BastaBugie n�982 del 17 giugno 2026

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1 I TRE MOTIVI PER CUI I SACERDOTI LASCIANO IL MINISTERO
Non sanno dire perché cambiano vita... più che altro ''sentono'' che qualcosa si è rotto, mettendo tutto in discussione: vediamo perché
Autore: Giuseppe Forlai - Fonte: Il Timone
2 IL GENDER NEGA SCIENZA ED EVIDENZA, LO DICONO GLI ORMONI
Oggi l'unica fonte di conoscenza è la pseudo scienza di social media e mainstream, invece la vera scienza riconosce che il maschile e il femminile sono dati biologici innegabili (vedi il testosterone)
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 I CRISTIANI PERDONO SOLO QUANDO SMETTONO DI COMBATTERE
L'esercito di Israele ha annunciato la conquista del castello di Beaufort (nella foto: la fortezza crociata che è ancora un baluardo strategico nella guerra in Medio Oriente)
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
4 CATTOLICI SENZA CHIESA, QUANTI EQUIVOCI SUL CASO SAN PIO X
I lefebvriani si vantano di essere cattolici, ma dimenticano che uno scismatico è tale anche se non è eretico (come dice la dottrina tradizionale e preconciliare!)
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 CIECA, STORPIA E ABBANDONATA DAI GENITORI, MA SCELTA DA DIO
Santa Margherita da Città di Castello prova che chi viene scartato dagli uomini può diventare prezioso agli occhi del Signore ed essere luce per tanti
Fonte: Amici Domenicani
6 PLANNED PARENTHOOD NASCONDE LA MORTE DI UNA DONNA DURANTE UN ABORTO
La 18enne Lexi Arguello è morta dopo un aborto al sesto mese, ma l'autopsia completa è emersa solo dopo una lunga battaglia legale
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: Provita & Famiglia
7 OMELIA XII DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 10, 26-33)
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

1 - I TRE MOTIVI PER CUI I SACERDOTI LASCIANO IL MINISTERO
Non sanno dire perché cambiano vita... più che altro ''sentono'' che qualcosa si è rotto, mettendo tutto in discussione: vediamo perché
Autore: Giuseppe Forlai - Fonte: Il Timone, marzo 2026

Da sempre i preti abbandonano il ministero, i coniugi si separano, le monache lasciano la clausura, i frati il convento. I motivi sono i più diversi, le cause profonde che portano a determinate scelte spesso insondabili. Sembra assurdo dirlo, ma tant'è: non tutti sanno precisamente perché cambiano vita; più che altro "sentono" che qualcosa si è rotto dentro, mettendo tutto in discussione. Quando un prete abbandona non bisogna scandalizzarsi, piuttosto chiedersi con molta umiltà e sapienza: «Perché io rimango?». Si narra che dei monaci egiziani incontrarono lungo il sentiero un anziano abbà rannicchiato con la testa tra le mani che versava lacrime abbondanti. Domandarono: «Padre, perché piangi? Cosa ti è mai successo?». Egli rispose: «Ho visto pocanzi un monaco cadere in un grande peccato». Stupefatti i giovani esclamarono: «E dunque, perché questa spropositata disperazione?». E l'anziano: «Oggi lui, domani io». Attenzione a puntare il dito. Senza fare le pulci a chi lascia, è utile condurre una disamina delle varie storie di vita, almeno nel tentativo di rimanere lucidi e farsi un esame di coscienza. Giudicare no, vigilare sì. Le cause degli abbandoni si rimpallano da anni, e le più "quotate" sono conosciute. C'è chi parla di crisi del celibato, di una formazione seminaristica lontana dalla realtà (questa motivazione va sempre molto di moda, soprattutto in chi non ha mai fatto il formatore); c'è poi chi denuncia la solitudine del prete o il logoramento pastorale, oppure la scarsa cura di taluni vescovi verso sacerdoti. In questi ultimi anni è poi aumentato il fenomeno dei preti adulti che lasciano, e l'abbandono non sembra più essere appannaggio dei giovani o della famigerata crisi del settimo anno. Si lascia il ministero anche a sessant'anni (come d'altra parte si divorzia perfino in età matura). Comunque i dati sociologici esistono e non vale la pena riproporli. Chi scrive fa l'eremita, non l'esperto, quindi non azzardo analisi. Posso però condividere alcune costanti che ho registrato accompagnando i consacrati.

ALCUNE COSTANTI
La prima cosa che mi colpisce è come nei preti in crisi l'emozione del momento abbia la forza di cancellare un'intera biografia: esperienze, scelte, valori, convinzioni di fede vengono quasi azzerate da un fallimento, un innamoramento, una delusione. Come se l'identità personale non si distendesse più sul corso del tempo vissuto, ma si contraesse improvvisamente, appiattendosi sul disagio dell'oggi; non esiste più nulla al di fuori del sentirsi male, e il rinchiudersi interamente nel disagio - cassando la memoria - sembra essere l'unica maniera per sentirsi liberi. Avviene come se di un romanzo di mille pagine ne restassero solo dieci, e da queste si pretendesse di conoscere tutta la trama.
La seconda cosa che mi colpisce - e che segue sovente la scomparsa della biografia personale - è che nelle storie di abbandono il senso della comunità e la responsabilità verso il prossimo decadono rapidamente. I volti delle persone che hanno accompagnato il cammino sbiadiscono, le persone affidate, il popolo di Dio - che sembrava prima la ragione precipua di ogni dedizione - improvvisamente non hanno più alcun posto nella coscienza di sé. Dopo anni di discernimento comunitario fatto per diventare prete, coinvolgendo superiori, formatori, parroci di pastorale e popolo di Dio, per scegliere di lasciare non serve più nessuno... se non lo psicologo, che finalmente «mi fa sentire me stesso». Questo, devo dire, mi ha fatto sempre molto pensare.
La terza cosa che constato è la discriminante del fattore fede. Ossia il prete che entra in una crisi destabilizzante con una lettura provvidenziale della sua storia, vive il tempo della prova non come una messa in discussione di tutto, ma come un'occasione. Posso essere interiormente lacerato e per lungo tempo, ma a seconda del fatto che io abbia o meno un'esperienza viva di Cristo e dei sacramenti la crisi sboccherà in esiti sensibilmente diversi. La maggior parte dei preti che ho conosciuto e che per motivi personali hanno lasciato il ministero, si sono anche allontanati del tutto o in parte dal credo della Chiesa, a favore di una religiosità cucita addosso in maniera individualistica. In questo caso si comprende come le crisi vocazionali - specie nei giovani preti che hanno ricevuto da ragazzi una formazione cristiana meramente aggregativa sentimentale - possano essere interpretate come crisi di fede.
Le cause remote degli abbandoni non tocca a me stabilirle, ma gli stessi preti che incontro ogni tanto ne elencano qualcuna, che riporto di seguito.

TRE CAUSE RICORRENTI
1) La fatica a essere onesti
Essere sinceri ed essere autentici sono due cose molto diverse. I formatori non sempre sanno operare tale distinzione nei seminaristi: un candidato che tutto racconta non significa che sia autentico. Si è sinceri quando si manifesta ciò che si sente, si è autentici quando si rivela ciò che si è e si desidera davvero. Non è la stessa cosa. Si può essere gravemente narcisisti e contemporaneamente sinceri, solo per fare un esempio.
2) Il mito dell'infaticabilità senza equilibrio
Il bravo prete/seminarista - si pensa - è quello che si dà tanto da fare. Anche qui si rischia di confondere il vero lavoro con la dispersione. Un prete che corre dalla mattina alla sera senza rispettare i suoi limiti fisici e spirituali, non è uno che lavora, bensì più semplicemente un uomo disordinato. E questo affannarsi (che è una forma di accidia) è un ottimo alibi per occultare i "draghi": vuoti da non sentire, intemperanze nel celibato da occultare, legami morbosi da non ammettere.
3) La fragilità del cammino di fede
Crescere nell'amore del Signore è ciò che di meno scontato si possa registrare nella vita presbiterale. Perdere la fede è un attimo che può scoccare senza avvedersene. Il prete può non accorgersi di rimanere fermo nella sequela: il contatto quotidiano e frequente con "le cose di Dio" può dare l'illusione di essere intimo con il Signore. Errore fatale. Non basta essere stati ordinati per diventare dei credenti. Il grande domenicano francese Henri-Dominique Lacordaire (+ 1861) diceva che se un prete ha la donna, beve, è attaccato ai soldi e non sa perché è prete, prima o poi si perde; se un prete ha la donna, beve, è attaccato al denaro, ma sa perché e per chi è prete, allora tutto cambia, tutto è recuperabile. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).

DOSSIER "EXTRA ECCLESIAM"
Sacerdoti ridotti allo stato laicale

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Fonte: Il Timone, marzo 2026

2 - IL GENDER NEGA SCIENZA ED EVIDENZA, LO DICONO GLI ORMONI
Oggi l'unica fonte di conoscenza è la pseudo scienza di social media e mainstream, invece la vera scienza riconosce che il maschile e il femminile sono dati biologici innegabili (vedi il testosterone)
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 25 maggio 2026

Recentemente ho tenuto una conferenza sul tema del maschile e del femminile che, ovviamente, ho trattato dal punto di vista aristotelico-tomista. Durante il momento di confronto con il pubblico, un giovane astante mi ha rivolto questo appunto: «Gli atteggiamenti e i comportamenti sono certamente influenzati dalla cultura, dall'educazione e dallo stile di vita; non credo sia possibile che siano in qualche modo influenzati dalla biologia». Lo confesso: ho faticato a credere alle mie orecchie.
Questa affermazione contrasta, innanzitutto, con l'esperienza comune, almeno degli esseri umani delle classi sociali meno giovani. Io avevo una cagnolina che faceva la pipì accovacciata. Inoltre, la pipì solo quando ne aveva bisogno, tranne quando era in calore; in quel periodo, lasciava tracce di pipì qua e là, per segnalare la sua disponibilità alla riproduzione. Il suo amico Edo, invece, faceva la pipì alzando la zampina; e usava la pipì per "marcare il territorio", lasciando tracce del suo passaggio nei luoghi dove altri maschi avevano fatto la stessa cosa in precedenza. Posso assicurare al gentile lettore che non ho insegnato io, alla mia cagnolina, a fare pipì accovacciata; e - ho verificato - nessuno ha insegnato a Edo quel modo di liberarsi la vescica.
Esclusa l'ipotesi "costruzione sociale" (società cinofila patriarcale e maschilista), resta evidentemente l'ipotesi biologica e istintuale (che fa, cioè, riferimento ad una anima).
Comportamenti e atteggiamenti diversi tra i sessi - il lettore mi creda o no - li ho riscontrati personalmente in altre specie animali: gatti, pollame, pesci... Maschi e femmine hanno, in diverse circostanze della loro vita, atteggiamenti e comportamenti diversi; e non ho mai visto nessuno educare al predominio maschile polli o avannotti.

L'UNICA FONTE DI CONOSCENZA
Tuttavia, se i moderni si limitavano a deridere le verità metafisiche, i contemporanei faticano a credere anche ai propri occhi: l'unica fonte di conoscenza certa sembra essere la scienza, che si esprime principalmente attraverso social media e fonti di informazione mainstream; ma anche, marginalmente, mediante ricerche e paper peer reviewed.
Facciamo una verifica rapida e semplice, tramite il secondo strumento (paper scientifici): la biologia - in particolare gli ormoni - ha un'influenza su atteggiamenti e comportamenti? Non prendiamo una sola ricerca ma una rassegna. Leggiamo: «Con questa rassegna illustriamo il ruolo cruciale che gli ormoni svolgono nel comportamento e nella cognizione umana, dall'interazione immediata tra fisiologia e situazioni ai processi di sviluppo a lungo termine che si estendono per tutto l'arco della vita. Il primo ormone, la secretina, fu scoperto nel 1902, ma anche a più di 120 anni di distanza la nostra comprensione dell'endocrinologia sociale e comportamentale è tutt'altro che completa. Tuttavia, è ormai evidente che esistono interazioni tra fattori ormonali e sociali, aprendo una moltitudine di quesiti di ricerca rilevanti per le scienze sociali».
In sostanza: non ci si pone più la domanda se gli ormoni (cioè la biologia) influenzino comportamenti e atteggiamenti, lo lo diamo ormai per accertato; la domanda è come questo avvenga. Apprendiamo anche che questo tipo di ricerca non è recente o recentissimo; cosa che ne giustificherebbe l'ignoranza: risale a più di centoventi anni fa.
Esiste addirittura una scienza (una scienza che, stranamente, merita ancora il nome di scienza; non junk-science) dedita esclusivamente a questo tema e che si chiama neuro-endocrinologia, definita come branca multidisciplinare della medicina che studia le complesse interazioni reciproche tra il sistema nervoso e il sistema endocrino.

IL TESTOSTERONE
Prendiamo come esempio (facile, abbiamo detto) il testosterone, un ormone steroideo appartenente alla famiglia degli androgeni. Esso viene prodotto soprattutto nei testicoli nell'uomo, in quantità minori nelle ovaie nella donna e, in entrambi i sessi, anche dalle ghiandole surrenali; è, quindi, un ormone prevalentemente (ma non esclusivamente) maschile.
Bene, il testosterone non influenza solo lo sviluppo corporeo (crescita dei genitali;  comparsa della barba e dei peli; abbassamento della voce; aumento della massa muscolare; incremento della densità ossea; distribuzione tipicamente maschile del grasso corporeo, conformazione cerebrale "maschile"...). Esso influenza anche il comportamento, come è ampiamente dimostrato dalla ricerca (appunto) endocrinologica. E non nel senso che «aumenta l'aggressività», come sostiene la vulgata ufficiale: nel senso che riduce la tendenza a mentire; contrasta il conformismo e le strategie di reputazione ingannevoli; favorisce la perseveranza; è correlato con l'intelligenza «fluida».
In sostanza: il testosterone influenza eccome atteggiamenti e comportamenti; soprattutto aumentando la vita "virtuosa". Non a caso, la parola virtù, così come virilità, ha la sua radice nella parola latina vir, che indicava l'uomo adulto pienamente realizzato...
Per concludere: l'ideologia gender, essendo una ideologia, nega l'esperienza comune; ma, in questo caso, nega persino la scienza, quella con la S maiuscola. È, per usare il linguaggio contemporaneo, negazionista e antiscientifica. Il che richiede, evidentemente, un lungo percorso di indottrinamento e di lavaggio (con tanto di risciacquo e centrifuga) del cervello; da effettuarsi nelle più rinomate istituzioni scolastiche.
La biologia, nel frattempo, continua imperterrita a fare il suo lavoro.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 25 maggio 2026

3 - I CRISTIANI PERDONO SOLO QUANDO SMETTONO DI COMBATTERE
L'esercito di Israele ha annunciato la conquista del castello di Beaufort (nella foto: la fortezza crociata che è ancora un baluardo strategico nella guerra in Medio Oriente)
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 7 giugno 2026

Pochi conoscevano il nome del castello di Beaufort, nel Libano meridionale, prima che l'esercito dello Stato di Israele ne annunciasse la conquista lo scorso 31 maggio. L'opinione pubblica mondiale ha appreso così l'esistenza di una fortezza crociata che, novecento anni dopo la sua costruzione, continua a rappresentare un significativo baluardo strategico nella guerra in corso in Medio Oriente.
Il castello di Beaufort venne edificato nel 1139 da Folco V d'Angiò, re crociato di Gerusalemme, su una cresta rocciosa a 700 metri di altitudine, per controllare le vie di comunicazione tra la costa fenicia, la Galilea e l'interno della Siria. Esso domina la Valle della Bekaa, tra il Libano e la Siria, che costituiva una frontiera tra il mondo franco e quello musulmano. La sopravvivenza di questo castello nel corso dei secoli ci ricorda innanzitutto che i territori oggi contesi fra Israele e Hezbollah furono terre cristiane. In queste terre visse e versò il suo sangue Nostro Signore Gesù Cristo e da lì si diffuse nel mondo la Chiesa cattolica.
Sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino, vi rinvenne, tra il 326 e il 328, le reliquie più preziose della Passione e, per suo impulso, sorsero la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e la Basilica della Natività a Betlemme, che trasformarono la Terra Santa in una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, contribuendo a fissare nella memoria religiosa la geografia dei luoghi evangelici.
Dopo che nel 638 i seguaci di Maometto conquistarono Gerusalemme, i santuari cristiani continuarono a esistere, ma in condizioni sempre più precarie, finché, nell'XI secolo, i Turchi selgiuchidi, dopo aver invaso la Palestina, ne decretarono la distruzione. Le Crociate, nate per liberare i Luoghi Santi occupati dai musulmani, furono la pagina più luminosa del Medioevo cristiano. Dopo la riconquista della Città Santa, nel 1099, nacquero il Regno di Gerusalemme e una serie di Stati crociati sotto la sua sovranità. Questo vasto complesso territoriale comprendeva la Contea di Edessa, corrispondente a porzioni dell'attuale Turchia sud-orientale, della Siria settentrionale e dell'Iraq occidentale; il Principato di Antiochia, esteso sull'odierna regione turca di Hatay e sulla Siria nord-occidentale; la Contea di Tripoli, che occupava gran parte della costa dell'attuale Libano; e il Regno di Gerusalemme, che includeva la maggior parte dell'odierno Israele, i territori palestinesi della Cisgiordania, la fascia costiera di Gaza e ampie zone dell'attuale Giordania occidentale e meridionale.

IL REGNO CROCIATO DI GERUSALEMME
Nel loro insieme, gli Stati crociati si estendevano dal Mediterraneo fino all'alto corso dell'Eufrate e dai territori dell'odierna Turchia meridionale fino al Golfo di Aqaba sul Mar Rosso.
L'esistenza del castello di Beaufort ci ricorda non solo l'esistenza del Regno crociato di Gerusalemme, ma anche il fatto che questo territorio si formò in seguito a una "guerra santa" promossa dal Beato Urbano II e dai suoi successori, che furono trentaquattro tra la conquista di Gerusalemme del 1099 e la caduta di San Giovanni d'Acri nel 1291, data convenzionalmente assunta come termine dell'epopea crociata.
Questa epopea vide straordinarie vittorie cristiane, ma anche gravi insuccessi. Quando apparve all'orizzonte il più temibile nemico che i crociati ebbero mai di fronte in quegli anni, il sultano d'Egitto e di Siria Saladino, i capi crociati si lasciarono trasportare dalle lotte interne, dagli intrighi e dall'ambizione e andarono incontro, nel 1187, alla disastrosa sconfitta di Hattin.
Ad Hattin, presso il lago di Tiberiade, i crociati caddero nella trappola abilmente predisposta da Saladino. Per costringere l'armata del Regno di Gerusalemme ad abbandonare la forte posizione di Sephoria, ricca d'acqua e favorevole alla difesa, Saladino attaccò Tiberiade. L'esercito cristiano si mise allora in marcia sotto il caldo estivo, mentre la cavalleria leggera musulmana lo tormentava incessantemente con incursioni e manovre di disturbo, impedendogli di raggiungere le sorgenti e di rifornirsi d'acqua. Quando i crociati giunsero esausti presso Hattin, la battaglia era ormai in gran parte perduta e il loro esercito venne quasi completamente annientato. Nel 1191 cadde anche il castello di Beaufort, ultimo e prestigioso avamposto del sistema difensivo crociato verso l'entroterra siriano.

DIO NON ABBANDONA COLORO CHE CONFIDANO IN LUI
La causa più profonda della sconfitta dei crociati non fu soltanto di ordine militare. Essa risiedeva nella perdita di quella purezza d'intenzione e di quella tensione spirituale che erano state all'origine della loro epopea. La tradizione cristiana insegna che Dio non abbandona coloro che confidano in Lui, ma che spesso permette le sconfitte quando gli uomini si allontanano dalla loro vocazione e fanno affidamento esclusivamente sulle proprie forze. Perciò il vescovo Guglielmo di Tiro, testimone e cronista delle Crociate, scriveva in quel tempo parole che fanno riflettere: «Presso di noi sono venuti meno, secondo il lamento del profeta, "il consiglio al saggio, l'istruzione al sacerdote, la visione al profeta" (Geremia, 18, 18b); ora fra noi è così del sacerdote come del popolo (Osea, 4, 9) , in modo che a noi è possibile adattare le parole del profeta, "la testa è tutta piagata, il cuore tutto sfatto; dalla pianta dei piedi alla testa non v'è niente che sia sano in noi" (Isaia, 1, 5b-6). Si è ormai giunti in quei tempi in cui non siamo in grado di tollerare né i nostri vizi né i loro rimedi; perciò, a causa dei nostri peccati i nemici sono divenuti più forti, e noi, che tanto frequentemente avevamo l'abitudine di riportare con gloria la palma trionfando sui nemici, ora, privati della grazia divina, riportiamo quasi in ogni scontro il risultato peggiore».
Ma la storia ci trasmette anche un altro insegnamento. Chi vuole vincere una guerra deve saper scegliere il terreno sul quale combattere e non lasciarsi trascinare dal nemico nel luogo e nei modi da lui stabiliti. Questo principio vale non soltanto per le battaglie militari, ma anche per gli scontri religiosi, culturali e morali che attraversano ogni epoca della storia umana. Spesso la vittoria appartiene a chi conserva la lucidità necessaria per non abbandonare le proprie posizioni essenziali e per non farsi dettare l'agenda dall'avversario.
In questa prospettiva, il castello di Beaufort diviene il simbolo di quel «castello interiore» che ciascuno è chiamato a custodire. Esso rappresenta la fortezza dell'anima, la fedeltà ai propri princìpi, la vigilanza sulle proprie convinzioni e sulla propria vita spirituale. Difendere questo castello significa esercitare la prudenza, perseverare nel bene e non cedere alle pressioni esterne o alle debolezze interiori. Affidando infine alla Divina Provvidenza l'esito della battaglia, l'uomo compie tutto ciò che è nelle sue possibilità e trova nella fede la forza per resistere e per vincere.

Fonte: Radio Roma Libera, 7 giugno 2026

4 - CATTOLICI SENZA CHIESA, QUANTI EQUIVOCI SUL CASO SAN PIO X
I lefebvriani si vantano di essere cattolici, ma dimenticano che uno scismatico è tale anche se non è eretico (come dice la dottrina tradizionale e preconciliare!)
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27 maggio 2026

C'è un atteggiamento piuttosto preoccupante che serpeggia nel web (e fuori dal web) circa la valutazione della posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X e, in particolare, delle consacrazioni episcopali del prossimo 1° luglio. La legittimazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X verrebbe dal disastro ecclesiale: gli incontri di Assisi, la dichiarazione di Abu-Dhabi, le benedizione alle coppie omo, la persecuzione al rito romano antico, la Pachamama, gli abusi liturgici. Tutto fa brodo. E sembra che ad ogni castroneria pronunciata da un vescovo, ad ogni nuova trovata della creatività liturgica, ad ogni frutto avariato del falso ecumenismo diventi sempre più evidente che Lefebvre aveva ragione e che la scelta della Fraternità sia l'unica realisticamente percorribile per conservare la fede.
A questa lettura della situazione se ne accompagna sistematicamente un'altra, che riguarda il "marchio di cattolicità". La Fraternità Sacerdotale San Pio X, si dice, è cattolica perché ha la vera fede e chi ha la vera fede non può essere scismatico. Non pochi arrivano anche ad affermare che ad essere non cattolica sia "Roma".
È piuttosto triste e preoccupante constatare come sia andata completamente perduta l'idea squisitamente cattolica di cosa significhi appartenere alla Chiesa e di come ci si distacchi da essa. Si nota ovunque una sovraenfatizzazione, per non dire un'assolutizzazione, del vincolo della "vera fede", che di fatto ha finito per riassorbire gli altri due. E così i "tradizionalisti" di vecchia e nuova data non riconoscono più l'insegnamento tradizionale (e preconciliare!) sulla Chiesa.

CATECHISMO MAGGIORE DI SAN PIO X
Prendiamo il Catechismo Maggiore di San Pio X, come punto di partenza accettato anche dalla controparte. Al n. 151, il Catechismo illustra gli elementi necessari per appartenere alla Chiesa cattolica: «Per esser membro della Chiesa è necessario esser battezzato, credere e professare la dottrina di Gesù Cristo, partecipare ai medesimi sacramenti, riconoscere il Papa e gli altri legittimi Pastori della Chiesa». Si possono riconoscere, oltre al battesimo, i tre vincoli essenziali che ci legano alla Chiesa e ci fanno entrare nella sua unità e che corrispondono - teniamo bene a mente - ai tre poteri dei pastori della Chiesa, i vescovi: insegnare, santificare, governare. Si è membri della Chiesa perché si corrisponde a questa triplice potestà che Cristo continua ad esercitare nella Chiesa mediante i legittimi pastori. L'unità della Chiesa si fonda pertanto su tre vincoli, non solo sul primo. L'affermazione di don Pagliarani, nella recente Dichiarazione dottrinale, secondo cui l'unità della Chiesa «deriva essenzialmente dall'adesione di tutti i suoi membri all'unica vera fede», conferma questo errore e dimostra l'assolutizzazione della professione della retta dottrina, che finisce per assorbire gli altri due vincoli.
Poco oltre, il Catechismo ricorda che, ad essere fuori dall'unità della Chiesa sono «gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati». In particolare, al n. 230, definisce gli scismatici come quei «cristiani che, non negando esplicitamente alcun domma, si separano volontariamente dalla Chiesa di Gesù Cristo, ossia dai legittimi pastori» (corsivo nostro).
Due considerazioni, intimamente legate tra loro. La prima: è piuttosto evidente che la professione della vera fede non è sufficiente per essere membri della Chiesa; la seconda: lo scisma - che è uno dei delitti canonici che separa dall'unità della Chiesa - non richiede necessariamente la negazione di alcun dogma, ma riguarda la volontà di separarsi «dai legittimi pastori». A scanso di equivoci, ricordiamo che lo stesso Catechismo spiega chi siano questi legittimi pastori, ossia «il Romano Pontefice, cioè il Papa, che è il Pastore universale, ed i Vescovi» (n. 152), ovviamente quelli in comunione con lui, perché nella storia sono esistiti molti vescovi ordinati validamente, ma scismatici.

UNO SCISMATICO NON È PER FORZA ANCHE ERETICO
Ora, la rete sembra piena di persone che ritengono, a torto, che uno scismatico debba essere anche eretico, e magari debba avere dei comportamenti moralmente riprovevoli. Insomma, lo scismatico dev'essere per forza brutto e cattivo. Ma non è affatto così. Uno scismatico può essere perfettamente ortodosso, zelante, celebrare meravigliosamente nel rito romano antico eppure essere fuori dalla Chiesa, per la semplice ragione che rifiuta di essere unito ai legittimi pastori. Di fronte a quest'ultima affermazione, c'è una certa quota di persone assolutamente rispettabili, che subito si stracciano le vesti, pensando che questa unione significhi l'approvazione di qualunque cosa questi pastori facciano e dicano. Ma di questo non c'è traccia nell'insegnamento della Chiesa, che non parla affatto di una condivisione di sentimenti, di idee o di intenti. Si tratta, invece, più concretamente, dell'inserimento nella struttura giuridica della Chiesa - elemento imprescindibile della visibilità della Chiesa -, per cui un cattolico non è un apolide, ma appartiene a una diocesi eretta dal Sommo Pontefice (o dal Patriarca), ed un vescovo appartiene al collegio episcopale, cum Petro et sub Petro.
Ecco, la Fraternità rompe la sua comunione con la Chiesa proprio su questo punto così importante: essa rifiuta di essere inserita nella struttura visibile e gerarchica della Chiesa ed è, per questa ragione, scismatica; non esiste un episcopato cattolico al di fuori della comunione gerarchica, anche se i vescovi in questione fossero perfettamente ortodossi nella dottrina. Ed è questo che si continua a non capire.
Quei pochi simpatizzanti della Fraternità Sacerdotale San Pio X che pure ricordano i tre vincoli, finiscono poi per riformularli pro domo loro, stravolgendone il significato. La rivisitazione suona più o meno così: la Fraternità Sacerdotale San Pio X professa la fede cattolica, utilizza dei libri liturgici legittimi, riconosce il papa. Dunque, è cattolica. Si tratta però di un travisamento del senso dei tre vincoli che, come abbiamo ricordato sopra, sono la risposta alle tre potestà che Cristo esercita nella Chiesa, mediante i successori degli Apostoli. Non basta riconoscere il papa e il suo primato in linea di principio, o nominarlo nel Canone (anche i vetero-cattolici, che sono scismatici, lo fanno), ma occorre riconoscere di fatto la gerarchia della Chiesa, sottomettendosi al suo potere di giurisdizione. Sottrarsi abitualmente a questo potere per dar vita ad una realtà del tutto autonoma significa rompere questo vincolo e porsi al di fuori della Chiesa.

L'UNITÀ CATTOLICA E LA SOTTOMISSIONE AL PAPA
Nemmeno è sufficiente utilizzare dei libri liturgici legittimi: i sacramenti ed il santo sacrificio della Messa sono sempre ordinati alla glorificazione di Dio, all'edificazione della Chiesa e alla santificazione delle anime. Questo significa che essi richiedono l'unità cattolica e pertanto la sottomissione al vescovo e/o al papa. Impugnare un Messale contro questa unità è quanto di più contraddittorio possa esistere. Nella Chiesa antica, lo scisma era espresso segnatamente dall'erigere altare contra altare, ossia celebrare e amministrare i sacramenti al di fuori della comunione con il vescovo.
Anche sul primo aspetto, la professione della fede, c'è qualcosa di importante da dire. Perché la fede si esprime non semplicemente nell'adesione a delle dottrine, ma, come dice l'Atto di fede, nel credere «tutto quello che tu [Dio] hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere». L'atto di fede si porta su quanto la Chiesa ci chiede di credere, chiaramente non in modo indistinto, ma conformemente ai tre gradi con cui il Magistero si esprime (rinviamo al Primo Piano del numero di marzo 2025 de La Bussola mensile). Ora, la Fraternità Sacerdotale San Pio X si ostina a rifiutare la Professio Fidei del 1989, dimostrando così di non credere ciò che la Chiesa propone a credere. Non si tratta di avere delle riserve su alcuni punti dell'insegnamento del Magistero, quando esso non propone insegnamenti definitivi; rifiutando la Professio Fidei la Fraternità respinge quanto la Chiesa chiede a tutti i fedeli di accogliere.
Chi prende la strada della Fraternità Sacerdotale San Pio X spinto dallo sdegno per quanto dobbiamo purtroppo vedere o sentire all'interno della Chiesa dovrebbe ricordare che fuori della Chiesa non c'è salvezza. E la Chiesa è lì dove c'è Pietro e i vescovi ricevuti nella comunione cattolica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X non è nella comunione della Chiesa, perché rifiuta la sottomissione ai legittimi pastori, come insegnava proprio San Pio X. Anche se ritiene di avere la dottrina e la Messe "di sempre".
Il 26 maggio la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha reso noti i nomi dei quattro sacerdoti che il 1° luglio riceveranno la consacrazione episcopale senza mandato pontificio: don Pascal Schreiber, svizzero; don Michael Goldade, statunitense; don Michel Poinsinet de Sivry e don Marc Hanappier, entrambi francesi.

DOSSIER "LEFEBVRIANI? NO, GRAZIE!"
Non possiamo andare via dalla Chiesa Cattolica

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27 maggio 2026

5 - CIECA, STORPIA E ABBANDONATA DAI GENITORI, MA SCELTA DA DIO
Santa Margherita da Città di Castello prova che chi viene scartato dagli uomini può diventare prezioso agli occhi del Signore ed essere luce per tanti
Fonte Amici Domenicani, 16 maggio 2024

Il Castello della Metola, dove nacque Margherita nel 1287, era una fortezza posta sulla cresta di un'alta montagna, situata nella parte meridionale di Massa Trabaria. In quell'epoca tardo-medioevale Massa Trabaria, già possedimento dello Stato Pontificio, incuneata tra le potenti città di Firenze, Arezzo e Perugia, era stata proclamata Repubblica da Papa Innocenzo III e solidamente fortificata per la sua posizione strategica. Tutta la regione era aspramente montagnosa e coperta da fitte boscaglie; le strade erano scarse e primitive; i villaggi sorgevano isolati. Il castello della Metola dominava dall'alto tutta la zona godendo di una splendida vista sulla via maestra che univa le città di Mercatello e di Sant'Angelo in Vado; era stato costruito con un sistema tale di difesa da risultare pressoché inespugnabile.
Per questo, quando il padre di Margherita, Parisio, lo aveva conquistato togliendolo agli abitanti di Gubbio, aveva suscitato un tale entusiasmo per la sua valorosa impresa che gli era stata offerta la fortezza e tutto il vasto possedimento che la circondava. Lassù, Parisio aveva portato la giovane sposa Emilia ed aveva atteso con gioia la nascita di un erede che perpetuasse il suo nome. Quale nobile condottiero, ricco ed orgoglioso, pieno di sogni gloriosi per l'avvenire di quel figlio, aveva ordinato grandi festeggiamenti per il lieto evento, ma la delusione dei due sposi non poté essere più cocente quando s'accorsero che era nata una bambina cieca e deforme, destinata ad essere gobba e storpia.
L'orgoglio chiuse il loro cuore ai sentimenti di amore materno e paterno: decisero di nascondere a tutti la loro disgrazia affidando la bimba ad una donna di servizio e ordinandole di tenerla sempre nascosta. Nel modo più segreto possibile fu portata alla cattedrale di Mercatello per essere battezzata col nome di Margherita, soltanto perché il cappellano della fortezza lo aveva chiesto.

UNA CELLA VICINO ALLA CHIESA
Margherita, crescendo, manifestò una straordinaria intelligenza e imparò ben presto ad orientarsi girando per il castello, senza mai avvicinarsi alle stanze dei genitori che non volevano correre il rischio di incontrarla. Un giorno - Margherita aveva sei anni - vennero alla Metola alcuni visitatori e mentre la piccola si recava nella cappella a pregare, fu vista da una delle dame ospiti, che ovviamente fu incuriosita dalla presenza di quella bambina cieca e storpia.
Per evitare in futuro di correre ancora il rischio che quella sua figlia deforme venisse scoperta, Parisio escogitò un piano: fece costruire una cella vicino alla chiesa di Santa Maria della Fortezza, che si trovava a quattrocento metri dal castello, in piena boscaglia, e vi rinchiuse la figlia costringendola a vivere come una reclusa, con l'unica possibilità di passare il tempo a pregare, in attesa che da una finestrella le venisse porto un po' di cibo.
In quella gelida prigione, consapevole di essere rifiutata per il suo fisico anormale, Margherita avrebbe potuto crescere con l'odio in cuore per il trattamento subito, ma Dio vegliava su quell'anima a Lui cara e illuminò la sua intelligenza con la divina sapienza, facendole comprendere che era stata creata per amarLo e trovare così eterna e perfetta felicità. La bimba capì che per raggiungere un alto grado nell'amore di Dio, non è necessaria la vista, né un fisico perfetto, ma soltanto seguire l'esempio di Gesù Crocifisso e unire le nostre sofferenze alle sue. Nove anni rimase in quella cella, ricevendo frequenti visite dal cappellano che la istruiva nelle vie di Dio e rare visite dalla mamma.
Per amore di Gesù si impose dei lunghi digiuni e riuscì a procurarsi anche un cilicio. Mantenne il suo temperamento allegro e luminoso, accettando il dolore fisico e morale come una grazia speciale del Signore.
Fu tirata fuori da quell'orribile luogo a causa della guerra: Massa Trabaria era stata invasa dai nemici e se fossero arrivati vicini al castello, avrebbero scoperto la fanciulla prigioniera. Margherita finì in un luogo peggiore, cioè nella cantina del palazzo di suo padre a Mercatello, con un pagliericcio ed una vecchia panca per arredamento e le regole dei carcerati da osservare. Niente più conforti religiosi, come Santa Messa, Comunione, visite del cappellano, ma una tremenda solitudine e tanta angoscia per gli esiti della guerra. La fede e la fiducia in Dio l'aiutarono a superare la prova di quelle tribolazioni e a fortificarsi per il terribile cambiamento di vita che l'aspettava.

CITTÀ DI CASTELLO
Cessato il pericolo della guerra, i genitori decisero di condurla a Città di Castello, sulla tomba di Fra Giacomo, un francescano morto da poco tempo in fama di santità, nella speranza che un miracolo potesse donare la luce agli occhi spenti della loro figlia e guarirla dalla sua deformità.
Il viaggio attraverso gli Appennini per giungere nella valle del fiume Tevere, sulle cui sponde sorge Città di Castello, fu lungo e disagevole, né Margherita poté godere della vista del panorama; il peggio però l'attendeva proprio là dove il seme della speranza avrebbe dovuto fiorire in gioia per l'avvenire: delusi dal mancato miracolo, i nobili castellani della Metola presero la via del ritorno di nascosto, abbandonandola a se stessa per liberarsi per sempre di lei.
Quando la ragazza (era intorno ai quindici anni) se ne rese conto, il buio intorno a lei fu più fitto e il gelo le morse il cuore: possibile che fosse stata abbandonata in quella città del tutto sconosciuta? Eppure questa era l'amara realtà!
«Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» dice il salmista: fu così anche per lei. Dopo un breve tempo trascorso come mendicante, senza un tetto sotto il quale ripararsi dalle intemperie, Margherita trovò una calda accoglienza presso le famiglie povere della città che la ospitarono a turno, ammirandone la gentilezza, la pazienza e l'inalterabile serenità. Con la preghiera continua ella ricompensava i suoi benefattori, ottenendo grazie di ordine materiale e morale alle loro famiglie.

IL RIFIUTO DI OGNI COMPROMESSO
Intorno ai vent'anni fu accolta in un monastero dove, con il cuore traboccante di gioia, iniziò il suo cammino di perfezione spirituale impegnandosi ad osservare la Regola propria di quell'Ordine di cui l'antico biografo non ci rivela il nome. Purtroppo in quel monastero si era spento il primitivo fervore e le monache vivevano nella rilassatezza e nello spirito mondano; dopo un po' di mesi, la condotta di quella novizia cieca che si atteneva in fatto di silenzio, di povertà, di clausura e di raccoglimento alle prescrizioni della Regola, divenne un fattore di disagio nel convento, un tacito ma eloquente rimprovero per la comunità.
Poiché Margherita rifiutava ogni compromesso con la sua coscienza pur sapendo che rischiava di perdere ancora una volta la sicurezza di un tetto per l'avvenire, fu dimessa dal monastero e si ritrovò sola e abbandonata per la via. La grazia di Dio l'aiutò ancora una volta a superare il difficile momento col pensiero che anche Gesù era stato rifiutato dai suoi e che lei ora non poteva ritirare l'offerta che aveva fatto di se stessa a Dio fin da piccola.
Un nuovo genere di sofferenza l'attendeva: la derisione e il disprezzo pubblico di chi spargeva chiacchiere malevole sul suo conto, insultandola con frasi sprezzanti e motivando la sua cacciata dal monastero col fatto che non era stata in grado di adattarsi alla vita delle monache per mancanza di virtù.
Fu in questo doloroso periodo che la povera cieca incontrò nella chiesa della Carità, affidata ai Frati Domenicani, le Mantellate, laiche appartenenti all'Ordine della Penitenza di San Domenico, che vivevano in casa propria ma osservavano una Regola austera ed indossavano l'abito religioso domenicano.

CONTEMPLARE DIO E TRASMETTERLO CON LA PREGHIERA E LA PENITENZA
Margherita vi fu accolta, benché venissero ammesse soltanto donne vedove in età matura, perché ella dava prova di seria virtù e perché il suo fisico menomato la metteva al riparo da qualsiasi leggerezza di gioventù. Così la povera mendicante senza tetto divenne anche pubblicamente sposa di Cristo: quale sorte migliore poteva desiderare colei che agli occhi degli uomini pareva un brutto scherzo della natura? Come San Paolo, ella poteva proclamare: «Chi mi separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la fame... la cecità, il fisico deforme? Ma in tutte queste cose sono più che vincitrice per virtù di Colui che mi ha amata».
Entrando a far parte di una famiglia religiosa, Margherita trovò fratelli e sorelle ed un grande ideale per cui spendersi: contemplare Dio e trasmetterLo con la preghiera e la penitenza, poiché la cecità le impediva lo studio. Le preghiere, compresi tutti i 150 salmi, le aveva imparate a memoria. Di penitenze non era mai sazia, soprattutto dopo aver scoperto che San Domenico le praticava quale mezzo potente per ottenere la salvezza delle anime.
Nonostante le sue disgrazie fisiche, praticava un intenso apostolato di misericordia presso i malati e i moribondi e sollevava i cuori afflitti con una conversazione opportuna che tutto riconduceva all'Amore di Dio. Aveva una predilezione particolare per San Giuseppe e di lui parlava sempre volentieri, finché l'interlocutore era disposto ad ascoltarla!
Entrando nel Terz'Ordine Domenicano, cessarono per Margherita le difficoltà economiche perché fu accolta nella casa di una famiglia appartenente all'alta società, gli Offrenducci. Per un po' di anni visse con loro, poi passò nella casa della famiglia Venturino, una vera reggia per quell'epoca. La Mantellata però chiese di avere per sé una stanzetta in disuso nella soffitta, priva di lusso e di comodità, per seguire la via tracciata da Gesù e non tradire la regola professata. Insieme alla padrona di casa cominciò a visitare i carcerati, che erano tenuti in condizioni veramente disumane, per dare loro qualche aiuto materiale, come vesti e cibo, e il conforto del sostegno morale e religioso.

GLI ULTIMI ANNI
Chiari segni soprannaturali in questi ultimi anni dimostrarono che Margherita era molto vicina al cuore di Dio e che lo amava di un amore sempre più puro e profondo. Due volte, mentre viveva con la famiglia Offrenducci, aveva predetto il futuro e le sue profezie si erano avverate; in casa Venturino ottenne la guarigione miracolosa di una fanciulla e fermò un incendio gettando il suo mantello tra le fiamme. Inoltre col contatto della sua mano guarì l'occhio malato di una consorella. Dopo questi fatti, la mantellata divenne sempre più celebre per santità in tutta la regione. Durante le sue intense preghiere veniva colta da profonde estasi, soprattutto se si trovava in presenza di grandi miserie e sofferenze, e questo le capitava sovente mentre visitava i carcerati. Si confessava ogni giorno e riceveva la Santa Comunione ogni volta che ne otteneva il permesso. Negli ultimi tempi, quando partecipava alla Santa Messa, «vedeva» Gesù Cristo Incarnato, benché i suoi occhi di carne continuassero a non vedere niente.
Al principio del 1320 Margherita capì che il lungo esilio lontano dal suo Dio stava per terminare: le sofferenze fisiche aumentavano, la sua anima purificata da ogni egoismo anelava soltanto a liberarsi dal corpo mortale. Morì il 13 aprile, seconda domenica di Pasqua, all'età di trentatré anni.
Gli abitanti di Città di Castello accorsero in folla a tributarle l'ultimo saluto ed ottennero che venisse sepolta nella chiesa della Carità. Numerosi miracoli si verificarono sulla sua tomba, che fu sempre circondata di grande venerazione.
Il corpo incorrotto della Beata, il cui culto fu autorizzato nel 1609 da Papa Paolo V, giace ora sotto l'altare maggiore della chiesa di San Domenico.
Nel cuore della piccola cieca, per un fenomeno di stigmatizzazione plastica, furono trovati tre piccoli globi recanti le immagini della Sacra Famiglia; questa scoperta ricordò l'amore di Margherita per il Verbo Incarnato, la Madonna e San Giuseppe, dei quali parlava sempre con ardore, e le parole che spesso aveva pronunciato: «Oh, se voi sapeste il tesoro che ho nel cuore, vi meravigliereste!».

Fonte: Amici Domenicani, 16 maggio 2024

6 - PLANNED PARENTHOOD NASCONDE LA MORTE DI UNA DONNA DURANTE UN ABORTO
La 18enne Lexi Arguello è morta dopo un aborto al sesto mese, ma l'autopsia completa è emersa solo dopo una lunga battaglia legale
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: Provita & Famiglia, 23 maggio 2026

Planned Parenthood è ritenuta responsabile di aver occultato intenzionalmente la morte di una giovane madre a seguito di un aborto. Il tragico evento si è verificato a Fort Collins, in Colorado, in una clinica della rete del colosso americano degli aborti: la ragazza è morta per complicazioni sopraggiunte dopo un aborto chirurgico praticatole nel secondo trimestre di gravidanza. Lo ha confermato il referto dell'autopsia sul corpo della diciottenne Lexi Arguello, che però è stato reso pubblico soltanto adesso, al termine di una battaglia legale durata oltre un anno. Finora, infatti pare purtroppo che questa potente industria dell'aborto non sia mai stata chiamata a rispondere in tribunale per aver posto fine alla vita di una madre, oltre che a quella del suo bambino ancora in grembo.

OCCULTARE INFORMAZIONI PUBBLICHE
In effetti, Planned Parenthood ha cercato in tutti i modi di insabbiare il tragico epilogo di questa storia. È stata necessaria una battaglia legale di più di un anno per rendere pubblico il referto dell'autopsia della giovane madre del Colorado. Lexi Arguello si è infatti sottoposta all'aborto il 6 febbraio 2025, quando era incinta di 21 settimane e 6 giorni. Il referto ha individuato la «probabile embolia da liquido amniotico» come condizione che ha contribuito in modo significativo al suo decesso. Stando a quanto constatato dal medico legale, a seguito dell'intervento abortivo, la giovane avrebbe manifestato una coagulazione intravascolare disseminata, ossia un grave disturbo della coagulazione che le ha poi provocato un collasso cardiovascolare e un'insufficienza a livello multiorgano. Sebbene due note organizzazioni pro-life - Operation Rescue e Life Legal Defense Foundation - abbiano richiesto l'autopsia meno di due settimane dopo la morte di Arguello, si sono viste recapitare una copia del referto pesantemente censurata, nella quale venivano omesse le informazioni relative all'aborto e alle possibili complicazioni sopraggiunte. Di qui le suddette associazioni, in collaborazione con l'avvocato del Colorado Tim Goddard, hanno deciso di intentare una causa contro il medico legale per aver interpretato erroneamente diverse leggi e regolamenti in materia, al fine di occultare informazioni pubbliche sulla causa della morte di Lexi. A questo punto, nonostante il medico legale Stephen Hanks avesse ribadito la correttezza delle informazioni riportate nel referto senza rimaneggiamenti, un giudice del tribunale distrettuale ne ha ordinato la pubblicazione integrale lo scorso 27 aprile.

IL TENTATIVO DI INSABBIARE LA VERITÀ
«L'autopsia rivela chiaramente le malefatte di Planned Parenthood. Tale referto è uno dei pochi documenti pubblici in grado di smascherare le responsabilità di Planned Parenthood nella tragica morte di Lexi Arguello», ha dichiarato a LifeNews.com il presidente di Operation Rescue Troy Newman. «È anche un documento che può dimostrare quanto siano diventate pericolose le cliniche abortiste non regolamentate e senza licenza in Colorado. Le donne muoiono e i funzionari statali si voltano dall'altra parte» - ha aggiunto ancora Newman - criticando duramente l'operato del medico legale, il quale avrebbe omesso intenzionalmente alcuni dettagli nel tentativo di non screditare la procedura abortista che, com'è noto, non è avulsa da pesanti ricadute non solo psicologiche ma anche fisiche per la salute della madre. «Il medico legale sapeva perfettamente che le donne potrebbero non entrare in una clinica per aborti se fossero a conoscenza del fatto che il personale sanitario ha ferito o addirittura ucciso una paziente. Solo che, invece di credere che le donne meritino di conoscere tutti i fatti per scegliere a chi e dove rivolgersi per l'assistenza sanitaria, il signor Hanks ha pensato fosse meglio tenerle all'oscuro e nascondere la verità sulla morte di Lexi. È così che i fautori dell'aborto mantengono in vita il loro business: nascondendo costantemente la verità», ha sottolineato Alexandra Snyder, presidente della Life Legal Defense Foundation. Nel caso di specie, dunque, «non si è trattato di una semplice censura per motivi di privacy. I funzionari del Colorado hanno nascosto al pubblico i risultati delle analisi mediche e la causa ufficiale della morte di Lexi per proteggere un settore politicamente favorito da eventuali controlli», ha osservato Snyder, evidenziando proprio come «la morte della giovane metta in luce la pericolosa mancanza di controllo che circonda il settore dell'aborto in Colorado. Il pubblico ha il diritto di sapere cosa succede all'interno di Planned Parenthood, soprattutto quando le strutture che offrono servizi di aborto finanziati dai contribuenti continuano a opporsi a standard di sicurezza di buon senso». «Sospettiamo inoltre che Planned Parenthood abbia indotto i familiari a credere che la morte di Lexi fosse inevitabile. Incoraggiamo la famiglia a rivolgersi a un avvocato specializzato in negligenza medica. Se necessario, Operation Rescue è sempre disponibile a mettere i familiari in contatto con un legale», ha affermato infine il suo presidente Newman, accusando contestualmente il colosso degli aborti di aver anche ritardato le cure di emergenza che avrebbero potuto salvare la vita della giovane madre.

NON È UN CASO ISOLATO?
La dinamica di questa vicenda risulta emblematica di come sia concreto il rischio che quello di Lexi Arguello non sia un "caso isolato". D'altra parte in special modo Planned Parenthood non è nuova agli scandali per tutelare il fiorente business degli aborti. Basti a tal proposito ricordare anche soltanto quanto balzato agli onori della cronaca nel 2015, allorquando emerse che tale rete di cliniche si premurava di vendere illegalmente persino gli organi e i tessuti dei feti abortiti, pur di implementare ulteriormente i propri introiti. Pertanto, alla luce della gestione aziendale di Planned Parenthood, è molto probabile che quanto accaduto alla giovane diciottenne in Colorado sia in passato già successo, ossia che Lexi sia l'ennesima donna morta per le conseguenze legate a un aborto, e che dunque nei dati ufficiali potrebbero celarsi numerosi tentativi di insabbiamento compiuti additando motivazioni cliniche di altra natura dietro i decessi delle madri a seguito delle complicanze di un intervento abortivo.

Fonte: Provita & Famiglia, 23 maggio 2026

7 - OMELIA XII DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 10, 26-33)
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

Il brano evangelico che è offerto oggi alla nostra meditazione è, per così dire, "compilatorio"; si compone cioè di tre distinte frasi del Signore, che san Matteo ha raccolto nella medesima pagina. Non sono pensieri logicamente concatenati; è anzi verosimile che siano stati enunciati in occasioni diverse e in contesti non omogenei. Ma sono tre insegnamenti ugualmente preziosi: tutti e tre meritano la nostra attenta riflessione.

1) PROCLAMARE APERTAMENTE IL VANGELO
Un primo ammonimento riguarda la pubblicità da dare al messaggio cristiano.
Se leggiamo con attenzione il Vangelo, notiamo che Gesù, specialmente nella prima parte del suo ministero, ha proposto il suo annuncio di salvezza con gradualità e talvolta perfino con circospezione, per non suscitare immediate reazioni negative che gli avrebbero impedito di proseguire la sua missione. Spesso parlava soltanto in parabole, riservando le spiegazioni esaurienti agli incontri privati con il gruppetto dei fedelissimi.
Ma questa reticenza era soltanto una cautela legata agli inizi: non doveva diventare una caratteristica permanente. Dopo la mia risurrezione - così ci dice il Signore - ciò che io ho sussurrato all'interno delle abitazioni, voi lo ripeterete sui tetti, cioè sulle terrazze che coprono le vostre case; vale a dire, lo proclamerete pubblicamente. Perché non c'è nulla di quanto avete sentito in segreto, che non debba essere manifestato (cf. Mt 10,26).
In altre parole, l'ideale di Cristo non è una Chiesa "sotterranea", che nel timore di apparire invadente e oppressiva si riduca a essere muta; il suo ideale è una Chiesa dalla voce chiara e forte, che si faccia udire da tutti. Egli non vagheggia una Chiesa che, per evitare il trionfalismo e l'ostentazione, si limiti a ripetere con discrezione i luoghi comuni, che già corrono sulle labbra di tutti, o gli slogan universalmente sbandierati; egli ha di mira una Chiesa che abbia il coraggio di proporre energicamente la novità del Vangelo senza attenuazioni e senza sconti.
E se anche è contraddetta o disprezzata dai padroni del sapere e della comunicazione, non si rassegna mai al silenzio pavido o all'attitudine riverenziale di fronte alla cultura dominante. Anzi, non teme neppure di apparire retrograda o "stolta" agli occhi del mondo, perché sa che proprio con la stoltezza della predicazione è piaciuto a Dio di salvare i credenti (1 Cor 1,21).

2) CONFIDARE NEL SIGNORE
Poi il Signore ci dice: Non abbiate paura. Questa esortazione ci viene direttamente dalla mattina di Pasqua: l'angelo annunciatore della risurrezione la rivolge alle donne sbigottite, chiamate a diventare le prime testimoni dell'avvenimento centrale della storia.
È un invito che è ripetuto anche a noi: Non abbiate paura.
Certo, abbiamo mille ragioni per temere, noi che dobbiamo e vogliamo vivere da cittadini del Regno di Dio in una società che sembra ancora per molti aspetti sotto la tirannia del demonio, il Principe di questo mondo, per usare una parola di Gesù che siamo facili a censurare.
Noi non siamo gente spavalda, che ha il gusto di sfidare le contrarietà e le incomprensioni; siamo solo gente che si sforza di vivere nella fede e nella speranza. Per questo, e solo per questo, affrontiamo con fiducia tutte le difficoltà dell'esistenza.
Il cristiano sa che il suo destino vero, e tutto ciò che nella sua vita ha un'importanza reale e definitiva, è nelle mani del Padre; e questo gli basta. Quello che possono fargli gli uomini, concerne solo aspetti secondari e provvisori della sua avventura umana, e dunque non deve arrivare a turbarlo.
Egli non si lascia né incantare dai personaggi di rilievo che pretendono il culto della loro personalità, né atterrire dai prepotenti che vogliono piegare gli altri ai loro voleri con l'intimidazione, perché il suo unico incantatore e il suo unico re è il Signore Gesù.
Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, ha detto con una certa ruvidità il profeta Geremia. E Gesù aggiunge: Non abbiate paura di nessuno, neppure di quelli che uccidono il corpo.
Questa è la forza cristiana. Il discepolo di Cristo cerca di essere per gli altri fonte di incoraggiamento; ma lui personalmente non appoggia mai sugli altri la sua sicurezza, ma sul suo Salvatore. Il discepolo di Cristo rifugge dalla violenza; ma nessuna violenza riesce davvero a intimorirlo.
Naturalmente questo è solo un ideale: nella realtà noi conosciamo di essere da noi stessi deboli, pieni di ansie e di perplessità. È un ideale e un dono da chiedere nella preghiera: quello di essere sempre forti in colui che ci dà la forza (cf. Fil 4,13).

3) LA CENTRALITÀ DI GESÙ CRISTO
Il terzo insegnamento, che oggi ci viene impartito, è il più importante di tutti, e riguarda la centralità di Cristo e del suo mistero. Non su delle idee, non su dei "valori", non su dei sentimenti di solidarietà, di dialogo, di pace, si gioca davvero la nostra vita temporale e la nostra eternità.
La nostra sorte e il nostro più autentico pregio dipendono dalla capacità di restare integralmente fedeli al Figlio di Dio, per noi morto e risorto, e di rendergli testimonianza davanti a tutti.
Ecco che cosa è il cristianesimo: è rapporto totalizzante con un uomo che è vivo, che è Dio, che è Signore dell'universo; uno che può "riconoscerci" davanti al Padre, ma che prima vuol essere "riconosciuto".
Gesù primariamente non ci ha proposto una dottrina da accogliere, ma una persona da amare. Non ha fondato una scuola di filosofia, un'organizzazione umanitaria o una società di mutuo soccorso: ha chiesto a noi e a tutti una decisione definitiva per lui. Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32).

Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

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