BastaBugie n�988 del 29 luglio 2026

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1 A VINCERE I MONDIALI E' UN MONDO LIBERO CHE E' STANCO DEL WOKE
Espulso dalla società, nel campo di calcio rientrano il merito, il rispetto delle regole (del gioco) e dell'autorità (dell'arbitro) e persino l'amore alla Patria
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 EVA FA L'ASSESSORE, MA NON ESISTE: E' CREATA DALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Ad Acqui Terme l'Assessore IA avrà la delega... all'Umanizzazione (paradosso nel paradosso: farsi spiegare l'umanizzazione da una macchina)
Autore: Federica di Vito - Fonte: Sito del Timone
3 SAN GOAR, IL ''PATRONO'' DEI DISTRATTI
Non tutte le distrazioni nascono dalla superficialità: alcune rivelano una mente assorta nelle cose di Dio e un cuore sempre pronto ad amare il prossimo
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
4 IL QUINTO EVANGELO DI BIFFI, UN LIBRO PER RIDERE E PER RIFLETTERE
Nell'opera del 1969, arrivata oggi alla 12° edizione, il cardinale smascherava i tentativi di diluire il Vangelo secondo i gusti
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: La Bussola Mensile
5 IL CONCERTO DI ULTIMO BATTE IL RECORD DI VASCO ROSSI
250mila giovani a Tor Vergata dimostrano che la musica può emozionare, unire e consolare, ma solo Cristo può soddisfare il desiderio dell'uomo
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del Timone
6 LA FRATERNITA' SAN PIO X FA RICORSO, MA LE SCOMUNICHE RESTANO
La scomunica è latae sententiae e quindi c'è indipendentemente dalla relativa sentenza (ma è contraddittoria la richiesta di rimangiarsi il decreto a chi non si riconosce l'autorità)
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 OMELIA XVIII DOMENICA T.O. - ANNO A (Mt 14, 13-21)
Non abbiamo che cinque pani e due pesci!
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

1 - A VINCERE I MONDIALI E' UN MONDO LIBERO CHE E' STANCO DEL WOKE
Espulso dalla società, nel campo di calcio rientrano il merito, il rispetto delle regole (del gioco) e dell'autorità (dell'arbitro) e persino l'amore alla Patria
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22 luglio 2026

I Mondiali di calcio sono terminati. Ha vinto la Spagna, a detta di molti la migliore sul campo. Guardando le partite di questa edizione, con il maggior numero di squadre in campo da sempre, si poteva venir colti da una impressione positiva: vuoi vedere che il calcio è oggi uno di quei pochi "luoghi" pressoché immuni dal politicamente corretto? Non ci riferiamo ovviamente a tutto ciò che ruota intorno al calcio: lacci arcobaleno agli scarpini dei giocatori e fasce arcobaleno per i capitani in occasione dei Pride; sostituzione del termine "guardalinee" con "assistente arbitrale" per sottolinearne lo spirito collaborativo; divieto di blackface, ossia pitturarsi la faccia di nero per tifare giocatori di colore; patch sulle maniche come "No to Racism" e "Equal Game"; sanzioni per cori cosiddetti omofobi, etc.
Ci vogliamo invece riferire al gioco del calcio di per sé. In primis osserviamo che puoi giocare in Nazionale o in club di professionisti solo se sei bravo. Si guarda al merito. Pare una banalità dirlo, ma oggi le banalità spesso sono verità sequestrate dalla stupidità di massa. Vi ricordate la polemica di qualche anno fa contro il ministro Valditara sul merito scolastico? Si voleva assegnare lo stesso voto al capace e all'incapace per evitare discriminazioni. La scuola doveva essere di tutti e inclusiva. Provate a chiedere a Luis de la Fuente, allenatore delle Furie rosse, di far giocare anche gli scarponi e vedrete cosa vi risponde. Le retorica finisce esattamente dove inizia la realtà. Niente sconti quindi: giocano i migliori (almeno si spera) e agli altri non si concede un aiuto per arrivare al livello dei migliori. In molti atenei italiani, ad esempio, è obbligatorio assegnare più tempo nelle prove di calcolo ai discalculici. Ma chi ha difficoltà di calcolo - acquisita o innata - non è adatto a materie come la matematica. È come se Tizio che non sa nuotare voglia partecipare alle Olimpiadi di nuoto grazie a dei braccioli. In breve: il discalculico non dovrebbe nemmeno sostenere una prova di calcolo, non è quello il suo posto. Ecco, questi ossimori rimangono fuori dal rettangolo di gioco nel calcio. Ad esempio sarebbe delirante concedere alle squadre più deboli di avere una porta più piccola al fine di livellare le disparità di capacità con le squadre più forti.

LA RAPPRESENTANZA DELLE MINORANZE E LE QUOTE ROSA
Il merito cancella un altro falso problema: quello della rappresentanza delle minoranze. Moltissimi calciatori di colore erano presenti in questo Mondiale anche in squadre non africane perché si sono dimostrati più talentuosi di altri di etnia caucasica. Sarebbero impensabili, ad esempio, le quote rosa, ossia sarebbe impensabile una squadra mista. Il rustico buon senso dei tifosi di tutto il mondo fiuterebbe lontano un miglio l'odore di idiozia di una simile proposta e metterebbe a ferro e fuoco le città. Le minoranze possono vincere non perché, essendo tali, meritano un aiuto, ma perché a loro non è escluso vincere per merito. Il merito riguarda anche chi è "piccolo". E infatti Capo Verde - 530mila abitanti e circa 700mila cittadini in giro per il mondo - è stata l'unica squadra del Mondiale che è riuscita a pareggiare con i Campioni del Mondo spagnoli. Tutti gli altri hanno perso.
Continuiamo a cercare indizi utili per affermare che il calcio è pressoché immune dal virus woke. Il gioco del calcio, come tutti gli sport, è praticabile perché ci sono delle regole da rispettare. Oggi tutti sono allergici alle norme, alle regole perché limiterebbero la libertà personale, tarperebbero le ali della propria identità, costringerebbe in una gabbia formale ciò che chiede invece di dispiegarsi senza confini. Pensate anche in casa cattolica alla guerra ancora in corso contro i dogmi. Il calcio è pieno di dogmi: vietato per i giocatori di movimento passarsi la palla con le mani, vietato falciare l'avversario, vietato ricevere il pallone in fuori gioco e via dicendo. Non ci sono "se" e "ma", eccezioni, casi particolari, casi di coscienza, discernimenti da operare in certi frangenti, etc. Queste regole sono assolute: valgono sempre e per chiunque. Non vuoi giocare con queste regole? Non entrare in campo. Non solo, ma questo approccio tetragono al gioco del calcio viene accentuato se pensiamo che, quando un giocatore viola una norma in modo grave, viene scomunicato, ossia esce dal campo. Tra l'altro le regole sono rispettate da tutti - e questo non pregiudica alcune marginali modifiche delle stesse nel tempo - e non c'è nessun malato di originalità che, ad esempio, organizza manifestazioni in piazza per l'abrogazione del calcio di rigore, retaggio di una mentalità da Santa Inquisizione. Infine le regole sono funzionali al gioco stesso: senza regole, ossia senza comandi, divieti e facoltà, non esisterebbe proprio il calcio. L'essenza di ogni gioco è data dalle sue regole. Le regole sono l'identità del gioco. Ed il bello è che queste regole sono appassionanti. Solo i vincoli, dettati dalla ragione, ti permettono di esprimerti, di essere veramente libero, anche quando giochi.

IL GIUDICE
Dici regola e di conserva non puoi che dire giudice. Se c'è una norma, ci deve essere anche una figura che giudica se è stata violata una norma e, in caso positivo, commina la relativa sanzione. Nel calcio questo giudice si chiama arbitro e assicura la giustizia in campo. La tecnologia - leggi VAR - ha giustamente aiutato a svolgere al meglio questo compito, ma ciò che ci preme qui mettere in evidenza è il seguente aspetto: la figura dell'arbitro in campo non è messa in discussione. Semmai si mettono in discussione - e quasi sempre - le sue decisioni, ma il ruolo no. Eppure oggi c'è il linciaggio ad ogni forma di autorità: dai genitori, passando agli insegnanti e alle forze dell'ordine, ai sacerdoti su su fino a Dio. Ci fermiamo un momento sul tema dell'autorità dell'arbitro. Il politicamente corretto, per questi Mondiali, ha preteso la presenza sul campo di gioco di due arbitri donne e di quattro colleghe fuori dal campo. Non stiamo a sindacare sulla bravura di queste donne, ma è certo che c'era un dato di fatto che si doveva tenere in considerazione: queste due donne avrebbero fatto più fatica ad imporsi ai 22 maschietti in campo rispetto ai loro colleghi maschi, così come puntualmente è avvenuto. Lo ripetiamo: è stato un dato di fatto che si sarebbe dovuto tenere in considerazione su cui sbatte il muso dell'egualitarista intransigente. Invece il tema "Il calcio è uno sport essenzialmente maschile" ce lo teniamo caldo per un'altra volta.

L'AMOR PATRIO
Proseguiamo. I Mondiali sono sempre stati una manifestazione potente dell'amor patrio, seppur declinato nella sua forma minimale dell'amor di squadra. Anche in questo caso la mentalità corrente corre, per l'appunto, in altra direzione bollando come nazionalismo pernicioso e pericoloso qualsiasi manifestazione di attaccamento alla bandiera, come populismo qualsiasi difesa della cultura patria, come atteggiamento non inclusivo qualsiasi protezione dei valori nazionali. Nei Mondiali invece questo giudizio non ha mai avuto diritto di cittadinanza ed è sempre valsa, anzi, la regola opposta: guai a tifare per una nazione diversa dalla propria. Saresti un traditore. Il Ct vincente diventa così più importante del Presidente dello Stato, i giocatori sono i salvatori della patria e tutta la narrazione delle vittorie e delle sconfitte assurge a prosa epica che cristallizza virtù e vizi di un intero popolo. La retorica di un mondo senza nazioni, senza confini, senza muri, di un unico popolo affratellato dall'amore universale può ritagliarsi uno spazio solo negli spot televisivi pre e post partita e nelle cerimonie di aperture e chiusura dei Mondiali, ma evapora all'istante appena si fischia il calcio d'inizio. In quel momento i tuoi fratelli sono solo quelli che indossano tutti la tua stessa casacca e tutti gli altri sono avversari da vincere, da sconfiggere. Appena la partita inizia, poi, si può finalmente usare senza timori un arsenale lessicale d'impronta militare: attacco, difesa, assedio alla porta, vittoria, sconfitta, capitano, etc.
E allora forse il calcio, come del resto tutti gli altri sport, piace anche perché inconsapevolmente rimanda a questo mondo sano, fatto di regole, di autorità, di meriti, di appartenenze. Un mondo al naturale.

DOSSIER "GIOCO DEL CALCIO"
I preziosi insegnamenti dello sport

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22 luglio 2026

2 - EVA FA L'ASSESSORE, MA NON ESISTE: E' CREATA DALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Ad Acqui Terme l'Assessore IA avrà la delega... all'Umanizzazione (paradosso nel paradosso: farsi spiegare l'umanizzazione da una macchina)
Autore: Federica di Vito - Fonte: Sito del Timone, 11 giugno 2026

Eva Statiella nel giro di poche settimane ha assunto un nome, un volto e un seggio comunale. Il Comune di Acqui Terme in provincia di Alessandria ha introdotto una novità senza precedenti nell'ambito dell'intelligenza artificiale nominando Eva Statiella, un'assessore interamente generato dall'IA. Per quanto possa sembrare già di per sé strana come notizia, c'è da aggiungere che questa figura virtuale avrà l'incarico paradossale di occuparsi dell'umanizzazione, oltre a gestire i temi della transizione digitale e dell'innovazione tecnologica. E affidare a una figura virtuale un incarico legato all'umanizzazione contiene in sé un enorme paradosso. 
L'iniziativa, voluta dal sindaco Danilo Rapetti, sarebbe un esperimento volto a esplorare l'integrazione delle nuove tecnologie nella pubblica amministrazione e testare concretamente l'efficacia dei sistemi algoritmici nei processi decisionali nella gestione pubblica. Annunciato il 9 giugno, il sindaco prevede di formalizzare il suo incarico entro la fine del mese. Il progetto prevede inoltre la futura creazione di un avatar del sindaco per interagire con i cittadini e l'automazione dei servizi burocratici per alleggerire il lavoro dei dipendenti.
Questo progetto si inserisce in una visione più ampia del sindaco Rapetti, che prevede anche la creazione di un "sindaco avatar" per rispondere ai cittadini e l'automazione di uffici come l'anagrafe e l'urbanistica per sgravare i dipendenti da compiti ripetitivi. Attualmente, accanto al valutatore, Rapetti ha pianificato un secondo strumento: un assistente virtuale che interagirà con i cittadini attraverso i canali social della città. Questo agente di conversazione risponderà a richieste pratiche, dalla segnalazione di una buca in centro alle informazioni su come pagare una multa.

ESPRIMERE OPINIONI?
Ora, mentre un chatbot di servizio al cittadino è uno strumento già collaudato in molte amministrazioni (per esempio Roma Capitale), un valutatore con il potere di dare opinioni sul consiglio è qualcosa di molto diverso. Restano però da chiarire diversi aspetti pratici: non è ancora noto quali provvedimenti l'assessore virtuale potrà adottare nell'ambito delle sue competenze né in che modo prenderà parte al confronto con gli altri membri della giunta. Ciò che sappiamo è che in pratica dalla prossima riunione di consiglio apparirà un valutatore virtuale che avrà un posto tra gli amministratori e sarà in grado di parlare ed esprimere opinioni. Le conseguenze sono tutte da scoprire. 
Anche il nome scelto non è casuale. Il nome "Eva" richiama la figura biblica progenitrice dell'umanità, mentre "Statiella" è un omaggio ai Liguri Statielli e all'insediamento romano Acquae Statiellae, da cui ha origine la città. È un dettaglio di comunicazione costruito con cura, e questo da solo dice qualcosa sulla natura dell'iniziativa. Lo stesso sindaco ha inquadrato la nomina come un esperimento, utile «per capire meglio cosa può accadere quando queste entità hanno concretamente un ruolo attivo e decisionale». Questo test dunque ci servirebbe per immaginare le conseguenze dell'introduzione dell'Intelligenza artificiale in politica.
Basta dare uno sguardo al funzionamento di certe entità software per chiarire che quando si dice che Eva Statiella «esprimerà opinioni», in termini concreti significa che un modello linguistico, adeguatamente istruito con i documenti e le priorità dell'amministrazione, produrrà testi su un determinato argomento. Questi testi sono il risultato di un calcolo statistico raffinato, non di una coscienza o di una volontà personale. Un sistema come questo riflette i dati e le istruzioni con cui è stato configurato e può produrre risposte sbagliate, ma convincenti. Per questo è necessaria una supervisione umana e precisa che riconosca raccomandazioni errate che potrebbero influenzare le scelte pubbliche.

MAGNIFICA HUMANITAS
Inoltre, il riferimento che il sindaco ha fatto all'enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, con il ruolo dell'assessore virtuale «all'umanizzazione», non si capisce se sia una provocazione o uno sconsiderato accostamento. Citare quel documento per giustificare l'assegnazione della responsabilità per l'umanizzazione a un'entità non umana è un cortocircuito e non un omaggio. L'enciclica, che porta il sottotitolo «sulla salvaguardia della persona umana nell'era dell'intelligenza artificiale», insiste infatti sull'idea che il progresso tecnologico deve essere umanizzato, impedendo alla persona di essere ridotta a un inganaggio in un sistema governato da macchine e mette in guardia dal delegare alla tecnologia ciò che è proprio dell'essere umano.
In ultimo, ci preme puntualizzare che, sebbene attualmente la legge italiana ed europea (UE 2024/1689 - che impone per i sistema di IA utilizzati dalla pubblica amministrazione che incidono sui diritti dei cittadini, obblighi di vigilanza umana, tracciabilità, valutazione del rischio e chiara responsabilità) impediscano a un assessore virtuale di governare nel concreto una città - al limite Eva potrà fornire opinioni non vincolanti che rimarranno sotto la responsabilità degli amministratori -, un precedente come questo concretizza in qualche modo l'entrata in scena dell'IA in politica.
Niente allarmismi, ma neanche superficialità. In un ipotetico scenario futuro un primo grosso rischio è aumentare la distanza - e la conseguente sfiducia - tra i cittadini e le istituzioni. I primi potrebbero potenzialmente ritrovarsi a votare per messaggi controllati da algoritmi con la conseguenza che sarebbe messa a rischio la democrazia. In questo contesto, urge ridare alla tecnologia il posto che gli spetta: quello di fungere da strumento a servizio di scelte che devono continuare a rimanere umane. Saremo in grado o aspetteremo il prossimo esperimento?

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Fonte: Sito del Timone, 11 giugno 2026

3 - SAN GOAR, IL ''PATRONO'' DEI DISTRATTI
Non tutte le distrazioni nascono dalla superficialità: alcune rivelano una mente assorta nelle cose di Dio e un cuore sempre pronto ad amare il prossimo
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 26 luglio 2026

Chi sono i distratti? Sono coloro che non mantengono o faticano a mantenere l'attenzione su ciò che stanno facendo. In sé stessa la distrazione non è una qualità, perché la perfezione consiste nel fare sempre bene ciò che si sta facendo. Nostro Signore ne è un esempio perfetto.
Ma la distrazione non è sempre e necessariamente un difetto. Dipende da ciò a cui si volge la mente, quando presta poca attenzione a ciò che sta facendo.
Il cardinale Giuseppe Siri, ad esempio, parla di "distrazione" per definire una mente che appunto si distrae dalle cose essenziali, per dirigersi verso quelle effimere, variabili e inconsistenti. La distrazione diventa un continuo rivolgersi a questo e a quello senza mai approfondire.
Ma esiste anche una distrazione che deriva non da cattiva volontà, ma da un'intelligenza creativa, o da un'immaginazione vivace per cui cervello è continuamente attraversato da associazioni di idee, intuizioni. È questione di temperamento. Sono persone che fanno fatica a concentrarsi sugli aspetti pratici della vita quotidiana. Molti artisti, inventori, scienziati e scrittori erano considerati "distratti". Erano così immersi nel loro mondo da dimenticare l'orologio, gli oggetti o perfino i pasti.

SANTI DISTRATTI
Anche tra i santi non mancano coloro che, per natura, distratti. Molti santi erano persone estremamente concrete e organizzate. Pensiamo a San Giovanni Bosco capace di amministrare le sue opere con straordinaria precisione. Altri, invece, apparivano spesso "assenti", perché completamente immersi nella riflessione su questioni alte e divine. Bisogna distinguere la distrazione come fragilità umana dalla "distrazione" apparente dovuta al raccoglimento della mente, che si astrae dalle questioni concrete per immergersi in quelle più elevate. Una mente che ogni tanto si perde può avere un cuore profondamente unito a Dio. E un cuore unito a Dio, anche con qualche dimenticanza, può diventare davvero santo. È noto, ad esempio, che San Filippo Neri fosse talvolta così assorto nella preghiera da dimenticare il tempo.
Alcuni santi erano metodici (come Sant'Ignazio di Loyola), altri impulsivi (come San Pietro), altri ancora sembravano distratti perché vivevano con una forte vita interiore.  La santità non consiste nell'avere un determinato carattere, ma nel lasciare che ogni tratto della propria personalità venga trasformato dall'amore di Dio.
San Goar, ad esempio, è uno di quei santi poco conosciuti ma affascinanti, nella cui vita troviamo un sorprendente esempio di distrazione.
Nacque in Aquitania, probabilmente tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo, alle origini del Regno dei Franchi. Ordinato sacerdote, desiderava una vita più raccolta e più vicina a Dio. Per questo lasciò la sua terra e si si fece costruire un eremitaggio nella valle del Reno, allora ancora in parte pagana, nella diocesi di Treviri.
Scelse di vivere come eremita, ma non da isolato. Costruì una piccola cappella e una cella, dedicando le giornate alla preghiera, e all'accoglienza dei viandanti. 
La caratteristica che lo rese famoso fu l'ospitalità. Chiunque bussasse alla sua porta trovava un pasto, un letto, una parola di conforto e una guida spirituale. In un'epoca in cui i viaggi erano lunghi e pericolosi, la sua casa divenne un rifugio sicuro per pellegrini, mercanti e naviganti del Reno.
Per questo è venerato come patrono degli albergatori, degli osti, dei barcaioli, dei vignaioli e dei vasai. 

PATRONO DEI DISTRATTI
La sua popolarità suscitò l'invidia di alcuni ecclesiastici, che lo accusarono falsamente davanti al vescovo di Treviri dicendo che faceva del suo eremitaggio un'osteria, perché contrariamente al costume degli eremiti, mangiava attorniato da una folla di viaggiatori, a cui offriva cibi eccellenti. Accadde però che i suoi due accusatori, nel viaggio di ritorno a Treviri, smarrirono le vettovaglie che portavano per il viaggio. Esausti e divorati dalla fame, attendevano sulla strada che qualcuno li soccorresse, Fu proprio Goar il loro salvatore. Il santo che faceva lo stesso percorso per andare a giustificarsi dal vescovo, li guarì e li rifocillo, convincendoli della sua innocenza. Giunto a Treviri, entrato nell'anticamera del palazzo vescovile, appese il suo mantello ad un raggio di sole, scambiandolo per un bastone. Il mantello però rimase miracolosamente sospeso nell'aria, davanti agli occhi dei presenti Questo prodigio, dovuto alla sua distrazione, dimostrò la sua innocenza e mise in luce la malizia dei suoi accusatori.
L'episodio in cui San Goar appese il mantello a un raggio di sole fa riflettere. La sua fu una santa distrazione. Si può immaginare che, assorto nella serenità di chi vive costantemente alla presenza di Dio, abbia compiuto il gesto con la naturalezza con cui si appende un mantello a un bastone. Era una "santa distrazione" che non nasceva dalla superficialità, ma da un cuore così unito a Dio da non essere più prigioniero dei calcoli umani. 
San Goar viene anche invocato contro le calunnie e le false accuse. Il re Sigeberto III, desiderò nominarlo vescovo di Treviri, ma Goar rifiutò. Non perché disprezzasse l'episcopato, ma perché riteneva che Dio lo avesse chiamato a servire nel nascondimento. Preferì tornare alla sua povera cella e continuare ad accogliere i pellegrini. 
Dopo la sua morte, avvenuta il 6 luglio (tradizionalmente nel 575 o, secondo altre cronologie, nel 649), la sua tomba divenne una meta di pellegrinaggio. Intorno al suo romitaggio nacque una cittadina che ancora oggi porta il suo nome: Sankt Goar, sulle rive del Reno. 
Le antiche Vitae lo descrivono come un uomo profondamente raccolto in Dio, ma la sua contemplazione non lo allontanava dal prossimo: chi arrivava alla sua porta era sempre accolto con delicatezza. I santi più contemplativi sembrano talvolta assenti rispetto alle cose materiali, ma diventano sorprendentemente presenti quando si tratta di amare Dio e il prossimo. È questo che ci ricorda San Goar, che ci piacerebbe immaginare come un possibile patrono dei distratti.

Fonte: Radio Roma Libera, 26 luglio 2026

4 - IL QUINTO EVANGELO DI BIFFI, UN LIBRO PER RIDERE E PER RIFLETTERE
Nell'opera del 1969, arrivata oggi alla 12° edizione, il cardinale smascherava i tentativi di diluire il Vangelo secondo i gusti
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: La Bussola Mensile, ottobre 2025 (n. 23)

"Il quinto evangelo" del cardinale Giacomo Biffi è un piccolo capolavoro di satira teologica scritto nel 1969, quando era ancora parroco. Ha avuto molte edizioni negli anni (la dodicesima nel 2023), segno della sua lungimiranza e perenne attualità.
Nel libretto di poco più di un centinaio di pagine il cardinale finge il ritrovamento di antiche pergamene per smascherare il nuovo catechismo della mentalità dominante: un cristianesimo accomodato, pronto a confermare desideri e abitudini più che a convertirli. Il pretesto narrativo è spassoso: un prete narratore e il suo vecchio amico, il commendator Giovanni Migliavacca, industriale generoso, inciampano in frammenti greci che parrebbero svelare un "quinto" testo evangelico. Attorno al reperto si mobilitano commissioni e dotti d'oltralpe, ma l'autore corre avanti e offre una traduzione rapida, quasi a dimostrare che certi entusiasmi moderni cercano un avallo antico.
Il commendatore, disegnato con gusto e benevola ironia, incarna la buona coscienza del benessere. Lavora sodo, fa beneficenza, pretende efficienza, chiede alla religione di non complicargli la vita. Le sue virtù sono autentiche, ma diventano misura del Vangelo: se la fede consola e arreda, bene; se disturba, è invadenza. Proprio per questo, davanti alle pergamene, è il primo a intuire l'"utilità" del reperto: finalmente un testo che non obbliga troppo, che benedice il quieto vivere, che si adatta al ritmo della produzione e del consumo senza chiedere cambiamenti radicali.
Il libro funziona perché imita con precisione i tic del presente. C'è il culto dell'edizione critica che non finisce mai, la deferenza verso commissioni e comitati, la fretta di ribattezzare ogni trovata come "ritorno alle origini". Se i quattro Vangeli non reggono certi slogan, ecco pronto un quinto, più flessibile e aggiornato. Così vediamo un cristianesimo che scivola dall'annuncio alla comunicazione, dalla testimonianza al marketing. E comprendiamo quanto sia facile invocare l'autorità della Storia per giustificare il presente invece di lasciarsi giudicare da esso.

UNO SPECCHIO DEL MONDO
Il "nuovo vangelo" profilato tra le righe non è una burla gratuita, ma uno specchio. È la rassegna delle nostre scorciatoie spirituali. Il Cristo ne esce ridotto a maestro di buone maniere; la grazia diventa autostima; la misericordia, amnistia universale. La colpa diventa un errore di valutazione; la croce un simbolo estetico; la risurrezione una metafora motivazionale. L'etica si fa situazionale e reversibile: l'importante è "non giudicare", cioè non distinguere. La liturgia scivola nello spettacolo e la comunità nell'associazione di mutuo conforto, dove ci si incoraggia a vicenda a restare come si è. 
Il cardinal Biffi sbeffeggia il mondo e così ci invita a riscoprire le nostre domande più profonde. Conosce le aspirazioni nobili del nostro tempo - pace, inclusione, diritti per tutti - ma sa che sono slogan per sganciarsi dalla verità del Vangelo. Pace senza giustizia, inclusione senza conversione, diritti senza doveri: parole splendide che, sciolte dalla croce di Cristo, si svuotano. L'ironia diventa così pastorale: diverte, ma sveglia. Ricorda che l'amore cristiano è più esigente proprio perché è più reale; non si accontenta di emozioni condivise, chiede atti e cambi di rotta. 
Notevole anche il tratto letterario. La lingua è tersa, spiritosa, piena di trovate. Dietro il sorriso si sente la serietà del vescovo che difende il tesoro della fede dall'abbraccio soffocante del conformismo culturale. Non nostalgia, ma custodia intelligente di ciò che salva. Il cardinale dimostra con questo libretto che per voler bene a una persona non si deve addomesticare la verità. Il libro non umilia chi lo legge: lo accompagna e lo provoca con delicatezza. Nel farlo mostra come il cristianesimo non sia disprezzo dell'umano, ma elevazione: la concretezza, il gusto dell'efficacia, la generosità spontanea sono beni da salvare, purché non si sostituiscano al Vangelo vero. La santità, suggerisce il cardinale, non è l'anticamera del moralismo: è la pienezza della vita che prende sul serio la grazia. 
"Il quinto evangelo" ha un valore apologetico. Aiuta a riconoscere le parole svuotate - misericordia, dialogo, coscienza, libertà - e le rimette al loro posto. Mostra come diventino slogan quando perdono il riferimento a Cristo e alla sua Pasqua. È un esercizio di discernimento che non pretende di chiudere i problemi, ma di purificare lo sguardo. Ci consegna un criterio semplice: il Vangelo autentico non teme di chiedere conversione, non rinuncia alla verità per paura del conflitto, non separa l'amore dalla giustizia e la tenerezza dalla chiarezza.

ESTRATTI DA IL QUINTO EVANGELO
Perché leggerlo oggi? Perché siamo immersi in una spiritualità "light", dove il bene coincide con il consenso, la fede con l'emozione, la speranza con l'ottimismo. Il cardinal Biffi invita la Chiesa e i cristiani al coraggio. La Chiesa deve essere madre e maestra, non ufficio stampa delle mode. È un appello che riguarda anche i laici: smettere di usare Dio come garanzia della propria rispettabilità e lasciarsi finalmente convertire, perché la gioia cristiana non è una decorazione, ma una vita che ricomincia.
Ecco alcuni estratti da Il Quinto Evangelo.
«In quel tempo passò tutta la notte a presiedere la discussione dell'assemblea dei discepoli per la scelta dei dodici apostoli. Diceva infatti: Nessuno può veramente rappresentare gli altri uomini, se non è eletto da loro. Poi chiamò a sé coloro che l'assemblea aveva indicato». (Frammento 8)
«Ti ringrazio o Padre perché hai voluto rivelare i misteri del Regno ai dotti e agli intelligenti, che così li potranno spiegare ai semplici». (Frammento 11)
«Che giova all'uomo salvare la propria anima, se poi non riesce a conquistare il mondo?». (Frammento 21)
«Se il mondo vi odia, è segno che non lo capite. Conformatevi al mondo e il mondo vi salverà». (Frammento 22)
«E Gesù disse a Maria, sorella di Lazzaro: Un profumo di trecento denari non poteva essere venduto per aiutare i poveri? Giuda mormorò: Guarda! proprio quello che volevo dire io». (Frammento 26)
Si chiude il libro più allegri e anche più inquieti. Allegri, perché l'intelligenza che sorride è già un atto di libertà. Inquieti, perché ci accorgiamo di quante volte cerchiamo una fondazione nobile alle nostre scorciatoie. Il pregio maggiore di queste pagine è proprio questo: costringono a tornare ai quattro Vangeli senza alibi, per non inventarne uno di comodo ogni volta che conviene.

Nota di BastaBugie: per acquistare l'imperdibile "Il Quinto Evangelo" del card. Giacomo Biffi (ed. 2023), clicca qui!

LEGGI L'INTRODUZIONE A IL QUINTO EVANGELO
di Card. Giacomo Biffi
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1316

CARD. GIACOMO BIFFI
La fede che diventa cultura

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Fonte: La Bussola Mensile, ottobre 2025 (n. 23)

5 - IL CONCERTO DI ULTIMO BATTE IL RECORD DI VASCO ROSSI
250mila giovani a Tor Vergata dimostrano che la musica può emozionare, unire e consolare, ma solo Cristo può soddisfare il desiderio dell'uomo
Autore: Federica Di Vito - Fonte: Sito del Timone, 15 luglio 2026

Quello di Ultimo, il concerto che ha riunito 250 mila persone a Tor Vergata e ha "rubato" il primato al Modena Park di Vasco del 2017 con 225mila spettatori, è destinato a fare la storia. E dall'annuncio del "Giubileo" per i cinquant'anni di carriera di Vasco è bastata appena mezz'ora per far esaurire 550 mila biglietti. Sono dati questi, che dicono qualcosa sul panorama musicale contemporaneo e non solo. 
Ieri Il Foglio, in un'analisi del fenomeno, ha parlato di quanto la magnitudo della partecipazione a un concerto lo consacri a una sorta di «nuova religione dei record» dove l'unità di misura è «la dimensione di un evento sempre a caccia di eccezionalità». Per un artista giovane come Ultimo riempire uno stadio è la definizione stessa di successo, mentre per un veterano come Vasco, lo stadio è un modello di rito collettivo consolidato dagli anni Ottanta. L'industria del live ha trasformato il concerto nella «basilare voce di bilancio per un artista»: con lo streaming che «paga in pochi centesimi», la strategia delle residency (molteplici date nella stessa città, Vasco ha in programma dieci concerti all'Olimpico nel giugno 2027) permette di produrre notizie basate sui numeri. Il titolo che conta diventa così il numero di biglietti venduti nel minor lasso di tempo possibile, più di qualsiasi nuova uscita discografica.

COMUNITÀ, TRASCENDENZA, TRASFORMAZIONE
Accanto a questa tendenza è interessante rilevare un certo parallelismo tra il concerto e l'atto liturgico. A ragionare in questi termini è stato Tom Neal, professore di Teologia presso il Seminario di Notre Dame a New Orleans. Il mega evento moderno funziona come una liturgia laica basata su tre pilastri fondamentali: comunità, trascendenza e trasformazione. 
Comunità, perché proprio come la liturgia unisce i fedeli in un'esperienza di relazione con il divino, il concerto unisce i fan attraverso la bellezza e l'energia della musica. I partecipanti sono uniti da una fede comune nel messaggio dell'artista, che agisce come una sorta di "celebrante": «I bravi artisti ti fanno sentire di comprendere il tuo mondo in modo personale e intimo e, con la loro autenticità, ti permettono di entrare nel loro. Il concerto diventa una forma di comunione e dona a coloro che si sentono soli al mondo un senso di appartenenza». 
Trascendenza, perché il mega evento porta lo spettatore oltre se stesso, fuori dalla quotidianità mondana (quello che i greci chiamavano ek-stasis). Artisti come Vasco Rossi o i performer che dominano i grandi palchi - da Cremonini a Ligabue - appaiono come figure «larger-than-life», talmente straordinarie da creare un mondo di immaginazione e significato fuori dalla realtà. 
Trasformazione, perché chi esce da un grande evento ne esce cambiato. La saturazione dei sensi, stimolati tra luci, suoni e vibrazioni, permette alla musica di penetrare in profondità, influenzando l'identità e la percezione della realtà dello spettatore.
Il maxischermo al concerto di Ultimo riportava la citazione biblica: «Beati gli ultimi, perché saranno i primi». A fine concerto Niccolò Moriconi - in arte Ultimo - affidava un grido liberatorio al pubblico: «Ho fatto pace con tutti, con tutto». E chissà quanti fan desiderosi di fare pace con la vita, con se stessi e con gli altri cantavano a squarciagola, finalmente compresi. Il megaevento diventa un occasione catartica tanto per chi lo "celebra" quanto per chi vi partecipa. Un vero e proprio popolo che si riconosce nelle parole delle canzoni dell'artista trentenne: «La generazione Ultimo ha trovato nel cantautore una voce che fa eco al proprio mondo interiore, svela le sue paure senza giudicarle, accoglie le fragilità di cui non ha senso vergognarsi», spiega il giornalista Mattia Marzi che a Il popolo di Ultimo ci ha dedicato anche un libro.

SOLO IL VANGELO PUÒ RISPONDERE
L'anno scorso un milione di ragazzi ha pregato in silenzio insieme al Papa per il Giubileo dei Giovani. La stessa spianata quest'anno ha accolto 250 mila fan provenienti da tutta Italia e non solo in una sorte di "pellegrinaggio laico" alla sequela del cantautore romano. Che siano alla ricerca della stessa cosa? Più di un giornale mainstream ha accostato con tono canzonatorio i fan di Ultimo ai papa boys definendo il megaevento di Tor Vergata come «un rito di venerazione collettiva» alla sequela di un «santino pregiato della iconografia del riscatto» che concederebbe al proprio pubblico «un lasciapassare per la lagna». Al di là delle critiche sterili - a ben vedere da parte degli stessi che celebravano la vittoria di Mahmood al Sanremo 2019 sancita dalla giuria contro il televoto che scelse Ultimo - da parte nostra è quasi doveroso leggere questa partecipazione di massa come un segno dei tempi.
«Essere giovani oggi è tremendo», confessava Ultimo in un'intervista al Corriere un paio di anni fa, «sei senza punti di riferimento. Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare e nessuno che vada in chiesa. In tv non c'è una buona notizia. Guerre. Bombe. I giovani sono anestetizzati. Fermi. Aspettano un domani che non arriva e non arriverà». Eppure, questi sono gli stessi giovani - e meno giovani - che si mettono in fila per chilometri, non solo per una canzone, ma alla disperata ricerca di un senso che possa "svoltare" una vita piatta. Che lo chiedano al Papa o a un idolo pop, noi sappiamo che la risposta è la stessa. Perché il bisogno odierno di comprensione e riscatto è lo stesso di chi cercava la salvezza sfiorando il mantello di Cristo. Quella "Buona Notizia" che tutti aspettano tra le luci dei riflettori è un annuncio che non può rimanere confinato all'ombra. L'implorazione di senso sta risuonando anche nelle adunate oceaniche dei concerti. Sta alla Chiesa e a ogni singolo credente riconoscere che in quel grido si nascondono le stesse domande a cui solo il Vangelo può rispondere.

Fonte: Sito del Timone, 15 luglio 2026

6 - LA FRATERNITA' SAN PIO X FA RICORSO, MA LE SCOMUNICHE RESTANO
La scomunica è latae sententiae e quindi c'è indipendentemente dalla relativa sentenza (ma è contraddittoria la richiesta di rimangiarsi il decreto a chi non si riconosce l'autorità)
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 luglio 2026

La notizia, ormai di dominio pubblico, è chiara: il 13 luglio scorso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha annunciato di aver presentato un ricorso amministrativo preliminare contro il decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede del 2 luglio, che dichiarava la scomunica latæ sententiæ dei sei vescovi della FSSPX. Questo ricorso, detto anche "richiesta" o "rimostranza", necessario prima di presentare un ricorso gerarchico, ha lo scopo di mettere a conoscenza l'autorità che ha emanato l'atto di eventuali errori presenti nel proprio atto, così da poterlo correggere, riformulare, integrare o persino annullare.
Non così chiare sono invece le conseguenze di questo ricorso. La Casa generalizia di Menzingen si è affrettata a scrivere nel proprio comunicato, forse per tranquillizzare la coscienza in subbuglio di qualche fedele, che tale ricorso preliminare «ha l'effetto di sospendere l'esecuzione del decreto, conformemente al can. 1353 del Codice di Diritto Canonico». E così su giornali e siti d'informazione si è diffusa l'idea che le scomuniche sono sospese: tutti amici come prima.
Le cose però non stanno proprio così. Perché le scomuniche che colpiscono cinque dei sei vescovi riguardano il canone 1387, per aver consacrato ed essere stati consacrati vescovi senza mandato pontificio. Si tratta dunque di scomuniche latæ sententiæ, che decorrono non appena l'atto è stato compiuto. Questo significa che le scomuniche precedono il decreto con cui vengono semplicemente dichiarate dall'autorità competente, perché sono legate appunto all'atto compiuto, non ad una sentenza. Un atto inequivocabile, pubblico, compiuto davanti a migliaia di persone e trasmesso in tutto il mondo.
La Sede Apostolica ha peraltro già respinto la motivazione dello "stato di necessità", che la Fraternità continua ad esibire, quando, il 24 agosto 1996, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi spiegava che «non si dà mai una necessità di ordinare Vescovi contro la volontà del Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi. Ciò infatti significherebbe la possibilità di "servire" la Chiesa mediante un attentato contro la sua unità in materia connessa con i fondamenti stessi di questa unità».

LA SCOMUNICA RESTA VALIDA
Pertanto quelle scomuniche restano "attive". A poter essere impugnato è infatti solo il decreto che dichiara le pene, non le pene stesse, perché non è stato il decreto a imporre la scomunica (così che sospeso il decreto è sospesa anche la censura imposta), ma l'atto compiuto dai vescovi. Il decreto ha semplicemente dichiarato quanto accaduto.
Il Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha trenta giorni di tempo per prendere posizione, potrà non rispondere al ricorso preliminare (e allora la FSSPX potrà proseguire con il ricorso gerarchico), oppure apportare correzioni al decreto, o semplicemente confermare la propria interpretazione del diritto. Ma questo non cambierà nulla riguardo alle scomuniche, che potranno essere rimosse solo dalla Santa Sede, una volta che ci siano segnali di pentimento. Il Dicastero potrebbe anche scegliere la strada di chiedere al Papa l'approvazione in forma specifica ed in tale caso la FSSPX non potrà fare alcun ricorso gerarchico, perché un atto del Papa è inappellabile.
Un'altra questione riguarda il soggetto che ha presentato il ricorso. Stando al comunicato, questo soggetto sembra essere la FSSPX. Non conoscendo il testo, dobbiamo procedere necessariamente per ipotesi; ma se così fosse, il ricorso potrebbe essere respinto dal Dicastero per la semplice ragione che la Fraternità non gode di alcuna personalità giuridica nella Chiesa. Essa esisteva come pia unione di fedeli ad experimentum (per sei anni), eretta il 1° novembre 1970 dal vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, mons. François Charriere, e soppressa dallo stesso il 6 maggio 1975. Da quel momento la FSSPX cessa di esistere giuridicamente per la Chiesa, e pertanto un soggetto inesistente non può presentare un ricorso. Cosa che invece possono fare i singoli vescovi coinvolti.

UNA CONTRADDIZIONE EVIDENTE
Posti tutti questi chiarimenti, non può passare inosservato questo fatto curioso. Nella dichiarazione letta il 1° luglio al posto del mandato apostolico, la FSSPX affermava «che qualsiasi pena o condanna mossa contro questo atto [di consacrazione episcopale] non ha alcun valore». Dunque decretava di ritenere nullo qualunque provvedimento sarebbe giunto dalla Sede apostolica. Il 6 luglio, dunque dopo la dichiarazione delle scomuniche, pubblicava sul proprio sito un lungo articolo che rigettava nel dettaglio ogni singola affermazione del decreto e della nota esplicativa: nessuno è scomunicato, i sacramenti amministrati sono tutti legittimi, confessione e matrimonio sono validi. Il 9 luglio, stessa musica: niente scisma, niente scomuniche, niente sacramenti illegittimi o invalidi.
Dunque, quella FSSPX che ha già stabilito che nessuna sanzione proveniente dalla Santa Sede contro di lei dev'essere considerata valida, che nessuna dichiarazione nei suoi confronti ha valore, che nei suoi confronti non si applica il canone relativo alle consacrazioni senza mandato, adesso presenta un ricorso amministrativo a norma del diritto «in spirito di rispetto verso l'autorità ecclesiastica e di fedele attaccamento alla giustizia, alla verità e al bene della Chiesa». Va da sé che se quella rispettabile autorità dovesse, com'è probabile, confermare le sanzioni, allora essa non dev'essere seguita. Ovviamente, con tutto il rispetto.
Anche per le consacrazioni del 1° luglio, la FSSPX vantava la sua deferenza verso la Sede apostolica per aver inviato a Roma i dossier relativi ai nuovi quattro vescovi, come avviene per prassi, segno del proprio attaccamento al successore di Pietro. Peccato però che ciò avviene precisamente perché è il Romano pontefice ad avere il diritto, in forza del primato, di scegliere i vescovi da consacrare, se concedere il mandato o rifiutarlo, mentre invece la Fraternità aveva messo il Papa di fronte a decisioni già prese e non ritrattabili.
Don Davide Pagliarani, che con tanto zelo, nell'omelia in occasione delle consacrazioni, si stracciava le vesti per esprimere il suo amore al papato e il suo sdegno per «l'umiliazione del Papa», non si fa troppi scrupoli nel prendere decisioni che suonano come una presa per il naso della Sede apostolica; per la serie: noi vi riconosciamo a parole, ma si fa comunque come diciamo noi. Nessuna sorpresa: è la prosecuzione di quella "logica" sofistica per cui non si è scismatici perché si nomina il papa nel Canone, si mette la sua foto in sacristia, si prega per lui, e adesso - udite, udite - si fa persino un ricorso canonico, che è la prova provata del fatto che riconosciamo l'autorità del papa. Ma poi si agisce abitualmente senza tenere conto della sua autorità. A parole si difende il primato di Pietro, nei fatti lo si nega sistematicamente; non si resiste ad eventuali ordini contro la legge di Dio, ma ci si sottrae sistematicamente alla sua autorità.
È la quintessenza di quella divaricazione tra fede professata e fede praticata che richiama alla memoria il pontificato di papa Francesco. Alla fine Pagliarani e Bergoglio non sono così lontani.

DOSSIER "LEFEBVRIANI? NO, GRAZIE!"
Non possiamo andare via dalla Chiesa Cattolica

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21 luglio 2026

7 - OMELIA XVIII DOMENICA T.O. - ANNO A (Mt 14, 13-21)
Non abbiamo che cinque pani e due pesci!
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

L'episodio della prima moltiplicazione dei pani e dei pesci è il solo fatto - di quanti sono accaduti nella vita di Gesù tra il battesimo nel Giordano e l'inizio della sua passione - che sia riferito da tutte e quattro le narrazioni evangeliche. Il che ci dice quanta importanza gli sia stata attribuita dalla comunità cristiana dei primi tempi, che concordemente riteneva questo episodio irrinunciabile nei suoi pur diversi programmi di insegnamento.

IL PANE MATERIALE, SEGNO DEL PANE EUCARISTICO
Da che cosa era determinata questa singolare valutazione? Possiamo ritenere fondata l'ipotesi che la Chiesa apostolica abbia visto in questo prodigio una implicita proclamazione della divinità di Gesù di Nazaret e un chiaro preannuncio dell'eucaristia; e quindi abbia considerato la sua rilettura come una eccellente occasione per richiamare la verità più rilevante e più ardua del suo "Credo" e il gesto centrale e più caratterizzante della sua vita.
Cristo che dà da mangiare alla folla appare come la raffigurazione efficace e la presenza attiva del Dio creatore, che riesce a sfamare tutti gli esseri viventi con l'annuale moltiplicazione delle sementi e dei frutti. È anche questo, della produzione agricola sempre ricorrente, un miracolo al quale pensiamo poco e che non ci sorprende, non perché sia meno grande e meno degno di ammirazione di quello del Signore che oggi stiamo rievocando, ma perché avviene ogni anno con immancabile puntualità.
Cristo che alza gli occhi al cielo, pronuncia la benedizione, spezza i pani e li distribuisce, anticipa la scena che si svolgerà nell'ultima cena, e che si ripresenta davanti ai nostri occhi in ogni celebrazione eucaristica, quando il Signore moltiplica, per così dire, il suo corpo perché arrivi a nutrire la vita interiore di tutti i credenti. Con la stessa affettuosa attenzione dei primi discepoli, esaminiamo più da vicino il testo evangelico, soprattutto in alcune delle sue frasi.

GESÙ HA COMPASSIONE DELLA NOSTRA FAME SPIRITUALE
Si ritirò in disparte in un luogo deserto. Il Vangelo di Marco ci riferisce anche la ragione di questo tentativo di Gesù di sfuggire all'assalto cordiale ma spossante della gente: vuole offrire a sé e agli apostoli un po' di riposo, introducendo una pausa nell'assillo del quotidiano lavoro. È insomma il desiderio di dare ai suoi collaboratori un po' di ferie; ed è un desiderio che appare molto apprezzabile anche a noi, in particolare di questa stagione. Anche un vescovo pieno di umanità e di buon senso come sant'Ambrogio scriveva alla sorella Marcellina: «Se vuoi fare una cosa a lungo, ogni tanto smetti di farla».
Ma il tentativo di Gesù non riesce: la folla, facendo a piedi il giro del lago, che egli aveva attraversato con la barca, lo raggiunge e lo rinchiude nella sua morsa amichevole.
Sentì compassione per loro. La compassione del Figlio di Dio per gli uomini, per la loro situazione di pecore che hanno smarrito il pastore e perciò hanno perso anche la strada, e anzi non sanno nemmeno più se ci sia per loro una strada, una mèta, una ragione di esistenza, è un sentimento che troviamo ripetutamente registrato dagli Evangeli.
Qualche pagina prima il racconto di Matteo ci ha suggerito che da questa "compassione" di Cristo è venuta la decisione di mandare operai nella messe di Dio e quindi di istituire gli apostoli: da questa compassione è nato cioè il sacerdozio ministeriale. Oggi il medesimo evangelista sembra dirci che da questa stessa compassione nasce per noi il sacramento dell'eucaristia. In sintesi, possiamo affermare che dalla compassione di Gesù per la miseria umana e per la nostra condizione di disorientamento esistenziale e di debolezza è arrivato a noi il dono inestimabile della Chiesa.

L'ONNIPOTENZA DIVINA COMPIE I SUOI PRODIGI ATTRAVERSO LA NOSTRA POCHEZZA
Date loro voi stessi da mangiare. È sempre lo stile di Gesù: sa che noi da soli siamo incapaci di bene, eppure vuole che ci si preoccupi e ci si sforzi di fare quel poco che si può. La sua grazia è sempre pronta a intervenire anche in forma eccezionale e straordinaria, ma egli richiede sempre anche la libera cooperazione dell'uomo.
Date loro voi stessi da mangiare, dice Gesù agli apostoli, ai sacerdoti, a quanti attendono alla cura delle anime. Quasi a esortare: non affannatevi a cercare in 
ogni angolo della cultura mondana, nelle varie ideologie, nelle dottrine filosofiche e sociali che di volta in volta si presentano come affascinanti e risolutive il nutrimento di verità e di salvezza per voi e per i vostri fratelli; abbiate più fede nella vostra fede, nella parola di Dio che vi è stata comunicata, nel vostro ministero, nei poteri soprannaturali che vi sono stati affidati; non abbiate timore della vostra pochezza e della povertà dei vostri mezzi, perché la forza del Signore è con voi. Cinque pani e due pesci. L'evangelista Giovanni ci informa che appartenevano a un bambino. Era il vitto, non certo abbondante, che la madre di una famiglia povera aveva dato al suo ragazzo, probabilmente con la raccomandazione di non tornare più per quel giorno a cercare da mangiare. Era senza dubbio una razione insufficiente e quella donna nel metterla tra le mani del figlio avrà avuto un po' di stretta al cuore; ma insieme avrà pensato che i ragazzi, come i passeri, in un modo o nell'altro si arrangiano sempre a mettere qualcosa sotto i denti.
Era una razione insufficiente per uno solo, ed è bastata per cinquemila persone. È ciò che avviene contro ogni previsione e ogni speranza, quando le nostre povere forze si incontrano con la potenza di Dio.

Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

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