BastaBugie n�993 del 02 settembre 2026

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1 IL VESCOVO METTE IN RIGA I PRETI: IL DIRITTO AL FUNERALE NON E' ASSOLUTO
Il vescovo di Sanremo Antonio Suetta pubblica una nota dottrinale per chiarire gli abusi nei funerali: massoneria, cremazione, pubblici peccatori, oggetti sulla bara, ma anche interventi sentimentali
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 BUD SPENCER, UN PIATTO DI SPAGHETTI IN PARADISO
A dieci anni dalla morte di Carlo Pedersoli ricordiamo che l'attore ha vissuto il successo con umiltà ed ha affrontato la morte senza timore, guidato dalla fede (VIDEO: Chuck Norris & Bud Spencer)
Autore: Samuele Pinna - Fonte: Sito del Timone
3 NEPPURE LO STATO DI NECESSITA' GIUSTIFICA I VESCOVI SENZA IL PAPA
Nel 1791 Pio VI proibì le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, anche davanti alla gravissima crisi della Chiesa dovuta alla Rivoluzione francese
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza romana
4 CROCE NO, CORSI ISLAMICI SI: LAICITE', MA SENZA EGALITE'
In Francia una croce cristiana è considerata contraria al secolarismo, mentre il Ramadan e i corsi di formazione musulmana vanno benissimo
Autore: Manuela Antonacci - Fonte: Sito del Timone
5 NEL NUOVO FILM ROBIN HOOD E' SANGUINARIO, MA POI CAMBIA VITA (SENZA CONVERTIRSI)
Epico, attori straordinari, girato benissimo, ma il cristianesimo è roba del passato, come fosse ormai un inutile involucro vuoto
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 LETTERE AL SACERDOTE: QUANDO IN FAMIGLIA COMANDA IL RICATTO EMOTIVO
Cedere per evitare scenate, silenzi e accuse non porta la pace, ma rafforza il problema: amare una figlia significa anche saper dire di no con fermezza, senza rinunciare all'affetto per lei (e alla serenità degli altri figli)
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: Redazione di BastaBugie
7 OMELIA XXIII DOM. T.O. - ANNO A (MT 18,15-20)
Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

1 - IL VESCOVO METTE IN RIGA I PRETI: IL DIRITTO AL FUNERALE NON E' ASSOLUTO
Il vescovo di Sanremo Antonio Suetta pubblica una nota dottrinale per chiarire gli abusi nei funerali: massoneria, cremazione, pubblici peccatori, oggetti sulla bara, ma anche interventi sentimentali
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18 agosto 2026

Funerali, facciamo chiarezza. Il vescovo di Sanremo Antonio Suetta lo aveva annunciato in occasione del recente caso di un funerale ecclesiastico negato ad un massone della zona. «Nelle prossime settimane verrà pubblicata una Nota con le opportune indicazioni giuridico pastorali concernenti le esequie ecclesiastiche». E la promessa è stata mantenuta. Il giorno dell'Assunta, Suetta ha pubblicato sul sito diocesano un vademecum giuridico pastorale con le disposizioni per gestire al meglio - e secondo dottrina - le esequie ecclesiastiche.
Troppa confusione nei funerali cristiani e i casi delle esequie negate ai due massoni, di Roma e di Sanremo, di cui la Bussola aveva dato notizia, erano solo la punta dell'iceberg di una concezione del funerale che non è quella propriamente cattolica. Spesso, infatti, i parroci tendono a lasciar correre gli infiniti abusi, che rischiano di snaturare del tutto le esequie cattoliche tanto che non c'è soltanto il rischio che possano sorgere veri e propri illeciti canonici, come nel caso dei due massoni accompagnati in chiesa, ma che si possano commettere quei grandi o piccoli abusi che snaturano del tutto il senso del commiato secondo la Chiesa.
Così Suetta esordisce dicendo che «le esequie sono un sacramentale (tranne la Messa esequiale che è un sacramento), che costituisce la preghiera di intercessione della Chiesa per il defunto e per la sua famiglia» ma «la mondanizzazione del trapasso si traduce nella perdita del senso cristiano della morte e nell'appiattimento dell'azione sacra, riducendo il tutto a categorie meramente umane di ricordo e di emozioni passeggere».
Che fare, dunque? Tornare a ribadire ai fedeli, ma soprattutto ai sacerdoti, le regole per un buon funerale cristiano e legittimare anche quei "no" che oggigiorno destano tanto scandalo perché visti come una mancanza di pietà verso il defunto.
Niente di più falso. Infatti, Suetta scrive che proprio per non «cedere pericolosamente il posto alla celebrazione della memoria del defunto o alla esasperata dimensione del ricordo» in uno «stonato "protagonismo" di parenti e amici», «bisogna evitare cedimenti o concessioni alla mera emotività e correggere deviazioni piuttosto diffuse, che spesso sono indice non solo di un fraintendimento dell'essenza stessa delle esequie ecclesiastiche, ma ancor prima di una vera e propria assenza di fede».

LA SACRALITÀ DEL RITO
Lucidamente bisogna tutelare la sacralità del rito, nella sostanza e nei contenuti eliminando, scoraggiando e anche proibendo «riferimenti eccessivamente terreni a passioni o interessi del defunto (musicali, sportivi, politici, ecc.)» i quali «snaturano il senso dell'accompagnamento spirituale». «Appaiono fuori luogo ad esempio - ricorda Suetta tanto per fare un esempio - gli addobbi o i vestiti coi colori della squadra del cuore, di un gruppo politico o di un determinato movimento d'opinione». Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale, ma chi ha frequentato funerali nell'ultimo decennio sa che c'è stata un'esplosione di queste manifestazioni.
Così come il protagonismo degli amici del defunto o dei suoi parenti rischia di portare fuori strada: «Le testimonianze e i ricordi, ancorché́ toccanti e commoventi, esprimono in genere il mero commiato o ringraziamento verso il defunto» ma destano perplessità perché «i ricordi sono collocati in momenti inappropriati (dopo l'omelia o al termine della cerimonia)» o «hanno un'enfasi e una lunghezza spropositata». Tutto questo produce «un funerale mondano che è la negazione più patente dell'essenza del credo cristiano». Invece - e il vescovo ligure lo ribadisce nella sua nota dottrinale - sono tre: la preghiera per il defunto, onorare il corpo come germe della risurrezione della carne e il recare conforto e speranza ai vivi. Tutto il resto è un di più e spesso è un di più di cattivo gusto. Invece tutto deve portare a rispettare la pietas verso il defunto. A cominciare dalla scelta della chiesa che «non dovrebbe esprimere tanto un posto scelto per motivi di praticità, di gusto o di richiamo affettivo, quanto indicare l'ambiente umano e cristiano appropriato e confacente».
Sappiamo bene, però, che molti funerali si svolgono con la presenza del defunto che non ha mai messo piede in una chiesa. E qui che la nota di Suetta si fa necessariamente severa perché va a toccare il tema del "diritto al funerale" che non può essere assoluto ma «richiede la congruenza del rito con la presumibile disposizione dell'estinto». E tanto più se il defunto «prima della morte non diede alcun segno di pentimento, deve essere privato delle esequie ecclesiastiche».

LA DISCIPLINA ECCLESIASTICA CHE MOLTI DIMENTICANO
Alcuni casi? Quelli che il can. 1184 § 1 della disciplina ecclesiastica norma da tempo, anche se molti preti fanno finta di dimenticarla: «Quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana e gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli»
E si badi: «La notorietà della contrarietà alla fede non deve risultare da una sentenza, basta che sia una situazione di fatto pacificamente conosciuta» mentre «dare pubblicità del pentimento evita il pericolo di scandalo». Per questo «la privazione delle esequie non esprime un giudizio sul defunto ma una forma di tutela della comunità e di rispetto della presumibile volontà per fatti concludenti dell'estinto».
E veniamo così al tema della massoneria che ha infiammato le cronache agostane dopo lo scoop della Bussola del funerale negato in diocesi di Roma ad una figura apicale delle logge e che ha trascinato in una reazione a catena anche la decisione di Suetta su un caso simile: «A chi aderisce ad associazioni o partiti anticristiani, per questa stessa loro scelta, le esequie ecclesiastiche non sono loro possibili. L'assoluta inconciliabilità fra la fede cattolica e l'adesione alla massoneria è stata fermamente e chiaramente ribadita dall'allora Congregazione per la Dottrina della Fede nella Dichiarazione sulla massoneria, del 26 novembre 1983».
Nel ricordare che «rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche», Suetta ricorda così che «i fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione».
Molto spazio viene dato a spiegare le motivazioni per cui «è impossibile benedire quei defunti che muoiano nella condizione di non poter avere le esequie ecclesiastiche, perché́ sarebbe contraddire la verità stessa del segno della benedizione ed il suo significato più reale, riducendola - invece - quasi ad un mero atto esteriore, ad una formalità, o - peggio - assimilandola ad una "azione magica"».
C'è spazio anche per la cremazione. Suetta la affronta ricordando che «non è un'alternativa alla sepoltura». L'una è sostenuta, l'altra (la cremazione) è soltanto tollerata purché «non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana» (can. 1176 § 3).
Però, e questo è un passaggio che dovrebbe interessare molti cattolici, ormai convinti della piena bontà della cremazione «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell'aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti».
Altre interessanti disposizioni sono contenute nel capitolo finale. Tra queste il non concedere l'autorizzazione e nemmeno l'uso dell'ambone per commiati o interventi. Al massimo per questo tipo di interventi si può valutare la messa a diposizione di un momento fuori dalla chiesa o al cimitero; così come si proibisce l'introduzione in chiesa di oggetti appartenenti al defunto che sono estranei alla celebrazione; e infine ammettere alla proclamazione delle letture soltanto fedeli noti al sacerdote. E su questi, molti parroci potrebbero capitolare.

Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Il vademecum di Suetta libera vivi e morti dalle esequie creative" parla del vescovo di Ventimiglia-San Remo che dà l'estremo saluto alle trovate di parenti e preti più intenti a esaltare il defunto che a pregare per la sua anima e onorarne il corpo. E anche a chi resta la sobrietà dei riti e la speranza cristiana offrono maggiore conforto di un ricordo mondano. Il testo non fa che ribadire l'insegnamento della Chiesa, così ovvio e così dimenticato da far notizia.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 agosto 2026:

Bisogna essere grati a mons. Antonio Suetta per il suo vademecum per le esequie ecclesiastiche. Perché è raro oggi trovare dei vescovi che difendano i riti della Chiesa, nella consapevolezza che quando questi riti possono esprimersi senza essere sfigurati dalla "creatività" umana, essi raggiungono pienamente quello scopo per cui sono stati istituiti. Nel caso delle esequie, il vescovo di Ventimiglia-San Remo ricorda quanto la Chiesa insegna nel suo diritto universale, ossia che essi hanno la finalità di pregare per il defunto, onorarne il corpo e offrire ai vivi, in particolare alle persone più vicine al defunto, conforto e speranza.
Pregare per il defunto: già su questo punto è necessario correggere la traiettoria. E non di poco. Il rito della Chiesa domanda indulgenza e perdono, supplica Dio di liberare dai vincoli della morte, di lavare da ogni colpa, umilmente osa chiedere che accolga l'anima del defunto nella pace eterna; in poche parole, riconosce il peccato che si attacca alle nostre anime come la polvere ai nostri piedi, e chiede a Dio, ancora una volta, di avere pietà e di mostrare la sua misericordia. Di contrasto abbiamo invece le libere parole di amici e parenti, e persino dello stesso sacerdote, che sentenziano che il defunto è già nella casa di Dio, gode già della beatitudine e della pace, quasi fosse un martire della fede. Sentenziano, quando addirittura non ostentano, i meriti - talvolta reali, più spesso presunti - dell'estinto, quasi che il Signore sia tenuto per stretta giustizia a dargli il Paradiso. Quando poi questi "meriti" riguardano realtà meramente umane o persino quelli che oggettivamente sono vizi, peccati, ideologie non cristiane, la deriva è completa.
Allora, in questo caso, la fedeltà alla sobrietà del rito diventa essenziale per ricordare una verità di estrema importanza: nessuno di noi parte da questo mondo immacolato, nessuno di noi ha dei meriti tali da poter esigere il Paradiso. Tutti noi abbiamo bisogno di essere purificati nel fuoco salvifico del Purgatorio, tutti noi ci poniamo davanti a Dio con l'umile e fiduciosa supplica del povero mendicante, e non con la boria di chi pretende e vuole comandare anche in casa del Padreterno. Ed è per questo che si prega per il defunto.
Onorare il corpo. Il rito funebre prevede l'aspersione e l'incensazione di quel corpo che, con il battesimo, è divenuto tempio dello Spirito Santo. Tempio spesso misconosciuto, insozzato, profanato, ma pur sempre "luogo" dedicato al culto di Dio. Quel corpo viene onorato perché la Chiesa esprime la fede che risorgerà quando Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti ed instaurare il suo Regno senza fine. Come insegna san Paolo «si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1Cor 15, 42-44). Il segno della sepoltura è centrale per la fede cristiana nella risurrezione della carne: ciò che è stato tratto dalla terra, alla terra ritorna, per risorgere dalla terra incorruttibile, glorioso, spirituale. Gesù Cristo stesso ha adempiuto, nobilitato e finalizzato questo segno della sepoltura. Si fa dunque fatica a comprendere come possa un cristiano preferire la cremazione, consegnare il corpo del defunto al fuoco, anziché alla terra. È piuttosto evidente che il grande segno illustrato da san Paolo non è più presente con la cremazione, ma viene anzi sfigurato dall'inquietante segno della consegna al fuoco e della distruzione violenta del corpo.
Mons. Suetta sembra ormai l'unico a ricordare che, per la Chiesa, «l'una (la sepoltura) è sostenuta, l'altra (la cremazione) è tollerata», e ad esortare che «nella pastorale conviene ricordare e motivare di più il significato e il pregio della sepoltura». L'andazzo generale è che se la cremazione non è proibita, allora essa è un'opzione di pari livello della sepoltura. La volontà non più cristianamente formata del defunto o dei parenti, le ragioni "economiche" e di gestione delle tombe finiscono per prevalere persino sull'insegnamento di san Paolo! Ormai il segno dell'interrare il seme corruttibile (il corpo mortale), per ravvivare la fede che risorgerà incorruttibile, è sempre più raramente sotto gli occhi dei cristiani e di tutti gli uomini. Risultato? Che i cristiani comprendono sempre meno la differenza tra la risurrezione della carne e la semplice immortalità dell'anima vagheggiata dai vari spiritualismi religiosi o filosofici.
Il conforto e la speranza dei vivi. La Chiesa è madre del defunto, perché lo accompagna con la sua preghiera, ed è madre anche di chi resta, perché il dolore venga lenito, la fede corroborata, la speranza sostenuta. È bene però chiarire subito che questa terza finalità delle esequie si raggiunge precisamente quando viene permesso al rito di esprimersi per come è, perché il vero conforto proviene dalle verità cristiane rese tangibili nel rito, non dalle nostre invenzioni. Bisogna riabituarsi all'idea che la nostra umanità ha bisogno di essere corretta, purificata, elevata dalla fede e dai riti della Chiesa. Il funerale non è il momento in cui si dà sfogo alla nostra umanità decaduta, incredula e pur sempre limitata, ma quello in cui chiediamo alla Chiesa di togliere la caligine dai nostri occhi, elevare i sentimenti del cuore, guarire le nostre ferite. E quanto più lo spazio delle esequie viene invaso da ciò che è mondano, tanto meno questa guarigione interiore può avvenire.
Sia concesso un inciso. Quando si prende in mano il Graduale romanum, libro liturgico della Chiesa del rito riformato da Paolo VI, si trova che le bellissime antifone della Messa esequiale (eccettuata, purtroppo, la Sequenza del Dies iræ) sono rimaste pressoché al loro posto. Bisogna ascoltarle e riascoltarle per capire cos'è realmente il conforto che offre la Chiesa. Dal Requiem æternam dell'Introito all'antifona alla Comunione In Paradisum è tutto un toccare ripetutamente con le note della grazia le corde più intime dell'animo umano, per farle risuonare in accordo con le melodie del cielo; nessuna tristezza eccessiva, nessun cedimento alla disperazione, nessuna gioia fuori posto: tutto è armonizzato, modulato, nobilitato. E allora, il fatto che queste antifone gregoriane non si cantino più nei funerali, non è forse un furto a danno dei fedeli?
Mons. Suetta ha altresì il merito di ricordare che il rito funebre cattolico non è un diritto imprescindibile. Possono ottenere le esequie cristiane quei fedeli che dispongono la propria vita in modo da avere le condizioni basilari per riceverli. I riti della Chiesa sono pubblici: non si possono fare scelte pubbliche contrarie a quanto insegna la Chiesa e poi pretendere che la Chiesa celebri le esequie. Prima che la soddisfazione di un desiderio del defunto o dei suoi familiari, i riti funebri devono esprimere pubblicamente la fede della Chiesa: se il defunto ha apostatato dalla fede, ha aderito all'eresia e allo scisma, ha scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede, ha aderito pubblicamente a qualcosa che la Chiesa indica come gravemente peccaminoso, senza dare alcun segnale di ravvedimento prima di morire, le esequie devono essere negate non perché la Chiesa ritenga dannato il defunto, ma perché, trattandosi di un rito pubblico, essa deve evitare lo scandalo dei fedeli. Perché le ragioni pastorali non valgono solo nei confronti delle persone più vicine all'estinto, ma anche e primariamente per tutto il popolo di Dio, che non dev'essere indotto in errore dalla falsità dei segni.
Le indicazioni di mons. Suetta sono ovvie per qualunque cristiano conosca minimamente l'insegnamento della Chiesa, ma susciteranno mal di pancia e faranno digrignare i denti per il semplice fatto che l'andazzo anormale è diventato la nuova normalità. È in fondo il silenzio assordante della Conferenza Episcopale Italiana su queste verità a far sì che il vademecum di Suetta sia una notizia.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18 agosto 2026

2 - BUD SPENCER, UN PIATTO DI SPAGHETTI IN PARADISO
A dieci anni dalla morte di Carlo Pedersoli ricordiamo che l'attore ha vissuto il successo con umiltà ed ha affrontato la morte senza timore, guidato dalla fede (VIDEO: Chuck Norris & Bud Spencer)
Autore: Samuele Pinna - Fonte: Sito del Timone, 27 giugno 2026

Dieci anni fa lasciava questa terra per una realtà superiore Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli (1929-2016). Lo stesso attore era solito ripetere che la vita reale è un'altra, mentre quella che viviamo tutti i giorni è virtuale: «Se tutto fosse vero», ha lasciato scritto, «sarebbe virtuale. Se tutto fosse virtuale sarebbe vero». E aggiungeva: «Sono sempre più appassionato della vita ogni giorno che passa, ma la morte non mi spaventa. Perché credo che in realtà non si muore, e che la nostra anima sia viva anche dopo aver lasciato la terra. Anzi, sono certo che la vita continua. Intanto affronterò la morte, in ogni caso, con dignità e con la stessa dignità affronterò il giudizio di Dio».
Campione di nuoto, definì così il suo personale modo di intendere lo sport: «Devi avere la decenza che quando entri in queste fasi della tua vita, devi capire sempre che non sei da solo, c'è Qualcuno, che si chiama Dio, che ti ha fatto e decide per te». Precisò, inoltre, che quanto aveva realizzato nella vita era dovuto alla filosofia assimilata durante la sua formazione sportiva. Mentre, infatti, il successo nel cinema gli era stato dato dal pubblico - ricordava spesso -, il primato di un nuotatore è deciso da un cronometro, ossia da un parametro oggettivo. Quando intuì che le vittorie sportive potevano ormai - vista l'età - trasformarsi in sconfitte, decise di dare una svolta al suo stile di vita: «Ebbi come una folgorazione», spiegò. «Mi chiedevo: "ma tu chi sei?", perché non lo sapevo."Hai fede in qualche cosa?"». E «così», confessava «ho scoperto solo da adulto di essere credente». E siccome le grazie sovrabbondano, insieme alla fede contribuì al cambiamento di Carlo anche l'incontro con la donna incantevole che sarebbe stata compagna di tutta una vita, colonna della famiglia e vero e proprio "carrarmato", come Bud la soprannominava: Maria Amato.

IL CINEMA LO VOLEVA
Dopo l'inevitabile tramonto della carriera sportiva, fu il cinema a "volerlo" a ogni costo. Erano gli anni del western all'italiana, con 440 film girati dagli anni Sessanta, e in questo filone "nasce" Bud Spencer. Difatti - ricordava non senza ironia -, «in tutto questo fermento fatto perlopiù di pistole e speroni, Carlo Pedersoli cosa faceva? Ingrassava!». Il cineasta e scrittore Giuseppe Colizzi cercava un attore per una sua pellicola e Carlo aveva l'esatta fisionomia richiesta. Bud Spencer raccontava che, durante un colloquio alquanto comico, ammise di non possedere nessuna delle abilità richieste, ma di aver bisogno di lavorare. Un imprevisto - l'infortunio dell'attore inizialmente scelto come protagonista - portò Terence Hill a prendere il posto a fianco di Bud. Con il film Dio perdona... Io no!, il campione di nuoto Carlo Pedersoli lasciava spazio all'attore Bud Spencer, dando vita - insieme a Terence - a una delle coppie più riuscite della storia del cinema. Grazie a quel lungometraggio iniziava una carriera straordinaria per due attori amatissimi in tutto il mondo. Quell'esperienza, che doveva essere momentanea, aprì invece a un'invidiabile popolarità: se era "inciampato" nell'ambiente dello spettacolo, vi rimase ancorato perché il pubblico continuava fortemente a volerlo, credendo in "Bud Spencer" più di quanto ci credesse Carlo Pedersoli.
Tra i grandi film di successo, quelli girati con l'amico Terence Hill inaugurarono un nuovo genere comico, capace di trasmettere messaggi moralmente buoni. Da Lo chiamavano Trinità (1971) fino a Botte di Natale (1995), questo miscuglio di comicità, valori positivi, chiara presa di coscienza del bene (per cui letteralmente lottare) e del male (da estirpare, anche a cazzotti se necessario) si ripresenterà in tutte le pellicole della coppia. Entrambi hanno poi dimostrato nelle loro esistenze umiltà e attaccamento ai valori (cristiani), nonostante la fama raggiunta a livello planetario. Del resto, Terence ha dichiarato, rispondendo a chi gli chiedeva cosa fosse per lui il cinema: «A parte il fatto che mi piace, per me è la mia vita, è il modo di esprimermi, che poi è un privilegio. Tutti quanti noi abbiamo bisogno di esprimerci, siamo stati creati per continuare a creare, anche nel nostro piccolo, anche facendo un piatto di spaghetti fatto bene. Quella è la creazione». Terence è, inoltre, convinto che il suo primo incontro con Carlo non sia stato frutto del caso, anche se all'apparenza potrebbe apparire così: «Quando Giuseppe [Pedersoli] mi ha comunicato che Bud era andato via, mi trovavo ad Almeria, in Spagna, nello stesso punto dove ci siamo incontrati la prima volta, per girare il nostro primo film. Dopo la confusione, il dispiacere, anche il dolore, è arrivata una sensazione di calma, quasi di gioia: ho capito che niente succede per caso, che la vita è eterna e che Bud aveva la gioia».

LA FEDE L'HA SCOPERTA TARDI
Se la fede - come Bud stesso racconta - l'ha scoperta tardi, è il tempo trascorso nella giungla amazzonica tra gli indios a consentirgli di riscoprire il suo essere credente: «Fu lì, tra loro, che capii che credevo in Dio, che ne avevo bisogno. Riflettevo sul sacrificio di Cristo per noi. Una morte atroce, con cui Dio ci mette sempre in guardia dallo scegliere il male. Da allora non posso stare senza Dio e la Chiesa. E oggi, a 83 anni, vivo anche nel rispetto costante della morte che si avvicina. Sono convinto che solo quando arriverà capiremo tutto». Tale convinzione ha permesso a Carlo di non temere la morte, perché - aveva dichiarato - «siamo tutti destinati a morire. Da cattolico, provo curiosità, piuttosto».
Nonostante la grande notorietà mantenuta sino alla fine della vita terrena, per Bud fu decisivo il rapporto con Dio: «Nella mia vecchiaia avanzata ho bisogno della religione più che mai. Ho bisogno della fede. Credo in Dio, è ciò che mi salva. E prego. Perché? Perché riconoscono in modo sempre più forte come sia nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore. Lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota». La fede, al contrario, diventa preminente: «Non posso vivere senza credere. Per esempio, il fatto che io credo mi è dato innanzitutto perché i miei genitori me l'hanno data [la fede], me l'hanno portata e me l'hanno fatta vivere; nel momento che io esco da solo nel mondo, devo capire quali di queste religioni, a quale di questo mondo, io appartengo. E devo dire non che ho studiato le altre religioni, ma le ho lette, ma mi è rimasta sempre la mia cattolica cristiana. Questo fatto è la cosa che mi manda avanti e mi dà la certezza che qualcosa dopo succederà». Di fronte a questa certezza, come ha dichiarato al Welt am Sonntag, Bud Spencer non ha alcun dubbio sulla scelta dell'ultimo pasto prima della morte né sulla compagnia con cui consumarlo: «Spaghetti. Con Gesù Cristo».

VIDEO: Chuck Norris & Bud Spencer (3 minuti)
Entrambi amavano Gesù Cristo: Chuck Norris (evangelico) e Bud Spencer (cattolico).
Video ironico generato tramite intelligenza artificiale.


https://www.youtube.com/watch?v=GH--vRc7wAM

CHUCK NORRIS, IL ''DURO'' CHE NON SI VERGOGNAVA DI GESU' CRISTO
Il protagonista di Walker Texas Ranger, morto a 86 anni, era un cristiano senza complessi che incarnava esattamente ciò che il mondo moderno odia (VIDEO: Chuck Norris)
di Don Stefano Bimbi
https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8489

Fonte: Sito del Timone, 27 giugno 2026

3 - NEPPURE LO STATO DI NECESSITA' GIUSTIFICA I VESCOVI SENZA IL PAPA
Nel 1791 Pio VI proibì le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, anche davanti alla gravissima crisi della Chiesa dovuta alla Rivoluzione francese
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza romana, 5 agosto 2026

La Rivoluzione francese non provocò soltanto la caduta dell'Antico Regime, ma investì direttamente la costituzione della Chiesa. Con la soppressione delle antiche diocesi, la confisca dei beni ecclesiastici e la nazionalizzazione del clero, l'Assemblea Nazionale Costituente intese costruire una Chiesa subordinata allo Stato. Il 12 luglio 1790 fu approvata la Costituzione civile del clero, che trasformava radicalmente l'organizzazione ecclesiastica francese: le diocesi venivano ridotte da 135 a 83, in corrispondenza con i nuovi dipartimenti; i vescovi e i parroci non sarebbero più stati nominati dall'autorità ecclesiastica, ma eletti dai cittadini, anche non cattolici, mentre ogni rapporto con la Santa Sede risultava fortemente limitato. 
Il 27 novembre 1790 l'Assemblea impose a tutti gli ecclesiastici il giuramento di fedeltà alla nuova Costituzione. Poiché quasi tutti i vescovi francesi rifiutarono di prestarlo, il governo rivoluzionario decise di sostituirli con una nuova gerarchia. Il corpo elettorale, composto prevalentemente da laici, anche protestanti, scelse ottanta vescovi, che avevano però bisogno di ricevere la consacrazione episcopale. Era necessario dunque trovare almeno un vescovo disposto a consacrare gli eletti, senza il mandato pontificio. Il primo a rompere la disciplina ecclesiastica fu Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (1754-1838), vescovo di Autun, che il 24 febbraio 1791, assistito da mons. Jean-Joseph Gobel, vescovo in partibus di Lidda e da mons. Jean-Baptiste Miroudot du Bourg, vescovo in partibus di Babilonia, consacrò, nella chiesa dei preti dell'Oratorio del Faubourg St-Honoré, Louis-Alexandre Expilly de La Poipe, eletto vescovo costituzionale del Finistère (Quimper), e Claude Marolles, eletto vescovo costituzionale dell'Aisne (Soissons). Essendo stato rispettato il rituale tradizionale, le loro consacrazioni furono considerate valide, quantunque gravemente illecite. I primi vescovi ne consacrarono altri e questi altri ancora, dando origine a una gerarchia parallela a quella della Santa Sede. Tra il 1791 e il Concordato del 1801 furono consacrati circa ottantaquattro vescovi costituzionali, anche se il numero varia leggermente a seconda che si computino le sostituzioni intervenute nel corso del decennio rivoluzionario.

LE NUOVE GERARCHIE COSTITUZIONALI SONO SCISMATICHE
Uno dei nuovi consacrati, l'abbé Henri Grégoire, vescovo costituzionale di Blois, scriveva il 24 marzo 1791 a Pio VI: «Ho ricevuto l'istituzione canonica e sono stato regolarmente consacrato: professo di spirito e di cuore la religione cattolica, apostolica e romana. Dichiaro che sono e sarò sempre, con l'aiuto di Dio, unito e in comunione con voi, che, in qualità di successore di San Pietro, avete il primato di onore e di giurisdizione nella Chiesa di Gesù Cristo. Supplico Vostra Santità di accordarmi la sua benedizione» (Jean de Viguerie, Christianisme et Révolution,Nouvelles Éditions Latines, Paris 1986, p. 97). Tuttavia, l'abbè Grégoire morì nel 1831 senza essersi riconciliato con la Chiesa, mentre sette anni dopo, il principe di Talleyrand, scomunicato come Grégoire, firmava la ritrattazione dei suoi errori e moriva confortato dai sacramenti (cfr. Rétractation, in Mémoires, Calmann Lévy, Paris 1892, vol. V, pp. 482-483).  
I promotori della nuova gerarchia sostenevano di trovarsi in stato di necessità.
Le loro argomentazioni possono essere riassunte in quattro punti: 
1) la Chiesa di Francia rischiava di rimanere priva di pastori; 
2) era necessario assicurare ai fedeli la continuità della vita sacramentale;
3) il Papa, ostacolato dalle circostanze politiche, non era in grado di provvedere e, di conseguenza,
4) in una situazione tanto grave, i vescovi potevano supplire temporaneamente all'intervento della Santa Sede. 
Pio VI intervenne con il breve Quod aliquantum, del 10 marzo 1791, nel quale condannò la Costituzione civile del clero come contraria alla costituzione divina della Chiesa e lesiva dei diritti della Sede Apostolica. Poche settimane dopo, il 13 aprile, pubblicò il breve Charitas quae, diretto a tutta la Chiesa di Francia, nel quale dichiarò nulle le elezioni dei nuovi vescovi, sacrileghe le consacrazioni compiute senza mandato pontificio e soggetti alle pene canoniche tanto i consacranti quanto i consacrati (Ugo Bellocchi, Tutte le encicliche e i documenti pontifici, Libreria Editrice Vaticana, vol. II, pp. 182-195). Il Papa dichiarò sospesi dall'esercizio dell'ordine episcopale i vescovi sacrileghi e che «siano ugualmente sospesi dall'esercizio dell'ordine sacerdotale e da qualunque altro ordine tutti coloro che prestarono aiuto, opera, consenso e consiglio a tali esecrande consacrazioni» (p. 192).
Pio VI non negava la gravità della situazione rivoluzionaria, ma respingeva la conclusione che da questo contesto si voleva trarre. Nessuna emergenza, per quanto drammatica, poteva autorizzare la violazione dell'ordine gerarchico stabilito da Cristo. Nel Charitas quae emerge infatti un principio ecclesiologico fondamentale: la successione apostolica non consiste soltanto nella validità sacramentale dell'episcopato, ma implica anche la comunione gerarchica con il Romano Pontefice. Un vescovo consacrato validamente, ma senza il necessario mandato della Santa Sede, può ricevere il carattere episcopale, ma esercita il proprio ministero contro l'ordine giuridico della Chiesa. Per questo motivo Pio VI dichiarò scismatiche le nuove gerarchie costituzionali.

NEPPURE PER STATO DI NECESSITÀ
La fermezza del Pontefice emerse soprattutto nella vicenda del cardinale Étienne-Charles de Loménie de Brienne (1727-1794). Questi aveva cercato di giustificare il giuramento prestato alla Costituzione civile sostenendo che esso non implicava un'adesione interiore (consensus animi) e aveva confidato al Papa di essere tormentato dal dubbio se consacrare o meno i nuovi vescovi eletti dallo Stato. Pio VI gli rispose con una lettera del 23 febbraio 1791, poi richiamata nel Charitas quae, intimandogli di ritrattare pubblicamente il giuramento, sotto pena della privazione della dignità cardinalizia e delle altre sanzioni canoniche. Soprattutto, gli proibì formalmente di consacrare gli pseudo-eletti, «neppure per stato di necessità» (ne quidem necessitatis causa). «Si tratta infatti di un diritto che spetta unicamente alla Sede Apostolica, sulla base di quanto fissato dalle norme del Concilio di Trento, e che nessuno dei Vescovi o dei Metropoliti può arrogarsi; in caso contrario, Noi siamo obbligati dal nostro dovere apostolico a considerare scismatici tanto coloro che consacrano quanto coloro che sono consacrati, e di nessun valore tutti gli atti che sia gli uni sia gli altri andranno producendo» (Breve Charitas quae, cit., p. 187). Quest'ultimo passo costituisce uno dei documenti più significativi del Magistero pontificio sul tema dello stato di necessità. Pio VI non si limita infatti a condannare le consacrazioni dei vescovi costituzionali, ma esclude esplicitamente che una situazione di necessità potesse autorizzare un vescovo a consacrarne altri contro la volontà della Santa Sede. Lo stato di necessità poteva spiegare la gravità delle circostanze, ma non creare una potestà che la Chiesa non aveva conferito. Il diritto di istituire i vescovi rimaneva riservato alla Sede Apostolica e nessuna emergenza poteva sospendere questo principio.
Il caso dei vescovi costituzionali francesi rappresenta quindi un importante precedente storico nella discussione sul rapporto tra stato di necessità e consacrazioni episcopali senza mandato pontificio. Il Papa riconobbe la gravità della crisi, ma negò che essa potesse sospendere i principi fondamentali dell'ordine gerarchico della Chiesa. La comunione con il Successore di Pietro non era, ai suoi occhi, una norma disciplinare derogabile in tempi eccezionali, bensì un elemento essenziale dell'ordine ecclesiale voluto da Cristo. Per questo motivo il Charitas quae rimane ancora oggi uno dei testi di riferimento imprescindibili per lo studio storico, teologico e canonistico delle consacrazioni episcopali compiute senza mandato pontificio.

DOSSIER "LEFEBVRIANI? NO, GRAZIE!"
Non possiamo andare via dalla Chiesa Cattolica

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Fonte: Corrispondenza romana, 5 agosto 2026

4 - CROCE NO, CORSI ISLAMICI SI: LAICITE', MA SENZA EGALITE'
In Francia una croce cristiana è considerata contraria al secolarismo, mentre il Ramadan e i corsi di formazione musulmana vanno benissimo
Autore: Manuela Antonacci - Fonte: Sito del Timone, 19 giugno 2026

Una semplice croce appesa a un muro può arrivare a diventare un grosso problema accademico? In Francia, all'Università di Caen, pare proprio di sì! Almeno è quello che è accaduto all' organizzazione studentesca UNI, presente all'interno dello stesso ateneo, costretta a rimuovere una croce appesa nei locali della propria associazione. Una richiesta arrivata tramite mail, fatta in nome del principio di laicità. La direzione dell'università, infatti, riteneva che la presenza di questo simbolo cristiano non fosse compatibile con le regole vigenti all'interno dell'università. Eppure all'UNI tutto questo sa tanto di discriminazione religiosa finalizzata semplicemente a censurare una delle manifestazioni simboliche più importanti del cristianesimo.
Questione ulteriormente controversa, se si riflette sul fatto che il simbolo religioso non è stato installato in un anfiteatro o in qualsiasi altro luogo pubblico, ma in una stanza assegnata ad un'associazione studentesca che, quindi avrebbe lo scopo proprio di permettere agli studenti di portare avanti liberamente le loro attività, compresa la possibilità di esprimere tranquillamente la loro identità.
Ma la questione si fa ancora più interessante se si pensa che per altre iniziative che si svolgono all'interno dell'università si chiudono, non uno ma due occhi.
Come fa notare l'UNI l'Associazione degli Studenti Musulmani di Francia (EMF) di Caen organizza regolarmente attività relative alla pratica dell'Islam pubblicamente. Sulla loro pagina instagram invitano i membri a una serata sul tema "Come vivere bene il proprio Ramadan come studenti". I video della suddetta serata mostrano, infatti, studentesse velate presso il campus universitario. Inoltre, sul loro sito web EMF dichiarano apertamente di voler "normalizzare la presenza musulmana in Francia".
Per l'UNI, è difficile capire perché una semplice croce cristiana possa essere considerata un problema per la laicità, mentre le attività legate al Ramadan o addirittura alla formazione religiosa islamica vengano ammesse senza alcun richiamo di lesa laicità.
Insomma, ci sembra di capire che siamo di fronte ad una laicité ma senza egalité. Eppure la laicità alla francese dovrebbe prendere le mosse proprio dall'egalitè per permettere a tutti di esprimere la propria religiosità. Almeno questo era il principio di ispirazione. Inoltre non siamo nemmeno di fronte all'applicazione cieca di questo principio, ma a quella che pare come una vera e proprio discriminazione in base al credo di appartenenza. Quindi se la legge non è uguale per tutti, non si tratta più di un principio di giustizia ma di un arbitrio ideologico che crea cittadini di serie A e cittadini di serie B. Un odioso doppiopesimo che vorrebbe corrispondere, forse, alla mentalità di certa intellighenzia (magari anche accademica) che vedrebbe in questa meticolosa attività censoria verso i simboli cristiani un adolescenziale atto di emancipazione. E da cosa, verrebbe da chiedersi, dalla propria stessa identità? Dalle proprie stesse radici? In questo modo anche l'egalitè cessa di essere tale e ricorda, piuttosto, la celebre massima di Orwell che ne "La fattoria degli animali" scriveva: «Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri».
Alla faccia dei valori della République!

Fonte: Sito del Timone, 19 giugno 2026

5 - NEL NUOVO FILM ROBIN HOOD E' SANGUINARIO, MA POI CAMBIA VITA (SENZA CONVERTIRSI)
Epico, attori straordinari, girato benissimo, ma il cristianesimo è roba del passato, come fosse ormai un inutile involucro vuoto
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22 agosto 2026

Ok, lo dico subito: per me, "Robin Hood. Il prezzo del sangue" (Michael Sarnoski, 2026) batte "Odyssey" cinque a zero. Ora possiamo parlare del nuovo film sull'arciere di Sherwood.
Siamo nel XIII secolo, in Irlanda. Qui si è rifugiato Robin Hood, che passa le giornate a uccidere quanti cercano vendetta per i familiari che lui stesso ha massacrato negli anni. Perché questo Robin non è un eroe: è un violento e spietato rapinatore e assassino.
Mentre è intento a lavarsi dalle mani il sangue dell'ennesimo omicidio, lo raggiunge l'amico e compagno di mille delitti, Little John. Ha cambiato vita: si è sposato, ha una figlia e fa il contadino. Grazie alla moglie si è convertito e ora, invece di uccidere, prega.
Ma ha bisogno di aiuto: un clan di vichinghi gli ha sottratto moglie, figlia e fattoria. Da solo non può vendicarsi. E così chiede aiuto al vecchio amico. Robin, dapprima, rifiuta; John lo tenta promettendogli una grande battaglia e lui, a quel punto, accetta. Non per la battaglia, ma per la morte gloriosa che, finalmente, possa dargli pace e interrompere una vita di delitti che non sembra avere fine.
Lo scontro è violentissimo: i due assassini uccidono gli occupanti, ma la moglie di John viene uccisa. Sangue chiama sangue: questo è il mondo descritto nella prima parte del film. I familiari degli uccisi arrivano per vendicarsi. Robin e John se la cavano anche questa volta, ma il primo è in fin di vita e il secondo è costretto a fuggire con la figlia. La catena della vendetta è una condanna che non si ferma.
Così John porta Robert - o meglio, il Robert spogliato della sua leggenda - su un'isola, che in realtà è un monastero. La superiora cura le ferite del vecchio fuorilegge e Robin, finalmente, comincia a cambiare. Non solo nel corpo: sembra aprirsi per lui la possibilità di interrompere la catena di vendette che ha scatenato e che lo perseguita senza tregua.
Che dire del film? Epico, retto da un'idea originale: non ci sono eroi, anche se ne abbiamo bisogno: siamo tutti peccatori. La fotografia è splendida, la regia molto curata e la colonna sonora perfettamente adeguata alla narrazione e alle immagini.
Hugh Jackman è, al solito, immenso con la sua fisicità importante ma mai sopra le righe. C'è parecchia violenza nella prima parte del film, ma non è gratuita: serve proprio a evidenziare il cambiamento di Robin nella seconda parte. Per resa visiva, ritmo, fotografia e recitazione, Sarnoski dimostra una maturità registica notevole.
Nel complesso, mi sembra molto più solido nella scrittura, nei dialoghi e nei personaggi rispetto al film di Nolan.
Tutto bene, quindi? Ovviamente: no. Il film ha un problema grosso come una casa. Con il cristianesimo.
C'è un dettaglio curioso nell'edizione italiana: una preghiera che nell'originale è rivolta a Dio sembra essere stata resa come una preghiera alla Madonna. Se è davvero così, sarebbe un errore teologico piuttosto grossolano. Ma non è questo il punto.
Il monastero non ha simboli religiosi, nemmeno un crocifisso; la chiesa c'è - si vede - ma nessuno ci entra, non ha un ruolo. Non ci sono sacramenti né preghiere. La superiora (una bellissima Jodie Comer) non ha praticamente nulla della suora: accoglie, cura... ma potrebbe benissimo essere una guaritrice, una psicologa o, perché no, una strega. C'è, in effetti, nell'isola, un posto un po' particolare: una grotta, con una specie di altare di pietra sempre illuminato da candele; ma non c'è altro. Non un crocifisso, né un tabernacolo, nulla. Un buco, sul soffitto, lascia intravedere le stelle, oppure la tempesta. E la superiora, proprio in quello che dovrebbe essere il luogo più... speciale dell'isola, vi si reca per un gesto di autoerotismo. È difficile immaginare una rappresentazione più eloquente di ciò che è accaduto al cristianesimo nel film: il luogo sacro è rimasto, ma il sacro è scomparso. Al suo posto: il nulla.
Quanto sarebbe stato più chiaro ed evidente il cambiamento di Robert, se fosse stata una conversione religiosa... ma niente. Robin non viene redento: semplicemente cambia. E alla fine decide anche della propria morte. Non c'è più bisogno di una religione che dia un senso alla vita e alla morte: la morte stessa diventa una scelta, l'ultima espressione della propria libertà.
Tirando le somme, condivido l'impressione che questo film ha suscitato in me. Un racconto ambientato nel medioevo irlandese, una storia di cambiamento, doveva avere un elemento religioso. Ma, di preciso, cosa sia questa religione, nessuno più lo sa. C'entrano qualcosa le preghiere, la madonna, il perdono dei peccati... Ci sta bene un monastero su un'isola, il protagonista femminile può benissimo essere una religiosa, perché no. Ma cosa sia, questa religiosa, non è chiaro. Una guaritrice? Una psicologa? Una donna con una storia drammatica, con un passato importante, con una grande sofferenza? Resta l'estetica, del cristianesimo; un involucro vuoto.
Non è ciò che è accaduto alla nostra società? A furia di parlare di amicizia durante le ore di religione cattolica e di immigrazione e condizionatori durante le prediche, anche la religione cattolica è diventata una storia. Un bel mito per incantare i bambini, una rassicurante leggenda; come quella di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
Qualcosa che appartiene al passato e della quale ormai non resta che un'ombra destinata a svanire.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22 agosto 2026

6 - LETTERE AL SACERDOTE: QUANDO IN FAMIGLIA COMANDA IL RICATTO EMOTIVO
Cedere per evitare scenate, silenzi e accuse non porta la pace, ma rafforza il problema: amare una figlia significa anche saper dire di no con fermezza, senza rinunciare all'affetto per lei (e alla serenità degli altri figli)
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: Redazione di BastaBugie, 2 settembre 2026

Gentile Redazione,
sono una mamma e vi scrivo perché in famiglia ci troviamo da tempo in una situazione che sta diventando sempre più pesante e vorrei capire come interpretarla e soprattutto come comportarci.
Abbiamo una figlia, Giulia, ormai abbastanza grande da comprendere le conseguenze dei propri comportamenti. È una ragazza a cui vogliamo molto bene e che ha anche tante qualità, ma da diversi anni abbiamo notato che, quando desidera qualcosa e noi non siamo d'accordo, difficilmente riesce ad accettare un no.
Non si limita a manifestare il proprio dispiacere o a cercare di convincerci. Spesso comincia una discussione che può andare avanti molto a lungo, torna continuamente sull'argomento, si arrabbia, alza i toni, ci accusa di non capirla o di non volerle bene. Altre volte smette di parlarci, diventa fredda e ostile per giorni, risponde male o crea in casa un clima talmente pesante che alla fine tutti siamo esasperati.
Può capitare, per esempio, che chieda di uscire, partecipare a qualcosa, modificare un programma familiare o ottenere una determinata concessione. Se diciamo di no, comincia una vera battaglia. Ci spiega cento volte perché secondo lei abbiamo torto, poi passa alle accuse: «Non vi importa di me», «con gli altri siete diversi», «volete soltanto farmi stare male», «tanto non mi capite mai». In qualche occasione ha anche detto frasi del tipo: «Allora non vi parlo più» oppure «ricordatevi come mi avete trattata».
Il problema è che spesso, dopo ore o giorni di tensione, qualcuno di noi finisce per cedere. A volte cedo io perché non sopporto più di vedere tutta la famiglia in questo stato; altre volte è mio marito a dire: «Diamole quello che vuole, almeno finisce questa storia». Può succedere anche che uno di noi cerchi di mantenere il limite mentre l'altro, vedendola stare male o arrabbiarsi sempre di più, intervenga per venirle incontro.
Quando finalmente ottiene ciò che voleva, quasi improvvisamente torna serena, affettuosa e disponibile e in famiglia sembra tornare la pace. Ma alla richiesta successiva ricomincia tutto da capo.
Ci siamo resi conto che ormai molte nostre decisioni vengono prese pensando prima di tutto a come reagirà Giulia. A volte rinunciamo perfino a dirle un no che riteniamo giusto perché sappiamo già che cosa ci aspetta dopo. Anche gli altri familiari cercano di non contrariarla, perché nessuno ha voglia di affrontare giorni di tensione.
La cosa che mi preoccupa maggiormente è proprio questa: mi sembra che, senza rendercene conto, abbiamo cominciato tutti a vivere cercando di evitare le sue reazioni. E nello stesso tempo ho paura che ogni volta che cediamo le stiamo insegnando che, insistendo abbastanza, alla fine può ottenere ciò che vuole.
Non vorrei però essere ingiusta con lei. Non so quanto faccia tutto questo consapevolmente e non credo che sia una ragazza cattiva. Probabilmente soffre davvero quando le diciamo di no e forse in quei momenti si sente realmente non capita. Proprio per questo faccio fatica a capire dove finisca una normale reazione emotiva e dove invece inizi qualcosa di sbagliato nel suo modo di rapportarsi a noi.
Mi domando quindi: si può parlare in una situazione del genere di ricatto affettivo o emotivo? Oppure è un'espressione troppo forte? E soprattutto, come possiamo interrompere questo meccanismo senza diventare freddi o duri con nostra figlia?
Dobbiamo cercare di evitare le situazioni che provocano queste crisi oppure, al contrario, imparare a sopportare la sua rabbia senza cambiare decisione? Come dobbiamo reagire quando smette di parlarci, ci accusa di non volerle bene o continua una discussione fino allo sfinimento? E come possiamo comportarci quando noi genitori stessi non riusciamo a mantenere una linea comune?
Vorremmo aiutarla davvero, ma anche recuperare una maggiore serenità e libertà nella nostra famiglia, perché così abbiamo la sensazione che tutti camminino continuamente sulle uova.
Vi ringrazio se potrete darci un consiglio.
Nicoletta

RISPONDE IL SACERDOTE

Cara Nicoletta,
dalla situazione che descrivi emerge anzitutto una famiglia che vuole bene a Giulia e che proprio per questo ha cercato tante volte di evitare lo scontro, di comprenderla e di ristabilire rapidamente la serenità. È un desiderio buono, ma può accadere che, nel tentativo di conservare la pace, si finisca senza accorgersene per alimentare un meccanismo che fa male sia alla figlia sia agli altri familiari.
Vorrei sottolineare subito un punto: voler bene a una persona non significa darle sempre ciò che desidera, così come dire un no non significa volerle meno bene. Anche nell'educazione dei figli la carità deve sempre andare insieme alla verità e alla responsabilità. La vera pace familiare, del resto, non consiste nell'assenza di ogni tensione ottenuta a qualunque prezzo, ma in rapporti nei quali ciascuno possa amare ed essere amato senza essere costretto dalla paura delle reazioni dell'altro.
Da quello che racconti, mi sembra quindi utile dare un nome al meccanismo che si è instaurato, senza per questo formulare diagnosi su Giulia, né attribuirle necessariamente intenzioni cattive.
Si parla di ricatto emotivo quando una persona, per ottenere ciò che vuole, fa capire agli altri (esplicitamente o implicitamente) che, se non si adeguano, pagheranno un prezzo affettivo: rabbia, silenzio ostile, accuse, scenate, vittimismo, minacce di rottura, colpevolizzazione, ostilità prolungata, ecc. Alla fine gli altri cedono non perché siano convinti, ma per evitare le conseguenze psicologiche del suo disappunto.
Nel vostro caso si è inoltre creato qualcosa di più ampio: un meccanismo familiare nel quale le reazioni di Giulia finiscono per condizionare sempre più le decisioni degli altri. Giulia ha imparato che, aumentando sufficientemente la tensione, prima o poi gli altri cedono. E contemporaneamente la famiglia ha imparato che il modo più rapido per ristabilire la pace è accontentarla. Si crea così un circolo vizioso: lei pretende → gli altri resistono → lei aumenta il conflitto → gli altri cedono → torna la pace → lei impara che il conflitto funziona.
Si può quindi parlare di una dinamica familiare in qualche misura coercitiva, perché le reazioni di Giulia finiscono per condizionare stabilmente la libertà degli altri membri della famiglia. Se poi prevalgono frasi come «se mi volessi bene, faresti questo», «nessuno mi capisce», «allora non vi parlerò più», ecc., la definizione di ricatto affettivo è particolarmente appropriata.
Si verifica inoltre un meccanismo simile a quello che in psicologia viene chiamato "accomodamento familiare" (family accommodation): gli altri familiari modificano progressivamente il proprio comportamento per prevenire o attenuare le crisi della persona. Apparentemente mantengono la pace, ma rischiano involontariamente di rafforzare proprio il comportamento che vorrebbero eliminare in Giulia, oltre a limitare ingiustamente la libertà propria.
Non significa necessariamente che Giulia abbia un disturbo psicologico o che lo faccia sempre con piena consapevolezza. Una persona può aver imparato questa modalità relazionale nel corso degli anni semplicemente perché ha scoperto che funziona.
Il punto decisivo, in questi casi, è che la soluzione normalmente non consiste nel cercare di evitare ogni sua reazione negativa: proprio questo mantiene il meccanismo. Bisogna invece imparare a tollerare la sua protesta senza cedere automaticamente, distinguendo il volerle bene dal fare ciò che pretende.
Non vi sto dicendo di diventare duri con lei. Al contrario: continuate a volerle bene, ad ascoltarla, a riconoscere quello che di buono c'è in lei e ad aiutarla quando è giusto farlo. Ma dovete cercare di uscire dalla logica per cui la serenità di tutta la famiglia dipenda dal fatto che lei venga sempre accontentata.
Se poi questa dinamica dura ormai da molto tempo o condiziona pesantemente tutta la vita familiare oppure dovesse arrivare a minacce gravi, aggressività, distruzione di cose o minacce di farsi del male, credo sarebbe opportuno farvi aiutare anche da uno psicologo o da un terapeuta familiare, indipendentemente dal fatto che lei inizialmente voglia partecipare oppure no. Perché il primo cambiamento può cominciare anche semplicemente dal modo diverso in cui voi imparate a reagire alle sue pressioni.
La cosa fondamentale, secondo me, è questa: dovete farle sperimentare che il vostro affetto per lei non viene meno quando le dite di no, ma nello stesso tempo che rabbia, silenzi, accuse e sensi di colpa non sono strumenti con i quali può decidere per tutta la famiglia.
Continuando a cedere per "mantenere la pace", rischiate in realtà di mantenere proprio il problema. La pace ottenuta accontentandola dopo una lunga pressione non è una vera pace, ma soltanto una tregua: lei impara che, se insiste abbastanza, se si arrabbia, se smette di parlare o fa sentire gli altri in colpa, prima o poi ottiene quello che vuole.
Per questo la cosa più importante sarebbe che voi familiari cercaste, per quanto possibile, di avere una linea comune. Se uno mette un limite e poi un altro cede, il meccanismo inevitabilmente continua. Il messaggio dovrebbe essere semplice e stabile: «Ti vogliamo bene, siamo disponibili ad ascoltarti e a parlarne, ma non cambieremo una decisione soltanto perché ti arrabbi, non ci parli o ci fai sentire in colpa».
Lo so è difficile, ma iniziate con un solo no, concordato in precedenza dai genitori. Un'uscita con gli amici, un vestito da comprare o mettere (se Giulia è adolescente) o questioni più importanti (se è più grande): il no deve essere unanime e deve rimanere un no qualsiasi cosa succeda... sul resto, all'inizio, sorvolate.
In concreto, vi consiglierei anche di non discutere all'infinito. Una decisione può essere spiegata una o due volte; dopo non serve continuare per ore a giustificarsi. Le discussioni interminabili rischiano infatti di diventare esse stesse parte del meccanismo: lei continua finché qualcuno, stremato, cede.
Allo stesso modo, cercate di non cedere quando la protesta aumenta. Se dopo mezz'ora di scenata dite di sì, senza volerlo le insegnate che la prossima volta dovrà semplicemente insistere ancora di più. È proprio nei momenti di maggiore pressione che occorre cercare di rimanere calmi e coerenti.
Dovete anche accettare che lei possa rimanere scontenta, triste o arrabbiata. Voi avete il dovere di volerle bene e di trattarla bene, ma non avete il dovere di impedirle qualsiasi frustrazione. Una persona può essere amata anche mentre le si dice di no. È importante distinguere l'affetto dall'accontentare sempre: «Ti voglio bene anche se questa volta ti dico di no».
Naturalmente non bisogna neppure cadere nel problema opposto: niente minacce, vendette, umiliazioni o silenzi punitivi. Non bisogna rispondere al ricatto con un altro ricatto. Il limite deve essere fermo, ma tranquillo.
Se vi dice: «Allora non mi volete bene», cercate di non entrare in una lunga difesa per dimostrarle il contrario. Potete semplicemente rispondere: «Capisco che tu in questo momento pensi questo, ma noi ti vogliamo bene e questa decisione rimane». Il suo dispiacere non dimostra che la vostra decisione sia sbagliata.
È importante anche lasciare che, almeno qualche volta, arrivino le conseguenze naturali delle sue scelte. Se ogni difficoltà viene sempre eliminata dagli altri per evitare una crisi, lei rischia di imparare sempre meno a tollerare la frustrazione e ad assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Può essere molto utile anche accordarvi in anticipo su come comportarvi quando comincia una crisi: chi parla con lei, fino a che punto si continua la conversazione, quando invece la si interrompe e quando la si riprende. Se decidete tutto sul momento, sotto pressione, è molto più facile che vi dividiate e che qualcuno finisca per cedere.
C'è poi un principio che considero particolarmente importante: non dovete riuscire a convincerla che il vostro limite è giusto prima di applicarlo. Può anche non essere d'accordo. Una decisione familiare ragionevole non diventa legittima soltanto quando lei la approva.
Potete dirle, per esempio: «Capisco che sei molto arrabbiata e siamo disponibili ad ascoltarti. Però non cambieremo questa decisione soltanto per far cessare la tua rabbia. Quando vorrai parlarne con calma, senza minacce, ricatti o accuse, ne parleremo volentieri».
Tenete presente anche una cosa: all'inizio la situazione potrebbe perfino peggiorare. Se fino ad oggi arrabbiarsi, insistere o farvi sentire in colpa ha funzionato, quando improvvisamente non funzionerà più è possibile che lei si senta molto frustrata e arrabbiata e quindi aumenti ancora di più la pressione o le scenate. Proprio questo è il momento nel quale sarà più difficile non cedere, ma anche quello nel quale la vostra coerenza sarà più importante. Se cedete soltanto quando la protesta diventa più forte, le insegnate che deve semplicemente arrivare a quel livello per ottenere ciò che vuole.
Vorrei infine aggiungere una considerazione più propriamente educativa e cristiana. Il Signore vi ha dato il privilegio di veder crescere vostra figlia e di educarla, quindi non vi abbandonerà e vi darà la forza perché anche Giulia ha bisogno che voi non cediate a questo meccanismo. Sul momento probabilmente preferirebbe ottenere ciò che desidera, ma per la sua crescita è molto più importante imparare che si può ricevere un no senza mettere in discussione l'affetto degli altri, che la frustrazione può essere sopportata e che amare significa anche rispettare la libertà di chi ci sta accanto, che può non essere d'accordo o può dire no.
Perciò fermezza e affetto non sono due atteggiamenti contrari. Potete continuare ad abbracciarla, ascoltarla, pregare per lei e con lei, mostrarle tutto il vostro bene e, contemporaneamente, mantenere una decisione ragionevole anche quando lei protesta. Anzi, qualche volta proprio quel no mantenuto con calma può essere una forma più autentica di amore di un sì pronunciato soltanto per paura di una scenata.
Non abbiate dunque come obiettivo immediato quello di evitare ogni conflitto, ma quello di ricostruire poco alla volta rapporti più liberi e più veri. La pace cristiana non è una pace comprata cedendo alla pressione del più forte: nasce dalla carità, dalla verità, dal rispetto reciproco e dalla capacità di perdonarsi quando si sbaglia. E ricordate che state cercando di aiutare vostra figlia perché un giorno uscirà da casa per vivere la sua vita. Voi la state semplicemente preparando ad un fatto inevitabile: le punizioni che le riserverà la vita saranno ben più dure delle vostre!
Fate questo sforzo anche per gli altri figli: anche loro hanno il diritto di vivere serenamente senza farsi condizionare dagli atteggiamenti della sorella, devono capire che a dire no a Giulia non si perde l'affetto di nessuno.
Quindi pregate affinché il Signore vi conceda insieme pazienza e fortezza. Pazienza per non reagire con rabbia alla rabbia di Giulia. Fortezza per non rinunciare al vostro compito educativo quando sarebbe più facile cedere. Se riuscirete a farle capire, attraverso i fatti, «ti vogliamo bene anche quando ti diciamo di no», le starete offrendo non soltanto un limite, ma una preziosa lezione sull'amore.

DOSSIER "LETTERE AL SACERDOTE"
Domande di fede e di vita cristiana

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Fonte: Redazione di BastaBugie, 2 settembre 2026

7 - OMELIA XXIII DOM. T.O. - ANNO A (MT 18,15-20)
Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

Chi sono i destinatari delle raccomandazioni di Gesù raccolte nel brano che è stato letto, e qual è lo scopo vero di questo insegnamento?
Molti hanno pensato di trovare espressa in questo testo la norma della così detta "correzione fraterna" e una direttiva circa il modo con cui va esercitato il perdono. Vale a dire: molti hanno visto in queste frasi la regola di comportamento che il singolo discepolo di Cristo deve seguire nel caso che un suo fratello abbia peccato contro di lui e lo abbia offeso.
Ma, letta così, questa pagina non sembra concordare con quello che Gesù ha detto in altre occasioni e con l'insieme dell'insegnamento evangelico. Da tutto il Vangelo infatti noi impariamo che il cristiano di fronte a un'offesa subita non deve imbastire troppi processi: deve solo perdonare, perdonare subito (se ci riesce), perdonare (come Gesù una volta ha risposto a Pietro) settanta volte sette, cioè sempre, perdonare senza chiasso ma con discrezione, perdonare, se è possibile, senza informare o coinvolgere altre persone.
Che pare esattamente il contrario di quanto è detto nel Vangelo di oggi.
L'enigma si scioglie facilmente appena si viene a sapere che l'esortazione non è indirizzata ai semplici fedeli, ma ai capi della comunità cristiana. Gesù non intende qui rispondere alla domanda: "Come mi devo comportare di fronte al mio fratello che mi offende?" (domanda alla quale ha già risposto altrove); ma a quest'altra: "Come si devono comportare i capi della comunità di fronte a una colpa pubblica, clamorosa, che turba e scandalizza la Chiesa?".
Per questo caso, il Signore traccia con molta chiarezza la linea da seguire: prima l'ammonimento privato (Ammoniscilo fra te e lui solo) perché non si condanna nessuno senza averlo prima ascoltato; poi un ammonimento che resti ancora protetto dal riserbo, ma al tempo stesso possa essere garantito da testimonianze (Prendi con te una o due persone) per prevenire l'astuzia troppo facile di una divulgazione tendenziosa dell'intervento; infine, se questi due atti non portano a un buon risultato, la riprovazione davanti a tutta la Chiesa (Dillo all'assemblea), perché la Chiesa da un lato possa pregare ed esortare perché il prevaricatore si penta e dall'altro sia garantita nel suo diritto di sapere dove sta la verità e dove sta la giustizia. Dopo di che non resta che la scomunica (Sia per te come un pagano o un pubblicano: cioè come uno che non appartiene più alla Chiesa). Dove si vede che la scomunica non è un'invenzione degli ecclesiastici del Medioevo, ma è una precisa direttiva lasciataci dal Signore.
E quasi per dare vigore a questo insegnamento, Gesù estende a tutti gli apostoli (cioè a tutti i capi della Chiesa) la straordinaria prerogativa che poco prima aveva attribuito a Pietro: Tutto quello che legherete sopra la terra, sarà legato anche in cielo, e tutto quello che scioglierete sopra la terra, sarà sciolto anche in cielo. Il che significa: le decisioni ecclesiali che sono prese in conformità alle disposizioni e allo spirito di queste parole di Cristo, hanno valore al cospetto di Dio.
Queste precise direttive del Signore Gesù sulla vita della sua Chiesa (oltre a suscitare in noi ammirazione per le capacità organizzative e il senso concreto della realtà umana che rivelano) ci suggeriscono alcune considerazioni.

IL DOVERE DI REAGIRE DI FRONTE AL MALE PER IL BENE DEL SINGOLO E DELLA COMUNITA'
1. Gesù prende molto sul serio il peccato, soprattutto il peccato che, col pretesto della schiettezza e della autenticità e con la scusa di superare l'ipocrisia, non ha neppure il pudore di nascondersi, e così si pone come fonte di cattivo esempio e di turbamento per la comunità.
Di fronte al male, Gesù non vuole che la sua comunità abbia come regola di comportamento il lasciar correre: di fronte al male bisogna reagire.
Noi viviamo in una società che si autodefinisce "permissiva": garbata parola, che non significa niente di bello; parola innocente, che in realtà nasconde una tragedia: lo smarrimento di ogni ideale e, nello smarrimento di ogni ideale, l'incapacità a distinguere tra il giusto e l'ingiusto, tra il bene e il male, tra il vero e il falso.
Avere un ideale è faticoso, perché ogni ideale di vita è esigente. Ma non avere un ideale significa privare l'esistenza di ogni bellezza e di ogni ragione, e condannarsi infine alla vuotezza e all'angoscia.
Dobbiamo chiedere al Signore il coraggio e la forza di cercare ogni giorno la regola della nostra condotta non in quello che dicono e pensano tutti, ma in quello che Dio pensa di noi e ci ha detto; non in quello che fanno tutti, ma in quello che si deve fare secondo le esigenze della verità e della giustizia.
2. Certo bisogna saper distinguere tra l'errore e l'errante: l'errore va condannato senza mezzi termini, la persona che sbaglia va compresa, rispettata, amata. Purché non si facciano confusioni, e a forza di capire l'errante non si finisca col perdere il senso della differenza tra il vero e il falso, tra la giustizia e il crimine, e si arrivi a pensare che nella Chiesa tutte le opinioni possano essere ugualmente sostenute. Questo, come si è visto, non è l'insegnamento di Cristo; questa non è neppure la libertà cristiana. Molto limpidamente, Gesù ci ha detto (e noi non dobbiamo mai dimenticarlo): La verità vi farà liberi.
3. Anzi il Signore ci dice che in certi casi particolarmente gravi - dove le ripetute ammonizioni non servono - chi presiede alla comunità cristiana ha il dovere di segnalare a tutta la Chiesa anche la persona di chi, ostinandosi nell'errore e nella colpa, si è già da solo escluso dalla comunione dei suoi fratelli. E questo perché l'errante sia aiutato a salvarsi e la fede dei piccoli e degli umili non sia messa in pericolo.

Il Signore ci doni la grazia di non arrenderci mai di fronte al male che insidia ogni giorno la nostra esistenza, e di saper lottare senza stanchezze, perché anche la lotta contro il male è un modo, necessario e irrinunciabile, di manifestare l'amore verso Dio, che è bene sostanziale, e l'amore verso i nostri fratelli.

Fonte: Stilli come rugiada il mio dire

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