LE DUE CONTRADDIZIONI DI VANNACCI SU ABORTO E LEGGE CIRINNA'
Il programma elettorale di Futuro Nazionale parla di denatalità, immigrazione, economia, relazioni estere, con luci ed ombre
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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IL PIU' GIOVANE PROF NERO DELL'UNIVERSITA'... QUANDO LA CULTURA WOKE SI IMPONE SUL MERITO
Plagi, biografie contestate, dimissioni, poi il suicidio: Jason Arday trascina nel fango l'Università di Cambridge
Autore: Manuela Antonacci - Fonte: Sito del Timone
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SAN GIROLAMO EMILIANI, LA VERA RIFORMA COMINCIA DA SE STESSI
Mentre Lutero divideva la cristianità, i santi rinnovavano la Chiesa con la conversione personale
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera
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PARROCO FINO ALLA MORTE, LA TESTIMONIANZA-RECORD DI DON FRANCO
Dal 1958 alla guida della parrocchia di Civitella Roveto, in Abruzzo, don Franco Geremia ha lasciato solo quando è morto quest'anno a 96 anni (VIDEO: Don Franco Geremia si racconta)
Autore: Stefano Chiappalone - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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IL TENNIS PROFESSIONISTICO FEMMINILE INTRODUCE IL TEST GENETICO DEL SESSO
Il nuovo regolamento dice addio al testosterone come criterio per ammettere le atlete (e con la genetica non si scherza: XY non è XX)
Fonte: Provita & Famiglia
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LETTERE ALLA REDAZIONE: LA VERITA' SUL COVID
Sono un medico in pensione e non capisco perché, nonostante siano noti i danni da vaccino e di tachipirina e vigile attesa, nessuno chiede scusa, ma insistono nei loro errori (VIDEO: Hai paura del Coronavirus?)
Autore: Giano Colli - Fonte: BastaBugie
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OMELIA XXIV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 18,21-35)
Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello?
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
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LE DUE CONTRADDIZIONI DI VANNACCI SU ABORTO E LEGGE CIRINNA'
Il programma elettorale di Futuro Nazionale parla di denatalità, immigrazione, economia, relazioni estere, con luci ed ombre
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31 agosto 2026
Il 24 agosto Futuro Nazionale, partito fondato da Roberto Vannacci, ha pubblicato la seconda parte del suo programma. Mettiamo sotto la lente d'ingrandimento due temi presenti in questa seconda parte: la legge sull'aborto e quella sulle unioni civili. Sulla 194 possiamo leggere: «Sul tema dell'aborto, occorre innanzitutto constatare che la vigente legge 194/1978 [...] di fatto non prevede l'istituzione di un presunto "diritto di aborto", [...] ma procedeva di fatto ad una depenalizzazione circostanziata dell'aborto che, comunque la si pensi, non istituisce un diritto». Un appunto: per la 194 l'aborto è un diritto, non una mera facoltà di fatto non più costituente reato. Indichiamo il primo motivo, tra gli altri, per sostenere che l'aborto è purtroppo qualificato come un diritto: l'azienda ospedaliera e quindi in subordine il medico sono tenuti a praticare l'aborto laddove richiesto. Se dunque esiste un dovere di praticare l'aborto vuol dire che in capo alla donna esiste il corrispettivo diritto di chiedere l'aborto. Chiarito ciò, proseguiamo. Lodevolmente Futuro Nazionale propone alcune misure di deterrenza all'aborto: «più sostegno alla maternità difficile, alternative come l'adozione facile già dal giorno del parto, zero pressioni sociali verso l'interruzione di gravidanza. Futuro Nazionale è anche favorevole alla presenza delle associazioni pro-vita nei consultori, per favorire la scelta delle madri di dare alla luce i propri figli e non interromperne l'esistenza durante la gravidanza, così come a proposte che promuovano la piena informazione, quali mostrare alle madri il proprio figlio e farne ascoltare il battito cardiaco». Inoltre il programma afferma che l'aborto è un omicidio, che il nascituro dovrebbe essere riconosciuto in modo esplicito come soggetto di diritto, che il partito vuole istituire un Piano Nazionale per la Vita Nascente, la Prevenzione dell'Aborto e il Sostegno alle Donne ed altre iniziative rilevanti. Pubblicata questa seconda parte la stampa si scatena e attacca Vannacci anche sul tema aborto. Il generale, il 25 agosto, su Instagram così ribatte: «Futuro Nazionale non propone di cancellare la legge 194/1978, anzi, la conferma». Il problema è il verbo "confermare". Tale verbo implica l'approvazione giuridica e quindi, più a monte, l'approvazione morale/valoriale della 194. Ma, e qui sta l'inciampo, non è mai eticamente lecito approvare una legge ingiusta. Le premesse contenute nel programma di Futuro Nazionale, sia quelle prima indicate sia altre in cui esplicitamente si afferma che il partito intende tutelare la vita nascente, conducono necessariamente non alla conferma della 194, ma alla sua contestazione, alla sua critica.
LA LEGGE SULL'ABORTO Dunque, viste queste premesse, ci saremmo aspettati in merito alla 194 alcune conclusioni coerenti con queste premesse tra cui la seguente o una simile: il partito riconosce l'attuale impossibilità dell'abrogazione totale o anche parziale della 194, ma, nonostante questo, si impegna a contrastarne in ogni modo le sue ricadute effettive, valida premessa per una sua futura abrogazione. In tal modo da una parte e con sano realismo si sarebbe riconosciuta l'impossibilità attuale di mandare in soffitta la 194 e su altro fronte si sarebbe rifiutata la ratio della 194, ossia la legittimazione dell'aborto. In sintesi quel "confermare" è in contrasto con alcuni passaggi del programma in cui in modo esplicito si afferma che la vita deve essere tutelata sin dal suo concepimento e che l'aborto è un assassinio. Dunque "confermare" è un verbo non coerente con alcune premesse di principio, ma forse è coerente con l'intento di non apparire troppo radicali e quindi di non scontentare parte della base del partito e una fetta di possibili elettori. Quella radicalità espressa su tematiche come l'immigrazione, l'Europa, l'educazione etc. è venuta meno proprio su una materia che non accetta compromessi. Passiamo alla tematica delle unioni civili. Volendo fare opera di sintesi, nel suo programma Futuro Nazionale afferma che vorrebbe gettare nel cestino le unioni civili, facendo però salvi i diritti presenti nella legge Cirinnà e declinandoli solo nell'ambito individuale, al di là dell'orientamento sessuale. Leggiamo infatti nel programma: «riporteremo la codifica di quelle facoltà [presenti nella legge Cirinnà] nell'ambito dei diritti dell'individuo, esercitabili da parte di ogni cittadino non coniugato, indipendentemente dalla sua condizione abitativa e dai suoi gusti sessuali, e nei confronti di chiunque, anche dell'amico coniugato». Ricordiamo che la legge Cirinnà riconosceva i diritti e doveri coniugali, eccetto quelli derivanti dalla filiazione e il dovere di fedeltà, ai membri delle coppie omosessuali e inoltre alcuni diritti ai conviventi di fatto, eterosessuali o omosessuali. Ora, affermare, come ha fatto Futuro Nazionale, di voler convertire quei diritti propri di una coppia coniugata in diritti di un singolo che si relaziona con un altro singolo o con altri singoli significa giocare con le parole. Infatti nella realtà giuridica si tratteranno sempre di diritti matrimoniali, se i due o più singoli che si relazionano tra loro sono eterosessuali, e nel caso di due o più singoli omosessuali di diritti propri dell'unione civile e questo accadrà anche quando le due persone saranno semplicemente amiche. In breve si qualificano come meri diritti individuali, esercitabili quindi da chiunque, diritti che sono propri della coppia coniugata (con inevitabili cortocircuiti giuridici).
DUE PROBLEMI Da qui almeno due problemi. Il primo: si confermano de facto le unioni civili, anche se vengono vendute sul piano giuridico come diritti di singole persone omosessuali che si relazionano tra loro. Il secondo: anche due singoli eterosessuali non coniugati tra loro potranno esercitare buonissima parte dei diritti propri dei coniugi. In entrambe le ipotesi i due singoli potranno essere due innamorati oppure due o più semplici amici. Come nel caso dell'aborto, pubblicato il programma, i media titolano che Vannacci vuole eliminare le unioni civili, affermazione, come abbiamo visto, che da una parte è corretta perché in effetti la sua proposta formalmente scavalca la Cirinnà e propone una soluzione ben più libertaria, ma che, su altro fronte, è affermazione errata perché la proposta di Futuro Nazionale sostanzialmente conferma la Cirinnà e contemporaneamente ne amplia la portata. Insomma si tratterebbe di una nuova Cirinnà perché implementata. Attaccato, Vannacci risponde via social e sulle unioni civili dichiara: «Non vogliamo eliminarle, anzi, siamo ancora più libertari: le vogliamo allargare agli eterosessuali non coniugati e non coabitanti col proprio affetto più rilevante». Dichiarazione che, come abbiamo appena illustrato, è corretta: Vannacci vuole una Cirinnà per eterosessuali e omosessuali, che formino una coppia di innamorati o che siano solo una coppia o un gruppo di amici. Quindi sul piano morale questa proposta giuridica è ben peggiore della Cirinnà perché, per l'appunto, allarga il suo bacino di utenza: conferma le unioni civili e distribuisce i diritti coniugali a chi sposato non è. La volontà di cancellare la Cirinnà, volontà espressa nel programma al fine di tutelare la famiglia naturale, sostituendola con una nuova legge si risolve in un attacco alla famiglia naturale proprio perché si riconoscono i diritti coniugali a persone eterosessuali e addirittura omosessuali non coniugate. La bontà sostanziale del programma di Vannacci rischia di essere compromessa da questi due scivoloni. Il generale è ancora in tempo per rimediare. Siamo certi che la sua credibilità ne uscirebbe rafforzata.
Nota di BastaBugie:Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Vannacci, un programma che merita di essere discusso" parla di denatalità, immigrazione, economia, relazioni estere: le proposte di Futuro Nazionale spaziano dai propositi operativi a un quadro culturale di riferimento. E presenta delle novità che non vanno liquidate in modo sprezzante, ma dovrebbero essere argomento di dibattito. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 13 agosto 2026: Il partito Futuro Nazionale del generale Vannacci ha pubblicato il suo Programma politico valevole addirittura per un decennio: 2027-2037. Si tratta di un testo piuttosto corposo, avendo la pretesa di analizzare ogni aspetto della vita politica del Paese come progetto «integrale, decisivo e costruttivo». Il linguaggio è spesso pomposo e retorico, non semplicemente detto, ma proclamato a voce spiegata e con la mano sul cuore: si parla di «alba di una nuova avventura» e della necessità di «scegliere adesso per cosa vivere e morire». È più di un semplice elenco di "cose che faremo", perché rivela dietro di sé una filosofia della politica e della storia. Espone ripetutamente i suoi "valori non negoziabili" di alto lignaggio culturale: «difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, identità cristiana, concezione romana del diritto». Si diffonde perfino in articolate analisi del rapporto tra Stato e sovranità dal trattato di Westfalia a noi, ricorda le invasioni dei Longobardi e dei Normanni, conduce analisi politologiche sull'era Trump, cita numerosi autori, compresi San Paolo, Dante, Chesterton, Guareschi e perfino il cardinale Ottaviani. Ha la pretesa di enunciare propositi operativi, ma anche un quadro culturale di riferimento fatto di diritto naturale, principio di sussidiarietà, "sapiente riflessione della Dottrina sociale della Chiesa", realismo politico, usando espressioni strane per un programma elettorale come "cristianità", "tradizione romana e cristiana". Un partito nuovo come Futuro Nazionale non sa bene quali sono i suoi aderenti. Non bastano le serate alla Versiliana per capire questo. Ad un partito nuovo si aderisce per mille motivi diversi. Non si può sapere, quindi, quanto queste idee siano condivise realmente dal popolo di FN. Però, proprio per questo, la pubblicazione del Programma è utile, anche per gli altri partiti e non crediamo sia il caso di liquidarla con tono sprezzante. Perfino il ripescaggio di parole e concetti inusitati (alla "cristianità" oggi non crede più nemmeno la Chiesa) può essere uno stimolo a pensare che il mondo non è nato con la Rivoluzione francese. Tra i tanti argomenti esaminati dal programma soffermiamoci su alcuni sia perché particolarmente rappresentativi di Futuro Nazionale sia perché di nuovo conio. Un primo argomento è senz'altro la lotta al declino demografico italiano. Il partito dice di essere una «Destra vitale perché mette al primo posto la necessità di promuovere la vita». Del popolo si espone una concezione naturale e non artificiale come nelle moderne «democrazie di massa»: «Un popolo esiste nei suoi membri, nei suoi figli, quelli che oggi mancano, col rischio di segnare la fine della civiltà italiana». Questo principio di «famiglia e natalità come fattori centrali della sostenibilità economica» viene sviluppato nei capitoli sull'economia quando si riprende il tema del "quoziente familiare" nei suoi effetti sulla progressività fiscale, o quando si parla di riduzione dell'IVA per i prodotti legati alla natalità e alla cura dei piccoli. Sul piano delle istituzioni politiche il programma sostiene che «viene prima l'Italia, poi lo Stato e le istituzioni che devono essere al suo servizio». La proposta è quindi di una sovranità identitaria «che si riconosca certamente sottomessa alla legge naturale che la ragione scopre e difende e alla tradizione cristiana». Qui si inseriscono le gravi accuse all'Unione Europea, considerata un «soggetto completamente avverso all'interesse del nostro Paese» sui temi della decarbonizzazione, dell'inserimento dell'aborto nei diritti fondamentali, delle spese militari a sostegno dell'Ucraina, della negazione di deroghe di finanza pubblica per le politiche demografiche. Tale sovranità, dice il programma di Vannacci, va difesa anche sul piano economico: quando le regole UE producono paralisi, il governo nazionale deve promuoverne la revisione, utilizzando anche il potere di veto, come promette di fare Futuro Nazionale al prossimo bilancio pluriennale sui temi del riarmo e del Green deal. Si propone anche una revisione organica dei Trattati, seppure "condotta con perizia". Curioso che si dica anche che bisogna far valere la prevalenza della Costituzione italiana su ogni genere di trattati, quando l'europeismo è ormai di rango costituzionale. Nel campo dell'economia e del lavoro, il programma fa diverse proposte scontate: chi non proporrebbe la riduzione del cuneo fiscale o una maggiore sicurezza sul lavoro? Ne fa però anche di interessanti e coerenti con i principi visti sopra. Per esempio, è da notare che si torni a parlare di «impresa familiare» in una società anti-familiare come la nostra, di «proprietà diffusa» mentre aumentano le concentrazioni economiche e i sussidi di Stato, di «partecipazione dei lavoratori agli utili d'impresa», di «azionariato diffuso» e di cura per la classe media degli artigiani e dei commercianti. Ci sono nel programma diversi punti di origine distributista e derivati dalla Dottrina sociale della Chiesa, come viene espressamente riconosciuto; «La cornice di riferimento della dottrina economica di FN è dunque quella di una cooperazione dei corpi sociali intermedi, seguendo la sapiente riflessione della Dottrina sociale della Chiesa». Degna di attenzione è anche l'idea di una «moneta fiscale quale strumento complementare di politica economica, fondata sulla circolazione volontaria dei crediti fiscali e i diritti di compensazione tra Stato e cittadini». Toccare il tema moneta può essere pericoloso, ma è necessario. Poi, ovviamente, c'è l'argomento immigrazione e remigrazione, tanto caro sia a Vannacci che ai suoi detrattori. Il programma del partito si dichiara contrario alla società multiculturale e propone di incentivare fiscalmente il rientro dall'estero di italiani in età produttiva. Propone la riforma della cittadinanza, intesa quest'ultima «come appartenenza ad una civiltà, ad una storia, ad un popolo». Dovrebbe essere concessa dopo 20 anni di residenza, una certificata conoscenza della lingua, una fedina penale immacolata e una «dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana». In ogni caso anche per gli ingressi regolari dovrebbe esserci un tetto e il riconoscimento della cittadinanza può essere revocato. Come si diceva all'inizio, la pubblicazione del Programma del nuovo partito è da considerarsi utile. Sarebbe il caso che se ne discutesse in riferimento alle politiche proposte e anche alle premesse culturali.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31 agosto 2026
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IL PIU' GIOVANE PROF NERO DELL'UNIVERSITA'... QUANDO LA CULTURA WOKE SI IMPONE SUL MERITO
Plagi, biografie contestate, dimissioni, poi il suicidio: Jason Arday trascina nel fango l'Università di Cambridge
Autore: Manuela Antonacci - Fonte: Sito del Timone, 7 agosto 2026
Jason Arday, 41enne docente nero dell'Università di Cambridge, nominato a soli 37 anni professore di Sociologia dell'Educazione, era diventato il simbolo del riscatto sociale e del trionfo e della bontà delle politiche inclusive, ma oggi si trova al centro di tali scandali e polemiche, da essere stato costretto dall'università stessa in cui lavorava e che l'avrebbe per un po' di tempo difeso, a rassegnare le sue dimissioni. La sua storia aveva, in effetti, sin dall'inizio, dell'incredibile: tanto per incominciare a 3 anni gli sarebbe stato diagnosticato un ritardo globale dello sviluppo e un disturbo dello spettro autistico, con conseguenti difficoltà di apprendimento e nel linguaggio. L'uomo ha dichiarato di essere stato non verbale fino all'età di 11 anni e di aver imparato a leggere e a scrivere solo a 18 anni . Singolare come meno di vent'anni dopo sia stato nominato il più giovane professore nero nella storia dell'Università di Cambridge. Diverse incongruenze su questo caso le ha tirate fuori anche Alice Sullivan, docente di sociologia alla Univeristiy College London, a partire dalla storia personale dell'uomo. Sullivan in un suo post su X per la precisione si esprime così: «La storia di Jason Arday sarebbe perfetta per un film drammatico: avrebbe imparato a leggere a 18 anni e sarebbe arrivato fino al punto di ottenere una cattedra a Cambridge a 37, il tutto accompagnato da imprese atletiche straordinarie. Poi, però, la storia inizia a scricchiolare... Le accuse di plagio sono gravi. Ma ciò che mi lascia sbalordita, da corridore, è che Arday abbia affermato di aver corso 600 miglia in 6 giorni. Se fosse vero, sarebbe un atleta a livello internazionale». E affondando ancora di più il colpo continua: «Cambridge potrebbe sostenere che non importa se uno dei suoi accademici ha una fervida immaginazione. E sarebbe un'osservazione legittima, a patto che la sua nomina sia avvenuta per merito e non grazie alla sua storia di vita, tanto ispiratrice quanto inverosimile».
IL RIGORE SCIENTIFICO NELLE UNIVERSITÀ INGLESI La professoressa Sullivan non ha twittato questo aneddoto per caso, su X, la donna rappresenterebbe, infatti, una delle voci più autorevoli nel dibattito accademico britannico, in difesa del rigore scientifico nelle università inglesi. Più e più volte la docente si sarebbe opposta alla cultura woke ed è stata una delle figure chiave che hanno portato all'attenzione pubblica il caso Arday. In passato Sullivan, avrebbe, anche più volte sostenuto che nelle università britanniche si siano istituzionalizzati comportamenti che compromettono libertà di parola e libertà di ricerca, soprattutto sul sesso e sull'identità di genere, diventando una delle voci più nette contro l'inclusivismo universitario: dalla cancellazione del sesso biologico nei dati, al "no-platforming", ovvero la pratica di negare uno spazio pubblico a chi si faccia portavoce di pensieri considerati "inaccettabili", fino alla subordinazione della libertà accademica alle politiche identitarie. Sullivan ha, inoltre, avuto il coraggio di criticare apertamente il lavoro dell'ex docente, parlando esplicitamente di "plagio", intervenendo anche nelle indagini portate avanti dal Daily Telegraph e The Spectator. Sul The Guardian, a riguardo, si leggono una serie di dettagli sul lavoro di Arday che avrebbero portato alle indagini: più di 100 passaggi della sua tesi di dottorato del 2015 sono risultati quasi identici a una tesi presentata nel 2009 da un'altra ricercatrice presso la Brunel University. Inoltre Ci sono crescenti richieste da parte di altri accademici di riesaminare il suo dottorato.
LAVORI PIENI DI LACUNE Arday ha dovuto anche affrontare accuse secondo cui alcuni dei suoi lavori pubblicati più recentemente sarebbero pieni di lacune. The Telegraph avrebbe pubblicato anche un'analisi che rileverebbe come alcune sue ricerche conterrebbero prove "impossibili" e sarebbero piene di incongruenze. Inoltre, anche la sua carriera accademica non risulterebbe chiarissima: Arday avrebbe affermato di aver ricoperto numerose prestigiose borse di studio e cattedre in diverse università. La sua biografia pubblicata sul sito web del Jesus College, dove Arday era borsista, indicava che era stato professore ospite presso l'Ohio State University nell'Ufficio per la Diversità e l'Inclusione e presso l'Università di Glasgow nella School of Education. Entrambe le università hanno negato questa affermazione. La biografia affermava inoltre che Arday era ancora «professore onorario presso l'Università di Durham nel dipartimento di sociologia», dove aveva precedentemente lavorato. Ma l'università ha dichiarato al Daily Mail che non ricopriva più alcun ruolo all'istituto. Arday ha anche affermato di aver conseguito un master in pratiche psicodinamiche presso Birkbeck, University of London, e successivamente di essere diventato consulente a pieno titolo, il che gli avrebbe conferito una «profonda comprensione della salute mentale». Tuttavia, quando il Guardian contattò la Birkbeck, l'università dichiarò di non essere riuscita a trovare documenti di alcuno studente di nome Jason Arday. Tra l'altro, uno dei giornalisti che indagava su Arday, Jake Grove, celebre giornalista d'inchiesta britannico, che lavora attualmente per la Times Higher Education, tra i primi ad aver condotto una ricerca sul lavoro del giovane docente, dopo aver analizzato la tesi di dottorato dell'ormai ex professore e aver riscontrato effettivamente un caso di plagio e veri e propri nodi critici sull'integrità scientifica, sarebbe stato minacciato da Arday di azioni legali se avesse osato pubblicare le sue osservazioni su Times Higher Education, non prima di averlo accusato di razzismo e di molestie.
VITTIMA DI UNA VILE CAMPAGNA? All'emergere delle prime accuse, l'Università di Cambridge e diversi colleghi lo avrebbero difesi compatti. L'ateneo lo aveva definito vittima di «una vile campagna tesa a minarne la credibilità», mentre centinaia di accademici e dirigenti di college avevano firmato lettere aperte definendo le critiche come meri attacchi volti a screditare accademici di minoranze etniche, in posizioni di rilievo. Tuttavia, man mano che le accuse venivano confermate da analisi dettagliate da parte della stampa d'inchiesta (The Times, The Guardian, Retraction Watch) la posizione dell'uomo è diventata poco credibile quindi indifendibile. A questo punto l'Università di Cambridge avrebbe annunciato l'apertura di un'indagine formale sulla sua condotta. Di conseguenza, nell'agosto 2026 Jason Arday ha rassegnato le dimissioni dalla cattedra. Probabilmente quello di Arday non costituisce un caso isolato ma forse la punta dell'iceberg di un sistema in cui un non ben inteso concetto di "diversità" avrebbe preso il sopravvento sul merito. Dunque l'impalcatura ideologica, forse, comincia a scricchiolare, soprattutto se un'università così celebre come Cambridge, agli occhi del mondo, rischia di diventare famosa non più per la sua ricerca del vero basata su brillanti verifiche empiriche, ma per il suo essere diventata teatro di battaglie pseudo culturali. Ci chiediamo allora se le dimissioni di Arday abbiano un impatto così profondo a livello accademico e mediatico da mostrare in modo chiaro che, prima o poi, l'assenza di merito viene allo scoperto. E le altre università occidentali impareranno la lezione o si terranno cari i loro scheletri nell'armadio, frutto dei sacrifici sull'altare del politicamente corretto?
Fonte: Sito del Timone, 7 agosto 2026
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SAN GIROLAMO EMILIANI, LA VERA RIFORMA COMINCIA DA SE STESSI
Mentre Lutero divideva la cristianità, i santi rinnovavano la Chiesa con la conversione personale
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radio Roma Libera, 20 luglio 2026
Il 20 luglio la liturgia tradizionale della Chiesa ricorda san Girolamo Emiliani (1486-1537). Nacque a Venezia nel 1486 da una famiglia patrizia. Come molti giovani nobili della Serenissima, ricevette una formazione orientata più alle armi e al governo che agli studi. Il suo ideale era quello del cavaliere cristiano, fedele alla Repubblica e pronto a difenderne i confini. Per questo intraprese presto la carriera militare, militando nella cavalleria veneta. L'episodio decisivo della sua vita avvenne nel 1511. Durante la guerra della Lega di Cambrai fu incaricato della difesa della fortezza di Castelnuovo di Quero, nel Trevigiano. L'assedio delle truppe francesi ebbe un esito disastroso: Girolamo fu catturato, incatenato e rinchiuso in una prigione. Per un uomo abituato agli onori e alle responsabilità fu un'umiliazione profonda. In quella cella avvenne la sua conversione. Rivolse una preghiera fervente alla Madonna, promettendo di cambiare vita se avesse ottenuto la libertà. Secondo la tradizione, riuscì miracolosamente a liberarsi dalle catene e a fuggire dalla prigione. Giunto al santuario della Madonna Grande di Treviso, depose davanti all'altare le catene che aveva portato come prigioniero, in segno di gratitudine e di consacrazione alla Vergine. Da quel momento tutto cambiò. Tornato a Venezia, iniziò una vita di intensa preghiera, di penitenza e di servizio ai bisognosi. La conversione non fu improvvisa soltanto nei sentimenti, ma si tradusse in una completa trasformazione dell'esistenza. Abbandonò le ambizioni mondane, distribuì gran parte dei suoi beni e si dedicò ai poveri. Erano gli stessi anni in cui si diffondevano le Compagnie del Divino amore, un movimento di profonda riforma della Chiesa, fondato su princìpi opposti a quelli mondani dell'umanesimo. È importante mostrare come la Rivoluzione protestante fu preceduta da una silenziosa ma efficace Riforma cattolica. Nella prima sessione del V Concilio Lateranense, il 3 maggio 1512, il generale degli Agostiniani Egidio da Viterbo esortò alla riforma della Chiesa, riassumendone l'idea in queste celebri parole: «Gli uomini devono essere mutati dalla religione, non la religione dagli uomini». Mentre alcuni ritenevano di poter rinnovare la Chiesa rompendo la sua unità e contestandone l'autorità, lo Spirito Santo suscitava uomini che riformavano la Chiesa riformando anzitutto se stessi, come san Girolamo Emiliani, san Gaetano da Thiene, sant'Antonio Maria Zaccaria e, poco dopo, sant'Ignazio di Loyola.
GUERRE, CARESTIE ED EPIDEMIE Erano anni drammatici della storia italiana. Guerre, carestie e soprattutto epidemie di peste lasciavano dietro di sé migliaia di orfani. Intere famiglie venivano distrutte nel giro di pochi giorni. Bambini senza casa vagavano per le strade delle città, esposti alla fame, alla violenza e alla delinquenza. Fu qui che emerse tutta la grandezza cristiana di Girolamo Emiliani. Egli comprese che non bastava soccorrere i poveri con qualche elemosina. Occorreva offrire loro una famiglia, un'educazione, una formazione religiosa e un mestiere. Iniziò così a raccogliere gli orfani, ospitandoli nelle case che riusciva a procurarsi, vivendo insieme a loro con semplicità evangelica. Li nutriva, li vestiva, insegnava loro il catechismo e li preparava a diventare uomini onesti e buoni cristiani. La sua opera anticipò di secoli quella che oggi chiameremmo una vera rete di assistenza sociale cristiana. Ma il suo metodo era profondamente diverso da quello dell'assistenzialismo moderno. Egli non vedeva nei poveri un problema sociale, bensì il volto stesso di Cristo. Per questo non si limitava ad alleviare la miseria materiale: voleva restituire alle anime la dignità di figli di Dio. La sua attività si estese rapidamente da Venezia a Bergamo, Brescia, Verona, Como, Milano e in altre città dell'Italia settentrionale. Ovunque fondava ospizi per orfani, ricoveri per poveri, case per donne in difficoltà e istituzioni educative. Attorno a lui si raccolsero presto alcuni sacerdoti e laici desiderosi di condividere il suo ideale. Nacque così la Compagnia dei Servi dei Poveri, che avrebbe poi assunto il nome di Chierici Regolari di Somasca, dal piccolo paese presso Lecco dove la comunità trovò la sua sede principale. Ancora oggi i Padri Somaschi continuano nel mondo l'opera del loro fondatore, soprattutto nell'educazione della gioventù.
EROICA DEDIZIONE AGLI APPESTATI Nel 1537, mentre assisteva gli ammalati durante un'epidemia a Somasca, contrasse egli stesso la peste. Morì l'8 febbraio, vittima della sua eroica dedizione agli appestati. Il suo istituto fu approvato da Paolo III tre anni dopo, nel 1540. Fu canonizzato nel 1767 da papa Clemente XIII e nel 1928 Pio XI lo proclamò patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata. La vita di san Girolamo Emiliani offre una dimostrazione luminosa del fatto che la vera riforma nasce sempre dalla conversione personale e dalla fedeltà alla Chiesa. Egli non scrisse trattati teologici né partecipò alle grandi controversie del suo tempo. La sua apologetica fu quella delle opere. Nato alle soglie dell'età moderna, nel momento in cui l'Europa stava entrando in una delle sue crisi più profonde, egli dimostrò che la vera risposta alle rivoluzioni religiose e morali consiste anzitutto nella santità vissuta e nella carità operosa. Mentre la cristianità veniva lacerata dalla Rivoluzione protestante e l'Italia era sconvolta dalle guerre, Girolamo scelse di ricostruire la società partendo dai più piccoli e dai più abbandonati. La figura di san Girolamo Emiliani conserva oggi una straordinaria attualità. Anche il nostro tempo conosce nuove forme di orfanità: bambini privi di riferimenti familiari, giovani smarriti in una società che ha perduto il senso di Dio, uomini e donne che, pur immersi nel benessere materiale, vivono una profonda solitudine spirituale. San Girolamo Emiliani ci ricorda che nessuna riforma della società può riuscire se non parte dalla formazione delle anime. Le leggi, le istituzioni e le strutture sono necessarie, ma non bastano. Solo un'autentica vita cristiana, alimentata dalla grazia, è capace di ricostruire ciò che il peccato distrugge. Per questo il cavaliere veneziano che depose un giorno le sue catene ai piedi della Madonna rimane uno dei grandi maestri della Civiltà cristiana che un giorno risorgerà.
Fonte: Radio Roma Libera, 20 luglio 2026
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PARROCO FINO ALLA MORTE, LA TESTIMONIANZA-RECORD DI DON FRANCO
Dal 1958 alla guida della parrocchia di Civitella Roveto, in Abruzzo, don Franco Geremia ha lasciato solo quando è morto quest'anno a 96 anni (VIDEO: Don Franco Geremia si racconta)
Autore: Stefano Chiappalone - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 12 maggio 2026
Sembrava eterno e in effetti nell'eternità c'è entrato a quasi 96 anni lo scorso 2 maggio. Ma la longevità non è il solo "record" di mons. Franco Geremia, rimasto fino alla morte alla guida della parrocchia di San Giovanni Battista a Civitella Roveto, in provincia de L'Aquila, nel lembo abruzzese della diocesi laziale di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. Le tappe puramente biografiche della sua lunga esistenza si potrebbero anche sintetizzare in poche righe, con l'avvertenza però che queste righe sono dense e sovrabbondanti come ciascuna delle sue giornate, scandite dai ritmi della liturgia e vissute con l'animo del pastore e il talento organizzativo di un imprenditore alle prese con mille opere - e in tutte «il primato era di Dio», ha evidenziato il vescovo mons. Gerardo Antonazzo durante le esequie. Da buon organizzatore don Franco non se n'è andato in un giorno a caso, ma nel primo sabato (giorno tradizionalmente dedicato a Maria) del mese mariano. Per di più, mi dicono (ma non ho modo di verificare) che abbia chiuso gli occhi intorno a mezzogiorno: l'ora del Regina Caeli. Se così fosse, si confermerebbe preciso come un orologio in vita e in morte. Don Franco era nato a Sora il 23 ottobre 1930, studente nel seminario diocesano e poi nel Pontificio Seminario Romano Maggiore, fu ordinato sacerdote in Laterano dal cardinale Clemente Micara il 9 aprile 1955. Parroco di Civitella Roveto dal 12 gennaio 1958 (e successivamente anche della Santissima Trinità nella frazione di Meta) fino all'ultimo respiro, dieci giorni fa. Quasi sette decenni: un record cronologico che si trasfigura in testimonianza di fedeltà al contempo "ordinaria" e straordinaria in un'epoca in cui tutto dura poco e si consuma in fretta. Sette decenni in cui il mondo è cambiato a un ritmo a dir poco frenetico, si sono avvicendati Papi, vescovi e sindaci, e lui era sempre lì, «monumento nazionale del paese» come la maestra vecchia del racconto di Giovannino Guareschi che «aveva insegnato l'abbiccì ai padri, ai figli e ai figli dei figli».
LA GRAMMATICA DEL SACRO E come la maestra vecchia di Guareschi, don Franco aveva insegnato «l'abbiccì» della fede cristiana «ai padri, ai figli e ai figli dei figli», ciascuno dei quali avrà il suo ricordo, così che quanto sto per scrivere è inevitabilmente parziale e incompleto. È solo una piccola parte di una delle innumerevoli storie che nel corso delle generazioni si sono intrecciate con la sua, ma a tal punto che, anche per chi a Civitella non vive più da tanti anni, la notizia che don Franco non è più a questo mondo è un "trauma": c'era già prima che io nascessi e idealmente ci sarebbe sempre stato, stabile come il monte Sion o, volendo, come il monte Viglio che domina la Valle Roveto dall'alto dei suoi duemila metri. Quella prolungata permanenza pareva quasi il segno terreno di una realtà più elevata: l'"eterno parroco" in fondo non faceva che indicare l'Eterno Padre - quello che si affaccia dall'alto nella pala dell'altar maggiore della chiesa parrocchiale, raffigurante il battesimo di Cristo per mano del Battista. Ed è nella festa del Battista che ha inizio questo legame mai affievolito neanche quando i saluti nei miei periodici ritorni in patria si facevano più brevi man mano che lo vedevo affaticato e non volevo "pesare" sui suoi ritmi sempre serrati. Con don Franco ho fatto conoscenza molto presto, così presto da non rendermene conto: ero in fasce quando mi battezzò alle prime luci del giorno di san Giovanni, sulla riva del fiume Liri che in occasione della festa del patrono diventa come il Giordano. Praticamente fu il primo prete con cui venni in contatto all'alba della vita, oltre che all'alba di quel 24 giugno. Correva l'anno 1982, lui aveva poco più di cinquant'anni ed era già in paese da quasi un quarto di secolo. Da quell'evento di cui non ho memoria si spalanca invece un "baule" di ricordi personali, da quelli più "feriali" a quelli più toccanti, come quando venne a confortarmi in una circostanza particolarmente drammatica e ancora mi pare di sentire addosso la benedizione che mi lasciò andandosene. E c'era anche in circostanze più ordinarie, come quando al liceo presi una sfilza di insufficienze in greco e gli chiesi di darmi un po' di ripetizioni - si sa, i preti "di una volta" avevano un bagaglio culturale che è diventato merce rara - e rimasi meravigliato al vedere che traduceva senza quasi aprire il vocabolario. Ma più e prima ancora della grammatica greca, mi ha trasmesso la "grammatica del sacro".
UNA NUVOLA D'INCENSO Lo rivedo comparire in mezzo a una nuvola d'incenso, mentre una mano svelava il Bambino Gesù alla Messa di mezzanotte: sono immagini vaghe, quasi oniriche, che mi porto dentro dall'infanzia, quando, come molti bambini, a Messa non ci volevo andare eppure restavo ammirato da quello spettacolo solenne. Ne risento la voce da oratore, affacciato al balcone del palazzo comunale - a mo' di pulpito - dove la processione sosta il 24 giugno per il "panegirico" in onore di san Giovanni. Lo rivedo ancora aprire uno squarcio sul soprannaturale quando raccontava a noi bambini la storia di Filomena Carnevale, la stigmatizzata della Valle Roveto che aveva conosciuto da giovane prete. O più prosaicamente, ma non troppo, ci raccomandava di stare composti durante la processione - e ripensandoci il primo a stare "composto" davanti a Dio era lui, con quella talare nera che ha sempre indossato nei suoi oltre settant'anni di sacerdozio. Quella dell'abito è stata la sua predicazione muta e incessante, di cui forse non era nemmeno consapevole tanto la portava con naturalezza. Se per assurdo un giorno si fosse presentato in giacchetta e pantaloni, invece che per don Franco la gente lo avrebbe scambiato per un "signor Franco" qualunque, perché quella talare era tutt'uno con lui. Non se ne abbiano a male i portatori di clergyman, il fatto è che vederlo era implicitamente un promemoria divino (più o meno come il suono delle campane) poiché della configurazione a Cristo - in persona Christi - impressa quando ricevette l'ordine sacro non portava soltanto questo o quel segno, ma se ne rivestiva l'intera persona da capo a piedi. Se ne è rivestito fino alla fine perché Dio ora gli cambi l'abito talare in veste di gloria.
VIDEO: Don Franco Geremia si racconta (10 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=zM629pnJV3w
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 12 maggio 2026
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IL TENNIS PROFESSIONISTICO FEMMINILE INTRODUCE IL TEST GENETICO DEL SESSO
Il nuovo regolamento dice addio al testosterone come criterio per ammettere le atlete (e con la genetica non si scherza: XY non è XX)
Fonte Provita & Famiglia, 28 luglio 2026
La Women's Tennis Association ha stabilito che tutte le giocatrici dovranno sottoporsi a un test genetico per la determinazione del sesso al fine di poter competere nel circuito WTA. Una decisione storica per il bene delle donne e per la tutela della loro salute, dei loro diritti e della loro dignità. Secondo l'ultima versione del regolamento, infatti, le atlete dovranno fornire un campione di saliva, sangue o tampone per verificare la presenza del gene SRY, che fa parte del cromosoma Y e causa lo sviluppo di caratteristiche maschili, lo stesso che ha portato all'esclusione dell'atleta Imane Khelif e che ha fatto sì che il CIO - finalmente - rivedesse le sue politiche. Tornando al tennis, il test sarà effettuato una sola volta nella vita di ciascuna giocatrice e solo un risultato negativo, che dimostri l'assenza del gene, consentirà loro di competere nelle competizioni della WTA. In caso di positività, le giocatrici saranno sottoposte a ulteriori accertamenti medici prima di poter scendere in campo. La nuova politica prevede inoltre che le atlete firmino un documento in cui dichiarano di poter essere soggette a provvedimenti disciplinari qualora si rifiutassero di sottoporsi ai test. La precedente politica della WTA, aggiornata l'ultima volta nel 2024, consentiva alle cosiddette "donne transgender" - uomini biologici - di competere nel circuito se avevano mantenuto i propri livelli di testosterone al di sotto di 2,5 nmol/L in modo continuativo per i due anni precedenti, anche se attualmente non risultano "donne" transgender note che giocano nel circuito WTA. «La politica di ammissibilità delle donne della WTA è pensata per promuovere pari opportunità atletiche nel tennis professionistico femminile e per garantire una competizione equa per tutte le giocatrici che partecipano ai tornei WTA», ha dichiarato l'organo di governo della federazione. «Fin dalla sua introduzione nel 1975, la politica di ammissibilità è stata soggetta a revisioni periodiche alla luce degli sviluppi nello sport internazionale e a seguito della più recente revisione, che ha incluso la consultazione con i membri della WTA e l'evoluzione degli standard nello sport femminile, il consiglio della WTA ha approvato una politica aggiornata sull'ammissibilità delle donne alle competizioni WTA, in vigore dal 2026, basata sul sesso biologico». La stessa WTA ha inoltre precisato che «si tratta di una questione delicata e complessa» e si è impegnata «a trattare tutte le giocatrici con dignità e ad attuare la politica in modo rispettoso e ponderato». Il cambio di politica della WTA arriva - come già accennato - dopo la svolta storica del Comitato Olimpico Internazionale in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 2028, ma anche dopo che altre federazioni sportive hanno fatto altrettanto, come la World Athletics che, circa un anno fa, ha annunciato nuove normative, entrate poi in vigore nel settembre 2025, che richiedono alle atlete che desiderano competere nella categoria femminile per le gare valide per la classifica mondiale di sottoporsi a un test genetico una tantum. Oppure il caso della World Boxing, che ha approvato l'utilizzo del test SRY nel maggio 2025, quando ha introdotto il test obbligatorio del sesso per tutte le atlete che desiderano competere nella categoria femminile.
Fonte: Provita & Famiglia, 28 luglio 2026
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LETTERE ALLA REDAZIONE: LA VERITA' SUL COVID
Sono un medico in pensione e non capisco perché, nonostante siano noti i danni da vaccino e di tachipirina e vigile attesa, nessuno chiede scusa, ma insistono nei loro errori (VIDEO: Hai paura del Coronavirus?)
Autore: Giano Colli - Fonte: BastaBugie, 9 settembre 2026
Buongiorno. Sono un medico, in pensione già da diversi anni. Leggo costantemente i vostri articoli che trovo particolarmente interessanti e istruttivi e vi ringrazio. Per una volta desidero dirvi la mia. Proprio perché un collega a me caro rispose alla richiesta di andare a lavorare in una RSA con numerosi anziani ammalati di Covid, già a marzo 2020 sapevo che era possibile guarire senza troppe complicazioni assumendo tempestivamente antiinfiammatori e antibiotici ad ampio spettro. Infatti in quella RSA non morì nessuno per Covid. Altro che Tachipirina e vigile attesa! La notizia circolava tra i medici informati, molti dei quali, in silenzio e di nascosto, hanno curato e guarito numerosi pazienti. Non così hanno fatto De Donno e altri colleghi, che credendo di far bene a rendere pubblici i loro buoni uffici, ci hanno rimesso il primo la vita e gli altri il lavoro con la radiazione. Credo che se a quell'epoca io fossi stata tra uno di questi ultimi (per fortuna il mio lavoro di specialista mi ha tenuto lontana da ogni diatriba) avrei come minimo denunciato per abuso di potere e danni il presidente dell'Ordine dei Medici che mi avesse comminato la radiazione. Il comportamento attuale del dott. Anelli, al momento presidente nazionale degli Ordini dei Medici, è a dir poco disdicevole, se non inqualificabile. Invece di allietarsi per il reintegro nella professione di colleghi ingiustamente estromessi solo per aver svolto il loro lavoro, emette bizantinismi per giustificare decisioni indecenti. Neanche avesse lui la scienza infusa. È lui che evidentemente confonde i limiti della scienza salottiera con la pratica clinica e dimentica che una delle prime raccomandazioni della deontologia medica è "Agisci secondo scienza e coscienza". Coscienza che al dott. Anelli forse difetta un po', e forse gli tiene compagnia il presidente Sala della regione Lombardia. Proprio ora che sono resi pubblici i danni da vaccino e della tachipirina con vigile attesa, nessuno chiede scusa! Insistono nei loro errori! Continuare a malversare dei lavoratori che hanno solo fatto il loro dovere! Però la Magistratura, acquisiti i dovuti atti, potrebbe porre riparo a tanta ingiustizia e tanti danni! A querela di parte, ovviamente! Sempre che non intervengano a negare l'evidenza, come al solito, le ditte farmaceutiche, che ci tengono a non esporsi in prima persona. Dott.ssa Vita Sciuto
RISPONDE IL DIRETTORE DI BASTABUGIE
Gentile Dott.ssa Sciuto, la ringrazio di cuore per la sua mail e per la testimonianza che ha voluto condividere. Le sue parole trovano piena risonanza in quanto, fin dall’inizio della pandemia, abbiamo sostenuto e documentato su queste pagine le nefandezze che stavano accadendo. Come lei, abbiamo sempre ritenuto grave e dannosa la strategia della «tachipirina e vigile attesa», che ha lasciato soli tanti malati mentre, già nei primi mesi del 2020, medici informati e coraggiosi - proprio come il collega di cui lei parla - ottenevano risultati ben diversi con trattamenti tempestivi a base di antinfiammatori e antibiotici. Lo abbiamo scritto ripetutamente, pubblicando articoli, interviste e documenti che andavano controcorrente rispetto alla narrazione ufficiale. Abbiamo seguito con attenzione le vicende di medici come De Donno e di tanti altri colleghi che, per aver esercitato secondo scienza e coscienza, hanno pagato prezzi altissimi: qualcuno con la vita, altri con la radiazione e la distruzione della propria professionalità. Tutto questo è consultabile nel dossier "Coronavirus. Tre anni di abusi di potere" con oltre 200 articoli e nel dossier "Il vaccino anti-covid. La scienza e la propaganda" con una quarantina di articoli. Abbiamo inoltre pubblicato il primo, e per ora ultimo, libro con la raccolta di tali articoli dal titolo "Ci hanno presi per il Covid. Per non dimenticare tre anni di lockdown, mascherine, vaccini e abusi di potere". Lei ha ragione nel condannare il comportamento del dott. Anelli e di parte dell’Ordine dei Medici, anche di fronte ai reintegri e alle evidenze che emergono sui danni prodotti da quella gestione e dalle campagne vaccinali, continua a apparirci inaccettabile. Invece di riconoscere gli errori e fare ammenda, si continuano a produrre giustificazioni e a difendere decisioni che hanno prodotto ulteriori sofferenze. Su questo punto la sua denuncia è netta e, dal nostro punto di vista, fondata. Proprio perché non abbiamo mai smesso di dare voce a queste ragioni, le segnaliamo in fondo a questo articolo un video di una conferenza di Paolo Gulisano del 10 settembre 2020 - video censurato da YouTube per tutto il periodo pandemico e tornato finalmente disponibile solo nel 2025 - che documenta con chiarezza quanto già allora era possibile e doveroso fare. La invitiamo a vederlo e a farlo circolare: è un tassello importante di quella verità che per troppo tempo è stata nascosta. Continueremo a seguire queste vicende con lo stesso impegno di sempre, nella convinzione che la verità e la difesa della persona umana debbano prevalere su ogni interesse di potere o di mercato. Grazie ancora per il suo contributo e per la stima che ci dimostra.
VIDEO: Hai paura del Coronavirus? di Paolo Gulisano (1 ora e 46 min.)
https://www.youtube.com/watch?v=yUpkkwPY_D0
DOSSIER "CORONAVIRUS" Tre anni di abusi di potere Per vedere articoli e video, clicca qui!
DOSSIER "LETTERE ALLA REDAZIONE" Le risposte del direttore ai lettori Per vedere articoli e video, clicca qui!
Fonte: BastaBugie, 9 settembre 2026
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OMELIA XXIV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 18,21-35)
Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello?
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Stilli come rugiada il mio dire
Questa volta l'argomento trattato dalla pagina evangelica è senza possibilità di dubbio il perdono delle offese ricevute. E se la scorsa domenica le raccomandazioni di Gesù avevano come destinatari i capi della comunità, oggi si rivolgono certissimamente a tutti e singoli i suoi discepoli, cioè si rivolgono a tutti noi. Faremo oggetto della nostra attenzione successivamente: la risposta data a Pietro, il racconto della parabola, il suo significato profondo nella nostra vita.
LA NECESSITA' DI PERDONARE SENZA MISURA Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Questo interrogativo suppone che l'argomento del perdono sia già stato ripetutamente trattato dal Maestro. Pietro conosce già il pensiero di Cristo in questa materia, sa già che bisogna perdonare; e, quasi per mostrare di avere imparato bene la lezione, propone lui una misura che, a suo avviso, nella sua esagerazione esprime bene la dottrina cristiana, davvero rivoluzionaria, della misericordia: Sette volte. Sette è per gli ebrei il numero della perfezione; Pietro dunque vuol far sapere che non è uno scolaro ottuso o distratto: sa che bisogna perdonare perfettamente, senza riserve, senza esitazioni. Ma la risposta di Gesù riesce a oltrepassare e a dimostrare insufficiente anche ciò che sembra il massimo: Settanta volte sette. Il che significa: la misericordia verso chi sbaglia e si fa ingiusto verso di noi, va esercitata oltre ogni misura umanamente pensabile, oltre ogni tentazione di tenere il conto. Anzi, dal momento che Gesù non ricorda qui nessuna condizione particolare (come il pentimento o la domanda di scusa), il perdono appare come una norma assoluta, che va applicata verso tutti, in ogni caso, in ogni circostanza. Questo insegnamento di Cristo francamente ci sgomenta, tanto è remoto dal nostro modo di pensare e soprattutto dal nostro modo di vivere. È così raro un perdono seriamente concesso, un perdono che non si rivesti di sottigliezze verbali sempre un po' farisaiche ("perdono ma non dimentico"), un perdono che consenta la rinascita effettiva nel nostro cuore dell'amore verso il fratello colpevole; è così raro, che ancora una volta siamo costretti a riconoscere la lontananza della nostra vita dall'ideale cristiano. Sicché la meditazione non può che risolversi in preghiera perché ci sia dato come regalo di Dio quanto è così contrastante con la nostra natura.
IL DOVERE DI PERDONARE DERIVA DAL NOSTRO CONTINUO BISOGNO DI FARCI PERDONARE DA DIO Il Signore però vuole aiutarci a capire; e, mentre si rifiuta di stabilire una misura massima al dovere di perdonare, non si rifiuta di spiegare con la concretezza di una parabola quale sia il fondamento e la ragione ultima di questa sua legge difficile. La parabola di oggi - come spesso accade ai racconti di Cristo - è vivace nella descrizione e chiara nel concetto che vuol esprimere, anche se largamente inverosimile nel suo significato letterale. Un re ha un servo che gli deve diecimila talenti: una somma enorme, più che una ventina di milioni dei nostri euro. E mentre all'inizio senza tanti complimenti lo vuol vendere schiavo con la moglie e i figli per risarcirsi in qualche modo, alla fine gli condona il debito, addirittura senza richiedere nessun impegno e nessuna garanzia per il futuro. Sennonché il debitore graziato vanta a sua volta un credito da un suo compagno di servizio: un credito irrisorio (qualche decina di euro), ma che gli basta - contro tutte le plausibilità - per farlo gettare in carcere. In tal modo, conclude Gesù, per la crudeltà verso il collega questo servo perde il favore e il condono del re. Così noi veniamo a sapere che la necessità di perdonare i debiti degli altri deriva dalla più grande e più radicale necessità che tutti abbiamo di farci perdonare i nostri debiti verso Dio. E per il Signore questo ragionamento è così decisivo, che ci ha costretto a esprimerlo quotidianamente nella preghiera: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
LA NOSTRA PERPETUA CONDIZIONE DI FALLIMENTO NEI CONFRONTI DI DIO Questa parabola getta anche una luce nuova sul nostro essere più intimo e più vero. Il nostro primo rapporto con Dio è quello di servo a padrone, anche se noi cerchiamo di non ricordarlo. Certo l'amore incredibile di Dio ha sovrapposto a questo il rapporto di figlio a padre, ma senza che il primo e fondamentale rapporto abbia perso niente della sua verità. Siamo servi, e siamo servi che devono tutto al loro Signore: l'esistenza, la vita, la luce, la possibilità di sperare, la capacità di resistere al male, l'audacia di amarlo. Ciascuno di noi è, per così dire, un debito vivente nei confronti di Dio; e ogni giorno del nostro tempo, sempre carico di imperfezioni, ogni atto della nostra condotta, che non corrisponde mai del tutto a quello che si dovrebbe fare, non fa che crescere le dimensioni del nostro dissesto. Ma per fortuna, se grande è il debito, più grande è la misericordia del Creatore per noi; e noi la richiamiamo ogni volta che ci raduniamo in preghiera. Coltivare quotidianamente questi pensieri ci aiuterà a essere più intelligenti e più umili nella nostra vita religiosa e ci incoraggerà nell'arte difficile della pietà verso gli altri, i quali sono sempre vicini, legati, accomunati a noi tanto nel servizio di Dio quanto nella nostra perpetua situazione di fallimento nei confronti del nostro grande e generoso Signore.
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