SCOMUNICA AI VESCOVI LEFEBVRIANI, PER GLI ALTRI C'E' MA NON SI VEDE
Al posto del mandato pontificio è stata letta una (pseudo) giustificazione dell'atto scismatico, ma i sacramenti dei lefebvriani sono illeciti ed è proibito accostarvisi
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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PERCHE' I LEFEBVRIANI CITANO A SPROPOSITO SANT'ATANASIO
Le consacrazioni episcopali del patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali (la crisi ariana), ma non furono fatte in opposizione al Papa
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza romana
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LA PROPAGANDA LGBT ENTRA A GAMBA TESA SUI MONDIALI, MA IL PRIDE MATCH E' UN FLOP
La partita tra Iran ed Egitto era annunciata come simbolo del movimento Lgbt, ma si è conclusa senza la prevista mobilitazione sugli spalti
Fonte: Provita & Famiglia
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IMMIGRAZIONE E DELINQUENZA, IL FILM CITIZEN VIGILANTE FA DISCUTERE
Vietato in Germania la storia di un tizio che se la prende con quegli immigrati che, anziché ringraziare per l'accoglienza, delinquono (VIDEO: recensione di Citizen Vigilante)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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LA BUFALA DI GIOVANNA D'ARCO COME PRIMA FEMMINISTA DELLA STORIA
Nessuna vera cattolica può essere femminista in quanto è una ideologia che va contro le leggi di Dio e della natura
Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Corrispondenza romana
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LA CONVERSIONE ISLAMISTA DI TUCKER CARLSON
L'influencer si riposiziona e sposa la narrazione dei Fratelli Musulmani, spinto da tre fattori: sdoganamento dell'antisemitismo a destra, isolazionismo, odio per Israele a reti unificate
Autore: Stefano Magni - Fonte: Sito Nicola Porro
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OMELIA XV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 13, 1-23)
Il seminatore uscì a seminare
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
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SCOMUNICA AI VESCOVI LEFEBVRIANI, PER GLI ALTRI C'E' MA NON SI VEDE
Al posto del mandato pontificio è stata letta una (pseudo) giustificazione dell'atto scismatico, ma i sacramenti dei lefebvriani sono illeciti ed è proibito accostarvisi
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 3 luglio 2026
Dopo la tempesta meteorologica che ha travolto i fedeli durante le consacrazioni del 1° luglio, un'altra ben più grave perturbazione si abbatte su Ecône. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha emesso, nella giornata di ieri, 2 luglio, l'atteso Decreto con cui si notificano le scomuniche latæ sententiæ, in cui sono incorsi i due vescovi consacranti e i quattro nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Doppio è il delitto canonico dichiarato: quello per aver consacrato dei vescovi senza mandato e contro la volontà del papa (can. 1387) e quello di scisma (can. 1364 § 1). Si tratta di due delitti distinti, ognuno dei quali prevede la scomunica latæ sententiæ. Curiosamente, per mons. Bernard Fellay, conconsacrante, viene dichiarata la sola scomunica per scisma, come già avvenne nel 1988 con mons. De Castro Mayer, che assisteva mons. Lefebvre nella consacrazione illegittima dei vescovi. Il Dicastero ammonisce inoltre «i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto» nella stessa scomunica. Nella Nota esplicativa che accompagna il Decreto vengono fatte ulteriori precisazioni, che spiegano come la scomunica latæ sententiæ per adesione allo scisma - dunque, non evidentemente quella per consacrazione senza mandato -, si estenda ai «ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X» e a quei fedeli laici «che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), ancora vigente, che questo Dicastero fa propria». Il cardinale Julián Herranz, prefetto del suddetto Pontificio Consiglio, spiegava che «nel caso dei diaconi e dei sacerdoti lefebvriani sembra indubbio che la loro attività ministeriale nell'ambito del movimento scismatico è un segno più che evidente del fatto che [...] vi è una adesione formale» (§ 6) allo scisma, in quanto espressione sia di una condivisione delle posizioni scismatiche della Fraternità sacerdotale San Pio X che delle azioni conseguenti a tale convinzione, come quella della «partecipazione esclusiva agli atti "ecclesiali" lefebvriani, senza prendere parte agli atti della Chiesa Cattolica» (§ 6).
SACRAMENTI ILLECITI Quanto ai fedeli, già allora si indicava che è l'«adesione formale», ossia il fare proprio «l'atteggiamento di disunione dottrinale e disciplinare di tale movimento» (§ 7), a manifestare l'adesione allo scisma (con conseguente scomunica) e non la semplice frequentazione occasionale agli atti liturgici o altre iniziative della Fraternità sacerdotale San Pio X. La Nota di ieri indica ulteriormente «che i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi». A quanto pare, il Dicastero ritiene conseguenza della pena della scomunica non solo la proibizione di celebrare, ricevere ed amministrare i sacramenti, ma anche la revoca delle facoltà (che ricordiamo essere necessarie per amministrare non solo lecitamente ma anche validamente i sacramenti della penitenza e del matrimonio). Ora, qui sembra sussistere un problema quanto alla revoca delle facoltà per la confessione. Infatti, fu una Lettera Apostolica di papa Francesco, Misericordia et misera (n. 12), a concedere ai sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X le facoltà di assolvere validamente. Un Dicastero, in un documento che non ha ricevuto (almeno per ora) l'approvazione specifica del papa, può revocare l'atto di un pontefice? La mancata approvazione in forma specifica del papa lascia dunque aperto un dubbio su una questione di estrema importanza. Per i matrimoni il problema sembra diverso, perché si trattò di una lettera dell'Ecclesia Dei che incoraggiava gli Ordinari a concedere le facoltà per assistere canonicamente ai matrimoni. Resta però chiaro che tutti i sacramenti amministrati dai sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X e la celebrazione della Messa permangono illeciti, ed è pertanto ordinariamente proibito al fedele di accostarvisi.
IL VALORE GIURIDICO DELLA NOTA ESPLICATIVA Un problema ulteriore sembra sorgere sul senso di questa Nota esplicativa: qual è il suo valore giuridico? È assimilabile a quello del decreto? Perché le sanzioni esposte nella Nota non sono state riportate direttamente nel Decreto? In effetti, una Nota esplicativa non rientra tra gli atti dotati di efficacia penale. Questo non significa evidentemente che la scomunica latæ sententiæ per scisma (e lo scisma c'è) non riguardi chi vi aderisce, perché questo è già previsto dal diritto canonico. Ma, riguardo alle censure, un conto è la scomunica non dichiarata, che ha conseguenze comunque assai serie in foro interno sulla persona, e un conto quella dichiarata, da cui conseguono le corrispondenti censure giuridiche. Restando dunque il dubbio sul valore giuridico del documento accompagnatorio, le uniche censure effettivamente dichiarate sembrano essere quelle dei vescovi; per i sacerdoti e i fedeli "assidui", esiste un'effettiva adesione allo scisma, e la conseguente scomunica, ma non dichiarata. Appare dunque esserci più di un problema nei documenti emessi dal Dicastero, con conseguente confusione per tutta la Chiesa (come di consueto, da un po' di tempo a questa parte). Tra questi, la curiosa indicazione «Prot. n. 99/2009», malgrado il documento sia correttamente datato 2 luglio 2026: quale documento è stato riesumato e modificato? Domanda non irrilevante, dal momento che il valore giuridico si esprime anche nella forma. Il Dicastero ha altresì reso noto un documento relativo alla prassi da adottare per la riconciliazione di laici e fedeli proveniente dalla Fraternità sacerdotale San Pio X. In sostanza, il cardinale Fernández respinge al mittente la proposta che il cardinale Müller ha lanciato in Concistoro (e ribadita ieri nell'intervista alla Bussola) di creare una sorta di Ecclesia Dei 2.0 per agevolare il rientro di chi ha deciso di non seguire lo scisma. Secondo il Dicastero, ogni sacerdote dovrà sostanzialmente cercarsi un vescovo che lo accolga ad experimentum, per poi eventualmente procedere all'incardinazione. Il sacerdote dovrà prima chiedere al papa la remissione delle censure, firmare la Professio fidei e la Forma adhæsionis, ove si promette fedeltà al papa, si accetta la dottrina presente in Lumen gentium 25, si riconosce la validità della Messa e dei sacramenti frutto della riforma liturgica e si riconosce la disciplina della Chiesa, presente in particolare nel Codice di Diritto Canonico. [...] Nota di BastaBugie:l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Vescovi consacrati a Écône, uno strappo contro la Tradizione" parla dei quattro candidati della Fraternità San Pio X che hanno ricevuto la consacrazione episcopale senza mandato pontificio, al posto del quale è stata letta una giustificazione dell'atto scismatico. Ma è lo stesso rito celebrato ieri a mostrare le falle teologiche di un episcopato che pretende di riconoscere il primato petrino solo a parole. Pretesa bocciata già dal beato Pio IX. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 2 luglio 2026: L'atto scismatico è compiuto. Ad Ecône, i quattro candidati, Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry, Marc Hanappier, sono stati consacrati vescovi, contro l'espresso divieto di papa Leone XIV, incorrendo pertanto, insieme al vescovo consacrante, mons. Alfonso de Galarreta, e al co-consacrante, mons. Bernard Fellay, nella scomunica latæ sententiæ. Occorrerà attendere una dichiarazione della Santa Sede per comprendere meglio tutte le conseguenze di questo gesto, che già nel 1988 venne chiaramente definito una «disobbedienza che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano» e che pertanto «costituisce un atto scismatico» (Ecclesia Dei, § 3). Rispetto alle consacrazioni illecite del 30 giugno 1988, si registra una "novità"; alla domanda che introduce il rito «Habetis mandatum apostolicum?» (Avete il mandato apostolico?), questa volta è mancata la risposta «Habemus», che nel 1988 venne data, con la giustificazione che la Santa Sede, nel percorso per trovare un accordo con mons. Lefebvre, aveva promesso la consacrazione di un vescovo della Fraternità sacerdotale San Pio X. In sostituzione è stata letta una sorta di giustificazione dell'atto scismatico, facendo riferimento alle «circostanze eccezionali» che autorizzerebbero delle consacrazioni episcopali contro la volontà del papa, come mezzo proporzionato alla crisi presente; «dal Concilio Vaticano II fino ad oggi, le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la sacra Tradizione». Nello stesso testo, si trova anche l'affermazione che «le eventuali pene e censure» che verranno comunicate dalla Santa Sede «non hanno nessun valore». L'omelia del Superiore generale, don Davide Pagliarani, non poteva illustrare meglio quell'errore fondamentale che ha purtroppo guidato le decisioni di mons. Lefebvre e della Fraternità sacerdotale San Pio X. Di fronte al dilemma di scegliere tra la fede e la Chiesa, che correttamente don Pagliarani definisce «falso», egli replica che «si appartiene alla Chiesa innanzitutto per la professione integrale della fede. Si appartiene alla Chiesa perché si professa la fede della Chiesa». Un riduzionismo che abbiamo già denunciato, e che, oltre a supportare lo scisma, si pone di fatto nella linea dell'eresia. Il concreto comportamento della Fraternità sacerdotale San Pio X manifesta la convinzione che la presunta professione della vera fede esaurisca i requisiti necessari per appartenere alla Chiesa, contrariamente a quella fede cattolica integra che si proclama di difendere. Bonifacio VIII, nella bolla Unam Sanctam, non ha lasciato molto spazio ad equivoci: «Dichiariamo, affermiamo, stabiliamo che l'essere sottomessi al romano pontefice è, per ogni umana creatura, necessario per la salvezza» (Enchiridion Symbolorum, 875). Non si dice che sia necessario credere che lui è il capo della Chiesa, o che solo lui può dare la giurisdizione, o che sia sufficiente nominarlo nel Canone della Messa, ma che «essergli sottomessi» è necessario per la salvezza. Quando il papa proibisce delle ordinazioni episcopali non sta comandando nulla contro la fede o la morale, ma è pienamente all'interno di quelle facoltà che Cristo gli ha conferito con il primato, e pertanto gli si deve sottomissione. È proprio la salus animarum, anche ieri issata come vessillo da don Pagliarani, che, secondo l'insegnamento tradizionale della Chiesa, esige la sottomissione al romano pontefice in tutto ciò che rientra legittimamente nella sua autorità, non meno che la professione della fede. «La legge di Dio è la salvezza delle anime», ha proclamato il Superiore generale nell'omelia. Ma quel Dio che vuole la salvezza delle anime è lo stesso che ha determinato che questa salvezza si ottiene nella Chiesa, alla quale si aderisce per l'adesione nella stessa fede, negli stessi sacramenti e nella sottomissione al papa e ai vescovi in comunione con lui. Don Pagliarani e la Fraternità sacerdotale San Pio X hanno di fatto separato ciò che Dio ha unito, mettendo a serio rischio la salvezza propria e di quei fedeli che pure si proclama di voler soccorrere. Non è la sincerità del desiderio che si discute, ma la sua rettitudine. È tutto lo splendido rito celebrato ieri ad Ecône a mostrare le falle del castello teologico della Fraternità. Il giuramento pronunciato da ciascuno dei candidati all'episcopato di essere «fedele e obbediente al beato Pietro Apostolo, al capo della santa romana Chiesa e nostro, Leone XIV, e ai suoi successori», è stato smentito dall'atto stesso di ricevere la consacrazione contro la sua volontà. Così come quando al candidato viene chiesto di manifestare la sua volontà di «mostrare in tutto fedeltà, soggezione ed obbedienza, secondo l'autorità canonica» al papa, «cui è stata data da Dio ogni potere di legare e sciogliere». Nella preghiera Hoc, Domine, copiose, dopo l'unzione del capo, il consacrante così prega: «donagli, Signore, la cattedra episcopale, per reggere la tua Chiesa e il popolo a lui affidato». Il rituale esprime chiaramente che l'episcopato è ordinato a reggere la Chiesa, a prescindere dal conferimento o meno della giurisdizione da parte del papa. Che è esattamente quello la Fraternità da sempre nega, teorizzando la possibilità di una consacrazione che trasmetta la sola potestas ordinis. Quanto la Fraternità ha dunque operato smentisce ciò che ha dichiarato, ossia che possa esistere un episcopato solo "sacramentale", che non sia ordinato alla reggenza della Chiesa. Non sappiamo ancora cosa risponderà il papa all'atto scismatico di ieri. Sappiamo però cosa rispose il beato Pio IX esattamente 150 anni fa, ben prima del Concilio ritenuto foriero di ogni male, al Patriarca Caldeo, Giuseppe Audo. Dopo una serie di problemi, il papa restrinse l'abituale autonomia dei patriarchi nello scegliere i vescovi e dispose che fosse egli stesso a nominarli all'interno di una triade proposta dal Sinodo dei vescovi; ma il patriarca si rifiutò di consacrare i candidati nominati dalla Santa Sede. La crisi sembrava rientrata per le attestazioni di obbedienza del patriarca, ma il 24 maggio 1874, Giuseppe Audo «osò offendere lo Spirito Santo. In quello stesso giorno infatti ebbe l'impudenza di elevare in modo sacrilego alla dignità episcopale due sacerdoti del suo rito», contravvenendo a quanto il papa aveva stabilito per la scelta di nuovi vescovi. Iniziò un braccio di ferro, con il patriarca che, scrive Pio IX, «Ci dimostrò a sufficienza che egli non voleva attenersi alle Nostre disposizioni», pur continuando a proclamare a parole «l'integrità della sua fede» e «la sua devozione e sottomissione verso la Cattedra Apostolica del Beato Pietro» (Quæ in patriarcatu, § 17). Il patriarca, ammonito ripetutamente, iniziò a menare il can per l'aia, facendo presenti ogni volta al papa le mancanze dei Missionari Apostolici in Malabaria, e garantendo «più e più volte, con gran giro di parole e con adulazione, la propria fede cattolica e la propria obbedienza nei Nostri confronti» (§ 21). Nulla di nuovo sotto il sole. Stanco di questo riconoscimento solo verbale del primato petrino, Pio IX mise in chiaro le cose: «A che cosa serve, infatti, proclamare il dogma cattolico del primato del Beato Pietro e dei suoi successori, ed aver diffuso tante dichiarazioni di fede cattolica e di obbedienza verso la Sede Apostolica, quando le azioni in sé smentiscono apertamente le parole? Forse che non diventa persino meno scusabile la caparbietà, quanto più si riconosce il doveroso impegno dell'obbedienza? Forse che [...] basta avere comunione di fede con essa, senza obbligo d'obbedienza, perché si possa considerare salva la fede cattolica?» (§ 23). Domande che, con tutto il rispetto, giriamo a don Pagliarani e ai membri della Fraternità sacerdotale San Pio X. Ma giriamo loro anche le risposte che dà lo stesso Pontefice: «Si tratta infatti [...] dell'obbedienza che si deve prestare o negare alla Sede Apostolica; si tratta di riconoscerne la suprema potestà, anche nelle vostre Chiese, quanto meno per ciò che riguarda la fede, la verità e la disciplina; chi l'avrà negata è un eretico. Chi invece l'avrà riconosciuta, ma orgogliosamente rifiuti di obbedirle, è degno dell'anatema. Se qualcuno, ritenendo di giudicare diversamente lo stato delle cose, si allontanerà dalla retta via, si affretti a pentirsi» (§ 24). Così parla la Tradizione della Chiesa.
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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 3 luglio 2026
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PERCHE' I LEFEBVRIANI CITANO A SPROPOSITO SANT'ATANASIO
Le consacrazioni episcopali del patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali (la crisi ariana), ma non furono fatte in opposizione al Papa
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza romana, 1° luglio 2026
Nei sessant'anni trascorsi tra il Concilio di Nicea (325) e il Concilio di Costantinopoli (381) la Chiesa conobbe, con la crisi ariana, uno dei momenti più difficili della sua storia. Fu un'epoca di defezione della fede in cui spiccarono figure di strenui difensori dell'ortodossia come sant'Atanasio di Alessandria e sant'Ilario di Poitiers. Sant'Atanasio, in particolare, è divenuto il simbolo della lotta contro l'arianesimo, penetrato fino ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche. Nella attuale discussione sulle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, il nome di sant'Atanasio viene talvolta evocato come esempio di un vescovo che avrebbe consacrato nuovi vescovi al di fuori delle ordinarie norme disciplinari. Un esame rigoroso delle fonti storiche conduce tuttavia a conclusioni assai diverse. Per comprendere correttamente l'attività di Atanasio occorre anzitutto richiamare il quadro canonico del IV secolo. Nei primi secoli non esisteva la procedura giuridica di un mandato pontificio necessario per ogni consacrazione episcopale. Esisteva tuttavia una prassi consolidata, che il primo Concilio di Nicea codificò al canone 4. Questa prassi stabiliva che ogni nuovo vescovo dovesse essere consacrato da tutti i vescovi della provincia ecclesiastica o, qualora ciò non fosse possibile, almeno da tre vescovi, con la conferma finale del metropolita, che era il vescovo principale di una provincia ecclesiastica. Il metropolita possedeva una giurisdizione ordinaria sulla propria provincia. Il Papa esercitava invece un primato universale sulla Chiesa. Atanasio divenuto vescovo della sede metropolitana di Alessandria l'8 giugno 328, aveva la responsabilità di una delle più vaste circoscrizioni ecclesiastiche dell'Oriente cristiano. Il canone 6 di Nicea stabiliva infatti: «L'antica consuetudine vigente in Egitto, Libia e Pentapoli rimanga in vigore, così che il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste regioni».
L'OPPOSIZIONE ARIANA ALLA NOMINA DI ATANASIO L'opposizione ariana alla nomina di Atanasio si manifestò immediatamente. Il sinodo di Tiro del 335 depose irregolarmente Atanasio, mentre l'imperatore Costantino ne decretava il primo esilio a Treviri. La conseguenza di tali vicende fu la continua alternanza, nelle diocesi egiziane, di vescovi fedeli a Nicea e di candidati sostenuti dal partito eusebiano. L'attività di sant'Atanasio non si limitò alla difesa dottrinale del simbolo niceno, ma comportò anche un'intensa opera di ricostruzione della gerarchia ecclesiastica nelle province soggette alla sua giurisdizione. Dopo ogni ritorno dall'esilio, il vescovo di Alessandria trovava infatti numerose sedi occupate da vescovi filoariani insediati con l'appoggio dell'autorità imperiale. Il suo primo compito fu quello di deporli e sostituirli con pastori fedeli alla professione di Nicea. Lo studio fondamentale di Annick Martin ha ricostruito con precisione questa attività, dimostrando che le nomine operate da Atanasio riguardavano sedi appartenenti all'Egitto, alla Libia o alla Pentapoli, cioè territori sottoposti alla sua giurisdizione canonica (Athanase d'Alexandrie et l'Église d'Égypte au IVe siècle (328-373), École française de Rome, Rome 1996). Un'analoga conclusione emerge dalla ricostruzione del prof. Manlio Simonetti. Analizzando il ritorno di Atanasio nel 346 e quello definitivo del 362, Simonetti sottolinea come il patriarca procedesse alla restaurazione della gerarchia nicena nelle Chiese egiziane senza mai oltrepassare l'ambito della propria competenza ecclesiastica (La crisi ariana nel IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975.) L'attività di Atanasio era assolutamente conforme alla disciplina giuridica dell'epoca, perché costituiva il naturale esercizio dell'autorità metropolitana di Alessandria. Le numerose ordinazioni episcopali attribuite ad Atanasio non furono mai considerate abusive dalla Chiesa del suo tempo, proprio perché avvenivano all'interno del territorio soggetto alla sua competenza canonica. Le consacrazioni compiute dal patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali, ma non furono mai effettuate contro il Papa o in opposizione alla Santa Sede. Anzi, il riconoscimento romano costituì uno degli elementi essenziali della azione pastorale di Atanasio. Durante tutta la crisi ariana il vescovo di Alessandria cercò costantemente il sostegno dei Pontefici romani e ne riconobbe l'autorità.
ATANASIO A ROMA Dopo la deposizione decretata dai sinodi orientali, Atanasio si recò a Roma, dove fu accolto da papa san Giulio I. Il sinodo romano del 341 dichiarò invalide le accuse formulate contro il patriarca alessandrino e ne riconobbe pienamente la legittimità. Nella celebre lettera indirizzata ai vescovi orientali, Giulio rimproverava loro di aver proceduto senza consultare la Chiesa romana, ricordando che le questioni di tale importanza dovevano essere sottoposte al giudizio della Sede apostolica. Negli anni successivi Atanasio mantenne rapporti costanti anche con papa Liberio. La temporanea debolezza mostrata da quest'ultimo durante l'esilio non modificò mai l'atteggiamento del patriarca egiziano, che continuò a considerare Roma come il centro della comunione ecclesiale. Ancora più stretta fu poi la collaborazione con papa san Damaso, il quale sostenne pienamente il ristabilimento dell'ortodossia nicena e confermò il prestigio della sede alessandrina. Il cardinale John Henry Newman nel suo libro su Gli Ariani del IV secolo (tr. it. Jaca Book, Milano 1981), ha ben chiarito il significato ecclesiologico della vicenda. Atanasio resistette agli imperatori, ai concili filoariani e alle pressioni politiche, ma non si oppose mai al principio del primato romano. La sua lotta era rivolta contro i vescovi eterodossi e contro l'interferenza del potere civile, non contro la costituzione gerarchica della Chiesa. Tutta la sua azione pastorale appare costantemente inserita nell'esercizio della legittima giurisdizione della sede alessandrina e nella ricerca della comunione con la Sede romana. Le consacrazioni episcopali promosse da Atanasio rappresentavano un atto ordinario di governo ecclesiastico, reso straordinario soltanto dalle condizioni eccezionali create dall'intervento dell'autorità imperiale nelle controversie dottrinali. Atanasio era il legittimo patriarca di Alessandria; le sue consacrazioni avvenivano nell'ambito della sua giurisdizione patriarcale; egli cercò costantemente il sostegno dei Romani Pontefici. Per questo l''esempio di sant'Atanasio rimane uno dei più alti modelli di fedeltà alla Tradizione nei momenti di crisi ecclesiale e non può essere in alcun modo invocato come esempio di disobbedienza alla autorità del Sommo Pontefice, senza contraddire la verità dei fatti e cadere così nella condanna della storia.
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Fonte: Corrispondenza romana, 1° luglio 2026
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LA PROPAGANDA LGBT ENTRA A GAMBA TESA SUI MONDIALI, MA IL PRIDE MATCH E' UN FLOP
La partita tra Iran ed Egitto era annunciata come simbolo del movimento Lgbt, ma si è conclusa senza la prevista mobilitazione sugli spalti
Fonte Provita & Famiglia, 29 giugno 2026
Alla fine, dopo tanto clamore, è stata una partita come le altre quella che è andata in scena la notte tra venerdì e sabato scorsi, alle cinque di notte ora italiana, a Seattle, negli Stati Uniti. Stiamo parlando della gara tra Iran ed Egitto, valida per la terza e ultima giornata del gruppo G dei Mondiali di calcio FIFA 2026. Una partita che, già a dicembre scorso prima ancora dei sorteggi dei vari gruppi, fu a sua volta sorteggiata come "Pride Match", dunque una sorta di partita simbolo della Coppa del Mondo per quanto riguarda il mondo arcobaleno. La scelta è ricaduta su questo match poiché si è giocato a ridosso della storica data - per il movimento Lgbt statunitense e globale - dei "famosi" moti di Stonewall, ovvero la rivolta dei clienti del bar gay "Stonewall Inn" di New York contro la polizia locale. Ebbene, nonostante la scelta sia stata casuale, il fatto di insistere - nel corso dei mesi - a voler etichettare come "Pride Match" proprio Iran-Egitto è stato visto da alcuni come una scelta politica. In entrambi i Paesi, infatti, l'omosessualità è considerata illegale e attivamente criminalizzata. Di fatto, quindi, la martellante propaganda mediatica ha fatto scattare un cortocircuito di accuse e polemiche. In tal senso è doveroso e sacrosanto sottolineare che qualsiasi criminalizzazione, così come qualsiasi violenza contro le persone omosessuali, è da condannare senza se e senza ma, dunque bisogna assolutamente prendere le distanze dalle leggi egiziane e iraniane in tal senso. Questo però sembra avere poco - o niente - a che fare con una partita di calcio, soprattutto perché non si vede l'utilità - se non meramente ideologica e propagandistica - di colorare di arcobaleno un match della Coppa del Mondo. Negli scorsi mesi e fino al giorno stesso del match la "paura" dei due Paesi era quella di ritrovarsi uno stadio pieno zeppo di bandiere arcobaleno, tanto che per settimane le federazioni calcistiche di Egitto e Iran hanno chiesto espressamente alla FIFA di vietare tali bandiere o striscioni. Il risultato è stato quello di ricevere altrettante settimane di silenzio dalla FIFA, che si è "mascherata" dietro la scusa che le bandiere arcobaleno non sarebbero assimilabili a simboli politici o partitici, e quindi non si potrebbero vietare. L'unica risposta è arrivata da Eric Wall, membro del comitato consultivo del "Seattle Pride Match", il quale non solo ha difeso la scelta della partita arcobaleno, ma ha rincarato la dose: «Non abbiamo nulla a che fare con ciò che accade all'interno dello stadio, ma avere bandiere Progress Pride dentro lo stadio è tipico di Seattle». Una dichiarazione che, lungi dal placare gli animi, ha rischiato di alimentare ulteriori tensioni. Alla fine si è rivelato tutto fumo e niente arrosto. O meglio, tutto clamore mediatico e niente di concreto sugli spalti del Lumen Field Stadium. Pochissime se non praticamente inesistenti, infatti, le bandiere arcobaleno sulle tribune, almeno stando alle immagini televisive che si sono susseguite nella notte italiana. Le inquadrature non hanno infatti mai inquadrato alcun tifoso "pro-Lgbt", se non sporadicamente - si sono potuti contare sulle dita di una mano, sul totale di circa 67.000 spettatori - alcuni tifosi con la bandiera Lgbt disegnata sul volto. Per l'ennesima volta, dunque, abbiamo assistito a una totale mistificazione della realtà, con i media mainstream completamente allineati a una narrazione "rainbow", che ha presentato per settimane questo match come "storico" e che avrebbe dovuto essere tutto colorato di arcobaleno. Alla fine, i fatti hanno svelato una semplice e normale partita di calcio (per la cronaca, finita col punteggio di 1-1), senza propagande ideologiche né politiche, come è giusto sia.
Fonte: Provita & Famiglia, 29 giugno 2026
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IMMIGRAZIONE E DELINQUENZA, IL FILM CITIZEN VIGILANTE FA DISCUTERE
Vietato in Germania la storia di un tizio che se la prende con quegli immigrati che, anziché ringraziare per l'accoglienza, delinquono (VIDEO: recensione di Citizen Vigilante)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 6 luglio 2026
Dai social ho appreso che c'è un film tedesco bandito dalla Germania e, per quel che ne so, altri nell'Unione europea la stanno imitando. Naturalmente, come tutte le cose proibite, nel web sta dilagando. Ma non perché è porno, no (figurarsi se l'Ue bandisce il porno): narra di un tizio che si trasforma in vigilante e se la prende con quegli immigrati che, anziché ringraziare per l'accoglienza, delinquono. Incuriosito, ci ho messo giorni ma alla fine ne ho trovato su YouTube una versione in inglese. So che Elon Musk l'ha messo a disposizione su X, ma è comprensibile perché in Germania sia stato vietato: si teme il rischio-imitazione, che potrebbe scatenare una guerra civile di tipo libanese. Il Libano, lo ricordo, a suo tempo fu l'unico Paese mediorientale a ospitare i profughi palestinesi. Con i quali però entrò anche l'Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina). E il Paese più ricco e pacifico della zona divenne quel che è ancora oggi. Il film, va detto, non è un granché (titolo: Citizen Vigilante), regista e attori sconosciuti ai più. E il vigilante in questione non è Batman, anche se, per forza di cose, è anch'egli molto ricco e disturbato. Infatti, Batman non usa armi perché non uccide. Il vigilante tedesco invece sì. Naturalmente è americano e ha un passato militare, però opera in Europa e il suo vero nemico è il sistema che, nato per proteggere gli indifesi, pare ormai più attento alle giustificazioni (profilo psicologico, cultura di provenienza, eventuali traumi infantili e via assolvendo) dei criminali. Fa fuori i giudici buonisti e anche quelli che si sono fatti imbambolare dagli avvocati, stermina pure l'intera famiglia di uno stupratore, famiglia che cerca di giustificare l'adolescente (che ha infierito su una ragazzina insieme al branco) con ragioni coraniche. Ma il Vigilante fa anche di più: ammazza un'intera squadra della Swat che l'ha rintracciato. Le scene sono scandite dai notiziari televisivi, nei quali si intervista anche un alto politico che subito insinua mandanti cinesi o russi. Correttamente, il Vigilante adopera fucili d'assalto kalashnikov, economici e affidabili, dei quali il mercato nero abbonda dai tempi dell'implosione dell'Urss. Ma il regista lo infila anche in una scena erotica altamente improbabile: il Vigilante va a servirsi in un bordello, ma sceglie la meno avvenente e, durante l'amplesso, scruta le crepe nei muri per l'incuria sull'edificio. Che infatti è suo, giacché qui si scopre che la sua ricchezza è immobiliare. Man mano lancia degli avvisi criptati via televisione, mettendo in guardia la popolazione sul fatto che l'apparato che dovrebbe tutelarla si è tramutato in uno strumento di controllo. E dice anche che lui fa quel che fa fino a quando la gente non imparerà a farlo da sé. Nel caso non fosse sufficientemente chiaro, alla fine del film compare la seguente frase: «Questo film è dedicato alle migliaia di vittime di stupri e omicidi in Europa che sono state tradite dal nostro sistema legale». Va detto, tuttavia, che il suo comportamento è a tratti ambiguo e non da psicopatico assassino che risolve sempre tutto a pistolettate. C'è infatti una scena in cui lui, sull'autobus, vede salire un gruppetto di teppistelli che cominciano con l'insultare l'autista che chiede loro il biglietto. Il Vigilante interviene, paga per loro perché, dice, gli altri passeggeri hanno diritto di arrivare in tempo a destinazione. Poi rampogna i teppistelli e la cosa finisce lì. Li reincontra in seguito mentre stanno bullizzando un coetaneo. Allora li carica di mazzate e se ne va. Ma non li uccide. Il regista, certo, non ha potuto evitare di inscenare un Vigilante addestrato e pieno di soldi. Infatti, un comune lavoratore non avrebbe non solo i mezzi ma neanche il tempo per vigilare. Ma tutti i vigilanti dei fumetti erano così: Green Arrow, Green Hornet, The Shadow, Phantom, Doc Savage eccetera. Nell'ultimo film sulla Justice League, The Flash chiede a Batman quale sia il suo superpotere. E quello, che non ne ha, risponde: «Sono ricco».
VIDEO: Il film che non vogliono farti vedere (14 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=CVNiL_ImlHw
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 6 luglio 2026
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LA BUFALA DI GIOVANNA D'ARCO COME PRIMA FEMMINISTA DELLA STORIA
Nessuna vera cattolica può essere femminista in quanto è una ideologia che va contro le leggi di Dio e della natura
Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Corrispondenza romana, 3 giugno 2026
L'Unione Europea e i media "griffati" invitano spesso e volentieri ad essere solleciti nel verificare le notizie per non cadere nella trappola delle fake news, quando poi sono loro stessi a propinarle in gran quantità. L'ultima, in ordine di tempo, è quella lanciata dall'Agenzia Stampa AGI con l'articolo del 28 maggio u.s. con l'articolo intitolato Giovanna d'Arco, la prima femminista della Storia. Sia ben chiaro e scritto a chiare lettere: non solo nessuna santa della Chiesa Cattolica può essere etichettata come femminista, ma neppure nessuna donna, che si professa cattolica, può essere una femminista. Il modello per ogni donna credente nella Santissima Trinità ha come modello e stella polare Maria Santissima, che non può avere nulla a che vedere con una ideologia che non solo va contro le leggi di Dio, ma anche contro le leggi di natura. Il femminismo è una patologia politica e cultura iniziata sì in Francia, ma tre secoli dopo Jeanne d'Arc, sotto la Rivoluzione francese. Di fronte a queste menzogne paganeggianti che strumentalizzano, per scopi ideologici, figure come quelle dei santi, non si può far altro che, con fonti storiche alla mano, ricordare chi sono state realmente. Nessuna interpretazione, ma solo fatti e date. La memoria liturgica della cosiddetta Pulzella d'Orléans cade il 30 di maggio, giorno del suo dies natalis. Fin da quando aveva tredici anni fu eletta ed investita da Dio per una missione religiosa e politica di altissima responsabilità: liberare la Francia dalla prepotenza inglese in nome di Dio. La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d'Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena (1347-1380) morì c'erano un Papa e un antipapa; quando Giovanna nacque, nel gennaio del 1412 (si dice il giorno dell'Epifania, ma la cronologia è incerta), c'erano un Papa e due antipapi. Insieme a questa lacerazione all'interno della Chiesa, vi erano continue lotte fratricide fra i popoli europei, la più drammatica delle quali fu la «Guerra dei cent'anni» tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337 e conclusasi, con pause intermedie, nel 1453. Guerre, carestie, pestilenze, eresie prostrarono l'Europa. Era il tempo degli incubi, dove nell'immaginario collettivo le autentiche manifestazioni mistiche si intrecciavano con le magie e le stregonerie, il mondo reale della sofferenza e della morte cruenta si sovrapponeva alle fantasie demoniache popolate di mostri e di balli macabri. In questo clima di sopraffazione, di congiure e di usurpatori, di confusione nella Chiesa e nelle nazioni, l'analfabeta Jeanne, nata a Domrémy (oggi Domrémy-la-Pucelle), nei Vosgi, nella regione della Lorena, scrive una lettera di fuoco e di grazia il 22 marzo 1429, martedì della Settimana Santa:
LA PULZELLA INVIATA DA DIO «Gesù, Maria! Re d'Inghilterra e voi duca di Bedford che vi dite reggente del regno di Francia, voi Guglielmo di La Poule, conte di Suffolk, Giovanni sire di Talbot, e voi Tommaso sire di Scales, che vi dite luogotenenti del duca di Bedford, rendete giustizia al Re del cielo. Restituite alla Pulzella che qui è stata inviata da Dio, il Re del cielo, le chiavi di tutte le buone città da voi prese e violate in Francia. Ella è venuta qui da parte di Dio per implorare il sangue reale. Ella è pronta a far pace, se volete renderle giustizia, a patto che le restituiate la Francia e paghiate per averla tenuta. E fra voi, arcieri compagni di guerra e voi altri che siete sotto la città di Orléans, andatevene nel vostro paese in nome di Dio; e se non lo fate attendete notizie della Pulzella che ben presto vi vedrà in grandissime disgrazie. Re d'Inghilterra, se così non fate, io sono condottiero e in qualunque luogo attenderò in Francia le vostre genti, volenti o nolenti le caccerò via. E se non vogliono obbedire, tutte le farò uccidere; sono qui inviata da parte di Dio, Re del cielo, corpo a corpo, per espellervi da tutta quanta Francia. E se vogliono obbedire saranno nelle mie grazie. E non pensate altrimenti, perché non otterrete il regno di Francia da Dio, il Re del cielo, figlio di Santa Maria, ma l'avrà re Carlo, il vero erede, perché Dio, il Re del cielo, lo vuole [...]» (AA.VV., Storia dei Santi e della santità cristiana, a cura di André Vauchez, Università di Parigi X - Nanterre, vol. VII, p. 145). Jeanne, la cui vita, consumatasi in 19 anni, fu un mistero di ineffabile gioia e di inesplicabile dolore, era la minore dei cinque figli di Jacques d'Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini. Nell'estate del 1425, all'età di 13 anni, nel giardino di casa, sente una voce... è quella di san Michele Arcangelo, che le dice di far sua la causa della Francia. Udrà la voce ancora molte volte e ad essa si uniranno quelle delle vergini e martiri santa Margherita D'Antiochia (275 - 290) e di santa Caterina d'Alessandria (287-305). L'incalzante invito era accompagnato a quello di far consacrare Carlo di Valois (1403-1461) quale re di Francia. Ma come era possibile? Giovanna fece resistenza: era una semplice ragazza adolescente, come avrebbe potuto ottemperare a quella richiesta? Ma il Signore rende possibile l'umanamente impossibile.
IL VOTO DI VERGINITÀ Domrémy si trovava ai confini del regno, nella valle della Mosa che divideva la Francia dall'Impero Romano-Germanico. Gli Anglo-Borgognoni nel 1428 si impadronirono di tutte le piazze della Mosa rimaste fedeli al Delfino di Francia: Domrémy fu devastata; ciò decise il capitano di Vaucouleurs, Robert de Baudricourt (ca. 1400-1454), che in un primo tempo aveva considerato Jeanne d'Arc una pazza, di inviarla alla missione da lei richiesta: salvare Orléans; far consacrare il Re; cacciare gli Inglesi dalla Francia; liberare il duca d'Orléans. Jeanne, che aveva fatto voto di verginità per amore di Gesù Cristo, indossati abiti maschili e tagliati i capelli, non per farsi maschio e rivaleggiare con i maschi, ma per nascondere prudenzialmente il più possibile la sua identità femminile per non essere oggetto di interesse in mezzo a tutti quegli uomini, venne armata di tutto punto e sul suo stendardo venne dipinto Cristo Re, affiancato da due angeli, con le parole «Jesus-Maria». Nessuna spada in mano, dunque (come invece certe letture femministe farneticano), ma sempre e solo il vessillo di Fede. Il nome di Gesù comparirà sempre nell'intestazione delle sue lettere, sul suo anello e morirà pronunciandolo più volte a gran voce. La Pulzella si unì ad un esercito d'appoggio che proteggeva un convoglio di approvvigionamento e riuscì ad arrivare ad Orléans dalla riva sinistra. L'8 maggio 1429 gli inglesi assedianti furono sconfitti. Da qui si susseguirono una battaglia dopo l'altra e in queste circostanze il coraggio soprannaturale della giovane santa ricorda la tempra dei condottieri dell'antico Testamento, garantiti dal Dominus Deus sabaoth (Signore Dio degli eserciti). Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII venne incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacrò eroina inviata dal Cielo: la gente voleva toccare i suoi abiti, il suo cavallo, l'avvicinavano per conoscere il futuro, per richiedere grazie e guarigioni... Jeanne d'Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell'esercito regio; ma gli storici oggettivi concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia. Tuttavia le truppe inglesi la fecero prigioniera a Compiègne il 23 maggio 1430. Dopo due giorni dalla cattura, l'Università di Parigi chiese che l'Inquisizione la giudicasse come una strega. Questa soluzione piacque molto al duca di Bedford in quanto gli consentiva di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali.
L'INIQUO PROCESSO DI IDOLATRIA, SCISMA E APOSTASIA Il 9 gennaio 1431 il vescovo Pierre Cauchon (1371-1442) aprì il processo presso Rouen nel castello di Le Bouvreuil, fortezza di Richard Beauchamp (1382-1439) che, conte di Warwich e governatore della città dal 1427, aveva precise consegne dal sovrano Enrico VI (1421-1471). Fra gli assessori convocati, sei provenivano dall'Università di Parigi, inoltre erano presenti circa sessanta prelati ed avvocati ecclesiastici, fra cui il Vescovo di Norwich e, al di sopra del Collegio Giudicante, il Cardinale di Winchester, Henry Beaufort (ca. 1374-1447), prozio e cancelliere di Enrico VI. L'iniquo processo durò dal 20 febbraio al 24 marzo 1431. L'imputata era accusata di idolatria, scisma e apostasia. Durante il processo le venne chiesto se era in grazia di Dio ed ella rispose: «Se non ci sono, voglia Dio mettermici, e se ci sono voglia Dio tenermici». I suoi interrogatori furono un capolavoro di determinazione e perseveranza nella sola fede cattolica. Fu abbandonata al braccio secolare. Il 30 maggio 1431 Giovanna venne arsa viva sulla piazza del Vieux-Marché di Rouen. Morì contemplando una grande croce astile che frate Isembard de la Pierre aveva portato per lei. Nel 1456 fu solennemente proclamata la sua riabilitazione; sarà beatificata da san Pio X (1835-1914) nel 1910 e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV (1854-1922). Una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinale Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nel tragico e infausto processo. La martire francese resta personalità unica e straordinaria e rivela tangibilmente la potente presenza di Dio nella Storia; così come la sua limpida testimonianza dimostra gli errori che gli uomini di Chiesa possono commettere, ma come la verità della Sposa di Cristo emerga comunque e sempre. Jeanne d'Arc tese all'Imitatio Christi attraverso la fede salda, la carità immensa, la volontà indefettibile, l'umiltà, la purezza, l'oblio di sé, accettando la sofferenza e la morte come sacrificio supremo per amore. Da bambina saliva al romitorio di Notre-Dame di Bermont e nel mese mariano offriva dolcemente alla Vergine Santissima corone di fiori. Nel maggio del 1431 donò la palma del martirio a «Jesus-Maria»: come per la clarissa santa Colette di Corbie (1381-1447), che probabilmente aveva incontrato a Moulins nel 1430, anche per Jeannette, così allora amabilmente chiamata, il Redentore e la Corredentrice sono eternamente inscindibili.
Nota di BastaBugie: il miglior film su Giovanna d'Arco fu quello di Victor Fleming del 1948 con protagonista Ingrid Bergman. Se vuoi, puoi approfondirlo su Film Garantiti, clicca qui! Nel seguente video (durata: 31 minuti) dal titolo "Giovanna d'Arco" don Stefano Bimbi racconta non solo la vicenda storica della pulzella d'Orleans, ma anche come questa ha ispirato la vita dei santi.
https://www.youtube.com/watch?v=gHNRvNwQ8XM
DOSSIER "SANTA GIOVANNA D'ARCO" La pulzella d'Orleans Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: Corrispondenza romana, 3 giugno 2026
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LA CONVERSIONE ISLAMISTA DI TUCKER CARLSON
L'influencer si riposiziona e sposa la narrazione dei Fratelli Musulmani, spinto da tre fattori: sdoganamento dell'antisemitismo a destra, isolazionismo, odio per Israele a reti unificate
Autore: Stefano Magni - Fonte: Sito Nicola Porro, 29 giugno 2026
Yalda Hakim, di Sky News, intervista Tucker Carlson e ottiene una sua autocritica pubblica, praticamente in diretta Tv. Riguarda l'Islam: "Molte volte ho detto in televisione: 'Il problema è l'Islam. Il problema sono i musulmani. Vogliono tutti ucciderci. Sono tutti pazzi. Fanno tutti parte di questa setta suicida folle creata da Maometto nel VII secolo'", e poi l'ex opinionista di Fox, ora giornalista indipendente e podcaster da milioni di ascolti, aggiunge: "E ci credevo. Ero fuori di me. Ci credevo. Ora, non è vero. Niente di tutto ciò è vero, ma ci credevo". Per quanto riguarda il parere di Tucker Carlson sull'Islam, si può dire che sbagliasse allora e sbagli adesso? Sbagliava allora a definire tutti e due i miliardi di musulmani come una setta di assassini, compresi i dissidenti iraniani, compresi i dissidenti palestinesi che stanno morendo sotto la repressione di Hamas, compresi i musulmani bosniaci vittime del genocidio serbo e i caduti musulmani nell'esercito americano. Tucker sbagliava per generalizzazione. E però sbaglia anche adesso, perché, non in questa intervista, ma in dichiarazioni rilasciate cinque mesi fa, arriva a negare l'esistenza della minaccia jihadista: "Negli ultimi 24 anni non conosco nessuno negli Stati Uniti che sia stato ucciso dall'Islam radicale". Appena un anno prima di quella finestra temporale, quasi 3.000 americani sono stati uccisi dai jihadisti nell'attacco dell'11 settembre alle Torri Gemelle e al Pentagono. Ma anche per quanto riguarda la storia degli Usa dopo il 2001, Tucker Carlson vuole farci dimenticare: l'attentato a Fort Hood (2009), l'attentato alla maratona di Boston (2013), la strage a San Bernardino (2015), l'attentato alla discoteca di Orlando (2016), il car ramming di New York (2017), l'attentato alla base navale di Pensacola (2019), l'attentato di Capodanno a New Orleans (2025).
GLI OCCHI SULLA REALTÀ? Possibile che Tucker Carlson non ricordi questi episodi? Non è possibile, perché li commentava su Fox News mentre accadevano e non aveva dubbi sulla loro matrice islamica. Ha semplicemente cambiato narrazione. Che vuol dire, letteralmente: cambiare tutto il suo modo di descrivere la realtà. Probabilmente facendo credere di avere preso, nel frattempo, una sorta di "pillola rossa" che gli ha aperto gli occhi sulla realtà. C'è chi ipotizza che questa "pillola rossa" arrivi dal Qatar e sia anche molto costosa. Carlson smentisce e comunque è innocente fino a prova contraria. Sta di fatto che sta veicolando a milioni di suoi ascoltatori, puntata dopo puntata, tutta la narrazione tipica dei Fratelli Musulmani, la stessa promossa da Al Jazeera. Per poi andare anche oltre: se il Qatar, se non altro per sopravvivenza, non ha fatto propaganda per l'Iran, Tucker ha sdoganato pure il regime di Teheran. Ha definito la guerra in Iran come "la fine di Trump" e del movimento MAGA. E comunque è la fine del suo sostegno a Trump, che ritiene un presidente "ricattato" da Israele, o addirittura al servizio dello Stato ebraico: "Stanno prendendo decisioni sulla base di altri criteri: cosa è meglio per questa azienda, cosa è meglio per Israele, cosa è meglio per i nostri donatori". Il problema di Tucker Carlson è grave ed è sia a monte che a valle. A monte: non stiamo parlando solo di un "ex opinionista di Fox News licenziato dalla sua televisione", stiamo parlando di uno degli influencer più potenti e ascoltati d'America. Il suo sdoganamento dell'Islam è funzionale solo al suo odio per Israele e per la "lobby ebraica". Va ad aggiungersi, come seguito naturale, a due anni di serrata campagna anti-israeliana, in cui ha ospitato storici negazionisti dell'Olocausto, pastori protestanti palestinesi anti-sionisti, suore ortodosse pro-Hamas e un nazistoide come Nick Fuentes. Una "Zanzara", ma senza umorismo, in cui era inevitabile che prima o poi sdoganasse anche l'Islam, in tutte le sue forme.
IL VENTO ANTISIONISTA "Ho visto più antisemitismo nella destra negli ultimi 18 mesi che in tutta la mia vita e si sta diffondendo come un cancro - diceva il senatore repubblicano Ted Cruz, tre mesi fa - Carlson è il più pericoloso demagogo in America". Non tutto il male viene dall'influencer, che è una spugna. Per avere pubblico, deve comunque riposizionarsi dove tira il vento. E il vento antisionista tira fortissimo in questi anni. Per almeno tre motivi. Primo: lo sdoganamento dell'antisemitismo classico che in America ha sempre avuto la fissazione del "controllo ebraico" sul governo federale. L'acronimo Zog (Zionist Occupation Government) era usato solo da un'estrema destra ghettizzata. Oggi l'idea che il governo agisca per ordine dei sionisti è sdoganata e quel che c'è di peggio è che, con la guerra in Iran, è una tesi che è stata ampiamente diffusa anche dai media mainstream. Secondo: l'isolazionismo è tornato in auge. E l'isolazionismo contemporaneo, almeno a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, ha venature antisemite. È l'idea che siano gli ebrei sionisti a trascinare in guerra gli Usa, contro i loro veri interessi. Questa corrente è anche culturalmente pericolosa se inizia a riscrivere la storia: tutti i nemici degli Usa, da Hitler a Bin Laden sarebbero "falsi avversari" creati dai sionisti per spingere gli americani a combattere guerre non loro. Nei casi più estremi si arriva anche al negazionismo della Shoah. Infine c'è l'odio per Israele, a reti unificate, di tutti i media mainstream, del mondo accademico e del mondo internazionalista (dall'Onu alle Ong più ricche): un modo di leggere la questione mediorientale tutto e solo in una direzione, giustificando sempre il punto di vista palestinese e condannando sempre quello israeliano. Questa corrente è responsabile dello sdoganamento dell'antisemitismo, nelle sue forme più grevi e pericolose. Finora la destra ne era quasi del tutto immune. Da due anni non lo è più, evidentemente.
Fonte: Sito Nicola Porro, 29 giugno 2026
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OMELIA XV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 13, 1-23)
Il seminatore uscì a seminare
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
La pagina evangelica che abbiamo ascoltato propone e sviluppa una immagine: quella del "seme". Le immagini usate dal Signore Gesù di solito sono, per chi riflette con animo attento e aperto, delle folgorazioni di verità che non si possono più dimenticare: esse restano nel patrimonio del pensiero umano, proprio perché sono al tempo stesso semplici e ricche di luce.
LA PAROLA DI DIO, PICCOLO SEME CON IMMENSA FORZA VITALE Dunque, la parola di Dio è un seme. Non c'è nulla di più esiguo, di più debole, di più incerto nel suo futuro, di un seme. Sembra una piccola cosa inerte, e ha dentro di sé una carica incalcolabile di vita. Si affida alla terra, al vento, alle forze della natura, senza nessuna garanzia di successo; ed è la sola speranza di fecondità che è data al mondo, l'unica prospettiva aperta a un avvenire. Il seme si nasconde fino a scomparire: nessuno che passi per la strada riesce a percepire la differenza tra un solco che è stato inseminato e un solco che non lo è stato. Il seme pare una realtà condannata a essere sconfitta: il suo destino è lo sfacelo e la morte. Ma proprio in virtù della sua morte è data alla vita la capacità di risorgere e di salvarsi. Non c'è nulla offerto più generosamente di un seme: ogni albero diffonde i suoi semi a migliaia, prodigalmente, nella tenue speranza che qualcuno attecchisca. Proprio così, ci ha detto Gesù, è la parola di Dio: è debole, inerme, sopraffatta, in mezzo al chiasso e al martellamento ossessivo delle parole umane. Ma è la sola che resta, la sola vivificante, la sola in grado di fecondare le intelligenze e i cuori. Si avventura nel mondo senza illusioni di successo; ma se qualcosa di autentico, di nuovo, di imperituro nasce nell'uomo, nasce da lei. Le altre parole lasciano il più delle volte nello smarrimento di sempre. I mezzi di comunicazione (stampa, radio, televisione) riversano ogni giorno sulle nostre anime fiumi di parole vuote e vanificanti, morte e mortificanti; di parole che solleticano senza nutrire, che scintillano senza illuminare, che riempiono gli orecchi e ci lasciano aridi nel nostro essere più profondo e più vero. Il multiloquio mondano è un diluvio che ogni giorno ci sommerge. Ma se vogliamo un po' di luce, un po' di sostentamento, un po' di consolazione, dobbiamo aprirci alla parola di Dio. La parola di Dio, che nella liturgia della Chiesa piove su di noi con grande abbondanza, sembra sempre un po' sciupata: vinta e inefficace tra gli accadimenti della storia, quasi irrilevante nel clamore della cronaca. Eppure i fatti che davvero contano, gli eventi che segnano le esistenze, le novità decisive sul serio, nascono proprio dall'incontro segreto della parola di Dio con la coscienza dell'uomo. Lo testimoniano le vicende di tutti i grandi santi.
IL TERRENO NOSTRO SU CUI È SEMINATA LA PAROLA Perché, se la parola di Dio è un seme, il nostro mondo interiore è un "campo": così Gesù completa e rifinisce l'immagine. È un campo insidiato dagli uccelli voraci dei pensieri che contrastano i disegni del Padre e delle attenzioni sviate. È un campo troppo spesso isterilito dalla superficialità e dalla incostanza, cioè da quell'atteggiamento dello spirito che non ci interdice di accogliere la proposta cristiana con gioia e magari con entusiasmo, ma ci fa rifuggire dagli impegni prolungati, soprattutto dagli impegni totali e senza ritorno, che però sono gli unici a essere degni di Dio; sicché la verità divina non riesce a mettere radici tenaci dentro di noi. È un campo talvolta ingombro di passioni incontrollate, di desideri terrestri troppo intensi, di preoccupazioni che non lasciano alcuno spazio ai pensieri del Regno e della vita eterna. È un campo però che deve stare sempre in attesa del seme; che deve sempre ricominciare ad accoglierlo, sperando sempre in una miglior fecondità per il domani; un campo che almeno intende e vuole dare i frutti che il Divino Seminatore si aspetta. A noi, che andiamo abitualmente alla scuola di Gesù, è dato di conoscere i misteri del Regno dei cieli: su di noi la parola di Dio discende senza avarizia, e la nostra appartenenza ecclesiale ci consente di capirla nella sua verità. Preghiamo perché non discenda inutilmente e perché la nostra comprensione non resti puramente intellettuale, ma investa tutto il nostro essere e il nostro agire. Preghiamo perché anche per noi si avveri quanto sta scritto nelle profezie di Isaia: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigata la terra e averla fecondata..., così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.
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