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BastaBugie n�986 del 15 luglio 2026
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L'OBBEDIENZA NON E' CIECA MA LA FRATERNITA' SAN PIO X E' SORDA
Lo stato di necessità è una scusa perché fa perdere di vista in cosa consiste l'obbedienza (secondo San Tommaso) e non legittima le consacrazioni lefebvriane
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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CAPPELLANI E ARMI, RIPASSINO PER MONS. SAVINO
Per il vice presidente della CEI i cappellani militari non avrebbero dovuto partecipare alla parata militare del 2 giugno, ma è la solita ramanzina pacifista
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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LA LEGGE SUL FEMMINICIDIO SMONTA IL MITO FEMMINISTA
Finalmente emergono i dati veri e si scopre che le vittime sono 10 volte meno rispetto a quelle denunciate dalle femministe e rilanciate dai mezzi di comunicazione
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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E IL VERBO SI FECE ALGORITMO: COSÌ GESÙ PARLA CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Una specie di ChatGPT spirituale ti fa parlare con Gesù il quale risponde ai dubbi esistenziali in maniera positiva per chi vuole stare bene senza la fatica di fare il bene
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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EUTANASIA AI MINORI, IN OLANDA LA MORTE E' SCAMBIATA PER LA CURA
C'è anche un bambino con meno di 12 anni nell'annuale report del governo olandese sugli omicidi di Stato (cosa possibile anche in Italia)
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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FENOMENOLOGIA DELLE VEGLIE CONTRO L'OMOFOBIA
Dietro il pretesto dell'accoglienza si insinua la giustificazione del peccato per demolire dall'interno l'insegnamento cattolico sull'omosessualità
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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OMELIA XVI DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 13, 24-43)
Da dove viene la zizzania?
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
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L'OBBEDIENZA NON E' CIECA MA LA FRATERNITA' SAN PIO X E' SORDA
Lo stato di necessità è una scusa perché fa perdere di vista in cosa consiste l'obbedienza (secondo San Tommaso) e non legittima le consacrazioni lefebvriane
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 8 luglio 2026
Uno degli aspetti più rilevanti della triste vicenda che ha riguardato la Fraternità sacerdotale San Pio X interessa la virtù dell'obbedienza. Richiamiamo l'insegnamento di Tommaso d'Aquino su questa virtù al fine di comprendere i motivi per cui la disobbedienza della Fraternità, in merito al divieto di ordinazione proveniente dal Papa, non può essere considerata moralmente lecita. Premesso che «la vita umana esige, per disposizione del diritto naturale e divino, che gli inferiori ubbidiscano ai loro superiori» (Summa Theologiae, II-II, q. 104 a. 1 c.), l'Aquinate fornisce questa definizione dell'obbedienza: è una virtù che «rende pronta la volontà di un uomo a compiere la volontà altrui, cioè di chi comanda» (Ib., a. 2 ad 3). Il fondamento dell'obbedienza è l'autorità del superiore. Obbedendo al legittimo superiore si obbedisce a Dio stesso (Rm 13,1) e resistendo al primo si resiste al secondo (Ib. 13,2). Al legittimo superiore occorre obbedire sempre, eccetto in due casi. Il primo si verifica quando il superiore comanda di compiere un malum in se, ossia un'azione intrinsecamente malvagia come l'assassinio, il furto, lo stupro, etc. A questo proposito san Gregorio Magno appunta: «per obbedienza mai si deve far del male» (Moralia in Iob, Liber XXXV, cap. 14, 7). Nel caso della Fraternità si ordinava non di compiere un atto malvagio, ma di astenersi da un atto in astratto buono (consacrare dei vescovi), cioè per sua natura buono, ma che calato nelle circostanze concrete era malvagio perché giudicato così dal superiore. Ciò detto, può accadere che il superiore si sbagli nella valutazione. Allora viene da domandarsi: è doveroso obbedire anche se in coscienza si pensa che il superiore si sbagli? Sì, perché la vera retta coscienza ti impone di obbedire anche in quelle cose che tu pensi che siano sbagliate perché ti ricorda che sta al superiore decidere su cose su cui lui, e non tu, ha una competenza specifica per decidere. Questo non toglie al subordinato la facoltà di nutrire nel foro interno ragionevoli dubbi o addirittura dissentire dal comando ricevuto, ma nel foro esterno occorre obbedire e pure prontamente. Aggiungiamo che è lecito e a volte anche doveroso esporre nei giusti modi al superiore le proprie riserve. Quindi l'autentica coscienza non solo può criticare il comando ricevuto, ma comanda lei stessa di obbedire, anche in questi casi, al superiore perché più competente, perché ha più autorità del sottoposto.
ANTONIO ROYO MARIN Agli occhi di Dio poi - e quindi ci spostiamo su un piano spirituale - in merito ai comandi erronei vale più l'obbedienza che la disobbedienza, proprio perché, lo ricordiamo, non sta al subordinato determinare certe condotte, ma al superiore. Al primo compete l'obbedienza, al secondo il comando: su tali competenze veniamo giudicati da Dio. Su questo snodo concettuale il teologo domenicano Antonio Royo Marin cesella quest'efficacissimo aforisma, che però non vale nella sua assolutezza: «Colui che comanda si può sbagliare; colui che obbedisce non si sbaglia mai» (Teologia della perfezione cristiana, San Paolo, p. 691). Dal punto di vista scritturistico, l'obbedienza anche relativamente a comandi errati trova la sua validità morale e soprannaturale in questo passo: «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8, 28). Dunque, ammesso e non concesso che il divieto imposto dalla Santa Sede fosse erroneo, la Fraternità doveva comunque rispettare questo divieto. Abbiamo visto più sopra che un primo caso di lecita e doverosa disobbedienza riguarda il comando di compiere un'azione intrinsecamente malvagia. Un secondo caso si verifica quando l'atto difforme dal comando sarebbe stato scelto dal superiore se avesse previsto quella specifica circostanza che ha motivato la difformità. Facciamo un esempio: un generale ordina ad un suo comandante di avanzare con le sue truppe in una certa direzione perché, in quella direzione, non avrebbe trovato nessun nemico. Il comandante non obbedisce perché una sua vedetta ha invece scorto molti nemici nella direzione indicata dal generale. In questo caso, chi agisce disobbedisce alla lettera del comando, ma obbedisce alla ratio superiore del comando che è implicita in esso: conservare in sicurezza le truppe. L'atto difforme diventa lecito solo se chi agisce è certo che il superiore, al suo posto, avrebbe agito in modo identico qualora avesse conosciuto la circostanza in cui chi agisce si trova. Questa conclusione trova legittimità nel principio di efficacia o proporzione: il superiore voleva ottenere un bene; se chi obbedisce avesse eseguito l'ordine nella circostanza non prevista dal superiore avrebbe procurato invece un male o un bene di gran lunga minore. Ovviamente se il sottoposto ha l'opportunità di informare il superiore della circostanza ha il dovere di farlo prima di agire e di attendere sue istruzioni. Quindi questo principio ha valore nell'impossibilità di informare il superiore o nella possibilità di farlo ma solo dopo che si sono prodotti quei danni che il superiore stesso avrebbe voluto evitare.
SAN TOMMASO D'AQUINO In modo analogico è ciò che insegna Tommaso addirittura in merito alla legge, comando per sua natura ben più rilevante del singolo comando personale. Il principio è espresso in due passi: «Ora, spesso capita che quanto ordinariamente è utile osservare alla comune salvezza, in certi casi è sommamente nocivo. Dal momento, quindi, che il legislatore non può contemplare i singoli casi, propone una legge in base a quanto avviene ordinariamente, badando alla comune utilità. Perciò se nasce un caso in cui l'osservanza di tale legge è dannosa al bene comune, allora essa non va osservata. Se, per esempio, in un assedio viene sancita una legge che ordina la chiusura delle porte della città, si ha una disposizione utile alla comune salvezza nella maggioranza dei casi: ma se capita che i nemici stiano inseguendo dei cittadini capaci di salvare la città, sarebbe sommamente dannoso non aprir loro le porte: perciò in codesto caso esse si dovrebbero aprire contro le parole della legge, per salvaguardare l'interesse comune che il legislatore ha di mira» ( I-II, q. 96 a. 6 co). Il secondo passo è il seguente: «gli atti umani, che sono oggetto della legge, consistono in fatti contingenti e singolari, che possono variare in infiniti modi: perciò il legislatore nel fare la legge considera quello che capita nella maggior parte dei casi. Ma osservare codeste leggi in certi casi sarebbe contro la giustizia e contro il bene comune, che è lo scopo della legge. La legge, per esempio, stabilisce che la roba lasciata in deposito venga restituita, perché questo nella maggior parte dei casi è giusto; ma capita il caso in cui sarebbe nocivo: per esempio, restituire la spada a un pazzo furioso mentre è fuori di sé, oppure nel caso in cui uno la richieda per combattere contro la patria. Perciò in simili casi sarebbe peccato seguire materialmente la legge; è bene invece seguire quello che esige il senso della giustizia e il bene comune, trascurando la lettera della legge» (II-II, q. 120 a. 1 co.). In entrambi i casi si tratta dunque di una lecita e doverosa disobbedienza alla legge perché la sua osservanza in quella circostanza non contemplata dalla lettera della legge avrebbe provocato più danni che benefici. Questi casi legati a circostanze particolari non previste da chi comanda (superiore o legge) non riguardano la vicenda della Fraternità, perché il superiore, il Papa, era perfettamente a conoscenza di tutte le circostanze indicate dalla Fraternità come legittimanti la consacrazione dei vescovi, proprio perché è stata la stessa Fraternità a comunicarle al Papa. Dunque il divieto del Papa doveva essere rispettato perché il Pontefice conosceva bene le riserve della Fraternità - in particolare la condizione dell'asserito stato di necessità - e non le ha considerate rilevanti.
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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 8 luglio 2026
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CAPPELLANI E ARMI, RIPASSINO PER MONS. SAVINO
Per il vice presidente della CEI i cappellani militari non avrebbero dovuto partecipare alla parata militare del 2 giugno, ma è la solita ramanzina pacifista
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 4 giugno 2026
La Chiesa pacifista è scesa in guerra in occasione della Festa della Repubblica celebrata il 2 giugno. Uno degli ufficiali più alto in grado di queste milizie ireniche è Mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei. Il casus belli è stato il seguente: i cappellani militari non dovevano sfilare nella parata militare sotto gli occhi del presidente della Repubblica. Mons. Savino ha rilasciato queste dichiarazioni all'Ansa e a Repubblica: «L'articolo 11, che ripudia la guerra, resta una delle espressioni più alte della nostra storia democratica [...]. In questa prospettiva, ritengo che la presenza dei cappellani militari non vada valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell'apparato celebrativo delle armi. La loro missione, nel suo senso più profondo, è altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in uniforme, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita, portare una parola di pace [...]. Conosco tanti cappellani militari, [...] non poche volte raccolgo le loro confidenze e con esse la loro amarezza per trovarsi spesso fra due fuochi: quello di chi li vede custodi sacri del 'Signore degli eserciti' e chi invece li vede traditori del messaggio del vangelo della pace. La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze. Il punto non è metterli in discussione, ma sottrarli a ogni equivoco celebrativo». In sintesi il pensiero di Mons. Savino è il seguente: da lodare il ruolo del cappellano nelle forze armate, ma guai ad associare questo ruolo alla guerra, perché ogni guerra è da ripudiare. Un pensiero che non è cattolico. Infatti esiste la guerra di difesa che come tale è giusta. A dircelo è lo stesso Magistero. Catechismo della Chiesa Cattolica: «I pubblici poteri, in questo caso [laddove siano presenti tutte le condizioni previste per una guerra di difesa], hanno il diritto e il dovere di imporre [sic] ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale [corsivo nel testo]» (2310). Gaudium et spes: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra [...] una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati [...]. Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace» (79). Brano che è stato ripreso da Giovanni Paolo II nel documento Spirituali Militum Curae in cui disciplina in modo nuovo il ruolo dei cappellani militari.
IL RICORSO ALLA LOTTA ARMATA Populorum progressio in merito alla guerra civile: «Sappiamo che l'insurrezione rivoluzionaria - salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese - è fonte di nuove ingiustizie» (31). Libertatis conscientia, documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che riguarda sempre la guerra civile: «La lotta contro le ingiustizie non ha senso, se non è condotta con l'intento di instaurare un nuovo ordine sociale e politico in conformità con le esigenze della giustizia. [...] Questi princìpi devono essere rispettati in modo speciale nel caso estremo del ricorso alla lotta armata, che il magistero ha indicato quale ultimo rimedio per porre fine a una 'tirannia evidente e prolungata, che attentasse gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuocesse in modo pericoloso al bene comune di un Paese'» (78-79). Compendio della Dottrina sociale della Chiesa: «Le esigenze della legittima difesa giustificano l'esistenza, negli Stati, delle forze armate, la cui azione deve essere posta al servizio della pace» (502). Messaggio di Natale del 1948 di Pio XII: «Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ad agire cristianamente non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d'impassibile neutralità. Chi potrà mai valutare i danni già cagionati in passato da una tale indifferenza, ben aliena dal sentire cristiano, verso la guerra di aggressione?» (28). A testimoniare la liceità morale della guerra di difesa c'è anche uno stuolo di Santi militari, persone che la Chiesa ha canonizzato non "sebbene abbiano imbracciato le armi", ma "anche perché le hanno imbracciate": da San Giorgio a San Sebastiano, da San Ferdinando III di Castiglia a San Luigi IX di Francia per arrivare a Santa Giovanna d'Arco. Citiamo poi due santi che nell'immaginario collettivo sono l'incarnazione dello spirito pacifista cattolico, ma la cui biografia dice altro. Riportiamo parte del colloquio, tratto dalla Legenda major, tra San Francesco d'Assisi e il sultano Al-Kamil. Quest'ultimo così provoca il poverello: «Il vostro Dio ha insegnato nei suoi Vangeli che non si deve rendere male per male. [...] Quanto più dunque i cristiani non devono invadere la nostra terra?». Risposta di Francesco: «Non sembra che abbiate letto per intero il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove dice infatti: "Se un tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te". [...] Per questo i cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete».
PADRE PIO E GESÙ Poi abbiamo Padre Pio: «Noi siamo tutti chiamati a compiere il penoso dovere, rappresentato dalla guerra. Dobbiamo fare tutto il nostro dovere a seconda delle nostre forze, dobbiamo cooperare al bene comune, e renderci propizia la misericordia del Signore. L'ora solenne che la Nazione nostra attraversa non è un abbandono del cielo. La più grande misericordia di Dio è il non lasciare in pace con se stesse quelle Nazioni che non sono in pace con Dio» (Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I [1910-1922] a cura di M. da Poblatura e A. da Ripabottoni, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 2004). Per chiudere citiamo il Fondatore della Chiesa cattolica: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt, 10, 34); «chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una» (Lc, 22,36). Sempre nel Vangelo di Matteo scopriamo poi che, con atteggiamenti poco pacifisti, un Re, i cui servi furono uccisi proprio dagli invitati alle nozze del figlio, «mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» (Mt. 22, 7). Mons. Savino forse, per sensibilità personale, non si lascia molto persuadere da fonti cattoliche, Vangelo incluso. Allora ne prendiamo una laica, laicissima, la stessa che lui ha citato, l'art. 11 della Costituzione: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Dunque l'Italia ripudia la guerra solo quando è usata come strumento di offesa e non di difesa. E, quindi, è lodevole che i cappellani militari, che sono loro stessi militari, abbiano sfilato insieme ai loro colleghi? Sì. Così come è lodevole che benedicano le armi, se armi poste al servizio della pace.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 4 giugno 2026
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LA LEGGE SUL FEMMINICIDIO SMONTA IL MITO FEMMINISTA
Finalmente emergono i dati veri e si scopre che le vittime sono 10 volte meno rispetto a quelle denunciate dalle femministe e rilanciate dai mezzi di comunicazione
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 1° giugno 2026
Tre. Sono state tre le vittime di femminicidio nel primo trimestre del 2026. A dircelo è il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell'Interno con il report Omicidi volontari e femminicidi pubblicato a maggio. Anche una solo vittima è troppo, ma tre è un numero sideralmente lontano da quello che tutti, ma davvero tutti, sventolano sui media e social: ogni tre giorni muore una donna per femminicidio. Questo è quello che sentiamo continuamente ripetere. Dunque all'anno circa 120 donne sarebbero vittime di femminicidio. Ma i dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza prevedono un altro trend, se rimanesse costante (e non si vede il motivo per ipotizzare l'opposto): avremmo circa 12 donne all'anno vittime di femminicidio. E 12 non è 120. Perché 120 è dieci volte 12. Le femministe & co. dove hanno ricavato il numero di 120 e quindi lo slogan "Ogni tre giorni una vittima di femminicidio"? Il report ci è di aiuto nella risposta. Se andiamo a prendere il numero di donne vittime di omicidio per gli anni 2023 e 2024 scopriamo che sono 119 per ciascun anno. Ma in quel numero non ci sono solo donne vittime di femminicidio, ossia uccise in quanto donne ci dice la legge, ma anche donne assassinate per tutta una serie di motivi che con l'appartenenza al sesso femminile della vittima non c'entrano nulla: per lucrare l'eredità, per vendette malavitose, per rapina finita male, etc. Per paradosso chi ha sgretolato la propaganda femminista sui numeri di femminicidi è stato proprio il nuovissimo reato di femminicidio, entrato in vigore il 17 dicembre 2025. Prima di quella data la categoria "femminicidio" era una categoria sociologica (se non ideologica) e non giuridica. Ora che abbiamo il reato di femminicidio possiamo contare quante sono effettivamente le condotte che si possono imputare a quel reato. Ed infatti il report sopra indicato è il primo pubblicato dal Ministero dell'Interno. Prima del varo dell'art. 577 bis cp, detto anche reato di femminicidio, bastava che una donna fosse uccisa e l'episodio veniva subito qualificato come femminicidio. Ora con questo nuovo reato non è più possibile barare con i numeri.
NON SONO FEMMINICIDI Naturalmente le femministe non si arrendono e criticano questi numeri: i criteri di legge per identificare il femminicidio sarebbero troppo restrittivi e così pubblicano proprie statistiche sul fenomeno. Inoltre hanno iniziato a spostare l'attenzione su condotte criminali che possono interessare le donne ma non sono femminicidi, come ad esempio la violenza domestica. Infine un'ulteriore tattica è analizzare tutti i dati del report ma non fare cenno a quelle 3 vittime, come fanno due giornaliste del Sole24Ore, offrendo così una lettura partigiana del report, tanto da arrivare ad indentificare nuovamente come femminicidi tutti gli omicidi in cui la vittima è donna. Leggiamo invece con attenzione questo report. Primo dato: due terzi di tutti gli omicidi commessi tra il 2023 e il 2025 vedeva come vittima un uomo e non una donna. Secondo dato: se restringiamo l'ambito in cui sono avvenuti gli omicidi a quello familiare/affettivo la maggior parte delle vittime era invece una donna. Terzo dato: il report va a selezionare il numero di omicidi perpetrati in ambito familiare/affettivo commessi da partner o ex partner. La quasi totalità delle vittime è costituita da donne. Tra il 2023 e il 2025 i numeri oscillano tra 62 e 64. Ma queste sessantine di donne non sono tutte vittime di femminicidio: il partner poteva averla uccisa per soldi, perché malata gravemente e non voleva vederla soffrire, etc. Ed infatti, ora che possiamo avere i dati disaggregati in relazione alle motivazioni che hanno spinto ad uccidere le donne, scopriamo che nel primo trimestre del 2026 sono 12 le vittime donne per omicidio e 3 quelle per femminicidio (e nel periodo tra il 17 dicembre - giorno in cui è entrata in vigore la legge - e il 31 dicembre 2025 i femminicidi sono stati zero). I dati numerici finalmente sono distinti e possiamo concludere che l'emergenza femminicidio non esiste. Un particolare importante. Il report avverte: «Fermo restando che il presente lavoro di monitoraggio riporta dati "operativi", ovvero soggetti a possibili variazioni sulla base degli sviluppi delle indagini e dei relativi procedimenti penali"». Dunque si tratta di incriminazioni e non di sentenze definitive. Quindi queste tre incriminazioni potrebbero anche portare, in qualche caso o in tutti e tre i casi, ad un nulla di fatto o ad un cambio del reato addebitato. Ed ovviamente è possibile che anche altre incriminazioni per diverse specie di reati vengano poi ricondotte al reato di femminicidio. Detto ciò è comunque difficile ipotizzare che da 3 incriminazioni si arrivi a 30, assestandosi dunque al livello numerico indicato dalle femministe. Sarebbe irrealistico e il Ministero dell'Interno si sarebbe ben guardato dal pubblicare un dato così incerto soprattutto su una materia tanto delicata.
IL NUOVO REATO È DISCRIMINATORIO A questo punto una sottolineatura che ci pare rilevante. Per introdurla prima leggiamo il primo comma del nuovo reato di femminicidio: «Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell'ergastolo. Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l'articolo 575 [omicidio]». Questo nuovo reato - di suo assolutamente discriminatorio perché non ricomprende il caso in cui la vittima sia un uomo - da una parte potrebbe avere uno spettro amplissimo di applicazione: l'odio, la discriminazione, la prevaricazione, il controllo, il possesso, il dominio che hanno mosso all'omicidio devono trovare la loro ultima giustificazione nel sesso femminile di appartenenza della vittima. E dunque, a ben vedere, qualsiasi omicidio di donna potrebbe diventare femminicidio: basterebbe provare che l'imputato ha ucciso la donna perché l'odiava e il requisito dell'appartenenza al sesso femminile come motivo per far scattare il reato di femminicidio seguirebbe implicitamente a ruota. Difficile distinguere e quindi provare l'odio verso la persona sic et simpliciter dall'odio verso la persona in quanto donna. Pericolose sottigliezze psicologiche. Su altro fronte il giudice onesto dovrebbe esigere la prova che Tizio ha ucciso la moglie perché donna. Insomma il sesso di appartenenza dovrebbe essere scriminante da provare con rigore. Un'obiezione a quanto sin qui scritto potrebbe essere la seguente. Il reato di femminicidio è reato nuovo. I giudici non sono ancora abituati a prenderlo in considerazione ecco perché il numero di femminicidi è basso. Obiezione fragilissima. Il reato di femminicidio esisteva nella mente di molti se non di tutti ben prima del dicembre scorso. I giudici non vedevano l'ora di applicarlo soprattutto tenendo conto del condizionamento culturale enorme su questo tema. Inoltre buonissima parte della magistratura è figlia di quell'orientamento culturale che ha partorito l'art. 577 bis. Ma, nonostante tutto questo, gli inquirenti evidentemente non hanno visto femminicidi dove non c'erano. Infine poniamo noi un'obiezione a quanti criticheranno il report e la nostra lettura di esso: cari tutti e tutte, non siete contenti che in realtà le vittime di femminicidio siano così poche rispetto a quanto tutti si aspettavano? Perché dispiacersi? La riposta, non potendo venire da voi, ve la diamo noi: siete furenti perché ancora una volta la realtà sconfessa l'ideologia.
DOSSIER "FEMMINICIDIO" L'emergenza che non esiste Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 1° giugno 2026
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E IL VERBO SI FECE ALGORITMO: COSÌ GESÙ PARLA CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Una specie di ChatGPT spirituale ti fa parlare con Gesù il quale risponde ai dubbi esistenziali in maniera positiva per chi vuole stare bene senza la fatica di fare il bene
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20 aprile 2026
Ora puoi parlare con Gesù. Voi direte: lo abbiamo sempre fatto con la preghiera. Risposta: la preghiera è roba vecchia. Ora per entrare in comunione con Cristo non servono più la preghiera e i sacramenti. La tecnologia digitale ha scavalcato queste pratiche analogiche. Oggi Gesù ti parla in modo nuovo e più efficace. Dal Gesù di Nazareth siamo passati al Gesù dell'Intelligenza artificiale. Il Verbo si fece algoritmo. La piattaforma Just Like Me ha infatti lanciato un chatbot Gesù che risponde, come se fosse un ChatGPT spirituale, a tutti i tuoi dubbi esistenziali. Gesù ti compare a video e tu, in videochiamata, puoi chiedergli un consiglio, un parere, una parola di conforto e lui ti indica la soluzione. Per i miracoli quelli di Just Like Me hanno fatto sapere che si stanno attrezzando. Il Gesù IA è in buona compagnia sulla piattaforma. Infatti puoi parlare con imprenditori, psicologi, preparatori atletici e c'è pure Babbo Natale. Questi mental coach che vanno da Babbo Natale a Gesù sono i nuovi maghi a cui far leggere la mano per scrutare il nostro futuro. Infatti puoi chiedere assistenza per problemi di salute, per il tuo benessere, per riuscire negli affari, per conoscersi meglio, per trovare l'anima gemella o per rimettere insieme i cocci di una relazione in frantumi. Se vuoi sentirti un po' Gesù anche tu senza passare per l'evangelica porta stretta, Just Like Me ti offre l'opportunità di reincarnarti in un chatbot. Infatti basta iscriversi, addestrare l'IA con il proprio vissuto, scritti, consigli, competenze, etc. e così creare un alter ego digitale, un gemello potenziato grazie all'IA e cliccabile sul portale di Just Like Me. Poi magari qualcuno ti sceglierà sperando in un poco di felicità e nella certezza di spendere un po' di quattrini. Altro che influencer e video tutorial, ora tutti noi possiamo diventare guru in qualche cosa. Ma torniamo al nostro Gesù che finalmente ci parla non solo tramite i Vangeli, ma grazie all'IA: un Gesù customizzato, ritagliato secondo le esigenze dell'utente. Innanzitutto questo Gesù va a confermare una verità teologica-esperienziale: seguirlo costa, costa caro. Per la precisione 1,99 dollari al minuto. Sì, l'obiezione che viene in mente è tanto intuibile quanto irritante: costa in media di più di una seduta dallo psicologo. Ma ci scordiamo che lui è il Figlio di Dio, non uno strizzacervelli qualsiasi. E comunque lo sapevamo: c'è sempre un prezzo da pagare per entrare in Paradiso, ma alla fine forse questo Gesù è meno esigente di quello vero che chiedeva di lasciare casa, figli e campi per Lui. Certo, la sua immagine viene resa un po' opaca da questa simonia digitale, ma i tempi sono cambiati. La grazia non è più gratis. Ciò detto, c'è da aggiungere che ciascuno di noi può fare una prova con lui per vedere se questo Gesù ne vale la spesa, cioè se è all'altezza delle nostre aspettative e se ci troviamo bene con lui. A video vi comparirà un bel giovanotto bruno dal sorriso sempre splendente anche se gli state raccontando di aver ucciso la suocera. I consigli che vi darà sono simili a quelli del Calendario filosofico in vendita su Amazon a 20,80 euro (ma dura un anno): ogni giorno una massima. Meglio Frate indovino. Un esempio delle perle di saggezza elargite dal Gesù agente dell'IA: ogni giorno, al mattino, prenditi un minuto per essere grato per tre cose. L'alba, il sorriso di una persona grata e la possibilità di ricominciare da capo. Che si aggiornino quelli che ancora vogliono essere grati a Cristo di aver dato loro un'opportunità di non finire all'Inferno. Insomma i consigli di questo Gesù sono un mix tra Confucio, le massime del mondo e Siddharta. Chris Breed, CEO di Just Like Me™, che ha invitato chiese e sacerdoti ad adottare la sua app in parrocchia o nelle congregazioni, in un comunicato stampa ha spiegato chi è questo suo Gesù: «La nostra missione è sempre stata quella di rendere il mondo un posto migliore, una conversazione alla volta. Miliardi di persone lottano contro la solitudine, lo stress e l'incertezza. Jesus AI è stato creato per offrire una presenza compassionevole che incoraggi l'amore, la guarigione e la comprensione. È un modo moderno per fornire una guida, un tutoraggio e una compagnia senza tempo, disponibili ogni volta che qualcuno ne ha bisogno». Insomma da Salvatore a tutore, da Redentore a mentore. E' dunque un Gesù senza spigoli, che pensa positivo e che deve piacere a tutti. Un Gesù a misura della statura minima morale dell'uomo contemporaneo che vuole stare bene senza la fatica di fare il bene, che vuole tutto ma non pretende nulla da se stesso, che non cerca maestri ma solo consolatori, mammine che lo rassicurino che tutto andrà bene, che lo compatiscano, che gli dicano che è un incompreso e una vittima e che lo confermino in ogni suo capriccio. Specchio perfetto di ciò che i nostri contemporanei vorrebbero che fosse la Chiesa cattolica. In breve questo giovanotto bruno e dal sorriso smagliante fa al caso non di chi vuole salvarsi, ma di chi vuole salvare solo il proprio benessere.
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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20 aprile 2026
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EUTANASIA AI MINORI, IN OLANDA LA MORTE E' SCAMBIATA PER LA CURA
C'è anche un bambino con meno di 12 anni nell'annuale report del governo olandese sugli omicidi di Stato (cosa possibile anche in Italia)
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26 giugno 2026
Cronistoria dell'omicidio di Stato in Olanda. Nel 2002 i Paesi Bassi furono il primo Stato al mondo a legalizzare l'eutanasia. Nel 2014 la legge ampliò il bacino di utenza: da quella data possono accedere all'eutanasia anche i minori dai 12 anni in su, posto che siano capaci di discernimento, e i neonati fino ad un anno. In entrambi i casi serve il consenso dei genitori. Nel 2024 saltò il limite dei 12 anni e candidati all'eutanasia possono anche essere i bambini di qualsiasi età. Ma fino ad oggi nessun minore di anni 12 è morto per mano dello Stato. Appunto. Fino ad oggi. Un paio di giorni fa il governo olandese, in occasione dell'annuale report sui casi di eutanasia praticati in Olanda, ha informato che circa sei mesi or sono un bambino che aveva meno di 12 anni è morto per eutanasia, dato che, nel rispetto dei criteri di legge, era affetto da una patologia incurabile, nonché terminale, e da dolori insopportabili. La norma prevede anche che non venga ucciso contro la sua volontà, posto che riesca ad esprimerla a motivo dell'età o della patologia e tacendo poi sul fatto che la sua volontà possa essere facilmente manipolabile. Altre informazioni sul bambino, quali l'età precisa, il sesso e la tipologia di malattia, non sono state rivelate. Giustamente inorridiamo per quello che avviene in Olanda e crediamo che da noi in Italia un tale crimine non potrebbe mai avvenire. Opinione fallace dato che la legge 219/17 permette l'eutanasia anche sui minori senza limiti di età. E poi è cosa nota negli ambienti di neonatologia che, anche ben prima della legge, i neonati pretermine fortemente problematici e portatori di patologie assai severe molto spesso non vengono rianimati.
IL PUNTO DI PARTENZA Ma torniamo al caso di eutanasia del bambino olandese. Questo omicidio è la conseguenza di alcune premesse. La prima ha carattere giuridico, sebbene a monte la sua natura sia prettamente culturale. Il punto di partenza è il seguente: il diritto alla cura deve ovviamente essere riconosciuto non solo agli adulti, ma anche ai minori. Si cura un bambino anche in tenerissima età perché quello è il suo bene oggettivo. Nulla rileva che non possa dare il suo consenso perché è incontestabile che la salute sia un bene per tutti, grandi o piccoli. E qui sta il passaggio chiave. L'eutanasia viene intesa dalle legislazioni come un trattamento sanitario che interessa la salute del cittadino. In questa prospettiva e per paradosso l'eutanasia è una cura. Dare la morte è una terapia estrema per mali estremi. L'eutanasia è quindi un bene giuridico. Ed essendo un bene giuridico, tutti ne devono beneficiare. Come si cura un bambino per una malformazione al cuore, così si cura con l'eutanasia un bambino affetto da una patologia gravissima e che non potrà mai guarire. Ripetiamo: se l'eutanasia è un diritto perché è una cura, allora deve essere accessibile a tutti, al pari di una appendicectomia o di una artroscopia. Seconda premessa che ha portato all'uccisione di questo bambino olandese. Se puoi uccidere tuo figlio prima che nasca non si vede il motivo di non poterlo uccidere anche dopo nato. Era la famigerata tesi dei due ricercatori Giubilini e Minerva che nel 2012 pubblicarono un articolo sulla rivista scientifica Journal of Medical Ethics in cui sostenevano la bontà di una pratica da loro definita come aborto post-nascita. Se per alcune patologie posso uccidere un bambino prima che nasca appare ragionevole applicare i medesimi criteri anche per i bambini già nati. Date le premesse errate, se uno è coerente arriva a conclusioni altrettanto errate.
GIUSTIFICARE PER LEGGE L'UCCISIONE DEI BAMBINI Terza premessa per capire come mai siamo arrivati a giustificare per legge l'uccisione dei bambini: la sensibilità collettiva si è coagulata ormai da tempo intorno a principi di carattere utilitaristi ed edonisti. Il bene è stato scalzato dal benessere, l'eudaimonia (la felicità) è stata scacciata dal welfare, le virtù dal guadagno, dal successo, dall'affermazione personale, dalla sicurezza economica, dal salutismo, dal narcisismo. In questo stato d'animo sociale assai pervasivo il limite, la patologia, il dolore non hanno senso e non possono averne. Sono bachi di sistema, esseri patogeni da eliminare e mai accettare, incongruenze e contraddizioni della vita, errori che si possono correggere con l'eugenetica. Via gli imperfetti e i disabili perché sporcano l'idea apollinea che noi abbiamo dell'esistenza. Sono casi quindi che disturbano e che non possono avere diritto di cittadinanza in una società votata all'efficienza, all'estetica fine a se stessa e alla performance. Una società aristocratica ma non nell'accezione primigenia, bensì in quella più scadente e decadente contemporanea: accesso libero all'esistenza in vita solo ai migliori, anche fisicamente. Naturalmente si cela tutto questo dietro il paravento ipocrita del miglior interesse per il paziente, bambini inclusi. Quarta premessa. Il nord del mondo è essenzialmente ateo. Va da sé che quindi manca il timor Dei che una volta aveva un suo efficacissimo effetto di deterrenza. Oggi non si crede più e, quando si crede, si crede ad un dio non giudice ma condonatore, anzi plaudente di ogni nostra scelta. Se dunque siamo intimamente convinti che non ci aspetta un castigo dopo la morte per le nostre malefatte e un castigo da parte di un Dio che ti può dire quanti capelli hai in testa - «anche i capelli del vostro capo sono tutti contati» (Lc 12,7) - e a cui quindi nulla sfugge, allora il male dilaga. Se sapessimo con certezza che mai prenderemo una multa per divieto di sosta parcheggeremmo dovunque, ammettiamolo. Insomma la convinzione dell'impunità di certo non frena il male, ma lo accelera e lo spinge alle sue massime espressioni. Un giorno Gesù disse che chi scandalizza un bambino gli toccherà in sorte nell'aldilà una punizione più severa di venire gettato in mare con una macina al collo. E qui siamo ben oltre lo scandalo dei bambini. Siamo all'assassinio dei bambini. Ecco queste sono, tra le altre, quattro cause che hanno portato quello sventurato bambino a porgere il collo alla scure del boia di Stato e che probabilmente porteranno tutti noi a finire prima del tempo nella fossa, anzi: nell'inceneritore, dato che va così tanto di moda. Purtroppo certi processi sono così noiosamente e insieme drammaticamente prevedibili.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26 giugno 2026
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FENOMENOLOGIA DELLE VEGLIE CONTRO L'OMOFOBIA
Dietro il pretesto dell'accoglienza si insinua la giustificazione del peccato per demolire dall'interno l'insegnamento cattolico sull'omosessualità
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 maggio 2026
Fenomenologia delle "Veglie di preghiere per il superamento dell'omotransbifobia". Qualche giorno fa Ermes Dovico ci ricordava da queste stesse colonne che sono almeno 23 le diocesi italiane coinvolte a vario titolo nella promozione di veglie di preghiere contro l'omofobia e di incontri formativi filo-Lgbt, veglie e incontri che sono iniziati a maggio e che continueranno per tutto giugno. Quali le caratteristiche di queste iniziative? Vediamone qualcuna. Innanzitutto, con il pretesto di accogliere la persona omosessuale e transessuale si accoglie l'omosessualità e la transessualità. Siamo ben oltre il famoso distinguo "accogliere il peccatore ma non il peccato" perché la persona che liberamente vive la condizione omosessuale o transessuale non è più considerata peccatore, bensì portatore sano di un modo di vita che può essere coerente con il Vangelo, dato che Dio ama ciascuno di noi così come siamo, dimentichi che Dio ama il peccatore ma non il peccato. Dio accoglie tutti, ma non tutto. L'accoglienza delle persone omosessuali e transessuali viene ritenuta doverosa a motivo delle discriminazioni subite da costoro. In primo luogo ricordiamo che non tutte le discriminazioni sono ingiuste, perché discriminare significa distinguere, discernere, cogliere le differenze. Così la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio, nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell'assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare» (Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 11).
IL TEMA DELLA DISCRIMINAZIONE È PRETESTUOSO In secondo luogo il numero esiguo di ingiuste discriminazioni, tutte ovviamente da condannare, non giustifica una simile pletora di iniziative ecclesiali, pressoché assenti per altre forme di discriminazioni e di persecuzioni ben più gravi e ben più estese, ad esempio a danno dei cristiani (vedasi cosa sta accadendo in questo periodo in Israele). In breve il tema della discriminazione è pretestuoso ed è funzionale per ammantare di liceità morale condotte che la Chiesa istituzionale condanna nei suoi documenti ufficiali. È per questo motivo che non c'è e non deve esserci nessuna pastorale tesa alla conversione di queste persone. Costoro sono solo vittime e in nessun modo peccatori. Un'altra caratteristica è la perversione delle finalità della liturgia, in particolare della veglia di preghiera. Si innesta nel sacro ciò che contraddice il sacro. Si chiede a Dio, come è avvenuto con Fiducia supplicans, di benedire e giustificare ciò che non è giusto. Il tentativo di validare dottrinalmente l'omosessualità e la transessualità passa attraverso la pastorale e una pastorale liturgica. La sacralizzazione di queste due condizioni - atto che in realtà è blasfemia - persuade l'opinione pubblica cattolica che omosessualità e transessualità siano condizioni naturali. La critica a queste due condizioni viene valutata alla stregua di un giudizio negativo sulla razza o sul sesso, dimentichi che razza e sesso sono condizioni naturali, omosessualità e transessualità no. Qui sta forse il successo maggiore di simili iniziative: il dissenziente si sente malvagio, rigido, ingiusto, non moderno, identico ad un razzista o ad un misogino e dunque non solo non apre bocca, ma lavora su di sé per cambiare idea reputandosi nell'errore. Chi si reca a queste veglie prima di tutto prega per sé perché si riconosce non aperto, non inclusivo, legato a visioni retrive contrarie alla carità cristiana. Prega per la propria conversione. Peccatore, allora, non è più la persona omosessuale perché ha rapporti con persone dello stesso sesso, bensì chi critica la sua condotta.
L'ASSIMILAZIONE PRONA ALL'IDEOLOGIA LGBT Ulteriore aspetto identitario di queste veglie è l'assimilazione prona di metodi e contenuti dell'ideologia Lgbt, così come ha recentemente appuntato monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo: «Perché sposare, nel calendario, nella terminologia, nei simboli e nelle prospettive, l'impostazione ideologica e militante proveniente da visioni non soltanto contrarie alla fede, ma pure incompatibili con l'antropologia cristiana quando la dottrina cattolica mette a disposizione dei fedeli e dei pastori la ricchezza di una sapienza liberante e pacifica, che viene dalla divina rivelazione e dal magistero della Chiesa?». In effetti la retorica è la medesima dell'universo arcobaleno perché gira attorno a topos argomentativi propri delle lobby Lgbt. Ecco allora i temi dell'inclusività, dell'emarginazione, della tolleranza, della discriminazione, dell'amore, della famiglia. La narrativa proposta in queste veglie e negli incontri di formazione è anch'essa la medesima di quella che troviamo in ambito Lgbt: una minoranza deve essere tutelata, ha il diritto di esistere ed essere riconosciuta, garantita nei suoi diritti specifici. La narrativa diventa poi mito: un popolo reietto è sotto attacco e sta battagliando per conquistare la libertà. Il suo nemico numero uno è il cattolico. Una narrazione che ha fatto il copia e incolla con la storia dell'emancipazione delle persone di colore e delle donne. Ulteriore elemento caratterizzante delle veglie e soprattutto degli incontri formativi arcobaleno è l'assenza di contraddittorio. In spazi cattolici non viene dato spazio alla dottrina cattolica. L'indottrinamento è a senso unico e quindi i microfoni sono accesi solo per coppie gay o volontari parrocchiali anch'essi gay. Il dibattito viene bandito per paura che si possa instillare anche un solo dubbio nell'uditorio. Dibattito che in realtà non ci dovrebbe nemmeno essere perché in casa cattolica si deve insegnare solo la verità, mentre l'errore deve essere citato solo per confutarlo. In conclusione le veglie di preghiere omoeretiche appaiono essere, forse, lo strumento più pericoloso e letale per scardinare dall'interno la dottrina cattolica sull'omosessualità e sulla transessualità.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 maggio 2026
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OMELIA XVI DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 13, 24-43)
Da dove viene la zizzania?
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
Da dove viene la zizzania? (Mt 13,27). Da dove è venuta questa erbaccia maligna e soffocatrice che infesta il campo di Dio? È una delle domande più serie e decisive, e siamo tutti costretti a formularla quando ci poniamo di fronte al mistero dell'esistenza: o neghiamo l'evidenza della zizzania, cioè del male (ed è un'impresa disperata), o ci interroghiamo circa la sua provenienza. Sulle labbra dei contadini della parabola l'interpellanza sembra esprimere non solo stupore, ma anche delusione e quasi una specie di rabbia. Sembra anzi marcata da un accento di velato rimprovero verso il padrone, che in fin dei conti è il primo responsabile della coltivazione: "Non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque viene la zizzania?". Dobbiamo dire però che quei contadini almeno una fortuna ce l'hanno, ed è di avere un padrone con cui lamentarsi: è già una consolazione prendersela con qualcuno. A chi ritenesse che il campo non sia di nessuno e ogni accadimento sia in esso del tutto casuale, non sarebbe consentito neppure di protestare o di fare domande, per assenza di destinatari responsabili. Se non esiste un proprietario del campo con un suo programma operativo, se tutto nell'universo è fortuito, allora, pur avvertendo ancora i morsi del male, non siamo più autorizzati né a lagnarci né a enunciare problemi, perché in quel caso non si dà spazio per nessuna verità e quindi per nessuna ricerca. Dove si prende per buona l'ipotesi del caso e dell'assenza di un "Signore" dell'universo (ed è l'ipotesi degli atei), non può sorgere alcuna plausibile investigazione: bisogna rassegnarsi all'esistenza enigmatica della malvagità e all'assurdo della condizione umana. Deve essere tremenda la condizione degli atei, e proprio per questo: per il fatto di non poter riconoscere di fronte a sé nessun interlocutore adeguato. Un ateo vero e coerente è in realtà il più sfortunato degli uomini: si priva perfino della soddisfazione di protestare con qualcuno e di bestemmiare con una certa coerenza.
IL PECCATO ORIGINALE L'insegnamento di Gesù a questo proposito è estremamente sintetico ma limpidissimo: il nemico che ha frammischiato l'erbaccia alla buona coltivazione di Dio è il diavolo (cf. Mt 13,39). Mette conto che abbiamo a richiamare, sia pure in cenni rapidissimi, l'intera concezione della fede cattolica circa il male del mondo (concezione che è implicitamente evocata da questa breve frase del Signore). Essa oggi è così faziosamente e acriticamente contrastata dalla cultura che da oltre due secoli è dominante. Ma le illusioni culturali anticristiane, tra l'altro, si sono rivelate storicamente molto pericolose. L'ottimismo naturalistico del secolo XVIII (che si contrapponeva, irridendoli, ai dati della fede) di fatto negli ultimi anni di quel secolo è approdato all'omicidio perpetrato, per così dire, su scala industriale, con indici inauditi di produzione resi possibili dalla geniale invenzione della ghigliottina. Le ideologie che si rifiutavano di credere alla malvagità del cuore dell'uomo, hanno dato vita ripetutamente in questi due secoli a forme esasperate di crudeltà. L'iniquità umana c'è, ed è largamente diffusa. Così diffusa da costituire un problema: come mai gli uomini, più o meno tutti, sconfinano nell'ingiustizia? La Rivelazione cristiana risponde con la dottrina del peccato originale. La verità del peccato originale, come ogni mistero, è oscura in se stessa, ma è illuminante per noi e per la nostra condizione. Indubbiamente si fa fatica a capirla nella sua natura e nelle sue cause; ma senza di essa tutto nel mondo e nell'uomo si fa ancora più impenetrabile, a cominciare dal mare di lacrime e di sangue che ricopre la nostra storia.
LA RADICE PRIMA DEL MALE A dire il vero, il libro della Genesi, raccontando la colpa di Adamo e di Eva come frutto della istigazione perfida del serpente, sembra insinuare che l'inizio assoluto del male nell'universo vada ricercato antecedentemente alla comparsa dell'uomo sulla terra. E il libro della Sapienza - implicitamente citato da san Paolo nella lettera ai Romani - dà una lettura teologica dell'antico racconto indicando nel demonio la prima fonte delle nostre sciagure: La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono (Sap 2,24). Ci ritroviamo così all'identico insegnamento offertoci da Gesù appunto nella parabola che stiamo tentando di capire: Il nemico che ha seminato la zizzania è il diavolo (Mt 13,39). Come si vede, la nostra meditazione sul male del mondo è stata progressivamente sospinta dalla verità del peccato personale a quella del peccato che dall'alba della vicenda umana universalmente contamina la nostra stirpe; e dalla verità del peccato originale a quella dell'esistenza del demonio, prima e oscura fonte di ogni perversione. Siamo così invitati a risalire a poco a poco l'enigmaticità delle cose fino a raggiungere la soglia del mondo invisibile che precede la storia dell'uomo; vale a dire la soglia della realtà che sta al di fuori e al di sopra del nostro tempo.
IL TENTATIVO DI NEGARE L'ESISTENZA DEL DEMONIO Nella cristianità contemporanea è in atto invece un curioso processo di smarrimento, tanto che si arriva a percorrere in senso contrario la strada sulla quale, come s'è visto, siamo stati guidati dalla fede. Tra i teologi c'è chi si impegna alacremente in un lavoro cosiddetto di smitizzazione, dopo il quale del demonio non resta neppure la coda. Questi teologi - diversamente da Gesù Cristo - pare che non pensino più a satana come a un essere reale concretamente e personalmente esistente; sembrano piuttosto ridurlo a una sorta di immagine simbolica della intrinseca inclinazione al male che c'è nelle creature. Ma - tolto di mezzo il diavolo - anche il peccato originale non è più plausibile; e infatti in molte odierne presentazioni teologiche esso fatalmente si estenua e si sbiadisce fino a essere la cifra dell'umana finitezza o al più la denominazione collettiva di tutte le colpe individuali. Le quali, a loro volta, tendono a essere considerate non tanto come peccati responsabilmente commessi, quanto come turbe psichiche conseguenti a squilibri congeniti o alla violazione di tabù senza fondamento. Insomma, prima si risolve l'idea del demonio in quella del peccato originale, poi del peccato originale in quella dei peccati dei singoli, infine l'idea dei peccati dei singoli in quella di un malessere senza colpevolezza. Così l'universo diventa una specie di innocente giardino d'infanzia, senza malvagità e senza malvagi, dove però non si capisce più perché tanto spesso ci si imbatta nella ferocia umana, e soprattutto non si capisce più che senso abbiano la morte, il dolore, la redenzione di Cristo.
LA SCONFITTA DEL MALIGNO COMINCIA NEL MOMENTO IN CUI LO SI PRENDE SUL SERIO La vera misericordia - quella di Dio - batte la strada opposta. Il grande avversario comincia a essere sconfitto non nel momento in cui lo si relega tra le favole, ma nel momento in cui lo si prende sul serio, in modo da prendere sul serio la vittoria ottenuta su di lui dalla morte e dalla risurrezione del Figlio di Dio; vittoria che quotidianamente si impianta nella vicenda di ognuno di noi mediante la nostra crescente partecipazione al mistero pasquale. L'universale decadenza della natura umana può essere superata solo partendo dalla persuasione che Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia (cf. Rm 11,32). E dal mio peccato personale incomincio con la grazia divina a risorgere non nel momento in cui lo ignoro o lo censuro psicologicamente, ma nel momento in cui, pentendomi, lo riconosco come atto veramente cattivo e veramente mio. Questo è il senso della proposta evangelica della metànoia (della conversione), che Gesù ci ha indicato come necessaria premessa della nostra salvezza. Il Vangelo non è la notizia che siamo già tutti innocenti per incapacità di intendere e di volere o perché i fatti non costituiscono reato; è la notizia che siamo tutti peccatori e, proprio per questo, siamo i fortunati destinatari dell'invincibile misericordia del Padre.
Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
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