrio cristiano. Non hai rinnegato il bene, non hai cancellato la gratitudine, non hai ceduto alla durezza del giudizio; ma, nello stesso tempo, non hai trasformato la gratitudine in dipendenza spirituale. È una distinzione decisiva. Nella vita della Chiesa può accadere che un sacerdote, anche capace di fare del bene, anche dotato di zelo, anche capace di richiamare i fedeli alla preghiera, alla modestia, alla devozione, alla serietà della vita cristiana, giunga poi a compiere scelte oggettivamente pericolose. Questo non cancella automaticamente il bene fatto in precedenza, ma obbliga i fedeli a esercitare prudenza, discernimento e obbedienza alla Chiesa. Tu hai colto bene il punto centrale: il rischio non è piccolo. Quando un sacerdote si pone fuori dalla disciplina della Chiesa, o invita i fedeli a seguirlo in un cammino di rottura, non si tratta più soltanto di una questione personale. Le anime possono entrare in confusione. La sofferenza per la crisi della Chiesa, se non è custodita nell'umiltà e nell'obbedienza, può trasformarsi in una via di separazione. E questo è sempre un pericolo grave. È vero: oggi molti fedeli soffrono. Vedono ambiguità, scandali, silenzi, cedimenti, e talvolta si sentono spiritualmente abbandonati. Non bisogna minimizzare questa sofferenza. Sarebbe ingiusto e anche poco pastorale. Ma proprio perché la crisi è reale, occorre essere ancora più saldi nel principio cattolico: la Chiesa non è nostra, è di Cristo. E si rimane nella Chiesa non perché tutto vada bene, non perché tutti i pastori siano esemplari, non perché ogni decisione umana sia prudente o santa, ma perché lì Cristo ha posto la sua Chiesa, i suoi sacramenti, la sua autorità e la via ordinaria della salvezza. Il Signore non ci ha promesso una Chiesa senza croce. Ci ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Questa promessa non elimina le prove, ma ci impedisce di cercare una "Chiesa più pura" fuori dalla Chiesa reale, visibile, ferita, umiliata e tuttavia ancora santa perché fondata da Cristo e vivificata dallo Spirito Santo. Per questo la tua decisione di non seguire quel sacerdote nella rottura è cristianamente saggia. Non è una decisione impulsiva, né superficiale. È una decisione sofferta, ma ordinata. Tu non hai detto: "Non ho ricevuto nulla da lui". Hai detto, piuttosto: "Ho ricevuto molto, ma non posso mettere a rischio la mia comunione con la Chiesa". Questa è una posizione cattolica. Ti direi anche di non trasformare questa ferita in amarezza. Continua a pregare per quel sacerdote, come già stai facendo. Prega perché il Signore lo riconduca a una piena comunione ecclesiale. La preghiera per un sacerdote in difficoltà è un'opera di carità grande. Ma la carità non chiede di seguirlo nell'errore; chiede di volere sinceramente il suo bene eterno. Quanto al tuo cammino personale, continua a cercare buoni sacerdoti, ma senza dimenticare che il punto fermo non può mai essere il carisma di un singolo. Un sacerdote può aiutare molto, ma il centro resta Cristo nella sua Chiesa. Quando un fedele lega troppo la propria vita spirituale a una persona, anche ottima, rischia di essere travolto se quella persona cade, cambia strada o si smarrisce. La Provvidenza, come tu stessa hai riconosciuto, non ti ha lasciata sola. Il fatto che tu abbia già trovato un altro sacerdote capace di accompagnarti è un dono. Accoglilo con gratitudine, ma sempre con quella libertà interiore che nasce dalla fede: i sacerdoti sono strumenti, preziosi e necessari, ma non sono il fondamento ultimo della nostra speranza. La tua lettera può fare bene a molti lettori, perché esprime una verità semplice e oggi molto necessaria: si può soffrire per la Chiesa senza uscire dalla Chiesa; si può denunciare la confusione senza cadere nella ribellione; si può essere grati a un sacerdote senza seguirlo quando prende una strada pericolosa. Rimaniamo dunque cattolici. Non cattolici ingenui, che non vedono nulla. Non cattolici arrabbiati, che finiscono per staccarsi dall'ovile. Ma cattolici fedeli, vigilanti, oranti, radicati nei sacramenti e nella dottrina di sempre. Ti ringrazio ancora per la tua testimonianza. Ti accompagno con la preghiera e ti chiedo di pregare anche per noi sacerdoti, perché restiamo fedeli fino alla fine, senza tradire Cristo, senza scandalizzare le anime e senza mai dimenticare che il sacerdozio non appartiene a noi, ma alla Chiesa.
DON LEONARDO MARIA POMPEI, L'OBBEDIENZA CHE MANCA E L'ESEMPIO DEI SANTI La sospensione a divinis è l'ovvia conseguenza della sua non sottomissione alla gerarchia ecclesiastica e il rifiuto di celebrare la Messa di Paolo VI di Daniele Trabucco https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8285
VIGANO' E DON POMPEI, SENZA GERARCHIA NON C'E' CHIESA VISIBILE Giusta disobbedienza a un superiore illegittimo? Disconoscendo i legittimi pastori si toccano i fondamenti stessi della Chiesa: visibilità e apostolicità (VIDEO: Non è lecito seguire sacerdoti sospesi) di Luisella Scrosati https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8337
DOSSIER "EXTRA ECCLESIAM" Sacerdoti ridotti allo stato laicale Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: BastaBugie, 13 maggio 2026
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OMELIA ASCENSIONE - ANNO A (Mt 28,16-20)
Andate e fate discepoli tutti i popoli
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 13 maggio 2026
L'Ascensione del Signore potrebbe sembrare, a prima vista, una festa di distacco: Gesù sale al cielo e si allontana dai suoi discepoli. In realtà è il contrario. È la festa della presenza nuova di Cristo, una presenza non più limitata a un luogo o a un tempo, ma capace di raggiungere ogni uomo, in ogni parte del mondo e in ogni epoca. Per questo gli Apostoli, dopo l'Ascensione, non tornano a Gerusalemme disperati, ma pieni di gioia. Hanno capito che Gesù non li ha abbandonati. È entrato nella gloria del Padre per restare con loro in un modo ancora più profondo. L'Ascensione conclude la missione terrena di Cristo e inaugura la missione della Chiesa. Gesù sale al cielo non per disinteressarsi della terra, ma per regnare come Signore della storia. Noi spesso immaginiamo il cielo come un luogo lontano, quasi irraggiungibile. In realtà il cielo è la vita stessa di Dio e Cristo vi entra con la sua umanità glorificata. Questo significa che la nostra natura umana è già entrata nel Paradiso. Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, siede alla destra del Padre. E allora anche tutti noi abbiamo una speranza concreta: non siamo destinati al nulla, ma alla gloria eterna. Questa verità cambia il modo di vivere le cose quotidiane. Quando un cristiano affronta una sofferenza, una malattia, una delusione familiare o un fallimento, non ragiona più pensando soltanto a questa terra, ma ha lo sguardo rivolto al cielo. Certo, il dolore è reale, ma non ha più l'ultima parola. Nemmeno la morte ha l'ultima parola. Oggi invece molti vivono schiacciati da preoccupazioni immediate: il lavoro, i soldi, la salute, il giudizio degli altri. Tutto sembra decisivo, assoluto. Eppure Gesù ci insegna a tenere il cuore rivolto verso l'alto. Questo non vuol dire disprezzare la vita sulla terra, ma vivere senza diventare schiavi delle cose che passano.
ANDATE E FATE DISCEPOLI TUTTI I POPOLI Gli Apostoli, però, ricevono anche un comando preciso: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). L'Ascensione non è una fuga dal mondo, ma anzi è l'inizio della missione. Il cristiano non può ridurre la fede a qualcosa di privato da vivere solo in casa propria o in chiesa. Se Cristo è veramente risorto ed è il Signore, allora questa verità deve raggiungere tutti. Oggi invece molti cattolici vivono una fede timida, quasi vergognosa. Hanno paura di parlare di Dio, di difendere la verità del Vangelo, di mostrarsi cristiani nell'ambiente di lavoro, a scuola o perfino in famiglia. Si preferisce tacere per non essere giudicati. Ma gli Apostoli, dopo l'Ascensione, fanno esattamente il contrario: escono allo scoperto. Prima erano impauriti, chiusi nel cenacolo; dopo diventano coraggiosi perché hanno fatto esperienza nella loro vita che Cristo è vivo. Anche nella vita quotidiana ci sono tante occasioni semplici per testimoniare la fede. Un genitore che insegna ai figli a pregare e li porta alla Messa domenicale sta già evangelizzando. Un giovane che, quando è con gli amici, non si vergogna di fare il segno della croce al ristorante prima del pasto compie una piccola testimonianza pubblica. Una persona che rifiuta compromessi disonesti sul lavoro per restare fedele alla coscienza annuncia Cristo con i fatti. Spesso pensiamo che evangelizzare significhi fare cose straordinarie, ma il primo apostolato passa dalla coerenza della vita.
IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI, FINO ALLA FINE DEL MONDO Gesù promette: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non dice: "Vi ricorderò", ma "sono con voi". È presente nella sua Chiesa, nel Vangelo, nei sacramenti, specialmente nell'Eucaristia. Quando entriamo in chiesa davanti al tabernacolo non siamo davanti a un simbolo, ma davanti a Cristo vivo. Quante volte però viviamo come se Dio fosse assente. Ci agitiamo, ci scoraggiamo, perdiamo la pace, perché ci dimentichiamo della sua presenza reale. L'Ascensione allora ci invita a vivere con uno sguardo nuovo. I piedi restano sulla terra, ma il cuore deve essere orientato al cielo. Il cristiano non fugge dalle responsabilità quotidiane, anzi le vive meglio, perché sa che ogni gesto può avere un valore eterno. Una ragazza che arriva vergine al matrimonio, una madre che cresce con amore i figli, un anziano che offre con pazienza la propria solitudine, un lavoratore che svolge con onestà il proprio dovere, un malato che unisce le sue sofferenze a quelle di Cristo: tutto può diventare strada verso il Paradiso. San Filippo Neri era un sacerdote allegro, pieno di umanità, capace di scherzare e stare in mezzo alla gente. Dentro il suo cuore ardeva continuamente il desiderio del Paradiso. Ripeteva spesso: "Paradiso, Paradiso!". Non lo diceva per evadere dalla realtà, ma perché aveva capito che tutto passa e che solo Dio resta. Proprio per questo sapeva amare meglio le persone concrete che aveva davanti. Ai giovani insegnava a vivere con gioia, ma senza attaccarsi alle cose del mondo. Diceva: "State buoni, se potete", ricordando che la santità non consiste in cose straordinarie, ma nel vivere ogni giorno con il cuore rivolto a Dio. San Filippo aveva già il cuore in cielo mentre camminava per le strade di Roma. E questo gli dava una libertà interiore impressionante: non cercava successo, approvazione o potere, perché sapeva che la vera patria è lassù. In conclusione la festa dell'Ascensione ci ricorda che il cristianesimo non è soltanto una morale o un insieme di valori, ma un fatto soprannaturale. Cristo è veramente risorto, veramente asceso al cielo e ci sta preparando un posto. Per questo la Chiesa continua a guardare verso l'alto con speranza. In un mondo spesso ripiegato sulle cose materiali e immediate, il cristiano è chiamato a ricordare che siamo fatti per il cielo e che soltanto Dio può colmare il desiderio profondo del cuore umano.
Fonte: BastaBugie, 13 maggio 2026
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