ODISSEA, NOLAN LA PRENDE SOLO A PRETESTO PER FARE IDEOLOGIA
Il film sbaglia tutto, volutamente, perché non vuole rappresentare l'Odissea di Omero, ma parlare di altro... c'è da rimpiangere il Troy di Brad Pitt (VIDEO: Un film da evitare)
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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SEVESO 50 ANNI DOPO, UN DISASTRO TRA IDEOLOGIA E DISINFORMAZIONE
La nube di diossina in Brianza scatenò una campagna allarmistica, cavalcata in primis dai sostenitori dell'aborto (la prossima Giornata della Bussola è in programma a Seveso)
Autore: Federico Robbe - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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ATTENTATO AL GAY PRIDE: BERLINO SCOPRE IL TERRORISMO ISLAMICO
L'attentato del 25 luglio è stato identificato subito come terrorismo islamista riconducibile all'Isis: perché le altre volte si è preferito tacere?
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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GIULIANA FALCONIERI, LA SANTA FONDATRICE DELLE MANTELLATE
Bellissima ragazza di Firenze, seguì lo zio (uno dei sette fondatori dei Servi di Maria) consacrandosi a Dio e iniziando il ramo femminile degli stessi Serviti
Autore: Antonio Tarallo - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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COVID, LA REISCRIZIONE PER I MEDICI RADIATI E' UN ATTO DI GIUSTIZIA
Intanto la perizia della Commissione Covid sancisce il fallimento della raccomandazione aspirina e vigile attesa, come avevamo denunciato nel 2020 (VIDEO: Il video censurato di Gulisano)
Autore: Paolo Gulisano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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SUPPLET ECCLESIA? I DUE CASI PREVISTI NON GIUSTIFICANO I LEFEBVRIANI
Non è lo stato di necessità a conferire la giurisdizione, ma quanto stabilito dalla Chiesa (anche quella preconciliare: vedi can. 209 del Codice di Diritto Canonico del 1917)
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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OMELIA XIX DOM. TEMPO ORD. - ANNO A (Mt 14, 22-33)
Uomo di poca fede, perché hai dubitato?
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
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ODISSEA, NOLAN LA PRENDE SOLO A PRETESTO PER FARE IDEOLOGIA
Il film sbaglia tutto, volutamente, perché non vuole rappresentare l'Odissea di Omero, ma parlare di altro... c'è da rimpiangere il Troy di Brad Pitt (VIDEO: Un film da evitare)
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22 luglio 2026
Ho visto l'Odissea secondo Nolan. Purtroppo. Non ho apprezzato il casting, sul quale molti hanno avuto da ridire; neppure l'Ulisse di Matt Damon mi è sembrato credibile. Salverei solo Ryan Hurst (Mentore) e Anne Hathaway (Penelope). Ma forse sono anche troppo buono; la Hathaway l'avrei apprezzata anche se le avessero dato il ruolo di Menelao. Antinoo caricaturale, da caratterista anni Settanta. Una Circe trasformata nell'ennesima figura femminile contemporanea che vive in una capanna scandinava. Ho trovato i costumi e le armature piuttosto ridicoli; soprattutto le corazze dei Troiani e dei Lestrigoni. Ok, anche l'abbigliamento medievale della caccia di Menelao e Telemaco; e i Greci con i pantaloni. Preferisco tacere di Bat-gamennone. Ma poi: perché i compagni di Ulisse indossano elmi e armature per vogare in mare aperto? I dialoghi? Imbarazzanti. Quando Polifemo (un enorme Gollum tonto) si addormenta di botto dopo aver cenato con due itacensi, Ulisse spiega: «Si è addormentato». Bene, pensavamo ad un malore ed eravamo preoccupati. I discorsi di Penelope al figlio? Non ci ho capito un'acca. Potrei aver notato qualche errore, tipo un sandalo con un carrarmato Vibram; ma probabilmente ho visto male. Ma che ci fa un guardiano di porci cieco (Eumeo) con un orecchino d'oro? Ovviamente, il cavallo (di Troia) è completamente fuori luogo. Ma è la parte tecnica, quella più deludente. Un montaggio convulso e poco fluido; inquadrature troppo vicine o troppo lontane; una colonna sonora a tratti assordante e sempre al massimo della tensione; una fotografia che non ha nulla della luce del Mediterraneo...
IL FINALE Dulcis in fundo... il finale. Il doppio finale. Il primo: Ulisse, dopo aver sgominato da solo decine di pretendenti, affronta Antinoo in una resa dei conti dal sapore western. Il secondo: Ulisse e Penelope che navigano insieme verso il tramonto. Fin qui, si potrebbe dire, sono difetti più o meno veniali. Ma il problema del film non è questo. Il problema è che sembra non aver compreso l'Odissea. L'Odissea non è il racconto di un reduce tormentato. È il poema del ritorno, della restaurazione dell'ordine e della sapienza che ricompone il mondo dopo la guerra. Insomma, c'è da rimpiangere il Troy (2004) hollywoodiano. Esagerato e spaccone, ma di gran lunga più credibile. Quindi, la domanda è: perché? Perché Nolan ha voluto affrontare un poema fondativo europeo di questa portata in questo modo sciatto e poco rispettoso? Perché trasformare una mastodontica opera epica in una spacconata western? La risposta, a mio avviso, è che non gli interessava davvero raccontare Omero. L'Odissea è ridotta a un pretesto narrativo per parlare d'altro. Un tema è certamente quello del reducismo. Ulisse si presenta come un reduce di guerra, evidentemente vittima di disturbo post-traumatico da stress. E i «popoli del mare», che terrorizzano i mediterranei, sono - lo si scopre alla fine - gli stessi reduci che, dopo aver assaggiato il sangue, non possono far altro che portare morte e violenza. Mi pare, però, un po' poco, per mettere in piedi un tale cancan.
UNA CIVILTÀ DISTRUTTA Infatti c'è anche un altro tema che emerge, seppure in modo confuso. C'è il riferimento a una civiltà distrutta e persa per sempre; alla perdita della capacità di leggere; all'inganno e al tradimento (anche ad opera di Ulisse) che hanno cambiato per sempre il mondo. A chi è rivolto, questo messaggio? Chi ha distrutto una civiltà per denaro, usando la guerra, l'inganno e il tradimento? E qual è la civiltà perduta? Incidentalmente: in un flash back ambientato nella Troia saccheggiata e in fiamme c'è l'immagine ripetuta di torri (ne ho contate tre) che crollano. Un riferimento all'11 settembre? Può essere una semplice coincidenza; ma la ripetizione dell'immagine è abbastanza insistita da far nascere il dubbio. Questi temi, aggiunti da Nolan alla già complessa trama del poema omerico, sono soltanto spunti che non compongono nessuna figura compiuta; come è, del resto, anche per i temi omerici. Ulisse non è per nulla scaltro, è tormentato; Elena sfigurata umilia in pubblico Menelao; Polifemo quasi non parla; Atena sembra essere l'amica immaginaria di Ulisse... Pazienza, sarà dimenticato. E invece no. Perché, se c'è un messaggio sensato e intelligente di Nolan in questo suo film è proprio questo: indietro non si torna, il male fatto non può essere cancellato, e le sue conseguenze resteranno in eterno. Ogni volta che, d'ora in poi, si parlerà del poema omerico, a tutti verranno in mente le improbabili armature dei Troiani e dei Lestrigoni; o l'imbarazzante Cariddi. Perché l'epica funziona così: ciò che facciamo in vita, riecheggia per l'eternità.
VIDEO: La NUOVA ODISSEA di NOLAN Un film da evitare di Matt Carus (14 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=gneCeAEJTeM
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22 luglio 2026
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SEVESO 50 ANNI DOPO, UN DISASTRO TRA IDEOLOGIA E DISINFORMAZIONE
La nube di diossina in Brianza scatenò una campagna allarmistica, cavalcata in primis dai sostenitori dell'aborto (la prossima Giornata della Bussola è in programma a Seveso)
Autore: Federico Robbe - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 9 luglio 2026
Cinquant'anni fa, il 10 luglio 1976, una nube tossica si sprigiona nel cielo della Brianza, precisamente tra Seveso e Meda. L'incidente avviene a causa di una reazione incontrollata all'Icmesa (gruppo La Roche), specializzata in prodotti intermedi per l'industria cosmetica e farmaceutica. La popolazione più vicina alla fabbrica si trova subito in una situazione surreale: muoiono gli animali, le foglie delle piante ingialliscono e avvizziscono, i bambini cominciano ad avere strani segni sulla pelle, dovuti alla soda caustica presente nella nube. Si vedono le conseguenze ma non si sa nulla della causa, tant'è che l'Icmesa continua a essere aperta. Al massimo arrivano i vigili urbani, allertati dal sindaco Francesco Rocca, che sconsigliano di mangiare i prodotti dell'orto. Il primo articolo esce una settimana dopo l'incidente, il 17 luglio su Il Giorno, firmato dal cronista Mario Galimberti. Per sapere cosa contiene la nube bisogna attendere il 21 luglio, quando i laboratori svizzeri de La Roche comunicano la presenza di diossina. Una sostanza tossica di cui si sapeva pochissimo, considerata "parente" di un defoliante utilizzato nella guerra del Vietnam. Erano noti solo gli effetti devastanti sugli animali, e in alcune specie si conoscevano le alterazioni nello sviluppo del feto. Ma niente di più. Intanto, le autorità sono al lavoro giorno e notte per capire come affrontare al meglio la situazione. La zona A, la più contaminata, viene sfollata tra il 26 luglio e il 2 agosto: sono coinvolte circa 800 persone, costrette a lasciare le proprie case e ad andare in due hotel nel milanese, dove rimarranno per oltre un anno. La zona B ha una contaminazione intermedia e 5.000 abitanti devono attenersi a rigide prescrizioni. Infine, si individua la zona R (oltre 30.000 persone) con livelli più bassi ma comunque superiori alla norma.
UNA CAMPAGNA MEDIATICA A SENSO UNICO La presenza di diossina scatena una campagna allarmistica e sensazionalistica. Il Corriere della Sera titola il 21 luglio a caratteri cubitali: La nube di veleno avanza su Milano. Nel sommario del pezzo si legge: «In pochi giorni il micidiale gas ha fatto 4 Km». Affermazione evidentemente assurda perché il gas si era depositato nel terreno. L'Europeo non va molto per il sottile: Può essere peggio di Hiroshima. Un altro settimanale, Epoca, scrive a tutta pagina: Peste chimica: i giorni del terrore. L'elenco potrebbe continuare a lungo: titoli altisonanti e ricostruzioni parziali da parte di giornalisti che a Seveso non ci avevano messo piede, se non per porre il tema dell'aborto in cima all'agenda politica. «Qui sono venuti finora più giornalisti che donne», leggiamo sull'Europeo del 24 agosto 1976, in un reportage che raccoglie testimonianze all'ingresso del consultorio allestito in paese. Ricordiamo che nel '76 non esisteva una legge sull'interruzione di gravidanza e i presunti effetti della diossina vennero ampiamente cavalcati. Gli articoli sul "mostro in pancia" sono innumerevoli, ma il più apodittico è quello di Nicola Adelfi, su La Stampa del 2 agosto: «Il problema delle donne incinte di Seveso deve essere visto come un problema sociale. In altre parole, spetta alla società con i suoi organi rappresentativi prendere una decisione. E questa non può essere che una sola: l'aborto. [...] Un provvedimento legislativo, per il suo carattere coattivo, cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate».
LA VITA CONTINUA: IL REALISMO DELLA CHIESA Fin qui la realtà raccontata dai giornali. Ma poi ce n'è un'altra: una realtà che vede il mondo cattolico protagonista dopo l'omelia del cardinale Giovanni Colombo, il 1° agosto 1976: «Non lasciatevi prendere dalla paura. Diffondete la speranza. Non credete a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi. L'Eucaristia che celebriamo e di cui ci nutriamo ci fa tutti fratelli e come tali dobbiamo comportarci, non solo a parole ma anche a fatti. Ciascuno si impegni a fare tutto quello che può per aiutare chi è nel bisogno. Le nostre comunità cristiane diano testimonianza operosa di fraternità». L'arcivescovo di Milano rilancia tre parole chiave: realismo, speranza e fraternità. E così, un popolo formato da Comunione e Liberazione, Azione Cattolica e parrocchie si mette all'opera: apre l'Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), diretto dal medico Ambrogio Bertoglio, per aiutare i più bisognosi, sostenere moralmente ed economicamente gli sfollati, organizzare centri diurni per far giocare i bambini che andavano allontanati. L'Udac stampa il periodico Solidarietà in circa 50 mila co pie, facendo un po' di sana contro-informazione, e diffonde in Brianza e poi in tutta Italia il manifesto "La vita continua". E il 12 settembre 1976 la Diocesi indice presso il Seminario di San Pietro Martire una giornata di preghiera e offerte. Partecipano circa 5 mila persone, ma non uscirà una riga sulla stampa mainstream, sempre a proposito di informazione corretta. Quanto alla questione dell'aborto, la vicenda di Seveso è stata il grimaldello per approvare la legge 194 del 1978. Ma non viene quasi mai ricordato che la stragrande maggioranza delle donne incinte dell'area contaminata ha detto sì alla vita. E i loro figli sono nati sani. Non solo: le analisi sui feti abortiti (circa 30) non hanno mostrato segni di malformazioni. Come ricorda il prof. Paolo Mocarelli, tra i massimi esperti di diossina, l'effetto più evidente è la cloracne, una malattia della pelle. Gli studi epidemiologici hanno monitorato la popolazione esposta, rilevando un incremento percentuale di rari tumori del sangue, come leucemie e linfomi. Ma cosa c'è oggi al posto dell'Icmesa? Dopo un'accurata bonifica, a metà anni Ottanta è stato creato un grande parco di 43 ettari, il Bosco delle Querce. Una risposta all'insegna della bellezza che testimonia una nuova consapevolezza del rapporto tra uomo e ambiente. E c'è un altro frutto, a mio avviso ancora più importante, di questa storia: la rinascita di un popolo che, grazie alla fede, è riuscito a far fronte all'emergenza senza cedere alla disperazione.
Nota di BastaBugie:Ermes Dovico nell'articolo seguente dal titolo "Così il disastro di Seveso è stato usato per sdoganare l'aborto" parla del disastro cavalcato dagli abortisti, terrorizzando le donne incinte con l'idea - peraltro infondata - di un "mostro" in pancia. Il ruolo della stampa vs la carità della Chiesa. La Bussola intervista il dottor Ambrogio Bertoglio, abitante di Seveso e all'epoca responsabile dell'Ufficio decanale. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 luglio 2026: Oggi sono esattamente cinquant'anni dall'inizio di quel che è passato alla storia come "disastro di Seveso" (10 luglio 1976), generato dalla fuoriuscita di una nube di diossina dallo stabilimento dell'Icmesa (a Meda), azienda svizzera che faceva capo alla multinazionale La Roche. Un disastro che ebbe ricadute a più livelli: ambientale, sanitario, politico, economico-sociale. In particolare vogliamo qui soffermarci sulle sue conseguenze nella battaglia sull'aborto, perché quell'incidente funse in qualche modo da acceleratore delle pretese abortiste che si concretizzarono meno di due anni dopo nella legge 194. Testimone privilegiato di quell'epoca è Ambrogio Bertoglio, psichiatra, allora trentenne e già padre di famiglia, che fu nominato dal cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, responsabile laico dell'Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), un ufficio attivo da inizio agosto del '76 con cui la diocesi ambrosiana offriva la sua vicinanza alla popolazione. La Bussola lo ha intervistato. Dottor Bertoglio, fin dai primi giorni il disastro di Seveso è divenuto un pretesto per promuovere l'aborto e la sua legalizzazione. Da testimone e abitante di Seveso, che cosa ci può dire al riguardo? Eravamo nel bel mezzo del dibattito sull'aborto, la situazione di Seveso è stata utilizzata per rompere qualsiasi diga intorno al tema dell'aborto terapeutico. C'erano decine e decine di femministe, ginecologi che venivano da Milano e si presentavano qua con dei cartelli con raffigurazioni drammatiche, e si piazzavano fuori dai consultori e dalle strutture sanitarie. Il messaggio che si voleva far passare era che la donna incinta avesse un "mostro" nella pancia. Questo ha dato il via libera, con l'avallo delle autorità regionali e nazionali, all'aborto terapeutico. L'Osservatore Romano e Avvenire sottolineavano che non di aborto terapeutico si trattava ma di «aborto eugenetico» perché non c'erano rischi per le donne, ma si invocava l'aborto per malformazioni, peraltro solo ipotetiche. In quel momento non si avevano notizie intorno all'effetto della diossina. Era emerso che la sostanza fosse teratogena, cioè poteva in teoria fare danni ai feti: ma questo avveniva per gli animali, non si sapeva se fosse vero anche per gli uomini. Dicendo alle donne che avevano un mostro nella pancia, si voleva togliere loro ogni speranza. Ma già a inizio agosto del '76 il cardinale Colombo aveva pubblicamente incoraggiato le donne a proseguire la gravidanza e spiegato che se davvero fosse nato un bambino malformato ci sarebbe stata sicuramente qualche famiglia pronta a prendersene cura. Infatti delle famiglie diedero la loro disponibilità. Ma gli abortisti ricoprirono il cardinale di insulti, lo bollarono come disumano e contro le esigenze delle donne. Ci furono famiglie che adottarono qualche bambino nato nel tempo della diossina? Non ce ne fu bisogno. I bambini venuti alla luce in quel periodo nacquero assolutamente sani. Inoltre, riguardo a quelli abortiti, dalle analisi sui resti dei feti non è risultata nessuna malformazione. C'erano molti titoli all'epoca che insistevano sul parallelo Vietnam-Seveso. Ma riguardo all'aborto quale fu il ruolo della stampa? Do un po' di contesto. Nel '76 eravamo nel bel mezzo degli Anni di piombo. E si sparava. La stessa mattina del 10 luglio, a Roma, era stato ucciso per strada il giudice Vittorio Occorsio. Ogni giorno c'erano delle manifestazioni a favore del Vietnam, contro l'America, era un clima incandescente e ideologico. Riguardo alla questione dell'aborto, fu subito evidente che il disastro di Seveso potesse diventare un simbolo e un modo per legittimare l'aborto. E così è stato utilizzato dalla stampa laicista. Addirittura sulla Stampa di Torino si propose di imporre l'aborto alle donne di Seveso, obbligandole per legge. Questa era la situazione. La nostra posizione si sintetizzava in un manifesto di CL intitolato Seveso - La vita continua, con tre frasi sotto: "La multinazionale ha distrutto"; "La politica falsificando la scienza ha negato la vita"; "Un popolo unito e libero tornerà a vivere". Questa posizione era di grande realismo perché altrimenti saremmo dovuti fuggire da Seveso in ventimila persone, con tutte le conseguenze di una simile fuga. Questo manifesto fu censurato e ignorato da tanti. Venivamo presi in giro come quelli che minimizzavano e negavano, per cui ieri come oggi in tantissimi reportage il contributo dei cattolici nella risposta al disastro non è nemmeno considerato. Da parte nostra non c'è mai stata né negazione né allarmismo, e lo dimostra tutta la documentazione raccolta sul sito www.diossinaseveso.it in cui emerge con chiarezza che la nostra posizione era seria, cioè di gente che tentava con intelligenza di affrontare la situazione, coinvolgendo anche esperti. A proposito di informazione: voi dell'Ufficio decanale avete pubblicato anche un giornale, Solidarietà: quali caratteristiche aveva? Solidarietà è uscito prima come settimanale, poi come quindicinale e infine come bimestrale, fino a maggio 1977. Era un foglio di quattro-sei pagine, con picchi di diffusione di 50-60 mila copie, distribuito nei paesi qui intorno ma anche in altre parti d'Italia e in Svizzera. Vi scrivevano don Gervasio Gestori, don Dionigi Tettamanzi (poi arcivescovo di Milano), monsignor Giovanni Battista Guzzetti, che era un moralista, Renato Farina, Fiorenzo Tagliabue e altri ancora. Su Solidarietà si argomentava il no all'aborto, si davano informazioni sanitarie, si precisavano le mappe di localizzazione della diossina, si raccontavano i centri diurni per i bambini e quello che stava succedendo nei nostri paesi: divenne un punto di riferimento importante per la gente. A Seveso, oltre alle femministe, vennero anche medici della clinica Mangiagalli di Milano per propagandare l'aborto. Cosa ricorda di questo? Per i sostenitori dell'aborto c'era bisogno di forzare la mano. In particolare, a Seveso venne il professor Francesco Dambrosio, che è stato uno dei paladini della campagna pro aborto. Vale la pena ricordare che allora il direttore della prima clinica di ostetricia e ginecologia dell'Università di Milano, quindi "capo" anche di Dambrosio, era il professor Giovanni Battista Candiani. Ebbene, 12 anni dopo il disastro di Seveso, Candiani tenne la relazione introduttiva al congresso dell'Associazione degli ostetrici e ginecologi ospedalieri, quindi un ambiente pubblico e laico importantissimo: in quell'occasione chiese scusa per aver deviato dalla sua posizione originaria, contraria all'aborto, e aver acconsentito all'interruzione di gravidanza per 33 donne «condizionate, all'epoca, da pittoreschi personaggi che incitavano all'aborto con sinistri avvertimenti», come disse lui stesso. Le parole di Candiani, che ammetteva di aver sbagliato dietro anche le pressioni subite, furono riprese da Avvenire e da pochi altri giornali. Tornando al '76, la congiuntura politica non era tanto favorevole: a giugno erano stati eletti alla Camera quattro membri del Partito radicale (Emma Bonino, Adele Faccio, Mauro Mellini e Marco Pannella) che sfruttarono il caso Seveso per spingere verso l'aborto. Ma se i radicali fecero "il loro lavoro", la Dc lombarda e anche quella nazionale ebbero la colpa di dare il loro via libera: Giulio Andreotti già l'11 agosto disse che era «possibile applicare la sentenza della Corte costituzionale [n. 27/1975] sull'aborto terapeutico». Io non li voglio giustificare, ma la pressione di quegli anni era drammatica. Da un lato il clima degli Anni di piombo è stato molto pesante; dall'altro, la classe politica non ha saputo tenere fermo il timone, cioè ha ceduto alle pressioni. Si trattava di pressioni forti e anche commiserevoli, meschine, si dicevano frasi del genere: "Come puoi immaginare di lasciare un mostro nella pancia di una donna?". I sostenitori dell'aborto facevano leva su questi sentimenti per cambiare l'opinione pubblica. Si mostravano cartelli con dei bambini malformati per via di altre patologie che non c'entravano nulla con la diossina, ma venivano comunque mostrati alle donne fuori dai consultori, con violenza ideologica. Nel 1977, il 23 aprile, a difesa della vita intervenne anche Madre Teresa di Calcutta, in una giornata allo stadio di San Siro voluta dal cardinale Colombo. Come andò quell'evento? Fu un grande momento: a San Siro erano presenti 80 mila persone. Parlarono Madre Teresa, un nostro amico disabile, un medico obiettore e un'amica e giovane mamma di Seveso, Isa Fumagalli, che aveva già un figlio ed era in attesa della secondogenita. Isa raccontò la sua esperienza, testimoniò che un figlio è un dono del Signore. Isa Fumagalli, insieme ad altre giovani, girava per le case per tranquillizzare le altre donne e consigliare loro di tenere il bambino, è vero? Prima ancora di girare per le case, era la nostra amicizia... un'amicizia che non nasceva in quel momento, ma c'era già, era fatta dal gruppo di acquisto solidale, dalle famiglie che conoscevamo in oratorio, dalla nostra comunità. Quindi per molti eravamo un punto di riferimento, ci chiedevano consiglio. A Seveso allora era molto presente il movimento di Comunione e Liberazione, c'era il Seminario che per impulso del cardinale Colombo si rese subito disponibile ad aiutare, così come tutte le parrocchie, c'erano le Acli, l'associazione degli artigiani: c'è stato un miracoloso convergere in una presenza unitaria che è confluita nell'Ufficio decanale, che è stato espressione di tanti che hanno riconosciuto che era necessario prendere una posizione e costruire qualcosa di positivo. Riguardo al veleno, alla diossina, dal punto di vista scientifico abbiamo dovuto muoverci molto per imparare e capire di cosa stavamo parlando; ma dal punto di vista dell'essere popolo, dell'essere Chiesa, avevamo una certa attitudine e pratica, per cui è stato abbastanza naturale che questa presenza si dilatasse e proseguisse anche in quel momento così drammatico.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 9 luglio 2026
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ATTENTATO AL GAY PRIDE: BERLINO SCOPRE IL TERRORISMO ISLAMICO
L'attentato del 25 luglio è stato identificato subito come terrorismo islamista riconducibile all'Isis: perché le altre volte si è preferito tacere?
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27 luglio 2026
A Berlino, nel centralissimo Tiergarten e a poca distanza dalla Porta di Brandeburgo, sabato 25 luglio sera la comunità Lgbt stava celebrando il Christopher Street Day, un evento del Pride in cui si ricorda la rivolta gay partita dal locale Stonewall Inn nel 1969, a New York. Un furgone bianco si è lanciato sulla folla. Una vittima (una donna, deceduta in ospedale per le ferite riportate) e 29 feriti, nessuno dei quali in pericolo di vita. Non solo l'attentatore ha travolto la folla con il suo veicolo, ma, secondo i testimoni, ha anche colpito a caso tutte le persone che incontrava con un coltello dalla lunga lama. L'attentatore è stato subito identificato come islamico, così come la matrice ideologica dell'attentato. Lo ha dichiarato domenica a mezzogiorno il ministro dell'Interno Alexander Dobrindt, che ha subito parlato di "terrorismo islamista". Il sospetto, Abdul Ballout, 21 anni, nato in Germania da genitori libanesi, è stato subito identificato dalla polizia, rintracciato in un edificio del quartiere Spandau e ucciso durante uno scontro con la polizia. Nascosto in un capanno del giardino di casa sua, il terrorista ha aggredito gli agenti, i quali hanno dovuto difendersi con le armi. Il fatto che un attentato sia identificato subito come "islamico" è una novità per la cronaca del terrorismo in Germania. Anche nei casi più eclatanti, come l'attentato al mercatino di Natale di Berlino del 19 dicembre 2016, la polizia non aveva parlato chiaramente di matrice islamica o islamista dell'attacco. La vicenda più oscura resta quella della sparatoria a Monaco, il 22 luglio 2016: attentatore era un giovane iraniano, matrice dell'attentato mai dichiarata. O anche quella dell'attentato al mercatino di Natale di Magdeburgo nel 2024: sempre auto lanciata sulla folla, alla guida c'era un immigrato arabo saudita, ma era noto per essere stato un attivista anti-islamista, dunque matrice ignota o non stabilita. Attentati minori, commessi da lupi solitari, sono stati trattati come un categoria a parte, atti di violenza di persone con problemi psichiatrici. La certezza con cui quest'ultimo attentato, ai danni della comunità Lgbt, sia stato immediatamente identificato come islamico, sta nel fatto che l'attentatore era ben noto alle forze dell'ordine e alla magistratura tedesca. Questo giovane immigrato di seconda generazione, infatti, ha iniziato come tutti i radicalizzati, come un criminale comune: arrestato due volte per furto, da minorenne, nel 2020 e nel 2022. La svolta dell'islamizzazione è arrivata più tardi, nel 2025, quando si è recato in Libano per raggiungere la Siria ed entrare nello Stato Islamico. Ma in Libano si è mosso in modo troppo scoperto ed è stato arrestato. Dopo tre mesi di carcere le autorità di Beirut lo hanno rimandato in Germania. L'aspetto più sconcertante della vicenda è che Ballout fosse a piede libero. Un anno dopo l'arresto in Libano, infatti, nel maggio scorso, era stato condannato dalla magistratura tedesca a un anno e dieci mesi di reclusione per "preparazione di un grave atto di violenza che metteva in pericolo lo Stato". In pratica gli inquirenti avevano scoperto che stesse preparando un attentato e lo avevano arrestato. Ma un giudice lo ha rimesso in libertà vigilata (non troppo, da quel che si è visto) in cambio della sua adesione a un programma sociale di de-radicalizzazione. La terza sessione di questo programma doveva svolgersi il 27 luglio, oggi per chi legge. Per la Germania, dunque, è un doppio risveglio: si scopre che il terrorismo islamico esiste e anche che il modo di combatterlo, seguito finora, è perfettamente inutile.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27 luglio 2026
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GIULIANA FALCONIERI, LA SANTA FONDATRICE DELLE MANTELLATE
Bellissima ragazza di Firenze, seguì lo zio (uno dei sette fondatori dei Servi di Maria) consacrandosi a Dio e iniziando il ramo femminile degli stessi Serviti
Autore: Antonio Tarallo - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19 giugno 2026
Il legame con la sua Firenze: è più che necessario iniziare da questo tema se si vuole parlare della biografia di santa Giuliana Falconieri (c. 1270-1341) di cui oggi ricorre la memoria liturgica. Firenze e la sua bellezza artistica. Firenze, culla dell'arte e della letteratura non solo italiana ma mondiale. Quella Firenze che segnerà un'epoca e che ancora oggi rappresenta uno dei luoghi più conosciuti e visitati al mondo. Ed è proprio dal capoluogo toscano che inizia il nostro viaggio nella vita della santa, fondatrice delle Mantellate del Terz'ordine dei Servi di Maria, donna "eucaristica" e sublime anima rivolta al Signore. Ma per iniziare questo viaggio dobbiamo spostare le lancette del tempo al 1700 e viaggiare (almeno idealmente) in una Firenze in cui ancora vivevano gli echi dei fasti rinascimentali. Un grande libro, l'Officina delle Notitie fiorentine (1736-1765), ci introduce nei festeggiamenti che la città fece in onore della sua canonizzazione avvenuta il 16 giugno 1737, sotto il pontificato di un altro fiorentino, Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini. Una canonizzazione, tra l'altro, che gettò la città in un grandissimo fermento registrato nelle pagine dell'Officina. Si fa riferimento ai festeggiamenti in onore della "nuova" santa: «In primo luogo sei mazzieri a cavallo, ed indi gli due stendardi, che uno della Metropolitana e l'altro di Badia, e successivamente il segno, cioè il crocifisso della compagnia di San Filippo di su la piazza della Nonziata con dieci fratelli in cappa e incenso». La descrizione continua con dovizia di particolari. Spiritualità e municipalità si intrecciavano per festeggiare la nuova santa fiorentina.
IL MEDIOEVO FIORENTINO Ma perché questo legame profondo della città toscana con la santa? La risposta non è da trovarsi solamente nel luogo della sua nascita, appunto Firenze. È qualcosa che va al di là del semplice dato anagrafico. E per comprendere ciò, dobbiamo ancora una volta fare un passo indietro nel tempo: dobbiamo comprendere la società fiorentina nella quale è nata la bellissima e affascinante (così la descrivono i suoi contemporanei) Giuliana. Il panorama culturale e sociale nel quale Giuliana visse rimane davvero sorprendente: è il Medioevo fiorentino del grande Dante Alighieri. Poi, vi è tutta la lotta, che lo stesso Alighieri vive e racconta, tra Guelfi e Ghibellini, mentre incominciava ad esserci una spinta "dal basso" che cercava di farsi sempre più strada: quella dei commercianti, la classe "imprenditoriale". E la famiglia di Giuliana faceva parte proprio di questa schiera, anche se la sua origine era già nobile: una famiglia, in sintesi, che comprendeva i segni dei tempi. Il cognome di Giuliana non era un cognome qualsiasi, Falconieri. La sua famiglia non solo viveva in agiatezza per i beni materiali, ma aveva anche a cuore quelli spirituali: annoverava, infatti, uno dei sette fondatori dei Servi di Maria, Alessio Falconieri, fratello del papà di Giuliana. Un seme nella famiglia che fece germogliare, proprio nell'anima di Giuliana, l'amore per il Signore. Le notizie che abbiamo della sua vita si devono principalmente a due opuscoli redatti da fra Paolo Attavanti nella seconda metà del XV secolo: il Dialogo sull'origine dell'Ordine dei Servi e un suo quaresimale incompiuto dal titolo Paulina praedicabilis. Due testi che, con lo sguardo poi della canonizzazione avvenuta sotto il pontificato di Clemente XII, potrebbero considerarsi una sorta di positio. Il cammino spirituale della giovane Giuliana, come si apprende da queste cronache, iniziò sentendo parlare lo zio Alessio (zio santo, assieme agli altri fondatori dei Servi di Maria) sul tema del Giudizio di Dio. «Giuliana, nobile, assai bella e ricca, della famiglia fiorentina dei Falconieri di discendenza romana, a quindici anni aveva sentito predicare sul giudizio il suo zio paterno Alessio», così scrive fra Attavanti nelle sue pagine. Giuliana, dunque, rimase colpita da quelle parole dello zio, tanto da decidere di dedicarsi alla preghiera, a vivere il messaggio del Vangelo. E per approfondire il nuovo cammino, cominciò sempre più a frequentare la Famiglia dei Servi di Maria.
I PRETENDENTI ALLA SUA MANO Questo suo interessarsi alle "cose di Dio" non era del tutto ben visto dalla famiglia: erano, infatti, molti i pretendenti alla sua mano, data anche la sua bellezza. Ma, alla fine, la famiglia accettò la strada che il Signore le aveva tracciato. Giuliana, in questo periodo, vestiva lo stesso abito dei Servi di Maria: un mantello scuro. Cominciò a radunare vicino a sé altre ragazze che condividevano lo stesso progetto di vita: servire le sorelle e i fratelli bisognosi, servire Dio. Si chiamarono, poi, "Mantellate", proprio per il mantello che indossavano: era l'inizio del ramo femminile dei Servi di Maria. Preghiera costante e carità continua in mezzo alle strade. Ogni mercoledì e venerdì, strettissimo digiuno: non toccavano cibo. E il sabato, solo pane e acqua. Tutta questa restrizione, questa penitenza era un'offerta al Signore, per chiedergli il dono della pace in una Firenze devastata dalle divisioni. Santa Giuliana Falconieri è nota soprattutto per un episodio miracoloso che accadde proprio il giorno della sua nascita al Cielo, il 19 giugno 1341. Ormai da tempo, era impossibilitata ad alimentarsi per via di un grande male allo stomaco. Nessun cibo poteva entrare dalla sua bocca senza procurarle lancinanti dolori. Neanche il pane più prezioso per lei, l'Eucaristia. E fu così che, come era consuetudine per i malati del tempo, le venne appoggiata sul petto un'Ostia consacrata. In quel momento accadde qualcosa di straordinario: l'Ostia sparì. Solo allora poteva lasciare la terra, Giuliana, mentre sul cuore si palesava una macchia viola, come se l'Ostia si fosse impressa sul suo corpo. L'Eucaristia e Giuliana erano diventate un'unica cosa: per lei un dono da parte del Signore. Per la Chiesa il dono di una nuova santa.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19 giugno 2026
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COVID, LA REISCRIZIONE PER I MEDICI RADIATI E' UN ATTO DI GIUSTIZIA
Intanto la perizia della Commissione Covid sancisce il fallimento della raccomandazione aspirina e vigile attesa, come avevamo denunciato nel 2020 (VIDEO: Il video censurato di Gulisano)
Autore: Paolo Gulisano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20 luglio 2026
La Commissione Affari sociali della Camera ha approvato, il 14 luglio 2026, un emendamento che permette ai medici radiati dall'Ordine durante la pandemia di Covid di chiedere la reiscrizione all'albo professionale. La norma porta la prima firma della deputata di Fratelli d'Italia Alice Buonguerrieri. È inserita nella legge delega di riforma delle professioni sanitarie. L'emendamento non prevede un reintegro automatico. I medici radiati potranno presentare istanza di reiscrizione entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge. Chi sono questi medici? La misura riguarda i sanitari che vennero radiati con l'accusa di «aver promosso attivamente pratiche antiscientifiche durante la pandemia, mettendo a rischio pazienti e salute pubblica». Non riguarda invece i medici che semplicemente non si erano vaccinati: per loro la sanzione era stata la sospensione, non la radiazione, ed è decaduta già nel novembre 2022. La radiazione è la sanzione disciplinare più grave. Cancella un professionista dall'albo. Viene applicata solo in casi estremi, come a seguito di reati penali nell'esercizio della professione. In realtà i medici radiati nel periodo pandemico subirono questa sanzione solo per aver espresso un pensiero difforme rispetto alla narrazione ufficiale. Non si limitarono ai protocolli governativi, tachipirina e vigile attesa, ma intrapresero cure con vari farmaci, in particolare antinfiammatori. Fummo non pochi a praticare le cure precoci domiciliari, ma alcuni - qualche decina di medici, rei forse di aver divulgato pubblicamente questo tipo di attività terapeutica, e i conseguenti successi clinici - vennero denunciati e condannati alla radiazione per «diffusione pubblica di terapie prive di basi scientifiche». La decisione della Commissione Affari sociali giunge dopo cinque anni a mettere fine a questa vergogna, all'aver discriminato, messo alla gogna e allontanato dalla professione dei sanitari colpevoli solo di un "reato" di opinione, ovvero di avere un pensiero critico nei confronti di protocolli ufficiali di tipo sperimentale che non avevano prove scientifiche di efficacia. Tutti gli studi degli ultimi anni hanno dimostrato che attraverso cure domiciliari precoci, e attraverso l'utilizzo di farmaci antinfiammatori così come di antitrombotici e persino degli antibiotici tanto osteggiati dalla narrazione ufficiale, si sarebbero potute salvare migliaia di vite. Il reintegro dei medici radiati è un atto dovuto e meritorio, soprattutto in un momento in cui il sistema sanitario ha disperatamente bisogno di medici. Eppure, questa scelta del governo ha visto l'immediata, incomprensibile levata di scudi di alcuni soggetti. In primis il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri , Filippo Anelli, che ha lanciato un appello al Parlamento perché riveda la norma che introduce la possibilità di reiscrizione immediata per i sanitari radiati durante il Covid. Anelli ha detto che questi medici «non hanno creduto nella Scienza durante il Covid e non hanno tenuto comportamenti aderenti alle nostre norme del Codice di deontologia». Ancora una volta la scienza è eretta a idolo, a divinità indiscussa che «deve essere il punto di riferimento della nostra società». Quale scienza, è lecito chiedersi. La medicina è una branca scientifica che si avvale di continui e nuovi contributi, non un Moloch intoccabile. In tempi in cui non si crede più a nessuna verità rivelata, la scienza dovrebbe guidare la vita dei cittadini. Gli esiti dell'epidemia stanno a dimostrare quanto questa proclamazione dogmatica non regga. Inoltre, l'intervento del dottor Anelli impressiona per la sua spietatezza: continuare a mantenere la radiazione di questi colleghi rappresenta una vera e propria forma di accanimento senza alcuno scopo. Una criminalizzazione di professionisti che non hanno compiuto alcun fatto doloso. Purtroppo la voce del presidente Anelli non è rimasta isolata. Aveva uno scopo chiaramente politico, rivolto innanzitutto alle forze d'opposizione nell'attuale Parlamento, ma ha trovato una sponda anche nel centrodestra, nella persona del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. L'inquilino di Palazzo Lombardia ha ribadito che i medici radiati devono continuare ad esserlo, sempre in nome del primato della scienza. Peccato che nel 2023 lo stesso Fontana avesse sposato la tesi secondo cui la causa della gravità del Covid in alcune persone fosse dovuta a dei fantomatici geni risalenti all'uomo di Neanderthal. Non la mancanza di cure adeguate, non il tracollo della sanità territoriale, non la mancanza di posti letto conseguenza di scelte del governo regionale, ma l'uomo delle caverne aveva determinato in Lombardia il tasso di mortalità più alto d'Europa. Forse è su quanto accadde allora che Fontana dovrebbe indagare, anziché accodarsi alle richieste di accanimento, che rappresentano anche un brutto segnale politico che andrebbe prontamente colto e neutralizzato.
Nota di BastaBugie: Andrea Zambrano nell'articolo seguente dal titolo "La condanna della vigile attesa e la vittoria dell'indometacina" parla della perizia della Commissione Covid che sancisce il fallimento della raccomandazione "paracetamolo e vigile attesa". Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 28 luglio 2026: Per poter "apparecchiare" le prove della disfatta della gestione dell'ex ministro Roberto Speranza, la Commissione di indagine Covid aveva bisogno della "pistola fumante" da presentare all'ex titolare della Salute. E l'ha trovata con una corposa perizia tecnica che boccia senza appello la raccomandazione di Paracetamolo e vigile attesa che fu la prima indicazione ministeriale durante i drammatici mesi della pandemia. Ora, con un giudizio del genere, che certifica che l'approccio della vigile attesa nei pazienti paucisintomatici fu deleterio e aggravò i ricoveri in ospedale, la Commissione dovrà chiedere a Speranza di presentarsi per essere audito. E questo rappresenterà sicuramente uno dei momenti più importanti nella vita della Commissione alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa di agosto. E lo farà presentandogli i risultati di una perizia, che difficilmente l'ex ministro potrà smentire. Anzitutto perché la perizia è stata affidata non ad un medico qualunque, ma a un dirigente del Servizio pubblico, la dottoressa Simona Amato, direttore Uoc Accreditamento, Qualità e Risk Management dell'Asl Roma 2. In secondo luogo, perché la sua nomina è avvenuta all'unanimità da parte dell'ufficio di presidenza, nel quale siedono anche esponenti dell'opposizione che all'epoca erano al governo. Eppure, da un punto di vista medico, la perizia della dottoressa Amato non aggiunge nulla di quanto non fosse già noto, ma mette un punto finale su una vicenda che anche su queste colonne abbiamo documentato abbondantemente: l'abbandono terapeutico di migliaia di pazienti che, senza alcuna indicazione da parte dei loro medici di medicina generale, hanno visto aggravarsi la malattia da Covid 19 fino a dover ricorrere alle cure dell'ospedale e in alcuni casi rimettendoci la vita. Si potevano salvare? La domanda resta sullo sfondo, ma la risposta affermativa è implicita nell'analisi della vigile attesa, che, appurato non essere un vero e proprio protocollo medico, è stato considerata anche da parte della Federazione degli Ordini dei medici una «mera raccomandazione». Sì, una raccomandazione, però, che è stata seguita pedissequamente da migliaia di medici e ha fatto danni evidenti. Perché, come si legge nel documento che la Bussola ha potuto visionare «la vigile attesa è un atteggiamento che di norma viene assicurato quando le possibilità̀ di guarigione spontanea sono notevoli e se sappiamo che la malattia, che stiamo affrontando, difficilmente evolverà̀ in maniera pericolosa». E questo non era certo il caso del Covid 19. Ma anche perché «a ben vedere però nemmeno la vigile attesa e la terapia sintomatica avevano all'epoca evidenze solide ed incontrovertibili, vieppiù̀ che la malattia era pressoché́ sconosciuta. Eppure, la citata circolare, in maniera inconfutabile, indica per i pazienti positivi al tampone per infezione da SARS-COV-2, che siano asintomatici o pausintomatici, e si trovino a domicilio, la vigile attesa e trattamenti sintomatici quali ad esempio il paracetamolo». Una follia sanitaria. Motivo per cui - si legge sempre nel documento firmato dalla dottoressa Amato - la "vigile attesa" è andata a impattare nella situazione già critica della organizzazione delle cure territoriali» mentre «per un paziente "a domicilio" nella fase di replicazione virale sarebbe stato logico considerare l'introduzione precoce di trattamento ad azione antivirale, soprattutto se presenti fattori di rischio per progressione di malattia, piuttosto che la vigile attesa e il paracetamolo». Nel testo la Amato spiega molto bene - come la Bussola fece dando voce a numerosi medici sul campo - il meccanismo di proliferazione della malattia da Covid e, sostanzialmente, la sua evoluzione in una malattia diversa in fase grave. Invece «l'approccio di vigile attesa e paracetamolo indicato dalla prima circolare del 30 novembre 2020 non ha tenuto conto delle prove scientifiche effettivamente a disposizione nella letteratura scientifica dando, dunque, delle indicazioni non supportate da prove di efficacia e ponendo quindi a rischio di evoluzione di malattia i pazienti paucisintomatici a domicilio». E questo ha provocato nei pazienti «un senso di abbandono e dunque di stress che impattando negativamente con il sistema immunitario ha aumentato il rischio di progressione e danno della Covid 19». Le prove scientifiche erano disponibili? Sì, e non solo a livello empirico. E qui veniamo ad un aspetto che non è stato colto nel dare la notizia della perizia, quello delle terapie possibili per affrontare una malattia che all'epoca era ancora sconosciuta. Dice la Amato: «Infatti, le prove scientifiche pubblicate avevano messo in evidenza come l'approccio alla malattia dovesse essere tempestivo per evitare la tempesta citochinica il cui esito poteva essere fatale e dunque un approccio di vigile attesa risulta in palese contrasto con la fisiopatogenesi della malattia». Una frase che conferma la bontà dei tentativi, all'inizio empirici e poi sempre più supportati da solida letteratura che il Covid 19 andasse aggredito sin dal suo insorgere. Il contrario di quello che è stato fatto. Come? La Amato non si spinge a fare una disamina delle tante terapie di contrasto proposte, ma ne sceglie una in particolare, che i lettori della Bussola conoscono bene. Si tratta della terapia a base di indometacina, un potente FANS con una forte componente antinfiammatoria, quello che non poteva avere il paracetamolo (anche questo si sapeva), ma contemporaneamente un'azione antivirale importante. Supportata da indagini scientifiche pre covid già dal 2006 e poi di epoca pandemica e da trials clinici sul campo, l'indometacina doveva essere considerata fin da subito nel trattamento iniziale del Covid a domicilio proprio per spegnere la tempesta citochinica e indebolire il virus. E qui, giova menzionare proprio il trial clinico e la sua successiva pubblicazione che misero a punto i dottori Serafino Fazio dell'ospedale di Napoli e il "nostro" Paolo Bellavite, che utilizzarono nel protocollo proposto ai pazienti, proprio l'indometacina, unita a flavonoidi come quercetina e esperidina. Così conclude la Amato: « È doveroso evidenziare che il Comitato tecnico scientifico nonostante i dati di mortalità̀ e morbilità̀, nonché́ le prove scientifiche pubblicate, non ha proceduto a rettificare le indicazioni sulla vigile attesa, nonostante la pubblicazione di uno studio italiano nel dicembre 2021 nel quale emergeva chiaramente che con l'intervento nei primi tre giorni dall'inizio dei sintomi con indometacina, Quercitina ed Esperidina i pazienti non necessitavano di ospedalizzazione e il decorso della malattia era trattabile a domicilio a differenza dei pazienti trattati con la stessa terapia dal quarto giorno di malattia in poi». Ebbene, lo studio citato è proprio quello relativo al protocollo di intervento Fazio-Bellavite, che la Bussola, tra i pochi, si spinse a "rendere noto" ben sapendo che un quotidiano non può pubblicizzare cure, ma può e deve dare evidenza pubblica di ciò che funziona. E in questo, sicuramente, registriamo con piacere che dopo quasi 6 anni, il tempo ha dato ragione anche a noi che abbiamo dato credito all'impegno sul campo di Bellavite e Fazio. La pubblicazione della perizia è stata accolta con favore dai commissari di Fratelli d'Italia, che in coro, hanno chiesto a Speranza di rendere conto degli errori in commissione. Da Alice Buonguerrieri («riteniamo doveroso che l'allora ministro della Salute, Roberto Speranza, risponda di questi dati») a Francesco Ciancitto, vicepresidente della Commissione («la vigile attesa richiesta dalle circolari del 2020 e del 2021, declinata nel controllo della saturazione fai-da-te, fu lacunosa in termini sanitari, ma anche strettamente concreti. Una vergogna assoluta, è doveroso che i responsabili ne rispondano»). Fino a Lucio Malan, capogruppo in Senato del partito di governo che ha notato come «se ci fosse stata una maggiore apertura verso altre terapie, probabilmente ne avremmo tratto enorme giovamento». Ora, su questa penosa vicenda, è tempo che Speranza risponda e che risponda al più presto.
VIDEO: HAI PAURA DEL C0R0NAVlRUS? di Paolo Gulisano (autore dell'articolo qui sopra). Questa conferenza tenuta a Staggia Senese il 10 settembre 2020 fu pubblicata il 15 settembre e fu successivamente censurata da YouTube quando stava diventando virale (era arrivato a 20.000 visualizzazioni e oltre 500 like) per poi tornare visibile solo nel 2025.
https://www.youtube.com/watch?v=yUpkkwPY_D0
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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20 luglio 2026
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SUPPLET ECCLESIA? I DUE CASI PREVISTI NON GIUSTIFICANO I LEFEBVRIANI
Non è lo stato di necessità a conferire la giurisdizione, ma quanto stabilito dalla Chiesa (anche quella preconciliare: vedi can. 209 del Codice di Diritto Canonico del 1917)
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23 luglio 2026
Tenendo in mente che la giurisdizione è data alla Chiesa e dunque la giurisdizione di supplenza si ha solo laddove la Chiesa ha stabilito di supplire, vediamo le due situazioni in cui effettivamente la Chiesa ha previsto di conferire una giurisdizione di supplenza (oltre al caso di pericolo di morte, già visto), indicate nel can. 144 (che ripropone il can. 209 del CIC 1917). Il primo caso è quello dell'errore comune, che riguarda il giudizio che qualcuno ha una giurisdizione che in realtà non ha; per esempio, un giudice canonico che in realtà non ha ricevuto alcuna giurisdizione, un sacerdote che assiste al matrimonio, ma senza le necessarie facoltà, o un sacerdote che amministra il sacramento della penitenza, ma senza averne le facoltà. Senza entrare nelle discussioni tra canonisti, possiamo presentare alcuni punti fermi. Il primo è dato dal sostantivo «errore»; non si tratta dunque di ignoranza ("non sapevo che"), di dubbio ("chissà se"), ma di un giudizio che si rivela essere errato circa il fatto che il soggetto in questione ha quella giurisdizione abituale che in realtà poi non ha. Facciamo un esempio semplice: se i fedeli si vanno a confessare in un santuario giuridicamente eretto dal vescovo o dalla Santa Sede, essi giudicano, in virtù di alcuni elementi oggettivi, che il sacerdote che trovano di turno nel confessionale sia stato mandato lì dall'autorità competente e dunque abbia le facoltà per assolvere. Deve dunque esistere un giudizio erroneo che nasce da elementi oggettivi osservabili che lasciavano intendere che il sacerdote in questione avesse effettivamente la giurisdizione o le facoltà per compiere un certo ufficio. Se vedo un sacerdote in un confessionale di una chiesa eretta dal vescovo (come una chiesa parrocchiale, o un santuario), deduco che egli abbia l'autorizzazione del vescovo per confessare.
L'ERRORE DEVE RIGUARDARE UNA COMUNITÀ Il secondo dato è indicato dall'aggettivo «comune»: l'errore deve infatti riguardare una comunità (per es. la comunità parrocchiale, la comunità diocesana, i fedeli che si recano in pellegrinaggio in un santuario, etc.), e non singole persone. A ben vedere, questo aspetto è collegato al precedente: se infatti gli elementi oggettivi osservabili depongono per ritenere ragionevolmente che la persona abbia la giurisdizione abituale, allora sarà un'intera comunità ad essere indotta in errore e non solo qualcuno. E la Chiesa supplisce proprio per proteggere la comunità cattolica da un errore per certi versi inevitabile, non singole persone che hanno giudicato erroneamente sulla base di ignoranza, ed ancor meno di quelle che hanno consapevolmente disatteso le indicazioni della Chiesa, rivolgendosi al ministero di sacerdoti illegittimi. Veniamo alla FSSPX. Chiunque si rivolga ai sacerdoti della Fraternità sa molto bene che essi non hanno ricevuto alcuna giurisdizione abituale dall'Ordinario (eccettuate le facoltà per assolvere e, con l'autorizzazione dell'Ordinario, per assistere ai matrimoni, se autorizzati dai vescovi, a partire rispettivamente dall'anno 2016 e 2017, e che oggi sembrano essere state revocate); e sa anche molto bene che si sta rivolgendo a dei sacerdoti che esercitano in modo illegittimo il loro ministero, come la Chiesa ha sempre affermato, anche dopo che Benedetto XVI tolse le scomuniche ai quattro vescovi. Tant'è vero che li va a "scovare" appositamente nelle loro chiese e cappelle private, e non nei luoghi di culto eretti dall'Ordinario o dalla Sede Apostolica. Dunque, il principio della supplenza di giurisdizione non si applica a questa situazione ed altre analoghe (per esempio, quella dei sedevacantisti).
LO STATO DI NECESSITÀ Rivendicare lo "stato di necessità" non ha alcuna rilevanza nell'applicazione della supplenza di giurisdizione per errore comune, perché non è la necessità a conferire la giurisdizione, ma la Chiesa. E, come si è detto, la Chiesa supplisce la giurisdizione quando intende supplirla, come indicato chiaramente dal diritto. I fedeli che si rivolgono a ministri che palesemente non hanno ricevuto alcuna giurisdizione abituale - fatto che la stessa FSSPX ammette, tant'è vero che poi cerca di giustificarsi ricorrendo al principio dell'Ecclesia supplet, e dunque alla giurisdizione di supplenza, - non sono nella situazione di «errore comune» prevista dal diritto. Al contrario, i fedeli che conoscono il difetto del potere di giurisdizione non devono richiedere al sacerdote atti che egli non può compiere. Vediamo ora il caso del dubbio positivo e probabile. Se l'errore comune riguarda la comunità dei fedeli, che giudica che il sacerdote abbia una giurisdizione abituale che invece non ha, il dubbio positivo e probabile riguarda il ministro stesso, che ha un dubbio oggettivo di avere le facoltà per una certa situazione. Non si tratta di un dubbio qualsiasi; il dubbio è detto positivo e probabile, perché il ministro ha ragioni positive e probabili per ritenere di avere le facoltà abituali (che in realtà poi non ha), ma non la certezza assoluta; il piatto della bilancia pende sul lato della risposta affermativa, ma senza poter effettivamente escludere l'altra possibilità. Attenzione: non si tratta di un dubbio che riguarda la conoscenza dottrinale (ad es., non sapere che per assolvere validamente è necessario aver ricevuto le facoltà), ma del dubbio di avere o no le facoltà in quella particolare situazione che le richiederebbe. La Chiesa assicura che, in una siffatta, situazione, ella supplisce una eventuale mancanza di facoltà, al fine di liberare il sacerdote da eventuali scrupoli.
NÉ GIURISDIZIONE, NÉ FACOLTÀ ABITUALI Ma anche questa situazione non si applica ai sacerdoti della FSSPX, che sanno benissimo di non avere giurisdizione né facoltà abituali (di nuovo, per la confessione e i matrimoni, almeno fino al 2016 e 2017), sanno benissimo che il loro ministero è considerato dalla Chiesa illecito, tant'è vero che esplicitamente si giustificano con la (malintesa) giurisdizione di supplenza. Attenzione a questa precisazione: il dubbio indicato nel can. 144 riguarda la giurisdizione e le facoltà abituali, non quelle conferite dalla supplenza della Chiesa. Spieghiamo meglio: la Chiesa supplisce quando il sacerdote ritiene probabilmente, senza averne la certezza, di possedere la facoltà abituali, conferitegli dall'Ordinario, ma non quando egli ritiene di avere le facoltà perché "tanto la Chiesa supplisce". Se, per esempio, un sacerdote della FSSPX assiste ad un matrimonio senza averne ricevute le facoltà dal vescovo, egli non può giustificarsi rifacendosi alla supplenza della Chiesa, perché non vi è alcun dubbio positivo e probabile a riguardo: egli sa di non avere le facoltà abituali. Né i nubendi possono addurre l'errore comune, primo perché non c'è errore, ma semmai ignoranza (quando non volontà esplicita di agire diversamente da come comanda la Chiesa); secondo, perché non c'è una comunità cattolica in errore: nel momento in cui dei fedeli si rivolgono a ministri illegittimi, essi non possono essere considerati una comunità cattolica. Un tale matrimonio risulta dunque invalido. Chiediamo scusa ai lettori per la difficoltà dell'argomento, ma purtroppo è la stessa FSSPX a fare ricorso a questi canoni per giustificare il proprio operato. Salvo poi accusare di legalismo chi ne mostra le falle.
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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23 luglio 2026
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OMELIA XIX DOM. TEMPO ORD. - ANNO A (Mt 14, 22-33)
Uomo di poca fede, perché hai dubitato?
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
La pagina evangelica offertaci dalla Chiesa in questa domenica presenta alla nostra attenzione due quadri distinti: nel primo è raffigurata la solitaria, prolungata preghiera di Gesù sul monte; nel secondo vediamo i discepoli che in una fragile barca lottano contro il vento e la tempesta. Due scene molto diverse: una di contemplazione e di pace e una di fatica e di paura, ciascuna col suo dono e col suo insegnamento.
IRRINUNCIABILE BINOMIO: PREGHIERA E IMPEGNO OPEROSO Salì sul monte, solo, a pregare. È una annotazione frequente nella narrazione evangelica, che sottolinea spesso come Gesù ricercava sempre, entro la sua giornata affaccendata, uno spazio per un po' di solitudine orante. La scorsa domenica abbiamo visto come il Signore, prima dell'episodio della moltiplicazione dei pani, si era ritirato in disparte, in un luogo deserto. Adesso, dopo che la folla si fu saziata, si allontana anche dagli apostoli per abbandonarsi da solo a una prolungata preghiera, che va dal tramonto fino verso la fine della notte. È per lui un'abitudine, una necessità si direbbe, di non lasciar passare giorno, per quanto intenso di lavoro a vantaggio degli altri, senza trovare un po' di tempo nel quale intrattenersi in modo totale col Padre. È sufficiente riflettere su questa condotta del Figlio di Dio per cogliere tutta la vuotezza e l'inconsistenza di molte opinioni correnti a proposito della preghiera; opinioni che possono sembrare a prima vista geniali e non conformiste, e sono soltanto il prodotto di spiriti che vivono in superficie e non sanno amare; opinioni dalle quali, poco o tanto, siamo influenzati tutti. Si dice qualche volta: la vera preghiera consiste nel far del bene agli altri, nel faticare con animo retto; basta fare il proprio dovere, esercitare la carità, impegnarsi per la giustizia. Ebbene, a Gesù non bastava. Tutta la sua vita era una laboriosa donazione ai fratelli; eppure egli non riteneva che fosse completa, senza questo colloquio segreto, appassionato, lungo col Padre. Certo, chi passasse tutto il tempo a pregare e poi non facesse il proprio dovere o si dimenticasse di aiutare gli altri, non sarebbe nel giusto e ci sarebbe da dubitare della autenticità della sua stessa orazione. Ma non è nel giusto neppure chi si dimentica di adorare, di ringraziare, di implorare il suo Creatore. Le due cose, come si vede, non solo non si escludono, ma si richiamano necessariamente in un retta esistenza cristiana. Si dice anche: io posso pensare sempre a Dio, anche durante le mie normali occupazioni. Tutta la mia giornata diventa così una preghiera, senza che sia indispensabile dedicare uno spazio esclusivo alle pratiche religiose. Ma l'esempio di Cristo mette in luce la vanità anche di questa seconda opinione. Siamo sinceri: le persone che ci interessano veramente, un po' di tempo per sé ce lo prendono. Se Dio non ci prende neppure dieci minuti al giorno, neppure un'ora alla settimana, vuol dire che non è tra quelli che contano per noi, vuol dire che è posto ai margini della nostra vita, vuol dire che non siamo capaci di un po' d'amore per lui.
PREGHIERA INDIVIDUALE E PREGHIERA COMUNITARIA In questi anni qualcuno ha insegnato che l'unica vera preghiera è quella comunitaria, mentre l'orazione individuale sarebbe un modo intimistico, sentimentale e dunque non autentico di pregare. Abbiamo visto che Gesù non è di questo parere. Egli prega insieme coi suoi apostoli, partecipa ai riti della sinagoga, si associa al culto ufficiale del suo popolo; ma desidera anche pregare appartato, nel silenzio della campagna deserta e delle cime dei monti, con la libertà di espressione che è propria di ogni spirito aperto, ricco, creativo. Così dobbiamo fare noi. La preghiera comunitaria è doverosa e irrinunciabile; se vogliamo che il Padre ci ascolti, dobbiamo imparare a fondere la nostra voce con quella dei nostri fratelli. Soprattutto dobbiamo imparare a partecipare tutti attivamente, consapevolmente e appassionatamente, alla preghiera liturgica, che è la voce della Chiesa (la sposa del Signore, sempre ascoltata e gradita a Dio), addirittura è la stessa voce del Cristo totale, di cui noi siamo il corpo. Ma questa non può essere la sola forma di preghiera. Anzi, essa stessa si trasformerebbe in un ritualismo senz'anima o in una manifestazione di pura fraternità umana, se ciascuno dei partecipanti non avesse anche una sua vita personale di orazione e non avesse il gusto di intrattenersi, nel segreto del suo cuore, in un rapporto suo proprio, unico,geloso, incomunicabile, con il Dio che è il centro e il senso della sua vita.
QUANDO LA NOSTRA FEDE VIENE MESSA ALLA PROVA Passiamo al secondo quadro. Gli apostoli, che si erano imbarcati nel pomeriggio, a un certo momento sono sorpresi da uno di quegli improvvisi colpi di tempesta, che sono abbastanza frequenti sul mare di Tiberiade. E mentre scende la sera e la notte avanza con le sue angosce e i suoi incubi, lottano con tutte le forze contro la violenza delle onde, fino a che cominciano a disperarsi. Verso la fine della notte, Gesù venne verso di loro camminando sul mare. Non arriva subito. Nonostante l'urgenza che i suoi apostoli hanno di essere soccorsi, indugia molto a intervenire. Sono i ritardi di Cristo, gli inspiegabili ritardi di Cristo, che mettono a dura prova la nostra pazienza e la nostra fede. Capitano quei momenti, quando tutto sembra andare a rotoli, tutto sembra perduto, e noi abbiamo l'impressione di essere stati abbandonati. Le nostre invocazioni pare che trovino il cielo sordo o distratto. Il Signore non viene. La notte sembra non passare più e noi sentiamo che stanno per esaurirsi in noi tutte le scorte della speranza. Ma alla fine il Signore arriva. Verso la fine della notte, lui che ha detto: Ecco, io sono con voi ogni giorno, fino alla fine del mondo, si rende presente e ci rianima: Coraggio, sono io, non abbiate paura. C'è anche il comportamento di Pietro, che merita di essere considerato; Pietro, che ancora una volta appare generoso e spavaldo, entusiasta ed esitante, coraggioso fino alla temerarietà e pavido fino allo smarrimento. Il suo impetuoso desiderio di essere vicino a Gesù e di condividere con lui ogni esperienza, gli fa osare un'impresa superiore non solo alle sue forze native, ma anche alla esiguità della sua fede. E Gesù lo lascia fare; non pone limite alle sue aspirazioni, non lo trattiene entro i confini della prudenza. Così lo porta a convincersi della sua debolezza e lo aiuta a fondarsi più sicuramente sulla base dell'umiltà e della fiducia nel Signore. E alla fine lo salva. Ci riconosciamo un po' tutti in Pietro. La nostra vita e la nostra fede conoscono l'alternarsi della sicurezza gioiosa e della inquietudine, della esaltazione inebriante e del terrore che tutto si concluda con un naufragio senza ritorni. Ma non temiamo: la mano di Gesù c'è anche per noi. Anche a ciascuno di noi è rivolto il rimprovero pungente e dolce, che scuote e ridona fiducia: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?
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