BastaBugie n�979 del 27 maggio 2026

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1 PAGLIA E LA RIVOLUZIONE PERMANENTE DI FRANCESCO
L'ex presidente della Pontificia Accademia per la Vita spiega in una intervista perché, dietro impulso di Papa Francesco, è stato distrutto il concetto di natura, avallando il relativismo etico
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 TRUMP SCIVOLA ANCORA SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Nel discorso sullo stato dell'Unione, si è vantato del suo impegno nel promuoverla senza accorgersi che questo contrasta con diverse sue decisioni pro-vita
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 NOELIA UCCISA DA UNO STATO SENZA UMANITA'
La tragedia della 25enne, che la Spagna ha fatto sedere sulla sedia elettrica dell'eutanasia dopo una vita di ingiustizie, violenze e dolori psicologici e fisici
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 ABOLIAMO IL MATRIMONIO: IL SOLITO VECCHIO NICHILISMO COMUNISTA
I socialisti tedeschi attaccano il matrimonio perché, a loro dire, è solo una sovrastruttura borghese inventata per sfruttare le donne a beneficio del patriarcato
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 UE CONTRO UNGHERIA: NIENTE LIMITI ALLA PROPAGANDA ARCOBALENO
La legge naturale in Europa è sgradita e l'unica scelta per chi impone restrizioni ai contenuti Lgbt accessibili ai minori è: o ti adegui o paghi
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 CULLA PER LA VITA MALVISTA PERCHE' OSTACOLA L'ABORTO
Genitori lasciano il figlio con una lettera toccante: rientrano nelle 4 gravidanze indesiderate su 10 che non terminano in aborto... per questo la Culla per la vita è osteggiata
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 OMELIA SANTISSIMA TRINITA' - ANNO A (Gv 3,16-18)
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie

1 - PAGLIA E LA RIVOLUZIONE PERMANENTE DI FRANCESCO
L'ex presidente della Pontificia Accademia per la Vita spiega in una intervista perché, dietro impulso di Papa Francesco, è stato distrutto il concetto di natura, avallando il relativismo etico
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26 maggio 2026

Un anno fa monsignor Vincenzo Paglia concluse il suo mandato come presidente presso la Pontificia Accademia per la Vita (Pav). In occasione di questo anniversario il sito Settimana News lo ha intervistato.
Nell'intervista Paglia conferma un orientamento dottrinale che negli anni abbiamo sempre avuto modo di criticare, orientamento che assecondava i desiderata di papa Francesco. Mons. Paglia ripercorre le tappe che hanno portato a rivoluzionare la Pav e, sempre con il suo aiuto, a smantellare l'Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia per sostituirlo con il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia. Una rivoluzione voluta da Francesco perché, come ricorda Paglia, questi due organismi «erano così diventati, per intenderci, luoghi di una pronunciata resistenza dottrinale all'insegnamento pontificio, che si pretendeva più coerente con la verità cristiana della prospettiva disegnata da Amoris Laetitia», famigerata enciclica di Bergoglio. In breve Paglia, per sua stessa orgogliosa ammissione, fu per Francesco il candidato ideale per rivoluzionare la dottrina morale all'interno della Chiesa secondo il pensiero di Bergoglio.
Qual è stato il fulcro che ha fatto transitare queste due realtà verso una deriva eterodossa? Paglia è chiarissimo: «Uno dei punti nevralgici di tutta l'operazione è stato il ripensamento del concetto di "natura", che stava a fondamento di una visione statica e immutabile della legge naturale, e con esso la messa in discussione del paradigma essenzialistico e astorico su cui si reggeva tutta la teologia morale sessuale e familiare finora sviluppata. Una concezione storica della natura scalfiva il paradigma di una legge naturale intesa come insieme di principi immutabili, ed è qui che sono sorte le critiche e le resistenze maggiori». Secondo l'insegnamento di sempre della Chiesa, che riprende la lezione tomista, la natura si esprime come un fascio di inclinazioni tendenti a dei fini e quindi a dei beni: la vita, la proprietà, la conoscenza, la socialità, la trascendenza, etc. Ora questo orientamento teleologico, oltre ad essere immutabile, ha anche carattere prescrittivo, altrettanto immutabile: se la vita è un bene non è mai lecito uccidere l'innocente; se la conoscenza della verità è un bene non è mai lecito mentire e così via.

NEGATA LA MORALE
Paglia, come ebbe modo di dimostrare in più occasioni, contesta questa filosofia morale ontologicamente fondata. Nega che una valida dottrina morale possa essere fondata metafisicamente e sostituisce questo paradigma con un altro, storicamente fondato: il paradigma fenomenologico. La prassi, la concretezza dell'esistenza, le cangianti condizioni particolari, lette tramite la coscienza soggettiva, diventano così le fonti della moralità. Il processo è dunque induttivo - dal fatto al principio - e non deduttivo - dal principio al fatto, nel senso che il principio informa l'azione particolare, orienta il nostro agire. In tale prospettiva non abbiamo più gli assoluti morali - condotte che mai devono essere assunte - perché non esiste norma che si possa adattare sempre a tutte le circostanze, bensì i relativi morali, ossia condotte che di volta in volta, in relazione alle circostanze particolari, possono essere buone o cattive. La morale è sempre a posteriori, mai a priori. Questa è la celebrata moralità ergonomica, che si adatta alle situazioni, fluida, elastica. Insomma il solito relativismo etico.
L'intervista conferma in più punti questo orientamento assolutamente eterodosso. «All'epoca - continua Paglia - entrambe le Istituzioni si caratterizzavano per un'accentuazione fortemente moralistica: con debolissima attenzione alle trasformazioni dell'ethos sociale e agli sviluppi della cultura, che dovevano sollecitare una teologia e una pastorale in grado di interloquire - dialetticamente e dialogicamente, non solo apologeticamente e conflittualmente - con una nuova sensibilità umanistica». Non è la realtà che si deve adattare al principio, ma il contrario: i principi si devono adattare alla realtà. E la realtà è composta da infinite situazioni particolari e ognuna di esse è irriducibile ad una norma generale e astratta: «la vita intesa come esistenza umana concreta, non astratta, che non si lasciava esaurire da una semplice declinazione casuistica», dice Paglia. E così, ad esempio, se nella realtà verifichiamo l'esistenza di legami sociali vissuti come legami familiari, seppur non generati da vincoli coniugali, ebbene queste relazioni sono "famiglia" a tutti gli effetti. Esistono dunque «figure relazionali specificamente attivate dall'esperienza familiare: non solo quella, pur fondante, della coppia coniugale».

LA REALTÀ È MULTIFORME (?!)
Aggiunge Paglia: «le due Istituzioni [il Giovanni Paolo II e la Pav] erano, in effetti, molto "da tavolino". La riduzione di una materia così delicata e complessa all'applicazione di un algoritmo dottrinale della moralità e della disciplina, impone una visione della realtà umana estranea alle forme effettive della coscienza e alle condizioni reali dell'esperienza, che di volta in volta creano il contesto delle storie di vita». La realtà è multiforme, invece la dottrina è rigida e monolitica. La realtà quindi sfugge nella sua complessità alla disciplina delle norme morali. Paglia arriva dunque con coerenza a criticare i principi non negoziabili di Benedetto XVI: «Si pensi alla riproposizione e alla difesa del discorso sui "valori non negoziabili", a una forte accezione moralistica, alla trasmissione di principi astratti». A Paglia sfugge che anche la morale classica predica una declinazione dei principi nel contingente: l'intelletto formula sia principi generali che valgono sempre e hanno carattere negativo - non uccidere, non rubare etc. - perché azioni che sempre contrastano con la dignità personale, sia, grazie alla coscienza e alla virtù della prudenza, norme particolari che ben si adattano alle circostanze concrete, norme che possono essere di segno negativo (non fare) e di segno positivo (fai). Il problema di Paglia sta nell'aver cassato i principi non negoziabili, ossia la categoria dei mala in se, degli atti intrinsecamente malvagi, dei doveri negativi assoluti.
Questa impostazione anti-metafisica e quindi anti-cattolica portò inevitabilmente Paglia a gravi aperture sul fronte dell'aborto, dell'eutanasia, della fecondazione artificiale e della contraccezione. Tutte condotte intrinsecamente malvagie. Queste aperture sono state parallele ad altre aperture, quelle fatte nei confronti di personaggi a favore di tutte queste pratiche. Porte aperte quindi a figure dottrinalmente disinvolte e, di contro, epurazione massiccia di quelle personalità fedeli al Magistero di sempre.
Un'ultima riflessione che interessa la strategia posta in essere dal fronte progressista in casa cattolica. Questa intervista non è casuale, ma si inserisce in una serie di iniziative e interventi pubblici - non solo di Paglia, intendiamoci - volti a non far eclissare la portata dirompente del pontificato di Francesco in ordine alla morale naturale (e in ordine anche ad altre materie) al fine di contrastare l'ortodossia di pensiero in seno alla Chiesa. Insomma il lascito di Francesco non deve finire in un museo.

IL MENSILE DELLA COOP SOSTIENE IL DIRITTO AD ABORTIRE I BAMBINI, MA PIANGE PER LA STRAGE DEI PULCINI
Intanto Mons. Paglia, presidente dell'Accademia per la vita, definisce la legge sull'aborto ''un pilastro della società'' e dice che l'aborto ''non è assolutamente in discussione'' (VIDEO: Paglia su Rai Tre)
di Mauro Faverzani
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7139

FINISCE L'ERA PAGLIA, LA MORALE RESTA SOTTO LE MACERIE
L'amico di Pannella lascia l'Istituto Giovanni Paolo II e la Pontificia Accademia per la Vita in una situazione disastrosa per essere andato a braccetto col mondo
di Tommaso Scandroglio
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8182

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26 maggio 2026

2 - TRUMP SCIVOLA ANCORA SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Nel discorso sullo stato dell'Unione, si è vantato del suo impegno nel promuoverla senza accorgersi che questo contrasta con diverse sue decisioni pro-vita
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27 febbraio 2026

Martedì 24 febbraio si è tenuto il discorso di Donald Trump sullo stato dell'Unione. Molti, ovviamente, i temi toccati. Il presidente degli USA ha anche parlato di fecondazione artificiale, vantandosi che la sua amministrazione è impegnata nell'abbattere i costi di accesso a tale pratica grazie all'ordine esecutivo del 2025 Expanding Access to In Vitro Fertilization. Trump ha infatti affermato: «E stasera c'è la prima cliente in assoluto a ottenere un tale sconto, ed è un grande sconto, Catherine Rayner. Per cinque anni, lei e suo marito hanno lottato contro l'infertilità e si sono rivolti alla fecondazione in vitro. Un farmaco è costato a Catherine 4.000 dollari. Ma qualche settimana fa, si è collegata al sito web e ha acquistato lo stesso farmaco che costava 4.000 dollari, a meno di 500 dollari, con uno sconto di ben più di 3.500 dollari. Catherine, preghiamo tutti per te e sarai una mamma fantastica». Ricordiamo che circa il 94% dei concepiti tramite fecondazione artificiale non vedranno mai la luce. La pratica è quindi altamente letale per i nascituri. Eppure Trump, come è noto, sta battagliando contro l'aborto.
Parrebbe allora una contraddizione vivente questo Trump: con una mano tutela la vita nascente contro l'aborto e con l'altra aiuta ad uccidere una pletora di nascituri con la fecondazione artificiale, abbassandone i prezzi e quindi incrementandone la domanda. L'impegno di Trump contro l'aborto non è pro forma, di facciata. Ricordiamo solo qualche esempio. Con un ordine esecutivo ha riapplicato e rafforzato l'emendamento Hyde, che vieta l'uso di fondi federali per aborti volontari. Circa un anno fa il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani aveva espresso l'intenzione di rivedere «i suoi regolamenti e le sue linee guida relative alle leggi federali sulla libertà di coscienza e sull'esercizio della libertà religiosa» anche in merito alla pratica abortiva. Trump ha poi reintrodotto la Mexico City Policy che vieta di finanziare quelle organizzazioni straniere che promuovono l'aborto come metodo di pianificazione familiare; e di recente l'ha anche espansa, attraverso la Promoting Human Flourishing in Foreign Assistance Policy.

NON PIACE AI PRO-LIFE
Di contro, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto ad un tribunale federale di sospendere un giudizio che voleva limitare l'accesso alla pillola abortiva a base di mifepristone e vietare il suo smercio on line, questo per dare tempo alla Food and Drug Administration di rivedere le sue indicazioni in merito alla sicurezza, per la salute della donna, del preparato abortivo. Questa mossa dell'amministrazione Trump ovviamente non è piaciuta ai pro-life.
Dunque, abbiamo un presidente che prende alcune decisioni sicuramente pro-life, altre interlocutorie e altre infine, vedi la fecondazione extracorporea, pro-choice. Per quale motivo? Le ragioni potrebbero essere più di una. Tentiamo di individuarne almeno due, rimanendo nell'ambito delle ipotesi. In primo luogo vale la regola del consenso elettorale. Vero è che Trump è al suo secondo mandato e quindi è ineleggibile, però, per un politico in carica, l'elettorato è tutto o quasi tutto. E dunque su un versante deve compiacere i pro-life e su altro fronte mostrarsi moderato. Se l'aborto richiama immediatamente il concetto di "uccisione del bambino", perché è questo il discrimen tra abortisti e anti-abortisti, la fecondazione artificiale invece non richiama nell'immaginario collettivo la morte del nascituro, ma, all'opposto, la sua nascita. Richiama la vita. Nella percezione collettiva la fecondazione extracorporea non è una pratica drammatica come l'aborto, ma anzi uno strumento benefico che evita il dramma della sterilità e dell'infertilità. Perciò la Fivet è meno divisiva dell'aborto. Insomma, sul piano politico è assai spinoso attaccare la Fivet. Di contro, il suo appoggio è ben visto socialmente e vantaggioso sul versante politico.

LA POSSIBILITÀ DI ACQUISTARE LA PILLOLA ABORTIVA ON LINE
Poi vi sono questioni di competenza dietro cui Trump può facilmente nascondersi quando gli fa comodo, dato che le questioni eticamente sensibili sono assai divisive e in genere sono una rogna per qualsiasi politico, eccetto per quei politici fortemente ideologizzati. In tal senso un caso paradigmatico è la possibilità di acquistare la pillola abortiva on line e riceverla a casa. Se una donna vive in uno Stato in cui è vietato abortire potrebbe aggirare il divieto e comprarla in Internet. Come si ricorderà, la Corte Suprema ha demandato ad ogni Stato la disciplina normativa relativa all'accesso all'aborto. Tale compravendita quindi interessa, in senso stretto, più il potere legislativo di ogni Stato che il potere legislativo del Congresso o l'esecutivo. Naturale che Trump potrebbe intervenire anche in questo caso, ma sarebbe come entrare a gamba tesa nelle legislazioni dei 50 Stati USA e contraddire la Corte Suprema, di cui ben tre membri sono stati da lui nominati.
Poi, se vogliamo trovare un altro motivo di questa schizofrenia di Trump in merito alle questioni di bioetica, possiamo ricordare che c'è differenza tra essere pro-vita e pronatalista. Il vero pro-vita è a favore della vita, la tutela, ma non la tutela usando qualsiasi mezzo. Fa il tifo per le nascite e dunque è contro l'aborto, ma anche contro la provetta perché quel mezzo è mortifero e attenta alla dignità del nascituro. Il pronatalista è invece a favore della natalità, costi quel che costi: facciamo nascere più bambini possibili in qualsiasi modo, anche ricorrendo alla fecondazione artificiale. Può essere che Trump si allinei con questo ultimo orientamento. E così toglie fondi alle organizzazioni abortiste e sovvenziona la fecondazione extracorporea.
Che sia un motivo o l'altro o entrambi, pare certo che le sue scelte su aborto e fecondazione artificiale non nascano dall'adesione a principi pro-life un po' intorbiditi da interessi politici, bensì da calcolo, da utilità e da strategie politiche. Quindi pro-life sì, ma fino ad un certo punto, fino a quando conviene. Trump è più politico che pro-life.
In merito a noi e al di là delle intenzioni che si agitano nella testa di Trump, plaudiamo a lui quando difende i bambini nel ventre delle loro madri e critichiamolo quando invece attenta alla loro vita. In sintesi, seguiamo la ricetta di San Paolo che ci esorta a «vagliare ogni cosa e trattenere ciò che è buono» (1 Tessalonicesi 5,21).

FIVET, L'ORDINE DI TRUMP COSTERA' LA MORTE DI MILIONI DI EMBRIONI
Il presidente degli USA offre contributi del governo per ampliare il ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale
di Tommaso Scandroglio
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8089

DOSSIER "DONALD TRUMP"
Il presidente nemico del politicamente corretto

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27 febbraio 2026

3 - NOELIA UCCISA DA UNO STATO SENZA UMANITA'
La tragedia della 25enne, che la Spagna ha fatto sedere sulla sedia elettrica dell'eutanasia dopo una vita di ingiustizie, violenze e dolori psicologici e fisici
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28 marzo 2026

«Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». E così due giorni fa, in Spagna, la 25enne Noelia Castillo Ramos è stata uccisa secondo un protocollo medico. In termini tecnici questo omicidio si chiama eutanasia.
L'origine del dramma di quest'anima trista? Nessuno ha il coraggio di dirlo: il divorzio dei genitori. Vietato negare che il divorzio non uccida almeno nell'intimo i figli. Dunque lì iniziano per Noelia le sue sofferenze psicologiche che la porteranno a sottoporsi a cure psichiatriche fin da quando aveva 13 anni. Passa l'adolescenza lontano dalla famiglia in vari istituti e in una casa famiglia. Una ragazza così fragile è la vittima perfetta dei lupi. Viene violentata dal suo ex e da due ragazzi in discoteca. Gli stupri plurimi sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso della sua immane sofferenza: nel 2022 tenta il suicidio gettandosi da una finestra del quinto piano di un palazzo. Sopravvive, ma rimane paraplegica. Non camminerà più.
Per sempre inchiodata su una carrozzina. In un'intervista su Antena 3, registrata 24 ore prima che morisse (fin dove giunge la pietas mediatica...), Noelia afferma di soffrire di disturbo borderline di personalità e disturbo ossessivo-compulsivo. Non ci sorprende dopo quello che ha passato. E non ci sorprende nemmeno sapere che una persona non pienamente in sé, come da lei stessa ammesso, possa legalmente accedere all'eutanasia, dato per poter far esercitare i cosiddetti diritti civili non si va tanto per il sottile. La giovane «conserva la capacità di prendere qualsiasi tipo di decisione, inclusa quella di sottoporsi all'eutanasia» sovrascrivono i giudici sull'evidenza che dice altro. Infatti il libero consenso dovrebbe significare anche libero da condizionamenti derivanti da disturbi psichiatrici.

LA RICHIESTA DI EUTANASIA
Torniamo indietro di qualche anno. Nel luglio del 2024 la Commissione catalana di garanzia e valutazione approva la sua richiesta di eutanasia. Il padre impugna la decisione. Il 1° agosto il Tribunale Amministrativo di Barcellona sospende la procedura: Noelia sarebbe dovuta morire il giorno dopo. Inizia una battaglia legale tra il padre che la vuole viva e la figlia che si vuole morta. Il Tribunale di Barcellona conferma la legittimità di uccidere quest'anima in pena. Il padre si oppone nuovamente, ma l'Alta Corte di Giustizia della Catalogna conferma la sentenza di primo grado. Il padre non si arrende, ma viene sconfitto ripetutamente: dalla Corte Suprema poi dalla Corte Costituzionale ed infine dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Non accanimento giuridico, ma speranza di un padre contro ogni speranza legale.
Sempre ad Antena 3 Noelia ha raccontato: «Non avevo obiettivi né scopi. Non ho voglia di fare niente, di uscire, nemmeno di mangiare. Mi sono sempre sentita sola, mai capita e nessuno ha mai provato empatia per me». Leggete qui cosa ha scritto il 13enne che accoltellato la sua professoressa di francese a Trescore nel bergamasco prima di compiere l'efferato gesto: «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità, ne sono stanco. [...] Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. [...] La mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me. [...] La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo».
Certo, le due vicende sono molto differenti, ma presentano tratti comuni. Il primo: la vita non ha più senso. E quando la vita perde senso e non trovi più alcuna soluzione per darne a lei uno, ecco che l'unica risposta è la morte. Morte data a sé o morte inflitta. Nella morte c'è il senso di una vita senza scopo. Nel Caligola di Albert Camus il tiranno ordina di uccidere in modo indiscriminato molte persone anche a lui vicine e al termine del dramma manda in frantumi lo specchio che lo ritrae, gesto simbolico dell'annientamento di sé e della perdita di unità del "Sé". Caligola volutamente orchestra la propria morte per mano dei congiurati e l'aspetta come atto liberatorio. Allora nella figura disperata di Caligola troviamo unificata l'altrettanto disperata vicenda di Noelia e del ragazzo 13enne.

SENZA COMPRENSIONE DEGLI ALTRI
In entrambi i casi poi questi ragazzi non sono riusciti nemmeno ad aggrapparsi a quel relitto che è la comprensione degli altri. Non rileva qui se questa vicinanza affettiva è mancata per colpa dei genitori, degli insegnanti e degli amici o perché questi due ragazzi hanno fatto di tutto per evitarla o per un concorso di colpa. Su questo aspetto bisognerebbe essere crudamente onesti fino in fondo. Rileva che questi ragazzi, alla fine, non si sono sentiti stimati e voluti bene. Se una persona percepisce nel proprio cuore questa voce: "Io valgo per lui", non si toglie la vita e non vuole annientare con la morte il mondo che odia, perché inizierà a non odiarsi più e a non odiare più gli altri. Entrambi questi ragazzi sono sprofondati nella solitudine più torbida. Entrambi protestavano contro la mancanza di empatia, di conforto. La solitudine, che era diventata autoemarginazione dettata dalla incomprensione, aveva assunto l'aspetto di un'angusta stanza buia. La morte, per paradosso, una finestra di luce dentro questa stanza.
Lo Stato spagnolo - ma quello italiano si sarebbe comportato in modo identico - ha scelto di fare evadere Noelia da quella finestra, ha scelto di farla sedere sulla sedia elettrica dell'eutanasia. I giudici e la legge spagnola sull'eutanasia hanno avallato tutte le ragioni della disperazione, del dolore, della sofferenza di questa ragazza. Hanno confermato Noelia nel suo giudizio che questa vita non ha senso alcuno, che è solo un pacco che, come diceva Ettore Petrolini, la levatrice spedisce al becchino. Questa visione giuridica non è solo liberale, neutra - chi vuole vivere viva e chi vuole morire muoia - bensì è anche e soprattutto schierata con la morte. Ne diviene alfiere. È un diritto che è ontologicamente ferale e letale e che rispecchia e insieme fomenta aneliti tanatofili nella società.
Questo accade perché viviamo in Stati privi di trascendenza, di autentiche e alte visioni, Stati vuoti di umanità e immiseriti nell'immanenza dell'utile e del piacere, nell'immanenza di quella banalità così lucidamente e perfettamente condannata da quel ragazzino di 13 anni che la sofferenza, per certi versi, ha fatto maturare anzitempo. E dunque se una giovane chiede di morire perché non ha più speranze e perché non capisce come il dolore possa avere senso, come questa ragazza potrebbe trovare una risposta diversa da quella che lei stessa si è data in uno Stato spogliato da qualsiasi valore decisivo per l'esistenza, denudato da ogni sostanza morale?
Sì, che lo Stato torni ad essere etico, ma non in senso hegeliano, bensì cristiano. O almeno umano.

Nota di BastaBugie:
l'autore del precedente articolo, Tommaso Scandroglio, nell'articolo seguente dal titolo "Donazione di organi post-eutanasia, tutti i problemi etici" parla del caso di Noelia che ha riacceso i riflettori sulla donazione di organi a seguito di eutanasia. Un legame che genera pressioni sia per i pazienti che per i medici, favorendo una deriva eutanasica. Il possibile conflitto di interessi. E il rischio che la donazione diventi la causa della morte.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 31 marzo 2026:

Noelia, la ragazza spagnola di 25 anni che è morta per eutanasia il 26 marzo scorso, aveva chiesto che venissero donati i suoi organi dopo la morte. La pratica, oltre ad avere un proprio acronimo - ODE (Organ Donation Euthanasia) - e ad aver meritato l'attenzione di ampia letteratura scientifica sin dai primi anni Duemila, è normata in Belgio, Paesi Bassi, Canada e Spagna. Da noi non esiste una disciplina normativa specifica per il semplice motivo che la donazione può avvenire a seguito di qualsiasi causa che abbia determinato la morte, naturale o volontaria per mano propria o altrui. La combinazione eutanasia-donazione potrebbe ampiamente prendere piede con la diffusione dell'eutanasia dato che, come rilevato dall'articolo scientifico Potential Number of Organ Donors After Euthanasia in Belgium (Numero potenziale di donatori di organi dopo l'eutanasia in Belgio), circa il 10% dei pazienti morti per eutanasia può essere adatto alla donazione. La percentuale è recentemente salita al 14% in Spagna.
Un recente articolo scientifico dal titolo Organ Donation After Medical Aid in Dying: An Ethical Overview (Donazione di organi dopo il suicidio assistito: una panoramica etica), pubblicato su Bioethics il novembre scorso, ben sintetizza quali sono le criticità della donazione post-eutanasia. La prima, già rilevata in casa nostra dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) nel 2021 (cfr. Accertamento della morte secondo il criterio cardiocircolatorio e "donazione controllata": aspetti etici e giuridici, 3.1), riguarda l'effetto adiuvante nella decisione di scegliere l'eutanasia generato dalla possibilità di donare gli organi. La persona potrebbe essere condizionata a scegliere l'eutanasia perché in tal modo potrebbe donare gli organi. Decidere di non morire potrebbe venire percepito dal soggetto stesso o anche da altre persone come atto egoistico, soprattutto quando i suoi organi potrebbero salvare un parente o un amico. La pressione psicologica condizionante deriverebbe non solo dalla mera possibilità di scelta di donare gli organi, ma anche, più concretamente, dagli operatori sanitari che, a loro volta condizionati dalla penuria di organi e, conseguentemente, dai tempi di attesa assai lunghi, potrebbero essere spinti a persuadere la persona a morire al fine di compiere questo gesto altruistico. Il rischio di tale condizionamento aumenterebbe in relazione a situazioni di particolare vulnerabilità psicologica (vedi il caso di Noelia).
In ambito medico questo effetto plagio è ben noto e sfruttato. In Ontario e Québec l'organizzazione responsabile della donazione di organi informa immediatamente il paziente candidato all'eutanasia della possibilità della donazione. In modo analogo avviene in Spagna. Per ovviare a questo problema - ma la soluzione è chiaramente inefficace - si suggerisce un distanziamento temporale tra la decisione di ricorrere all'eutanasia e la scelta della donazione degli organi (cfr. E. Scalcon, I nuovi orizzonti delle decisioni di fine vita e della donazione di organi in Italia, BioLaw Journal - Rivista di BioDiritto, n. 1/2023, p. 158).
Oltre alla pressione psicologica sul paziente, esiste - ed è ancor più incidente - il rischio di questa stessa pressione sui medici. Il CNB, nel documento già citato, sottolinea che la tentazione di prelevare organi da un paziente possa spingere qualche medico molto "altruista" a qualificare come accanimento terapeutico ciò che è invece eutanasia: un'eutanasia, tra l'altro, praticata su persona non consenziente se non dissenziente. In parole povere si potrebbe verificare un abbandono terapeutico del paziente venduto a lui e ai parenti come astensione da pratiche ritenute inutili o inefficaci, tutto questo per predare organi dal paziente stesso. A monte è lo stesso rischio che abbiamo con il criticabilissimo criterio per determinare la morte di una persona che fa riferimento alla «cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo» (art. 1, l. 578/1993). In pratica si corre il rischio di prelevare organi da un paziente dichiarato morto, ma che in realtà era vivo e che poteva continuare a vivere se debitamente assistito [cfr. R. de Mattei (ed), Finis vitae: la morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino].
Un secondo problema della donazione a seguito di eutanasia è l'eventuale conflitto di interessi tra l'équipe preposta alla pratica dell'eutanasia e quella per l'espianto degli organi. A tal proposito la legge n. 91/1999 all'art. 18 parla chiaro: «I medici che effettuano i prelievi e i medici che effettuano i trapianti devono essere diversi da quelli che accertano la morte». In modo analogo il CNB così si esprime: «L'indipendenza garantisce che l'accertamento della morte sia basato su dati obiettivi e che non subisca alcuna influenza o condizionamento indotti dalla finalità della donazione. Deve quindi essere escluso ogni possibile conflitto di interessi tra le équipe coinvolte nelle varie fasi del processo di accertamento e di prelievo» (3.6).
Una terza criticità emerge in relazione al criterio della "dead donor rule", ossia la donazione deve essere l'effetto della morte, non la causa. Nel caso opposto avremmo un assassinio compiuto per un fine buono: ma sempre di omicidio si tratterebbe. Il problema emerge almeno per due ordini di motivi. Il primo: i preparati letali che vengono usati per l'eutanasia potrebbero compromettere la qualità degli organi da espiantare. Meglio quindi, in questa ottica utilitaristica, provocare la morte del paziente sullo stesso tavolo operatorio su cui verranno prelevati gli organi. Il secondo: uccidere direttamente un paziente sul tavolo operatorio, tramite il prelievo degli organi dopo averlo sottoposto ad anestesia, assicura che gli organi siano freschi e quindi di qualità eccellente per il trapianto. Come emerge dalla lettura di Organ donation euthanasia (ODE): performing euthanasia through living organ donation (Donazione di organi da eutanasia (ODE): eseguire l'eutanasia attraverso la donazione di organi da vivente) non avremmo più una donazione mediante eutanasia, bensì un'eutanasia mediante donazione. Sarebbe l'atto dell'espianto a configurare eutanasia.
Altro problema, seppur non rilevato dall'articolo pubblicato su Bioetichs, è quello del ricevente: vorrà egli ricevere un organo di un suicida o di persona morta per eutanasia? Un'organizzazione in Belgio e Olanda che si occupa della destinazione degli organi suggerisce di informare il ricevente se ciò accadesse. Di contro, in Spagna, il Protocollo nazionale per la donazione di organi a seguito dell'attuazione delle prestazioni di suicidio assistito vieta di fornire questo tipo di informazioni: tutto deve essere coperto dall'anonimato.
Ma veniamo forse al pericolo maggiore. L'eutanasia è una pratica intrinsecamente malvagia, la donazione è di suo pratica buona. Connettendo queste due pratiche la bontà della donazione potrebbe indebitamente trasferirsi all'eutanasia e così potremmo arrivare a parlare di eutanasia del buon samaritano, di eutanasia filantropica, di eutanasia per altri (dato che abbiamo già la gestazione per altri), di eutanasia altruistica. Scienza & Vita in un articolo del gennaio scorso dal titolo Eutanasia e donazione di organi a tal proposito scrive: «la bontà del fine (il trapianto) potrebbe far distogliere l'attenzione sul giudizio negativo rispetto alle pratiche eutanasiche». Il rischio è quello che «la donazione venga percepita come un modo per attribuire un valore sociale o morale alla propria morte». L'eutanasia avrebbe così valore non solo per il diretto interessato, ma anche per gli altri: l'eutanasia acquisterebbe valore sociale e quindi verrebbe incoraggiata anche per questo motivo. Sarebbe un morire sostenibile perché utile, dato che vedrebbe un riciclo del corpo umano. E così assisteremmo all'«ingresso in campo medico e sociale di logiche utilitaristiche, contrarie alla dignità umana. Se la vita dell'uomo può "valere meno" a determinate condizioni, non stupisce la diffusione di pratiche che finiscono per considerare l'altro un mero mezzo per il bene di altri». Parlar d'amore per gli altri quando di mezzo c'è un omicidio odora sempre di zolfo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28 marzo 2026

4 - ABOLIAMO IL MATRIMONIO: IL SOLITO VECCHIO NICHILISMO COMUNISTA
I socialisti tedeschi attaccano il matrimonio perché, a loro dire, è solo una sovrastruttura borghese inventata per sfruttare le donne a beneficio del patriarcato
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 maggio 2026

Aboliamo il matrimonio. È solo una sovrastruttura borghese inventata per sfruttare le donne a beneficio del patriarcato. Al suo posto mettiamo un patto che può essere stretto tra chi ha una relazione romantica o tra amici, parenti, colleghi, conoscenti e in un numero che va da due all'infinito. Questa è la proposta della sezione giovanile del Partito Socialdemocratico (SPD) di Berlino inserita in una mozione dal titolo eloquente: Abbasso il patriarcato, anche se sembra romantico: abolire il matrimonio civile, istituire le unioni di responsabilità.
Secondo i giovani socialisti (Jusos) la storia del matrimonio è una «storia millenaria di oppressione delle donne [...] da parte degli uomini cisgender». Cisgender nell'esperanto arcobaleno sta per eterosessuale: un modo per impossessarsi dell'unico orientamento sessuale naturale e snaturarlo. Ma proseguiamo: il matrimonio serve «allo stato-nazione maschilista e capitalista come strumento per imporre politiche misogine, omofobe, classiste e razziste» e chi più ne ha più ne metta. Insomma il matrimonio è il vaso di Pandora che deve andare distrutto. I Jusos poi ricordano che «molte di queste norme oppressive sono state abolite o indebolite negli ultimi decenni», vedi l'indissolubilità e la differenza sessuale per potersi sposare. Ma nonostante questo «le strutture di potere e violenza patriarcali continuano a operare, in particolare all'interno della sfera domestica». Ciò che brucia a questi giovani è soprattutto il seguente punto: le donne con il matrimonio sono costrette «a passare da un impiego retribuito a un lavoro di cura non retribuito o a un lavoro part-time (involontario)». Ne discende che le donne si impoveriscono e dipendono dal loro maschio patriarcale. E pensare che vi sono invece alcune donne che non vedono l'ora di essere mantenute oppure - e l'ipotesi è di ben altra natura - di rimanere a casa ad accudire i figli.
Vero è, aggiungono i Jusos, che il matrimonio può offrire una serie di sicurezze sociali ed economiche per le donne, ma l'abolizione del matrimonio comporterà che questi diritti verranno trasferiti solo in un'altra struttura sociale, meno vincolante, più libera: la comunità di responsabilità. Si tratta di una sorta di coppia di fatto allargata a parenti, ad amici e a chi vogliamo, in numero variabile e senza distinzioni di sesso naturalmente. Nella comunità di responsabilità verranno regolate tutte le questioni ora regolate nel matrimonio: diritti e doveri reciproci, la successione, la residenza, l'assistenza, l'educazione della prole, etc.

I GIOVANI SOCIALISTI SONO IN REALTÀ VECCHI COMUNISTI
Voi direte: ma non facciamo prima a tenerci il matrimonio così com'è? Chi parla così non è idealista. L'idealista la vede facile e non si accorge di tutte le conseguenze pratiche delle sue proposte: tipico esempio è il comunismo che non ha mai fatto i conti con il peccato originale. Infatti c'è da notare che la mozione è stata vergata e sottoscritta da chi, in buona parte, non è sposato. E dunque queste anime belle pensano che bastino quattro regolette scritte dal Parlamento e il gioco sarà fatto. In modo analogo la nascita e la morte della comunità di responsabilità dovranno essere regolate solo da un minimum burocratico: una firma all'anagrafe per costituirla e un'altra firma nel caso di recesso «senza il consenso degli altri membri dell'accordo di responsabilità congiunta», perché ognun per sé e basta.
Se si vuole, si può fare anche un periodo di prova, mimando ciò che già accade con la convivenza, che in realtà è solo una prova protratta nel tempo. Quindi fai un test, come quando provi un'auto prima di acquistarla, poi se ti convince la vita a due o a tre, firmi, con la garanzia che te ne puoi andare il giorno dopo. Bontà loro gli attuali matrimoni rimarrebbero validi. Unica nota di speranza che è anche la più importante: è molto improbabile che la mozione non solo passerà alla conferenza regionale del partito a Berlino che si terrà l'8 e il 9 maggio, ma anche che verrà messa ai voti.
Questi giovani socialisti non sono né giovani né socialisti, ma sono vecchi comunisti. Infatti leggete qui cosa scrivevano nel 1848 Karl Marx e Friedrich Engels ne Il Manifesto del Partito Comunista: «Abolizione della famiglia! [...] Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione [...]. Si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione». Sono i medesimi concetti espressi dai nipotini di Marx ed Engels: aboliamo il matrimonio perché strumento di sfruttamento della donna. I mariti le sfruttano dal punto di vista economico perché le tengono a casa senza retribuirle per il loro lavoro domestico e le sfruttano sessualmente. Nel Manifesto infatti si definisce il rapporto coniugale come prostituzione ufficiale: tu, donna, ti mantengo e in cambio mi soddisfi a letto.

IL PRINCIPIO DI LIQUEFAZIONE DI OGNI IDENTITÀ
Dietro alla proposta di Marx, Engels e dei Jusos c'è l'eterno principio di liquefazione di ogni identità. Il matrimonio è un istituto di diritto naturale ed ha una sua struttura, ossia una sua natura, una sua forma. Le parole "struttura" e "natura" provocano shock anafilattici ai rossi (anche se poi sono rimasti insuperati nel costruire immense e complicate strutture burocratiche per gestire il potere). Ogni struttura è a forma di gabbia e quindi bisogna evadere da essa. Occorre distruggere la gabbia e quindi destrutturare tutto, ossia liquefare tutto, mischiare tutto, rendere indistinto tutto e quindi uguale tutto: ecco il concetto, non di uguaglianza, ma di egualitarismo. Ogni identità è tale perché ha suoi confini, limiti precisi che la individuano. Se volete disegnare su un foglio un triangolo occorre che ne disegniate i contorni, quei tratti di penna che da una parte lo individuano e lo fanno venire ad esistenza e dall'altra lo differenziano dagli altri oggetti che potreste disegnare sulla carta. Ma il limite viene vissuto con rabbia dai progressisti, perché pare a loro essere una barriera, un muro che per l'appunto limita la libertà, quando invece è dentro il limite, ossia dentro all'identità personale che possiamo davvero essere liberi perché pienamente noi stessi. Il triangolo per essere pienamente triangolo deve essere composto da tre lati. Se gli togliete anche un solo lato non diventerà qualunque cosa - questa è l'utopia libertaria dei rossi - ma due insignificanti segmenti.
E quindi, la volontà di cancellare il matrimonio alla fine si ispira alla lotta contro qualsiasi identità, contro qualsiasi forma. Destrutturiamo il matrimonio, de-formiamolo e sostituiamolo con un istituto più soft, più liquido tanto che ci possono finire dentro anche tre amici di calcetto. Niente più differenze perché niente più identità.
La mozione presentata dai socialisti in erba, che sembra così bizzarra, in realtà si sta già attuando de facto e de iure da tempo. Le convivenze che nei Paesi occidentali stanno per superare o hanno già superato per numero i matrimoni, attestano come questo processo di liquefazione della natura del matrimonio sia già in corso. Lo stesso istituto del divorzio serve per sciogliere, liquefare ciò che è per sua natura indissolubile, ossia non solubile, non scioglibile. Aprire le porte ai "matrimoni" omosessuali è un altro tentativo di liquefare il matrimonio perché, come nel triangolo, gli si toglie un lato, ossia una proprietà fondante: la differenza sessuale.
Togli un lato qui, togli un lato là e il triangolo non c'è più. E cosa rimane al suo posto? Nulla. La proposta di questi giovani socialisti prima di essere una proposta politica, è una proposta nichilista.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 2 maggio 2026

5 - UE CONTRO UNGHERIA: NIENTE LIMITI ALLA PROPAGANDA ARCOBALENO
La legge naturale in Europa è sgradita e l'unica scelta per chi impone restrizioni ai contenuti Lgbt accessibili ai minori è: o ti adegui o paghi
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28 aprile 2026

Nel 2021 l'Ungheria aveva approvato una legge in cui si vietava o si limitava l'accesso a contenuti pubblici che avrebbero potuto essere visti o letti da minori. Tra questi anche la propaganda delle tematiche, delle idee e comportamenti afferenti al mondo LGBT. Grazie a questa legge, il governo intervenne nel 2025 per vietare i Pride, ma, nonostante questo, proprio in quell'anno l'Ungheria ebbe comunque il suo Pride.
A fronte della legge del 2021 la Commissione europea presentò allora un ricorso alla Corte di giustizia europea perché l'Ungheria sarebbe venuta meno ai propri obblighi derivanti dal diritto dell'Unione. Lo scorso 21 aprile la Corte ha accettato il ricorso (cfr. sentenza C 769/22 Commissione contro Ungheria). A tal proposito un comunicato stampa della Corte, dal titolo eloquente Valori dell'Unione: adottando una legge che stigmatizza ed emargina le persone LGBTI+, l'Ungheria ha violato il diritto dell'Unione, ha sottolineato che «le modifiche [normative votate dal Parlamento ungherese] limitano la possibilità per i fornitori di servizi di media o altri prestatori di sviluppare e diffondere contenuti che abbiano, essenzialmente, come elemento determinante la rappresentazione o la promozione della divergenza rispetto all'identità personale corrispondente al sesso alla nascita, del cambiamento di sesso o dell'omosessualità. Tali modifiche comportano quindi restrizioni a tale libertà».
Poi la Corte ricorda sì che ci possono essere restrizioni a tale libertà se motivate dalla tutela degli interessi dei minori, però la restrizione deve rispettare il «divieto di discriminazione fondata sul sesso e sull'orientamento sessuale» così come previsto dall'art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.

L'OMOSESSUALITÀ E LA TRANSESSUALITÀ SONO MORALMENTE ACCETTABILI (?!)
In breve si considerano l'omosessualità e la transessualità come condizioni moralmente accettabili e quindi non si comprende il motivo di porre censure alla loro promozione per tutelare i bambini. Dunque ne consegue che la legge di Orbán deve essere bocciata perché «un simile approccio rivela una preferenza per determinate identità e orientamenti sessuali a scapito di altri, che vengono di conseguenza stigmatizzati, il che è incompatibile con le prescrizioni scaturenti, in una società fondata sul pluralismo, dal divieto di discriminazione basata sul sesso e sull'orientamento sessuale. [...] In particolare, la normativa ungherese in questione stigmatizza ed emargina le persone non cisgender [non eterosessuali e non transessuali], ivi comprese le persone transgender, o non eterosessuali, come dannose per lo sviluppo fisico, mentale e morale dei minori per il solo motivo della loro identità sessuale o del loro orientamento sessuale».
I giudici poi rincarano la dose: «La Corte constata altresì che l'Ungheria ha violato nel caso di specie il diritto al rispetto della dignità umana. Ciò deriva dal fatto che gli aspetti della legge di modifica contestati dalla Commissione trattano un gruppo di persone [...] come una minaccia per la società meritevole di un trattamento giuridico particolare, per il solo motivo della loro identità sessuale o del loro orientamento sessuale».
Inoltre i giudici affermano, ed è la prima volta che accade, che la legge ungherese incriminata non rispetta l'art. 2 del Trattato dell'Unione europea il quale così recita: «L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze». Da qui la conclusione quasi scontata: «tale legge è contraria all'identità stessa dell'Unione in quanto ordinamento giuridico comune in una società caratterizzata dal pluralismo. L'Ungheria non può validamente invocare la propria identità nazionale per giustificare l'adozione di una legge che viola i valori sopra menzionati».

L'UNGHERIA, HA CAMBIATO GOVERNO
Ora l'Ungheria, che nel frattempo ha cambiato governo abbracciando un approccio più liberale in tema di principi non negoziabili, «dovrà conformarsi alla sentenza senza indugio», altrimenti scatteranno sanzioni pecuniarie.
Un paio di riflessioni in calce al riassunto di questa sentenza. L'Unione Europea ha un approccio di matrice rivoluzionaria in merito alla morale naturale: è nemica della vita, della famiglia, della libertà educativa, della religione cristiana, dell'identità antropologica dell'uomo. È un dato di fatto ormai da decenni acclarato. Chi si oppone deve essere annientato. Quelle stesse norme che vengono sventolate per permettere ogni scempio alla legge naturale - la libertà di espressione, la tutela della vita privata, della salute, la sovranità nazionale, etc. - vengono poi usate per vietare qualsiasi difesa dell'ovvio.
Seconda riflessione. In Ungheria dovrebbe essere vietata la promozione dell'agenda LGBT non tanto in virtù della sovranità nazionale e quindi della libera scelta di ogni Paese di dotarsi delle normative che vuole. Facoltà, questa, che è in sé moralmente lecita. Se questa fosse l'unica motivazione per legittimare le norme che tutelano i bambini dai Pride et similia, allora saremmo costretti a giudicare positivamente anche quelle norme di segno opposto e di altri Stati che permettono la diffusione di contenuti contrari alla legge naturale. Scadremmo in definitiva nel positivismo giuridico: ogni legge è legittima se giuridicamente valida, al di là del suo contenuto. No, la legge di Orbán è doverosa perché è questo che esige la lex naturalis, è questo che esige la tutela della dignità delle persone, bambini e adulti che siano. La sovranità nazionale e quindi il diritto che ogni Stato possiede di dotarsi di leggi sono aspetti politicamente legittimi solo se al servizio della legge naturale, altrimenti perdono di valore.
Dunque la Commissione europea e la Corte di giustizia sono caduti in errore non tanto perché hanno comandato ad uno Stato sovrano come comportarsi, ma in quanto perché hanno approvato ciò che moralmente non deve essere mai approvato.

SCONFITTO ORBAN, L'EUROPA IMPONE ALL'UNGHERIA LA PROPAGANDA LGBT
Ora il nuovo governo deve decidere se piegarsi all'ideologia lgbt e vendere l'anima del paese per sbloccare i fondi europei
di Luca Marcolivio
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8531

DOSSIER "VIKTOR ORBAN"
Chi è il presidente dell'Ungheria

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28 aprile 2026

6 - CULLA PER LA VITA MALVISTA PERCHE' OSTACOLA L'ABORTO
Genitori lasciano il figlio con una lettera toccante: rientrano nelle 4 gravidanze indesiderate su 10 che non terminano in aborto... per questo la Culla per la vita è osteggiata
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 aprile 2026

«Ti auguro tanta gioia e serenità che non siamo in grado di darti. Ti abbiamo amato dal primo istante. Ti amo da morire». Un commiato che sa di testamento. Una lettera scritta intingendo la penna nel calamaio del cuore da una mamma e un papà che, domenica scorsa, hanno deciso di affidare alla Culla per la vita della Croce rossa di Bergamo il loro neonato che ora sta bene.
Due righe di lettera, vergata con il sangue, per contenere lo strazio di due anime, per racchiudere in sé il passato - «ti abbiamo amato» - il presente - «ti amo da morire» - e il futuro - «Ti auguro tanta gioia e serenità». E viene da domandarsi se tanto amore non fosse sufficiente a tenere tre le braccia di mamma e papà il piccolo Pietro, questo il nome provvisorio scelto dai medici per il neonato. Pare di no.
Seppur nel dramma, questa vicenda profuma di profonda umanità. Pietro non è un bimbo rifiutato, scartato come nell'aborto. È un bimbo che è passato dalle braccia dei genitori ad altre braccia. Pietro non è venuto al mondo per essere ucciso, ma per vivere ed è questo che emerge con forza dalle righe scritte da mamma e papà. Hanno scelto la vita per il loro figlio, che sentiranno come loro per sempre, come giusto che sia. Ecco perché si chiama Culla per la vita questa moderna ruota degli esposti. Manco a dirlo è stata una invenzione della Chiesa, tanto provvidenziale che nella sola Milano tra il 1845 e il 1864 vennero abbandonati nella Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla Ruota ben 85.267 neonati, in tempi in cui la fertilità di coppia era alle stelle così come la mortalità perinatale (le operaie milanesi partorivano in media 13,7 figli. Cfr. M. Barbagli - D. Kertzer, Storia della famiglia in Europa: Dal Cinquecento alla rivoluzione francese, Laterza, 2002, pp. 237-239). I trovatelli, così chiamati perché trovati nella ruota, poi non di rado venivano battezzati con il nome di Esposito.
Oggi, come è noto, la donna può partorire in ospedale in pieno anonimato e non riconoscere il figlio. Ciò detto vi sono casi, come questo, in cui la donna non partorisce in clinica. Casi rari, tanto che la ruota di Bergamo, realizzata nel 2019, ha suonato solo un'altra volta, nel 2023. Il buon senso si interroga sul motivo per cui una donna scelga l'aborto quando può non tenere il figlio e farlo vivere. Forse la risposta sta in questo: le donne, nella maggior parte dei casi, pensano che con l'aborto tutto finisca. Niente più pensieri. Portare a termine una gravidanza e poi dare il bambino in adozione le condannerebbe invece per tutta la vita a pensare che il proprio figlio vive da qualche parte senza la madre. Un pensiero terribile. Ma dopo aver abortito, prima o poi, un pensiero ben più terribile si affaccia alla loro mente: ho ucciso mio figlio.
I genitori di Pietro invece non hanno scelto l'aborto e quindi rientrano, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, in quelle 4 gravidanze indesiderate su 10 che non terminano in aborto. Superfluo a dire, la Culla per la vita è malvista dagli attivisti pro-choice proprio perché offre un'alternativa all'aborto. L'uccisione del figlio deve essere l'unica opzione e quindi, come tale, soluzione ineludibile. Un odio particolare circonda la Culla per la vita per il semplice motivo che è un inno alla vita. Il suo stesso esistere - un'esistenza che per anni può rimanere silente - parla di accoglienza e non di rifiuto, di cura e non di abbandono, di responsabilità e non di irresponsabilità, di fiducia nel futuro e non di disperazione, di dolore senza annichilimento e non di sofferenza autodistruttiva. Il secondo termine di queste coppie di sostantivi sono invece gli attori principali di ogni scelta abortiva. La Culla per la Vita quindi contesta in radice tutto il fenomeno abortivo e lo smaschera per quello che è: un omicidio, tra l'altro compiuto sebbene ci sia un'alternativa e un'alternativa valida.
Mamma e papà hanno scritto a Pietro. Ora vogliamo immaginarci che anche Pietro scriva loro con altrettanta semplicità: «Grazie per avermi messo al mondo e grazie per il vostro amore. Anch'io vi amo e vi aspetto». E sì, perché il gesto compiuto da questa coppia di genitori può non essere l'ultima parola in questa storia a tre. Mamma e papà sono ancora in tempo per ripensarci. Questo è l'invito implicito rivolto con grandissima delicatezza e profonda speranza dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo alla mamma: l'ospedale «intende inoltre rivolgere un pensiero alla mamma, nella piena consapevolezza della delicatezza del momento: qualora ne sentisse il bisogno, potrà rivolgersi alla struttura in qualsiasi momento. Le saranno assicurate accoglienza, ascolto e ogni supporto sanitario e umano, nel massimo rispetto della sua tutela. L'ASST Papa Giovanni XXIII continuerà a prendersi cura del bambino con dedizione e professionalità, garantendo al contempo la massima discrezione nei confronti di tutte le persone coinvolte».
Crediamo fermamente nella Divina Provvidenza e quindi proprio non ci riesce di pensare che esista un ostacolo talmente insormontabile da impedire a Pietro di tornare tra le braccia della sua mamma e del suo papà. Perché non c'è miglior culla della vita che la propria famiglia.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 aprile 2026

7 - OMELIA SANTISSIMA TRINITA' - ANNO A (Gv 3,16-18)
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 27 maggio 2026

La solennità della Santissima Trinità ci mette davanti al mistero più grande della nostra fede: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre dèi, ma un solo Dio in tre Persone distinte, unite da un amore perfetto ed eterno. Dio non è una solitudine, ma una comunione di amore. Ogni volta che facciamo il segno della croce entriamo dentro questo mistero. Lo facciamo spesso in modo distratto, quasi meccanico, e invece stiamo pronunciando il nome stesso di Dio, il cuore della fede cristiana.
Il Vangelo di oggi ci porta al centro del mistero della Trinità attraverso una frase che forse conosciamo troppo bene e che rischiamo di ascoltare senza stupore: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Qui Gesù ci svela il vero volto di Dio che non è un padrone freddo e lontano, ma un Padre che ama fino al dono totale. Ama così tanto il mondo da donare il Figlio. E Lui accetta liberamente di venire nel mondo, di caricarsi dei nostri peccati, di morire sulla croce per salvarci. Dietro tutta la storia della salvezza c'è questo amore infinito che unisce il Padre e il Figlio nello Spirito Santo.
Gesù però ci mette anche davanti a una verità seria: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato» (Gv 3,18). Non significa che Dio gode nel condannare qualcuno. Significa che l'uomo può sottrarsi all'amore di Dio. La condanna nasce dal rifiuto della luce. È come una persona che sta per morire e, pur avendo davanti una medicina capace di guarirla, si ostina a non prenderla. Cristo è la salvezza del mondo, ma Dio non costringe nessuno ad accogliere il suo amore.

UN'IMMAGINE... ILLUMINANTE
A questo punto occorre chiederci: cosa significa concretamente dire che Dio è uno e trino? Significa che Dio è un'unica natura divina, un unico Dio, ma in tre Persone realmente distinte. Il Padre non è il Figlio, il Figlio non è lo Spirito Santo, eppure ciascuno è pienamente Dio. Il Padre genera eternamente il Figlio; il Figlio è eternamente generato dal Padre; lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come vincolo di amore eterno. Non ci sono tre volontà contrapposte o tre divinità separate. C'è una perfetta unità di amore e di vita.
Naturalmente questo supera la nostra intelligenza. Se Dio fosse completamente comprensibile alla nostra mente, non sarebbe Dio. Però possiamo avvicinarci al mistero con alcune immagini che ci aiutano. La Trinità assomiglia a una candela accesa: ci sono la cera, lo stoppino e la fiamma. Sono realtà distinte, ma formano un'unica candela. La cera rappresenta il Padre, l'origine e la sostanza da cui tutto ha inizio. Lo stoppino rappresenta il Figlio (Gesù), generato dalla cera, che incarna la sostanza e si offre per far risplendere la luce. La fiamma rappresenta lo Spirito Santo, il calore e la luce che scaturiscono continuamente dall'unione tra la cera e lo stoppino.
Certamente ogni esempio è limitato e non riesce a spiegare perfettamente Dio, ma serve a capire che distinzione e unità possono stare insieme senza contraddizione. La Trinità non è un rompicapo teologico per specialisti. È la verità che illumina tutta la nostra vita. Se Dio è comunione di amore, allora anche noi siamo fatti per amare e per vivere relazioni vere. Ecco perché il peccato mortale è sempre una rottura della comunione: con Dio, con gli altri e persino con noi stessi.

LA TRINITÀ ILLUMINA LA VITA CRISTIANA
La Trinità illumina anche la famiglia. Quando in una casa ciascuno pensa solo a sé stesso, quando si vive di orgoglio, ripicche e silenzi pieni di rancore, quella casa si spegne. Quando invece ci si ascolta, ci si perdona, ci si dona tempo e pazienza, allora quella famiglia diventa un piccolo riflesso della vita di Dio. Nessuna famiglia è perfetta, ma ogni famiglia può diventare scuola di comunione.
Anche nella vita quotidiana spesso viviamo come se Dio fosse una entità generica e lontana da noi. Ci basiamo solo sui nostri calcoli, ci affidiamo solo alle nostre forze. Invece il cristiano vive immerso nella Trinità. Il Padre ci custodisce con la sua Provvidenza anche quando non comprendiamo tutto. Il Figlio cammina accanto a noi nelle fatiche e nelle croci. Lo Spirito Santo ci dà luce nei momenti di confusione e forza quando siamo stanchi o tentati.
Pensiamo a quante volte nella giornata abbiamo bisogno della presenza di Dio: quando dobbiamo trattenere una parola cattiva, quando occorre pazienza con una persona difficile, quando ci sentiamo scoraggiati, quando dobbiamo prendere una decisione importante. Invocare e affidarsi alla Trinità non è una devozione astratta. È entrare nella sorgente dell'amore e della pace.
I santi avevano una familiarità profonda con questo mistero. Non pretendevano di capire tutto con la ragione, ma adoravano con umiltà. Il vero problema oggi non è che Dio sia troppo misterioso; il problema è che spesso abbiamo perso il senso dell'adorazione. Viviamo in un mondo che vuole spiegare e controllare tutto. Ma davanti alla Trinità impariamo che Dio non si possiede, ma si contempla e si ama.
Per questo la Chiesa oggi non ci invita tanto a "capire" la Trinità, quanto a vivere della Trinità. Ogni Messa inizia e finisce nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ogni battesimo ci immerge nella Trinità. Ogni preghiera autentica nasce dallo Spirito, passa attraverso il Figlio e sale al Padre. E allora oggi possiamo chiederci con sincerità: la mia fede è soltanto un'abitudine oppure una relazione viva con Dio? Quando faccio il segno della croce lo faccio con profondo rispetto oppure in fretta? La mia vita assomiglia almeno un poco alla comunione e all'amore che esistono in Dio?
La Santissima Trinità ci ricorda che all'origine di tutto non c'è il caso, ma un Dio che ci ama di un amore eterno. E il destino ultimo della nostra vita non è il nulla, ma entrare per sempre dentro quell'amore infinito del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Fonte: BastaBugie, 27 maggio 2026

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